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Posts Tagged ‘storia’

Dico a te, “La Repubblica”.

Il 15 settembre pubblichi un articolo dal titolo “La violenza delle coppie giovani, oltre una ragazza su dieci aggredita prima dei 18 anni” che presenta “uno dei pochi studi condotti nel nostro Paese sul tema, condotto su un campione di oltre 700 studenti delle scuole secondarie di secondo grado”.

“Di questo e temi collegati si parlerà – prosegue il pezzo – il 13 e 14 ottobre a Rimini in un convegno organizzato dal Centro studi Eriksson, dal titolo ‘Affrontare la violenza sulle donne – Prevenzione, riconoscimento e percorsi d’uscita’ nel quale una parte consistente sarà rappresentata dalla discussione della Teen dating violence, la violenza da appuntamento tra adolescenti e della violenza nelle giovani coppie. Si tratta, sottolineano gli organizzatori del convegno, di situazioni di violenza non facili da individuare e comprendere per le stesse ragazze che ne sono vittime, coinvolte da quello che dovrebbe essere il ‘primo amore’, ma che con l’amore e il rispetto che deve accompagnarlo non ha nulla a che fare.”

L’articolo contiene l’intervista a una delle relatrici, la psicologa Lucia Beltramini, che spiega: “Negli ultimi anni le riflessioni e gli interventi sul tema della violenza contro le donne e le ragazze hanno ottenuto maggiore diffusione e visibilità, e la volontà di realizzare interventi preventivi (…) Tali interventi non possono però prescindere da un’attenta analisi di quello che è il contesto sociale e culturale nel quale ragazzi e adulti si trovano a vivere, un contesto ancora fortemente permeato, anche a livello mediatico, da modelli stereotipati di maschile e femminile e rapporti tra i sessi poco improntati alla parità.”

Ma la conclusione a cui il testo sembra arrivare è che la colpa sia delle femministe: “Uno dei problemi maggiori nell’affrontare il fenomeno è la necessità di spiegare ai ragazzi che quanto stanno vivendo è violenza, non normalità, poiché spesso tali atti non sono riconosciuti come violenza e inaccettabili. In particolare, comportamenti di dominazione e controllo sono scambiati per segni di interessamento e amore. “Non vuole che parli con altri perché sono sua, ci tiene a me”, si sente dire alle ragazze, frasi che fanno chiedere dove siano finite le battaglie femministe nelle quali al centro si poneva ben altro concetto, quel “io sono mia” fondamento dell’autodeterminazione.”

Repubblica, assieme a una valanga di altri giornali e pubblicazioni ci hai triturato le ovaie per anni con concetti quali “la fine del femminismo”, “l’inutilità del femminismo nella società moderna”, “gli errori del femminismo”, “l’obsoleto femminismo che non capisce/vede…. (aggiungi il termine che preferisci)”, “il nuovo femminismo della scelta”, “prostituzione e pornografia sono manifestazioni del femminismo” eccetera.

Dove sono finite le lotte femministe? Non sono finite. Stiamo ancora lottando. Ma se non volete vederci non ci vedrete, è molto semplice. Per esempio, TUTTA la legislazione che in Italia riguarda diritto di famiglia, divorzio, interruzione volontaria di gravidanza, accesso ai diritti civili per le donne, violenza di genere si è generata da quelle stesse lotte. Se avessimo aspettato la buona volontà dei politici e dei governanti a quest’ora nella redazione de “La Repubblica” le donne presenti sarebbero unicamente quelle che puliscono gli uffici o preparano il caffè. Non occorre che ci diciate “grazie”, ma almeno smettete di sputarci in faccia. Maria G. Di Rienzo

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Diva Guimarães

Diva Guimarães (in immagine con il microfono di fronte) è diventata famosa il 28 luglio scorso, prendendo parola durante il Festival Letterario di Paratry, in Brasile. Il tema era il razzismo e la 77enne Diva, insegnante in pensione, ne ha fatto esperienza per l’intera vita. Nipote di schiavi, ha raccontato come sua madre sopportò ogni tipo di umiliazione per assicurarsi che i suoi figli ricevessero un’istruzione. Ma anche nella scuola religiosa che accolse lei a cinque anni, e in cui doveva lavorare oltre che studiare, le cose andavano così: “Voglio raccontarvi una storia che ha segnato la mia esistenza. – ha detto al pubblico del Festival – Sono dovuta diventare adulta all’età di sei anni. Le suore raccontavano questa storia: Gesù creò un fiume e disse a tutti di lavarsi, di bagnarsi nelle acque benedette di quel fiume incantato. Le persone bianche sono tali perché lavorano sodo e sono intelligenti, vennero al fiume, si bagnarono, diventarono bianche. Noi, come neri, siamo pigri – il che non è vero, perché questo paese sopravvive oggi grazie ai miei antenati che hanno provveduto a tutti – e quando alla fine arrivammo ognuno s’era già bagnato nel fiume e di esso restava solo fango. Perciò, noi abbiamo di pelle più chiara solo i palmi delle mani e le piante dei piedi, perché siamo riusciti a malapena toccare l’acqua in questo modo.

Sembrava che nessuno fosse riuscito a non commuoversi e a non riflettere, dopo aver ascoltato Diva. Ma mentre camminava fra gli stand della Fiera è stata assalita da un venditore arrabbiato, che le ha ingiunto di pulire una cacca di cane. La donna non è la proprietaria della bestiola e c’erano molte altre persone a cui il venditore avrebbe potuto rivolgersi, però ha scelto lei. “Io so perché.”, ha commentato Diva.

Il video del suo intervento è diventato assai popolare in Brasile. Sono seguite interviste, articoli su giornali ecc. Tra l’altro, le hanno chiesto: “Che messaggio vorrebbe dare alle giovani donne nere di oggi?” La sua risposta è stata: “Di non misurarsi sui loro corpi, ma sulle loro culture. Vorrei dire loro che non sono mercanzia sessuale. So che hanno discernimento sufficiente a riconoscere questo tipo di abuso. Si fa passare l’idea per cui le persone nere diventano note fuori dal Brasile come oggetti sessuali, dicendo che lei ha il diritto di usare il suo corpo come vuole.” Diva ha ben chiaro che l’oggettivazione sessuale non è una libera e liberatoria scelta.

Maria G. Di Rienzo

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tappeto sangue

Benvenute/i. Questo è il crash course che vi ho promesso ieri. Che ne dite se lo intitoliamo: “E così vuoi occuparti di violenza contro le donne.”?

“So You Want to Be a Rock ‘n’ Roll Star” – “E così vuoi essere una stella del rock’n’roll” – è una canzone del gruppo statunitense “The Byrds” che risale al 1967 ed è stata rifatta numerose volte (Patti Smith, Pearl Jam, Nazareth, Tom Petty and the Heartbreakers, ecc.).

Il pezzo fu ispirato dal grande clamore che all’epoca circondava un “gruppo rock” creato a tavolino, appositamente per gli schermi televisivi: The Monkees (finiranno anche sulla tv italiana), i quali come musicisti/artisti erano pura “immagine” e zero sostanza.

Chris Hillman e Jim McGuinn dei Byrds descrissero la cosa in questo modo:

E così vuoi essere una stella del rock’n’roll

Allora ascolta ciò che ti dico ora

Basta che ti compri una chitarra elettrica

e passi un po’ di tempo a imparare a suonare

E quando avrai i capelli pettinati al modo giusto

e i pantaloni belli stretti

tutto andrà bene…

Cioè: anche se non hai niente da dire in testo e in musica, avrai le sembianze del rocker e, prosegue il pezzo, gli agenti non ti mancheranno, la compagnia a cui hai consegnato l’anima venderà le sue merci di plastica, entrerai nelle classifiche ecc. – senza neppure sapere qual è il costo dei tuoi soldi e della tua fama. Tenete a mente quest’ultima frase, è importante.

Che gliene fregava a The Byrds, si chiederà qualcuno/a, il rock non è in fondo riducibile a due chitarre, basso e batteria? (Senza entrare nel merito, che so, delle tastiere dei Genesis o del flauto dei Jethro Tull…) No, perché quelli erano gli strumenti con cui erano costruite narrative. La musica rock è stata rappresentazione e veicolo per movimenti culturali e sociali, dando vita durante gli anni a innumerevoli “sottoculture” e “controculture” – mods, hippies, punks sono solo tre esempi; inoltre, ereditando la tradizione folk della canzone di protesta, è stata per lungo tempo associata all’attivismo politico e alla rivolta giovanile contro i conformismi e le ipocrisie degli adulti. Perciò nel 1967, creare una band “artificiale” che assumeva gli aspetti esteriori di un gruppo rock, senza trarre nulla dalle radici e dalla storia di questa musica, equivaleva ad annacquarla sino a farne del mero divertimento prefabbricato, privandola delle potenzialità dirette al cambiamento sociale che aveva già dimostrato di saper sfruttare.

Allo stesso modo, creare un’associazione per combattere la violenza contro le donne (ma vale anche per un’associazione ambientalista, antirazzista e così via) non può prescindere da questi quattro pilasti: radicamento storico, conoscenza come processo continuo, coinvolgimento delle portatrici di interesse primario (le vittime di violenza), orizzonte. Significa che dovete sapere da dove venite, essere curiosi e critici delle strade che incontrate, scegliere i vostri compagni di viaggio e sapere dove volete andare.

Potete non essere femministe, ma non potete prescindere dal fatto che il femminismo ha sollevato per primo la questione della violenza di genere, l’ha affrontata e analizzata e contrastata a 360°, ha creato al proposito movimento, legislazioni e strutture, lo sta ancora facendo in tutto il mondo, e se pensate di poter saltare a piè pari tutto questo ed essere al contempo efficaci vi state sbagliando di grosso. La laurea in legge o in psicologia, il lavorare al pronto soccorso o alla stazione di polizia, l’occuparvi di cronaca e indagine per un giornale possono darvi alcuni strumenti in settori specifici, ma non fanno in alcun modo di voi degli “esperti” di violenza sulle donne. Per vedere la questione nelle sue reali dimensioni è più importante ascoltare le attiviste della rete antiviolenza e le vittime di violenza, che organizzare conferenze patrocinate dal Comune dove voi parlate della vostra tesi su Lombroso e dei miti greci. Quel che fate dev’essere teso ad avere un impatto, per quanto minimo, sulla situazione in cui avete scelto di intervenire – la gratificazione del vostro ego viene dopo, non è motivo di stigma, però neppure conditio sine qua non. Ultimo, ma assolutamente non minore, dovete avere in mente una visione condivisa; prima, molto prima, di andare a registrarvi come onlus sedetevi insieme e cercate di dare una risposta collettiva a queste domande: che aspetto avrebbe un mondo privo di violenza contro le donne e come intendete crearlo?

In sintesi, la violenza di genere è un sistema di violazioni dei diritti umani che tocca globalmente una donna su tre. Esiste in un continuum che va dalle molestie in strada al femicidio / femminicidio, passando per abusi domestici, mutilazioni genitali, aggressioni sessuali, stupro, prostituzione e di recente per le “vendette pornografiche” su internet. Ha dimensioni politiche, sociali, economiche, che condividono la stessa radice: la diseguaglianza di genere. La violenza è da essa generata e al contempo da essa alimentata. Gli stereotipi di genere incoraggiano e normalizzano la violenza e gli abusi. Perciò, dovete avere ben chiaro che lavorando contro la violenza non state chiedendo agli uomini di essere gentili con le donne, state chiedendo la piena e completa eguaglianza sociale, economica e politica fra donne e uomini.

Ha senso creare un nuovo gruppo solo se, oltre ad essere ben consapevoli di quanto sopra, il vostro lavoro intende fondarsi sulle esperienze delle vittime e sulla ricerca; intendete promuovere soluzioni pratiche e realistiche; volete essere inclusive e lavorare con persone / gruppi diversi, sapendo che vi sono donne vittime di violenza che sperimentano forme multiple di oppressione; siete in grado sfidare la tolleranza sociale che circonda la violenza di genere e di cercare di prevenire quest’ultima, non solo di proporre metodi d’intervento dopo che essa è già accaduta.

Cosa succede se queste semplici basi non sono presenti? Certo, nessuno vi impedisce di diventare una onlus e, se ci sono fra voi nomi famosi o vostro zio ha gli agganci giusti, neppure di finire in televisione la prossima volta in cui un uomo squarta una donna (caso efferato e clamoroso, perciò “coperto” dai media) o quando ci sono 6 femminicidi in una settimana (troppi casi perché i media possano evitare di occuparsene), ma non avrete niente di utile da dire… e neppure, come dicevano i Byrds, avrete sentore del costo della vostra fama.

Occupare con stereotipizzazioni, osservazioni superficiali e magari vere e proprie stupidaggini quello che potrebbe essere uno spazio di denuncia e aumentata consapevolezza, un richiamo per attiviste/i e l’inizio per altre persone di una diversa percezione sociale sui ruoli di genere, ha un costo – per le vittime di violenza che dite di voler “aiutare”. Le avete appena riaffondate nella stessa melma da cui dite di impegnarvi a farle uscire, però avete scattato un bellissimo selfie con il Ministro Pincopallo, volete mettere?

Tra l’altro, quando condite con citazioni sulla violenza i vostri siti e l’unica frase che riuscite a recuperare da una donna è un verso di canzone in cui la vittima di violenza depreca se stessa… be’, è il momento in cui dovreste capire che qualcosa non sta funzionando. Non vi state nemmeno avvicinando a capire cos’è la violenza di genere, se apertamente o sotto sotto disprezzate e biasimate le sue vittime. E se non volete fare lo sforzo di imparare, prendete una decisione difficile ma giusta e coraggiosa e tornate a occuparvi di gossip. Qua il red carpet è rosso perché è inzuppato di sangue, e se in qualsiasi modo giustificate tale sangue questo – l’attivismo antiviolenza – non è posto per voi. Maria G. Di Rienzo

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La vita è piena di scelte difficili, non è vero?

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(brano tratto da: “The pitfalls of trying to get in with the male left”, di Meghan Murphy per Feminist Current, 12 luglio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“La sinistra ha abbandonato gli interessi delle donne sistematicamente sin dall’alba del femminismo.

Andando indietro al 1830, le donne della classe lavoratrice che in Francia erano parte del movimento socialista di Saint-Simon rinunciarono a cercare di lavorare con i loro compagni maschi e organizzarono un movimento separatista. Alla metà del 1800, gli abolizionisti maschi sistematicamente scoraggiarono e persino impedirono in modo esplicito che le donne nel movimento abolizionista parlassero apertamente dei diritti delle donne, dichiarando che ciò era una distrazione.

Il movimento femminista radicale americano annunciò il suo abbandono della Nuova Sinistra con un chiaro e diretto “vaffanculo”, avendo appreso che per quanto sostenessero le lotte guidate dagli uomini, le donne avrebbero continuato a essere trattate come oggetti sessuali, mogli e segretarie.

Questa non è una lezione nuova.

Noi tentiamo di allearci con la sinistra e i nostri sforzi falliscono di continuo, perché gli uomini di sinistra ci hanno mostrato per secoli che i nostri interessi non sono importanti – che noi non siamo importanti. In altre parole, le femministe radicali non hanno abbandonato la lotta contro il capitalismo, hanno abbandonato gli uomini che hanno dimostrato, ancora e ancora, come il loro interesse per la rivoluzione non si estenda al di là dei loro piselli.

Per almeno 150 anni le donne hanno messo la loro energia, il loro tempo, i loro cuori e i loro spiriti nei movimenti degli uomini. Le donne hanno creduto anche che la solidarietà era possibile e che se lavoravano con gli uomini a metter fine a cose come il capitalismo e il razzismo, gli uomini avrebbero tornato loro il favore, e si sarebbero uniti alle donne nel combattere cose come stupro, abuso domestico, prostituzione e oggettivazione sessuale. Ma non lo hanno fatto.”

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Quando ricevo richieste di incontri pubblici, il 99% delle volte il tema che mi si chiede di trattare è (ovviamente) la violenza contro le donne: il restante 1% riguarda il concetto di violenza in sé, o storia e pratica della nonviolenza. Dopotutto, sono una trainer alla nonviolenza e anche questo è logico. Ogni volta, che io acconsenta o meno per le più svariate ragioni, mi salta in mente la stessa identica battuta: “Mai nessuno che mi chieda di parlare di Shakespeare!”

will

Sarei in grado di farlo, vi state chiedendo? Direi di sì. Al Bardo io riconosco di dovere molto: la lettura delle sue opere mi ha accompagnata sin da quando ero poco più che decenne – e oggi la mia biblioteca le contiene al completo (molti libri sono di terza mano a dir poco e sono stati acquistati su bancarelle, ma chi se ne frega, le parole ci sono tutte). Lavorando in passato per un paio di riviste sono riuscita a scrivere qualche articolo sul prediletto autore, e in questo blog l’ho nominato/citato abbastanza spesso, ma oggi è una nuova serie tv di produzione statunitense che mi fornisce l’opportunità di farlo: “Will”, la cui prima puntata è stata trasmessa dalla rete TNT il 10 luglio scorso.

A livello di immagine televisiva, William Shakespeare è da quasi quarant’anni – per me – l’attore Tim Curry, ovvero colui che lo impersonò splendidamente nello sceneggiato storico “Vita di Shakespeare” (1978 – l’anno successivo fu trasmesso dalla tv italiana). Perciò, mi sono avvicinata a “Will” in maniera curiosa ma segnata da un certo grado di scetticismo: probabilmente, pensavo, lo avrei giudicato inferiore all’ideale già presente nella mia testa. Sia detto per inciso che le recensioni di matrice britannica da me lette sino a questo momento lo stroncano (c’è un po’ di “veleno” nazionalista che trapela da ciascuna, avviluppato in frasi cesellate tutte traducibili con: Come osano questi americani del menga fare un simile scempio del NOSTRO Shakespeare?), quelle made in Usa sono ambivalenti e caute, “attendiste” nel migliore dei casi.

tim curry as shakespeare

Parte dell’imbarazzo è dovuto al fatto che lo sceneggiato non è una ricostruzione storica e non si preoccupa di essere strettamente fedele ai pochi dati noti sulla vita del drammaturgo, sebbene li usi, è vera e propria “fiction” o meglio: è Shakespeare visto attraverso la prima ondata punk (seconda metà anni settanta, prima metà anni ottanta). Il punk non è stato, e non è, solo musica. Politica, critica sociale, nuove forme in ogni tipo di arte grafica (fumetti, manifesti, volantini, murales), emozioni crudamente autentiche e rivolta contro gli standard “estetici”… quest’ultima espressa sino al punto di cercare di far apparire se stessi rivoltanti agli occhi altrui: poiché sappiamo già di farvi schifo, era uno dei significati, (perché giovani, perché privi di prospettive/aspettative dal vostro punto di vista, perché i nostri sogni vi sembrano patetici, perché siamo situati al fondo della scala gerarchica, perché non ci adattiamo, ecc.) ecco qua, siamo vestiti di stracci e abbiamo i capelli tinti in colori scioccanti e tenuti incollati per aria dal sapone, dozzine di orecchini persino sul naso e portiamo i tampax al collo come pendenti di collane, vi basta? E’ in tutto questo che lo sceneggiato immerge la storia del Bardo.

La scena iniziale vede Will (l’attore Laurie Davidson, nella foto all’inizio di questo articolo) salutare la sua famiglia – che non è proprio concorde e felice riguardo alla sua partenza – e dirigersi a Londra per mettere a frutto le sue capacità di attore e scrittore di teatro; mentre la scena si allarga al paesaggio esplode il giro iniziale di “London Calling” (The Clash): Londra sta chiamando le città più distanti / Ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta arrivando / Londra sta chiamando il mondo sotterraneo / Uscite dagli armadietti, voi ragazzi e ragazze.

Similmente, The Jam (uno dei miei gruppi preferiti) segneranno la panoramica su Londra con “In the City” e l’approccio alla zona dei teatri con “That’s Entertainment”: Un’auto della polizia e una sirena urlante / Un martello pneumatico e cemento che va in pezzi / Un neonato che piange e un cane randagio che ulula / Lo stridore dei freni e la luce di un lampione che va a intermittenza / Questo è intrattenimento, questo è intrattenimento

Aver preso tali canzoni piuttosto che altre non è un caso. Sono specchi per la realtà delle cose e quando qualcuno chiede a Will “cosa fa” (cioè qual è il suo mestiere) lui risponde: Tengo uno specchio davanti alla natura.

Naturalmente siamo e restiamo alla fine del 1500: gli edifici, le piazze, gli attrezzi di scena e i costumi – a parte le tinte clamorose e un paio di braghe in pelle un po’ strano per l’epoca – non dicono niente di diverso, ma per esempio i poster che annunciano le rappresentazioni teatrali hanno lo stesso stile di quelli che annunciavano i concerti punk e il pubblico a teatro indossa simboli e colori che ne fanno l’audience “tipo” dei concerti suddetti. A un certo punto, l’attore-impresario Richard Burbage (Mattias Inwood) si lancia persino su di loro dal palco, come un perfetto punk rocker durante il “pogo”.

Vi dirò: non solo le modalità narrative scelte non mi disturbano per niente, le trovo al contrario intriganti e piacevoli. Recitazione e ritmo sono buoni e in alcune scene volano anche un po’ più in alto, come accade nella taverna in cui il novellino William è sfidato a un “duello di ingegni” dall’acclamato e dotto drammaturgo e scrittore Robert Greene: in pratica una sfida poetica in cui i due si insultano reciprocamente in versi. Nella realtà storica Greene si lamentò per iscritto in un pamphlet (postumo, per cui alcuni dubitano della sua autenticità) del “corvo parvenu che si fa bello con le nostre penne” e “crede di essere l’unico scuotiscena del paese” (gioco di parole fra Shakescene e Shakespeare – “scuotilancia”) rendendolo riconoscibile al lettore pur senza nominarlo direttamente. Nello sceneggiato Greene non è identificato in modo chiaro – e il personaggio storico era di sicuro troppo snob per attaccare qualcuno in una bettola dopo aver alzato il gomito – ma la cascata di rime con cui spara su Shakespeare, che proprio per le rime gli risponde azzittendolo, è composta dalla suddetta invettiva e i due attori rendono la scena assolutamente brillante.

Tuttavia non c’è solo luce all’intorno, nel momento in cui William Shakespeare va a vivere a Londra dalla natia e campagnola Stratford. Scelta rara e inaspettata per una serie televisiva di questo tipo, “Will” ha scelto di mostrare in modo verosimile la portata della persecuzione religiosa nell’Inghilterra elisabettiana. Shakespeare era di famiglia cattolica e l’essere cattolici in quel momento era illegale: il prezzo del reato si concretizzava più spesso che no nell’essere sbudellati vivi in piena piazza, sul palco pubblico delle esecuzioni. Per cui, alla fine della prima puntata abbiamo lasciato il nostro personaggio con una serie di problemi e minacce che gli pendono addosso e vanno dall’infatuazione per la figlia di Burbage (Will è sposato, ha tre figli e non si sente bene all’idea) alla possibilità di essere denunciato per la sua fede.

La cosa migliore di lui fino a questo momento è, come già citato, il modo in cui risponde alle domande: Chi sei? – Nessuno, per ora. Impagabile.

Maria G. Di Rienzo

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Attorno al 1943, quasi metà dei membri della Resistenza italiana al nazifascismo erano donne: 105.000 su 250.000. I numeri ufficiali dicono che in 4.600 furono arrestate, 2.750 deportate nei campi di concentramento tedeschi e 623 giustiziate da fascisti o nazisti. A guerra finita, 17 partigiane ricevettero la medaglia d’oro al valore.

pistoia partigiane

L’Europa occidentale non aveva mai testimoniato in precedenza un coinvolgimento così vasto di donne in un movimento di opposizione al totalitarismo, in special modo trattandosi dell’Italia – un paese profondamente patriarcale in cui ci si aspetta ancor oggi che le donne rispondano a ristretti e inferiori ruoli di genere. Le donne della Resistenza italiana non hanno lottato solo per la democrazia e la pace ma per la loro stessa indipendenza, rompendo tutti gli stereotipi tradizionali e religiosi a cui si chiedeva loro di rispondere.

Oggi è il 25 aprile, la festa della nostra libertà, e io ricordo chi mi ha dato la mia. Maria G. Di Rienzo

“La mia Patria è morta.

L’hanno bruciata

nel fuoco.

Vivo nella mia Matria –

la Parola.”

Rose Ausländer (austriaca, 1901-1988)

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