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Posts Tagged ‘stupefacenti’

“La nostalgia in generale è semplicemente uno stato mentale per me. Sento sempre la mancanza di qualcuno o di qualche luogo o di qualcosa, sto sempre tentando di tornare in un immaginario da qualche parte. La mia vita è stata un lungo provare nostalgia.”

“La maggior parte della gente si aspetta che la mia indipendenza finanziaria, artistica e intellettuale si accoppi a un eguale livello di indipendenza emotiva. Ma non è per niente così che mi sento.”

elizabeth wurtzel

Elizabeth Wurtzel (in immagine – le citazioni sono sue), scrittrice statunitense nata nel 1967, è morta due giorni fa a causa delle complicazioni derivate dalla metastasi del cancro al seno. Nei suoi libri – fra cui “Prozac Nation”, “Bitch: In Praise of Difficult Women”, “More, Now, Again” – ha raccontato se stessa in modo trasparente e sfacciato: le lotte familiari, la depressione, l’autolesionismo, il disturbo bipolare, i trattamenti medici, l’uso di sostanze stupefacenti, il sesso.

E’ stata lodata per l’audacia e messa alla gogna per il narcisismo dalla critica letteraria. Non è una delle mie autrici preferite, ma voglio qui salutarla con rispetto e rimpianto: una sorella coraggiosa e ribelle che rivendicava “saldi principi femministi” non è più con noi. La ragazza interrotta ora riposa.

Maria G. Di Rienzo

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I primi lanci di agenzia definivano “nordafricani” l’assassino del vicebrigadiere Mario Rega Cerciello e il suo complice. Oggi sappiamo che sono statunitensi, consumatori di cocaina che erano stati imbrogliati da uno spacciatore, e l’omicida ha confessato. Non mi sono curata di verificare cosa dicano appunto oggi i nostri inqualificabili politici, ma ieri, la morte atroce a coltellate di un giovane carabiniere è servita loro per mettere in scena il consueto spettacolo di razzismo e violenza verbale.

Salvini, che non sembra vivere nella realtà, ha immediatamente riscritto il suo solito film promettendo pene non previste dall’ordinamento giudiziario italiano: “Caccia all’uomo a Roma per fermare il bastardo che stanotte ha ucciso un carabiniere a coltellate. Sono sicuro che lo prenderanno e che pagherà fino in fondo la sua violenza: lavori forzati in carcere finché campa.”

Di Maio ha parlato di “atto vile nei confronti dello Stato” e ha chiesto l’espulsione dei responsabili.

Meloni ha strillato “Basta far approdare animali”.

Gli improvvidi seguaci di costoro si sono immediatamente adeguati:

“Maledetti, maledetti e maledetta la sinistra che li ha fatti entrare e che continua a foraggiarli.”

“Bisognerebbe applicare le leggi che hanno nei paesi musulmani in questi casi occhio per occhio dente per dente: uccidi per pochi euro? Pena di morte. In italia (Nda.: minuscolo nell’originale) resteranno impuniti i delinquenti difatti vengono proprio qui per delinquere perché sanno che non gli faranno mai nulla.”

“E’ colpa di Carola.” Eccetera.

Sig. Presidente Trump, buongiorno: il governo italiano desidera informarla che due cittadini del suo grande paese sono sbarcati a Roma da una nave addetta al soccorso in mare, dopo aver tentato di attraversare l’Atlantico in gommone. Nella capitale italiana, alloggiati in albergo di lusso poiché foraggiati dalla sinistra, hanno tentato l’acquisto di beni di prima necessità (cocaina) e hanno purtroppo subito una truffa (i venditori al dettaglio gli hanno rifilato dell’aspirina).

Questo ha comprensibilmente irritato i suoi connazionali, uno dei quali ha massacrato con otto coltellate un membro delle nostre forze dell’ordine. Sviati da informazioni errate, abbiamo in principio definito i due statunitensi “maledetti animali bastardi” e stavamo per riscrivere il Codice Penale per condannarli ai lavori forzati, giustiziarli e espellerli, non avendo ben chiaro in che ordine fare queste cose, ma sono dettagli: la cosa importante era sfruttare la vicenda per la nostra propaganda. Come lei ben sa, il clima politico attuale richiede sempre maggiori incitamenti alla brutalità che non risolvono alcun problema ma gonfiano le nostre percentuali di elettori e quindi, soprattutto, le nostre tasche.

Ora che però conosciamo la nazionalità dei coinvolti, siamo un po’ incerti sul prossimo corso d’azione. Sarebbe così gentile da fornirci qualche documento farlocco che li identifichi come nipoti di Sanders o delle immagini “photoshoppate” che li ritraggano sotto braccio ad Alexandria Ocasio-Cortez? Ci aiuterebbe a chiarire che la colpa di qualsiasi atrocità accada in Italia è sempre dei nostri avversari politici.

Ringraziandola anticipatamente, ci firmiamo come il fedele e servile “governo del cambiamento”, sdraiato a tappeto sotto i piedi dei potenti: viva la grande Russia! (Salvini, no, che accidente fai?!) viva la bandiera stelle e strisce, viva l’aquila americana!

Maria G. Di Rienzo

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Non è parodia, non è satira, non è uno scherzo: “Europee, ritorna il gioco social Vinci Salvini“. Lo stakanovista per sagre e comizi elettorali spiega in un video che “Fa più punti chi mette più velocemente “mi piace” ai miei post su Facebook e, da quest’anno, anche su Twitter e Instagram. Cosa si vince? Ogni giorno la tua foto diffusa sui miei canali social a sei milioni di amici, una telefonata con me e, ogni settimana, un caffè di persona”.

Gli articoli relativi hanno sottolineato il rischio per la privacy, poiché in questo modo si raccolgono i dati personali di chi partecipa (nome, cognome, sesso, indirizzo di posta elettronica, Stato – Comune – Provincia di residenza, account Facebook, Instagram e Twitter…), esplicitamente per l’elaborazione di “statistiche per promuovere lo sviluppo e le attività del movimento”. Ho letto anche che i “6 milioni di amici” sarebbero stimati per circa il 50% come fake (account fasulli, bot, ecc.), ma non sono in grado di verificare questo dato.

A me sono apparsi fasulli pure i quattro personaggi che nel video posavano da belle statuine attorno a quello che sembrava un televenditore di pentole ma – in effetti – era il Ministro dell’Interno della Repubblica Italiana. Le competenze del dicastero in questione, per non dettagliare troppo, sono il garantire costituzione e funzionamento degli organi elettivi locali; la tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico; il coordinamento delle forze di polizia; la tutela dei diritti civili: Costituzione, art. 3 – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Tutela in questo contesto significa “difesa” e “protezione”. Nei giorni in cui è lanciato il “gioco social” del sig. Ministro, la camorra impazza sparando per le strade di Napoli, operai muoiono sul lavoro come mosche, i femicidi si susseguono a ritmo orribilmente regolare (più di tre donne uccise a settimana, dati Eurostat 2019), l’abuso di bambine e ragazze raggiunge la cronaca con allarmante frequenza (9/10 maggio: Adescava ragazzine su Facebook: bidello condannato a due anni; Nonno orco stupra la nipote 16enne: «Ti è piaciuto?»; Conosce una 12enne su Facebook e la costringe a filmarsi nuda; Reggio Calabria, abusi sessuali e bullismo su ragazzine: sei ragazzi finiscono in comunità; Violenta minore, arrestato medico; ecc. ecc.) e i naufragi di migranti fanno sì notizia ma per non più di cinque minuti, tanto la prossima tragedia è prevista per dopodomani.

“Vedi, è solo intrattenimento

Un episodio superficiale mentre la vita continua a rivelarsi.

Solo intrattenimento

controllato e copiato, loro hanno piantato il seme

che germoglia nella tua visione del mondo.”

Only Entertainment, Bad Religion, 1992

https://www.youtube.com/watch?v=TSd3509D7PY

Tutto quel che il Ministro dell’Interno fa nei giorni suddetti, video compreso, è:

1. CAMPAGNA ELETTORALE – spesso con frasi roboanti sparate a vuoto, sia perché poi non può concretizzare le “promesse” in esse espresse, sia perché appaiono come fondate su una realtà (e una lingua italiana) alternativa, tipo quella che prevede la chiusura degli “spacci di droga”: “La droga fa male, se bisogna legalizzare o liberalizzare qualcosa, parliamo invece della prostituzione, visto che far l’amore fa bene sempre e farlo in maniera protetta e controllata medicalmente e sanitariamente.”

La supposta pericolosità della marijuana come “porta d’ingresso” ad altri stupefacenti è stata ripetutamente smentita da numerosi seri studi scientifici al proposito. La “cannabis light” attualmente commercializzata tramite la legge 242/2016 ha un contenuto di principio attivo (Thc – tetraidrocannabinolo) inferiore allo 0,6%: per l’effetto psicotropo (sballo) ce ne vuole tra il 5 e l’8% – e la discussione sulla “droga” è chiusa.

Punto secondo. Prostituirsi in Italia non è vietato dalla legge: è illecito agevolare o favorire la prostituzione o indurre alla prostituzione altre persone. Pagare una prostituta, inoltre, non è “amore”, ne’ per costei ne’ per chi la compra: usare e sfruttare non sono sinonimi di amare. Uno zio Nane qualsiasi al bar, dopo la sesta grappa, “normalmente” diffonde la propria becera ignoranza in questo modo, ma proveniente da un Ministro dell’Interno tale comportamento è inaccettabile.

2. PARATA DI ATTEGGIAMENTI AGGRESSIVI – che oltre agli ululati pieni di eleganza contro oppositori e contestatori, hanno previsto l’uso delle forze dell’ordine come personale milizia del Ministro. In generale posso capire e simpatizzare con chi si sente offeso da questo paragone perché consapevole del proprio (spesso ingrato, malpagato e poco considerato) ruolo lavorativo e istituzionale, ma sono i vostri colleghi che sequestrano cellulari o rimuovono striscioni – in assenza totale di mandati e condizioni di pericolo o emergenza – a uno schiocco di dita del sig. Salvini a essere in torto.

3. ANNUNCI DI NUOVI “GIRI DI VITE” (Decreto Sicurezza bis) – Le nuove norme proposte hanno queste finalità:

– dare al Ministero dell’Interno carta bianca in materia di sbarchi, ovvero le competenze sul transito nelle acque italiane ora in carico al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti;

– punire le navi di soccorritori che operano salvataggi di profughi e migranti (multe di 3.500 / 5.500 euro per ogni straniero trasportato, revoca della licenza per imbarcazioni battenti bandiera italiana, ecc.);

– punire chi osa manifestare in piazze e strade il proprio dissenso (a questo splendido governo e al suo luminoso futuro) trasformando in reati da sanzioni pesanti quelle che attualmente sono rubricate come contravvenzioni. La resistenza a pubblico ufficiale, in queste nuove norme, se attuata durante una dimostrazione diventa automaticamente “aggravata”; proteggersi da una carica tramite “l’utilizzo di scudi o altri oggetti di protezione passiva” è vietato.

Il resto sono fumogeni (quelli che, come da punto precedente, non dovete assolutamente usare voi durante i cortei li usa il “Decreto Sicurezza bis”): 800 persone assunte per anno per smaltire i procedimenti di esecuzione delle sentenze definitive – stanziamento 25 milioni di euro; poliziotti stranieri in incognito “con riferimento alle attività di contrasto del delitto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” – stanziamento 3 milioni di euro…

Vi sentite meglio, più sicuri, tutelati, difesi da questo incredibile miscuglio di buffonate e minacce?

E se non è così, perché non parlate?

“Sonmi 451: Se fossi restata invisibile, la verità sarebbe rimasta nascosta. Non potevo permettere questo.

Archivista: E se nessuno credesse a questa verità?

Sonmi 451: Qualcuno ci crede già.”

Cloud Atlas, 2012

Maria G. Di Rienzo

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“A volte la cosa più difficile da dire è che ci siamo sbagliati.” Mark Dobson, il consigliere comunale che per primo propose una zona legale “a luci rosse” a Leeds, in Gran Bretagna, dice ora che è stato un errore. Una donna che si prostituisce, di nome Laura, ha detto a The Times che il chiudere un occhio da parte delle autorità ha espanso il mercato, aumentato il numero delle lavoratrici e fatto crollare i prezzi. Laura chiede 20 sterline * per il sesso orale e 40/50 sterline per un rapporto completo: attualmente guadagna 60/70 sterline a notte, di cui 10 sono spese per il cibo e il resto per eroina e crack.” (da “The Times” dell’8 dicembre 2018, via Feminist Current)

Leeds Red Light District

Sono aumentati anche i casi di violenza, è aumentata l’immondizia per strada, sono aumentate le molestie – da cui la costante protesta, a maggioranza femminile, dei residenti, i cui messaggi dichiarano l’indisponibilità ad accettare una società che vende e compra corpi umani.

Ma la cosa più stupefacente è l’enorme senso di “empowerment” che la testimonianza di Laura trasmette. Mostra egregiamente che prostituirsi è solo un lavoro come un altro, normalissimo e ben pagato… che ti permette persino di stordirti a suon di stupefacenti, ogni giorno, per riuscire a continuare a farlo. Cos’avranno mai da protestare, quelle befane con i cartelli?

Maria G. Di Rienzo

* Il cambio sterlina / euro è 1,11, per cui le cifre in euro diventano di poco superiori.

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(brano tratto da: “Lucia Perez Montero’s murder inspired Black Wednesday; now her rapists have been let off”, di Raquel Rosario Sanchez per Feminist Current, 5 dicembre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

lucia perez montero

L’8 ottobre 2016, il corpo di Lucia Perez Montero – in immagine – fu trasportato all’ospedale Playa Serena in Argentina. La 16enne era ancora viva, ma non per molto. In precedenza, quel giorno, erano stata riempita di droghe e stuprata violentemente. Dopo l’aggressione, i tre uomini coinvolti nella sua morte lavarono il corpo di Lucia, la vestirono e la portarono a un centro riabilitativo, dove il personale cominciò a trattare il suo caso come overdose di droga, sino a che scoprirono il trauma sessuale. (…)

Il 19 ottobre, più di 100.000 persone scesero nelle strade argentine per protestare contro l’omicidio di Lucia. Le femministe chiamarono l’evento – la prima protesta di massa contro la violenza sulle donne in Argentina – “Mercoledì Nero”.

Matias Farias, Juan Pablo Offidani e Alejandro Maciel erano accusati di “abuso sessuale aggravato dall’uso di narcotici risultante in una morte in probabile contesto di femicidio, occultamento di prove aggravato dalla serietà dell’avvenimento precedente e possesso di narcotici con l’intenzione di venderli”. Ma nonostante la legge argentina abbia incluso il concetto di “femicidio” nel suo Codice Penale sin dal 2012, il 26 novembre scorso, il giorno dopo il Giorno Internazionale per mettere fine alla violenza contro le donne, tre giudici di sesso maschile – Facundo Gomez Urso, Aldo Carnevale e Pablo Viñas – hanno considerato i tre sospetti non colpevoli delle prime due accuse. La famiglia di Lucia aveva chiesto che gli uomini rispondessero di “abuso sessuale seguito da morte”, ma Farias e Offidani sono stati giudicati colpevoli solo di aver fornito droghe a una minorenne in zona scolastica e condannati a otto anni di carcere più una multa. Maciel, che era stato accusato solo dell’occultamento del crimine, è stato assolto.

I giudici sapevano che Lucia incontrò Farias il giorno prima del suo assassinio e che probabilmente comprò uno spinello da lui. La mattina seguente – un sabato – Farias e Offidani andarono a prendere Lucia a casa sua e la portarono alla residenza di Farias, che sarebbe diventata la scena del crimine. L’autopsia rivelò che il corpo di Lucia conteneva così tanta cocaina da stordirla completamente e che la ragazza morì di infarto causato da “eccessivo dolore”. Nonostante ciò, il verdetto dei giudici – che ha discusso ipotizzando in lungo e in largo sulla vita sessuale di Lucia, il suo uso di droghe e la sua promiscuità – dichiara che gli eventi occorsi l’8 ottobre consistevano in “sesso consensuale”.

Guillermo Perez, il padre di Lucia, ha definito la sentenza “una vergogna”. Il giorno dell’udienza finale ha detto: “Sono scioccato, ma perché non dovrei esserlo? Non mi sarei mai aspettato una sentenza del genere, non ha senso. L’autopsia di mia figlia ha rivelato tutto quel che le è stato fatto. Aveva lesioni alla vagina, ogni cosa di questo tipo. E adesso dicono che non possono provarlo? E’ un’assurdità.”

Rispondendo alla stampa sull’assoluzione dei perpetratori dalle accuse di abuso sessuale e femicidio, Marta Montero, la madre di Lucia, ha detto: “Quindi non l’hanno stuprata, non l’hanno uccisa, non l’hanno intossicata? Allora cos’è stata la morte di mia figlia, un regalo? Loro lo faranno di nuovo. Ci sono molte altre ragazze in giro. Il fatto che un tribunale si occupi solo delle sostanze stupefacenti e non dia riconoscimento alla vita di una persona, al femicidio di Lucia, è vergognoso. Il messaggio che stanno mandando alla società è questo: continuate pure (a uccidere ragazze), va tutto bene. Non vi accadrà nulla. E’ come se la morte di Lucia non esistesse neppure.” La famiglia intende ricorrere in appello. (…)

Le femministe locali sono indignate. Diana Maffía, direttrice dell’Osservatorio argentino sul genere, ha scritto su Twitter: “Una delle maniere patriarcali di produrre verdetti è il “leggere” la scena del crimine. Nel femicidio di Lucia Perez, una sedicenne, le sue ferite fisiche sono state giudicate compatibili con una relazione sessuale consensuale. Lei non è viva per testimoniare. Tuttavia, il suo cadavere ha parlato.”

Con le motivazioni espresse nella loro sentenza, questi tre giudici maschi hanno essenzialmente dichiarato che Lucia Perez Montero “non era stuprabile”: “Tutto era normale e naturale, tutto era perfettamente voluto e aveva il consenso di Lucia Perez. In questo caso non c’è stata violenza fisica o psicologica, subordinazione o umiliazione e meno che mai oggettivazione.” Il disumanizzante verdetto ritrarre Lucia Perez Montero come una tossica promiscua e dichiara che la sua “forte personalità” la immunizzava dal poter diventare vittima di un’aggressione sessuale. (…)

Un altro sciopero nazionale è in preparazione per protestare contro la sentenza. Persino l’OAS – Organizzazione degli stati americani ha ripudiato il verdetto, dichiarando che esso mostra pregiudizi nei confronti di Lucia e viola i diritti umani delle donne. Susana Chiarotti, che rappresenta l’Argentina nel Comitato specialisti sul genere dell’OAS, ha dichiarato a “Pagina 12”:

“E’ chiaro che secondo i giudici Lucia non era la vittima perfetta. Come avrebbe dovuto comportarsi? Al minino, la volevano vergine, timida e schiva… e possibilmente proveniente dal 18° secolo. Si è usato un doppio standard per analizzare la vittima rispetto al modo in cui gli accusati sono stati analizzati. I giudici hanno studiato meticolosamente la vittima e la sua intera vita privata è stata sottoposta a giudizio: le testimonianze dei suoi amici e familiari, i suoi gruppi su WhatsApp, i suoi messaggi e le sue chat. Non c’era diritto alla privacy per lei. La sua vita privata, la sua vita sessuale e affettiva sono state esposte senza restrizioni. Tuttavia, quando il pubblico ministero ha tentato di discutere l’uso della pornografia da parte dell’imputato principale, i giudici si sono indignati e hanno richiamato l’art. 19 della Costituzione, intendendo che lui aveva diritto alla sua intimità. A differenza di lei.”

Questo errore giudiziario rivela qualcosa d’altro con cui ci si deve confrontare. Noi non possiamo simultaneamente legittimare la violenza contro le donne come erotica, nel modo in cui lo fanno le argomentazioni liberali in difesa della pornografia, e poi sentirci oltraggiati quando tale messaggio filtra nella “vita reale”. I giudici nel caso di Lucia hanno scelto di credere a un’argomentazione che calza il patriarcato come un guanto: e cioè che nessuna forma di violenza contro le donne è troppo aggressiva o brutale da non poter essere reinterpretata come “sesso consensuale”.

L’assoluzione degli uomini che hanno ucciso Lucia Perez Montero e il misogino verdetto che l’ha vista disumanizzata e ridotta a un oggetto dimostrano che la nozione per cui la violenza contro le donne può essere semplicemente una bizzarra preferenza sessuale danneggia in modo diretto donne e bambine, nel mentre agisce come un disinfettante culturale che legittima il loro abuso.

La morte di Lucia Perez Montero ha generato oltraggio e rabbia in un continente che sta finalmente cominciando a lavorare per affrontare la realtà della violenza maschile contro donne e bambine. Sebbene lo slogan collegato alla lotta per porre termine alla violenza maschile sia diventato “Ni Una Menos” (Non una di meno), il femicidio di Lucia è solo uno degli innumerevoli casi simili. In verità, ciò che stiamo testimoniando è l’opposto: “Otra Mas” (Un’altra).

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fangar - linda

Lo sceneggiato islandese “Fangar” – “Prigioniere”, è stato di recente reso disponibile online con sottotitoli in italiano (nell’immagine l’attrice Thora Bjorg Helga che interpreta il personaggio principale, Linda). Sono sei intense puntate da cinquanta minuti l’una che raccontano, attorno alla storia che fa da traino, la vita delle donne in carcere – in special modo le madri – senza alcun romanticismo o abbellimento. Le protagoniste non sono raffigurate in modo da accattivarsi la simpatia degli spettatori e la loro umanità emerge nel corso del vicenda in modo lento ma inesorabile: tutte hanno alle spalle esperienze che possiamo riconoscere, tutte ci assomigliano un poco.

Perché, se avete tempo e voglia, dovreste vederlo? Perché “Fangar” ha alle spalle sette anni di lavoro, numerosi colloqui diretti con le 12 incarcerate nella prigione di Kópavogur (chiusa un paio di anni fa, è stata poi usata come set per i filmati) ed è il frutto della collaborazione di uomini e donne che avevano in mente questo: “Non volevamo fare uno sceneggiato tipico sulla prigione. Abbiamo sviluppato la storia, facendo ricerche su come gli uomini usano il loro potere per ridurre al silenzio le donne e abusare di loro. Ci sono stati vari scandali di questo tipo in Islanda. Abbiamo deciso di raccontare la storia dal punto di vista di una famiglia, tre generazioni di donne all’interno di una famiglia.”

Le generazioni in questione comprendono la 30enne già citata Linda, sua sorella maggiore Valgerdur (Halldóra Geirhardsdóttir) che è una donna politica e una deputata, con una figlia quattordicenne (Katla Njálsdóttir), e la madre delle due, Herdis (Kristbjörg Kjeld), casalinga ingenua che avrà parecchie drammatiche “rivelazioni” nel corso della vicenda.

Linda, dedita agli stupefacenti, finisce in galera per un violento assalto al proprio padre, che lo riduce in coma. Le sue motivazioni non ci appaiono chiare – all’inizio sappiamo solo che cercava soldi nello studio dell’uomo, così come non sembra del tutto comprensibile l’abbandono totale di lei da parte della famiglia. Scopriremo pian piano che questa gente così “per bene” (una volta rimesso, per fare un esempio, il padre di Linda riceve una lettera di congratulazioni persino dal Presidente del paese) protegge accuratamente un segreto: negandolo, non vedendolo, ignorandolo, fingendo – come troppe famiglie fanno ovunque – che sia tutto perfettamente a posto e se la Linda di turno insinua o dice esplicitamente il contrario è perché è drogata e pazza e violenta…

Non vi rovinerò lo sherlockiano piacere di vederlo emergere svelandolo ora, ma sono certissima che gli indizi vi hanno già messo sulla strada giusta. Buona visione. Maria G. Di Rienzo

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alejandra - foto di ada luisa trillo

L’immagine qui sopra appartiene a una rassegna fotografica che ha cominciato a girare le mostre in questo luglio 2017. Ritrae Alejandra, la quale dovrebbe essere già morta, secondo la tardiva diagnosi di cancro al colon non curato, ma ha superato di due anni la data che i medici avevano ipotizzato per il suo decesso. Alejandra è ritratta nel suo “luogo di lavoro” – come direbbe qualche idiota – ovvero un bordello di Ciudad Juárez, in Messico.

La fotografa si chiama Ada Luisa Trillo ed è riuscita a entrare in dozzine di stanze come questa, assieme all’amica Blanca Cerceda che l’ha aiutata registrare le storie delle donne coinvolte, grazie a una sopravvissuta alla tratta sessuale, Maria Lourdes Aguero: costei ha fatto da tramite con i magnaccia e gli spacciatori, che hanno concesso 15 minuti per ogni visita. Ada e Blanca, in un periodo di tre anni, hanno fatto in modo di ripetere le visite ad alcune delle donne. Il patto prevedeva ovviamente che la fotografa non riprendesse nessuno degli sfruttatori e degli “utilizzatori finali” dei suoi soggetti, ma essi restano invisibili solo a questo livello perché le storie che le donne hanno raccontato sono appese accanto alle loro fotografie. Ada ha immortalato circa un centinaio di loro: oggi ne sopravvivono una manciata.

Muoiono uccise dai “clienti” o dai papponi – come Sandra, strangolata l’anno scorso, o Lupita, uccisa a colpi di pistola, o dai cocktail di alcool e oppiacei che usano soprattutto come sostituti dei medicinali per le malattie che hanno contratto prostituendosi. Sylvia, che nel bordello ha sofferto una ferita alla schiena e camminerà con le stampelle per il resto della sua vita, per controllare i dolori assume una mistura di solventi, marijuana e crack.

La maggior parte di queste donne sono state trafficate all’età di 14/15 anni. Alcune riportano di aver subito stupri da bambine da parte di patrigni o di altri uomini che avrebbe dovuto aver cura di loro. Con una sola eccezione, sono tutte di etnie indigene.

“Nessuna delle donne che ho fotografato definisce se stessa una ‘trabajadora sexual’ (‘sex worker’). – ha detto Ada Luisa Trillo alla stampa – Si sono fatte beffe del termine e dicevano caí en la prostitución o caí en esto, che significa “Sono caduta nella prostituzione”. Spesso si domandavano: Come sono finita qui?

Così, al termine di un lungo e dettagliato articolo Taina Bien-Aime, una delle direttrici della Coalizione contro il traffico di Donne (CATW) commenta la mostra: “Le magnifiche immagini di Trillo ci rendono testimoni. Nessuna bambina sogna un lavoro in cui rischiare l’amputazione di un arto per malattie provocate da droghe o la possibilità di morire per mano di un compratore di sesso siano la sua fatica giornaliera per il pane. Nessuna ragazza immagina di finire per credere, un giorno, che i suoi amati figli stanno meglio senza di lei. E nemmeno dovremmo farlo noi.”

Maria G. Di Rienzo

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