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Posts Tagged ‘omicidio’

(“Visionary and creative resistance: meet the women challenging extractivism – and patriarchy”, di Inna Michaeli e Semanur Karaman per Open Democracy, 3 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“Cos’è lo stato? Noi siamo lo stato! Lo stato è lo stato grazie a noi.” disse Havva Ana (Madre Eva), una donna di 63 anni che, nel luglio 2015, partecipò a una dimostrazione per bloccare la demolizione delle antiche foreste a Rize, in Turchia.

havva ana

Quel che Havva Ana (in immagine qui sopra) intendeva è che lo stato dipende dal popolo per la sua legittimazione – e che non deve dare priorità al profitto a breve termini rispetto ai diritti e al benessere. Le foreste di Çamlıhemşin hanno, per centinaia di anni, fornito mezzi di sussistenza e connessioni ancestrali nella regione del Mar Nero.

Messa di fronte alla distruzione, la donna ha resistito ai bulldozer e alle forze di sicurezza, formando una catena umana con altri dimostranti per arrestare la loro avanzata. Si è confrontata con la violenza con tutto quel che aveva: mettendo il suo corpo in prima linea. La polizia ha rimosso i manifestanti dal luogo con la forza, permettendo alla demolizione di continuare.

Havva Ana fa parte di un più vasto ecosistema di donne che lottano in prima fila per difendere terra, ambienti e modi di vivere dal violento modello di “sviluppo” basato sulle attività estrattive e sulla mercificazione senza limiti della natura. Questo è un lavoro pericoloso e le difensore dei diritti umani e dell’ambiente hanno dovuto fronteggiare attacchi sistematici. A livello globale, le élite economiche e politiche stanno distruggendo il pianeta, violando gli standard internazionali sui diritti umani e i trattati che proteggono i diritti dei popoli indigeni.

Nel 2015, 156 omicidi sono stati registrati dallo speciale rapporteur sullo stato dei diritti umani delle Nazioni Unite: il 45% era costituito da difensori/e di diritti ambientali, sulla terra e indigeni. Nello stesso anno, l’ong Global Witness documentò l’assassinio di 185 difensori/e dei diritti umani in 16 paesi, con Brasile, Filippine e Colombia in testa alla classifica per omicidi di attivisti indigeni.

L’assassino di Berta Cáceres, avvenuto l’anno scorso nella sua casa in Honduras, seguito ad anni di attivismo per proteggere il fiume Gualcarque dal progetto idroelettrico “Agua Zarca”, emblematico delle ritorsioni contro le donne che resistono alla distruzione dell’ambiente e a interessi potenti. Recente evidenza legale indica che il governo dell’Honduras possa aver collaborato con forze paramilitari addestrate negli Usa per ucciderla. Molte altri attacchi e omicidi non sono neppure denunciati.

Nel frattempo, una nuova ricerca di AWID e della Coalizione Internazionale delle Difensore dei Diritti Umani delle Donne, basata su consultazioni con donne che vivono in Africa, Asia e America Latina, rivela chiari schemi con specifiche di genere della violenza contro le donne che difendono terre e comunità – e guarda alle strategie delle donne per l’azione e la resistenza contro le industrie estrattive e il potere delle corporazioni.

“Quando mi minacciano, dicono che mi uccideranno ma che, prima di uccidermi, mi stupreranno. Non dicono questo ai miei colleghi maschi. Tali minacce sono dirette molto specificatamente alle donne indigene.”, dice Lolita Chavez (in immagine qui sotto), una difensora indigena dei diritti umani delle donne che vive in Guatemala, nella sua testimonianza raccolta come parte di questa ricerca.

lolita chavez

Molti difensori dei diritti umani in tutto il mondo fronteggiano criminalizzazione, stigmatizzazione e violenza, ma le donne fanno esperienza di minacce addizionali legate al genere. Per esempio, la stigmatizzazione può comprendere termini sessualmente degradanti o il mettere in discussione la donna come cattiva madre; la marginalizzazione economica delle donne può rendere difficile raccogliere il denaro per la cauzione se sono arrestate; forze di sicurezza private, forze paramilitari e membri della polizia che proteggono gli interessi corporativi hanno usato stupro, aggressione sessuale e intimidazione contro le donne difensore dei diritti umani. E’ importante sottolineare come le donne che si confrontano con le industrie estrattive sfidino non solo il potere delle corporazioni, ma anche il patriarcato e devono affrontare la repressione su ambo i fronti.

Mirtha Vázquez, una difensora dei diritti umani del Perù, dice: “Per noi, lo sviluppo ha a che fare con il benessere e la dignità delle persone e con la loro autodeterminazione su come vogliono vivere.” Nonostante il trattamento violento che fronteggiano troppo sesso, le donne difensore di terra, popolo e natura sono state visionarie e creative. La nostra ricerca sottolinea anche il loro lavoro di successo e ispirativo. Una delle storie di questo tipo è quella di Aleta Baun, una donna indonesiana che ha viaggiato di villaggio in villaggio per organizzare l’opposizione locale a una cava di marmo.

Ha dovuto subire arresti, pestaggi e minacce di morte. Ma con coraggio e determinazione ha raggiunto centinaia di persone e assieme ad altre donne ha passato un anno intero occupando l’ingresso a un sito di scavo, tessendo stoffe tradizionali. Nel 2010, dopo un anno di questa protesta pacifica, la pressione dell’opinione pubblica ha costretto le compagnie commerciali ad abbandonare le operazioni. Nel 2013, Baun ha vinto il Premio Goldman per l’Ambiente.

In tutto il mondo, le donne stanno chiedendo di mettere fine al potere delle corporazioni nel distruggere il pianeta per interessi a breve termine e avidità, e portano avanti visioni di sviluppo che hanno come interesse centrale le persone e la natura. Come spiega Bonita Meyersfeld, docente di diritto all’Università di Witwatersrand a Johannesburg: “Un progetto che genera benefici economici può essere chiamato “sviluppo” solo se tali profitti sono reinvestiti nella comunità. Altrimenti, stiamo parlando di sfruttamento, non di sviluppo.”

Molte altre migliaia di donne da ogni parte del mondo, oltre a quelle menzionate, stanno resistendo all’equazione sviluppo con investimenti stranieri e profitto per pochi. Invece, stanno offrendo una critica e progressista visione di uno sviluppo guidato dall’autodeterminazione, dalla dignità e dal rispetto e cura per la natura. Dobbiamo ascoltarle.

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A noi Foffo non ci piacciono i gay, ci piacciono le donne vere. E mio figlio non è da meno.”, così dichiara il padre di Manuel Foffo, arrestato con Marco Prato per l’omicidio di Luca Varani, al Messaggero.

E’ una frase importante, davvero, nonostante dopo “a noi” il “ci” sia di troppo. Ci informa infatti, clamorosamente, che esistono donne false e donne vere e si può intuire che i Foffo, sin dal capostipite della schiatta, erano in possesso di uno speciale sesto senso o di un magico congegno che consentiva loro di individuarle in un batter d’occhio. Oggi probabilmente useranno qualcosa di più moderno, tipo un’applicazione per telefonino (Veradonnapp) o un paio di occhiali google modificati all’uopo.

Sempre sin dagli albori, ai Foffo gli omosessuali non piacciono. E’ una sorta di marchio di fabbrica: se porti il tal cognome, sei maschio e un gay si profila all’orizzonte tu tendi a correre disgustato nella direzione opposta. A volte però i malefici disgustanti dei Foffo li inseguono, ne acchiappano uno e lo portano a feste, party e intrattenimenti vari contro la sua volontà. E non solo, sebbene sia chiaro che il capostipite Foffo fosse il nobile cavaliere Phophus de’ Phophi, loro insistono a dire che il nome deriverebbe dal termine veneziano arcaico fòfano che significa goffo o malfatto.

Chi si occupa di etimologia sostiene che con tale termine si indica anche “un tipo di anatra selvatica di scarso pregio” e che forse il cognome è nato come “soprannome inteso a suggerire che il suo destinatario avesse questa caratteristica”. Nessuno con un po’ di buonsenso ci crede, naturalmente. Nessuno con un po’ di buonsenso crede neppure alle donne vere e alle donne finte. Ma fa piacere sapere che il “figlio non è da meno” e la tradizione continua. Tanti auguri, Maria G. Di Rienzo

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Sono interrogatori, ma assomigliano spesso a sfoghi, se non a sedute psicoanalitiche, dove i ruoli di omicida e pm sfumano in qualcosa di più «umano» e la pubblica accusa si accomoda e ascolta per avere spiegazioni in un delitto che appare inspiegabile.”

Come probabilmente avrete capito, la citazione da un articolo di giornale si riferisce al recente omicidio (previa tortura) di Luca Varani da parte di Marco Prato e Manuel Foffo. E’ una citazione integrale, per cui le “spiegazioni in” che sarebbero “spiegazioni su o spiegazioni di” non sono mia responsabilità. Ma è di quest’ultima che vorrei parlare un attimo.

Il termine responsabilità è, stando al vocabolario Treccani: “il fatto, la condizione e la situazione di essere responsabili” e deriva dal latino respòndere, cioè rispondere – in generale delle proprie azioni e delle loro conseguenze.

A sua volta, respòndere viene da un altro verbo, spòndere, che era usato nel diritto romano arcaico (e solo per i cittadini romani) per i cosiddetti “giuramenti promissori”: “Ti impegni a fare / a non fare questo?” “Spòndeo” – “Lo giuro solennemente.”

Non occorre essere filosofe/i per capire che l’assetto in cui si verbalizzano i concetti succitati è un contesto sociale. Sentirsi responsabili delle proprie azioni (esserlo non è in discussione) è possibile solo quando si sia consci di appartenere a una comunità umana (nel bene e nel male: “Sono un uomo: nulla che sia umano mi è estraneo”, Terenzio, Heautontimorumenos), da cui dipendiamo per la sopravvivenza e in cui le nostre azioni si danno. Tolte le poche cose che possiamo fare in totale solitudine, la comunità umana e l’ecosistema che la sostiene costituiscono lo scenario indispensabile per la realizzazione dei nostri desideri e ambizioni e per il raggiungimento delle nostre gratificazioni. La comunità umana, come gli esseri che la compongono, non è – e non può essere – “perfetta”, ma di sicuro è migliorabile: almeno, così pensavano, pensano e penseranno tutti gli individui coinvolti in movimenti per il cambiamento sociale, rivoluzioni e correnti di pensiero tese al mutamento dello status quo.

Ciò detto, che Marco Prato e Manuel Foffo siano responsabili di sevizie e omicidio nei confronti di un’altra persona non c’è dubbio. L’evidenza probatoria è inconfutabile, sono rei confessi e hanno spiegato le loro azioni con la volontà di provare “il piacere di uccidere” per sentirsi “superiori a tutto e a tutti”. Che si sentano responsabili, stante il tenore di queste dichiarazioni, appare assai improbabile. Avessero avuto il concetto di responsabilità in mente si sarebbero mossi, durante tutto l’arco delle loro vite, in modi differenti. Ma da almeno una trentina d’anni il concetto è di fatto assente nella cultura italiana (e ciò comprende politica, amministrazione pubblica, contenuti dei media, scuole, ambiti lavorativi, modalità relazionali). Prato, Foffo e la loro vittima Varani sono abbastanza giovani per essere nati e cresciuti in un contesto che esalta l’individualismo estremo, per cui ogni interesse è accentrato su di sé e si ignorano e trascurano interessi e problemi altrui: praticamente la definizione generale che il dizionario dà alla voce “solipsismo”.

L‘Italia attuale ha come cittadini parecchi milioni di individui convinti di essere il centro dell’universo, difesi a spada tratta dai loro genitori / parenti / amici – e da sedicenti giornalisti – quando fanno i bulli, molestano, stuprano o uccidono, tesi all’immediato godimento di qualsiasi desiderio senza la minima riflessione su cosa la realizzazione di quest’ultimo possa comportare per altre persone, legittimati da migliaia di messaggi quotidiani che dicono loro “non c’è futuro, c’è solo il presente in cui ti prendi quello che vuoi, subito, frega e non farti fregare, non c’è niente oltre a questo”.

Naturalmente poi entrano in gioco le nostre differenze individuali, per cui non tutti/e reagiamo allo stesso modo di fronte agli stessi stimoli, e l’influenza che esercitano le persone a noi più “vicine” (per legami di parentela o amicizia, o perché le ammiriamo ecc.), di modo che molte/i di noi sono in grado e hanno la precisa volontà di mettere in discussione gli stimoli che ricevono, ma i risultati di questo stato di cose sono visibili ogni giorno in cronaca: nepotismo politico-economico, corruzione, brogli, truffe, denaro pubblico che diventa privato, impiegati che timbrano in mutande e poi invece di andare al lavoro vanno a spasso: perché non dovrebbero mentre i loro superiori smistano mazzette con la velocità di un croupier?, suicidi di adolescenti “bullizzati”, violenze di ogni tipo contro qualsiasi individuo o gruppo percepito come marginalizzato / inferiore (anziani, malati, bambini, donne), omicidi. Ridurre il problema a una condizione psicotica di pochi, anche nei casi in cui le azioni sono effettivamente “carburate” da alcolici e droghe pesanti, è chiudere gli occhi di fronte alla realtà e distogliere lo sguardo non è un metodo che risolva qualcosa. Per esempio, andare in televisione a magnificare l’eccellenza di un figlio che ha appena massacrato un suo simile, minacciando di querele chiunque oserà dire il contrario, non aiuta.

Il giornalismo nostrano, che quando si definisce “d’indagine” misura le camicie dei premier e prende nota del colore dei calzini dei giudici, è perfettamente in accordo all’andazzo generale: egoismo santificato e “estetica”, immagine e lacrime di coccodrillo, sensazionalismo, ricerca spasmodica di qualcosa che giustifichi l’offensore qualsiasi sia il reato da costui commesso.

clean up

(Bambino viziato: “Uaaah! Perché devo pulire la mia stanza? Altri bambini hanno camere in disordine! A chi fa male? Pulirò più tardi!” Frigna…

Uomo inquinatore: “Uaaah! Perché devo pulire le mie emissioni? Altra gente produce emissioni tossiche! A chi fa male? Pulirò più tardi!” Frigna…)

Marco Prato, definito “Il bel ragazzo gay, 29 anni, pr di feste nel giro omosessuale che conta nella capitale.” o “Il bel pr”, manifesterebbe per esempio “disagio e angoscia”: “Famiglia borghese, laurea in Scienze politiche alla Luiss e un master di marketing a Parigi”. Patimenti unici, che sicuramente lo hanno spinto a torturare e uccidere. Quando io terminai le scuole medie chiesi di poter frequentare il liceo linguistico (all’epoca era privato) ma i miei genitori risposero che PER ME quei soldi non c’erano: era mio fratello che ne aveva bisogno per studiare e infatti non si è mai laureato… Risultato? Stranamente, non ho mai seviziato o assassinato nessuno e sono una formatrice alla nonviolenza.

La stampa ci informa, inoltre, che Prato “soffriva terribilmente per la sua condizione omosessuale, tanto da desiderare ardentemente di operarsi per diventare una donna. Un sogno mai realizzato perché osteggiato dalla famiglia.” Sono del tutto consapevole dei travagli affrontati dalle persone transessuali (la condizione non è intercambiabile con l’omosessualità, tra l’altro), ho solo alcune piccole perplessità: 1) Prato era maggiorenne e non necessitava di permessi dai familiari per intraprendere il percorso relativo al cambio di sesso, se era davvero questo che desiderava; 2) trovo difficoltoso immaginare uno che “soffre terribilmente” far di mestiere l’organizzatore di feste per gay ricchi, spararsi in due giorni 1.000 euro di cocaina insieme con l’amico e premeditare un omicidio “per provare il brivido”.

Poi abbiamo Manuel Foffo, 30 anni, studente di Giurisprudenza fuoricorso, attualmente impegnato in modo ossessivo a dichiarare la propria non-omosessualità agli inquirenti, nonostante il video che lo ritrae durante una sessione di sesso orale con Prato e “i giochi a tre fatti al decimo piano di via Iginio Giordani.” Secondo il suo avvocato difensore, nonché amico di famiglia, nelle sue deposizioni “Manuel ha delineato un rapporto molto doloroso, difficile, conflittuale con (il) padre.”

Volevo uccidere mio padre, forse per questo ho combinato tutto questo, volevo vendicarmi di lui.”, è una delle frasi che Foffo ha detto e su cui si basa il giudizio suddetto. Ma quali atti paterni meritavano, secondo il figlio, vendetta e morte? Eccoli qua: “A 18 anni ha regalato a un altro il mio motorino che ho amato tanto. Poi volevo una Yaris, ma lui mi diceva che era poco resistente. Ho un forte risentimento verso di lui perché entrambi vogliamo avere ragione.” A me, più che dolore, sembrano le rimostranze di un marmocchio viziato.

Fra i miei venti e trent’anni mia madre ha dato via, pezzo dopo pezzo, tutto quel che avevo conservato della mia infanzia senza il mio consenso: libri, giocattoli, persino l’anello che era il regalo della prima comunione. “Tanto a te non serve.”, era il suo ritornello: dovete sapere che nel 1980 e nel 1983 erano nate le bambine del suo adorato figlio maschio che venivano, in virtù di tale adorazione, omaggiate un giorno sì e l’altro anche di brandelli della mia storia (l’anello andò invece a una cugina a cui i miei genitori dovevano fare un regalo, così risparmiarono fatica e soldi). Persino una dei miei gattini fu regalata, sempre senza il mio consenso, a una nipote troppo piccola per averne cura e come risultato quella creatura che io amavo finì sotto un’automobile un paio di settimane dopo. Quanto a chiedere qualcosa (non una Yaris, figuriamoci, l’automobile è stata comprata a mio fratello come “dote” per il suo matrimonio…) ho imparato in tenera età che la risposta era nel 99% dei casi NO con aggiunta colpevolizzazione, per cui ho smesso di chiedere molto presto. Sospetto che anche il mio rifiuto di essere allattata quando avevo cinque mesi avesse a che fare con il rigetto che percepivo provenire da mia madre.

Ciò che mio padre – e mia madre come vittima/carnefice – hanno fatto della mia famiglia d’origine è un po’ troppo lungo, violento e repellente per essere narrato qui, ma posso dire con cognizione di causa che un “forte risentimento” per entrambi da parte mia sarebbe pienamente giustificato. Tuttavia, non ho mai vagheggiato di ucciderli, ne’ di uccidere terzi per “vendicarmi” di loro. Non sono più buona di Manuel Foffo. Non ero più buona di lui alla sua età: ma l’epoca in cui sono stata giovane aveva un contesto culturale del tutto differente in cui esistevano spazi che mi hanno incoraggiata alla consapevolezza e quindi alla responsabilità, che hanno preso per mano il mio desiderio di un mondo migliore per tutti e quindi anche per me, che hanno incanalato e trasformato rabbia e angoscia nell’impegno politico e sociale.

Qualcuno dei sedicenti giornalisti summenzionati ha scritto che Prato e Foffo con il loro omicidio organizzato volevano “sfidare il male”. No, mi dispiace. Il “male” lo stanno sfidando altri esseri umani, uomini e donne, che non si arrendono di fronte all’ingiustizia, alla miseria, alla menzogna e alla violenza: ne conosco un bel po’ e sono, nel mio piccolo, una di loro. Maria G. Di Rienzo

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