Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘india’

Per andare a scuola (secondaria superiore) dal loro villaggio devono camminare tre chilometri. Ma sono tre chilometri di calvario, perché uomini e ragazzi – specialmente in moto, con i caschi che nascondono i loro volti – le molestano e le aggrediscono per tutta la strada. L’anno scorso, nello stesso distretto, una studente fu stuprata mentre si recava a lezione e le sue coetanee di due paesini smisero completamente di andare a scuola.

Anche le ragazze di Gothera Tappa Dahena, il villaggio indiano di cui si tratta hanno smesso di andare a scuola, ma perché stanno protestando. Dopo aver denunciato le loro difficoltà alle autorità scolastiche (sorde) e al consiglio di villaggio (il capo è solidale ma non ha potere / giurisdizione bastanti a intervenire con successo), sono entrate in sciopero della fame da mercoledì 10 maggio.

School Girls

Sono circa 80, quattro si sono sentite male e sono state portate in ospedale il venerdì successivo. A tutt’oggi le altre resistono, anche alle diffamazioni dei funzionari del distretto scolastico che le giudicano povere “bambine messe su” dai genitori e dal capo villaggio. Oltre al rispetto per le loro persone e alla libertà dalla violenza maschile, le studenti stanno chiedendo che il liceo del loro villaggio sia ampliato alle classi superiori, di modo da evitare la passeggiata delle forche caudine verso Kanwali.

In qualche modo stanno rispondendo anche all’orrore di un nuovo femicidio con annesso stupro brutale commesso ai danni di una ventenne della loro zona. La madre disperata di costei ha chiesto alle altre madri indiane, tramite la stampa, di non mettere al mondo figlie perché altrimenti arriveranno molto probabilmente a vivere quel che lei sta vivendo… ma queste ottanta figlie determinate a lottare e vincere, anche a costo di sacrificare la propria salute o persino la propria esistenza, le danno completamente torto: ognuna di loro è una torcia ardente nel buio, un segnale di speranza, una creatura preziosa per unicità e coraggio. Il mondo non può fare a meno di nessuna di loro. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“Four days after mass molestations in Bangalore, India, the country’s men had managed to turn the attention to themselves, using the NotAllMen hashtag”, di Awanthi Vardaraj per Wear Your Voice, 27 gennaio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Le celebrazioni per l’anno nuovo a Bangalore sono state rovinate da un’altra brutta serie di molestie di massa, il terzo incidente del genere che accade in India. Mentre le donne camminavano per le strade della loro città, festeggiando con amici e familiari, uomini in massa sciamavano su di loro e afferravano con le mani qualsiasi cosa vedessero. E’ stato un chiaro e ovvio messaggio, uno di quelli con cui le donne indiane hanno orrenda familiarità: vengo, vedo, prendo.

Sebbene la polizia indiana fosse presente, le donne hanno testimoniato che i poliziotti non sono stati nulla di più di spettatori muti. Anche quando erano armati, se ne sono rimasti a guardare mentre questi uomini afferravano e palpeggiavano le donne attorno a loro in impunità. Donne che singhiozzavano e urlavano hanno tentato di scappare verso la polizia, ma persino quando gli uomini le tiravano indietro per continuare a molestarle e palparle i poliziotti non hanno fatto nulla per proteggerle. Più tardi, la polizia di Bangalore ha dichiarato che i suoi agenti erano in assoluta inferiorità numerica.

Mentre le notizie giravano il primo di gennaio e il paese era comprensibilmente furibondo, l’attenzione è transitata dalle molestie e dagli assalti sessuali a – lo avevate capito – gli uomini indiani. L’hashtag #NotAllMen (Ndt: Non tutti gli uomini, da ora in avanti sempre tradotto) è diventato un trend attorno al 3 di gennaio, presumibilmente in risposta a tutta l’attenzione che gli uomini stavano fronteggiando come risultato delle molestie di massa, e in men che non si dica ha scavalcato l’istanza reale in questione. Arrivati al quarto giorno di gennaio 2017, l’attenzione era concentrata solamente sul #Non tutti gli uomini anziché sul #Quel che è accaduto a Bangalore non deve accadere mai più.

Come tattica per chiudere la conversazione in corso, questa è spaventosamente efficace ed è una tattica che abbiamo visto all’opera innumerevoli volte. Si parla di stupro? Be’, pensate un po’? #Non tutti gli uomini! Forse l’argomento di cui si tratta sono le donne single che hanno difficoltà a trovare un appartamento in affitto nelle città indiane (come è capitato a me) ma ad ogni modo si può stare sul tetto più vicino che si riesce a trovare e urlare #Non tutti gli uomini nell’abisso.

Questa non è la prima volta in cui una conversazione sulle donne e sulle istanze delle donne viene fatta deragliare e diventa una conversazione sugli uomini e, tristemente, non sarà l’ultima. Non è la prima volta che gli uomini sentono il bisogno di giustificarsi dicendo di non essere mostruosi come le loro controparti in effetti responsabili delle molestie, come se ciò in qualche modo garantisse loro un biscotto (Ndt.: una ricompensa). Invece di mettersi tranquilli e di lasciar parlare le donne gli uomini indiani, come al solito, hanno dominato la conversazione.

Tuttavia, è importante che chiunque senta il bisogno di ripetere #Non tutti gli uomini come un disco rotto sappia di giocare un ruolo nella società in cui vive, un ruolo vitale. Invece di compiere un furbo passo indietro quando lo sguardo è su di loro, questi uomini potrebbero forse fare un passo avanti. Per aiutarli a fare proprio questo, ho compilato per loro una comoda lista usando il loro stesso stizzoso hashtag: si chiama #YesAllMen (Ndt: Sì tutti gli uomini, da ora in avanti sempre tradotto).

#Sì tutti gli uomini devono rispettare l’autonomia di un corpo femminile.

#Sì tutti gli uomini si mostreranno e saranno contati.

#Sì tutti gli uomini si solleveranno e parleranno in favore delle donne.

#Sì tutti gli uomini non si aspetteranno ricompense per il solo fatto di essere uomini.

#Sì tutti gli uomini riconosceranno i loro immensi privilegi e li useranno per fare del bene, non del male.

#Sì tutti gli uomini capiranno che il consenso è obbligatorio.

#Sì tutti gli uomini lavoreranno per mettere fine alla discriminazione di genere.

#Sì tutti gli uomini non devono più stare a guardare, ma impegnarsi attivamente nella lotta per l’eguaglianza di genere.

#Sì tutti gli uomini smetteranno di usare le donne e parti dei corpi delle donne come mezzi per insultare altri uomini.

#Sì tutti gli uomini lotteranno attivamente contro la misoginia e aiuteranno a metter fine alle pratiche misogine.

#Sì tutti gli uomini sosterranno le donne nelle loro vite, nel contempo educando altri uomini.

Sicuramente questa non è una lista esaustiva, ma è un grande punto di partenza. Può essere utile averla a portata di mano per la prossima volta in cui gli uomini vorranno giocare la carta #Non tutti gli uomini; forse si asterranno dal farlo e penseranno a #Sì tutti gli uomini.

Cordiali saluti da #Sì tutte le donne.

Read Full Post »

meenakshi

La chiamano “La nonna delle spade” e non è soprannome denigratorio bensì affettuoso: Meenakshi Raghavan è considerata con grande rispetto nella sua comunità e, grazie a recenti interviste e articoli, la sua storia sta facendo il giro dell’India e del mondo.

Ora ultrasettantenne, da bambina spiccava fra i suoi coetanei in un modo “non consono” ai pregiudizi sociali di genere dell’epoca. Apprendendo mosse dell’arte marziale detta kalaripayattu (o kalari) tramite la sola osservazione dei praticanti, Meenakshi era poi più brava a metterle in pratica dei bambini maschi che ricevevano istruzione al proposito. Sapeva benissimo di essere considerata strana ma era determinata, nelle sue stesse parole, a “non essere lasciata fuori”. Suo padre la spalleggiò e Meenakshi fu in grado di allenarsi propriamente.

Oggi insegna a 150 studenti di ambo i sessi in tre differenti classi, ogni giorno: “Di che genere sei e da che gruppo vieni sono dati totalmente irrilevanti. – ha spiegato alla stampa – Quel che conta è l’età. Prima cominci, più competente diventi.” Umile quanto capace e persistente, Meenakshi dichiara di essere lei stessa ancora una studente, perché “non c’è mai fine al processo di apprendimento”.

Il kalari, che è intessuto storicamente nella cultura indiana e si concentra sull’autodifesa, è visto e vissuto come qualcosa di più profondo di una serie di tecniche di combattimento e comprende per esempio lezioni sulla guarigione psicologica e fisica. Meenakshi sa quanto questo sia importante per le sue allieve di sesso femminile (circa un terzo del totale, dai 6 ai 26 anni) in un paese in cui la violenza di genere registra percentuali da incubo: “Fare quello che è bene per te è spesso una sfida difficile per una donna.” dice, e si dichiara impegnata a “potenziare quante più donne possibile, il più a lungo possibile.”

foto-di-jimmy-george

“Io mi considero una donna forte – aggiunge – e mi muoverò sempre in avanti, fronteggiando qualsiasi ostacolo mi venga opposto. La mia famiglia e la mia comunità mi sono di grande sostegno e da ciò viene la mia fiducia. Grazie al cielo so come stare in salute e prego di stare ancora meglio, di modo da insegnare a quante/i più studenti posso.”

Cielo, se stai ascoltando, ti prego anch’io di conservarci a lungo questa Maestra. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: DnaIndia, Your Story, News 18, Upworthy, Times of India)

Read Full Post »

(“Far away from the epicentre, the seismic waves are terrible aftershocks”, di Kirthi Jayakumar per World Pulse, 11 novembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Kirthi – in immagine mentre indica un suo libro sullo scaffale – è un’avvocata specializzata in diritto internazionale e diritti umani, una scrittrice, una sostenitrice dei diritti delle donne, una volontaria per le Nazioni Unite che compie ricerche in Africa, India, Asia Centrale e Medio Oriente. Inoltre, dirige la “Red Elephant Foundation”, un’iniziativa di costruzione di pace che parte dalla società civile.)

kirthi

Brutta.”, “Ritardata.”, “Secchiona.”, “Cancella la tua faccia dalla Terra con l’acido, te lo pago io se vuoi.”, “Sfigata:”, “Maiala grassa.”.

Questo sentivo tutto il tempo: che io stessi camminando nei corridoi, o fossi seduta in classe, che stessi scorrendo un libro di testo o mangiando una merenda, o persino mentre me ne stavo seduta quieta ad aspettare l’autobus per tornare a casa. Ciò è solo la punta dell’iceberg: l’enorme, glaciale mole di ostilità e scaltro odio andava molto più in profondità, attraverso il liceo e l’università.

Non importava quel che facevo – o non facevo – ero me stessa, e ciò era immensamente difficile da accettare per moltissime persone attorno a me. Attestavo le mie ambizioni, avevo i miei sogni. Ma per loro, io non ero nulla di più di una barzelletta, uno stimolo per risate crudeli e insulti. Per loro, la mia ambizione non doveva andare oltre il tentare di essere invisibile, se il suolo sotto di me non mi faceva il favore di aprire un baratro e inghiottirmi interamente.

E in tempi più recenti, ci sono state un mucchio di cose che hanno innescato un ritorno al trauma emotivo che questi ricordi mi hanno lasciato. E’ facile lanciare quegli aggettivi. E’ molto facile stare da quella parte e sfornare giudizi. E’ facilissimo dire a qualcuno che è brutto, o che è scemo o che è un perdente. Molto, molto facile. E’ molto facile mettere insieme due insulti e stamparli sulla fronte degli altri, marchiandoli per sempre.

Ma quel che non è facile è stare dalla parte che gli insulti li riceve. Per chi è chiamato con questi appellativi sgradevoli, chi cresce tentando di nascondersi o di mimetizzarsi fra la folla nell’atrio di una scuola superiore o di un’università, chi prova a fondersi con lo scenario sperando di non attrarre più attenzione di quanta ne attragga la tappezzeria, per costoro la strada è sempre in salita.

Per anni, sentono le stesse cose. E queste cose sono gettate loro addosso come grumi di crema densa, sino a che non diventano un tutt’uno con la loro pelle. Quando vogliono provare a fare qualcosa di cui sentono di essere capaci, le parole che gli sono state lanciate contro gireranno come una brodaglia nelle loro teste. E perciò se ne staranno fermi finché il desiderio di voler tentare qualcosa scomparirà. Gli amici fidati sembreranno creature mitiche, quando le persone sono gentili sembrerà che ti stiano facendo un piacere – o peggio ancora, che siano gentili perché vogliono ottenere qualcosa da te.

Le cicatrici del bullismo. E durano a tempo indeterminato. Cosa dà a qualcuno il diritto di marchiare un’altra persona? Cosa gli dà l’autorità per far sentire un’altra persona una nullità? Perché, sul serio? Cosa permette a qualcuno di decidere che l’altro “non è normale”? Un momento – cos’è normale, ad ogni modo? Se loro sono la “norma”, io sono assai felice di essere l’eccezione.

Le parole possono essere distruttive, così terribilmente distruttive da lasciarti in briciole sotto il loro potere. Dimentichiamo che le parole non sono solo un mezzo di comunicazione: sono anche la verbalizzazione dei nostri pensieri. Dimentichiamo che le parole non sono delle espressioni insensibili che uno dimentica come le notizie di ieri, ma sono incise nei cuori e nelle menti di chi le ascolta. Parole. Vedete il potere che queste sei lettere hanno, messe insieme?

Vi lascio con un’ultima riflessione: noi stiamo contrastando un sistema che ha legittimato uno dei più grandi bulli dell’epoca attuale. Uno che pensa vada bene prendere una donna per la f***, che vuole bloccare i migranti costruendo un muro, uno che è abbastanza provinciale da pensare che il bigottismo è allo stesso tempo accettabile e normale. Uno che pensa vada perfettamente bene essere furtivi, favorire la crescita della paura e idee piene di pregiudizi. Uno che ha scelto di agire sulla base di tali pregiudizi e di dividere le persone in base alle esistenti linee di problemi, anziché guarirle.

Che ci si trovi al liceo o che si guardi allo scenario politico, i bulli non sono i benvenuti. Se la nostra capacità di dissentire è legata alla quintessenza della democrazia, facciamola contare.

Read Full Post »

(“We Sinful Women”, di Kishwar Naheed, poeta femminista urdu. Trad. Maria G. Di Rienzo. Kishwar è nata in India nel 1940 e si è trasferita da bambina con la famiglia in Pakistan. Durante l’infanzia ha lottato per poter essere istruita ed è arrivata al diploma universitario. Successivamente, ha ricoperto diverse posizioni notevoli, fra le quali direttrice generale del Consiglio nazionale pakistano per le arti, editrice della rivista letteraria Maha New, fondatrice dell’organizzazione di sostegno alle donne prive di reddito Hawwa.)

kishwar-naheed

NOI DONNE PECCATRICI

Siamo noi le donne peccatrici

che non sono intimorite dall’imponenza di chi indossa abiti cerimoniali

che non vendiamo le nostre vite

Siamo noi le donne peccatrici

che mentre coloro i quali vendono i raccolti dei nostri corpi

vengono glorificati

diventano illustri

diventano i legittimi prìncipi del mondo materiale

siamo noi le donne peccatrici

che usciamo allo scoperto reggendo la bandiera della verità

sino alle barricate di bugie erette sulle strade principali

che scopriamo storie di persecuzione ammucchiate su ogni soglia

che troviamo lingue che avrebbero potuto parlare e sono state tagliate.

Siamo noi le donne peccatrici.

Ora, anche se la notte dà la caccia

questi occhi non saranno spenti.

Riguardo al muro che è stato raso al suolo

non insistete ora nell’alzarlo di nuovo.

Siamo noi le donne peccatrici

che non sono intimorite dall’imponenza di chi indossa abiti cerimoniali

che non vendiamo i nostri corpi

che non abbassiamo le nostre teste

che non ripieghiamo le nostre mani l’una sull’altra.

wild-women-fest-2016

Read Full Post »

monache in bici

Sono partite a luglio da Kathmandu – Nepal, dove si trova il loro monastero, entreranno in Pakistan e la loro destinazione finale è Ladakh, in India. Sono cinquecento. Alla fine del viaggio avranno percorso oltre 2.500 chilometri. A quale scopo? Per promuovere l’eguaglianza di genere.

Stiamo diffondendo questi messaggi: anche le ragazze hanno potere e non sono deboli. – dice Yeshe Lhamo, monaca 27enne che partecipa al “pellegrinaggio” detto yatra – Nelle regioni che tocchiamo la gente ascolta e rispetta gli insegnamenti religiosi, perciò se una monaca dice che la diversità e l’eguaglianza sono importanti, le persone magari possono incorporare questo concetto nella loro pratica spirituale.”

Ciò che ha spronato in particolare all’azione le monache buddiste (appartenenti a un Ordine himalayano del culto, la Discendenza Drukpa) sono alcune conseguenze del terremoto che ha devastato il Nepal nell’aprile dello scorso anno: il confine fra Nepal e India è divenuto molto facile da attraversare per i trafficanti di esseri umani e le loro vittime principali sono le donne, vendute come lavoratrici coatte o prostitute. Il governo del loro paese non ha preso misure al proposito.

Durante le soste in remoti villaggi, le monache guidano le preghiere e impartiscono lezioni sulla pace e il rispetto, la diversità e la tolleranza; monitorano l’accesso a istruzione, cure sanitarie, partecipazione politica delle donne; spiegano quali rischi le famiglie corrono nel dare ascolto alle bugie dei trafficanti di esseri umani (che promettono lavoro e una vita migliore per le loro figlie) e persino hanno una parte ambientalista nella loro missione, che è quella di spiegare i rischi del disgelo dei ghiacciai dell’Himalaya, dovuto all’inquinamento, e di suggerire stili di vita alternativi: mollate il diesel i cui fumi vi stanno causando malattie respiratorie, dicono le monache, e andate in bicicletta come noi.

Il capo del loro ordine, Gyalwang Drukpa, è un convinto sostenitore dei diritti delle donne. L’Ordine le aveva relegate in passato a compiti di pulizia e cucina, ma lui le ha incoraggiate a studiare gli stessi testi dei maschi e, per rinforzare la loro autostima, ha ingaggiato un istruttore che insegnasse loro le arti marziali. In precedenza il kung-fu era bandito alle monache, ma come potete vedere dall’immagine sottostante ciò ormai appartiene alla Storia.

monastero amitabha drukpa

Queste donne sono assolutamente convinte di poter fare qualsiasi cosa gli uomini facciano: “Perché siamo esseri umani e gli uomini sono pure esseri umani. – spiega Lhamo – Ci sono quelli che ci dicono: Le femmine non dovrebbero andarsene in giro in bicicletta così. E noi rispondiamo: Perché? Se un maschio può farlo, perché una femmina non può?” Al monastero, oltre alla meditazione e alla preghiera, allo studio dei testi religiosi e alla pratica di arti marziali, le monache fanno TUTTO: saldatrici, elettriciste, informatiche e contabili.

Non di meno, Lhamo sa bene che il cambiamento ha bisogno di tempo: la povertà, la sofferenza, le norme culturali che svalutano le donne non sono ostacoli da poco alla crescita dei semi della parità di genere che le monache diffondono: “Naturalmente uno yatra in bicicletta non può cambiare il mondo nel giro di una notte, ma il nostro messaggio può ispirare una persona, una bambina, una madre… e a volte una singola persona può fare un’enorme differenza. Una madre può cambiare la sua intera famiglia. Una bambina che sa di avere valore può fare cose straordinarie.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Dote

(“Dowry”, di Ashwini Bhasi – in immagine – poeta contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. Ashwini, di giorno, lavora all’analisi delle sequenze del DNA cercando di individuare le mutazioni che causano malattie; di notte e durante i fine settimana “non può smettere di scrivere poesie”.)

Ashwini Bhasi

DOTE

Abbiamo dato 125 pavan (1) di oro che gravino su di te – un chilo

di giallo che sfolgora come l’occhio di una tigre

o come il dente guasto che se ne stava diritto, pronto

per essere estratto dalla bocca di tua nonna.

La nonna non è sopravvissuta, ne’ tua madre,

con le ustioni di terzo grado. Le stufe a gas possono esplodere

quando le rate della dote sono pagate in ritardo. Ma tu hai

un master in gestione d’impresa preso alla CU-SAT (2) e in questo sari da sposa

fiammeggiante di rosso con foreste e palazzi ricamati

in filo d’oro – sembri proprio tua madre.

In effetti, con 20 braccialetti su ogni braccio e una confusione di collane

che strisciano giù lungo il tuo collo

per annidarsi nella piega a otto falde

del tuo sari – stai anche meglio di lei.

Va’ e rendici orgogliosi annegata nell’oro.

1) misura di peso dell’oro equivalente a 8 grammi;

2) sta per “Cochin University of Science and Technology”, una prestigiosa università indiana.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: