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Posts Tagged ‘omicidio’

Il 1° aprile, i titoli relativi all’assassinio di Stefano Leo erano di questo tenore: “Volevo uccidere, ho scelto Stefano perché mi sembrava felice”. Ragazzo di 27 anni confessa l’omicidio dei Murazzi.”

Il biasimo diretto all’ex compagna dell’omicida, Said Mechaquat, è già presente ma contenuto all’interno degli articoli (“gli negava la possibilità di vedere il figlio” – “La cosa peggiore – avrebbe detto a proposito del suo passato – è sapere che il mio bimbo di quattro anni chiama papà l’amico della mia ex compagna” ).

Il giorno successivo, 2 aprile, i titoli virano decisamente su questa “gustosa” visione alternativa della realtà, per la quale se un uomo uccide, la responsabile è una donna: “Torino, i verbali della confessione di Said: La mia ex non mi fa vedere mio figlio da due anni.” oppure “La confessione di Said Mechaquat, 27enne di origini marocchine, per l’omicidio di Torino: mi hanno tolto un figlio e non ho più l’amore per vivere.”

Nei primi pezzi si attesta che l’omicida “era stato condannato per maltrattamenti in famiglia, era stato lasciato dalla compagna, che non gli lasciava più vedere il figlio”, ove la condanna è una spiegazione più che sufficiente per il tentativo della donna di proteggere il figlioletto e se stessa, ma nei successivi la condanna scompare e si trasforma in “piccoli precedenti penali” non specificati, mentre l’evento chiave è invece “una separazione consensuale causata dall’arrivo di un altro uomo, e turbata dal comportamento di lei che “voleva che il figlio chiamasse il nuovo compagno papà”.”

Le narrazioni partono da qui per spiegare tutto il resto della vita a rotoli di Said Mechaquat, che perde l’impiego per “una discussione” con il datore di lavoro e non ne trova mai un altro, che è senza fissa dimora, che è seguito dai servizi sociali e che, sbocco prevedibile della brutta favola, il giorno dell’omicidio “sentiva delle voci nella sua mente, il richiamo del male” e “avrebbe agito obnubilato da un raptus”.

Esaminiamo un attimo quest’ultimo nelle parole del reo confesso, che si sveglia “molto innervosito”, va al discount e compra un set di coltelli da cucina, poi va a sedersi su una panchina del Lungo Po dove aspetta che passi “quello giusto”:

1. “Io volevo ammazzare un ragazzo come me, togliergli tutte le promesse che aveva, toglierlo ai suoi figli e ai suoi parenti.”

2. “Non sopportavo la sua aria felice (nda: di Stefano Leo). Gli sono andato dietro e l’ho colpito mentre gli sono arrivato quasi sul fianco, sul suo lato destro e impugnando il coltello con la mano sinistra l’ho colpito al collo. (…) Quello è il modo più sicuro di uccidere. Se lo colpisci di schiena è meno sicuro, anche se lo prendi al polmone non sei certo di ammazzarlo.”

3. “Ho colpito un bianco, basandomi sul fatto ovvio che giovane e italiano avrebbe fatto scalpore. (…) Una persona la cui morte avesse una buona risonanza. Non un vecchio di cui nessuno parla.”

4. “Ho visto che cercava di respirare. Si è accasciato dopo aver fatto le scale, cercando di prendere aria. Si è inginocchiato e poi è caduto a terra.”

Nessuno nega che l’autore di un simile omicidio manifesti profondi disturbi psicologici, ma la pianificazione e il resoconto dell’atto sono un po’ troppo lucide per parlare di “obnubilamento da raptus”. Io vedo un soggetto non troppo dissimile da altri della sua generazione: egocentrico e solipsista (un individuo il cui interesse è accentrato su di sé al punto di renderlo incapace di percepire e capire interessi altrui), rancoroso, totalmente privo di empatia (può stare a guardare l’agonia della sua vittima senza provare nulla), che deve scaricare su terzi il peso dei propri fallimenti, che usa la violenza per affermarsi e sentirsi importante (lui sì che conosce i “modi sicuri” per uccidere, cool!) e che ovviamente, in quest’epoca in cui chi commette reati li filma e li pubblica sui social media, deve renderla il più “spettacolare” possibile.

Ma in tutto questo, suggerisce il giornalismo nostrano, Said Mechaquat non ha vere responsabilità, perché sono le donne che l’hanno fatto piombare in un “abisso di delusioni”: si era “sposato giovanissimo in Marocco con una connazionale” ma il tutto è finito con una separazione; la relazione con la giovane italiana da cui ha avuto un figlio “è durata alcuni anni, poi lei si è trovata un altro”; “ha cercato affetto e “coccole” in altre donne” ma anche queste lo hanno “deluso” e “Mechaquat ne ha sofferto” – però non è mai riuscito a riflettere su se stesso, perché le relazioni di coppia si fanno funzionare o si fanno fallire in due (e la sofferenza è condivisa anche da chi prende la decisione di chiudere) e se tu ripeti lo stesso schema comportamentale ogni volta senza imparare dalle lezioni del passato sì, forgi il tuo personale destino come una serie di delusioni a catena. Ma sei sempre TU a forgiarlo, non LEI o LUI.

Suggerire che se le donne l’avessero coccolato di più Mechaquat non avrebbe ucciso, oltre a essere una tesi abominevole, fornisce validazione e ulteriore spinta alla violenza, anche contro le donne stesse a cui invariabilmente è addossata la colpa di azioni e decisioni prese dagli uomini con cui hanno / hanno avuto relazioni.

Permetti a un uomo violento di passare il tempo con tuo figlio e poi lui lo ammazza, vergognati. Non permetti a un uomo violento di passare il tempo con tuo figlio e poi lui ammazza una persona a caso, vergognati. Mettete fine a questa attitudine, redazioni giornalistiche, perché non c’è ammontare di click che valga una vita umana.

Infine, scusatemi, non provo alcuna commozione nel sentire che Mechaquat “non ha più l’amore per vivere” perché ho il fondato sospetto, dato dalla sua storia personale e dalla fine dell’innocente Stefano Leo, che costui non sappia nemmeno cosa l’amore è.

Maria G. Di Rienzo

* “Delitto Murazzi, ipotesi scambio” – Gli aggiornamenti odierni confermano la mia impressione di un’azione lucidamente programmata: il giovane ucciso somigliava molto al compagno della ex di Mechaquat, già minacciato da quest’ultimo di “taglio della gola”: conoscendone le abitudini, l’assassino avrebbe atteso un’ora e un quarto per poi assalire la persona sbagliata. La manfrina però non è ancora cambiata. Il compagno dell’ex è infatti definito come “l’uomo che aveva preso il suo posto nella vita della ex e di suo figlio”. Noi donne non siamo fatte di una fila di sedie al cinematografo. Quando avete una relazione con noi ciò non equivale a esservi comprati la tessera per una poltroncina perenne nelle nostre vite.

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All’inizio, secondo l’individuo che ha ucciso un bambino di 6 anni a botte e ne ha spedito la sorellina maggiore di un anno all’ospedale con ferite definite dai medici “raccapriccianti”, erano “caduti dalle scale”. Pugni, calci e colpi con il manico di scopa sono andati avanti da sabato sera (26 gennaio) a domenica pomeriggio. L’assassino picchiatore si chiama Tony Essobdi Bedra, ha 24 anni ed è il compagno della madre trentenne dei bambini, che è anche madre di un figlio suo di quattro anni (per fortuna illeso).

Il sindaco di Cardito, ove ciò è accaduto, ha detto alla stampa: “Conosco il ragazzo fermato e la sua famiglia. Sono persone tranquille.”. I giornalisti hanno aggiunto che il signore in questione ha “piccoli precedenti di polizia per scippo e droga”. Lui stesso ha infine spiegato dopo cinque ore di interrogatorio che sì, ha pestato i bambini ma solo per “insegnare loro l’educazione e il comportamento“.

Tony Essobdi Bedra è un ragazzo tranquillo (mica un violento per carità!), che di tanto in tanto scippa o spaccia (capita a tutti, vero, signor sindaco?) e spesso picchia i bambini che ha in casa – il piccolo deceduto aveva cambiato scuola giacché era solito arrivare in classe con lividi e occhi neri. Cercate di capirlo, il povero giovanotto dalle mani svelte era “esasperato”: “Li ho picchiati perché davano fastidio, rompevano tutto, e non stavano al loro posto. Hanno persino graffiato i mobili della cameretta che avevo appena comprato con un grosso sacrificio economico.” e finisce per uccidere a bastonate una creatura di 6 anni. Adesso a stare al loro posto, ai bambini, gliel’ha insegnato. Il posto di Giuseppe è al cimitero e quello di Noemi in pediatria – in più, costei si porterà dietro gli sfregi permanenti dell’aver subito abusi abominevoli e dell’aver assistito all’omicidio di suo fratello da parte del “papà”.

Nei commenti agli articoli relativi volano mannaie, si invoca la pena di morte o l’inasprimento delle pene e si spera che una volta finito in carcere l’assassino sia preso di mira dagli altri detenuti; qualcuno dà la colpa alle situazioni di “degrado, povertà, disperazione” in cui avrebbero origine simili “tragedie”, qualche altro ribatte indignato menzionando la bieca “cultura tunisina” di cui non sa un piffero (l’uomo ha padre tunisino e madre italiana ed è nato in Italia)… ma la principale responsabile (lo avevate indovinato, lo so) per questi fini socio-psico-tuttologi è la madre dei piccoli. La frase più blanda è qualcosa del tipo “Ha esposto i figli al rischio della presenza di un individuo pericoloso”, il resto sono insulti veri e propri e severe ammende a tutto il genere femminile reo non solo di attirarsi addosso la violenza maschile, ma di “permettere” agli uomini di uccidere i bambini.

Le donne non sono responsabili del comportamento degli uomini: ognuno di noi, femmina o maschio, è responsabile di ciò che sceglie di fare. Le donne e le madri in particolare non sono dotate di super-poteri grazie ai quali possono cambiare magicamente il comportamento dei loro partner, ma dirò di più: non sono dotate neppure di una normale dose di credibilità come esseri umani e come cittadine, perché quando di fatto rendono noto che il partner è “pericoloso” le istituzioni patriarcali dubitano, i poliziotti tentennano, i giudici temporeggiano e qualche idiota abissale sbatte loro in faccia la farlocca “sindrome di alienazione parentale”. Meglio morti che alienati, perdio, come se da figli per detestare un padre violento e desiderare il suo allontanamento dalle nostre vite avessimo bisogno che mamma ci soffi nell’orecchio.

Inoltre, non esistono responsi automatici neuronali o ormonali alle situazioni che inducano a picchiare due bambini per quasi due giorni di fila. La violenza è sempre una scelta. Il signore poteva fermarsi quando voleva. Non ha voluto. E nonostante avesse una storia di violenza non solo domestica alle spalle, che dimostra come l’azione violenta fosse il suo primo responso a qualsiasi “problema”, ancora questa società vuole trovare scusanti (il degrado) e colpevoli alternativi: rifiutando di riconoscere che il controllo coercitivo è una scelta fatta dagli uomini che credono di essere titolati al possesso di donne e bambini, rifiutando di riconoscere che gli uomini che uccidono donne e bambini sono prodotti dalle attitudini patriarcali che hanno appreso e mettono in pratica.

Il sig. Tony Essobdi Bedra era così sicuro dell’approvazione sociale rivolta al suo ruolo superiore di maschio punitore che era solito prendere a calci il piccolo Giuseppe anche di fronte ai suoi conoscenti. Un ragazzo tranquillo con precedenti penali (minuscoli!) che si sentiva legittimato a insegnare “educazione e comportamento” ai figli della sua compagna a bastonate. Probabilmente chiedeva scusa alle signore a cui strappava via la borsetta e non ha mai “tagliato” una dose prima di venderla. Un galantuomo.

Maria G. Di Rienzo

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(“Sorry Feminists – Men Are Better at Murder”, di Sarah Pappalardo per “Reductress”, 19 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

murder

Omicidi insensati accadono ogni giorno e i fatti non mentono: secondo un rapporto delle Nazioni Unite, il 96% dei perpetratori sono maschi. Ora, pensate ai più fantastici omicidi mai accaduti. Chi li ha compiuti? Uomini.

Spiacenti, femministe: nulla distrugge la vostra idea che uomini e donne siano “eguali” quanto l’omicidio.

Se per ventura vi fosse una preponderanza di assassini maschi in un gruppo campione, una tipica lamentosa femminista direbbe che ciò è dovuto a un retaggio di sessismo e a una cultura che scoraggia le donne dal commettere omicidi. Eppure non c’è nulla che tenga lontane le donne dall’omicidio – uomini e donne hanno uguale e abbondante accesso alle armi, il che ha reso l’omicidio più abbordabile per chiunque (bambini piccoli compresi).

Fatevene una ragione, lesbiche: gli uomini commettono più omicidi perché gli uomini sono più bravi a uccidere. I loro cervelli sono semplicemente ideati per ciò. Questa è semplice logica.

Il fatto che gli uomini sono oggettivamente migliori assassini distrugge la vostra intera visione femminista del mondo. Gli uomini sono solo più volenterosi nel dedicarsi a compiti tediosi, come l’apprendere ogni cosa di una persona e pedinare ogni sua mossa per settimane o più, o il cercare modi diversi di costruire bombe rudimentali con tubi di ferro. L’unica cosa che tiene le femmine fuori dal campo dell’omicidio è l’abilità maschile di trovare modi più fighi e migliori di sterminare letteralmente ogni cosa.

Gli uomini hanno raggiunto l’eccellenza in così tanti settori perché sono disposti a rimandare il soddisfacimento dei bisogni di base pur di dominare campi come le scienze matematiche e informatiche. Perciò, perché dovrebbero smettere di far girare il mondo, se fino ad ora lo hanno fatto così bene? Guardate Jeff Bezos o Elon Musk (nda: imprenditori, finanzieri, ecc. – due degli uomini più ricchi del mondo): se non sono esempi loro del fatto che gli uomini sono perfetti in tutto, non so chi lo sia.

Le femministe argomenteranno che le donne sono state tenute fuori dal gioco dell’omicidio perché sono state “molestate” o “scoraggiate” o “a rischio di essere uccise”, ma forse è solo che mancano loro la volontà e l’abilità ossessive per portare a termine il lavoro. Di nuovo, si tratta di pura logica. Vedete, il fanatico archetipico dell’omicidio, quello che pubblica all’infinito meme di scheletri, fucili e sangue o cose del genere “Ammazzerò tutti” su Facebook, sta solo mettendo maggior impegno nell’assassinio della irascibile femminista tipo che cerca di denunciare chiunque le dica quanto fa schifo.

Il modo in cui il mondo funziona è semplice: se ognuno facesse ciò che è più bravo a fare (le abilità delle donne includono la gravidanza, il cucinare la cena, l’implorare gli uomini di smettere di uccidere), staremmo tutti meglio rispetto al femminista e burocratico spreco di tempo e denaro in cui ci troviamo ora. Milioni di dollari sono stati buttati nelle iniziative anti-violenza e nei metodi per ridurre la percentuale di crimini, ma qualcuno si è forse preso una pausa per dire: “Wow, è davvero fottutamente impressionante quanto gli uomini sono bravi a uccidere?”

Voglio dire, date un’occhiata a chi ha vinto ogni guerra nella storia dell’umanità. Coincidenze? Io non credo.

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(“Lesbian ‘witches’ chained and raped by families in Cameroon”, Thomson Reuters Foundation, editing di Katy Migiro, trad. Maria G. Di Rienzo.)

black lesbian pride

Yaounde, 2 ottobre 2018 – Durante un triste servizio domenicale in chiesa, la 14enne Viviane – stanca di lottare contro la sua attrazione per le ragazze – si rassegnò a una conclusione infelice: era stata stregata. A scuola e in chiesa a Yaounde, la capitale del Camerun, le era stato a lungo detto che avere predilezione per il proprio sesso non era solo un peccato, ma anche il segno che un sinistro incantesimo era stato gettato su di te.

“Non vedevo le ragazze come tutti gli altri – ho pensato che uno spirito maligno mi avesse posseduta. – ha detto al telefono a Thomson Reuters Foundation, con una mesta risata, dalla Francia, dove ha chiesto asilo l’anno scorso con l’aiuto della sua fidanzata – Così ho cominciato a pregare per mandarlo via.”

Ma le sue preghiere fallirono. Quattro anno più tardi, Viviane fu incatenata al muro e violentemente stuprata da un uomo che la sua famiglia la forzò a sposare, dopo aver scoperto che era lesbica.

Dal Sudafrica all’India all’Ecuador, persone gay sono sottoposte a “stupro correttivo” dalle loro famiglie, da estranei e da vigilanti che credono l’omosessualità sia una malattia mentale che deve essere “curata”.

A volte, ciò è perpetrato con la copertura delle tenebre o quando il picchiare della pioggia su tetti di latta attutisce le grida, gay del Camerun hanno narrato a Thomson Reuters Foundation. Altre volte è orchestrato da membri della famiglia che regolarmente si fanno “giustizia” da soli, torturando, stuprando e assassinando parenti gay e lesbiche che loro pensano essere streghe o sotto maledizione.

La credenza nella stregoneria è diffusa in Camerun. Anche se è illegale praticare magia nera, le autorità fanno poco per impedire alle famiglie di consultare maghi che compiono sacrifici rituali per “curare” i loro parenti dall’omosessualità.

Le relazioni fra persone dello stesso sesso sono tabù all’interno dell’Africa, che ha alcune delle leggi più proibitive al mondo contro l’omosessualità. Persone gay sono di routine ricattate, assalite e/o stuprate, e subiscono sanzioni penali che vanno dall’imprigionamento alla morte. Un rapporto del 2017 dell’ILGA – International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association, attesta che 33 paesi africani su 54 criminalizzano le relazioni fra persone dello stesso sesso.

Gli atti omosessuali costano cinque anni di prigione in Camerun, dove secondo CAMFAIDS (un gruppo di sostegno LGBT+) almeno 50 persone sono state condannate – fra il 2010 e il 2014 – per crimini che vanno dall’indossare abiti dell’altro sesso a quello dell’uomo che ha inviato un messaggio di testo con scritto “Ti amo” a un altro uomo.

“La violenza anti-LGBT+ sta peggiorando.”, ha detto Michel Engama, direttore di CAMFAIDS, il cui predecessore Eric Ohena Lembembe è stato trovato morto nel 2013 con il collo spezzato e il volto bruciato da un ferro da stiro, come riportato da Human Rights Watch.

Almeno 600 attacchi e reati omofobici sono stati registrati in Camerun lo scorso anno, secondo

Humanity First Cameroon, un’organizzazione che raggruppa associazioni LGBT+, con una lesbica su cinque e un gay su dieci che hanno denunciato di essere stati stuprati. Gli attivisti dicono che la vera dimensione del problema è probabilmente molto peggiore, poiché la maggior parte degli assalti non sono denunciati.

La famiglia di Viviane la picchiò e la frustò dopo aver scoperto i messaggi di testo espliciti che aveva mandato alla sua ragazza. Sua zia e i suoi fratelli la portarono al loro villaggio, dove lo stregone locale la costrinse a bere pozioni a base di sangue di gallina e le inserì peperoncini piccanti nell’ano, giustificando il tutto come un rituale di “purificazione”.

Trovarle un marito che fosse pastore della chiesa era una possibilità di ripulire il nome della famiglia, ha spiegato Viviane. Il fatto che avesse già due mogli e 30 anni più di lei non fu preso in considerazione. “Non ci furono discussioni al proposito. – ha detto, aggiungendo che la famiglia ricevette la “dote” dal pastore ancor prima che lei fosse informata dell’accordo – Per loro, io ero una specie di collana che avevano venduto.”

Sebbene lo stupro sia reato in Camerun, non c’è la possibilità che una simile violazione sia ascritta a un marito, ha detto Viviane: “Un pastore in Camerun è come un dio. Dio non può violentare. E se lo accusi di stupro, il diavolo sei tu.”

Nel mentre Viviane ha ritenuto che la sua miglior opzione fosse fuggire dal paese, Frederique ha parlato pubblicamente dopo aver subito uno stupro di gruppo nel 2016, dopo aver lasciato in taxi un seminario LGBT+ a cui aveva partecipato a Yaounde. Il tassista si fermò per salire un altro uomo e guidò sino a una parte deserta della città, dove entrambi la violentarono mentre la schernivano accusandola di essere una lesbica e una strega.

“Continuavano a urlare che io meritavo quel castigo, che mi stavano correggendo. – ha detto la 33enne, che ha ormai raccontato la sua storia a centinaia di ragazze durante incontri e seminari in Camerun – Se avessi denunciato penalmente, sarei stata vista non come una vittima, ma piuttosto come qualcuna che si era meritata quel che era accaduto.” Frederique crede che la sua decisione di parlare le abbia salvato la vita: “Anche una mia amica è stata stuprata e si è sentita completamente sola, isolata, depressa. Si è quasi uccisa. – dice cercando di trattenere le lacrime – Io avevo pensato di fare lo stesso. Ma ero anche così furibonda. Non volevo che altre ragazze patissero questo, ne fossero vittime come me. Volevo esporre i perpetratori per far finire tutto questo.”

Non è facile, dice anche. Le lesbiche in Camerun vivono ogni giorno in segretezza e prudenza, comunicando con nomi in codice e cambiando di frequente i luoghi pubblici in cui si incontrano. “Continuiamo a lottare, – dichiara – anche se siamo doppiamente discriminate: prima come donne e poi come lesbiche.”

Engama di CAMFAIDS sa che le precauzioni non garantiscono sicurezza e sottolinea come il ventenne Kenfack Tobi Aubin Parfait sia stato picchiato a morte, il mese scorso, da suo fratello maggiore che credeva fosse gay.

“C’è una vera guerra condotta contro di noi. – dice Engama, che riceve regolarmente minacce di morte – Ma continueremo a lottare sino a che si saranno stancati… Nessuno può darci la libertà. Dobbiamo prendercela.”

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Nel 1999, con la risoluzione 54/120, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite accolse la raccomandazione fatta dalla Conferenza mondiale dei ministri responsabile per la gioventù (Lisbona, Portogallo, 8-12 agosto 1998) e dichiarò il 12 agosto Giorno Internazionale della Gioventù. Dedicato ogni anno a un tema differente – costruzione di pace, dialogo, sostenibilità, lavoro, cambiamento climatico ecc. – incoraggia i giovani a costruirvi intorno eventi e a narrare pubblicamente le loro storie al proposito. Il tema del 2018 è stato “Spazi sicuri per la gioventù”: “I giovani hanno bisogno di spazi sicuri dove poter radunarsi, impegnarsi in attività relative ai loro diversi bisogni e interessi, partecipare al processo decisionale ed esprimere liberamente se stessi. Ci sono molti tipi di spazi, ma quelli sicuri sono quelli che garantiscono la dignità e la sicurezza della gioventù.”

Il brano che segue è tratto dalla testimonianza di Kania Mamonto (in immagine), 25enne indonesiana, resa a Angela Singh e Valeriia Voshchevska in occasione del Giorno Internazionale della Gioventù del 2018, per Amnesty International.

kania

“Almeno mezzo milione di persone furono massacrate durante la tragedia del 1965 (1) in Indonesia e il mio lavoro è documentare le storie dei sopravvissuti. Organizzo gruppi comunitari di sopravvissuti e faccio da ponte fra le generazioni. E’ importante che le persone giovani comprendano il passato del nostro paese. Come attivista per i diritti umani, io non voglio vedere ingiustizie. Voglio lavorare con altri, condividere conoscenza e intraprendere azioni, ma essere un’attivista per i diritti umani in Indonesia non è facile.

Lo scorso aprile, partecipavo a un evento culturale assieme a numerosi altri difensori dei diritti umani. Ero la Maestra di Cerimonie (ndt. presentava e conduceva le attività). Un gruppo violento ci ha costretti a barricarci nell’edificio per otto ore di seguito. E’ stato terrificante.

Più di 200 persone erano intrappolate, bambini inclusi. Gli assalitori hanno usato sassi per spaccare le finestre, ci hanno sparato contro e abbiamo rischiato di essere battuti. Dopo il nostro rilascio, la mia faccia era spalmata su tutti i media.

L’intero incidente è stato assai traumatico. Lavoro molto duramente per rendere possibile il cambiamento, ma non è così che la cosa viene percepita all’esterno. Ho imparato a maneggiare quel che è accaduto e voglio istruire la gente sul lavoro che faccio. Se per alcune persone il mio lavoro è un problema, voglio che ne parlino con me in una discussione aperta.

Lottare per ciò in cui credi non ti rende una cattiva persona. Noi vogliamo giustizia ed eguaglianza.”

Maria G. Di Rienzo

(1) Si tratta dell’operato delle “squadre della morte” dell’esercito durante la dittatura di Suharto: omicidi di massa, torture, stupri, lavoro forzato – il tutto diretto a quanti fossero sospettati di essere comunisti o comunque dissidenti. Nel 2016 il Tribunale internazionale dell’Aja non solo ha condannato gli eventi del 1965 come “crimini contro l’umanità”, ma ha indicato con chiarezza i complici esterni di tali crimini: i governi dell’epoca di Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e Australia. Secondo i giudici, gli Usa sostennero l’esercito indonesiano “ben sapendo che era impegnato in un programma di omicidi di massa” e la Gran Bretagna e l’Australia ripeterono e diffusero la propaganda di tale esercito, persino dopo che “era palesemente evidente come omicidi e altri crimini contro l’umanità fossero in corso”.

Se all’annuncio del pronunciamento del Tribunale l’Indonesia fece sapere tramite il suo Ministro per la Sicurezza che nessuno poteva interferire negli affari del paese e che tale paese si sarebbe occupato della questione a modo suo, le tre nazioni summenzionate non commentarono: inoltre, sebbene invitate in precedenza a partecipare alle indagini, snobbarono semplicemente i giudici e non si presentarono.

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marielle franco

“Non un passo indietro”: questo stanno ripetendo le migliaia di dimostranti che hanno riempito le strade del Brasile dopo l’assassinio di Marielle Franco: 38enne donna politica (nel governo municipale di Rio de Janeiro, quinta per numero di voti ed eletta nel 2016), lesbica, nera, femminista, attivista per i diritti umani.

rio de janeiro

(la protesta a Rio, foto di Leo Correa/AP)

Mercoledì sera nove colpi sono stati sparati da due uomini in automobile contro quella in cui Marielle viaggiava, uccidendo lei e l’autista Anderson Pedro Gomes e ferendo la giornalista seduta dietro.

Marcelo Freixo, membro dello stesso partito – Socialismo e Libertà – e dell’assemblea legislativa della città, si è recato sulla scena del crimine non appena ha saputo che la sua amica era stata uccisa: “Si è trattato chiaramente di un’esecuzione. – ha detto alla stampa – I colpi erano tutti diretti contro di lei. Chi ha sparato è un professionista.”

Marielle era diventata la voce dei poveri delle favelas, la principale voce critica contro la militarizzazione della città (da un mese è l’esercito che garantisce la “sicurezza” a Rio de Janeiro) e la violenza.

“Marielle era il simbolo delle nostre più grandi conquiste. – così la ricorda Daiene Mendes, 28enne studente di giornalismo e attivista nella favela “Complexo do Alemão” – Una donna come noi, una donna nera che da una favela proveniva, che aveva una grande forza nell’affrontare gli ostacoli istituzionali della politica che ci hanno sempre tenute distanti.”

In strada a protestare ci sono i sindacati, le femministe, il popolo di sinistra, le comunità più impoverite e disperate. L’assassinio di Marielle Franco è un colpo durissimo per la giustizia, la libertà, l’eguaglianza: ma queste persone stanno gridando che non faranno un singolo passo indietro. Marielle sta ancora insegnando loro che indietro non si torna.

tributo

(foto di Marcelo Sayao/EPA)

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(“Rosie did everything right. Yet here we are.”, di Clementine Ford per il Sydney Morning Herald, 23 febbraio 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

rosie

Rosie Batty probabilmente non si era mai aspettata di diventare un tale rinomato volto dell’attivismo anti-violenza in Australia. Penso sia onesto dire che non è una vita che chiunque sceglierebbe di vivere, considerando in particolare le condizioni che hanno condotto a essa. Ma durante gli ultimo quattro anni, lei è stata una forza instancabile su cui fare affidamento.

Nel 2014, l’ex marito di Batty bastonò e pugnalò a morte il loro figlio Luke, mentre l’11enne si stava allenando a cricket. Greg Anderson morì più tardi in ospedale di una combinazione di spari della polizia e di pugnalate autoinflitte. La settimana scorsa, Batty ha annunciato che abbandonerà la fondazione da lei creata in nome di Luke. Come ha detto a Fairfax Media, “E’ inarrestabile ed enorme ciò che ha ancora bisogno di cambiare. Una singola persona può fare solo quel tanto – i governi devono fare molto di più. Ci vorranno generazioni prima che noi si veda un cambiamento significativo. Questa sola prospettiva mi rende esausta.”

La relazione di Batty con Anderson era caratterizzata dalla violenza, ma finì quando lui la aggredì fisicamente poco dopo la nascita di Luke. Durante gli anni, Batty permise a Anderson di mantenere una relazione con il loro figlio, nonostante avesse chiesto numerosi interventi al tribunale per se stessa. Nel 2013, dopo che Anderson aveva minacciato Luke con un coltello, Batty chiese infine al tribunale di intervenire per la protezione sia propria sia del figlio. Ma sebbene l’ordine fosse stato inizialmente deliberato, Anderson ebbe successo nel rovesciarlo in tribunale e gli fu garantito l’accesso a Luke in pubblico, mentre il bambino faceva sport.

So che le circostanze dell’omicidio di Luke sono assai note, ma menziono questi dettagli di nuovo per sottolineare quanto sia differente la realtà dalla narrazione che circola attorno ai tribunali familiari, fatta di padri afflitti e donne vendicative. I Men’s Rights Activists – MRA (incluso Mark Latham, che ha condotto una campagna ostile e diffamatoria contro Batty per anni) amano sostenere che le donne manipolano il sistema e inventano denunce di violenza per punire gli uomini.

I membri dell’MRA usano questo come mezzo per chiudere ogni discussione sulla violenza domestica, nel mentre perpetuano il mito categoricamente infondato che gli uomini sono trattati male dal sistema giuridico dei tribunali familiari.

Batty stessa ha dovuto sopportare queste accuse (le quali, ironicamente, fanno il paio con altre che la ritengono responsabile di aver messo in pericolo Luke permettendogli di vedere suo padre). La verità è che nel mentre Batty riconosceva come Anderson fosse una minaccia alla sua sicurezza personale, sapeva anche che non aveva mai agito in modo violento contro Luke, sino al momento in cui brandì il coltello nel 2013. Perciò lei permise ai due di mantenere il contatto e diede loro sostegno affinché continuassero ad avere una relazione familiare. Fu quando il comportamento minaccioso di Anderson si espanse sino a includere Luke che lei cercò di impedirgli di vederlo – e persino allora, la corte si espresse ultimamente a parziale favore dell’uomo.

Batty ha fatto tutto quel che viene detto alle donne di fare, nonostante i messaggi siano spesso contraddittori. Ha lasciato l’uomo che abusava di lei. Ha incoraggiato la relazione fra figlio e padre tentando nel contempo di proteggere il suo bambino. Pure, Anderson è stato ancora in grado di infliggerle il castigo finale più brutale per essersi sottratta al suo controllo – derubandola del suo amato figlio.

E nelle ulteriori conseguenze negative, Batty ha sopportato abusi riprovevoli, le aggressioni dei “troll”, accuse senza prova alcuna di frode e, in modo pressoché inconcepibile, numerose accuse di essere solo un’altra odiatrice di uomini che cerca attenzione, succhiando al (supposto) capezzolo d’oro della macchina femminista capitalista. Il “trolling” ha continuato a crescere sino a che lei ha annunciato la sua decisione di abbandonare.

Nonostante l’abuso mirato contro di lei, Batty si alza ogni giorno e continua a sopravvivere al più immorale degli atti di violenza perpetrati contro di lei. Per quattro lunghi anni, ha fatto questo sotto l’occhio dell’opinione pubblica, perché era troppo importante per lei tentare di trarre, dall’omicidio di Luke, qualcosa che potesse rappresentare un cambiamento durevole. Lo ha fatto anche mentre Latham le dava viziosamente la caccia sul trattamento dei membri della Fondazione e il “furto” di fondi, affermazioni che devono ancora essere provate con fonti disponibili a testimoniare. Le sue bizzarre fantasia sono state completamente negate dai membri dello staff e da un revisore contabile indipendente, ma lui è riuscito comunque a incensare la collezione di lunatici che lo considerano una sorta di “giornalista” devoto alla verità. A propria volta, non hanno perso tempo nel dirigere le loro grottesche teorie “cospirazioniste” verso Batty. Non dimenticate che Latham è la persona che siamo stati vicini a eleggere come Primo Ministro nel 2004 – un uomo che ha usato il suo rancoroso odio per le femministe per perseguitare accanitamente una donna a cui l’ex partner ha ucciso il figlio davanti ai suoi occhi perché che lei avesse correttamente nominato la violenza maschile come il problema lo aveva fatto arrabbiare.

Di fronte a tutto quel che ha dovuto sopportare, chi può biasimarla quando se ne va?

Come nazione, dovremmo vergognarci di sapere che una donna che ha dato così tanto (e a cui è stato tolto così tanto) sia stata forzata ad abbandonare un lavoro essenziale dalla brutalità della scena dei commenti pubblici e dai suoi prominenti guru. E’ rivoltante che la vita di Batty consista ora non solo di dolore ma anche dell’odio tossico di troll, membri dell’MRA e misogini come Latham. Questo è il prezzo che persone come lei pagano nel tentare di fare ciò per cui nessun altro ha il coraggio necessario.

Rosie Batty, grazie per il servizio che hai reso. Sei un’eroina e un essere umano esemplare. Il tuo lavoro non sarà dimenticato. Grazie al tuo coraggio e alla tua persistenza, neppure Luke lo sarà.

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