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mina

Questa è Mina Jaf, femminista curda irachena, fondatrice nel 2015 dell’ong Women Refugee Route, Vice Presidente dal 2017 della Rete Europea delle Donne Migranti e alla fine dello stesso anno premiata come a Bruxelles con il Women of Europe Award nella categoria “giovani attiviste”.

Mina è nata nel 1988, durante un attacco al suo villaggio effettuato con gas chimici: divenne una rifugiata nel momento stesso in cui vedeva la luce. La sua famiglia fuggì attraverso le montagne e visse vagabondando fra Iraq e Iran per i seguenti 11 anni, a volte senza passare più di una notte nel medesimo luogo, sino a quando madre e figli riuscirono a trasferirsi in Europa. Con i suoi familiari, Mina ha trascorso i tre anni successivi nei centri per i richiedenti asilo della Danimarca, prima che la loro condizione fosse finalmente stabilizzata.

Per tutta la sua infanzia Mina ha ascoltato, spesso fingendo di dormire, le storie orripilanti delle violenze subite dalle donne sfollate provenienti da mille luoghi diversi, dalla Bosnia alla Somalia: stupro e violenza domestica, la stigmatizzazione e la vergogna che circondavano le loro esperienze, il poterle condividere solo in sussurri nella notte. Mina è cresciuta con la determinazione di lottare per i loro diritti.

Oggi lavora non solo nella Danimarca di cui è orgogliosa cittadina, ma in Belgio (con lo Stairpont Project), Grecia e Italia e ovunque vi siano alte concentrazioni di migranti/rifugiati. Parla sette lingue: “Fatico ogni giorno per trovare le parole giuste con cui dire alle donne questa cosa: Se sei stata stuprata, al centro accoglienza o durante il tuo viaggio, devi dirlo. Se ometti questa informazione – perché hai paura, perché ti vergogni, per via dei tabù – non avrai una seconda possibilità.” Adesso Mina sta creando un’organizzazione di traduttrici, sapendo che le donne parlano più volentieri e facilmente con le loro simili: “La lezione più importante che ho appreso lavorando sul campo è questa: il modo in cui l’informazione è data è cruciale quanto il tipo di informazione data.”

Il 15 maggio scorso Mina Jaf ha parlato alle Nazioni Unite in un incontro dedicato alla violenza sessuale durante i conflitti. Non ha solo dettagliato molto bene la situazione mondiale, non ha solo spiegato cosa la violenza sessuale è: “un crimine di genere usato per svergognare, esercitare potere e rinforzare le norme di genere”, ha detto loro chiaro e tondo cosa bisogna fare:

“Promuovere l’eguaglianza di genere e il potenziamento di donne e bambine come fondamento a tutti gli sforzi per prevenire e affrontare la violenza sessuale durante i conflitti e sostenere le organizzazione delle donne che lavorano in prima linea;

Unirsi alla Chiamata all’Azione per la protezione dalla violenza di genere durante le emergenze e sostenerla;

Assicurarsi che l’Accordo Globale per i Rifugiati, che sarà completato nel 2018, sia progressivo per le donne e le bambine rifugiate;

Confermare i diritti di tutti i rifugiati migliorando urgentemente l’accesso alla protezione internazionale con le visa umanitarie, i reinsediamenti dei rifugiati, il più vasto accesso all’informazione e ad audizioni imparziali;

Assicurarsi che l’aiuto umanitario si accordi al diritto umanitario internazionale e non sia soggetto a limitazioni imposte dai donatori, come il negare l’accesso ai servizi sanitari per la salute sessuale e riproduttiva quali l’interruzione di gravidanza;

Impegnarsi in programmi che siano aggiornati con analisi di genere, che riconoscano le necessità di tutte le sopravvissute e includano dati disaggregati per sesso ed età: questo deve comprendere l’addestramento alla sensibilità di genere per chiunque lavori con le sopravvissute sul campo e l’inclusione delle sopravvissute nella consultazione sulle individuali strategie di protezione;

Limitare il flusso delle armi leggere ratificando il Trattato sul Commercio delle Armi e implementandolo tramite leggi e regolamenti nazionali.

Non è sufficiente condannare gli atti di violenza sessuale durante i conflitti. Chiunque sia presente qui oggi è responsabile del porvi fine, del portare tutti i perpetratori davanti alla giustizia e del mettere le donne all’inizio e al centro di ogni responso per prevenire la violenza.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Sex Slave Legacy: The Children of Islamic State”, un lungo e dettagliato articolo di Katrin Kuntz e Maria Feck per Der Spiegel del 19 aprile 2016. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

dipinto di arthur kalaher

La notte, quando Khaula è a letto e riesce finalmente ad addormentarsi, spesso sogna di sua figlia. Ogni volta, le appare la stessa immagine. Vede le sue mani, unite l’una all’altra davanti al petto a formare una cavità. Quando alza la mano che sta sopra, nell’altra sta seduto un uccellino. Vede il suo corpo e le piume, ma l’uccellino non la guarda e dalla sua gola non viene alcuna canzone: la piccola testa manca.

Ogni volta in cui faccio questo sogno, non riesco più a muovermi per un po’.”, dice Khaula. Dopo otto mesi in cui è stata prigioniera dell’IS (Stato Islamico) ha partorito una bimba. Il padre della bambina era il suo torturatore, un combattente iracheno dell’IS proveniente da Mosul. Aveva già un bel po’ di figlie e voleva che Khaula, una donna Yazida rapita dall’IS, gli desse un figlio maschio.

Questo è successo un anno fa. Oggi Khaula vive in Germania, senza sua figlia. E’ seduta in una stanza appartata di un caffè nel Baden-Württemberg, dove è venuta per condividere la sua storia. E’ una quieta donna di 23 anni con i riccioli neri a cui piace indossare abiti kurdi.

Khaula vive in un dormitorio con altre donne che sono state liberate. La località dev’essere mantenuta segreta e anche il nome “Khaula” è un alias. Con i simpatizzanti dell’IS in Germania, le donne sono in pericolo anche qui.

Il Baden-Württemberg ha accolto circa 1.000 donne e bambini provenienti dall’Iraq per aiutarli a venire a patti con ciò che è accaduto loro. Lo psicologo specialista in traumi Jan Ilhan Kizilhan, dell’Università Cooperativa di Stato, ha selezionato solo le persone che avevano maggiormente bisogno di aiuto in Iraq, dove è stato una dozzina di volte. In passato, ha lavorato con le vittime di stupro in Ruanda e Bosnia. “Solo le donne più seriamente traumatizzate sono venute in Germania.”, dice Kizilhan. Ciò include donne come la Yazida il cui figlioletto fu rinchiuso in una cassa di metallo da un combattente dell’IS e messo direttamente sotto il sole, davanti agli occhi della madre, sino a che fu morto. L’infante di un’altra donna fu picchiato a morte da un uomo dell’IS che gli ruppe la spina dorsale.

Nell’agosto 2014, lo Stato Islamico invase la regione irachena di Sinjar nel nord, assassinando e rapendo migliaia di donne e bambine che poi diventarono schiave sessuali per i combattenti. Centinaia delle donne riuscite a fuggire dai loro torturatori sono tornate incinte. (…)

Ci vogliono ore perché Khaula riesca a raccontare la sua storia. Non piange mentre la narra, sembra piuttosto stia riportando il fato di un’altra persona: “Ne parlo affinché la mia famiglia presa prigioniera in Iraq non sia dimenticata.”, dice.

Il 3 agosto 2014 l’IS attaccò il villaggio di Khaula e, entro un mese, 5.000 persone erano scomparse dalla regione. Khaula fu costretta a salire su un autobus e condotta in una prigione piena di centinaia di donne e bambine. Furono forzate a bere acqua in cui i carcerieri dell’IS sputavano di fronte a loro. Mentre bevevano, furono fatti i preparativi per la loro vendita. Khaula cadde nelle mani di un alto 45enne vestito di bianco che si faceva chiamare Abu Omar. La comprò per un milione mezzo di dinari iracheni (circa 1.140 euro) e le disse: “Tu mi appartieni.” Poi la chiuse in una casa di Mosul, la roccaforte dello Stato Islamico in Iraq.

E’ stato là che l’ha brutalmente deflorata, schiacciandola sul pavimento, è stato là che l’ha trascinata per i capelli dentro il letto, strozzandola, maledicendola e forzandola ad ascoltare le urla di altre donne che erano torturate nella stessa casa. Dopo quattro mesi, quando era incinta, la portò dalla propria moglie. Le fu ordinato di aiutare quest’ultima nei lavori di casa, nel lavare e cucinare. In uno scoppio di gelosia, la moglie picchiò Khaula con una sedia. Khaula allora tentò di impiccarsi a un ventilatore del soffitto. L’uomo aveva cinque figlie dalla prima moglie. Disse a Khaula: “Voglio che tu mi partorisca un maschio.” (…)

Ufficialmente, l’IS non vuole che le schiave sessuali come Khaula restino incinte. Lo Stato Islamico ha pubblicato un pamphlet su come vanno trattate le schiave femmine chiamato “Domande e risposte sul prendere prigionieri e schiavi” che ha cominciato a circolare su Internet dopo l’attacco a Sinjar nel 2014. Il documento dice che il sesso con le schiave è permesso. La sola menzione di gravidanze è relativa al valore di mercato delle donne. La domanda è così: “Se una prigioniera femmina è impregnata dal suo padrone, lui può venderla?” La risposta: “Non può venderla se deve diventare madre di un bambino.” In altre parole, il suo valore scende a zero nel momento in cui è incinta. Ma il suo status migliora: come madre, si trova in una posizione intermedia fra la schiava e la donna libera. Non ha più i requisiti necessari al commercio di schiave o al bazar delle vergini che l’IS perpetua per reclutare nuovi combattenti. (…)

Quando Khaula capì di essere rimasta incinta, andò nel salotto del combattente, sollevò la televisione e la portò su e giù per le scale, per ore. Altre donne si sono caricate di pietre o sono saltate da finestre per cercare di indursi un aborto. “Io ho tentato di tutto, ma non ho perso la bambina.”, dice Khaula. La moglie del combattente presto divenne invidiosa, una svolta fortunata per Khaula: “Non voglio più vedere la tua pancia.”, le disse un mattino. Le portò un telefono, che Khaula usò per chiamare suo fratello a Dohuk. Il fratello le diede l’indirizzo di un suo conoscente. Khaula lasciò la casa indossando un burqa e accettò il danaro che la moglie del combattente le offrì per la sua fuga. Prendendo il taxi, invece di usare la parola araba per “grazie”, shukran, usò per paura il termine Daesh (Ndt. : “daesh” è l’acronimo arabo per “stato islamico di Siria e Iraq”, ma la parola che le lettere formano ha il significato di “disordine” ed è perciò che l’IS bandisce il termine nei suoi territori) Jazaak Allaahu Khayran.

Il conoscente del fratello la mise in contatto con un network Yazida che opera nella regione dell’IS, intermediari che sono di frequente in grado di contrabbandare donne fuori dalla schiavitù e di portarle in territori controllati dai Kurdi. (…) Khaula aspettò 40 giorni, poi venne sistemata presso una famiglia araba che vive nei pressi del confine. Il viaggio lo ha fatto durante le notti, strisciando sino a cinque ore di seguito sulle montagne. L’ultimo tratto Khaula lo ha fatto in braccio alla sua guida, perché solo quell’uomo sapeva dove erano piazzate le mine nel terreno sassoso. “Alla fine ero libera.”, dice Khaula. Si stima che circa 2.000 donne siano fuggite con successo dalle aree controllate dall’IS. Le Nazioni Unite stimano che circa 3.500 donne Yazide siano ancora schiave in tale aree. Altre fonti danno la cifra a 7.000. (…)

Dohuk, una città di mezzo milione di abitanti a 75 chilometri da Mosul, nel Kurdistan iracheno del nord, è dove si recano in prima istanza i sopravvissuti al terrore dell’IS. E’ circondata da agglomerati di tende e da montagne color ocra. Qui è dove arrivano le donne incinte e dove i figli dell’IS sono abortiti. E’ anche il posto dove i bambini che sopravvivono sono dati in adozione.

Khaula si riunì al fratello in un campo di Dohuk. Allora, era incinta di sei mesi. “Ero così felice che non sapevo neppure come abbracciarlo.”, racconta Khaula. Quella sera, si mise addosso vestiti supplementari nel tentativo di nascondere la gravidanza, ma tutti continuavano a fissarla. Una sera, suo zio la prese da parte e le disse: “Niente bambino Daesh, per favore.”

Khaula decise di abortire e trovò un medico che le diede le sostanze che inducevano il travaglio. Passò due giorni in un albergo e al terzo andò in ospedale come una normale paziente. “Il padre del bambino è al fronte.”, disse al personale medico. Partorì una bambina dai capelli neri e il volto da uccellino. In precedenza, aveva fantasticato su come poteva essere avere un bambino, sulle sue manine e sul suo odore di pesca fresca nei primi giorni di vita. Adesso la figlia giaceva vicino alla sua gamba, morta.

I dottori non volevano che morisse, ma c’erano problemi.”, dice. Khaula la guardò e toccò uno dei suoi piedini con la punta delle dita, poi mise un lenzuolo sopra il corpicino. Suo cugino arrivò in automobile e la portò fuori città, dove seppellì la creatura lungo una strada. Khaula restò in macchina. Il suo unico pensiero, dice, era questo: “Ho ucciso una bambina.”

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Ogni scelta che facciamo può essere una celebrazione del mondo che vogliamo

Ogni scelta che facciamo può essere una celebrazione del mondo che vogliamo

Sul serio? Pensate davvero che noi femministe si passi il tempo a sparlare degli uomini, a puntare l’indice contro gli uomini, a odiare gli uomini? Vi illudete. Questo delirio paranoide che vi mette al centro della nostra attenzione non ha nessun riscontro nella realtà. Perché non cercate invece di espandere la vostra conoscenza in materia? Magari guardandovi un film. Anzi, ve ne offro quattro.

“Six Days: Three Women Activists, Three Wars, One Dream” – “Sei giorni: tre donne attiviste, tre guerre, un sogno” – 2013, regia di Nikolina Gillgren.

Il documentario segue tre difensore dei diritti umani: Nelly in Liberia, Maia in Abkhazia – Georgia e Lanja nella regione curda dell’Iraq, ognuna per sei giorni, mostrando cosa significa lavorare per la salute e l’istruzione di donne e bambine, contro la violenza di genere, i delitti “d’onore” e i “rapimenti di spose”. Se davvero non sapete cosa il femminismo fa per migliorare le vite di tutti, femmine e maschi, questo è il film che non vi lascerà dubbi al proposito.

“Sound of Torture” – “Il suono della tortura”, regia di Keren Shayo, 2013.

La dittatura militare li opprime e la sua politica è sparare a vista se tentano di uscire dal paese, l’Europa li rigetta come rifugiati dal 2006, così molti di loro finiscono per morire nei “campi di tortura” del Sinai. Stiamo parlando degli eritrei che fuggono cercando di raggiungere Israele e sono catturati, tenuti prigionieri in attesa di riscatto, venduti dai trafficanti di esseri umani beduini.

Il film mostra l’attivista per i diritti umani e giornalista radiofonica Meron Estefanos (svedese-eritrea), una delle poche a documentare questa terribile situazione, mentre cerca di liberare una donna torturata tenuta prigioniera assieme al suo bambino, e ne cerca un’altra scomparsa dopo che il suo riscatto era stato pagato. Se davvero non sapete con quanto coraggio e quanta passione il femminismo difende il diritto di tutti ad una vita dignitosa, questo è il film che fa per voi.

“Playing With Fire: Women Actors Of Afghanistan” – “Giocando con il fuoco: le donne attrici dell’Afghanistan”, 2014, regia di Anneta Papathanassiou.

Durante la dittatura talebana (1994-2001) il teatro in Afghanistan era bandito. Di recente, il suo potere narrativo e trasformativo è stato usato principalmente dalle donne: ma i fondamentalisti – e a volte le loro stesse famiglie – le minacciano di morte e le bastonano in pubblico. Additate come prostitute, anti-islamiche, apostate e quant’altro, molte sono costrette a fuggire dal paese e alcune sono già state uccise.

Il documentario vi farà conoscere Tahira, forzata all’esilio perché il suo lavoro teatrale ha vinto il primo premio ad un festival; e Sajida, una studentessa perseguitata dagli estremisti; e Monirah, la fondatrice di un innovativo gruppo teatrale femminile che vive sotto assedio; e Roya, Leena e Breshna, bersagli di continue molestie per il loro ruolo pubblico in tv e al cinema. Se davvero non sapete come il femminismo contribuisca al fiorire di ogni arte, questo filmato ve lo dirà.

“Casablanca Calling” – “La chiamata di Casablanca”, 2014, regia di Rosa Rogers.

Rivoluzionarie quiete e invisibili ai mass media, le marocchine Hannane, Bouchra e Karima stanno lavorando per trasformare il loro paese. In una nazione dove il 60% delle donne non è mai andato a scuola, fanno campagna per l’istruzione femminile; mettono in guardia contro i matrimoni forzati e precoci; offrono sostegno e guida a donne e bambine affrontando assieme a loro qualsiasi problema. Hannane, Bouchra e Karima sono “morchidat”, ovvero leader religiose musulmane assegnate a tre moschee in differenti parti del Marocco. L’Islam di cui le vediamo parlare è tolleranza, compassione, eguaglianza e amore per femmine e maschi.

Se non sapevate come femminismo e fede possano andare a braccetto verso un mondo migliore di quello che abbiamo sotto gli occhi, ecco il film che ve lo mostrerà. Maria G. Di Rienzo

I DVD di queste ed altre bellissime storie di donne, raccontate da donne, sono disponibili su Women Make Movies (Le donne fanno film).

http://www.wmm.com/index.asp

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(e cinque donne che lo incarnano)

Un nuovo portale online, creato per mettere in contatto femministe di differenti culture, le donne che lottano per il cambiamento, “uno spazio per sognare, immaginare, crescere ed esplorare in teoria e in pratica”: WELDD (“Empowering Women and Leadership Development for Democratization”) è stato ideato dal Women’s Centre Shikat Gah pakistano, dall’Institute for Women’s Empowerment di Hong Kong e da Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi musulmane, il link è nella colonna a destra “Donne, notizie e attivismo”).

( http://www.weldd.org/ – Lo spirito delle fondatrici è visibile nell’immagine qui sotto.)

weldd

Nella presentazione si legge, tra l’altro: “Il portale fornirà alle attiviste e alle organizzazioni femministe e a chi agisce per un mondo giusto ed egualitario un luogo per condividere risorse utili ed esperienze; la sezione blog “Pubblica Piazza” sarà lo spazio informale per l’espressione di opinioni e la riflessione su notizie ed eventi. Poiché siamo impegnate nella produzione di conoscenza globale riguardo al sud del mondo, avremo sezioni per esplorare concetti e teorie provenienti dai contesti a maggioranza musulmana in arabo, bahasa, inglese, francese e urdu.”

La rete di queste donne collega già venti paesi (fra cui Egitto, Gambia, Indonesia, Iran, Libano, Libia, Nigeria, Pakistan, Senegal, Somalia, Sri Lanka, Sudan, Siria e Tunisia) in cui ha organizzato a livello transnazionale seminari, conferenze, azioni dirette, ecc. allo scopo di “promuovere l’eguaglianza di genere e la giustizia sociale, rafforzare la partecipazione politica delle donne e i diritti economici, costruire la pace, mettere fine alla violenza contro le donne – che viene giustificata culturalmente.”

Di una delle organizzazioni che partecipano a WELDD ho già scritto un paio di volte: si tratta dell’associazione femminista Warvin che opera nel nord dell’Iraq. Di recente, un gruppo militarizzato di estremisti sunniti che si fa chiamare “Stato islamico dell’Iraq e della Siria”, che conosciamo con la sigla IS o ISIS, e con cui non sappiamo bene come “interfacciarci” a meno di prendere lezioni dal maestro on. Di Battista, è arrivato dalle loro parti. Costoro hanno occupato armi in pugno gli uffici di Warvin e sequestrato tutta la documentazione presente. Le donne dello staff sono fuggite in montagna a raggiungere gli altri profughi ed hanno dovuto attendere con loro i soccorsi. Ma ci sono quelle che non sono riuscite a fuggire: sono confinate nelle loro case e non è permesso loro neppure andare al mercato a fare la spesa. Hanno l’ordine di non uscire se non nei casi di emergenza e in questi ultimi possono farlo solo se indossano il niqab (che le copre dalla testa ai piedi).

Ovunque ISIS metta piede, le donne possono: cercare di scappare; vivere recluse e senza diritti; soffrire rapimenti a scopo di traffico per schiavitù sessuale, stupri singoli e stupri di gruppo, matrimoni forzati con gli eroici combattenti; oppure morire. La risposta di Warvin è visibile nella seconda immagine di questo pezzo.

warvin

Hanno annunciato in conferenza stampa, il 4 settembre u.s., la formazione di un gruppo specifico (“5+ Group for Women’s Aid”) per indagare e documentare gli abusi perpetrati da ISIS nei confronti delle donne nella regione curda dell’Iraq. Lo scopo principale è soccorrere un migliaio di donne yazide attualmente nelle mani dei loro rapitori dell’ISIS.

Le cinque attiviste che stanno facendo questo pubblicamente, con i loro volti esposti e le loro identità note, senza cappucci in testa e senza fucili a tracolla, sono Mhabad Qaradaghi, Lanja Abdullah, Huda Zangana, Shler Bapir e Gulan Salim.

Maria G. Di Rienzo

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basta guerra

“Se l’onorevole Alessandro Di Battista ha la possibilità di entrare in contatto con i terroristi e vuole andare nelle zone sotto il loro controllo per intavolare con loro una discussione, sappia che il suo visto di ingresso in Iraq è pronto: può andare ad Erbil, raggiungere in qualche modo Mosul e convincere i terroristi a fermare il genocidio di cristiani e musulmani come sta avvenendo in questi giorni”. Così Saywan Barzani, ambasciatore iracheno in Italia.

Ma non occorre mandare l’onorevole “che vuole capire” a Mosul. E’ giusto cercare di capire: per cominciare, può visitare il campo profughi a Dayrabun.

E chiedere a Samo Ilyas Ali perché non dorme, perché gli sembra di impazzire, cosa sono i suoni che continua a sentire dentro la testa e che si rifiutano di essere tacitati: il rifugiato gli risponderà che sono le grida di donne e bambini. Donne e bambini che chiedevano aiuto mentre li seppellivano vivi. L’8 agosto quelli nati (secondo l’onorevole) “dal male di Abu Ghraib” sono arrivati al suo villaggio con i mitragliatori. Ali e i suoi concittadini con Abu Ghraib non hanno mai avuto a che fare, ma i militanti di Isis li hanno messi a scavare buche. Ali, 46enne, farà frequenti pause per piangere mentre gli racconterà a cosa le buche sono servite. Dawud Hassan, meccanico 26enne, potrà intervenire al proposito. E’ terrorizzato dal futuro, non vuole più stare in Iraq dopo quello che ha visto. Vorrebbe dimenticare: “Hanno messo donne e bambini sottoterra. Erano ancora vivi. Li sento urlare anche adesso. Tentavano di tenere su la testa per respirare.”

Cerchi anche lo yazida Hassan, studente 22enne, che continua a ripetere come un disco rotto: “Si è mai visto niente del genere? Si è mai visto? Le hanno legato le mani ad un’automobile e i piedi ad un’altra, e l’hanno lacerata in due. Si è mai visto niente del genere? Le hanno fatto questo perché non era musulmana e non voleva convertirsi.” Capisce, onorevole? Questa donna non è morta in modo atroce perché aveva a che fare in qualche modo con Abu Ghraib.

Non occorre mandarlo a Mosul.

Vada a Newroz, al campo profughi sul confine siriano, e cerchi Bagisa e suo marito Hadi.

Costoro sono fuggiti dall’invasione armata del loro villaggio, Sumari. Gli invasori sono sempre quelli generati “dal male di Abu Ghraib”. Bagisa e Hadi si sono rifugiati in montagna, da soli. Lei era incinta del loro primo figlio. All’ottavo giorno di fuga, all’ombra di un picco, ha messo al mondo una bimba e l’ha chiamata Khudaida. C’erano altri fuggiaschi in quel luogo, ma nessuno conosceva la coppia e nessuno aveva acqua in più da dividere con loro. L’onorevole ha idea di cosa voglia dire partorire senza aver acqua da bere, senza aver acqua per lavarsi e per lavare la neonata, sotto una calura insopportabile? Se lo faccia raccontare da Bagisa.

Il giorno dopo la nascita di Khudaida, membri del Partito dei lavoratori curdo (PKK) hanno trovato i profughi e li hanno condotti al campo di Newroz. Ma la mattina del 14 agosto, la minuscola figlia di Bagisa e Hadi ha smesso di respirare. Aveva 4 giorni di vita.

Chieda al dottore che ha cercato di salvarla quali sono state le cause della morte: “Tutto.”, gli risponderà costui, “Il caldo in montagna, la sete, il vento che ha inalato pieno di polvere ed escrementi, la fame. Quando è arrivata al campo era già troppo debole.”

Bagisa e Hadi hanno dovuto faticare anche a seppellirla. Hanno fatto avanti e indietro per un giorno e mezzo con il fagottino fra le mani fra la direzione del cimitero, il servizio di sicurezza del PKK e la direzione del campo profughi: nessuno voleva prendersi la responsabilità di seppellire in Siria una bimba irachena. Alla fine il cimitero ha ceduto e Khudaida è stata messa a giacere per sempre nella terra. Questa famiglia non aveva mai avuto a che fare con Abu Ghraib: per cosa ha pagato un prezzo così alto?

Non occorre mandarlo a Mosul.

Vada a Raqqa, in Siria, dove il “califfato” dell’Isis è già realtà.

Ma stia attento a non farsi beccare per strada durante uno dei cinque momenti giornalieri di preghiera, perché potrebbe essere ucciso.

Tutte le donne in città sono infagottate nel niqab per ordine dell’Isis e i pantaloni sono loro banditi. Le parrucchiere devono cancellare le facce delle donne sulle scatole di tintura per capelli.

Niente musica, nemmeno durante i matrimoni. E d’altronde, quando le ragazze si uccidono o cercano di uccidersi per sfuggire ai matrimoni imposti con i combattenti islamisti, chi ha voglia di suonare e ballare?

Mani tagliate, crocifissioni, decapitazioni sono il destino dei piccoli malfattori come degli oppositori del regime: le immagini sono pubblicate con didascalie gongolanti sui social network.

E al mercato del bestiame, ai venditori è stato ordinato di coprire i posteriori di pecore e capre perché altrimenti gli uomini, vedendo i loro genitali esposti, potrebbero avere pensieri impuri.

Onorevole, nessuna somma di torti fa una ragione. Onorevole, questa guerra fa schifo come ogni altra guerra. Maria G. Di Rienzo

N.B. Le informazioni che le ho presentato, onorevole, provengono da attiviste/i per i diritti umani e giornaliste/i che si trovano nei luoghi summenzionati. Può controllare le loro testimonianze su Spiegel, Reuters, Awid, Kvinna til Kvinna, Women’s Learning Partnership, Metrography, Indipendent, Guardian, Mezzaluna Rossa irachena, Iraqi News, CS Monitor, UN Women, ecc.

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(“We must act in Iraq!”, di Ala Riani per Kvinna till Kvinna, 14 agosto 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Ala Riani è membro della Fondazione Kvinna till Kvinna in Kurdistan, la sua immagine è di Yolanda Gomez Hurtado.)

Ala Riani

Scrivo da Erbil, la capitale della regione del Kurdistan iracheno, che sin dalla caduta del regime di Saddam è riuscita a tener distante il caos e le esplosioni che prevalgono nel resto del paese. Ora quest’oasi, in cui le minoranze nazionali si sono rifugiate fuggendo dall’oppressione, è in grave pericolo.

Le forze peshmerga curde (Ndt: il termine indica sia i combattenti indipendentisti sia, come in questo caso, le forze armate del governo regionale autonomo) stanno lottando disperatamente per mantenere la sicurezza che ISIS sta minacciando.

Ieri sono stata al telefono tutto il giorno a parlare con le attiviste per i diritti delle donne che mi hanno descritto le loro profonde preoccupazioni. Con voci spezzate dicono della loro paura, di come i loro quartieri e le loro città trabocchino di persone che fuggono da ISIS. Parlano di una crisi umanitaria. In televisione ci sono solo le ultime notizie al proposito. Nelle strade e nei bar si parla solo delle forze peshmerga curde, di che città o che villaggi sono stati liberati o perduti a vantaggio di ISIS lungo i 1050 chilometri di confine che viene difeso.

Un’attivista di Warvin (Ndt.: ong curda femminista e antimilitarista) mi ha detto che si sente paralizzata da quando le forze di ISIS sono entrate nella città di Shingal ed hanno spinto 200.000 Yezidi sulle montagne, dove sono ormai dispersi da una settimana. Circa 100 fra bambini e adulti sono morti della mancanza di acqua e cibo in una calura da 50 gradi. In una settimana, centinaia di migliaia di rifugiati hanno raggiunto Erbil. L’attivista di Warvin mi ha detto che i rifugiati dalla Siria sono stati praticamente abbandonati a causa di tutti questi nuovi arrivi. Si stima che ora vi siano un milione e mezzo di rifugiati in Kurdistan, che conta una popolazione propria di cinque milioni. In alcune città ci sono più rifugiati che abitanti.

Le chiese sono piene di cristiani che sono fuggiti dal terrore. La gente dorme sotto le siepi o sui materassini che sono stati distribuiti. Nei parchi, decine di migliaia di rifugiati si sono sistemati sull’erba, senza rifugio e senza rifornimenti. Restano seduti là, a piangere i loro cari scomparsi. Il governo curdo sottostà ad un’intensa pressione e non ha abbastanza risorse per aiutare tutti i rifugiati, così la gente comune sta raccogliendo in proprio denaro, cibo e oggetti per quelli che ne hanno bisogno.

Allo stesso tempo, molte testimonianze ci stanno arrivando. Questa guerra è disumana sotto ogni aspetto, decapitazioni, fucilazioni di massa ed espulsioni. E ora ci stanno arrivando i rapporti sugli stupri di massa. Le donne muoiono dissanguate dalle ferite inferte durante la violenza sessuale. Ci raccontano di stupri di gruppo e di cacce in gruppo a giovani donne da rendere schiave. Una volta di più le donne sono usate come attrezzi e i loro corpi sono mezzi per demoralizzare il nemico. Oggi, le notizie diffuse dai media qui ad Erbil si sono concentrare sulle storie di queste donne coraggiose, che osano venire allo scoperto e testimoniare gli abusi che hanno sofferto. Le forze di ISIS le stanno stuprando e poi le rilasciano in modo mirato, affinché possano dire ad altre cose devono aspettarsi: è una strategia di intimidazione barbarica.

Sembra che siano state fucilazioni di massa di donne e bambini, e che delle persone siano state sepolte vive. Nella scorsa settimana circa 500 donne Yezidi sono state catturate da ISIS nella città di Mosul. Alcune di esse sono state vendute ai trafficanti del mercato del sesso e degli schiavi. ISIS sta usando questi mezzi anche in Siria, commettendo crimini di guerra e infrangendo le convenzioni internazionali. In Medio Oriente, la donna è il simbolo della famiglia e della società: abusare di lei, umiliarla e torturarla è fare lo stesso alla sua famiglia e alla comunità a cui appartiene.

Le Nazioni Unite hanno classificato la situazione come al più alto grado di crisi. I rifugiati che sono ancora dispersi hanno bisogno di essere soccorsi. Quelli che sono riusciti a scappare hanno bisogno di acqua, cibo, medicine, rifugio e sostegno psicologico.

Abbiamo disperatamente bisogno dell’aiuto internazionale e dell’assistenza umanitaria!

Ndt: Il giorno 13 agosto 2014, il capogruppo M5S alla commissione Esteri alla Camera, Manlio Di Stefano, rilascia un’intervista a La Stampa per spiegare dichiarazioni grilline quali: “fenomeni radicali come l’Isis sarebbero da approfondire con calma e rispetto”. E mostrando di essere davvero competente e informato lo fa così: “Noi occidentali abbiamo dato per scontato che la nostra fosse l’unica democrazia possibile. Affrontare le cause con rispetto significa interrogarsi se non ci siano altre forme di governo e di democrazia che vanno bene per i posti dove sono”. Una forma di governo e democrazia che massacra le donne in ogni senso, da quello fisico a quello del godimento dei loro diritti umani, può infatti andar bene per i posti dove quelle donne sono. Di Stefano mica è una donna, dopotutto, e mica è in quei posti. Avere in Parlamento gente di questo tipo non invita proprio a mantenere la “calma”, quanto al “rispetto” io lo tributo alle persone (e agli esseri viventi in genere), avendo tutto il diritto e persino il dovere di non rispettare affatto le loro eventuali azioni infami. Quando i cinquestelle affermano “Noi restiamo pacifisti senza se e senza ma” riducono il pacifismo ad una barzelletta se non sono capaci di opporsi ad ogni guerra e ad ogni uso della violenza nelle controversie nazionali e internazionali, non solo a ciò che fa loro comodo o che il loro guru gli suggerisce.

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(tratto da: “Let’s trade positions: try living like a woman”, un più ampio testo di Shahd Majeed per World Pulse, 10 febbraio 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Shahd Majeed è irachena e ha 24 anni. Di sé dice: “Ho fronteggiato la guerra e aggressioni di ogni tipo, e sono stata costretta ad accettare molte situazioni in nome della sicurezza e della sopravvivenza. Ma nonostante tutto, c’è una cosa che ho sempre saputo. Se volevo essere una donna libera, se volevo condividere eguali opportunità con gli uomini, dovevo partire da me. Dovevo aver fiducia in me stessa. I miei diritti sono già presenti, e io sono quella che deve richiederli e lottare per essi.”)

nei suoi panni

Fare jogging è la mia attività preferita durante la stagione primaverile. Ogni volta in cui il tempo lo permette, metto la canottiera, i calzoncini corti e le scarpe da ginnastica, e corro nel parco Sami Abdul Raham, un parco grande e ben attrezzato della città di Erbil. Un giorno ho deciso di passeggiare e di godermi la permanenza al parco. Ho visto due uomini fare jogging, con addosso magliette normali e braghe che coprivano le loro gambe; erano molto decenti, devo ammettere, ma davvero non ho potuto fare a meno di controllarli mentre correvano nel parco. Sono passati accanto ad un gruppo di donne che di colpo hanno cominciato a fischiare e a fare commenti, e i poveretti si sono sentiti così in imbarazzo da lasciare velocemente il parco. Sì, agli uomini non è permesso allenarsi o passeggiare nel parco come fanno le donne. Gli uomini hanno abbastanza libertà da andare a far compere o sedere nei caffè, ma devono avere anche abbastanza faccia di bronzo da sopportare le occhiate delle donne che fumano la pipa ad acqua e soffiano il fumo nella loro direzione, affinché si sentano a disagio e lascino il caffè.

Io spero che un giorno le donne smetteranno di suonare il clacson dalle automobili quando vedono un uomo attraversare la strada. E vorrei che non si offendessero quando un uomo le sorpassa al volante, perché si sta affrettando verso il suo lavoro: non sta tentando in alcun modo di provare di essere migliore di loro.

Se sei un uomo che vive in Iraq o Kurdistan, al di là di quali siano i tuoi abiti, ti preoccuperai comunque dei commenti che le donne fanno sul tuo corpo. Al di là di che auto tu stia guidando, c’è sempre una donna che fa a gara con te, che ti sorpassa a destra, o che persino ti segue per sapere dove vivi o lavori.

Se sei un uomo che vive in Iraq o Kurdistan, e stai tentando di avere una carriera, devi pensarci due volte, perché gli uomini che lavorano sono spesso giudicati troppo liberi. E dovrai anche preoccuparti delle possibili molestie sul lavoro.

Se sei un uomo e stai leggendo queste righe, spero saprai di che parlo. Spero di aver fatto provare ad alcuni di voi quando male si sentono le donne quando non possono praticare i minimi diritti che hanno come esseri umani. Può suonare buffo lo scambiarsi le parti, ma il fatto è che io sono triste nel dover maneggiare le molestie. Vorrei potervi mostrare fotografie e video per essere più realistica, tuttavia sono certa che la maggioranza di voi capisce quanto è noioso.

Se sei un uomo e stai leggendo queste righe, voglio che tu immagini di vivere come una donna. Non sto generalizzando. Nella mia vita ci sono uomini straordinari, rispettosi e gentili. E ci sono uomini che hanno davvero bisogno di immaginare le proprie vite segnate da ogni tipo di aggressione. Ho persino fatto ricerche su internet per imparare le tecniche adatte ad evitare le molestie, ma c’è sempre il tipo che pensa vada bene svergognare la collega al lavoro, e c’è sempre il tipo che la imbarazza per strada.

Se sei un uomo e leggi queste righe, probabilmente vorrai dare un po’ di colpa alle donne. Le donne devono indossare abiti decenti, rispettare la cultura, l’ambiente di lavoro, d’accordo: però nella maggioranza dei casi di cui sono testimone le molestie non hanno niente a che fare con tutto questo. Non sto chiedendo di andare a lavorare in mutande in nome della libertà. Non sto dicendo che voglio poter insultare chiunque in nome della libertà di opinione. Voglio solo sentirmi a mio agio nell’essere una donna.

La soluzione non è che noi donne si smetta di fare quel che facciamo. La soluzione è che la comunità accetti il nostro essere noi stesse. La soluzione non è ignorare le molestie, ma agire. La soluzione non è che noi si smetta di andare a lavorare, ma trovare un modo di mettere fine al nostro sconforto.

Il governo dovrebbe legiferare contro le molestie, e chi molesta dovrebbe essere incriminato o multato a seconda della gravità dell’assalto. Le donne dovrebbero avere a disposizione un numero da chiamare per poter denunciare le molestie. Attualmente, sono criticate o biasimate quando solo tentano di difendersi.

Le ditte, specialmente quelle private, dovrebbero essere più severe: non è abbastanza avere un protocollo scritto che definisce le molestie come non permesse sul luogo di lavoro, queste politiche devono essere implementate, con l’ammonizione o il licenziamento del molestatore.

Anche i media possono giocano un ruolo vitale nel cambiare la situazione. Condannare le molestie in tv o sui giornali può indurre le persone a prestare attenzione. Avere qualcuno che parla di quante donne sono assalite può far sì che più persone capiscano quanto vasto è il problema.

Mia madre era solita dire a mio fratello di pensare a come si sentiva sua sorella sentendo un commento inappropriato, prima di dire qualsiasi cosa a una donna. Io non intendo chiedere agli uomini di pensare alle loro sorelle o alle loro madri, voglio che tentino di vivere come una donna vive, che immaginino se stessi preoccuparsi di ogni singola mossa che fanno.

Se sei un uomo e stai leggendo queste righe, tenta di accettare una donna per quello che è: un essere umano, non un oggetto sessuale. Non è quello che ha addosso che ti spinge a molestarla, è quello che provi e pensi nel vederla essere se stessa.

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Nel moderno Iran, un paese futuristicamente atomico e dotato di drone “amichevoli” (secondo le parole del suo ex Presidente), i tribunali stanno anch’essi al passo con i tempi: oltre alla pena di morte per stregoneria, un vero problema dei nostri tempi affrontato in modo assai vigoroso, comminano spesso agli uomini la condanna a vestirsi “da donna”, dimostrando in quale alta considerazione si tenga metà della popolazione del paese.

Stranamente, alcuni uomini non sono d’accordo e come già accadde in precedenza, quando a subire tale condanna fu un leader del movimento studentesco, hanno deciso di dimostrare che vestirsi da donna non li umilia affatto. Sto parlando della campagna “Uomini curdi per l’eguaglianza”, di cui potete vedere un’immagine qui sotto.

uomini curdi per l'eguaglianza

Gli attivisti Masoud Fathi e Dler Kamangar, che hanno lanciato l’iniziativa, la spiegano così: “Le donne sono parte di noi come umanità, e sono parte della nostra personalità, del nostro carattere. Se opprimiamo una parte di noi, opprimiamo noi stessi.” Maria G. Di Rienzo

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(“Working for ban of guns in Iraqi Kurdistand”, di Annette Ulvenholm Wallqvist per Kvinna till Kvinna, 22.7.2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Fotografie di Ester Sorri.)

Nonostante le robuste proteste del movimento delle donne irachene, l’anno scorso è passata una legge che rende legale per gli iracheni detenere armi nelle loro case. Ma le organizzazioni di donne nel nord dell’Iraq non mollano. Stanno ora facendo pressione affinché i politici della regione del Kurdistan iracheno emettano un bando.

“Nel nostro villaggio praticamente tutti gli uomini hanno armi in casa. Alcuni vanno in giro a mostrare i fucili per ottenere rispetto.”, dice una donna di un villaggio di montagna situato a due ore di viaggio da Slemani nel Kurdistan iracheno. Lei e un paio di altre donne sono arrivate ad una casa usate per le riunioni comunitarie. L’organizzazione Wadi è in visita per parlare della salute delle donne, ma la conversazione oscilla avanti e indietro sulla violenza e la presenza di armi. “Cosa possiamo fare? Gli uomini hanno tutto il potere e possono fare di noi quel che vogliono. Io ho spesso paura, mio marito mi ha minacciata con la sua pistola. Non ho scelta, devo fare quello che vuole lui.”, dice una giovane donna, gettando le mani in aria in un gesto di sconfitta.

Avere una pistola o un altro tipo d’arma leggera in casa è molto comune in Iraq. Secondo le statistiche fornite da Gunpolicy, basate sulle ricerche di varie università fra cui quella di Sidney, si stima che almeno il 34% degli iracheni possieda un’arma. E c’è anche un diffuso commercio illegale di armi nel paese. Questa situazione ha causato forti reazioni fra le organizzazioni delle donne. Sono preoccupate che facilitare l’accesso alle armi condurrà ad una crescita della violenza mortale contro le donne. L’organizzazione Warvin, partner della Fondazione Kvinna till Kvinna (http://kvinnatillkvinna.se/), ha messo in guardia sui rischi, attestando che la maggioranza delle donne irachene che sono uccise lo sono a colpi di arma da fuoco.

Quando alcuni anni fa il governo iracheno voleva introdurre una legge che permetteva le armi leggere in casa, le organizzazioni delle donne e altri unirono le forze in una contro-campagna: questa chiedeva il bando invece della legalizzazione e chiedeva altresì al governo di raccogliere tutte le armi illegali. Nonostante le proteste, nel 2012 la nuova legislazione fu approvata, rendendo legale per ogni individuo possedere un’arma e tenerla in casa. L’unico atto richiesto è di registrarla presso la polizia. Nello stesso periodo, il governo iracheno ha incoraggiato tutte le famiglie ad avere una pistola o un fucile per in casa, per “migliorare la loro sicurezza”.

ronak faraj raheem

Un’altra organizzazione partner di Kvinna till Kvinna, il Centro delle donne su Media ed Istruzione, ha partecipato alla contro-campagna. Tuttavia, la direttrice Ronak Faraj Raheem non crede che il bando servirebbe a prevenire la violenza mortale contro le donne: “Come organizzazione, siamo ovviamente contrarie alla detenzione di armi nelle case. Ma io non credo che l’atto di uccidere diventi più possibile perché è più facile avere una pistola: in primo luogo e in maggior parte è una questione di mentalità. Quando si tratta di difendere l’onore familiare gli uomini usano tutto quel che c’è a disposizione: coltelli, pistole, strangolano con le mani. Un fucile in casa non fa quella gran differenza.” Nella regione del Kurdistan e in tutto il resto dell’Iraq il controllo sociale è molto forte. Una donna che riceva un messaggio di testo da un ammiratore, o una donna che dichiari di voler scegliere il proprio partner: tali ragioni sono sufficienti per essere accusate di svergognare e disonorare l’intera famiglia. Perciò la donna può essere punita con la morte, inflitta spesso da un padre, un marito, uno zio o un fratello. “Stiamo continuando a far campagna contro le armi in casa”, dice ancora Ronak Faraj Raheem, “ma la cosa più importante è che questa mentalità cambi.”

Lanja

Lanja Abdulla di Warvin, invece, ha molte speranze che una legge contro le armi in casa riduca la violenza mortale contro le donne nel Kurdistan iracheno: “Polizia, personale della sicurezza, membri dei partiti politici e gente comune: tutti hanno una pistola in casa. La maggior parte degli omicidi di donne sono eseguiti tramite queste armi. Se abbiamo il bando, esso ridurrebbe automaticamente il numero di donne uccise.” Per esempio, una legge simile costringerebbe poliziotti e agenti della sicurezza a lasciare le loro armi al lavoro. Secondo Lanja Abdulla, ciò renderebbe meno facile agli uomini uccidere donne in una situazione domestica aggressiva. Durante la primavera, Warvin è riuscita a convincere i cinque maggiori partiti politici del Kurdistan iracheno a sostenere il suo punto di vista: e in questo momento l’organizzazione sta redigendo la bozza di legge sul bando per le armi nelle case.

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(tratto da: “The Kurdish woman fighting against female genital mutilation”, un più ampio articolo di Loveday Morris per The Independent, 1.6.2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Awezan Nuri

A 9 anni, mentre cresceva nella città irachena di Kirkuk, Awezan Nuri evitò per un pelo la mutilazione genitale. “Mia madre aveva 12 anni quando fu mutilata.”, dice la 31enne attivista per i diritti delle donne, che è anche una rinomata poeta,“Mi aveva raccontato del dolore terribile, di quanto aveva sanguinato quella notte e di quanto si vergognava di dire alla sua famiglia che soffriva. Non poteva parlarne con sua madre, perché sua madre era quella che l’aveva portata ad essere mutilata. Si sentiva sola e spaventata.”

Nonostante il trauma di quell’esperienza, la madre di Nuri insistette perché le sue sei figlie si sottoponessero alla medesima procedura. “Pensava fosse dovere di ogni musulmana sunnita fare questo. Lei, logicamente, non era d’accordo ma la pressione sociale era davvero alta.”

E’ una credenza errata fra le comunità musulmane in dozzine di paesi nel mondo che la pratica sia ordinata dall’Islam. Per Nuri, fu l’intervento del padre che salvò le sorelle dal coltello: disse che non era d’accordo. Ma la maggioranza delle curde irachene non sono così fortunate. Le statistiche del Centro Pana, di cui Nuri è vice presidente e dove ha il compito di seguire la campagna contro le mutilazioni genitali femminili (MGF), mostrano che il 38% delle donne di Kirkuk sono vittime delle mutilazioni e che fra le comunità etniche curde la cifra sale al 65%.

In Kurdistan, la pratica di solito comporta la rimozione della clitoride di bambine fra i quattro e i dodici anni. Tuttavia, forme più estreme di MGF, che includono la rimozione delle labbra vaginali interne ed esterne sono pure presenti. “L’effetto che ha sulla psicologia delle bambine è indescrivibile.”, continua Nuri, “E più tardi nella vita non potranno mai godere dell’intimità con i loro mariti.”

Le MGF non danno alcun beneficio alla salute. Le procedure possono causare emorragie intense, infezioni e sterilità, così come complicazioni durante il parto. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, circa 140 milioni di bambine e donne in tutto il mondo stanno vivendo con le conseguenze delle mutilazioni. La pratica è più comune nelle regioni occidentali, orientali e nord-orientali dell’Africa, dove la stima è di 101 milioni. Le MGF sono presenti anche in Asia e in Medio Oriente.

Il governo regionale autonomo curdo ha bandito le mutilazioni genitali e coloro che le praticano finiscono in prigione, ma la disputata città di Kirkuk non è sotto la sua amministrazione. Sin da quando ha messo in piedi Pana nel 2004, Nuri ha lavorato per informare sulla questione e far pressione sul governo di Baghdad per ottenere che il bando alle MGF sia nazionale. Questo lavoro l’ha sovente messa in pericolo. “Mi minacciano con messaggi di testo, al telefono, con lettere e su internet. La gente mi insulta per strada e anche partiti politici mi hanno minacciata.” Il suo ufficio è stato fatto a pezzi nel luglio dell’anno scorso, e frasi insultanti sono state verniciate sulle pareti: “Non voglio ripetere quel che c’era scritto, perché era troppo osceno. Ma fra le altre cose c’era questa frase: Dovresti temere per la tua vita, stai attenta.” Le richieste alla polizia di fornire protezione sino ad ora non hanno dato frutto.

Pana si occupa anche delle donne che hanno subito violenza domestica. Gestisce un rifugio e provvede consulenza legale gratuita. Anche le famiglie di coloro che Nuri ospita la minacciano, ma per lei questa lotta è anche personale. Costretta al matrimonio quando aveva 16 anni, fu soggetta alla violenza del padre e del marito. “Sono una vittima io stessa.”, dice, “Non avevo la possibilità di vivere, di amare, di scoprire qualcosa per me stessa.” Fu solo il giorno delle nozze che Nuri seppe chi doveva essere suo marito: un cugino 18enne che lei non vedeva da 7 anni ma che da bambina aveva odiato. “Aveva l’abitudine di picchiarmi e dopo tre mesi di matrimonio non ce la facevo più. Tornai a casa mia, ma mio padre mi bastonò anche lui e mi costrinse a far marcia indietro. Ritornai perché ero incinta, quella era l’unica ragione. Mio padre insisteva che se volevo lasciare mio marito dovevo lasciare anche il nascituro (che fu poi una bimba). Mi disse: Non puoi detestare lui e amare suo figlio.” Awezan Nuri restò con il marito per cinque anni ma dopo la morte del padre, nel 2004, ottenne il divorzio. Nel giro di cinque mesi, quello stesso anno, mise in piedi il Centro Pana.

Sebbene ci sia stato qualche miglioramento nel campo dei diritti delle donne in Iraq, nell’ultimo decennio, inclusa la crescita delle donne che completano l’istruzione superiore, Nuri dice che la situazione relativa alla sicurezza spegne questi progressi. Senza nessun controllo sul possesso di armi la violenza domestica finisce spesso in tragedia e i cosiddetti “delitti d’onore” continuano a verificarsi. Lo scorso anno, in un villaggio vicino a Kirkuk, un uomo ha gettato acqua bollente sulle sue tre figlie e poi le ha uccise a colpi di arma da fuoco, perché sospettava che avessero rapporti sessuali. La successiva autopsia ha rivelato che erano tutte e tre vergini. L’uomo ha ricevuto la sentenza a solo due anni di carcere, perché una clausola del codice penale iracheno riduce la pena per omicidio ad un massimo di tre anni per gli uomini che scoprano moglie o parenti di sesso femminile “in stato di adulterio”.

E’ in questo clima che Nuri porta avanti le sue coraggiose campagne per cambiare le leggi affinché proteggano meglio le donne, nonostante tutti i rischi: “Non sono spaventata. Ogni cambiamento che è avvenuto, in ogni società, ha richiesto tempi difficili. La storia parlerà di noi e del nostro movimento. Altre donne nel mondo hanno fatto quello che noi facciamo, e come noi sono state minacciate e picchiate, ma hanno vinto. Perché noi no?”

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