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(brano tratto da: “Breaking Out of the Domination Trance”, di Riane Eisler per Kosmos – inverno 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta della trascrizione dell’intervento di Eisler al Summit 2018 sulla Sicurezza in Irlanda. Riane Eisler è presidente del “Center for Partnership Studies”, femminista, avvocata per i diritti umani di donne e bambine/i, autrice di libri tradotti in tutto il mondo: l’immagine la ritrae con uno di essi. Il suo sito è rianeeiesler.com )

riane

(…) In numero sostanziale stiamo cominciando a emergere da quella che io chiamo la “trance del dominio”, una trance perpetuata da tutte le nostre istituzioni, i nostri sistemi di credenze, da ambo le nostre narrative – popolare e scientifica, e persino dal nostro linguaggio, perciò stiamo solo cominciando a vedere qualcosa che, una volta articolato, può apparire ovvio: che i modi in cui una società costruisce i ruoli e le relazioni fra le due forme base della sua specie – maschile e femminile – così come costruisce le relazioni durante la prima infanzia, sono in effetti istanze sociali che hanno impatto diretto sul fatto che tutte le nostre istituzioni sociali (dalla famiglia all’istruzione, dalla religione alla politica e all’economia) siano egualitarie o diseguali, autoritarie o democratiche, violente o nonviolente. (…)

Nessuna società è un sistema di assoluto dominio o assoluta cooperazione; si tratta di un continuum cooperazione-dominio. Ma voglio darvi brevemente qualche esempio di società contemporanee che sono vicine all’estremità del dominio della bilancia sociale. Sono società molto differenti se le osserviamo solo attraverso le lenti delle categorie sociali convenzionali: la Germania nazista di Hitler, un società di destra occidentale e laica; la Corea del Nord di Kim Jong-un, una società di sinistra orientale e laica; i Talibani dell’Afghanistan, una società orientale religiosa; i regimi teocratici a cui aspirano i fondamentalisti religiosi occidentali.

Nonostante tutte le loro differenze, queste società condividono la configurazione chiave del dominio:

* Consistono di gerarchie di dominio, non solo nello Stato ma anche nella famiglia e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Sostengono un sistema di valori basato sul genere. Danno un rango superiore al maschile sul femminile, con rigidi stereotipi su femminilità e mascolinità e, tramite questi, svalutano qualsiasi cosa considerata “tenera” o femminile a livello culturale, come l’avere cura, il prestare assistenza e la nonviolenza, che sono considerate cose totalmente non appropriate per i “veri uomini”, vanno bene solo per gli “effeminati” o per le deboli sorelle, e non sono parte del sistema di valori guida in ambito sociale ed economico.

* La terza componente chiave delle configurazioni sociali del dominio – e queste componenti si sostengono l’una con l’altra – è la violenza condonata e idealizzata socialmente. Dal pestaggio di figli e moglie ai pogrom allo stato di guerra cronico, mantenere i rigidi ordinamenti superiore-inferiore del dominio (uomo sopra donna, uomo sopra uomo, razza sopra razza, religione sopra religione e così via) richiede un alto grado di violenza incorporata, inclusa la violenza contro donne e bambini che, qui, stiamo lavorando per lasciare indietro.

Al contrario, la configurazione chiave del sistema di cooperazione consiste di:

* Una struttura democratica ed egualitaria sia nella famiglia che nello Stato o tribù, e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Relazione paritaria d’eguaglianza fra donne e uomini e, con questo, alta valutazione delle caratteristiche e delle attività cosiddette “tenere” o femminili sia nelle donne sia negli uomini, così come nelle politiche sociali ed economiche.

* Un basso livello di violenza incorporata; c’è qualche forma di violenza, ma non è necessaria a mantenere gerarchie di dominio. I sistemi orientati alla cooperazione hanno anche gerarchie, ma sono gerarchie relative alla concretizzazione, dove il potere – come vediamo sempre di più mentre tentiamo di muoverci verso la cooperazione – non è potere sugli altri, ma potere di fare e potere con gli altri.

Di nuovo, le culture che si orientano verso il lato della cooperazione possono per altri aspetti essere molto diverse. Possono essere società tribali, come per i Teduray delle Filippine; società agrarie, come per i Minangkabau di Sumatra; possono essere società tecnologicamente avanzate come Svezia, Finlandia e Norvegia.

Voglio sottolineare che l’archeologia, lo studio delle mitologie, gli studi sul DNA, la linguistica e altre discipline stanno documentando ora che per la maggior parte dell’evoluzione culturale umana le società sembrano essersi orientate primariamente sulla bilancia sociale verso la cooperazione.

Non sto parlando solo delle migliaia di anni in cui gli esseri umani hanno vissuto in società che raccoglievano-cacciavano cibo, il che è ormai documentato assai scrupolosamente, sto parlando delle nostre primissime società agricole.

Per esempio, la città turca di Çatalhöyük, dove andando a ritroso di 8.000 anni non vi sono segni di distruzione dovuta a guerre; non vi sono segni di grosse disparità fra abbienti e meno abbienti negli oggetti rinvenuti nelle case e nelle tombe e, come ha notato Ian Hodder (l’archeologo che attualmente sta scavando a Çatalhöyük), questa era una società in cui le differenze sessuali non si traducevano in differenze di status o di potere. (…)

Il nostro compito è inaugurare un’intera nuova visione del mondo in cui le questioni che direttamente hanno effetto sulle vite, e troppo spesso sulle morti, della maggioranza dell’umanità – donne e bambini – siano riconosciute come fattori chiave per costruire un futuro più equo, più sostenibile e più sicuro.

La prima pietra angolare: Relazioni nell’infanzia

Sappiamo dalla neuroscienza che quel che i bambini sperimentano e osservano nelle loro famiglie e nelle altre relazioni precoci interessa niente di meno che il modo in cui il nostro cervello si sviluppa e queste esperienze e osservazione sono direttamente modellata dal grado in cui un ambiente culturale si orienta verso la cooperazione o verso il dominio.

Considerate che quando relazioni familiari basate su violazioni croniche dei diritti umani sono considerate normali e morali, esse forniscono modelli per condonare violazioni simili in altre relazioni. E se queste relazioni sono violente, i bambini apprendono che la violenza di chi ha potere su chi ne ha meno è accettabile nel maneggio dei conflitti o problemi e per mantenere o imporre controllo. Non apprendono questo solo a livello emotivo e mentale, ma a livello neurale.

Questo è il motivo per cui le relazioni nell’infanzia sono così importanti e il motivo per cui abbiamo bisogno di una campagna globale per mettere fine alla pandemia di tradizioni di abuso e violenza nei confronti dei bambini.

La seconda pietra angolare: Relazioni di genere.

Come una società costruisce i ruoli e le relazioni delle due forme base dell’umanità – donne e uomini – non ha effetto solo sulle individuali opzioni di vita per donne e uomini, ha effetto sulle famiglie, sull’istruzione, sulla religione, sulla politica, sull’economia: ciò che consideriamo di valore o non di valore e ciò che crediamo sia morale o sia immorale.

Mentre il movimento globale delle donne si diffonde, più uomini hanno cura dei piccoli, più donne entrano in posizioni guida economiche e politiche, ma è tutto troppo lento. Ci stiamo mettendo troppo anche a cancellare la pandemia globale di discriminazione, abuso e violenza contro le donne che ho documentato in molti miei lavori.

Ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno – e, di nuovo, ciò accadrà solo se lo faremo accadere – è una campagna globale per relazioni di genere eque e nonviolente. Ciò ci porta alla terza pietra angolare per costruire una società di cooperazione.

La terza pietra angolare: Relazioni economiche.

Le quattro fondamenta sono interconnesse e si rinforzano reciprocamente, perciò voglio cominciare con i nostri sistemi di valori sul genere e su come la svalutazione delle donne e del “femminile” abbia impatto diretto sulla generale qualità della vita in una società. C’è evidenza empirica di ciò in numerosi studi, i quali confermano come i Paesi che hanno un basso divario di genere sono anche i Paesi che hanno più successo economico.

Una ragione ovvia è che le donne sono metà della popolazione. Ma ce n’è un altra: sino a che metà dell’umanità a cui sono associati valori come cura, compassione e nonviolenza resta subordinata e esclusa dall’amministrazione sociale, così lo saranno questi valori.

Di conseguenza, gli attuali sistemi economici – siano capitalisti o socialisti – non sono capaci di affrontare le sfide senza precedenti che abbiamo di fronte a livello economico, ambientale e sociale. Sia il capitalismo sia il socialismo non solo vengono dall’era industriale, e noi siamo ormai ben avanti nell’era post-industriale, ma entrambi sono emersi in epoche che li hanno orientati notevolmente di più, nel continuum, verso il lato del dominio

Perciò, mentre possiamo voler conservare qualsiasi elemento di cooperazione vi sia nelle teorie capitaliste e socialiste, dobbiamo andare oltre entrambe verso quella che io chiamo “economia di cura”. Capisco che la gente resta allibita nel sentire “cura” e “economia” nella stessa frase, ma non è questo un terribile commento su come siamo stati socializzati ad accettare che i sistemi economici debbano essere diretti da valori insensibili?

Questo deve cambiare e un primo passo per il cambiamento è come misuriamo la salute economica. Perché ora sappiamo che se il valore del lavoro di cura nelle case fosse incluso nel PIL costituirebbe non meno del 30/50% di esso. In effetti, investire nella cura è molto redditizio, non solo in termini umani e ambientali ma puramente finanziari. Le nazioni nordiche erano così povere all’inizio del ventesimo secolo da soffrire di carestie, ma le loro successive politiche di cura furono un investimento chiave: oggi queste nazioni non solo hanno i più bassi tassi di divario di genere, ma regolarmente hanno alti posti in classifica nei rapporti sulla competitività economica del World Economic Forum.

Svezia, Norvegia e Finlandia hanno ora generalmente alti standard di vita per tutti, senza divari enormi fra abbienti e meno abbienti; hanno molta più equità di genere sia nella famiglia che nella società, perciò le donne sono circa metà del Parlamento nazionale. Per quel che riguarda la violenza, sono state pioniere sugli studi di pace e hanno emesso le prime leggi che proibiscono le punizioni fisiche ai bambini nelle famiglie.

Quel che vediamo qui è un forte movimento verso la configurazione della cooperazione – e una grossa parte di questa configurazione avviene perché avendo le donne status più alto queste nazioni danno maggior valore a caratteristiche e attività stereotipicamente femminili come sostegno, nonviolenza, cura; hanno congedi di maternità/paternità pagati generosamente, servizi per l’infanzia di alta qualità e universalmente accessibili; assistenza dignitosa agli anziani e altre politiche di cura. E questa configurazione sociale di cooperazione sostiene uno stile di vita più equo, pacifico, prosperoso e sostenibile. Ciò mi porta alla quarta pietra angolare: perché avreste mai saputo qualcosa di tutto questo dalle nostre narrazioni convenzionali?

La quarta pietra angolare: Narrative e linguaggio.

Le vecchie storie che abbiamo ereditato da tempi di dominio più rigido idealizzano la conquista e la dominazione – di persone o della natura – come mascoline, desiderabili e inevitabili. Queste storie non sono solo incapaci di adattamento, sono inaccurate. Noi esseri umani abbiamo un’enorme capacità di consapevolezza, cura e creatività, ma esse sono inibite o distorte in ambienti che privilegiano il dominio sulla cooperazione.

Per cui sta a noi, a voi, cambiare queste vecchie storie e questo è un tema portante in tutti i miei libri, perché noi umani viviamo di storie!

Dobbiamo anche operare cambiamenti nel linguaggio. Stante la nostra eredità culturale di dominio, non dovrebbe sorprenderci che le sole categorie in cui la nostra lingua descrive le relazioni di genere siano patriarcato e matriarcato. E questo cosa ci dice? Che le nostre uniche alternative sono: o comandano gli uomini o comandano le donne. La lingua che abbiamo ereditato da epoche di dominio più rigido non ha parole per descrivere relazioni di genere egualitarie, e questa è la ragione per cui il nuovo linguaggio della cooperazione è così essenziale.

(Ndt. Quel che io ho tradotto come “cooperazione” si poteva anche rendere come “mutualità”.)

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Il 27 dicembre 2009 ho creato questo blog, “Lunanuvola”. In realtà volevo chiamarlo “Luna Solitaria” (come il titolo del mio primo post, la traduzione di una poesia), ma il nome era già in uso.

Sono quindi nove anni che scrivo e traduco in questo luogo virtuale.

Il nove è un numero davvero interessante. Non solo perché, per esempio, comunque lo si moltiplichi il numero risultante può essere ridotto di nuovo a nove:

2 X 9 = 18, 1 + 8 = 9

4 X 9 = 36, 3 + 6 = 9

6 X 9 = 54, 5 + 4 = 9

9 X 9 = 81, 8 + 1 = 9

9 X 10 = 90, 9 + 0 = 9

20 X 9 = 180, 1 + 8 + 0= 9… e possiede altre particolarità matematiche, ma perché si trascina dietro una valanga di simbolismi – dalle nove Muse ai draghi cinesi alla mitologia nordica, che descrive l’universo come diviso in nove mondi, tutti connessi dall’albero cosmico Yggdrasil.

Per quel che riguarda il novenne blog, ho trovato particolarmente rispondenti due associazioni simboliche. La prima fa riferimento alla branca della filosofia induista che sostiene vi siano nove sostanze o elementi universali: Terra, Acqua, Aria, Fuoco, Etere, Tempo, Spazio, Anima e Mente. Penso di poterli tracciarli tutti e nove all’interno dei vari testi che ho scelto di pubblicare. Quando ho scritto ho sempre gettato nelle parole tutta me stessa; quando ho tradotto, ho scelto consapevolmente brani che rivelassero almeno in parte la stessa attitudine.

La seconda associazione concerne la carta numero nove dei Tarocchi, l’Eremita. Non solo per la “luna solitaria”. L’Eremita simboleggia l’esame di se stessi e la riflessione – vale a dire, esattamente quel che sto facendo in questo momento.

Gli ultimi due anni sono stati un inferno. Non riesco a descriverli in modo più lieve di questo, farlo sarebbe una falsità: il controllo della mia vita è passato dalle mie mani a quelle del mio (nostro) torturatore, che ha deciso se potevo restare in casa o no (di media sono scappata da una a quattro volte al giorno, nella maggior parte dei casi senza sapere dove andare e senza un soldo), se potevo lavorare o no (è impossibile essere creativi o precisi o diffondersi in analisi mentre sopra la tua testa piovono colpi e ululati rabbiosi), se potevo dormire o no e per quanto – e quando dovevo svegliarmi.

Il mio equilibrio – salute, serenità mentale, progettualità – è andato in frantumi. Tranquillanti a parte, crisi di batticuore e respiratorie a parte, mi porto in faccia i segni dell’abuso sotto forma di una dermatite da stress: gli antibiotici non sono serviti, gli antistaminici neppure, le analisi del sangue non rilevano infezioni. Quindi, mi hanno detto i medici, a meno che io non mi sottoponga a un intervento di chirurgia laser – per cui, manco a dirlo, non ho il denaro – sarò “Scarface” per il resto della mia esistenza.

(A proposito: per le persone che mi hanno chiesto di fare conferenze, seminari ecc. e che leggono questo blog – pensateci su. Non sono un mostro, ma non sono neanche più normale. Se decidete di sciogliere gli impegni presi per me va bene, basta che me lo comunichiate.)

Da fine novembre l’individuo ha cominciato a portar via roba dal suo appartamento e non ci dorme più. Ma non si è effettivamente trasferito: i mobili non sono venuti giù per le scale, i bidoni dell’immondizia sono regolarmente posizionati nei giorni di ritiro, il contatore dell’elettricità non è spento e il tipo passa ogni due/tre giorni a fare un po’ della sua solita baraonda: gli piace particolarmente “giocare a bowling” sul pavimento di pietra del corridoio, ci tira oggetti metallici, sferici o no, per lunghi periodi di tempo – il suo record ha sfiorato le quattro ore, intervallate da monologhi urlati e bastonate varie. Abbiamo parlato con l’amministrazione, più volte; lo abbiamo formalmente denunciato. Ha lo sfratto da più di un anno. I segnali indicano che se ne sta andando, però non riusciremo a rilassarci sino a che non saremo certi della sua partenza.

Ciò, detto mie care e miei cari – penso con particolare affetto ai “seguaci” – avevo pensato ancora una volta di chiudere il blog, di salutarvi con questo pezzo e di dedicare le mie attualmente scarse energie solo al mio nuovo romanzo (sono così stanca che per la prima volta in vita mia procedo per righe… è pazzesco) ma chi mi sta attorno insiste affinché io non lo faccia, con le più svariate motivazioni. Tutte sensate, tra l’altro.

Le voci dissidenti con argomentazioni di peso e valore sono così scarse, dicono i miei sostenitori, che anche la sparizione di questo blog sarebbe un danno. I danni da riparare nel nostro mondo sono abbastanza vasti e gravi da oscurare lo 0,000001 di differenza che io opero, tuttavia è vero anche che non lo fanno in modo perfetto. La crepa che ho aperto in una muraglia di cemento armato nel 2009 ne ha generate altre, lo so, e sono grata per ognuna di esse – giacché dietro a ognuna di esse c’è un essere umano che ha deciso di non vergognarsi più, di non tacere più, di avere legittimazione e diritto a uno spazio.

stone mask israele

La maschera che vedete in immagine ha 9.000 anni – il nove. L’hanno riscavata nel 2018 in Israele. E’ fatta di calcare rosa-giallo, è stata lavorata accuratamente con attrezzi di pietra e ha quattro fori lungo i bordi, probabilmente per tenerla legata al volto di qualcuno o a un palo rituale.

Il periodo è il Neolitico e le maschere simili sono legate alla “rivoluzione” agricola, ovvero al momento in cui i nostri antenati e le nostre antenate smisero di vagare raccogliendo il cibo per strada e cominciarono a coltivarlo. Sapete già che la ricerca storica indica le donne come ideatrici di questo cambiamento epocale. Torneremo a ciò fra un attimo, nel frattempo (e non è un argomento scollegato) parliamo degli auguri del Presidente Mattarella alla nazione. Hanno fatto un sacco di “rumore” attestando semplicemente l’ovvio: un paese è una comunità di persone; il rispetto reciproco è garanzia di sicurezza; la solidarietà è preziosa; lo stato sociale è una conquista da tutelare; il cambiamento avviene lavorando insieme. Che un discorso simile sia salutato come straordinaria novità positiva dà la misura di quanto scollegati, atomizzati, spaventati e confusi sono in genere, da anni, i cittadini italiani. Nel suo menzionare le aree problematiche del nostro vivere insieme, Mattarella ne ha però dimenticata una – e in questa omissione ha implicitamente cancellato la spada di Damocle che pende su metà della popolazione italiana: la violenza di genere. Il paese di cui è Presidente ha punteggi scandalosi, al proposito, in qualunque ricerca o analisi misuri impatto, danni e risposte dello Stato. Ma noi donne non siamo una priorità politica, ormai, per nessuno: da destra a sinistra, lungo l’intero spettro, siamo prese in considerazione esclusivamente per la nostra rispondenza alla soddisfazione maschile – e i parametri normativi di questa soddisfazione intridono l’intera nostra esistenza dalla culla alla tomba. Dai social media ai manifesti pubblicitari siamo circondate da immagini fasulle (sexy, hot, bellissima) e incoraggiate a somigliare a queste ultime come se ciò fosse lo scopo principale del nostro essere femmine e l’unico traguardo alla nostra portata. Spesso le donne che accettano tale scenario raggiungono titoli e dicasteri, in politica, per gentile concessione dei colleghi alle loro scollature e ai loro tacchi (e alla loro disposizione a essere mere marionette nelle sedi decisionali) e quindi sono impreparate e inefficaci sulle questioni di genere quanto i loro sodali di sesso maschile.

Per cui, il prossimo cambiamento epocale, una trasformazione che muti radicalmente il modo in cui stiamo nel mondo e il modo in cui abbiamo relazioni con altre/i (come accadde nel Neolitico) dobbiamo crearlo proprio noi. Abbiamo, guarda caso, nove punti interconnessi da affrontare in cui la nostra presenza e la nostra voce sono irrinunciabili: l’effetto che ognuno di essi ha sulla qualità e persino sulla durata delle nostre vite è enorme e senza le nostre prospettive udite e agite al proposito nessuno dei problemi relativi sarà mai risolto.

In ordine alfabetico:

ambiente

diritti civili

diritti riproduttivi

istruzione/educazione

lavoro

rappresentazione mediatica

rappresentanza politica

socializzazione di genere

violenza di genere.

Voglio lavorare con voi per il cambiamento, sorelle e fratelli. E’ la ragione per cui questo spazio resta aperto nonostante i miei travagli personali. Forse, per un periodo, sarò meno prolifica del solito. Ma datemi tempo e fiducia e resteremo insieme. Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “17 Signs That You’d Qualify as a Witch in 1692”, di Leah Beckmann per Mental Floss, 22 ottobre 2015, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Ndt.: E’ notevole la somiglianza dei 17 segni particolari della stregoneria con le giustificazioni moderne fornite alla violenza di genere.)

Scopri se sei colpevole di maleficio e/o se saresti stata accusata di praticare la stregoneria secondo le leggi e le prove usate durante i processi alle streghe di Salem nel 1692.

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1. SEI UNA FEMMINA

Sei una donna, di qualsiasi tipo? Se sì, sei probabilmente una delle spose infernali del demonio. Sin dal periodo medievale “un aspetto dell’essere femmina è stato associato alla strega”. Per secoli, la gente ha creduto che le donne fossero più inclini a peccare degli uomini – e peccare è un chiaro segno dell’adorazione del diavolo. A Salem, 13 donne e 5 uomini furono arrestati con l’accusa di praticare la stregoneria, sebbene storicamente il numero delle donne accusate sia drammaticamente superiore a quello degli uomini.

2. SEI POVERA / NON RIESCI A SOSTENERE TE STESSA FINANZIARIAMENTE

Le povere, le senzatetto e quelle costretti ad affidarsi alla comunità per avere sostegno sono state le più vulnerabili e spesso accusate di stregoneria. Sarah Good, impiccata nel 1692, era estremamente odiata e sospettata dai vicini perché andava di casa in casa a mendicare cibo.

3. SEI RICCA / SEI FINANZIARIAMENTE INDIPENDENTE

Se sei una donna adulta che vive questa vita senza sostegno aggiuntivo, probabilmente hai anche un vasetto di occhi di tritone nella credenza della cucina. Ogni segno che una donna potesse vivere senza l’aiuto o la supervisione di un uomo causava allarme. La donna in questione era molto spesso isolata dalla comunità – sino, naturalmente, a che veniva arrestata e processata. Fra il 1620 e il 1725, donne senza fratelli o figli che potessero ereditare le loro sostanze composero l’89% delle donne giustiziate per stregoneria nel New England.

4. HAI UN’AMICA O PIÙ AMICHE

Prendete nota: un gruppo di donne che si riunisce senza la presenza di un maschio era considerato “una congrega che si incontra per adorare il Demonio”. (Ndt.: per molti uomini ciò è “sospetto” anche al giorno d’oggi)

5. HAI AVUTO UN BATTIBECCO CON UNA O PIU’ D’UNA DELLE TUE AMICHE

Cacciatori di streghe dalla triste fama, come Matthew Hopkins e John Searne, ispirarono un tale terrore nella comunità che non ci volle molto perché le donne cominciassero ad accusare altre donne di stregoneria per deviare le accuse loro rivolte. Prendete il caso di Rachel Clinton: “Donne di valore e qualità la accusano di dar loro gomitate” mentre camminano insieme verso la chiesa. Rachel era lei stessa una donna “di valore e qualità”, ma una madre mentalmente disturbata e un matrimonio tardivo la spinsero al fondo della scala sociale. Aggiungete le gomitate e Rebecca fu condannata per stregoneria.

6. HAI AVUTO UNA DISCUSSIONE O UN DISACCORDO CON QUALCUNO

La cosa importante da ricordare che chiunque poteva accusa chiunque altro. E lo facevano. Se qualcuno ti accusa di pratiche stregonesche di qualsiasi tipo, era lo stesso che se ti avessero vista volare nuda verso la luna a cavallo di una scopa.

7. SEI MOLTO ANZIANA

Le donne più anziane, sposate e non, erano estremamente soggette alle accuse. Rebecca Nurse era un’invalida 70enne quando fu accusata da vicini con cui litigava. A 71, divenne la più vecchia donna a processo, fu condannata e messa a morte come strega.

8. SEI MOLTO GIOVANE

Dorothy Goode aveva solo 4 anni quando confessò di essere una strega (implicando simultaneamente sua madre, Sarah, che fu impiccata nel 1692). Dorothy fu imprigionata per nove mesi prima del suo rilascio. L’esperienza le lasciò uno stato permanente di disagio mentale.

9. SEI UNA LEVATRICE

In parole povere, come dice Joel Southern, “l’età, lo stato sociale e matrimoniale, l’autonomia, le influenze pagane, la conoscenza segreta delle erbe e, più importante di tutto il resto, lo svilimento della sua professione come sporca e degradante servirono a demonizzare la levatrice. In breve, la levatrice rappresentava tutto quel che la Chiesa temeva.”

10. SEI SPOSATA E HAI TROPPI BAMBINI

Hai un grembo fertile in modo innaturale che può essere solo il risultato di magia nera. Aggiungi a ciò una coppia che vive nel vicinato e ha difficoltà a concepire e certamente stai rubando a loro dei potenziali bambini. Perché sei una strega.

11. SEI SPOSATA E HAI POCHI FIGLI O NESSUN FIGLIO

Il diavolo ha maledetto il tuo empio utero con la sterilità. In più, se i tuoi vicini e i loro sei bambini stanno soffrendo in qualche modo, lo devono certamente alla bacucca gelosa che vive nei paraggi e ha maledetto la loro casa.

12. HAI MOSTRATO UN COMPORTAMENTO “OSTINATO”, “STRANO” O “AUDACE”

Ribatti in modo sfacciato e sei una strega, probabilmente. Tornando al processo di Rachel Clinton, i suoi accusatori consolidarono il caso contro lei così: “Non ha forse mostrato il carattere di una donna amareggiata, invadente, esigente – in breve probabilmente il carattere di una strega? Non ha forse sgridato, inveito, minacciato e lottato?”

13. HAI UN NEO, UNA VOGLIA O UN TERZO CAPEZZOLO

Ognuno di questi segni sul corpo poteva essere interpretato come il marchio del demonio. Era anche il punto a cui il famiglio della strega – di solito un cane, un gatto o un serpente – si attaccava per bere il suo sangue. Le accusate erano completamente depilate sino a che non si trovava un qualche tipo di segno. Adesso immaginatevi un cuccioletto che tracanna sangue dal neo di Marilyn Monroe.

14. TI E’ ANDATO A MALE IL LATTE O IL BURRO

Diverse testimonianze durante i processi di Salem menzionano latticini andati a male in relazione alle accusate. Siate oneste sulla condizione del vostro frigorifero prima di continuare.

15. HAI FATTO SESSO FUORI DAL MATRIMONIO

Nel 1651 Alice Lake di Dorchester fu processata come strega per aver “fatto la sgualdrina e essere rimasta incinta”. Fu impiccata lo stesso anno.

16. HAI TENTATO DI PRONOSTICARE L’IDENTITA’ DEL TUO FUTURO MARITO

Hai sognato ad occhi aperti sulla tua anima gemella? Hai scritto il suo nome in corsivo sul tuo taccuino? Allora, come per Tituba – una donna schiava che viveva a Salem – le tue attività possono costituire stregoneria. Tituba aiutava le giovani a vaticinare l’identità dei loro futuri sposi e divenne la prima donna accusata di stregoneria a Salem.

17. HAI VIRTUALMENTE INFRANTO OGNI REGOLA CONTENUTA NELLA BIBBIA E PERTANTO HAI STRETTO UN PATTO CON IL DIAVOLO

Ecco una lista di regole che i puritani osservavano. Romperne una qualsiasi poteva condurre a un’accusa di stregoneria.

– La stretta osservanza del Sabbath, “il giorno d’addestramento alla disciplina militare”. Ciò includeva niente fuoco, niente commercio, niente viaggi e niente qualcosa chiamato “nuova mostra del pane nel luogo sacro”: quest’ultima roba era punibile con la morte.

– Niente adulterio

– Non guidare gente verso altri Dei con le profezie o i sogni

– Non farsi stuprare

– Non piantare più di un tipo di seme in un campo

– Non toccare la carcassa di un maiale

– Non indossare abiti fatti da più di un tipo di tessuto

– Niente capelli a caschetto

– Niente trecce

– E sicuramente non tollerare che una strega viva

Avete fatto qualcuna di queste cose? Allora congratulazioni, siete colpevoli di aver praticato la stregoneria. Siete destinate all’inferno e probabilmente a essere impiccate, bruciate o lasciate marcire in una lurida prigione sino alla morte. Possa il mantello delle oscure ombre avvolgervi nel suo disgraziato abbraccio. Salute a Satana.

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(“Meet Suhad Babaa, Israel/Palestine”, Nobel Women’s Initiative, 1° dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Suhad Babaa è la direttrice esecutiva di “Just Vision” – “Solo Visione”, un’organizzazione che usa il mezzo del documentario per riformare le narrazioni sull’occupazione israeliana della Palestina e sostenere il lavoro della società civile palestinese e israeliana. Recentemente, Suhad è stata la produttrice del film di Just Vision del 2017 “Naila and the Uprising” (“Naila e la Sollevazione”), che segue la vita e il lavoro di Naila Ayesh e altre donne leader della Prima Intifada.

Come hai sviluppato interesse nel costruire pace in Palestina e Israele?

Io dico sempre che la mia storia mi precede: mio padre è palestinese, mia madre è coreana, e entrambi sono cresciuti nel mezzo di guerra, conflitto e dopoguerra. Crescendo in California, in una casa dove convivevano fedi diverse, ho sempre faticato un po’ con le questioni relative all’identità e con l’impatto di guerra e conflitto sulla nostra famiglia, all’interno di uno scenario fatto di razza, etnia e religione.

Dopo l’11 settembre, ho osservato il governo statunitense cominciare a lanciare la sorveglianza sulle comunità musulmane in tutto il paese. E’ stato allora che mi sono posta domande sul modo in cui ciò che stava accadendo nel Medioriente aveva un impatto sulle nostre stesse pratiche e ancor di più sulle storie che stavamo ricevendo e che influenzavano il modo in cui l’opinione pubblica e il governo avrebbero agito.

Ho finito per trasferirmi in Israele e Palestina dopo l’università e ho lavorato sul campo con incredibili attivisti. Ma le loro voci negli Usa non si sentivano, ne’ erano amplificate localmente. Volevo davvero sostenere il loro lavoro, perciò è stato logico che io sia arrivata a Just Vision, ove il nostro mandato è amplificare le voci dei leader della società civile palestinese e israeliana.

Puoi parlarci del movimento per la pace in Palestina e Israele e del ruolo che in esso hanno le donne?

C’è una lunga eredità di resistenza nonviolenta in Palestina, inclusa la mobilitazione di massa della Prima Intifada – la prima sollevazione che accadde alla fine degli anni ’80. Quando abbiamo iniziato le ricerche per il nostro film documentario più recente sull’istanza, “Naila e la Sollevazione”, ci siamo imbattuti in qualcosa di importante.

Mentre andavamo in profondità, abbiamo capito che parte del motivo per cui il movimento aveva avuto tanto successo era che le donne giocavano un ruolo determinante nel processo decisionale. Sapevamo che la Prima Intifada era stata così efficace, in parte, perché era stata in grado di organizzarsi trasversalmente a genere, classe, partiti politici ed età in Israele e in Palestina. Ma non sapevamo che non solo le donne erano le partecipanti: erano in effetti quelle che chiamavano all’azione.

Le donne sono sempre state in prima linea in Palestina, che si trattasse della Prima Intifada o di Budrus, dove c’era una grande rappresentanza di donne. E perciò la questione per noi, come organizzazione, era assicurarci che fossero visibili. Perché noi crediamo che la loro visibilità conduca alla legittimazione il che nel tempo, alla fine, conduce all’aumento dei loro ruoli guida.

Perché è importante per le donne essere narratrici?

Io penso che sia sempre importante che le comunità possano raccontare le proprie storie. Just Vision è una squadra guidata da donne, sia per intenzione sia per caso. Ma mette in moto le nostre capacità di dar copertura a storie come quella che abbiamo narrato nel documentario “Budrus” e di capire il ruolo che le donne hanno svolto nella città di Budrus. Le donne sono spesso al timone dei movimenti storici, pure restano invisibili nei libri di Storia. E questo ha profonde conseguenze su come vediamo e comprendiamo la Storia, il nostro presente, il nostro futuro e chi sono i nostri leader.

In che modo aumentate la copertura giornalistica e il sostegno ai movimenti per la pace della società civile in Palestina e Israele?

C’è un bel po’ di copertura giornalistica su Israele e Palestina, ma sovente queste storie rinforzano una narrativa di violenza o di sforzi falliti dall’alto in basso. Ciò rende invisibili o criminalizza gli attivisti sul campo e la questione sembra quindi intrattabile. Semplicemente, non è vero. Quando esaminiamo la diseguaglianza, alcune delle oppressioni più profondamente radicate, sappiamo che quel che ci vuole è il potere popolare: comunità galvanizzate per far pressione sui loro leader politici che o non hanno agito o hanno fatto sistematicamente le cose sbagliate. Questo è anche il caso di Israele e Palestina.

Il lavoro di Just Vision consiste nell’essere complementare alla copertura dei media mainstream e nello sfidarla, presentando storie che sono poco documentate, critiche e che, allo stesso tempo, hanno il potere di ispirare, mobilitare e motivare le persone.

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(brano tratto da: “The Season of the Witch – Max Dashu On Why We Sexualize, Trivialize, and Fear the Witch”, di Jocelyn Macdonald per AfterEllen, 31 ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Max Dashu, in immagine sotto, è scrittrice, ricercatrice, esperta di storia delle donne e fondatrice dei Suppressed Histories Archives – Archivi delle Storie Occultate.)

max dashu

AfterEllen: Nella cultura popolare abbiamo una concezione delle streghe come esseri brutti e ributtanti che operano magia malvagia per maledire o ingannare la brava gente. Vorrei discutere da dove viene questa idea.

Max Dashu: C’è una vasta e complessa storia culturale su questo. Siamo al termine di un lungo processo di demonizzazione delle streghe. La maggior parte delle persone hanno sentito parlare della caccia alle streghe, ma sempre per la maggior parte non sanno di che si trattasse, com’era, quanto è durata. La tendenza, negli Usa, è pensare alla caccia alle streghe di Salem – è la forma più famosa e si è situata molto tardi sullo spettro dell’intero processo, infatti le streghe non erano più bruciate sul rogo. Le persone che sono state perseguitate furono impiccate. Ma la cosa è andata avanti per più di 1.000 anni.

E’ una storia difficile da tracciare, perché non sempre ci stiamo occupando di periodi storici ben documentati. Non sempre ci sono registrazioni dei processi nel primo Medioevo. Ma abbiamo indicazioni su questo lungo arco di persecuzioni nelle menzioni di cronisti in vari posti e nelle leggi di diversi paesi, in particolare in Europa occidentale dopo la caduta dell’Impero Romano.

A noi tutti è stato insegnato che l’Europa si convertì al cristianesimo e che dopo erano tutti cristiani, e la cosa è più complicata di così. C’è tutta questa cultura pagana – nei calendari, nelle feste, nei nomi dati ai luoghi e nelle terre che li attorniano, le usanze, la religione degli antenati, consuetudini riguardanti la guarigione, la divinazione e modi in cui risolvere i problemi – che cade nell’ambito della strega. Noi vediamo un processo di demonizzazione delle streghe. Nel periodo coperto dal mio libro “Witches and Pagans” (ndt. l’inizio del Medioevo), si nota che la gente guardava ancora alle streghe come guaritrici. Ci sono preti che sgridano le persone perché sono andate a farsi curare dalla strega e non in chiesa. “Non devi fare questo, è malvagio, è opera del demonio.”, ma la gente aveva una tradizione di vecchia data di medicina erboristica, magia cerimoniale, cicli stagionali.

AE: Quindi com’era la stregoneria nell’anno 1.000, mille anni prima della nostra era?

Max Dashu: C’è questo passaggio dove si descrivono le persone che portano offerte a rocce e alberi e alla primavera e in anglosassone dice “swa wiccan taeca∂”, cioè “come insegna la strega”. Perciò abbiamo un interessante pezzo di informazione, qui. Lo scritto era un libro penitenziale: stava tentando di indurre le persone ad astenersi da questa spiritualità basata sulla Terra, ma mostra cosa stavano facendo e mostra che ciò non aveva nulla a che vedere con l’adorazione del diavolo. La gente di solito apprende che le streghe erano adoratrici del diavolo e questa è la demonizzazione di tali donne sagge. Ma in realtà, quel che vediamo nella descrizione è che stanno praticando la venerazione della terra, la venerazione dell’acqua – molto simile al popolare “l’acqua è vita”. Ci sono molti rimproveri che dicono non portate offerte, non accendete luci davanti alla fontana, non fate queste cose. Perché la gente amava le acque. Le trattava con reverenza. Dunque, in quel periodo, la parola “strega” è riferita a qualcuna che è un’insegnante spirituale.

La strega è una consigliera. La chiesa non voleva questo perché voleva avere una religione centrata attorno al concetto patriarcale di dio e questo non comprendeva la Natura. Le cerimonie connesse alla Natura erano minacciose, perciò demonizzarono la strega. (…)

Quando vediamo che le donne erano guaritrici, erboriste, levatrici, oracoli – per esempio in Scandinavia c’è una consistente documentazione sulle sacerdotesse sciamane dette “donne del bordone” per via del bastone cerimoniale che usavano – l’idea che una donna possa essere una leader spirituale non è così inusuale. Se guardi la cosa in una prospettiva globale, vedrai sciamane su tutto il pianeta. Persino il cristianesimo degli inizi aveva profetesse. La persecuzione delle streghe divenne un modo conveniente per sopprimere il potere femminile. Ciò è ancora con noi nell’archetipo della strega: la donna potente è una donna cattiva, la donna anziana è una donna cattiva e l’idea che la strega fosse collegata al male è parte del più vasto spostamento da immagini positive delle donne all’idea che il potere femminile sia una minaccia per la società.

AE: Alle donne fu data la caccia, furono processate e bruciate, ma stante i grandi numeri non potevano essere tutte streghe (ndt. nel senso suggerito da Dashu). Un gran numero di donne anziane, non sposate, ribelli, possono essere state accusate di stregoneria anche non conducevano rituali.

Max Dashu: Nel primo periodo vedi che quelle accusate erano in qualche modo coinvolte nell’erboristeria o nei rituali, ma con il passar del tempo le accuse ebbero più a che fare con la politica sessuale. (…) C’è questa pornografia diabolica che sorge nelle camere di tortura e sostiene che la strega fa sesso con il diavolo. Ciò che le donne torturate sono costrette a fare per ottenere la fine dei tormenti è ripetere ai torturatori le loro fantasie. Questo ha avuto un grosso impatto sulla cultura europea e su come la sessualità è incorniciata da tropi quali tortura, catene, bavagli, donne legate. Le cosiddette confessioni che le donne erano costrette a ripetere per far finire la tortura erano lette pubblicamente prima dell’esecuzione. Alle donne era data questa scelta: “Non ti bruceremo viva, ti strangoleremo prima se accetti di leggere la tua ammissione di colpa davanti alla gente”. Perciò la gente che andava avidamente a guardare le esecuzioni puntava il dito e diceva: “Oh, ha fatto davvero quelle cose, lo ammette”. La credenza in tali cose comincia così a diffondersi. E’ come un meme tossico che si propaga dalla cultura ed è un meme del capro espiatorio.

In una società oppressiva, ove per esempio le rivolte contadine sono tutte soffocate con un bel po’ di forza, gli oppressi non hanno modo di prendersela con i loro oppressori perciò cercare un capro espiatorio suona bene per molta gente. Le streghe sono un gruppo, poi ci sono gli ebrei, i rom e altri. Tutti e tre i gruppi furono accusati di omicidi rituali. La diffamazione sanguinosa, l’idea che le streghe uccidono i bambini. Cominciò con i preti che accusavano le erboriste di dare alle donne pozioni contraccettive. I preti dicevano che questo era omicidio. Stai uccidendo bambini, perché fai “bere sterilità” alle donne. (ndt. ho scelto di evidenziarlo perché mi ricorda i discorsi del “progressista” papa in carica)

Noi vediamo quanto è facile credere per le persone frustrate e arrabbiate che vogliono qualcuno da incolpare. E’ un mezzo assai efficace per schiacciare la resistenza all’oppressione. E’ molto più facile dar la caccia alle donne che a potenti signori armati.

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Willendorf

Un po’ in ritardo – avevo cose più urgenti e migliori da fare – ma eccoci alla nuova puntata dell’eroica “lotta all’obesità” intrapresa dalla Coop di cui sono socia (ancora per poco, credo).

L’esperto ricercatore ecc. ecc. sull’alimentazione non ha in pratica altro di cui occuparsi, per riempire la sua rubrica su “Consumatori”, che i “tossicodipendenti da cibo” e “malati” – così lui li ha definiti, ma ultimamente ha voluto essere gentile e spiegar loro perché si ingrassa.

E’ presto detto: bisogna fare attenzione a quello che si mangia (eureka, non ci avevamo mai pensato prima!), ma anche pensare al fatto che i cavernicoli non erano grassi perché facevano un sacco di moto andando a caccia (di dinosauri?). Per cui non vergognatevi eccessivamente, è naturale, mangiate solo porcherie e siete sedentari. Risolto.

Com’è ovvio non posso rimproverare a chi ha fatto studi del tutto differenti di non essere uno storico, ma quando si fanno studi differenti è meglio non posare da storici. L’umanità, presente sul pianeta da oltre 900.000 anni, ha cominciato a mangiare carne – e quindi nello stesso periodo, presumibilmente, a cacciare – circa 10.000 anni fa. Prima, se raccoglievamo abbastanza bacche da un arbusto per riempirci lo stomaco, è ragionevole ipotizzare che il resto del tempo non lo passavamo a fare flessioni, ma a grattarci quello stesso stomaco o a spulciarci vicendevolmente. Dopo, ma molto prima di appuntire lance, le “cacce” per la carne sono consistite per lungo tempo nell’acchiappare piccolissimi animali – per esempio un bel mucchietto di vermi in un tronco marcio. Similmente dopo il pasto ci siamo fatti un sonnellino, abbiamo riassettato la caverna, magari decorandola con un po’ di incisioni, o abbiamo scolpito figurine: in stragrande maggioranza di donne-dee così “grasse” da far svenire dall’orrore l’esperto della Coop.

Hohle Fels

Solo poche altre cose:

1) da 60 anni la comunità medica dispone delle informazioni per sapere che le diete non funzionano – non solo quella “paleolitica” o quella della Weight Watchers, tutte. Sin dal 1959, la ricerca ha dimostrato che i tentativi di perdere peso tramite dieta falliscono dal 95 al 98%; dieci anni dopo, 1969, la ricerca ha dimostrato che perdere solo il 3% del peso corporeo corrisponde a un rallentamento del 17% del metabolismo: un responso totale del corpo all’inedia che produce un’esplosione di grelina (ormone che stimola l’appetito) e abbassa la temperatura interna sino a che non si mangia abbastanza da riguadagnare peso. Insomma, fallo pure, stai a dieta: dovrai continuare a stare a dieta per l’intera tua esistenza;

2) la seconda lezione che l’establishment medico, l’industria dietetica, ecc., si rifiutano di imparare è che peso e salute non sono perfetti sinonimi. Gli studi se li possono andare a cercare – sono stanca di faticare per costoro – ma i risultati, più o meno dappertutto, sono questi: da un terzo a tre quarti delle persone classificate come “obese” sono metabolicamente sane. Non mostrano segni di alta pressione sanguigna, resistenza all’insulina o livello alto di colesterolo. Di converso (studio terminato nel 2016, durato 19 anni) i magri non consumatori di vegetali e non molto attivi hanno il doppio di probabilità di diventare diabetici dei grassi che mangiano bene e si muovono – pur restando grassi;

3) la continua umiliazione delle persone rispetto al loro peso dà in effetti dei risultati: negli Usa, dati del 2017, circa la metà delle bambine dai 3 ai 6 anni è preoccupata di essere grassa. Una domanda per tutti gli “esperti” in circolazione: quante di costoro si getteranno sui binari di un treno in corsa, una volta raggiunta l’adolescenza?

Maria G. Di Rienzo

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“Eilean a cheò” – “Isola delle Nebbie”

Chi ha orecchie o un cuore che batte nel proprio corpo

chi non canterà con me dei torti che ci hanno fatto?

Delle migliaia di sfollati, derubati

della loro terra, dei loro diritti, di tutto.

Dispersi oltre i mari sognando della

Verde Isola delle Nebbie

Ricordate che siete un popolo.

Sollevatevi per i vostri diritti.

C’è ricchezza sotto le colline su cui siete cresciuti.

C’è ferro e carbone là, grigio piombo e oro,

abbastanza da mantenerci nella Verde Isola delle Nebbie

Ricordate le vostre difficoltà,

mantenete in vita la lotta.

La ruota girerà in vostro favore

grazie alla forza del vostro braccio

e alla durezza del vostro pugno.

Il vostro bestiame sarà sui pascoli

e ognuno avrà un posto.

E la gente del Sud se ne andrà

dalla Verde Isola delle Nebbie.

Io mi asciugherò le guance,

frenerò le mie lacrime,

una nuova primavera è con noi,

molti sono venuti attraverso l’inverno.

Tutt’intorno, nuova erba sta spuntando.

I rami stanno tornando in vita

sulla Verde Isola delle Nebbie.

https://www.youtube.com/watch?v=ehpPLTaFvCc

Questo cantò sul cosiddetto “Ponte delle Fate”, a Skye (isola scozzese), Màiri Mhòr nan Òran e cioè La Grande Maria delle Canzoni (1821-1898) durante un raduno politico dei mezzadri sfrattati dalle terre che lavoravano – per le quali i proprietari chiedevano affitti sempre più esorbitanti – allo scopo di intraprendere produzioni agricole su vasta scala.

Le rimozioni forzate delle famiglie, le sollevazioni e gli scontri con le forze dell’ordine britanniche, i procedimenti legali andarono avanti in pratica per la maggior parte del secolo. Nel 1886 fu approvato il “Crofters Holdings (Scotland) Act”, ma tale legislazione non riuscì a risolvere tutte le dispute sui diritti terrieri, che continuarono durante gli anni fra le due guerre mondiali e nel ventesimo secolo.

Mary of the songs

Màiri Mhòr (Mary MacDonald, MacPherson da sposata – in immagine sopra) è stata un’organizzatrice e un’ispiratrice chiave delle lotte dei mezzadri scozzesi, ma è stata anche molte altre cose: contadina e allevatrice, tessitrice, infermiera e levatrice, domestica, poeta e cantante e narratrice nella sua propria lingua, il gaelico. Fu imprigionata per furto di abiti, attorno ai cinquant’anni, mentre da vedova lavorava come domestica: gli storici sono concordi nel ritenere che le accuse fossero infondate; in più, Màiri fu processata e interrogata in una lingua che non conosceva, l’inglese, e che nessuno si prese la briga di tradurle. La sentenza fu di quaranta giorni di carcere.

Il talento artistico che giaceva dormiente in lei si risvegliò durante la sua incarcerazione e la donna ne fece uno strumento per la liberazione propria e altrui. Nel 1882 fece ritorno permanentemente alla sua isola natale, Skye, e i suoi versi si scagliarono contro la violenza, l’ingiustizia e l’ipocrisia dei potenti. Ciò incluse il clero locale:

I predicatori si curano talmente poco

del maltrattamento del popolo della mia Isola, benché lo vedano,

e sono così silenziosi dal pulpito

da far sembrare che ad ascoltarli ci sia un branco di bestie selvagge.

Nel 19° secolo le donne erano una ristretta minoranza fra i poeti gaelici, tuttavia l’apprezzamento per il lavoro di Màiri attraversò le barriere sociali: nel mentre la sua arte aveva una significativa influenza sulla classe lavoratrice e i mezzadri, essa attirò pure l’attenzione di artisti e studiosi con cui la Grande Maria strinse relazioni d’amicizia.

Maria G. Di Rienzo

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