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rasha

(“Meet Rasha Jarhum, Yemen” – Women Nobel’s Initiative, maggio 2018 – trad. Maria G. Di Rienzo. L’attivista yemenita per i diritti umani Rasha Jarhum, in immagine, vive attualmente a Ginevra. E’ la fondatrice di Peace Track Initiative – https://peacetrack.wordpress.com/

che intende creare spazi nei processi di pace per il contributo delle organizzazioni di donne, di giovani e della società civile.)

Tua madre, Hooria Mashhour, è un’attivista di lungo corso; dopo la sollevazione del 2011 in Yemen divenne la prima Ministra per i Diritti Umani del paese. E’ giusto dire che sei cresciuta in mezzo alla lotta?

Mia madre era una fiera sostenitrice dei diritti delle donne. Lavorò nel Comitato nazionale delle donne per almeno un decennio, e dopo la sollevazione fu la prima funzionaria di governo a dare le dimissioni come atto di protesta per il feroce uso della forza contro manifestanti pacifici. Più tardi, fu selezionata come portavoce del consiglio delle forze rivoluzionarie: per la prima volta nella storia yemenita una donna parlava a nome di un movimento politico. Io sono stata privilegiata ad averla come guida. Sin da quando ero bambina l’ho seguita in seminari e campagne – lei è la ragione per cui sono diventata un’attivista. Abbiamo i nostri disaccordi politici, e apprezzo il fatto che non tenta mai di far pressione su di me affinché io cambi le mie posizioni.

Da tua madre hai anche imparato che l’attivismo può costare caro.

Questa è una cosa che la mia intera famiglia capisce. Il padre di mio marito, che fu il primo a denunciare l’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh per appropriazione indebita di denaro statale, è stato assassinato. Durante la guerra in corso, che è cominciata nel 2014, abbiamo perso familiari e beni e siamo stati minacciati e pedinati. Il nome di mia madre è stato messo nella lista degli “infedeli ricercati” e uomini armati sono penetrati nel suo ufficio. A questo punto è partita per cercare asilo politico in Germania.

Perché anche tu hai lasciato lo Yemen?

Dopo il 2011, quando il presidente Saleh si dimise, credevo che saremmo stati in grado di costruire uno stato civile e moderno in Yemen. Per conto delle Nazioni Unite lavoravo in un programma per motivare le persone, incluse le donne, affinché andassero a votare. Volevo che gli yemeniti gustassero il futuro della democrazia.

Ma avevo già attraversato due devastanti guerre precedenti, nel 1986 nello Yemen del sud e quella del 1994 fra nord e sud, e avevo due figli piccoli. Durante la sollevazione fummo testimoni del conflitto armato a Sana’a e nel timore, per i nostri bambini, che il conflitto crescesse, mio marito e io cominciammo a cercare opportunità fuori dal paese. Nel 2012, lui ebbe un’offerta di lavoro in Libano e andammo a stare a Beirut per cinque anni. Da là ho continuato a sostenere le organizzazioni della società civile e ho lavorato con Oxfam al programma “Crisi dei rifugiati siriani e giustizia di genere”. Quando cominciò la guerra nel 2014, in Yemen, sapevo che sarebbe stata lunga e orribile.

Qual è lo scopo della Peace Track Initiative (Iniziativa Traccia di Pace)?

L’Iniziativa lavora per localizzare processi di pace e assicurare ad essi inclusività, con la sottesa premessa che quelli direttamente toccati dalla guerra sono quelli con la posta in gioco più alta nella costruzione di pace. Si compone di due gruppi: uno si concentra sullo Yemen e l’altro sull’intero medioriente e la regione nordafricana. Per lo Yemen, sostengo le organizzazioni guidate da donne a livello comunitario e i gruppi di donne nelle attività di costruzione di pace. Troppe di queste donne sono invisibili al mondo.

Cosa stanno facendo le donne locali per promuovere la pace in Yemen? Perché la comunità internazionale non sa di loro?

Storicamente parlando, la situazione per le donne in Yemen era pessima. Le donne non avevano libertà decisionale di lavorare, viaggiare, sposarsi. Norme legislative, istituzionali e sociali hanno tutte ostacolato le donne. Ma le donne hanno guidato la rivoluzione nel 2011 e oggi le donne yemenite sono di nuovo in prima linea. Nelle aree assediate, le donne camminano per chilometri per portare beni di primo soccorso alle loro famiglie, mettono in moto convogli di rifornimenti, portano di nascosto medicine negli ospedali.

Le stime dicono che un terzo dei combattenti in Yemen sono bambini e le donne stanno affrontando la questione del reclutamento di minori. Le donne sono impegnate su questioni complicate come il rilascio dei detenuti, il contrasto al terrorismo tramite lavoro di coesione sociale e la de-radicalizzazione della gioventù. Le donne stanno lavorando per rivitalizzare l’economia tramite collettivi di risparmio, agricoltura e imprese sociali.

Quando le donne sono coinvolte nei processi di pace, noi ci concentriamo sulla condivisione di responsabilità anziché sulla condivisione del potere. La partecipazione delle donne al dialogo nazionale nel 2011 condusse alla creazione di una delle più forti piattaforme di diritti e libertà in tutta la storia yemenita. Ma le agenzie umanitarie che lavorano in Yemen ritraggono le donne solo come vittime passive. Le storie della loro resilienza e della loro leadership non arrivano alle notizie. Parte del problema può essere che diverse donne locali lavorano come individui o in coalizioni che non hanno una registrazione formale, e perciò sono private delle opportunità di finanziamento. Inoltre, molte donne yemenite non parlano inglese.

Il 4 dicembre del 2017 l’ex presidente Saleh è stato ucciso e la situazione in Yemen sembra essere peggiorata.

Per anni, lo Yemen è stato il peggior paese in cui le donne potessero vivere. Con questa guerra, la nostra crisi umanitaria è aumentata. Ora noi abbiamo un milione di donne incinte a rischio di denutrizione e circa due milioni di donne e bambine a rischio di violenza di genere, stupro incluso.

Ma quando tocchi il fondo c’è un solo modo di muoversi: verso l’alto. Io credo che una pace reale, sostenibile e inclusiva possa essere raggiunta in Yemen. E penso che la soluzione stia davvero nelle mani delle donne.

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“Guardando con occhi che sono consapevoli del genere, le donne tendono a far luce sulle connessioni fra l’oppressione che è la verosimile causa del conflitto (oppressione etnica o nazionale) e un’altra che è trasversale: quella del regime di genere. Il lavoro femminista è incline a rappresentare la guerra come continuum della violenza che va dalla camera da letto al campo di battaglia, attraversando i nostri corpi e la nostra percezione del sé.

Noi lo intravediamo più prontamente perché, come donne, abbiamo visto che la “casa” stessa non è il paradiso per cui è spacciata. Perché, se essa è un rifugio, così tante donne devono fuggirla per andare nei “rifugi”? E riconosciamo, con Virginia Woolf, che “i mondi pubblico e privato sono inseparabilmente connessi: che le tirannie e i servilismi dell’uno sono le tirannie e i servilismi dell’altro.”, Cynthia Cockburn, in “Negotiating Gender and National Identities”, trad. Maria G. Di Rienzo.

cynthia cockburn

Cynthia Cockburn è una femminista, attivista pacifista e antimilitarista e docente universitaria inglese nata nel 1934.

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mina

Questa è Mina Jaf, femminista curda irachena, fondatrice nel 2015 dell’ong Women Refugee Route, Vice Presidente dal 2017 della Rete Europea delle Donne Migranti e alla fine dello stesso anno premiata come a Bruxelles con il Women of Europe Award nella categoria “giovani attiviste”.

Mina è nata nel 1988, durante un attacco al suo villaggio effettuato con gas chimici: divenne una rifugiata nel momento stesso in cui vedeva la luce. La sua famiglia fuggì attraverso le montagne e visse vagabondando fra Iraq e Iran per i seguenti 11 anni, a volte senza passare più di una notte nel medesimo luogo, sino a quando madre e figli riuscirono a trasferirsi in Europa. Con i suoi familiari, Mina ha trascorso i tre anni successivi nei centri per i richiedenti asilo della Danimarca, prima che la loro condizione fosse finalmente stabilizzata.

Per tutta la sua infanzia Mina ha ascoltato, spesso fingendo di dormire, le storie orripilanti delle violenze subite dalle donne sfollate provenienti da mille luoghi diversi, dalla Bosnia alla Somalia: stupro e violenza domestica, la stigmatizzazione e la vergogna che circondavano le loro esperienze, il poterle condividere solo in sussurri nella notte. Mina è cresciuta con la determinazione di lottare per i loro diritti.

Oggi lavora non solo nella Danimarca di cui è orgogliosa cittadina, ma in Belgio (con lo Stairpont Project), Grecia e Italia e ovunque vi siano alte concentrazioni di migranti/rifugiati. Parla sette lingue: “Fatico ogni giorno per trovare le parole giuste con cui dire alle donne questa cosa: Se sei stata stuprata, al centro accoglienza o durante il tuo viaggio, devi dirlo. Se ometti questa informazione – perché hai paura, perché ti vergogni, per via dei tabù – non avrai una seconda possibilità.” Adesso Mina sta creando un’organizzazione di traduttrici, sapendo che le donne parlano più volentieri e facilmente con le loro simili: “La lezione più importante che ho appreso lavorando sul campo è questa: il modo in cui l’informazione è data è cruciale quanto il tipo di informazione data.”

Il 15 maggio scorso Mina Jaf ha parlato alle Nazioni Unite in un incontro dedicato alla violenza sessuale durante i conflitti. Non ha solo dettagliato molto bene la situazione mondiale, non ha solo spiegato cosa la violenza sessuale è: “un crimine di genere usato per svergognare, esercitare potere e rinforzare le norme di genere”, ha detto loro chiaro e tondo cosa bisogna fare:

“Promuovere l’eguaglianza di genere e il potenziamento di donne e bambine come fondamento a tutti gli sforzi per prevenire e affrontare la violenza sessuale durante i conflitti e sostenere le organizzazione delle donne che lavorano in prima linea;

Unirsi alla Chiamata all’Azione per la protezione dalla violenza di genere durante le emergenze e sostenerla;

Assicurarsi che l’Accordo Globale per i Rifugiati, che sarà completato nel 2018, sia progressivo per le donne e le bambine rifugiate;

Confermare i diritti di tutti i rifugiati migliorando urgentemente l’accesso alla protezione internazionale con le visa umanitarie, i reinsediamenti dei rifugiati, il più vasto accesso all’informazione e ad audizioni imparziali;

Assicurarsi che l’aiuto umanitario si accordi al diritto umanitario internazionale e non sia soggetto a limitazioni imposte dai donatori, come il negare l’accesso ai servizi sanitari per la salute sessuale e riproduttiva quali l’interruzione di gravidanza;

Impegnarsi in programmi che siano aggiornati con analisi di genere, che riconoscano le necessità di tutte le sopravvissute e includano dati disaggregati per sesso ed età: questo deve comprendere l’addestramento alla sensibilità di genere per chiunque lavori con le sopravvissute sul campo e l’inclusione delle sopravvissute nella consultazione sulle individuali strategie di protezione;

Limitare il flusso delle armi leggere ratificando il Trattato sul Commercio delle Armi e implementandolo tramite leggi e regolamenti nazionali.

Non è sufficiente condannare gli atti di violenza sessuale durante i conflitti. Chiunque sia presente qui oggi è responsabile del porvi fine, del portare tutti i perpetratori davanti alla giustizia e del mettere le donne all’inizio e al centro di ogni responso per prevenire la violenza.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: Children of Peace: Stories and Dreams of Conflict-displaced Children, di Krizia Kaye Viray e Julie Christine Batula (immagini) – Un Migration Agency, 30 novembre 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

le gemelle

E’ come vedere doppio. Dagli occhi espressivi alla straordinaria carnagione dorata, sino ai più minuscoli manierismi e gesti, è difficile discernere chi è chi fra le due ragazze. Il modo più facile di distinguere le gemelle Sampang è che Farhiya indossa un ‘turung’ (hijab o fazzoletto da testa) e Ferwina no: “Può diventare davvero bollente e mi fa venire mal di testa.”, spiega quest’ultima.

Nonostante siano gemelle identiche, le ragazze sono l’una l’opposto dell’altra in diverse maniere. A Farhiya piacciono le lezioni d’inglese, Ferwina preferisce la matematica e vi eccelle. Nel tempo libero, a Farhiya piace cantare mentre ascolta i suoi artisti locali preferiti, mentre Ferwina preferisce disegnare.

Ma quando chiedi loro come immaginano il loro futuro le gemelle rispondono all’unisono – come se le parole provenissero da una sola persona. E’ un responso istantaneo, fermo e forte: “Sogniamo la pace.” Entrambe vogliono diventare mediche.

Il 9 settembre 2013 un gruppo armato attaccò la città di Zamboanga sull’isola di Mindanao, nelle Filippine. Il conflitto fra le forze governative e il gruppo armato durò più di tre settimane. L’assedio alla città fece di 100.000 suoi residenti degli sfollati, creando una crisi umanitaria che ha preso anni per essere risolta.

Il conflitto ha reso i bambini / le bambine particolarmente vulnerabili. Persino nei casi in cui erano stati in grado di fuggire e di trovare luoghi sicuri, un futuro sconfortante era davanti a loro, in special modo se non ottenevano sufficiente sostegno, inclusa la possibilità di tornare a scuola.

Da un’evacuazione all’altra le famiglie sfollate sono state trasferite a Masepla, dove è stato creato uno spazio di apprendimento per i bambini e dove le gemelle si trovano.

“Non è stato facile. – dice la preside della Masepla Composite Learning School, Cristina Santos – Prima di tornare a leggere libri, recitare alfabeti e cantare filastrocche abbiamo dovuto lavorare sull’attitudine dei piccoli e sul loro atteggiamento verso la vita. La violenza li aveva portati qui e noi abbiamo voluto assicurarci che non fosse la violenza a definirli.”

Gli alunni di questa scuola salutano con radianti sorrisi e non sono diversi dagli altri scolari che conoscete. Sono energici, curiosi, spensierati. E un’altra cosa è evidente. I sogni non svaniscono facilmente. Per fare un esempio, qui abbiamo incontrato bambine e ragazze che chiamano orgogliosamente se stesse “Figlie / Bambine delle Pace”. La pace non è per loro un barlume di speranza, è il motore che le spinge in avanti: “Ci impegneremo nello studio. Promuoveremo la pace. L’istruzione sarà la nostra arma per un futuro migliore.”, ci ha detto una delle ragazze prima di correre via a giocare con le amiche.

children of peace

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Rebeca Lane - foto di Cynthia Vance

Rebeca Eunice Vargas, in arte Rebeca Lane (in immagine), è nata a Città del Guatemala il 6 dicembre 1984, nel pieno della guerra civile che stava devastando il suo paese. Il nome Rebeca le è stato dato in memoria di una zia, rapita da agenti del governo militare nel 1981 per la sua attività politica e conseguentemente “scomparsa”.

Sin da giovanissima, Rebeca è stata un’attivista nelle organizzazioni che investigavano sui loro familiari rapiti o uccisi dall’esercito e nei movimenti per il cambiamento sociale, movimento femminista compreso. Ha deciso che le sue capacità artistiche potevano essere usate per esporre e condannare la violenza e così è diventata una “artivista”: teatro, cabaret, musica, programmi radiofonici, poesia, graffiti, danza… Rebeca partecipa a gruppi o ha fondato gruppi in tutti questi campi, ma è maggiormente nota come artista hip hop.

La settimana scorsa era in tour in Canada. Jackie McVicar, che lavora con i difensori dei diritti umani in Guatemala dal 2004, ha coordinato le date delle performance di Rebeca e in un lungo articolo del 14 novembre u.s. ha descritto il suo lavoro e l’ha intervistata:

“In ognuno dei suoi spettacoli sulla costa orientale del Canada, durante il suo primo tour nel paese, Lane ha dedicato un brano alle 56 ragazze che bruciarono in un incendio mentre erano chiuse a chiave in “rifugio” statale l’8 marzo 2017. Quarantuno di esse morirono immediatamente tra le fiamme per l’inalazione di fumo e le ustioni, le altre morirono nelle ore e nei giorni seguenti. Lane racconta la storia di come i giovani – ragazzi e ragazze – presi in carico dallo stato abbiano denunciato torture, abusi sessuali, prostituzione coatta e violenze subite nei rifugi.

“Nove delle 56 ragazze erano incinte nel momento in cui sono state uccise. – ha detto Lane – E nessuna di esse era arrivata incinta al rifugio.” (…) Erano rinchiuse da 12 ore in una piccola aula con 22 materassi, senza cibo e senza il permesso di andare in bagno quando diedero fuoco a un materasso per attirare l’attenzione della polizia affinché le porte fossero aperte. Ma la polizia non rispose. Invece, secondo i resoconti delle sopravvissute, i poliziotti schernirono le ragazze chiamandole “puttane” e dicendo che se erano state tanto coraggiose da cercare di scappare la notte prima, avrebbero dovuto essere abbastanza coraggiose da sopportare le fiamme. Successivamente, i poliziotti hanno dichiarato di non aver aperto le porte perché non riuscivano a trovare le chiavi. (…)”

Rebeca ha spiegato che ciò ha cambiato completamente il significato dell’8 marzo per il Guatemala. E pur ritenendo lo stato responsabile per il massacro delle ragazze, ci tiene a sottolineare che la maggioranza delle aggressioni le donne le ricevono per mano dei loro fidanzati, compagni, mariti, padri, fratelli: “Ogni mese (in Guatemala) 62 donne muoiono di morte violenta. Ciò significa 15 donne a settimana. L’anno scorso ci sono 739 morti violente. Quest’anno, contando solo sino alla fine di settembre, le donne uccise sono state 588: 373 per colpi d’arma da fuoco, 144 strangolate, 63 uccise a coltellate. Otto donne sono state smembrate e 1.034 ragazzine minori di 14 anni sono state stuprate e lasciate incinte, impossibilitate a ottenere un aborto legale.”

Rebeca Lane è una femminista visibile e molto attiva in un ambiente ostile verso le donne e verso chi difende i diritti umani. Sa che rischia la vita, ma non vede altra opzione se non continuare: “Mi sento in pericolo, certo. Ma in Guatemala è facilissimo essere uccise in qualunque modo. Preferisco almeno testimoniare, piuttosto che non fare niente.” E lo mette in musica con queste parole: “Io voglio vivere, non sopravvivere. Voglio uscire per le strade senza aver la sensazione di dovermi difendere, voglio sentire che le tue parole non possono offendermi e le tue armi non possono attaccarmi. Voglio costruire un paese che mi permetta di ridere, sorridere, sognare, cantare, ballare, vivere.”

Maria G. Di Rienzo

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Helen CFS-44 Rome 2017

“Cari Delegati,

grazie per avermi dato l’opportunità di parlarvi. Io sono Helen Hakena dell’Agenzia per lo Sviluppo delle Donne Leitana Nehan, con sede a Bougainville in Papua Nuova Guinea (PNG).

Voglio raccontarvi la storia della mia comunità a Bougainville. Per quelli di voi che non hanno familiarità con il Pacifico, Bougainville è un’isola, un po’ più larga di Cipro, ed è una regione autonoma della PNG. La nostra cultura è matrilineare – il che significa che la nostra terra si eredita tramite le donne. Ma questo non significa che le donne governino, gli uomini restano i capi e i decisori. Tuttavia la nostra terra è cruciale per le donne poiché, assieme ai nostri oceani, ci fornisce quasi tutto il cibo e le risorse da cui dipendiamo, oltre a essere centrale per la nostra vita culturale e comunitaria.

La nostra isola è fertile e sarebbe in grado di provvedere alla sicurezza alimentare e ai nostri bisogni nutrizionali, ma abbiamo dovuto affrontare numerose difficoltà che hanno avuto impatto particolare su donne e bambine. Bougainville ha sofferto una guerra ventennale quando una delle più grandi miniere aperte del mondo, Panguna, ha distrutto i nostri fiumi, il nostro terreno e ambiente, distruggendo pure le nostre comunità.

Sebbene le miniere e i disboscamenti sulla nostra isola abbiano prodotto centinaia di milioni di dollari di profitto, la nostra isola non è diventata prospera. Meno dell’1% dei guadagni sono andati alle comunità locali. La miniera ha un impatto enorme sulla nostra capacità di produrre cibo e di aver accesso all’acqua potabile. La miniera ha contaminato la nostra acqua e ha ridirezionato la nostra economia al servizio della miniera stessa e dei suoi proprietari stranieri.

Persino ora, molta popolazione è esposta al mercurio, usato dai minatori artigianali – incluse donne incinte – per arrivare all’oro e come risultato abbiamo un alto tasso di complicazioni durante i parti e nascite di bambini deformi.

La guerra ci ha reso impossibile curare in sicurezza i nostri orti, ove ognuna di noi coltiva gli alimenti base, e ci ha reso impossibile vendere o scambiare i nostri prodotti. Insieme, la miniera e la guerra, hanno dato esiti terribili per la salute di madri e bambini. Io stessa ho partorito in un edificio abbandonato assieme ad altre donne, una delle quali è morta.

La guerra ha anche portato con sé un embargo che ha impedito ogni importazione di carburante, medicine o tecnologia. L’embargo, tuttavia, ha provato l’intraprendenza degli abitanti di Bougainville e la capacità di produrre da soli tutta l’energia e il cibo di cui avevamo bisogno. Abbiamo prodotto energia dai maiali (ndt. dalla trasformazione di deiezioni e scarti negli allevamenti) e abbiamo usato l’olio di cocco come carburante per i motori.

La contaminazione proveniente dalla miniera e il conflitto messi assieme hanno creato gravi problemi di salute, educativi e sociali. Ciò ha dato come risultato una delle percentuali più alte al mondo di violenza contro le donne, con il 62% degli uomini che ammette di aver stuprato una donna.

Ora, dopo aver negoziato la pace e fatto passi verso il miglioramento delle conseguenze dello sviluppo, abbiamo di fronte un’altra enorme minaccia: il cambiamento climatico.

La mia organizzazione ha condotto un’Azione di ricerca partecipata femminista sulle isole Carteret di Bougainville, per documentare l’impatto del cambiamento climatico sulle vite degli abitanti e intraprendere iniziative per costruire un movimento locale per la giustizia climatica.

La nostra ricerca ha scoperto le cose seguenti:

La popolazione degli atolli che circondano Bougainville è già stata spostata altrove – sono i primi rifugiati climatici del mondo. Gente che ha vissuto senza elettricità, senza aver contribuito alle emissioni climatiche sta ora soffrendo le conseguenze dell’avidità e della distruzione mondiali.

Il cambiamento climatico ha impatto negativo sulla sicurezza alimentare in diversi modi, inclusa la diminuita accessibilità al cibo locale tramite la riduzione dei raccolti agricoli, della disponibilità di terra coltivabile, dell’acqua pura, del pesce e della vita marina in genere. Stiamo facendo esperienza di cambiamenti nei cicli delle piogge, di inondazioni, dell’innalzamento del livello del mare e di salinizzazione. Ciò rende più difficile per le comunità vivere di agricoltura – le donne non riescono a coltivare abbastanza per nutrire se stesse e le loro famiglie.

Donne e uomini sperimentano impatti diversi derivati dal cambiamento climatico, in particolare relativi al loro ruolo nella produzione del cibo. Quando la terra è matrilineare, la perdita della terra è devastante per le donne. Molte delle donne sfollate sono state abbandonate dai loro marito e hanno davanti un cupo futuro. I ruoli e i saperi differenti che donne e uomini hanno nella produzione di cibo e raccolti, così come nella pesca, devono essere accuratamente pianificati altrimenti la discriminazione può solo peggiorare.

Le donne devono avere potere collettivo per sviluppare soluzioni a lungo termine. Noi ora lavoriamo con le amministrazione degli atolli per assicurarci che le donne abbiano un ruolo nel definire il proprio futuro. Noi donne abbiamo guidato il processo di pace e io credo che possiamo guidare il processo per lo sviluppo sostenibile se ce ne viene data l’opportunità.

Ora i governi e le corporazioni stanno parlando di riaprire la miniera. La ragione che ci danno per questo è che non c’è altra via per il benessere, che abbiamo bisogno di più soldi per maneggiare un futuro di cambiamenti climatici, che abbiamo bisogno di valuta estera per importare più cibo e più energia.

Dobbiamo chiederlo a noi stessi: il nostro pianeta ha bisogno di più benessere o solo di un benessere più giusto?

Questo pianeta e le nostre risorse sono il nostro bene comune, appartengono a tutti noi e alle generazioni future. La Papua Nuova Guinea è uno dei paesi della Terra che ha più bio-diversità e ha la terza più grande foresta pluviale del mondo. Di sicuro, questo deve valere di più dell’oro e del rame.

Io so che ci vorrebbero governi coraggiosi e delle differenti Nazioni Unite per resistere al peso del potere delle corporazioni e dei ricchi. Io so quando sarebbe duro cooperare per raccogliere più tasse, mettere una moratoria a nuove miniere di carbone, proteggere tutti i nostri fiumi e la nostra terra dall’inquinamento, garantire alle donne potere decisionali su terreni e risorse, mettersi d’accordo su un minimo vitale ragionevole, garantire a ogni persona assistenza sanitaria gratuita e protezione sociale durante la sua intera vita, inclusa la sicurezza alimentare.

Creare giustizia nello sviluppo. Sarebbe possibile. Abbiamo la ricchezza per farlo. Ci serve solo la volontà politica. Grazie.”

Helen Hakena (in immagine – FAO Flickr Feed) ha tenuto questo discorso a Roma, il 12 ottobre scorso, durante la 44^ sessione plenaria del Comitato sulla Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite.

La sua organizzazione femminista è stata centrale nel porre fine alla guerra civile. Helen continua a promuovere i diritti umani delle donne nel suo paese, in cui fare ciò equivale all’essere attaccate come streghe – e spesso assassinate come tali. Maria G. Di Rienzo

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Trinh T. Minh-ha (in immagine) è nata nel 1952 a Hanoi, in Vietnam. E’ regista, scrittrice, saggista, compositrice e docente. Il suo ultimo libro è del 2016 e si chiama “Lovecidal” (“Amoricida”): è una riflessione sullo stato perenne di guerra globale e spazia dagli interventi militari statunitensi in Iraq e Afghanistan all’occupazione cinese del Tibet, concentrandosi sulle dinamiche variabili della resistenza popolare al militarismo e alla sorveglianza e su capacità e implicazioni dell’uso dei social media per mobilitare la cittadinanza. Trinh sostiene che i conflitti generati dal militarismo sono per la maggior parte fumosi e indistinti, le vittorie mai nette ne’ oggettive e l’unica chiara vittoria del militarismo è la guerra in se stessa.

I concetti che Trinh ha coniato di “altrove” e di “altro inappropriato” continuano a intersecarsi e a comparire in ogni sua opera: sono le interazioni transculturali, la produzione e la percezione delle differenze, le intersezioni fra tecnologia e colonizzazione, la creazione e il disfacimento dell’identità.

Parlando del suo film “Forgetting Vietnam” (90 min., 2015), Trinh spiega: “Tutto comincia con Due, come una delle frasi di apertura del film dice. La baia di Ha Long, per esempio, non è solo il “gioiello dell’industria turistica vietnamita”, è il luogo di incontro di due forze fondatrici: Hạ Long, o “il drago calante”, e Thăng Long – l’antico nome della città di Hanoi – o “il drago crescente”. Piuttosto che far riferimento a opposizioni binarie, Due designa qui l’abilità di contenere entrambi. Montagna e fiume; solido e liquido; immobilità e movimento; maschile e femminile; essere stanziali e viaggiare; partire e tornare; Nord e Sud; bassa e alta tecnologia. Ci sono molti di questi “due”, attivi nel film, che regolano la nostra vita nella realtà concreta.

Le femministe da lungo tempo sfidano il dominante ordine patriarcale e la sua monocultura soggettiva di dominio, produzione e sfruttamento. Le femministe hanno propugnato, invece, un ordine di coesistenza, molteplicità e mutuo rispetto per le ricchezze sia naturali sia culturali. La democrazia sta in questa abilità di contenere entrambi, di spezzare il sistema delle opposizioni binarie, di far entrare l’Altro e mettere in discussione l’Uno imperiale e fallico.”

Maria G. Di Rienzo

i due draghi

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