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Posts Tagged ‘stupefacenti’

fangar - linda

Lo sceneggiato islandese “Fangar” – “Prigioniere”, è stato di recente reso disponibile online con sottotitoli in italiano (nell’immagine l’attrice Thora Bjorg Helga che interpreta il personaggio principale, Linda). Sono sei intense puntate da cinquanta minuti l’una che raccontano, attorno alla storia che fa da traino, la vita delle donne in carcere – in special modo le madri – senza alcun romanticismo o abbellimento. Le protagoniste non sono raffigurate in modo da accattivarsi la simpatia degli spettatori e la loro umanità emerge nel corso del vicenda in modo lento ma inesorabile: tutte hanno alle spalle esperienze che possiamo riconoscere, tutte ci assomigliano un poco.

Perché, se avete tempo e voglia, dovreste vederlo? Perché “Fangar” ha alle spalle sette anni di lavoro, numerosi colloqui diretti con le 12 incarcerate nella prigione di Kópavogur (chiusa un paio di anni fa, è stata poi usata come set per i filmati) ed è il frutto della collaborazione di uomini e donne che avevano in mente questo: “Non volevamo fare uno sceneggiato tipico sulla prigione. Abbiamo sviluppato la storia, facendo ricerche su come gli uomini usano il loro potere per ridurre al silenzio le donne e abusare di loro. Ci sono stati vari scandali di questo tipo in Islanda. Abbiamo deciso di raccontare la storia dal punto di vista di una famiglia, tre generazioni di donne all’interno di una famiglia.”

Le generazioni in questione comprendono la 30enne già citata Linda, sua sorella maggiore Valgerdur (Halldóra Geirhardsdóttir) che è una donna politica e una deputata, con una figlia quattordicenne (Katla Njálsdóttir), e la madre delle due, Herdis (Kristbjörg Kjeld), casalinga ingenua che avrà parecchie drammatiche “rivelazioni” nel corso della vicenda.

Linda, dedita agli stupefacenti, finisce in galera per un violento assalto al proprio padre, che lo riduce in coma. Le sue motivazioni non ci appaiono chiare – all’inizio sappiamo solo che cercava soldi nello studio dell’uomo, così come non sembra del tutto comprensibile l’abbandono totale di lei da parte della famiglia. Scopriremo pian piano che questa gente così “per bene” (una volta rimesso, per fare un esempio, il padre di Linda riceve una lettera di congratulazioni persino dal Presidente del paese) protegge accuratamente un segreto: negandolo, non vedendolo, ignorandolo, fingendo – come troppe famiglie fanno ovunque – che sia tutto perfettamente a posto e se la Linda di turno insinua o dice esplicitamente il contrario è perché è drogata e pazza e violenta…

Non vi rovinerò lo sherlockiano piacere di vederlo emergere svelandolo ora, ma sono certissima che gli indizi vi hanno già messo sulla strada giusta. Buona visione. Maria G. Di Rienzo

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alejandra - foto di ada luisa trillo

L’immagine qui sopra appartiene a una rassegna fotografica che ha cominciato a girare le mostre in questo luglio 2017. Ritrae Alejandra, la quale dovrebbe essere già morta, secondo la tardiva diagnosi di cancro al colon non curato, ma ha superato di due anni la data che i medici avevano ipotizzato per il suo decesso. Alejandra è ritratta nel suo “luogo di lavoro” – come direbbe qualche idiota – ovvero un bordello di Ciudad Juárez, in Messico.

La fotografa si chiama Ada Luisa Trillo ed è riuscita a entrare in dozzine di stanze come questa, assieme all’amica Blanca Cerceda che l’ha aiutata registrare le storie delle donne coinvolte, grazie a una sopravvissuta alla tratta sessuale, Maria Lourdes Aguero: costei ha fatto da tramite con i magnaccia e gli spacciatori, che hanno concesso 15 minuti per ogni visita. Ada e Blanca, in un periodo di tre anni, hanno fatto in modo di ripetere le visite ad alcune delle donne. Il patto prevedeva ovviamente che la fotografa non riprendesse nessuno degli sfruttatori e degli “utilizzatori finali” dei suoi soggetti, ma essi restano invisibili solo a questo livello perché le storie che le donne hanno raccontato sono appese accanto alle loro fotografie. Ada ha immortalato circa un centinaio di loro: oggi ne sopravvivono una manciata.

Muoiono uccise dai “clienti” o dai papponi – come Sandra, strangolata l’anno scorso, o Lupita, uccisa a colpi di pistola, o dai cocktail di alcool e oppiacei che usano soprattutto come sostituti dei medicinali per le malattie che hanno contratto prostituendosi. Sylvia, che nel bordello ha sofferto una ferita alla schiena e camminerà con le stampelle per il resto della sua vita, per controllare i dolori assume una mistura di solventi, marijuana e crack.

La maggior parte di queste donne sono state trafficate all’età di 14/15 anni. Alcune riportano di aver subito stupri da bambine da parte di patrigni o di altri uomini che avrebbe dovuto aver cura di loro. Con una sola eccezione, sono tutte di etnie indigene.

“Nessuna delle donne che ho fotografato definisce se stessa una ‘trabajadora sexual’ (‘sex worker’). – ha detto Ada Luisa Trillo alla stampa – Si sono fatte beffe del termine e dicevano caí en la prostitución o caí en esto, che significa “Sono caduta nella prostituzione”. Spesso si domandavano: Come sono finita qui?

Così, al termine di un lungo e dettagliato articolo Taina Bien-Aime, una delle direttrici della Coalizione contro il traffico di Donne (CATW) commenta la mostra: “Le magnifiche immagini di Trillo ci rendono testimoni. Nessuna bambina sogna un lavoro in cui rischiare l’amputazione di un arto per malattie provocate da droghe o la possibilità di morire per mano di un compratore di sesso siano la sua fatica giornaliera per il pane. Nessuna ragazza immagina di finire per credere, un giorno, che i suoi amati figli stanno meglio senza di lei. E nemmeno dovremmo farlo noi.”

Maria G. Di Rienzo

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