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(“The myth of sex work is distorting the voices of the exploited women”, di Julie Bindel, autrice di “The Pimping of Prostitution: Abolishing the Sex Work Myth” – citato all’inizio dell’articolo, in immagine – per The New Statesman, 5 settembre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

bindel cover

Durante i viaggi di ricerca per il mio libro sul commercio sessuale globale, ho incontrato accesi “movimenti per i diritti delle sex worker” nel sud planetario, specificatamente nell’Africa dell’est e del sud, in India, Corea del Sud e Cambogia.

Mi è stato detto da alcuni dei loro attivisti che la posizione abolizionista era “femminismo bianco” e che tali femministe, incluse le sopravvissute al commercio sessuale nere, asiatiche e indigene, stavano imponendo una visione colonialista del “lavoro sessuale” alla gente di colore coinvolta nel commercio sessuale.

In risposta alle critiche sull’adozione da parte di Amnesty International di una generalizzata decriminalizzazione del commercio sessuale Kenneth Roth, il direttore di Human Rights Watch, scrisse su Twitter: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?” Roth ottenne molto sostegno alla sua dichiarazione, ma anche un bel po’ di dissenso. Una delle molte risposte venute da attivisti per i diritti umani fu quella della sopravvissuta al commercio sessuale Rachel Moran, che chiese: “Roth, non diresti che – se una persona non può permettersi di nutrire se stessa – la cosa giusta da mettere nella sua bocca sia il cibo e non il tuo uccello?”

Ruchira Gupta è la fondatrice di Apne Aap, un’ong che si dedica alla prevenzione della prostituzione intergenerazionale in India e dà sostegno a più di 20.000 donne e ragazze vulnerabili. Secondo Gupta, l’India è usata come sito per provare e testare le politiche neoliberiste pro-prostituzione, perché le donne che si prostituiscono in città come Calcutta, Mumbai e Delhi sono deprivate e senza voce. Nel marzo 2015, all’inizio della sessione della Commissione sullo Status delle Donne, Gupta fu “avvisata” da un alto funzionario delle Nazioni Unite mentre si recava ad accettare un premio importante per il suo lavoro. Le fu detto che andava bene menzionare il “traffico di esseri umani” ma la prostituzione no, perché avrebbe offeso chi considerava il “sex work” un lavoro.

Ma Gupta rifiutò di arrendersi, poiché aveva ormai visto da un po’ di anni come la lobby pro-prostituzione distorceva la realtà sul commercio sessuale nel suo paese. “In India, il termine sex worker ci è stato letteralmente inventato sotto il naso. – dice Gupta – Non c’era alcuna donna o ragazza povera (in India) che pensasse che “sesso” e “lavoro” dovrebbero andare insieme. I magnaccia e i proprietari dei bordelli che percepivano stipendi cominciarono a chiamare se stessi “sex workers” e divennero membri dello stesso sindacato, assieme ai clienti.”

Durante un viaggio di ricerca in Cambogia, ho fatto in modo di incontrare un gruppo di donne tramite la Rete delle Donne per l’Unità (RDU). Questa ong, che ha sede a Phnom Penh, dice di rappresentare 6.500 “sex workers” cambogiane che stanno facendo campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale. Una donna membro del consiglio direttivo dell’RDU decise di partecipare all’incontro. Durante le due ore che passammo insieme lei parlò per le donne e sopra di esse, apparendo frustrata e irritata quando io dirigevo le mie domande a loro e non a lei.

Le donne avevano una disperata volontà di raccontare le loro storie di violenza quotidiana e abusi che subiscono dai clienti. Tutte mi dissero quanto odiavano vendere sesso per vivere. Chiesi alle donne quali erano i benefici dell’appartenere al sindacato e mi fu risposto non da loro, ma dal membro dell’RDU: parlò fermamente per cinque minuti, ignorando ogni interruzione da parte delle donne. “Se sono picchiate dalla polizia viene loro fornito addestramento legale sui loro diritti; se sono arrestate l’RDU fornisce loro cibo durante il periodo in cui non possono lavorare e se una delle donne muore noi provvediamo la bara.”, spiegò.

Conoscere i loro diritti aveva dato loro “potere”, mi fu detto. Le donne non sembravano “potenziate”. Alcune erano rimaste incinte dei loro clienti e si stavano prendendo cura dei bambini. Tre erano positive al virus HIV. Tutte erano state stuprate in molteplici occasioni. Ognuna di loro mi disse che avrebbe potuto uscire dalla prostituzione se solo avesse avuto 200 dollari per comprare documenti formali d’identificazione, giacché questo era l’unico modo di assicurarsi un impiego legittimo nell’industria dei servizi o in una fabbrica. Nessuna delle donne conosceva la campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale e tutte mi dissero che volevano uscire da esso.

Nessuna delle donne, mi confermò la traduttrice, usava il termine “sex work” per descrivere ciò che faceva o il termine “sex worker” per descrivere ciò che era. Uno degli scopi dell’RDU è lo “sfidare la retorica che circonda il lavoro sessuale, in particolare quella collegata al movimento anti-traffico di esseri umani e alla “riabilitazione” delle sex workers.” Tutte le donne mi chiesero se potevano ottenere aiuto per sfuggire al commercio sessuale. Nel frattempo, membri e staff pagato dell’RDU viaggiavano per la regione, tenendo conferenze sui “diritti delle sex workers” e distorcendo le voci di donne sfruttate.

Questa ong sembra considerare il concetto dei “diritti delle sex workers” superiore e situato oltre l’importanza delle vite delle donne stesse. Ho chiesto al loro membro se pianificavano di raccogliere fondi per aiutare le donne a uscire dalla prostituzione. Mi ha risposto: “No.”

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Non in ombra

(“Me”, di Sutapa Chaudhuri, poeta femminista bilingue – bengali e inglese – contemporanea. Docente, saggista, traduttrice, vive in India con il marito e la figlia. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

dipinto di katie m. berggren

Io sono una donna uguale

a te

solo non credo

nel portare addosso un marchio

nell’assumere un’identità forzata

un sé imposto

parassitario

nel rinunciare alla mia libertà

perdendo me stessa nelle solitarie tristezze della vita

Io sono una madre uguale

a te

solo credo

nel mantenere il mio spazio

le mie caratteristiche

fondere la mia vita con quella di mia figlia

proiettando i miei sogni, le mie paure

semplicemente non fa per me

le lascio in eredità delle radici

le regalo anche ali

voglio vederla crescere

lasciate crescere anche me al suo fianco

lasciateci crescere insieme ma non l’una all’ombra dell’altra

così che entrambe non si debba morire

di una morte istupidente.

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(tratto da: “If I am to live through an afterlife it should be as a churel demon, so I can seek vengeance on behalf of mistreated women across the globe”, di Sarah Khan per “Wear Your Voice”, 2 agosto 2017. Sarah, scrittrice-editrice, vive a Toronto in Canada e, nelle sue stesse parole, è “una femminista rompiballe e una groucho-marxista”. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

churel

Come per tutte le altre culture, l’Asia del Sud ha la sua propria serie di mostri ultraterreni atti a spaventare bambini (e anche qualche adulto). Nessuno di essi ha mai realmente spaventato me, perché tutti sembrano avere una ragione per essere quel che sono. Quella che mi affascina di più fra loro è la churel.

La leggenda della churel, a quanto si dice, ha avuto inizio in Persia, ma attualmente è più presente nell’Asia del Sud, in modo particolare in India, Pakistan e Bangladesh. Si narra che sia lo spirito di una donna a cui è stato fatto torto, di solito una donna morta di parto o subito dopo il parto. Una donna può anche tornare come churel se è stata maltrattata dai parenti durante la sua vita o se non ha mai avuto soddisfazione sessuale.

La churel è una creatura dall’aspetto orrendo di base, ma può prendere qualsiasi forma le aggradi. In Pakistan, alla sua leggenda è aggiunto il particolare che non può cambiare però i suoi piedi, che sono volti all’indietro. Generalmente, la churel prende la forma di una donna “tradizionalmente bella” per attirare gli uomini in zone isolate delle foreste. La maggior parte del folklore narra che lo fa per vendetta, torna per uccidere i maschi della famiglia, a cominciare da quelli che hanno abusato di lei quando era viva. A causa della paura della churel, le famiglie sentivano di dover avere buona e speciale cura delle parenti donne, come le nuore, e in particolar modo di quelle incinte. La churel diventa la ragione per cui le donne sono trattate da esseri umani nelle loro famiglie.

Il fatto che delle persone abbiano necessità di essere terrorizzate da una leggenda urbana per essere decenti con le donne nella loro famiglia è in se stesso scioccante, ma a me piace pensare che la leggenda sia stata creata dalle donne, per indurre gli uomini – tramite il timore – a trattarle da esseri umani. Le donne sono state considerate cittadine di seconda classe e poco più di incubatrici per bambini per lungo tempo, perciò non mi sento di biasimarle per aver potenzialmente creato una demone terrificante.

L’idea di una demone-strega che può cambiare forma e attirare gli uomini verso la loro dipartita esiste in una cultura così vistosamente misogina da risultare tonificante. Come creatura probabilmente fittizia (dico “probabilmente” perché a livello personale vorrei così tanto crederla reale), la churel sta facendo ciò che molte donne (e uomini) viventi non sono in grado di fare: reclamare per se stesse/i un trattamento umano ed egualitario.

Sebbene io sia stata trattata davvero bene dalla mia famiglia durante la mia vita, se avrò esistenza nell’aldilà una parte di me desidera che tale esistenza sia quella di una demone churel, per poter vendicare le donne maltrattate su tutto il pianeta.

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Urvashi Butalia

Il 28 agosto prossimo Urvashi Butalia (in immagine) andrà a Weimar, in Germania, per ricevere un premio conferito dal Goethe-Institute alle persone che “hanno mostrato eccezionale competenza nella lingua tedesca così come nello scambio culturale internazionale”. E’ la terza a ricevere questa onorificenza.

E’ una bella notizia per lei, ma anche per noi tutte: perché Urvashi è una scrittrice / editrice femminista da più di trent’anni. Nelle motivazioni del riconoscimento, il Goethe-Institute definisce il suo libro “L’altro lato del silenzio” “uno dei testi più influenti negli studi sull’Asia del sud ad essere stato pubblicato (…) che sottolinea il ruolo della violenza contro le donne in un’esperienza collettiva di tragedia”.

Urvashi ha co-fondato con Ritu Menon la prima casa editrice femminista indiana, Kali for Women, nel 1984 ed è attualmente l’editrice di Zubaan Books, fondata nel 2003 e concentrata nel diffondere libri per adulti e bambini che sfidano tabù sociali e stereotipi di genere.

Urvashi Butalia non mai perso energia, determinazione e speranza: negli anni ’80 dello scorso secolo il suo lavoro ha tracciato le proteste anti-dote e le campagne contro stupro e violenza domestica e, verso la fine del decennio, le dimostrazioni contro il riaffacciarsi del “sati” (la tradizione per cui la vedova brucia viva sulla pira del defunto marito) e la legislazione che indeboliva significativamente i diritti delle donne musulmane nei casi di divorzio; negli anni ’90 il lavoro si è concentrato sull’ascesa del femminismo fra le donne Dalit (la casta degli “intoccabili”) e la crescente preoccupazione per le pratiche di feticidio e infanticidio femminile; dal 2000 in poi Urvashi è stata giusto nel mezzo di tutte le lotte dei movimenti popolari del suo paese per l’accesso alla sanità, per la riforma agraria, per il mantenimento delle foreste, e ha scritto di come la violenza contro le donne sia ritenuta sempre più accettabile – dall’interno delle loro case a qualsiasi spazio pubblico – da fondamentalisti e politici di vari gruppi, così come sono in aumento i tentativi di limitare ogni loro libertà nel nome della “sicurezza”.

Urvashi ha narrato nelle interviste che, quando era bambina, i pasti preparati dalle donne erano serviti per primi ai maschi della famiglia e le femmine dovevano mangiare i loro avanzi. La sua nonna paterna “vedeva la nuora come qualcuno da schiacciare, un’arrampicatrice che era arrivata senza dote” e controllava questo processo. Ma quando nel pomeriggio schiacciava un pisolino, le bambine rubavano le chiavi dei contenitori del cibo: “Mia madre ci incoraggiava a farlo. – racconta ancora Urvashi – Diceva di non poter assolutamente permettere che le sue figlie facessero la fame nella sua stessa casa. Io non avevo una parola per questo, non conoscevo la parola “femminismo” allora, ma ho imparato da mia madre che non c’è nulla di naturale nella discriminazione e che deve essere combattuta.”

Maria G. Di Rienzo

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Per andare a scuola (secondaria superiore) dal loro villaggio devono camminare tre chilometri. Ma sono tre chilometri di calvario, perché uomini e ragazzi – specialmente in moto, con i caschi che nascondono i loro volti – le molestano e le aggrediscono per tutta la strada. L’anno scorso, nello stesso distretto, una studente fu stuprata mentre si recava a lezione e le sue coetanee di due paesini smisero completamente di andare a scuola.

Anche le ragazze di Gothera Tappa Dahena, il villaggio indiano di cui si tratta hanno smesso di andare a scuola, ma perché stanno protestando. Dopo aver denunciato le loro difficoltà alle autorità scolastiche (sorde) e al consiglio di villaggio (il capo è solidale ma non ha potere / giurisdizione bastanti a intervenire con successo), sono entrate in sciopero della fame da mercoledì 10 maggio.

School Girls

Sono circa 80, quattro si sono sentite male e sono state portate in ospedale il venerdì successivo. A tutt’oggi le altre resistono, anche alle diffamazioni dei funzionari del distretto scolastico che le giudicano povere “bambine messe su” dai genitori e dal capo villaggio. Oltre al rispetto per le loro persone e alla libertà dalla violenza maschile, le studenti stanno chiedendo che il liceo del loro villaggio sia ampliato alle classi superiori, di modo da evitare la passeggiata delle forche caudine verso Kanwali.

In qualche modo stanno rispondendo anche all’orrore di un nuovo femicidio con annesso stupro brutale commesso ai danni di una ventenne della loro zona. La madre disperata di costei ha chiesto alle altre madri indiane, tramite la stampa, di non mettere al mondo figlie perché altrimenti arriveranno molto probabilmente a vivere quel che lei sta vivendo… ma queste ottanta figlie determinate a lottare e vincere, anche a costo di sacrificare la propria salute o persino la propria esistenza, le danno completamente torto: ognuna di loro è una torcia ardente nel buio, un segnale di speranza, una creatura preziosa per unicità e coraggio. Il mondo non può fare a meno di nessuna di loro. Maria G. Di Rienzo

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(“Four days after mass molestations in Bangalore, India, the country’s men had managed to turn the attention to themselves, using the NotAllMen hashtag”, di Awanthi Vardaraj per Wear Your Voice, 27 gennaio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Le celebrazioni per l’anno nuovo a Bangalore sono state rovinate da un’altra brutta serie di molestie di massa, il terzo incidente del genere che accade in India. Mentre le donne camminavano per le strade della loro città, festeggiando con amici e familiari, uomini in massa sciamavano su di loro e afferravano con le mani qualsiasi cosa vedessero. E’ stato un chiaro e ovvio messaggio, uno di quelli con cui le donne indiane hanno orrenda familiarità: vengo, vedo, prendo.

Sebbene la polizia indiana fosse presente, le donne hanno testimoniato che i poliziotti non sono stati nulla di più di spettatori muti. Anche quando erano armati, se ne sono rimasti a guardare mentre questi uomini afferravano e palpeggiavano le donne attorno a loro in impunità. Donne che singhiozzavano e urlavano hanno tentato di scappare verso la polizia, ma persino quando gli uomini le tiravano indietro per continuare a molestarle e palparle i poliziotti non hanno fatto nulla per proteggerle. Più tardi, la polizia di Bangalore ha dichiarato che i suoi agenti erano in assoluta inferiorità numerica.

Mentre le notizie giravano il primo di gennaio e il paese era comprensibilmente furibondo, l’attenzione è transitata dalle molestie e dagli assalti sessuali a – lo avevate capito – gli uomini indiani. L’hashtag #NotAllMen (Ndt: Non tutti gli uomini, da ora in avanti sempre tradotto) è diventato un trend attorno al 3 di gennaio, presumibilmente in risposta a tutta l’attenzione che gli uomini stavano fronteggiando come risultato delle molestie di massa, e in men che non si dica ha scavalcato l’istanza reale in questione. Arrivati al quarto giorno di gennaio 2017, l’attenzione era concentrata solamente sul #Non tutti gli uomini anziché sul #Quel che è accaduto a Bangalore non deve accadere mai più.

Come tattica per chiudere la conversazione in corso, questa è spaventosamente efficace ed è una tattica che abbiamo visto all’opera innumerevoli volte. Si parla di stupro? Be’, pensate un po’? #Non tutti gli uomini! Forse l’argomento di cui si tratta sono le donne single che hanno difficoltà a trovare un appartamento in affitto nelle città indiane (come è capitato a me) ma ad ogni modo si può stare sul tetto più vicino che si riesce a trovare e urlare #Non tutti gli uomini nell’abisso.

Questa non è la prima volta in cui una conversazione sulle donne e sulle istanze delle donne viene fatta deragliare e diventa una conversazione sugli uomini e, tristemente, non sarà l’ultima. Non è la prima volta che gli uomini sentono il bisogno di giustificarsi dicendo di non essere mostruosi come le loro controparti in effetti responsabili delle molestie, come se ciò in qualche modo garantisse loro un biscotto (Ndt.: una ricompensa). Invece di mettersi tranquilli e di lasciar parlare le donne gli uomini indiani, come al solito, hanno dominato la conversazione.

Tuttavia, è importante che chiunque senta il bisogno di ripetere #Non tutti gli uomini come un disco rotto sappia di giocare un ruolo nella società in cui vive, un ruolo vitale. Invece di compiere un furbo passo indietro quando lo sguardo è su di loro, questi uomini potrebbero forse fare un passo avanti. Per aiutarli a fare proprio questo, ho compilato per loro una comoda lista usando il loro stesso stizzoso hashtag: si chiama #YesAllMen (Ndt: Sì tutti gli uomini, da ora in avanti sempre tradotto).

#Sì tutti gli uomini devono rispettare l’autonomia di un corpo femminile.

#Sì tutti gli uomini si mostreranno e saranno contati.

#Sì tutti gli uomini si solleveranno e parleranno in favore delle donne.

#Sì tutti gli uomini non si aspetteranno ricompense per il solo fatto di essere uomini.

#Sì tutti gli uomini riconosceranno i loro immensi privilegi e li useranno per fare del bene, non del male.

#Sì tutti gli uomini capiranno che il consenso è obbligatorio.

#Sì tutti gli uomini lavoreranno per mettere fine alla discriminazione di genere.

#Sì tutti gli uomini non devono più stare a guardare, ma impegnarsi attivamente nella lotta per l’eguaglianza di genere.

#Sì tutti gli uomini smetteranno di usare le donne e parti dei corpi delle donne come mezzi per insultare altri uomini.

#Sì tutti gli uomini lotteranno attivamente contro la misoginia e aiuteranno a metter fine alle pratiche misogine.

#Sì tutti gli uomini sosterranno le donne nelle loro vite, nel contempo educando altri uomini.

Sicuramente questa non è una lista esaustiva, ma è un grande punto di partenza. Può essere utile averla a portata di mano per la prossima volta in cui gli uomini vorranno giocare la carta #Non tutti gli uomini; forse si asterranno dal farlo e penseranno a #Sì tutti gli uomini.

Cordiali saluti da #Sì tutte le donne.

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meenakshi

La chiamano “La nonna delle spade” e non è soprannome denigratorio bensì affettuoso: Meenakshi Raghavan è considerata con grande rispetto nella sua comunità e, grazie a recenti interviste e articoli, la sua storia sta facendo il giro dell’India e del mondo.

Ora ultrasettantenne, da bambina spiccava fra i suoi coetanei in un modo “non consono” ai pregiudizi sociali di genere dell’epoca. Apprendendo mosse dell’arte marziale detta kalaripayattu (o kalari) tramite la sola osservazione dei praticanti, Meenakshi era poi più brava a metterle in pratica dei bambini maschi che ricevevano istruzione al proposito. Sapeva benissimo di essere considerata strana ma era determinata, nelle sue stesse parole, a “non essere lasciata fuori”. Suo padre la spalleggiò e Meenakshi fu in grado di allenarsi propriamente.

Oggi insegna a 150 studenti di ambo i sessi in tre differenti classi, ogni giorno: “Di che genere sei e da che gruppo vieni sono dati totalmente irrilevanti. – ha spiegato alla stampa – Quel che conta è l’età. Prima cominci, più competente diventi.” Umile quanto capace e persistente, Meenakshi dichiara di essere lei stessa ancora una studente, perché “non c’è mai fine al processo di apprendimento”.

Il kalari, che è intessuto storicamente nella cultura indiana e si concentra sull’autodifesa, è visto e vissuto come qualcosa di più profondo di una serie di tecniche di combattimento e comprende per esempio lezioni sulla guarigione psicologica e fisica. Meenakshi sa quanto questo sia importante per le sue allieve di sesso femminile (circa un terzo del totale, dai 6 ai 26 anni) in un paese in cui la violenza di genere registra percentuali da incubo: “Fare quello che è bene per te è spesso una sfida difficile per una donna.” dice, e si dichiara impegnata a “potenziare quante più donne possibile, il più a lungo possibile.”

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“Io mi considero una donna forte – aggiunge – e mi muoverò sempre in avanti, fronteggiando qualsiasi ostacolo mi venga opposto. La mia famiglia e la mia comunità mi sono di grande sostegno e da ciò viene la mia fiducia. Grazie al cielo so come stare in salute e prego di stare ancora meglio, di modo da insegnare a quante/i più studenti posso.”

Cielo, se stai ascoltando, ti prego anch’io di conservarci a lungo questa Maestra. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: DnaIndia, Your Story, News 18, Upworthy, Times of India)

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