Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘mgf’

China 2009

“La Dabu, la matriarca che guida la famiglia Mosuo. Questo ruolo chiave è tenuto dalle donne più anziane fra i parenti. Lei è quella da cui discendono nome e proprietà, maneggia il danaro e organizza le cerimonie religiose.”

Credo sia una buona cosa il riuscire ancora a interessarsi di storia, arte, fotografia ecc. in questo momento così pieno di incertezza e sofferenza: il vostro interesse per “Grande cuori, mani forti” (28 febbraio u.s.) merita dunque una risposta.

Dove sono le altre società matriarcali? (Ovunque.) Sono tutte di antica origine? (No.) Raffigurano semplicemente l’oppressione di genere rovesciata? (Niente di più lontano dalla realtà.) Andate in miniera, allora, e poi vediamo (Questo è lo scemo di turno: adesso gli spiego tutto anche se è probabilmente inutile, così – in caso capisca qualcosa – almeno può uscire dalla garitta dove sta di vedetta contro l’invasione “femminazista” e andare a casa).

Il tratto comune a tutte le società matriarcali è che i figli/le figlie sono primariamente connessi alla madre: portano il suo nome e/o vivono nella casa del suo clan anche quando raggiungono l’età adulta. Spesso eredità e beni passano da madre a figlia. Molte società matriarcali sono agricole, laiche, costruite in modo orizzontale e non gerarchico, basate sull’eguaglianza di genere. In quelle ancora esistenti le donne giocano un ruolo centrale sul piano sociale, economico e (non sempre) politico.

La fotografa cecoslovacca-algerina Nadia Ferroukhi (le immagini qui presenti sono particolari di sue istantanee) ne ha girate parecchie e ha dato testimonianza delle sue esperienze qui:

http://nadia-ferroukhi.com/v4/sets/matriarcat/

Si tratta della serie “Nel Nome della Madre”, a cui ha dato un contributo significativo l’antropologa, etnologa e femminista francese Françoise Héritier (1933-2017).

Nadia ha vissuto con i Mosuo in Cina, i Tuareg in Algeria, i Minangkabau in Indonesia e i Navajo negli Usa – che sono le realtà di segno matriarcale più note, ma ha trovato società simili in Kenya, in Guinea-Bissau, nelle Comore, in Messico. Ritrarre le comunità in modo congruo e dettagliato non è stato facilissimo, spiega la fotografa: “La gente si aspetta da questo risultati spettacolari. Ma in effetti io ho fotografato la vita quotidiana.” Una vita quotidiana lontana dagli stereotipi e dai pregiudizi, in cui un’organizzazione sociale dà valore a ogni suo membro.

Riportare e tradurre tutto il lavoro di Nadia renderebbe questo articolo così lungo da divenire faticoso, perciò ho scelto degli “assaggi” che si accordano al mio incipit.

Comoros 2017

“Una giovane sposa sull’isola di Grande Comore. Dopo il matrimonio, il marito si trasferisce nella casa costruita per lei dalla sua famiglia, dove è considerato un ospite del clan matrilineare.”

NUOVO DI ZECCA:

E’ il villaggio di Tumai in Kenya, nato nel 2001 per fornire rifugio alle donne della tribù Samburu che erano state vittime di violenza domestica / violenza di genere. Simile a Umoja e a Jinwar

(https://lunanuvola.wordpress.com/2019/03/01/jinwar/) – la fondatrice Chili viene in effetti da Umoja – accoglie le divorziate, ha messo fuorilegge le mutilazioni genitali e non ammette gli uomini sopra i 16 anni d’età. Tumai è completamente autosufficiente. Tutte le decisioni sono prese per voto di maggioranza fra le donne, che allevano capre, costruiscono da sole le loro case, vanno a caccia se serve e tengono rituali sacri (allevamento a parte, le altre attività non sarebbero loro permesse in circostanze “normali”).

DIFFERENTI, NON SPECULARI:

Guinea-Bissau – “Lo stile di vita negli arcipelaghi, in particolare sull’isola di Canhabaque (3.500 persone) è stato scarsamente influenzato, quando per nulla del tutto, dalla civiltà moderna. Qui, le case sono di proprietà delle donne e sono gli uomini a trasferirsi dalle loro mogli. Sebbene il padre passi il suo cognome ai figli, è la madre che sceglie il primo nome ed è al suo clan che essi sono affiliati. L’isola è governata da una regina. C’è anche un re (che non è il marito della regina) ma il suo ruolo è limitato: è un semplice portavoce. Ogni villaggio è amministrato da un consiglio di donne, elette a vita.”

Messico – “Juchitán, una città di 78.000 abitanti nello stato messicano di Oaxaca è il luogo dove è nata la madre della pittrice Frida Kahlo. Durante i secoli, uomini e donne hanno sviluppato forme chiaramente identificate di autonomia. Le donne maneggiano il commercio, l’organizzazione di festival, la casa e la strada. Agricoltura, pesca e politica sono responsabilità degli uomini. Questo è uno dei pochi luoghi in Messico dove la lingua e i dialetti Zapotec sono ancora parlati. Usato negli scambi fra donne del vicinato e donne di passaggio, questo linguaggio ha costruito fra le donne una notevole solidarietà. Nome, casa e eredità si trasmettono in linea femminile. Perciò, la nascita di una figlia è fonte di grande gioia.”

Indonesia “La più grande società matrilineare al mondo, composta dai Minangkabau, si trova sulle colline della costa occidentale di Sumatra in Indonesia. Secondo il loro sistema sociale, tutte le proprietà ereditarie passano da madre a figlia. Il padre biologico non è tutore del bambino; è il mamak, il più anziano fra gli zii materni, ad assumere tale ruolo. Durante la cerimonia matrimoniale, la moglie va a prendere il marito nella casa di lui, accompagnata dalle donne della sua famiglia. L’adat, o “legge ordinaria”, determina una serie di regole tradizionali non scritte su questioni matrimoniali e proprietarie. In accordo a queste regole, qualora vi sia un divorzio il marito deve lasciare la casa e la donna mantiene la custodia dei figli e l’abitazione.”

QUESTE IN MINIERA CI VANNO GIA’:

Stati Uniti d’America – “La vita sociale della nazione Navajo è organizzata attorno alle donne, secondo un sistema matrilineare in cui titoli, nomi e proprietà si trasmettono in linea femminile. Quando una ragazza Navajo raggiunge la pubertà deve passare attraverso la Kinaaldá, una cerimonia di quattro giorni che segna il suo passaggio dall’infanzia all’età adulta. Questa cerimonia è collegata al mito Navajo della Donna Cangiante, la prima donna sulla Terra in grado di avere bambini. Nella riserva, le donne sono in genere più attive degli uomini. Non è insolito per loro tornare a studiare tardi durante le loro vite, persino dopo aver avuto figli.”

Usa 2011

Queste donne Navajo lavorano in una miniera di carbone, assicurandosi in tal modo totale indipendenza finanziaria.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

survivors

Da sinistra, nell’immagine di Elizabeth Pratt dell’ong “Too Young to Wed” – “Troppo giovane per sposarsi”, potete vedere Rosillah, Nachaki, Modestar, Eunice e Monicah. Sono sopravvissute a mutilazioni genitali e matrimoni precoci. La fotografia è stata scattata nel novembre scorso a Nairobi in Kenya, dove le ragazze hanno partecipato al summit per il 25° anniversario della Conferenza de Il Cairo (ove, nel 1994, 179 governi adottarono un Programma d’azione per donne e bambine), sostenute da “Too Young to Wed”, dalla “Samburu Girls Foundation” e dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione.

Monicah è stata mutilata a 10 anni. Subito dopo, il fratello l’ha data in moglie a un uomo di 32: “Voleva le capre e le mucche che sarebbero arrivate come pagamento del prezzo della sposa. – ha raccontato alla platea dei delegati – Sono rimasta con il mio allora marito per una settimana, poi il capo villaggio e gli agenti di polizia sono venuti a prendermi.” Mutilazioni genitali e matrimoni di bambine sono infatti fuorilegge in Kenya, ma il 21% delle donne del paese comprese fra i 15 e i 49 anni le hanno subite, così come il 23% di quelle fra i 20 e i 24 si sono sposate prima dei 18 anni.

Dopo essere stata soccorsa, Monicah ha ricevuto una borsa di studio dalle ong summenzionate ed è rapidamente diventata una delle migliori studenti nella sua classe. E’ anche diventata un’attivista che lavora con altre sopravvissute per mettere fine alle violazioni dei diritti umani da lei stessa subite: globalmente, si stimano oggi in circa 200 milioni le bambine e le donne che vivono con le mgf, mentre una ragazza su cinque diventa una moglie ben prima di essere maggiorenne.

Eunice aveva parimenti 10 anni quando fu costretta a sposare un 75enne: “Forse qualcuno ha ricevuto ispirazione dalla mia storia e potrebbe cominciare a cambiare le cose aiutando le ragazze che stanno attraversando le difficoltà che ho attraversato io.”

Il summit di Nairobi si è concluso con oltre 400 impegni presi e sottoscritti da politici e organizzazioni presenti per mettere fine ai matrimoni precoci e alle mutilazioni genitali femminili.

“Ma devono lavorare con passione – ha sottolineato Eunice – non solo per avere riconoscimento o addirittura per avere soldi: devono lavorare per sostenere i diritti umani delle donne… e per conquistare a questo il mondo intero.”

Monicah è completamente d’accordo e ha aggiunto: “Credo che le ragazze possano fare qualsiasi cosa.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(tratto da: “The week in patriarchy / Clitoris is not a dirty word – but society’s fear of it has disastrous consequences”, di Arwa Mahdawi per The Guardian, 28 settembre 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

clitoris

Perché le donne fingono gli orgasmi? E’ una verità universalmente riconosciuta che la maggior parte delle donne eterosessuali hanno finto di avere un orgasmo in un momento qualsiasi delle loro vite.

Ci sono un mucchio di ragioni ovvie sul perché: le donne non vogliono urtare i sentimenti dei loro partner, per esempio, oppure sono semplicemente stanche e vogliono andare a dormire.

Tuttavia, secondo uno studio appena pubblicato su Archives of Sexual Behavior l’altro grande fattore è il sentirsi schizzinose sull’uso della “parola C”. I ricercatori hanno attestato questo: le donne che si sono dette “fortemente d’accordo al trovare facile l’uso di parole come ‘clitoride’ per parlare di sesso, erano meno inclini a fingere orgasmi rispetto a quelle che si sono dichiarate fortemente in disaccordo”. Lo studio afferma in conclusione che le norme di genere e “i doppi standard sessuali continuano a limitare l’espressione sessuale femminile, inibendo ad alcune donne la comunicazione sessuale e in particolare il loro grado di agio nel ricevere o chiedere piacere sessuale”.

Non è esattamente una novità il fatto che ci sia un doppio standard sessuale. Tuttavia, questo studio è una scossa e un promemoria su quanto svergognamento sia ancora collegato al desiderio femminile e su quanto le donne abbiano interiorizzato tale svergognamento. Clitoride non dovrebbe essere una parolaccia, eppure le persone ancora ci girano intorno come se la mera menzione di qualcosa che esiste puramente per il piacere femminile fosse oscena.

La paura che la società ha della clitoride lancia ramificazioni che vanno ben oltre il letto. All’inizio di quest’anno, per esempio, la Gran Bretagna ha emesso la sua prima condanna per mutilazione genitale femminile.

Scrivendo sul Guardian, Lucy McCormick notò che “una delle cose che risaltano nelle notizie relative al caso è il modo stranamente furtivo in cui comunicano i fatti chiave”, in particolare l’evitare di menzionare la parola ‘clitoride’. Come sottolineava McCormick: “Bambine in tutto il mondo stanno soffrendo orrende mutilazioni a causa di una paura culturale dal profondo radicamento – e quella stessa paura ci sta impedendo persino di enunciare il problema”.

Read Full Post »

“La mia carne può essere stata portata via,

ma non potrò mai essere privata del mio cuore.”

Abida Dawud

sara regista

La giovane donna in immagine qui sopra è la regista egiziana Sara Elgamal. In collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ha creato “A piece of me” – “Un pezzo di me”, una serie di tre film brevi che raccontano le storie di Zahra, Abida e Khadija che, sopravvissute alla mutilazione genitale, sono diventate straordinarie attiviste nelle loro comunità per metter fine alla pratica.

Quando, l’anno scorso, Sara ricevette la proposta di realizzare i documentari non sapeva granché delle MGF. “Perciò feci le mie ricerche – racconta la regista – e nel processo scoprii che la mia stessa madre, le mie zie e la maggior parte delle donne anziane nella mia famiglia sono state soggette alla mutilazione. E’ stato estremamente disturbante venire a sapere che così tante donne a me vicine avevano subito una pratica così crudele e che le loro vite erano state prive di piacere sessuale.”

La cosa che le fu subito chiara, mentre tentava di definire che tipo di impostazione avrebbe avuto il suo lavoro, è che non avrebbe raffigurato le donne come vittime impotenti: “Ho deciso di rappresentare le donne nel modo in cui io comprendevo chi fossero nonostante i loro traumi: dignitose, potenti, belle, complesse. Ho deciso di creare una campagna che le celebrasse. L’approccio che ho usato nel girare i filmati, di proposito, è esteticamente molto simile a un servizio di moda. Volevo sfidare la nozione di ciò che vediamo come “supermodelle” o come eroi e portare il lavoro a un livello di visuale cinematografica che normalmente non è associato alle campagne delle Nazioni Unite.”

Ottenere un simile livello di produzione è stata una sfida. Sara e i suoi collaboratori lavoravano in una regione semi-desertica dell’Etiopia dove si trovano i villaggi rurali di Zahra, Abida e Khadija, le tre guide e maestre comunitarie che hanno rifiutato di sottoporre alle mutilazioni genitali le loro figlie e che educano altre persone a seguire questo esempio. L’equipaggiamento ha dovuto essere adeguato all’ambiente, la regista ha dovuto partecipare a incontri diplomatici con i capi dei villaggi per ottenere il permesso di effettuare le riprese e così via: “Non l’avevo mai fatto prima in nessuna delle mie precedenti produzioni, ma era necessario affinché tutti capissero i nostri scopi. Le cose sono diventate sempre più facili mano a mano che la gente vedeva come stavamo mettendo il cuore nel nostro progetto. Alla fine, uno dei capi ci disse che tutto il nostro duro lavoro e il nostro atteggiamento lo avevano indotto a riflettere su che tipo di impegno vuol mettere a favore della sua comunità.”

Sara voleva una storia che trascendesse la narrativa della vittimizzazione: “Desideravo raccontare la vicenda di donne splendide e forti che sono state in grado di ridefinire la loro propria versione della passione e dell’amore, nonostante i traumi subiti nel passato – e spero di essere riuscita ad ottenere questo con Un pezzo di me.”

Maria G. Di Rienzo

Potete dare un’occhiata a due brani della serie qui:

Khadija Mohammed – https://vimeo.com/336139069

Zahra Mohammed Ahmed – https://vimeo.com/336131676

Read Full Post »

(“The Gambia – Isatou Touray, Women’s Advocate, Appointed Vice President of The Gambia”, UN Women, 16 maggio 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Isatou Touray, in immagine, è stata nominata Vice Presidente del Gambia. Il giorno in cui potrò votare nel mio Paese una donna simile, saprò che la politica italiana si è mossa verso la civiltà.)

Isatou Touray

Sono nata a Banjul, dove ho ricevuto la mia istruzione. Inizialmente ho lavorato come insegnante e sono stata assegnata a varie parti del paese, incluse le aree rurali. Ho notato che le donne lavoravano più di 18 ore al giorno e percorrevano lunghe distanze per raccogliere legna, portando i loro bimbi sulla schiena.

Insegnando artigianato domestico, ho lavorato con loro su attività quali il migliorare la salute della famiglia tramite l’educazione alimentare e lo sviluppo delle competenze per generare reddito. Ho compreso che queste donne erano anche sfruttate e che le loro preoccupazioni non erano prese in considerazione nella maggioranza delle attività legate allo sviluppo. Vedevo che venivano mobilitate affinché partecipassero ai laboratori e poi nulla tornava loro indietro. Venivano da me chiedendo: “Che ne è stato delle promesse fatte dal Ministero?”

Da quel momento in poi mi sono impegnata nell’attivismo della società civile. Ho coinvolto comunità tramite il risveglio della consapevolezza e l’addestramento. Ho usato le informazioni raccolte sul campo per coinvolgere lo Stato e chiedere assunzione di responsabilità. Ora appartengo a diverse reti e le esperienze che ho guadagnato da queste iniziative globali vengono diffuse per dare alle comunità, ai decisori e ai legislatori la forza di portare avanti l’agenda femminista sullo sviluppo.

Ho anche fatto ricerca per il dottorato. Ora sono direttrice del Comitato gambiano sulle pratiche tradizionale che hanno impatto sulla salute di donne e bambine (GAMCOTRAP), un’organizzazione pro-diritti delle donne che ho contribuito a fondare nel 1992 per promuovere la salute e i diritti riproduttivi, e lavorare per eliminare la mutilazione genitale femminile.

Definisco me stessa una femminista perché credo nel potere e nell’anima delle donne.

Non devo agire come un uomo o mostrare tendenze macho per farmi accettare in determinati contesti. Sento che i miei diritti fanno parte del tutto e quel che io scelgo non dovrebbe costituire una ragione per discriminarmi. Ho visto come le donne sono tenute subordinate in varie culture, tradizioni e religioni. Ho visto e fatto esperienza delle incongruenze di interpretazione su istanze che riguardano la mia vita e come queste si manifestino in modi differenti per gli uomini. Tutte le suddette esperienze che ho accumulato negli anni hanno fatto di me una femminista.

Se il femminismo concerne la liberazione delle donne io ho scelto di fare esclusivamente questo.

Se il femminismo concerne l’autodeterminazione delle donne e il riacquistare la mia integrità, io ho scelto di viverlo!

Sono un’attivista femminista perché mi piacerebbe vedere una trasformazione che dia a uomini e donne uguali opportunità di realizzazione personale. Voglio avere una parte nel creare un mondo senza discriminazione, un mondo che riconosce come la diversità ci consenta di vivere in pace e armonia gli uni con gli altri.

Di recente mi sono presa l’impegno di scrivere delle nostre esperienze e di documentare il nostro lavoro per la posterità e per il pubblico accesso. Dobbiamo lasciare un’eredità che sia ricordata in futuro.

Read Full Post »

Mestawet Mekuria

“Ho imparato cos’è un matrimonio infantile e quali sono le sue conseguenze al club delle ragazze nella nostra scuola. Quando i miei genitori mi dissero che dovevo sposarmi io risposi che non volevo farlo. Ma loro si sono rifiutati di ascoltarmi e allora sono scappata e sono andata alla centrale di polizia. Il matrimonio precoce è una pratica dannosa e io voglio che le bambine continuino ad andare a scuola come me. Adesso i miei genitori capiscono cos’è un matrimonio infantile e cosa comporta e non sono più arrabbiati con me.”

Mestawet Mekuria, che ha fatto questa dichiarazione e che vedete in immagine, ha 14 anni. Immagina se stessa in futuro come insegnante o medica. L’età minima per le nozze nel suo paese, l’Etiopia, è di 18 anni ma la legge è raramente rispettata: nella sua regione, Amhara, il 56% delle ragazzine diventano mogli ben prima e in tutta la nazione il rapporto è di due minorenni sposate su cinque. Inoltre, il 65% delle donne etiopi nella fascia d’età fra i 14 e i 49 anni hanno subito mutilazioni genitali. Matrimoni infantili e MGF sono due violazioni di diritti umani che l’Etiopia si è impegnata a sradicare completamente entro il 2025: i club scolastici delle ragazze fanno parte della strategia per raggiungere tale scopo e da tre anni sono frutto della collaborazione fra Unicef, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e la locale Agenzia governativa per donne e bambini.

I club insegnano varie abilità alle ragazzine, ma soprattutto le informano di avere dei diritti e si spingono a contattare direttamente le loro famiglie in caso sorgano problemi. Nel 2016 hanno salvato da matrimoni precoci 106 bambine; nel 2017 ne hanno salvate 55.

Mestawet ha elaborato il tutto e si è arrangiata da sola. I suoi genitori hanno passato due settimane in galera e hanno avuto bisogno della mediazione degli anziani del villaggio per capire meglio di essere le persone che per prime dovrebbero sostenere le aspirazioni della figlia, non quelli che le soffocano in un matrimonio indesiderato e pericoloso.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

In Tanzania, una ricerca governativa del 2013 riportò che almeno il 50% delle donne erano state vittime di abusi domestici. Uno dei modi in cui le donne stanno reagendo alla violenza è rifiutare il matrimonio con un uomo e mettere su casa con una o più amiche.

Il matrimonio fra persone omosessuali è illegale nel paese, ma c’è una vecchia tradizione tribale chiamata nyumba ntobhu (“casa di donne”) che permette alle donne di sposarsi l’una con l’altra per sostenersi reciprocamente a livello economico – e non dubito che molte lesbiche la stiano usando comunque. Quale che sia il loro orientamento sessuale, è certo che sempre più donne in Tanzania stiano scegliendo questa opzione.

Dinna Maningo, una giornalista locale, ha spiegato a Stéphanie Thomson del World Economic Forum che: “Violenza domestica, matrimoni di bambine e mutilazioni genitali femminili abbondano nella nostra società. Le donne più giovani sono più consapevoli attualmente e rifiutano di tollerare trattamenti simili. Capiscono che questo arrangiamento (la “casa di donne”) dà loro più potere e più libertà.”

mugosi-veronica-e-paulina

E’ il caso di Paulina Mukosa (l’ultima da sinistra nell’immagine, particolare di una foto di Charlie Shoemaker) che ha respinto un bel po’ di pretendenti di sesso maschile prima di decidersi a sposare due donne più anziane di lei, Mugosi Isombe e Veronica Nyagochera:

“Sposare altre donne mi ha dato il controllo sul mio corpo e sui miei affari.”, ha detto alla stampa.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(brano tratto da: “Why did women vote for Trump? Because misogyny is not a male-only attribute”, un più ampio articolo di Suzanne Moore per “The Guardian”, 16 novembre 2016. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

E’ impossibile essere una femminista e non essere sconvolta dalla complicità di donne alla loro stessa oppressione. Ma è impossibile essere una donna e non avere un po’ di conoscenza su come questa cosa funziona. Se cresci in una cultura in cui il tuo valore è misurato primariamente da quanto sei desiderabile per gli uomini, allora la tua energia si consuma in questa competizione orizzontale con altre donne, competizione che non può mai essere del tutto vinta.

Un modo per essere desiderabile per gli uomini può essere adottare i loro interessi nella speranza che almeno proteggano te. Io scommetterei che qualsiasi donna abbia sottovalutato il trattamento che Trump alle donne riserva con “gli uomini sono fatti così”, ha già difeso almeno un uomo nella sua vita che ha fatto le medesime cose. (…)

Perché il potere non è mai semplicemente un possesso, ma un esercizio; il potere riguarda il modo in cui comprendiamo noi stessi/e. Il femminismo cerca di sciogliere tutti i piccoli modi in cui siamo costrette. Ovunque noi si guardi, ci sono donne che ne odiano altre per lavoro o per piacere: quelle che non vogliono una “capa” di sesso femminile; quelle che non vogliono le pari opportunità; quelle a cui piacciono i locali per spogliarelli e la pornografia “tanto quanto piacciono agli uomini”; quelle che non entrano in chiesa se il prete è femmina; quelle che vogliono forzare altre donne a mettere al mondo figli che non desiderano; quelle che dicono che le mutilazioni genitali femminili sono “cultura” e quelle che ci danno dentro a disprezzare i corpi delle altre. E si potrebbe andare avanti.

Dovremmo perciò sorprenderci che la misoginia non sia un attributo esclusivamente maschile?

Read Full Post »

varsavia

Questa è Varsavia (Polonia) durante il “lunedì nero”, 1° ottobre, in cui migliaia di donne polacche vestite di scuro sono scese in strada per protestare contro il piano governativo del bando completo per l’interruzione di gravidanza. La legge attuale è già abbastanza restrittiva, perché permette l’aborto solo nei casi di stupro, incesto, pericolo per la vita della madre o feto seriamente malformato.

Le donne non sono andate al lavoro: e in 60 città in tutto il paese uffici governativi, scuole, università, ristoranti eccetera hanno dovuto chiudere i battenti.

La solidarietà internazionale non è mancata e circa 6 milioni di persone in tutto il mondo hanno manifestato per sostenere le donne polacche. Adesso sembra che il governo ci abbia ripensato. Perché senza di noi nessuna società o nazione funziona: siamo metà dell’umanità e siamo persino un po’ stanche di doverlo ricordare a oltranza.

foto-di-lauryn-gutierrez

Era sempre lunedì quando a Washington D.C. (Usa) si è tenuta una veglia per commemorare le vite delle persone di colore perse “per la violenza e l’indifferenza”, come ha spiegato Alicia Garza co-creatrice di “Black Lives Matter”. La veglia fa parte di una campagna tesa a rappresentare le istanze delle donne di colore e delle donne povere che si chiama “Noi non aspetteremo 2016”. “Le nostre famiglie meritano che si lotti per loro.”, ha detto sempre Alicia. Perché le lotte delle donne vanno sempre a beneficio di tutti.

troop-3484

Queste sono un gruppo di giovanissime femministe che hanno marciato la scorsa settimana per il Central Park – New York (Usa) cantando: “Dove sono le donne?” Le dieci ragazze sono la “Squadra Girl Scout 3484” e stanno raccogliendo fondi per avere il primo monumento alle donne nel Parco, specificatamente vogliono le statue delle suffragiste americane Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony. Attualmente in Central Park ci sono 22 statue di figure storiche maschili, ma le sole “femmine” rappresentate sono Mamma Oca e Alice nel Paese delle Meraviglie. Una delle ragazze, Stori Small, ha detto alla stampa: “Non vogliamo crescere per diventare Alice nel Paese delle Meraviglie”. Perché la Storia delle donne è Storia a tutti gli effetti e le ragazze meritano di conoscerla e di esserne ispirate.

Sempre la scorsa settimana, il membro del Parlamento egiziano signor Agina ha annunciato l’intenzione di presentare una legge che richieda il “test di verginità” alle giovani che si iscrivono all’università. Lo stesso ritiene che tutte le donne dovrebbero essere sottoposte a mutilazione genitale (escissione della clitoride) perché “gli uomini egiziani sono sessualmente deboli”: le mgf sono bandite in Egitto dal 2008.

maya-morsi

Un gruppo per i diritti delle donne ha presentato denuncia formale, tramite avvocate, contro il deputato. Maya Morsi (in immagine qui sopra), arcinota attivista che ora dirige il Consiglio nazionale per le donne – un istituto di governo – ha spiegato che la denuncia chiede l’espulsione dal Parlamento di Agina e un’indagine sulle sue attività. Perché la sessualità femminile non è proprietà di stati, nazioni, religioni – e soprattutto non è proprietà degli uomini ne’ servizio a loro diretto.

E ricordiamoci che il 4 ottobre l’Iran ha condannato a 16 anni di galera la femminista Narges Mohammadi, il cui instancabile lavoro per i diritti umani è stato rubricato quale “diffusione di propaganda contro il sistema” e “collusione per commettere crimini contro la sicurezza nazionale” (quest’ultimo delirio si riferisce al suo incontro con Catherine Ashton, rappresentante dell’Unione Europea). Sono 15 anni che Narges entra e esce di prigione, l’infame prigione di Evin a Teheran: definisce le condizioni in cui è tenuta là dentro “tortura psicologica” e solo per avere il permesso di comunicare con la sua famiglia che vive in Francia ha dovuto sostenere uno sciopero della fame. Adesso l’hanno fatta dimettere a forza dall’ospedale, contro il parere dei medici, per ributtarla in cella. Perché la libertà delle donne posa sulle spalle di Narges e di moltissime altre come lei, passate, presenti, future. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

In agosto ha fatto troppo caldo anche per dio.

* In Sudan nove giovani donne – dai 17 ai 23 anni – sono state condannate ciascuna a quaranta frustate perché indossavano pantaloni. La locale “sharia” giudica tale indumento “indecente” per le donne. Le nove giovani sono cristiane ma quelli che pensano di essere il braccio armato dell’onnipotente se ne fregano.

* In Pakistan, il Consiglio dell’ideologia islamica ha presentato una proposta di legge per regolamentare i pestaggi delle mogli da parte dei mariti: le botte devono essere “leggere”, s’intende, storpiare la serva di casa non sarebbe intelligente. Entrando nei dettagli, la bozza prevede il pestaggio quando una donna “sfida gli ordini del marito”, “non si veste come lui desidera”, “rifiuta il rapporto sessuale”, “non fa il bagno dopo il rapporto sessuale o il periodo delle mestruazioni”.

* A New York, la setta ebrea ultra-ortodossa Satmar ha fatto circolare un decreto che bandisce la frequentazione dell’università da parte delle donne. Istruirle a tal punto, spiegano, “è pericoloso” e nel farlo infilano una perla dietro l’altra: “Di recente è diventata la nuova moda per ragazze e donne sposate cercare di ottenere diplomi universitari. Alcune frequentano i corsi direttamente e altre lo fanno online. Perciò vogliamo far sapere ai loro genitori che questo è contro la Torah. Saremo molto severi su questo punto. A nessuna ragazza che frequenti la nostra scuola è permesso studiare e prendere una laurea. (E se non possono studiare, che ci fanno nella loro scuola?). Inoltre, non daremo ne’ lavoro ne’ posizioni d’insegnamento nella scuola a donne che abbiano frequentato l’università o abbiano una laurea (Anche l’idiozia può raggiungere la perfezione: i rabbini Satmar ci sono riusciti!). Dobbiamo mantenere sicura la nostra scuola e non possiamo permettere influenze laiche nel nostro ambiente sacro.”

* Il Gran Mufti Ismail Berdyev – massima autorità sulla giurisprudenza religiosa per musulmani sunniti e ibaditi – dalla repubblica della Karačaj-Circassia ha fatto sapere che le mutilazioni genitali femminili nella vicina repubblica del Daghestan vanno benone: “Non contraddicono i principi dell’Islam e sono necessarie per sedare energia non necessaria (???), inoltre garantiscono la purezza delle future spose. Si tratta di un rituale tipico del Daghestan che non viola le norme religiose e sociali della regione. (Infatti, viola i corpi delle bambine, ma questo è irrilevante)”

La solenne stronzata è stata sfiatata dal Gran Mufti subito dopo che la difensora civica dei bambini del Daghestan, Intizar Mamutayeva, aveva pubblicamente definito le mutilazioni genitali femminili “violazioni dei diritti umani”. Due giorni dopo, Mamutayeva è stata rimossa dall’incarico: faceva il suo lavoro troppo bene.

Maria G. Di Rienzo

Scusate, adesso torno dalle ferie e cerco di mettere un po' in ordine

Scusate, adesso torno dalle ferie e cerco di mettere un po’ in ordine

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: