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Posts Tagged ‘traffico di esseri umani’

anti-slavery campaign

“Tre anni fa, ero una madre single con due bambini che viveva con sua madre vedova. La situazione era così difficile che quando un’amica mi ha parlato dell’andare in Germania, gente, sono partita!

Siamo arrivate solo sino in Libia. Sono stata venduta, stuprata e torturata. Ho visto molti nigeriani morire, inclusa la mia amica Iniobong.

Oggi sono una fornaia a Benin e guadagno abbastanza soldi per provvedere alla mia famiglia. I miei ragazzi non cresceranno vergognandosi della loro madre. Il mio nome è Gift Jonathan e non sono in vendita.”

(trad. Maria G. Di Rienzo)

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C’è questo signore, il cui mestiere non so definire con esattezza (twittatore, come neologismo, va bene?), presentato ossessivamente sui media come ministro del nostro governo ma sempre con corredo di panzarotti, ortaggi e calici di vino o mentre presenzia alle sagre – però non è il ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo… misteri italiani (so che avete capito immediatamente chi è).

Uno dei recenti commenti del twittatore è questo: “Undici nigeriani arrestati dai carabinieri per tratta di esseri umani. È successo a Torino: il gruppo convinceva delle ragazze a lasciare l’Africa pagando 25mila euro, ma poi le faceva prostituire. Grazie a Forze dell’Ordine e inquirenti: è l’ennesima dimostrazione che un’immigrazione sregolata è un business per i criminali.”

In realtà è l’ennesima dimostrazione che la prostituzione è inseparabile dalla tratta di esseri umani, e che la prostituzione è una palese violazione dei diritti umani delle persone comprate / vendute, anche quando costoro sostengono si tratti di una loro “scelta”: la violenza non si misura sul grado di acquiescenza della vittima, che può essere ottenuto dal perpetratore e da una società connivente in molteplici modi, ma sull’estensione dei danni causati dalla violenza stessa alla salute fisica e psichica, all’integrità corporea, al godimento di diritti e opportunità e libertà di chi la subisce.

“Non si possono dividere questi due fenomeni (tratta e prostituzione) perché la prostituzione è il luogo dove la tratta avviene e la prostituzione è la ragione per cui esiste la tratta, è il motivo per cui le donne vengono trafficate. Se non ci fosse un mercato non avremmo nemmeno i trafficanti che costringono le donne, (…) è un sistema che mette al primo posto i bisogni egoistici degli uomini che ci fanno violenza.” Rachel Moran, 27 maggio 2018, Roma, Conferenza sull’industria del sesso e la tratta degli esseri umani organizzata da Resistenza Femminista ed altre associazioni.

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/09/29/pagata/

E’ interessante anche notare come la notizia di cui sopra è riportata dai media:

“Prostituzione, le maman nei centri d’accoglienza: 11 arresti. Dalla Nigeria alle prigioni della Libia, poi sfruttate da altre donne.”

“I carabinieri sgominano un’organizzazione criminale al femminile specializzata nella tratta delle giovani nigeriane.”

“I carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dalla procura di Torino, hanno sgominato un’organizzazione criminale internazionale tutta al femminile specializzata nella tratta di giovani nigeriane destinate alla prostituzione.”

Infatti, gli undici magnaccia nigeriani menzionati dal twittatore erano otto donne e tre uomini. Ma se la proporzione fosse rovesciata, nessuno di noi avrebbe letto definizioni del tipo “un’organizzazione criminale al maschile” o “un’organizzazione criminale internazionale tutta al maschile”. Perché? Be’, perché delinquere è tutto sommato normale per gli uomini. Sommersi da diluvi ciclici di testosterone, vessati dall’impossibile controllo di una forza fisica esorbitante, “naturalmente” inclini alla competizione, al dominio e al controllo, interiormente fragilissimi e perciò soggetti a crolli di autostima devastanti e terrificanti raptus se solo una donna dice loro di no… l’esercizio della violenza è una conseguenza del tutto logica per creature così descritte, il solo difetto nella narrazione è che dipinge creature fantastiche, non uomini in carne e ossa.

Queste icone della propaganda patriarcale hanno anche un “bisogno” di sesso eterosessuale – che nei deliri più spinti può diventare persino un “diritto” – parimenti incontrollabile e che tende a obnubilarli sino a “costringerli” allo stupro. La prostituzione è dunque necessaria al soddisfacimento di un’irrefrenabile necessità creata a tavolino, perché nulla di quanto esposto sopra descrive la realtà ne’ ha un milligrammo di conferma scientifica. La sceneggiata è però del tutto funzionale a presentare la prostituzione come “inevitabile e innocua” (e a tutelare coloro che profittano a vario titolo del giro di miliardi correlato – e no, non sono le donne che si prostituiscono):

“Un effetto devastante della legge regolamentarista è quello di dare un messaggio dannoso e pericoloso all’intera società ovvero che la prostituzione sia inevitabile e innocua. La prostituzione invece è violenza, la domanda maschile è violenza e nei paesi abolizionisti le donne sono decriminalizzate mentre sono i compratori di sesso ad essere criminalizzati in quanto sono coloro che alimentano il mercato dello sfruttamento sessuale. Dobbiamo decidere in che tipo di società vogliamo vivere, la prostituzione è un male sociale, non è necessaria per nessuno. Se una società si batte per l’uguaglianza tra donne e uomini non può promuovere la prostituzione.”

Julie Bindel, 18 marzo 2019, intervistata del TG3.

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/09/10/se-muoiono-la-bara-e-gratis/

L’enfasi sulle maman (sono le donne a sfruttare altre donne!) e sui nigeriani (immigrazione sregolata!), in assenza di una sola parola, una sola, sul perché le donne sono trafficate, assolve tranquillamente la legione di spensierati puttanieri che alligna nel nostro paese. Missione compiuta, per giornalisti e twittatore.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Gripping refugee tale wins Waterstones children’s book prize”, un più lungo articolo di Alison Flood per The Guardian, 22 marzo 2019, trad. Maria G. Di Rienzo)

onjali

Onjali Q Raúf (in immagine) ha vinto il Premio Waterstones per la letteratura per l’infanzia con il suo romanzo di debutto, che ha scritto mentre si stava riprendendo dall’intervento chirurgico che le ha salvato la vita.

Raúf è la fondatrice dell’ong umanitaria “Making Herstory” (“Creare la Storia di Lei”) che combatte il traffico e la messa in schiavitù delle donne. Dopo un’operazione raffazzonata per l’endometriosi, che l’ha lasciata in preda al vomito e a dolori paralizzanti, le fu detto che aveva solo tre settimane da vivere. In seguito, un estensivo intervento chirurgico l’ha salvata, ma ha costretto Raúf a passare tre mesi di convalescenza a letto.

Durante quel periodo, tutto quello a cui riusciva a pensare erano le donne che aveva incontrato lavorando nei campi profughi a Calais e Dunkirk, alcune delle quali erano in stato di avanzata gravidanza, o sofferenti, e in particolare a una donna siriana, Zainab, che aveva appena messo al mondo un neonato di nome Raehan.

“Di colpo questo titolo, “The Boy at the Back of the Class” (“Il bambino in fondo alla classe”), mi è saltato in mente. – ha detto Raúf – Non riuscivo a smettere di pensare a Raehan e non appena i medici mi hanno detto che era ok stare di nuovo seduta, tutto è semplicemente straripato fuori. Il libro è stato scritto, letteralmente, in sette o otto settimane.”

Il romanzo racconta la storia di un profugo di nove anni, Ahmet, che è fuggito dalla guerra in Siria. Quando i bambini della sua classe scoprono che è separato dalla sua famiglia, escogitano un piano per dare una mano.

Secondo la responsabile acquisti di Waterstones per la letteratura per l’infanzia, Florentyna Martin, “The Boy at the Back of the Class” è un futuro classico, che mette in mostra il meglio di cosa le storie possono ottenere.

“Raúf ha distillato quel che significa essere una persona aperta e positiva in una storia che scintilla di gentilezza, umorismo e curiosità. – ha detto Martin – I suoi personaggi escono dal libro con un caldo sorriso, completamente formati come esempi e modelli per la vita di tutti i giorni, pronti a portarti in un’ambiziosa avventura che è sia divertente sia eccezionalmente appassionante. I libri per bambini hanno un mucchio di istanze difficili da trasmettere ai giovani lettori, e Raúf abbraccia questo con un approccio che è spassoso, ottimista e dal cuore aperto in modo travolgente.” (…)

Raúf ha dedicato “The Boy at the Back of the Class” a Raehan, “il Bimbo di Calais. E ai milioni di bimbi rifugiati nel mondo che hanno necessità di una casa sicura e amorevole.” Ma non l’ha più visto da allora.

“Sfortunatamente ho perso contatto con loro lo stesso giorno in cui ho incontrato Raehan. – ha detto – Mentre stavamo partendo abbiamo visto la polizia venire a demolire l’accampamento. Avevo il numero di telefono di Zainab e ho tentato di chiamarla il giorno dopo, ma il telefono non riceveva, perciò non so dove siano o se stiano bene. Raehan dovrebbe avere due anni e mezzo, ora.”

Raúf sta in questo momento scrivendo un altro romanzo, “The Star Outside My Window” (“La stella fuori dalla mia finestra”), che affronta il tema della violenza domestica attraverso la storia di una bambina che va a caccia di una stella “per tristi motivi”. Ma i suoi impegni principali sono la sua ong e il campo profughi dove continua a lavorare durante il tempo libero.

“E’ davvero surreale, perché la mia vita normale e la vita del mio libro sono due mondi così differenti. Io sto incontrando persone che sono sconvolte, che sono state trafficate, tento di maneggiare questioni su basi emergenziali, ed ecco che nell’altro mondo ci sono champagne e pasticcini. Vincere questo Premio è stato strabiliante, una vera enorme ciliegia su una torta fantastica.”

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Svelamento

“Sono una sopravvissuta al traffico sessuale e all’abuso organizzato. Scrivo, insegno e creo arte per onorare le bambine e i bambini che hanno perso la loro vita a causa di questo tipo di violenza. Ho scritto questa poesia per chi è sopravvissuto ed è in grado di raccontare la sua verità e per chi è sopravvissuto ma non è abbastanza al sicuro per raccontare la sua verità.”, Rachel Batya.

rachel

La poesia, la prima che Rachel ha pubblicato, è qui sotto (trad. Maria G. Di Rienzo)

Unveiling (Svelamento)

La verità ha cominciato a chiamarmi.

All’inizio, come un dolore muto,

si rigirava in me silenziosamente, premendo sulle mie viscere allo spuntar dell’alba.

La verità si è insediata negli angoli dei miei occhi.

La verità sta scorrendo sulle mie guance, senza parlare,

e cadendo nel ruscello del mio collo,

dentro le cavità che ho scavato sulle mie spalle.

La verità mi sta ricordando che la mia prima lingua

è stata sempre il pianto.

La verità sta implorando di essere ripescata da mani a coppa e tenuta vicina

così da non disperdersi attraverso gli spazi vuoti fra le mie dita

quando tu dici dubbio.

La verità è sempre in attesa

di essere invitata sulle mie labbra,

che le si chieda di uscire sulla mia lingua,

la verità aspettava di sussurrare

che questo corpo è stato usato come una necropoli,

come un piccolo cimitero per poveri

per il vostro retaggio di odio.

La verità si sta scavando fuori da sé ora,

dalle anche che avete aperto a strappo con tanta facilità,

dalla mascella che avete spezzato facendone una O, in una notte lontana.

Dalla curva di una spina dorsale, che ha potuto crescere solo piegata.

Benvenuti a questo sacro svelamento,

dove ciò che avete tentato di seppellire

rivela se stesso

sempre più chiaramente, ogni volta che piove.

Dove ciò che avete tentato di render parte di me

si erge fuori cantando – un reperto separato,

come un osso che forza se stesso fuori dalla terra

e supplica di essere conosciuto,

dopo una tempesta.

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(tratto da: “No one is perfect: it’s time to change how we view and treat victims of sexual assault”, di Andrea Powell per Thomas Reuter Foundation, 19 ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Andrea è la fondatrice di Karana Rising e FAIR Girls.)

Io sono una sopravvissuta all’assalto sessuale e la fondatrice di un’organizzazione che ha aiutato più di 1.000 giovani donne sopravvissute al traffico sessuale a trovare la propria forza e a guarire dal trauma.

Nel 2012 incontrai e sostenni la causa di Nicole, allora una ventunenne sopravvissuta al traffico sessuale, che era stata brutalmente aggredita sessualmente da un famigerato stupratore seriale, il quale quasi la uccise a poche miglia di distanza dalla Casa Bianca.

Lo stupratore di Nicole credeva che l’avrebbe fatta franca violentando donne che erano all’interno del commercio di sesso perché, se mai si fossero fatte avanti, nessuno le avrebbe giudicate credibili mentre affermavano di essere state stuprate.

Nessuno sarebbe venuto a cercarle, sembrava anche pensare. Nonostante io abbia lavorato con tre delle giovani donne che testimoniarono contro questo stupratore seriale, non so quante donne abbia violato. So che su Nicole si sbagliava.

Ho sentito la litania di domande fatte alle sopravvissute che spesso include “Perché non ha semplicemente chiamato la polizia?” o “Perché non si è allontanata prima?” e il classico “Com’era vestita?”. Cos’aveva addosso, Nicole, quella notte? Gli abiti in cui è stata stuprata.

La cultura dello stupro ci fa concentrare sull’impatto che un’accusa di aggressione sessuale ha sullo stupratore anziché sulla sua vittima. Questo nonostante il fatto che una donna su cinque, in America, abbia fatto esperienza di un assalto sessuale.

Himpathy” (ndt. la “simpatia per lui”) – un termine coniato dall’autrice Kate Manne per la simpatia offerta agli uomini accusati di reati sessuali – fu la strategia usata dagli avvocati che difendevano lo stupratore di Nicole, il quale aveva in quel periodo una moglie incinta.

Affiancarono a questa tattica una serie di domande che implicava in modo diretto come Nicole e le altre sopravvissute semplicemente non fossero state stuprate in virtù delle loro stesse azioni e dei luoghi in cui si trovavano. Assomiglia alla maniera in cui la docente universitaria Christine Blasey Ford è stata interrogata quando testimoniò davanti al Senato sulla sua accusa di aggressione sessuale che concerne l’ora giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh. Ciò incluse domande sul suo abbigliamento, sul perché era a una festa in cui c’erano uomini e se fosse o no ubriaca.

Le sopravvissute al traffico sessuale che io conosco sono state aggredite sessualmente, di media, cinque volte a notte. Fa 150 assalti al mese. Di media, sono state vendute per quattro anni prima di ricevere aiuto. Il traffico sessuale è stupro seriale per profitto.

La maggioranza di queste sopravvissute non voleva parlare con la polizia perché temeva castighi e svergognamento. Molte denunciarono crimini mesi o persino anni più tardi e allora ogni aspetto della loro vita, passata e presente, fu sottoposto a un test sociale atto a misurare la loro credibilità. Sembra che la società voglia vedere se hanno giocato un ruolo nella loro stessa vittimizzazione perché se loro sono da biasimare noi non dobbiamo ascoltare.

Se una vostra amica vi dice di essere stata derubata, vi mettete subito a pensare se si sta inventando tutto? Facciamo per caso studi sulle false denunce di rapina a mano armata, perché siamo davvero preoccupati del potenziale impatto sul futuro del “presunto” rapinatore?

Non esiste niente di simile a una vittima perfetta ma come ci avviciniamo a creare una società dove non si richiedano standard impossibili per avere ascoltatori non prevenuti?

In primo luogo, dobbiamo istruire i ragazzi e le ragazze sulle realtà dell’aggressione sessuale. Dobbiamo dar loro gli attrezzi per essere testimoni pronti a rispondere.

In secondo luogo, dobbiamo nominare i fattori della cultura dello stupro e quando la riconosciamo non dobbiamo tollerarla.

In terzo luogo, abbiamo bisogno di maggiori risorse per le sopravvissute a rischio a causa del trauma, dello loro storie pregresse di abuso sessuale, dell’essere senza casa, o altri elementi chiave.

Dobbiamo riconoscere che la cultura dello stupro esiste solo perché noi le permettiamo di esistere.

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Qualche mese fa, durante un’amichevole discussione sulla scelta dei candidati per le elezioni (le politiche sono andate, ma qui le comunali sono prossime) un giovane comunista ha informato i presenti – me compresa – che per fare politica, al giorno d’oggi, è necessaria l’immagine. “Senza immagine non vai da nessuna parte.”, ha detto convinto. Per le donne, ormai è un’ovvietà, ciò significa giovani / scopabili / preferibilmente poco vestite.

Questo è purtroppo uno dei motivi per cui la sinistra continua a perdere consensi, un motivo chiave: l’accettare supinamente il clima culturale creato da quelli che sono i suoi avversari, il che si traduce nel produrre poi politiche che della sinistra hanno solo il nome e ben poca sostanza.

So che il problema non riguarda solo l’Italia rintronata da trent’anni di tv del pataccaro miliardario, ma in giro per il mondo sembra che non sia così necessario sfilare in passerella per ottenere risultati, nell’attivismo politico o nella politica istituzionale.

La donna qui sotto è Rose Cunningham.

rose cunningham

Nel gennaio scorso ha fatto la Storia: è diventata la prima sindaca indigena del Nicaragua nella sua città natale, Waspam. A capo dell’organizzazione femminista Wangki Tangni (di cui ho già accennato in precedenti articoli) e in collaborazione con Madre (vedi link sotto “Donne, notizie e attivismo), ha dedicato la sua vita alla protezione e all’avanzamento dei diritti di donne e bambine, nel suo paese e altrove.

Ha fornito attrezzi e addestramento alle contadine, ha fatto scudo dall’abuso e dal traffico sessuale per innumerevoli vittime, ha portato le voci delle donne indigene in spazi politici e scenari internazionali… senza passare dal truccatore, dal parrucchiere o dallo stilista. E ha vinto.

Harriet Sherwood, corrispondente da Dublino per The Guardian, ha intervistato Ailbhe Smyth (‘We will not stop’: Irish abortion activist vows to step up fight, 5 marzo 2018), che potete vedere nell’immagine sottostante durante una manifestazione.

Ailbhe Smyth

Ailbhe Smyth ha 71 anni e la sua prima campagna per avere l’accesso all’interruzione di gravidanza in Irlanda risale al 1983. Andava porta a porta, allora, a prendersi sputi in faccia e insulti quali “assassina di bambini”. Smyth è la leader della “Coalizione per l’abrogazione dell’ottavo emendamento”, quello che iscrive il bando all’aborto nella Costituzione irlandese. Be’, senza passare da truccatore, parrucchiere e stilista, Ailbhe ha ottenuto che tale emendamento sia sottoposto a referendum popolare il 25 maggio prossimo.

Ogni anno, circa 3.500 donne irlandesi vanno ad abortire nel Regno Unito – con tutti i costi, le difficoltà logistiche e lo stress emotivo che ciò comporta, mentre altre 2.000 comprano prodotti abortivi su internet e li prendono senza assistenza medica.

“Sappiamo che la maggioranza delle persone vuole il cambiamento. – ha detto l’attivista a The Guardian – L’Irlanda è un paese diverso oggi, con una società più egualitaria. Questo (ndt.: il referendum) è il prossimo logico passo. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. La realtà è che le interruzioni di gravidanza avvengono, ma che non possiamo continuare a esportarle.”

Il fatto che occorra andare a modificare la Costituzione è dovuto all’intervento precedente della chiesa cattolica: “Non c’era permesso di abortire in Irlanda. Avevamo già una legge assai restrittiva contro di esso, era un crimine punito con l’ergastolo. Ma le forze di destra, che hanno il loro radicamento nella chiesa cattolica si sono mosse affinché il bando fosse iscritto nella Costituzione, di modo da sigillarlo a doppia mandata. – ha proseguito Ailbhe – Ho combattuto su questa istanza per tutta la mia vita da adulta e continuerò a combattere sino a che avrò voce. Se non abbiamo la capacità e il diritto di prendere le decisioni sulle nostre vite di donne, non abbiamo eguaglianza. E se per un grosso colpo di sfortuna non dovessimo vincere questa battaglia, torneremo sulle strade. Forse non il giorno immediatamente successivo, ma quello dopo di sicuro. Non ci fermeremo ora.”

Rose Cunningham e Ailbhe Smyth dimostrano che non si va da nessuna parte quando non si hanno convinzione e determinazione, ne’ un orizzonte o un sogno o una visione alternativa della realtà. Per fortuna a loro non manca nulla di tutto questo.

Maria G. Di Rienzo

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protesta ny

L’immagine viene da un video reportage di Sonia Rincon per la CBS, il luogo è il quartiere SoHo di New York e i cartelli dicono:

Pornhub vende lo stupro – Sì all’erotismo, no alla violenza sessuale – Boicotta la violenza sessuale – Non c’è posto per Pornhub a New York – Pornhub vende l’incesto – Pornhub vende il razzismo.

Altri due dichiarano l’appartenenza delle manifestanti: NOW – Organizzazione nazionale delle donne e CATW – Coalizione contro il traffico di donne.

Era l’8 dicembre u.s. e le donne stavano protestando per l’apertura da parte di Pornhub di un “negozio temporaneo” promozionale (chiuderà il prossimo 20 dicembre), dicendo la semplice verità e cioè che il “fulcro della pornografia” – una possibile traduzione di Pornhub – non vende erotismo ma oggettivazione, abuso, traffico, violenza, razzismo e umiliazione, il tutto rivolto alle donne. C’era anche Gloria Steinem (in immagine qui sotto), che assieme a Sonia Ossorio del NOW ha spiegato alla stampa quanto insana è diventata la pornografia:

gloria protesta ny

“Normalizza la violenza e la degradazione di donne e bambine. Pornhub è un fulcro di violenza, un fulcro di pericolo per le donne.”, ha detto Gloria.

“Pornhub vende l’idea dell’abuso sessuale di bambini, vende insulti e stereotipi razzisti.”, ha aggiunto Sonia, che ha anche chiesto all’amministrazione cittadina di proibire l’apertura di simili negozi da parte di Pornhub in futuro.

Maria G. Di Rienzo

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