Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘india’

suniti

“C’era una volta un uomo che pensava di poter fare qualsiasi cosa, persino essere una donna. Perciò si procurò un neonato, gli cambiò i pannolini e nutrì la dannata cosetta tre volte a notte. Sbrigava tutte le faccende domestiche, era deferente nei confronti degli uomini e si logorò al completo. Ma aveva un fratello, Gianni Testafina, che noleggiò una moglie e si trovò tutto fatto.”

– tratto da “Feminist Fables” di Suniti Namjoshi, in immagine sopra, trad. Maria G. Di Rienzo. Non possiedo l’edizione italiana ma so che esiste (“Fiabe Femministe”, Supernova, 1998) e che è l’unico libro della considerevole produzione letteraria e poetica dell’Autrice disponibile nella nostra lingua.

In tutto il suo lavoro, comprese le serie dedicate ai bambini, Suniti sfida pregiudizi e affronta questioni di genere, sessismo, razzismo, omofobia con una scrittura brillante intrisa di arguzia e saggezza. Può star riscrivendo un mito greco o una favola indiana, ma parla sempre di ciò che trova inaccettabile nella vita di oggi. Suniti è indiana, nata nel 1941, apertamente lesbica. Vive in Gran Bretagna con la scrittrice inglese Gillian Hanscombe.

Annunci

Read Full Post »

Siamo in India, Triveniganj, nell’area sportiva di un collegio statale femminile. E’ sabato sera (6 ottobre u.s.) e molte ragazze stanno giocando in quello spazio. La loro età va dai 10 ai 14 anni.

Un gruppo di ragazzi si avvicina e comincia a lanciare loro commenti osceni, insulti e inviti a sfondo sessuale. Non è la prima volta, i tipi quelle cose le scrivono persino sui muri della scuola e le allieve hanno già tentato di denunciare alla polizia la situazione: senza essere prese sul serio.

Sabato reagiscono alle molestie, rispondono con fermezza e inizialmente il gruppo di delinquenti in erba si ritira. Venti minuti dopo ritornano, alcuni in compagnia dei genitori, armati di canne di bambù e sbarre di ferro.

“Ci hanno trascinate in giro tirandoci per le code di capelli, ci hanno assalite con i bastoni, ci hanno prese a calci e pugni. – ha dichiarato Gudia, una delle 36 ragazzine finite in ospedale dopo l’aggressione – Eravamo totalmente indifese e non avevamo nulla con cui proteggerci. Molte delle mie amiche erano distese per terra, gridavano e piangevano per il dolore dei colpi.”

Gudia sa bene perché è successo: “Erano arrabbiati perché avevamo protestato contro le loro richieste sessuali.”

La polizia ha per il momento arrestato 6 giovanotti e una donna adulta; una recinzione più alta sarà piazzata intorno all’area e – in modo impagabile – il magistrato del distretto ha assicurato alla stampa che, per contrastare la “paura psicologica” di cui le vittime dell’assalto a suo parere “sono affette”, manderà alla scuola dei “bei film di intrattenimento”.

Lo stesso giorno in cui la notizia raggiunge la stampa internazionale, lunedì 8 ottobre, sono resi pubblici i risultati di una ricerca di Plan International UK (che si occupa di aiuto umanitario ai bambini) sulle ragazze inglesi in età scolastica:

– il 66% delle intervistate ha attestato di aver fatto esperienza di attenzione sessuale indesiderata o di contatti sessuali / fisici indesiderati negli spazi pubblici;

– bambine di 8 anni hanno descritto l’aver testimoniato o l’aver fatto esperienza di molestie;

– più di una ragazza su tre ha ricevuto attenzione sessuale indesiderata come l’essere palpata, il sentirsi indirizzare commenti, fischi eccetera;

– un quarto delle ragazzine hanno detto di essere state filmate o fotografate da estranei senza che fosse richiesto il loro permesso;

– la maggioranza delle intervistate indossava l’uniforme della propria scuola quando si sono dati gli episodi summenzionati.

Dall’India al Regno Unito ci sono 7.544 chilometri di distanza. Ma la “cultura” della violenza è identica, le giustificazioni per essa sono identiche, la sofferenza delle donne e delle bambine è identica.

E’ interessante come le ragazze inglesi, alla pari delle indiane, sappiamo con chiarezza perché tutto ciò accade e abbiano aggiunto commenti di questo tipo: “Le molestie fanno parte della cultura maschile. Quando ne ho parlato a mio padre lui ha detto: Lo sai come sono fatti gli uomini.”

Perciò che puoi fare, figlia mia, se non subire, sopportare, al massimo limitare i danni, acconsentire, sorridere, essere insultata, molestata, picchiata, stuprata, persino uccisa… e “rispettare” con ciò la loro “cultura”?

Grazie, no. Se è maleducato opporsi a tutto questo, io sono e sarò cafona sin che vivo, al massimo livello che la mia mente e il mio corpo consentono.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Rangoli

Nella dedica alla sorella che apre la sua raccolta di poesie del 2017, “Rangoli” (1), Pavana Reddy – conosciuta anche come Mazadohta, scrive:

in un’altra vita,

la tempesta non è forte abbastanza

da portarti via.

in un’altra vita,

noi fioriamo.

Intervistata nello stesso anno da Punita Rice, spiegava:

“Vorrei aver avuto il linguaggio che possiedo ora, per essere in grado di salvare mia sorella dal dolore che ha silenziosamente sopportato per anni. Dopo la sua morte, non avevo nessuno con cui parlare. I miei insegnanti non erano disponibili come avrebbero dovuto essere e il provenire da una città molto piccola mi impediva anche di parlare ai miei coetanei; perciò, mi sono rivolta ai libri per avere compagnia. Leggevo così tanto che i personaggi diventavano miei amici e mi aiutavano a maneggiare la mia sensazione di essere scollegata da tutto. Ho capito che non ero così sola in quel che provavo, il che mi ha portato un grande conforto.”

Ambo le sorelle non apprezzavano il trattamento che il mondo riservava loro come donne – norme tradizionali oppressive e standard asfissianti – ma se una si è uccisa, l’altra ha portato avanti la sua sfida per entrambe.

Pavana ha passato un’infanzia da migrante itinerante: originaria dell’India, ha vissuto in Australia, in Nuova Zelanda, nelle Fiji e in Canada. Ovunque fosse, era sempre “quella diversa”. Nonostante ciò e proprio per ciò allo stesso tempo, ha sviluppato un’espressione poetica con la qualità dell’universale, rapida e diretta, in grado di parlare a chiunque. Tre esempi di seguito:

Accendi qualche candela e brucia qualche ponte.

Non tutti meritano di essere parte del tuo viaggio.


Tu diverrai la tomba di tutte le donne che sei stata in precedenza

prima di sorgere un mattino abbracciata dalla tua propria pelle.

Tu ingoierai un migliaio di nomi differenti

prima di assaporare il significato contenuto all’interno del tuo.


Tu non sei le tue radici.

Tu sei un fiore che è cresciuto da esse.

Maria G. Di Rienzo

flower rangoli

(1) è una forma d’arte indiana – visibile nelle immagini – praticata dalle donne, in cui si creano disegni sui pavimenti o nei cortili usando sabbia o riso colorati, farina e petali di fiori: le figurazioni sono create in occasioni di varie festività come talismani di buona fortuna e passano da una generazione alla successiva.

Read Full Post »

(“When a Man Tells Me I’m Beautiful”, di Naina Kataria – in immagine – poeta indiana. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

naina

QUANDO UN UOMO MI DICE CHE SONO BELLA

Quando un uomo mi dice

che sono bella

io non gli credo.

Invece, rivivo i miei giorni al liceo

quando non importando quanto brava fossi

ero sempre la ragazza con i baffi.

Lui non sa come ci si sente

a crescere nella tua famiglia materna

dove il tuo corpo è il solo a

vantarsi orgoglioso della X di tuo padre

mentre la X di tua madre sta seduta a lamentarsi

del fatto che non è da signora.

Lui non conosce l’adolescente

che ha riempito i propri angoli con

il vuoto conforto

dell’essere amata per quel che era – un giorno.

Lui non sa dell’ipocrisia.

Lui non sa del mondo che

ti dice di “essere te stessa”

e ti vende un bell’elenco amabile di sfumature di colore

nello stesso fottuto respiro.

Lui non sa della cera calda e del laser

il cui unico scopo è di

rimpiazzare la tua pelle innocente

con il suo proprio marchio di femminilità.

Lui non sa di veet e dello sbiancante

che sradicano la tua robusta peluria

in nome dell’igiene.

Igiene, che se praticata dagli uomini

li renderebbe gay e svirilizzati.

Lui non sa come le sopracciglia ribelli sono domate

e come le sopracciglia che si toccano muoiano di una morte silenziosa.

Tutto per preservare la bellezza

e i miracoli della tortura che accadono

dietro porte segnate dalla scritta

“SOLO DONNE”.

Perciò quando un uomo mi chiama bella

io gli lancio un sorriso, il sorriso che resta

dopo tutto quel che la striscia ha strappato via

e lo sfido

ad aspettare

fino a che mi ricresceranno i peli.

Read Full Post »

Urma Bishnoi

Urma Bishnoi – in immagine – è diventata una moglie quando aveva dieci mesi (sì, non è un errore: dieci mesi), data in sposa a un ragazzo del suo villaggio, Kaparda, in India.

Crescendo ha cominciato ovviamente a rifiutare un contratto su cui non aveva avuto voce, sapendo all’epoca a stento dire qualche parola, ma è stata soffocata per anni dalle minacce dei parenti acquisiti: quelle di tagliarle via naso e orecchie e dell’ostracismo sociale che avrebbe colpito la sua famiglia se lei avesse avuto successo nell’uscire dal matrimonio imposto.

Urma ha adesso 19 anni, ha scoperto l’esistenza di una fondazione non-profit, Saarthi Trust, disposta a spalleggiarla (la fondazione è già riuscita ad annullare 35 matrimoni precoci e a prevenirne circa un migliaio) e martedì scorso ha raccolto tutto il suo coraggio e si è presentata in tribunale.

A occuparsi del caso per Saarthi Trust è la psicologa e terapista per la riabilitazione Kriti Bharti, che ha confermato la tremenda pressione esercitata su Urma: “I suoceri e il consiglio di villaggio stanno terrorizzando la giovane e la sua famiglia per farle ritirare la richiesta di annullamento.”

“Non accetto i matrimoni di bambini. – ha detto fermamente Urma alla stampa – Spero di ottenere giustizia presto. Non vedo l’ora di cominciare una nuova vita, una in cui posso studiare e costruirmi un futuro.”

L’India è il paese che conta più spose-bambine al mondo: 23 milioni sono diventate “mogli” prima dei 18 anni (dati Unicef 2017). La povertà gioca un ruolo chiave nella questione, poiché le figlie sono viste come un fardello economico dalle famiglie e l’attitudine patriarcale a trattare donne e bambine come proprietà degli uomini anziché come esseri umani fa il resto.

Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Global Citizen, Hindustan Times, Indo-Asian News Service, Ndtv)

Read Full Post »

girl of enghelab street

“La ragazza di Via Enghelab” (in immagine) – identificata con non assoluta certezza come la 31enne Vida Movahed – era stata arrestata lo scorso dicembre. Il 7 marzo è stata condannata a 24 mesi di prigione per “incoraggiamento alla corruzione tramite la rimozione del suo hijab in pubblico”.

Della situazione ha scritto Yasmine Mohammed per The National Post, il 7 marzo 2018, nell’articolo On Women’s Day, drop the doublethink on hijabs (especially you, cosmetic companies), qui di seguito da me tradotto. Yasmine è una scrittrice e attivista araba-canadese:

“L’8 marzo è il Giorno Internazionale delle Donne, il giorno il cui dovremmo parlare delle donne che lottano per i loro diritti in tutto il mondo. Dall’Iran all’India, ci sono alcune grandi lotte in corso.

In Arabia saudita, le donne si stanno battendo contro le arcaiche leggi del loro paese sulla “tutela”, che negano alle donne le libertà di base che in Occidente diamo per scontate, come il viaggiare all’estero, l’andare al lavoro e l’uscire di casa quando ci pare. Prive di alcuno spazio pubblico che amplifichi le loro voci, le donne saudite stanno usando i social media con l’hashtag #StopEnslavingSaudiWomen – #Smettete di schiavizzare le donne saudite.

A Jaipur, in India, le donne musulmane stanno dimostrando questa settimana contro il trattamento ingiusto che ricevono sotto le leggi della shariah che regolano il divorzio.

E la lotta più vicina al mio cuore è quella delle donne in Iran che protestano contro le leggi che rendono obbligatorio l’hijab.

In mesi recenti abbiamo visto un gruppetto di donne coraggiose togliersi i fazzoletti nelle strade iraniane come affermazione della loro identità e richiesta di libertà di espressione – un crimine in quel paese dal 1979. A queste donne dà la caccia Basij, il corpo di guardiani religiosi maschi e femmine che controlla la moralità e sopprime ogni opposizione in nome della potente Guardia rivoluzionaria islamica.

Circolano rapporti che indicano in numero di 29 le donne già arrestate; alcune sono ancora in custodia. Secondo Amnesty International, alcune di queste donne sono state accusate di “incitare alla corruzione e alla prostituzione” e potrebbero essere condannate a 10 anni di carcere. Ma questo non ha funto da deterrente per le loro sorelle. Dozzine di altre donne iraniane stanno sventolando i loro fazzoletti da testa in pubblico, riproponendo i “Mercoledì Bianchi” ogni settimana.

Come molti milioni di donne in Iran, io sono stata costretta a indossare l’hijab. Ciò è accaduto in Canada e fu la mia famiglia a costringermi, non il governo. Invece delle minacce di arresto o di “rieducazione” per l’essere vista in pubblico senza velo, la mia famiglia mi minacciò con la violenza. Mia madre disse che mi avrebbe uccisa se mi avesse vista senza hijab. La mia non è un’esperienza straordinaria. In Ontario, la famiglia di Aqsa Parvez riuscì a ucciderla perché non indossava l’hijab. In tutto il mondo le donne soffrono ostracismo sociale, sono multate, imprigionate, stuprate e uccise perché lottano contro il dover portare l’hijab.

Su di me è stato forzato a nove anni e ho dovuto scambiarlo con un niqab a 19. Mi ci sono voluti molti anni per comprendere quanto della mia identità ciò aveva strappato via. Il niqab copriva ogni centimetro di me, inclusa la mia faccia e le mie mani.

Mi derubava di ogni percezione: il senso della vista era avvolto in un fine velo nero, il senso dell’udito era smorzato da strati di stoffa, il senso dell’olfatto era limitato, i guanti mi impedivano il senso del tatto: era la mia personale cella di deprivazione sensoriale

Ho lottato per fuggire da quel mondo. Ho rischiato la mia vita e quella di mia figlia affinché fossimo libere.

Immaginate quindi la mia sorpresa nello scoprire che celebrità occidentali, compagnie commerciali e combattenti per la giustizia sociale feticizzano l’hijab. Immagino che le donne iraniane sarebbero sconvolte quanto me nel vedere l’hijab dipinto con l’aerografo nelle pubblicità e nelle riviste e messo persino addosso a Barbie. Probabilmente si sentirebbero tradite nel vedere l’hijab sul poster di una marcia per i diritti delle donne, considerato che hanno marciato contro l’hijab in Iran già nel 1979. Ora, bizzarramente, le donne nordamericane marciano per l’hijab decenni più tardi.

I sostenitori dell’hijab dichiarano che le ragazze islamiche scelgono di indossarlo perché trovano che dia loro potere. Questo è un argomento fasullo. Che qualcuno ti dica come devi vestirti è ben distante dal conferirti potere. E’ un distruttore dell’identità, come le donne in Iran ci stanno mostrando. Sia l’hijab sia il niqab derubano le donne della loro individualità. Stampano “musulmana” sulla loro fronte come se quello fosse l’unica loro caratteristica a rivestire una qualche importanza.

E’ in particolare una beffa che le ditte cosmetiche abbracciano la cultura dell’hijab. Senza percepire alcuna ironia, incorporano modelle velate in campagne pubblicitarie multimilionarie con slogan di emancipazione dietetica che dovrebbero promuovere il valore delle donne come persone.

Lasciando da parte la ritorsione molto pubblica che ne ha avuto L’Oréal, promuovendo e poi rimuovendo la modella con velo Amena Khan per le sue opinioni anti-israeliane, la strategia di marketing resta una contraddizione.

L’Oréal ci dice “Lei ne è degna”, Lancôme che “La vita è bella, vivila a modo tuo” e Revlon dice “Sii indimenticabile”. L’intera idea del coprirsi la testa fa a pugni con gli slogan individualisti. E’ ridicolo pensare che una donna la cui identità è cancellata da un sudario nero possa spruzzarsi addosso del profumo e diventare indimenticabile.

Non c’è dubbio che i pubblicitari strateghi delle ditte cosmetiche sorvolino su tali contraddizioni nello sforzo di espandere la loro quota di mercato nelle comunità musulmane che crescono nei paesi occidentali. Mi domando che slogan usino in luoghi come l’Arabia Saudita e l’Iran, dove chiedere l’empowerment per le donne è un reato.

In questo Giorno Internazionale delle Donne, le donne del Nord America dovrebbero abbandonare i doppi standard sugli hijab ed ergersi in solidarietà con le loro sorelle che lottano in tutto il mondo.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

“La gente era solita ridere di noi, ma perché le donne dovrebbero restare sedute in casa? Ai giorni nostri, le donne pilotano aeroplani: perché a noi dovrebbe essere impedito stare in un gruppo musicale?”, dice Sabita Devi, membro della Sargam Mahila Band (in immagine).

Sargam Mahila Band

Adesso non ridono più, comunque. Queste donne sono talmente brave a fare musica da essere continuamente richieste per matrimoni, feste, intrattenimenti vari. Gli abitanti del villaggio di Dhibra, in cui le donne vivono, vedono i furgoni venire a prelevarle e a riportarle indietro – e quando tornano hanno denaro: “Con quel che guadagniamo stiamo mandando a scuola i nostri figli e acquistando cose per noi stesse, come i sari che usiamo per i concerti.”, spiega ancora Sabita.

Le dieci musiciste sono Mahadalit, cioè fanno parte del gruppo più marginalizzato e impoverito dei Dalit (gli “intoccabili”) dell’India. A motivarle e sostenerle è stata un’altra donna, Sudha Varghese. Sudha dirige un’ong che si chiama “Nari Gunjan” (letteralmente “Il brusio delle donne”) e lavora nello stato di Bihar per i diritti delle donne, la loro istruzione e i loro mezzi di sostentamento, nel mentre contrasta attivamente la violenza loro diretta.

Savita, Anita, Pancham, Chhatiya, Sona, Lalti, Bijanti, Domni, Manti e Chitrekha – questi i nomi delle donne del gruppo musicale – si sono addestrate per otto mesi con un’insegnante fornita loro dall’ong: passione, impegno e abilità hanno fatto il resto. In precedenza erano contadine “a giornata”, racconta Sudha Varghese, e stentavano molto. Suonare dal vivo non comporta solo battere i tamburi, ma battere gli stereotipi in cui erano confinate dal patriarcato e ha dato loro “indipendenza e dignità”. Tanto perché possiate stupirvi, Sudha è una suora cattolica.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: