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Posts Tagged ‘povertà’

(“What to Do About Climate Change? Ask Women – They Have the Most to Lose”, di Winnie Byanyima – in immagine – direttrice esecutiva di Oxfam International, 18 dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

winnie byanyima

Il cambiamento climatico è sempre stato una questione politica. Alle sue radici vi sono enormi sbilanciamenti di potere e diseguaglianza, che si sono mostrati durante le recenti discussioni sul clima delle Nazioni Unite in Polonia. Questi sbilanciamenti definiscono chi è maggiormente vulnerabile agli impatti del cambiamento climatico, quali vite e mezzi di sostentamento saranno o sono già sottosopra. In nulla ciò è più palese che nel divario di genere: la lotta per la giustizia climatica e la giustizia di genere devono andare mano nella mano.

Il cambiamento climatico colpisce le donne in modi profondamente differenti dagli uomini. Cultura e tradizione in molti luoghi assegnano il ruolo di cura delle famiglie alle donne. Sono le donne, per esempio, a essere responsabili del raccogliere legna, dell’andare a prendere acqua e del coltivare cibo per nutrire bocche affamate. Perciò, mentre gli impatti del cambiamento climatico prendono controllo, sono le donne a dover stare sulla prima linea dell’adattarsi e trovare soluzioni: nuove fonti d’acqua; nuovi modi per sfamare le loro famiglie; nuove coltivazioni da far crescere e nuovi modi per farle crescere; nuovi modi di cucinare.

Nel mio paese, l’Uganda, le donne camminano già fino a sei ore al giorno per raccogliere acqua. Con le stagioni secche che stanno diventando più lunghe, le donne saranno costrette a camminare ancora di più. Come ho detto ai leader (in maggioranza uomini) del G7 a nome del Comitato consultivo sul genere quest’anno, chiunque dubiti delle fondamenta scientifiche che accertano il cambiamento climatico dovrebbe tentare di discuterne con le donne che camminano sempre più lontano ogni anno per andare a prendere l’acqua.

Le nazioni ricche sono state svergognate ai dibattiti sul clima perché hanno mancato di riconoscere l’urgenza del limitare gli impatti del cambiamento climatico. Mentre i paesi vulnerabili ad esso hanno chiesto un responso d’emergenza, una manciata di paesi ricchi principalmente esportatori di petrolio – inclusi il Kuwait, la Russia, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti – ha negato la ragione scientifica che sta dietro a queste richieste di azioni urgenti.

Il cambiamento climatico ha effetti su tutti, ma le persone povere che vivono già ai margini ecologici sono colpite nel modo più duro. Spesso contano sulla pioggia per le loro coltivazioni, vivono in strutture fatiscenti e non hanno risparmi o assicurazioni su cui contare quando il disastro arriva.

Quando il disastro colpisce, come la carestia nel Sahel proprio ora, sono le bambine a essere tolte da scuola per aiutare le famiglie in difficoltà a far quadrare i conti. Sono le donne che restano senza niente quando non c’è abbastanza cibo per tutti. Le donne hanno meno beni su cui contare e sono largamente assenti dal processo decisionale, il che aggrava la loro vulnerabilità.

Quanto vulnerabile sei già per cominciare – quale è il tuo status nella nostra società diseguale – ha una grandissima influenza sul modo in cui il cambiamento climatico avrà impatto su di te. Per le donne, già vulnerabili, il cambiamento climatico inasprisce i loro fardelli già esistenti relativi alla cura.

Pochi negano che le donne siano le più colpite dal cambiamento climatico, ma vi è scarso accordo su cosa fare al proposito. C’è voluta una lunga lotta per aumentare l’importanza del genere nei dibattiti sul clima. L’anno scorso un Piano d’azione di genere fu approvato dopo un decennio di pressioni da parte di impegnate attiviste. Eppure, l’idea che la comunità internazionale debba prestare attenzione alle dinamiche di genere mentre sviluppa e implementa politiche sul cambiamento climatico resta assai delicata. I ripetuti sforzi, durante la prima settimana di negoziazioni in Polonia, di affrontare l’impatto sproporzionato della migrazione forzata sulle donne sono falliti, bloccati da un negoziatore del gruppo di paesi arabi. Sembra che menzionare i diritti umani, in particolare i diritti delle donne, sia troppo da tollerare per alcuni paesi: l’argomento è stato escluso dall’accordo.

Se vogliamo impedire al cambiamento climatico di calpestare i diritti delle donne e delle persone maggiormente vulnerabili, allora dobbiamo lottare per società più egualitarie. Ciò significa mettere in discussione i ruoli di genere, condividere più equamente il lavoro fra uomini e donne e aumentare la partecipazione delle donne al processo decisionale.

Significa anche che dobbiamo guardare alle nostre economie, che non danno valore ai contributi delle donne. Le nostre economie ignorano l’invisibile e non pagato lavoro di cura svolto da milioni di donne in tutto il mondo. C’è un’impressionante similitudine su come la nostra economia ignora il costo del cambiamento climatico fuori controllo: mancando di far pagare gli inquinatori. Queste sono entrambe conseguenze di un’economia corrotta. E’ un’economia che conta le cose sbagliate, cercando la crescita del PIL a ogni costo.

Le persone nei consigli d’amministrazione e nei governi che prendono le decisioni che alimentano il disastro climatico e la diseguaglianza sono in maggioranza uomini bianchi benestanti. I miliardari sono ricompensati a spese dei salari da fame per molti e a spese di un pianeta abitabile.

Ricordatelo, su 10 miliardari 8 sono maschi; la maggioranza dei poveri del mondo sono femmine. E’ un periodo favorevole per i miliardari e la loro sproporzionata quota di emissioni! A mia zia – contadina nell’Uganda rurale – ci vorrebbero 175 anni per produrre lo stesso tasso di emissioni di quelli che stanno nell’1%!

A Oxfam, e nel più vasto settore umanitario, crediamo in un mondo libero dall’ingiustizia della povertà, una lotta che non può essere separata da quella per la giustizia climatica e per l’eguaglianza di genere. Per arrivarci, abbiamo necessità di cambiamenti su vasta scala al nostro modello economico dominante e nel modo in cui conduciamo la politica. Dobbiamo riconoscere gli oneri e le discriminazioni poste sulle donne nelle case, nelle situazioni di crisi e nella nostra struttura economica e cominciare a considerare il genere quando affrontiamo gli impatti del cambiamento climatico. E poiché la comunità scientifica ci sta dicendo che abbiamo solo 12 anni per prevenire l’innalzamento globale fuori controllo delle temperature, abbiamo bisogno di cambiare velocemente.

Nei prossimi mesi, i governi devono seguire le indicazioni delle nazioni maggiormente vulnerabili e cominciare immediatamente a rafforzare i loro impegni all’azione incluso l’aggiungere le voci delle donne al processo.

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Jólakötturinn

Una strana creatura del folklore islandese è Jólakötturinn (che si traduce come “Gatto del Solstizio d’Inverno” ed è poi divenuto semplicemente il “Gatto di Natale”).

Jólakötturinn è un gatto enorme, vive nelle montagne assieme alla gigante Grýla ed è una specie di incallito e terribile fashionista: scende a valle durante le festività invernali per mangiare i bambini che non hanno avuto in dono, per esse, abiti nuovi.

Sebbene la storia affondi nell’antichità, non abbiamo sue versioni scritte datate prima del 19° secolo: la spiegazione accademica è che sia stata usata come “incentivo” per mettere fretta ai pastori affinché terminassero in tempo la tosatura delle pecore, di modo che i nuovi abiti fossero tessuti e che loro stessi avessero abbastanza denaro per trascorrere felicemente il Natale.

Per quel che sappiamo dalla tradizione orale, all’inizio Jólakötturinn si limitava a spazzar via il cibo di quelli senza vestiti nuovi e la sua percezione come mangiatore-di-carne-umana si deve principalmente alla poesia che porta il suo nome e fu scritta da uno dei più amati poeti islandesi, Jóhannes úr Kötlum (Jóhannes Bjarni Jónasson, 1899-1972).

La teoria popolare è che la storia del gatto vendicatore avesse la funzione di dare una spintarella all’altruismo, di modo che ai bambini più poveri fossero donati abiti di lana nella stagione più fredda. Allo stesso modo la vicenda è stata letta dalla cantautrice e compositrice Björk (Björk Guðmundsdóttir) che nel 1987 registrò una canzone tradizionale su Jólakötturinn – nella quale, tra l’altro, la creatura è identificata sia al maschile sia al femminile. Le strofe finali recitano:

“Se lei esista ancora io non lo so

ma il suo viaggio sarebbe inutile

se tutti per il prossimo Natale

avessero qualche abito nuovo.

Potresti voler tenere in mente

di dare aiuto ove ve ne sia bisogno

perché da qualche parte possono esserci bimbi

che non ricevono nulla del tutto.

Forse il curarsi di coloro che soffrono

per mancanza di luci copiose

ti darà una stagione felice

e un allegro Natale.”

Alcune pratiche tradizionali prevedono di lasciar fuori del cibo per il/la Jólakötturinn durante l’inverno e anche questo può iscriversi nella cornice del favorire la compassione e la condivisione (in più, in questo modo la bestia non ti entra in casa di soppiatto per fregare l’arrosto dal tavolo natalizio…). La mia Jólakötturinn attuale è molto meno spaventosa dell’originale: è bianca, con gli occhi azzurri e non so se abbia un proprietario – se lo ha, se ne cura molto poco e Björk dixit non avrà un Natale allegro – tuttavia vado a darle una piccola colazione di cibo per gatti ogni mattina.

La cosa mi rende felice di per sé e non ho certo bisogno di ricompense, ma è consolante sapere che gli islandesi mi augurano implicitamente uno splendido Solstizio d’Inverno (21 dicembre, ore 23.23) e io giro gli auguri a ognuna/o di voi.

Maria G. Di Rienzo

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“Il neoliberismo è la filosofia politica (della sinistra e della destra) che si è sviluppata in occidente durante gli anni ’80 a guisa di “buon senso” populista. Ha diversi problemi:

1) vede l’individuo come agente autonomo, motivato principalmente dall’interesse personale;

2) ci dice che l’economia del libero mercato priva di regole allevia le diseguaglianze sociali;

3) descrive la libertà personale nei termini della capacità dell’individuo di “scegliere” in un mercato di scelte.

Cosa c’è di sbagliato nella visione neoliberista ed economicistica dell’essere umano? E’ riduttiva. Oltre a essere agenti individuali, gli esseri umani sono collocati in contesti psicologici, sociali e politici che rendono la nostra autonomia e le relazioni reciproche con altri assai più complesse di quanto questa ideologia permetta. (…) Il neoliberismo, con il suo focus sull’individualismo e la scelta personale ignora l’esistenza del patriarcato come struttura sociale.”

Heather Brunskell-Evans, consulente accademica su genere e sessualità; portavoce dell’organizzazione pro diritti umani delle donne FiLiA; membro del consiglio d’amministrazione di OBJECT, gruppo attivista femminista.

Il neoliberismo ne ignora volutamente parecchie, di strutture sociali – in primis le divisioni di classe e la piramide della proprietà privata: perciò, come l’accademica sottolinea, riduce la condizione umana alle “scelte” che il singolo essere umano compie. Di conseguenza, se sei povero/a, disoccupato/a, sottopagato/a, eccetera, è colpa tua. Non ti sei orientato bene nel pescare il pasticcino dal vaaaaasto plateau che la società ti offriva.

Da questa ignoranza salta fuori il “navigator” del Ministro del Lavoro Di Maio, il cui principale impegno politico sembra essere il mostrare ossessivamente la propria smagliante dentatura in tv e autoscatti (non si è ancora accorto che un “sorriso” perenne non produce fiducia nell’osservatore, ma inquietudine). Dalla stampa:

“Chi si rivolgerà ai centri dell’impiego avrà dall’altra parte la figura del “Navigator” che “lo prenderà in carico”, spiega il ministro. Una figura che “selezioneremo con un colloquio” e “deve essere in grado di seguire chi ha perso il lavoro, formarlo e reinserirlo nel mondo del lavoro”. La platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza, secondo Di Maio, ammonterà a 5 milioni di persone.

“La figura del Navigator”, in sostanza, “si prenderà in carico” la persona in cerca di lavoro.”La formerà e la orienterà in modo che l’azienda la possa assumere senza doverla formare”. “La formazione – ha dichiarato – non necessariamente deve essere formata nei centri per l’impiego; può esserlo in un centro privato, in una azienda. L’importante è che la persona che orienta il disoccupato venga pagato in base al numero delle persone orientate”. (…)

In poche parole, spiega il ministro, il “tutor o Navigator” associato a un individuo che abbia diritto al reddito di cittadinanza “lo raggiungerà dovunque egli sia”, lo spingerà a seguire le prassi necessarie per trovare un lavoro o formarsi e “prenderà un bonus se farà assumere quella persona”.

Lo stesso “tutor o Navigator” poi, “sarà lui a farmi la scheda, come ministro del Lavoro”, per segnalare eventuali inadempimenti. Naturalmente, riconosce Di Maio, per creare la platea sufficiente di “tutor o Navigator” per seguire i percettori della misura, “ovviamente faremo un piano di assunzioni straordinarie”.”

Lo sradicamento della povertà a livello globale è il primo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile indicati dalle Nazioni Unite. La “data di scadenza” è il 2030 – una marea di commentatori / commentatrici di politica, economia, finanza ecc. dichiara (ovviamente) l’obiettivo irraggiungibile per tale data. I dati che la scheda delle NU fornisce al proposito sono questi:

– 783 milioni di persone vivono sotto la linea internazionale della povertà di un dollaro (Usa) e novanta centesimi al giorno.

– Nel 2016, circa il 10% dei lavoratori ha vissuto con le proprie famiglie sulla base di meno di un dollaro e novanta a persona al giorno.

– Globalmente, ci sono 122 donne fra i 25 e i 34 anni che vivono in povertà estrema per ogni 100 uomini dello stesso gruppo d’età.

– La maggioranza delle persone che vivono sotto la linea di povertà appartengono a due regioni: Asia del sud e Africa sub-sahariana.

– Alte percentuali di povertà si trovano spesso in piccole, fragili nazioni affette da conflitti.

– Un bimbo su quattro sotto i cinque anni, in tutto il mondo, ha un’altezza inferiore a quella che dovrebbe avere alla sua età.

– Sino al 2016, solo il 45% della popolazione mondiale era in effetti tutelata da almeno un beneficio finanziario di protezione sociale.

– Nel 2017, le perdite economiche dovute a disastri ambientali, inclusi i tre grandi uragani negli Usa e nei Caraibi, sono state stimate a oltre 300 miliardi di dollari.

Le cose che ho scelto di sottolineare sono il “moto perpetuo” della povertà, ciò che le permette di esistere, allargarsi, persistere.

1. Gente che il lavoro ce l’ha, ma che l’economia neoliberista non paga abbastanza per vivere decentemente – ciò è necessario a gonfiare i conti in banca di un mucchietto di stronzi, i quali sono arrivati dove sono non grazie alle proprie avvedute scelte, ma alle ricchezze di famiglia e alle protezioni di consessi finanziari e istituzioni politiche. Non partiamo tutti dagli stessi blocchi e se qualcuno vince la corsa perché ha regolarmente mezzo chilometro di vantaggio è vergognoso dire a quelli dietro di allenarsi di più.

Il nostro governo ha visto questo? Come no, flat tax.

2. La diseguaglianza di genere non è un’invenzione lagnosa delle vecchie brutte femministe zitelle ecc., tiene effettivamente le donne a distanza anche dalle minori opportunità loro offerte.

Poiché le donne sono spesso escluse per intero dai processi decisionali che le riguardano – e ciò è una violazione dei loro diritti umani – la diseguaglianza si amplia costantemente.

Il nostro governo ha visto questo? Aspettate i burlesque e le mimose dell’8 marzo.

3. Il razzismo ha un ruolo chiave nel tenere a distanza dall’accesso a lavoro, beni e servizi determinati gruppi etnici.

Il nostro governo ha visto questo? Chiedete al sig. Salvini.

4. e 5. Guerre e devastazioni ambientali generano innanzitutto morte – ma il loro principale “beneficio” è il profitto economico che il gruppetto di stronzi in cima alla piramide della proprietà privata incassa. A costoro non può fregare di meno delle conseguenze che ricadono su chi sopravvive ai disastri da loro creati (sfollamento, migrazione, fame, perdita di casa – lavoro – famiglia, aumentata vulnerabilità alla violenza di genere, ecc.).

Il nostro governo ha visto questo? Interverrà sul commercio di armi, metterà in sicurezza almeno il proprio di territorio? Ok, le risposte le sapete, non prendiamoci in giro.

Io credo che il sig. Di Maio il suo “navigator” lo abbia perso da tempo. Sembra girare a vuoto. Ma vedete, andando a spanne senza bussola ha guadagnato cariche politiche. Dobbiamo davvero chiederci cosa stiamo facendo, italiane e italiani.

Maria G. Di Rienzo

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Solo una canzone

Bad Religion – Punk Rock Song (dall’album “The Gray Race”, 1996)

https://www.youtube.com/watch?v=S_Xm9BzpwPc

 

bad religion

Sei stato nel deserto?

Hai camminato con i morti?

Ci sono centomila bambini che sono uccisi per il loro pane

E i dati non mentono, parlano di un morbo umano,

ma noi facciamo quel che ci pare e pensiamo quel che vogliamo

Hai vissuto l’esperienza?

Hai testimoniato la piaga?

Gente che fa figli a volte solo per fuggire

In questa terra di competizione la compassione è scomparsa

Pure noi ignoriamo chi versa nel bisogno e continuiamo a spingerci avanti

Continuiamo a spingerci avanti

Questa è solo una canzone punk rock

scritta per le persone che riescono a vedere che qualcosa non funziona

Come formiche in una colonia facciamo la nostra parte

ma ci sono un sacco di altri fottuti insetti là fuori

E questa è solo una canzone punk rock

Come operai in fabbrica facciamo la nostra parte

ma ci sono un sacco di altri fottuti robot là fuori

Hai visitato il pantano?

Hai nuotato nella merda?

Le riunioni dei partiti e la real politik

Le facce sempre differenti, la retorica identica

Ma noi la ingoiamo e non vediamo nessun cambiamento

Nulla è cambiato

Dieci milioni di dollari per una campagna elettorale perdente

Venti milioni di persone fanno la fame e si contorcono per il dolore

Persone grandi e potenti non hanno la volontà di dare

Sono minuscole per visione e prospettiva

Un bambino su cinque vive sotto la soglia di povertà

Un’intera popolazione non ha più tempo a disposizione

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Jacqueline Patiño

La boliviana Jacqueline Patiño (in immagine), è un’attivista per i diritti delle donne e il cambiamento sociale. Ha lavorato a innumerevoli progetti durante gli ultimi quindici anni e dice che la sua principale motivazione è “fare in modo che le donne concretizzino i loro sogni”. La parte più dura di questo lavoro, aggiunge, è convincerle che sono legittimate ad averli.

Il 24 giugno scorso ha scritto a The Economist, che sta tenendo un sondaggio con questa domanda: Le persone dovrebbero essere libere di decidere dove vogliono vivere?

I NO sono in netto vantaggio. Questo è ciò che ne pensa Jacqueline:

“Sono triste quando vedo il mondo impegnarsi in sondaggi senza senso come questo, mentre si distoglie lo sguardo dal merito concreto della questione.

Perché chiedere se la gente dovrebbe essere libera di decidere dove vivere, quando sappiamo che non lo è?

I governi dei paesi ricchi hanno già reso difficile per le persone migrare là, ma allo stesso tempo si sono assicurati che la gente dei paesi poveri riceva tutte le merci che loro producono, tutta la spazzatura (merci usate) che loro producono, e tutti i prestiti che possono caricare di interessi finanziari. Tutte queste “risorse” che devono essere ricevute dai paesi poveri non sono negoziabili da alcun governo. L’imposizione economica e finanziaria è chiara.

Ma… le morti per omicidio, le bugie e le leggi incredibilmente perverse tramite cui i tiranni che comandano i paesi poveri hanno costruito il loro potere sono ignorate al completo, dimenticate, e si distoglie lo sguardo da esse, in nome della “autodeterminazione degli stati”.

Che scorpacciata per i paesi ricchi! Non credete? Hanno mercati asserviti e fanno un sacco di soldi imponendo i loro metodi da ormai almeno cinque secoli!

Ma per i cittadini che soffrono di queste imposizioni è del tutto sbagliato voler vivere, avere un assaggio delle esperienze del “primo mondo”.

No. Le genti dei paesi poveri esistono per lo scopo di comprare la vostra roba. Questo è tutto. Non negoziabile. Punto.

Perciò costruite mura, siate più razzisti, controllate i vostri confini. Non permettete a stranieri cattivi, brutti, sgradevoli di migrare legalmente o illegalmente. State seduti. Guardate i poveri morire di fame. Biasimateli per la loro stessa povertà.

Prendete tutti i soldi che i tiranni e le loro famiglie e i loro amici o colleghi rubano dai popoli e metteteli nelle vostre banche per farli ancora più ricchi.

Prendeteli. Non dite una parola. Sappiate che nessuno vi dirà qualcosa o farà qualcosa al proposito. Io ho persino un’idea migliore. Prendete le vostre armi, le vostre bombe, le vostre sostanze chimiche e distruggete tutta l’umanità che non si attiene alle vostre regole.

Così resteranno solo compratori che non si lamentano. E quando fuggono dall’inferno creato dai vostri conniventi tiranni, buttateli in prigione. Questi bastardi stanno venendo nei vostri ricchi e bei paesi per mangiare il vostro cibo delizioso.”

Maria G. Di Rienzo

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(“Why I Resigned from the South African “Sex Work” Movement”, di Mickey Meji – in immagine – per Voice 360, 12 giugno 2018, trad. Maria G. Di Rienzo. Mickey Meji è una delle principali attiviste di “Embrace Dignity” – “Abbraccia la dignità”, un’organizzazione che lavora per mettere fine allo sfruttamento commercializzato del sesso e al traffico di esseri umani a scopo sessuale in Sudafrica.)

Mickey Meji

Come molte donne in Sudafrica con esperienza personale nel commercio di sesso, quando inizialmente mi sono unita al “Sisonke Movement of Sex Workers” avevo la falsa impressione che esso esistesse per rappresentarmi nella mia richiesta di diritti umani come donna che stava vendendo sesso. Ho poi scoperto che non è per nulla questo ciò che il movimento vuole.

Non sono più associata ad esso da molti anni, ma sono stata informata la scorsa settimana che devo “dare ufficialmente le dimissioni” perché non mi si conti più come membro del gruppo. Venerdì scorso ho fatto esattamente così – come hanno fatto molte altre donne che conosco e che hanno esperienza diretta nella prostituzione.

Personalmente sono entrata nel commercio sessuale per disperazione. Il passato coloniale del Sudafrica, l’apartheid, la povertà, i trascorsi abusi sessuali e fisici e altre diseguaglianze erano il contesto per questo.

La prostituzione non è mai una libera “scelta”. La maggioranza delle donne che vi entrano qui sono donne nere povere con retroscena svantaggiati. Lo fanno in primo luogo a causa della mancanza di scelte. E la stragrande maggioranza delle donne nella prostituzione non la vedono come “lavoro”, ma piuttosto come un tormentato mezzo di sopravvivenza. In pratica ognuna non vede l’ora di uscirne al più presto possibile.

Invece di riconoscere questa dura realtà, Sisonke promuove, sostiene e chiede la totale decriminalizzazione del commercio di sesso e il suo riconoscimento come lavoro. Ciò significa non solo decriminalizzare le persone che vendono sesso, ma anche quelli che ci comprano e ci sfruttano e quelli che ci vendono per il loro tornaconto economico. Questo modello è fallito in Nuova Zelanda dove il traffico di esseri umani continua a prosperare e dove la violenza contro donne e ragazze nella prostituzione è nascosta dal considerarla “un lavoro come un altro”.

Ciò ignora le prove sempre crescenti che le donne nella prostituzione fanno esperienza di enormi violazioni dei loro diritti umani, incluso lo stupro, la violenza fisica, la disumanizzazione e l’omicidio perpetrati dagli uomini che ci comprano. Poi siamo ulteriormente vittimizzate dai magnaccia e dai proprietari dei bordelli che ci vendono per proprio beneficio finanziario e dalla polizia, giacché le persone che sono vendute per il sesso sono ancora considerate criminali per la legge sudafricana.

Il movimento per la completa decriminalizzazione del commercio sessuale non riconosce la tendenza globale che va in direzione differente. Nonostante la schiacciante evidenza che si tratta dell’unico approccio che dimostra di ridurre la violenza e ci porta più vicini all’eguaglianza di genere, Sisonke non sostiene il modello nordico che decriminalizza, sostiene e fornisce servizi d’uscita a coloro che vendono sesso, ma simultaneamente criminalizza gli elementi di sfruttamento – proprietari di bordelli, magnaccia e compratori.

Durante gli ultimi vent’anni nazioni che includono Svezia, Islanda, Norvegia, Canada, Irlanda del Nord, Francia e Irlanda hanno tutte adottato la politica “modello egualitario” per il commercio sessuale. Ciò è accaduto in gran parte come risposta agli sforzi delle sopravvissute al commercio sessuale, sostenute da gruppi di donne nazionali e internazionali.

Una delle più grosse bugie del movimento “sex work” di cui Sisonke fa parte è che loro rappresenterebbero in tutto e per tutto i migliori interessi delle donne nella prostituzione. “Sex work” è una denominazione fuorviante che le persone nella prostituzione non usano. E’ anche un termine dall’ampio significato e include non solo chi vende o è venduta per il sesso, ma anche ogni singola persona abbia connessioni al commercio sessuale – fra cui chi fa il pappone e chi dirige bordelli. Il fatto che Sisonke proponga la decriminalizzazione completa mostra che dà priorità ai desideri di questi perpetratori di abusi piuttosto che a quelli di chi direttamente li subisce.

Questa tendenza preoccupante non è solo sudafricana. Ha alzato la sua brutta testa in vari luoghi. Gruppi che pretendono di agire in nome delle donne nella prostituzione, ma in realtà sostengono magnaccia, proprietari di bordelli e compratori, sono aumentati in giro per il mondo. Si sono collegati tramite rapporti ufficiali a Unaids e all’Organizzazione Mondiale per la Sanità e hanno influenza diretta sulle politiche relative ai diritti umani di organizzazioni come Amnesty International.

Come qualcuna che continua a lottare per i diritti delle donne incastrate nel commercio di sesso è devastante, per me, vedere come le nostre vite, la nostra sicurezza e il nostro benessere siano compromessi da quegli stessi gruppi che pretendono di rappresentarci.

Le sopravvissute al commercio sessuale sanno quale approccio funziona meglio – il “modello egualitario” o nordico, che ha anche costituito una delle raccomandazioni del rapporto della Commissione sudafricana per la riforma legislativa, pubblicato lo scorso giugno.

Non accetteremo più che altre persone parlino per noi e usino le nostre sventure per trarne beneficio. Stiamo costruendo il nostro proprio movimento globale e non ci azzittiranno più.

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foodbank

Sarah Chapman è una volontaria e un’amministratrice della Banca del Cibo del distretto londinese di Wandsworth. Stanca del modo in cui i media spesso rappresentano gli utenti della struttura in cui lavora (“messi tutti affrettatamente in un gruppo, così che è più facile svergognarli, biasimarli o ignorarli”), in occasione dell’8 marzo scorso ha raccontato per New Statesman le storie di alcune delle donne che frequentano la Banca (cambiandone i nomi per la loro protezione): sono, afferma, fra le persone più forti che io conosca.

“Sasha è una lavoratrice autonoma, madre, che è fuggita dalla violenza domestica. Ha scelto la libertà e la sicurezza in un rifugio, ma si è lasciata alle spalle un certo grado di sicurezza economica e la sua casa. “Cambia il modo in cui pensi a te stessa – dice Sasha – perché quando ti senti dire sei una stupida per molto molto tempo finisci per crederci. Ma ora è diverso.” Sasha, come la maggior parte dei nostri ospiti, è rimasta sconvolta dallo scoprire che aveva bisogno di una banca del cibo: “Conduci un’esistenza in cui non pensi a questa faccenda. Ma poi le cose vanno storte – e non è male venire qui e prendere qualcosa offerto come aiuto.”

Poi c’è Rose. Suo marito l’ha lasciata e la padrona di casa l’ha sfrattata. Senza tetto, si è rivolta al Comune ma è finita in tre posti diversi nel giro di tre mesi: due pensioni e un alloggio temporaneo. Quello in cui sta ora è distante più di quattro chilometri dall’asilo della sua figlia di quattro anni e – in linea con le politiche comunali – ha semplici attrezzi per cucinare, ma non un frigorifero, un freezer o una lavatrice. Senza soldi per comprare un frigo di seconda mano, Rose riesce in qualche modo a comprare cibo fresco ogni giorno avendo una disponibilità di denaro assai limitata. Le hanno detto che le saranno tolti dei benefici quando la sua bambina compirà cinque anni. “Ma – risponde lei – dio mi ha dato mia figlia e io sono felice per questo.”

E dovremmo anche menzionare Emma, che da sola ha sconfitto l’esercito di scarafaggi che l’ha accolta quando ha cambiato casa e che ha portato il figlio a scuola usando due autobus e un treno per un anno. E Maya, che è scappata dalla violenza domestica e ha vissuto, cucinato e dormito con un bimbo lattante, per due anni, in una sola stanza nel mentre condivideva il bagno con altre quattro famiglie senza tetto. Cerca attività gratuite per il figlioletto affinché costui abbia dello spazio per correre e crescere, studia per essere pronta a lavorare quando lui andrà a scuola, e fornisce sostegno emotivo vitale alle nuove madri attorno a lei.

“Tu puoi non essere in grado di controllare gli eventi che ti accadono, ma puoi decidere di non essere diminuita da essi.”, scrisse Maya Angelou. Questo è ciò che vediamo nelle donne che ci fanno visita.

Tu non sei diminuita dalle durezze che attualmente affronti, o dalle voci che dicono “sfruttatrice”, “i lavoratori pagano”, “lavativa”. Noi sappiamo la verità. Sappiamo che tu sei immensamente forte, piena di risorse, in grado di continuare a camminare anche quando il fardello che porti è così pesante. Tu hai valore. E oggi, sei stata abbastanza coraggiosa da chiedere un piccolo aiuto. E’ un onore essere qui con te.”

Maria G. Di Rienzo

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