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Posts Tagged ‘fondamentalismi’

(tratto da: “Yazidi girls sold as sex slaves create choir to find healing”, di Emma Batha per Thomson Reuters Foundation, 4 febbraio 2020, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Quando Rainas Elias aveva 14 anni, i militanti dello stato islamico invasero la sua terra natale yazida nel nord dell’Iraq, la rapirono e la vendettero a un combattente che la stuprò e la torturò ripetutamente prima di venderla a un mostro ancora più brutale.

Due anni dopo la sua fuga, Elias sta visitando la Gran Bretagna questa settimana con un coro creato dalle sopravvissute alle atrocità dell’Isis.

Le ragazze, che hanno dai 15 ai 22 anni, dicono che il coro fornisce loro amicizia, guarigione e una fuga dai ricordi traumatici che le perseguitano.

“Sono molto felice con loro. Questo mi ha aiutata molto psicologicamente.”, dice Elias tramite un’interprete dopo la performance al Conservatorio musicale di Londra.

Il coro ha cantato all’Abbazia di Westminster e si esibirà in parlamento alla presenza del principe Carlo, da lungo tempo patrono di AMAR, un’organizzazione umanitaria che dà assistenza alla riabilitazione delle ragazze in Iraq.

yazidi choir

(il coro durante un’esibizione a Greenwich, immagine di Thomson Reuters Foundation / Morgane Mounier, 3 febbraio 2020)

La comunità yazida in Iraq, stimata in 400.000 persone, è una minoranza curda la cui fede combina elementi del cristianesimo, dello zoroastrismo e dell’islam.

L’Isis, che li considera adoratori del demonio, ha ucciso e rapito migliaia di yazidi dopo aver scatenato un assalto nel 2014 nella loro area del monte Sinjar, in quello che le Nazioni Unite hanno definito genocidio.

Sebbene i militanti siano stati cacciati tre anni fa, gli yazidi per la maggior parte vivono ancora nei campi profughi, troppo spaventati per fare ritorno. (…)

La musica è centrale per la religione e la cultura yazida, ma non è mai stata scritta su spartiti o registrata. Il virtuoso del violino Michael Bochmann ha lavorato con i musicisti yazidi e AMAR per registrate la musica antica. Martedì scorso, Bochmann e il coro hanno consegnato l’archivio alla biblioteca dell’Università di Oxford.

Il progetto mira anche a proteggere la musica yazida insegnandola alle centinaia di giovani nei campi. Sebbene tradizionalmente sia eseguita da uomini, circa metà di coloro che stanno imparando sono ragazze e donne, dal che Bochmann è deliziato. Ha detto che il coro sta avendo un effetto di trasformazione.

“E’ straordinario come la loro fiducia in se stesse sia aumentata. – ha detto Bochmann a Thomson Reuters Foundation – La grande cosa della musica è che ti fa vivere qui ed ora. Più di qualsiasi altra forma d’arte, può renderti felice nel momento presente.” (…)

La maggior parte delle coriste non vuole raccontare la propria storia, ma Elias era disposta a parlare. “Non credo mi riprenderò mai dalle esperienze che ho fatto.”, ha detto la giovane che ha passato tre anni in prigionia.

Elias è stata venduta tre volte a differenti uomini dopo che il suo rapimento l’ha condotta in Siria. Il secondo, di nazionalità saudita, morì mentre lei era incinta. Fu venduta in stato di gravidanza a un marocchino che la stuprava “come un mostro”, fino a sei volte al giorno.

Restò incinta due volte ma ambo le volte perse i bambini e attribuisce in parte il primo aborto spontaneo alle torture. La sua famiglia pagò il suo riscatto di quasi 11.000 euro nel 2017, ma l’Isis non la lasciò andare. Sua sorella e due suoi fratelli sono nella lista degli yazidi di cui ancora non si sa nulla.

Alcune coriste erano ancora più giovani di lei quando furono rapite. Una ragazza fu venduta cinque volte a stupratori dell’Isis dopo essere stata rapita all’età di 11 anni. Un’altra ne aveva nove quando fu costretta a diventare una schiava domestica. La sua forma minuta suggerisce quanto poco le dessero da mangiare.

Elias, che ha ora 19 anni, dice che la comunità internazionale dovrebbe essere d’aiuto nel soccorrere chi è ancora prigioniero ed assicurarsi che gli yazidi non siano di nuovo perseguitati. E’ il messaggio che il coro sta portando a leader politici e religiosi durante il suo viaggio in Gran Bretagna. Sebbene gli uomini dell’Isis siano stati sconfitti, gli yazidi dicono che non se ne sono andati e che potrebbero ripresentarsi.

“Il pericolo è ancora là. L’unica cosa che può salvarci è l’impegno mondiale a proteggerci. – ha detto Elias – Quello che ho sperimentato, la tortura e lo stupro, non lo posso dimenticare. E’ ovvio che ho ancora paura.”

P.S. – Potete ascoltare il canto delle ragazze qui:

https://www.youtube.com/watch?v=OCWheGSp1EQ

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(tratto da: “Former IS Woman Combats Online Radicalization in Indonesia”, di Sirwan Kajjo e Rio Tuasika, 26 dicembre 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Naila Syafarina

Naila Syafarina – in immagine sopra – aveva 19 anni quando si trasferì con la famiglia in Siria nel 2015. Tutto ebbe inizio quando sua sorella minore cominciò a cercare letture religiose su internet e più tardi ebbe a conoscere qualcuno online che la persuase ad andare in Siria.

La sorella ebbe successo nel convincere la famiglia a trasferirsi. Ma la vita sotto il dominio dello stato islamico (IS) era completamente differente da quella che era stata promessa online. Determinati a fuggire dalla terribile realtà siriana, Naila Syafarina e i suoi riuscirono a tornare in Indonesia nel 2017.

Syafarina, ora 23enne, assieme a diversi giovani indonesiani che si erano uniti all’IS, sta facendo campagna fra la gioventù contro i pericoli della radicalizzazione online, giacché essa è una delle principali preoccupazioni da alcuni anni in Indonesia, il più grande paese musulmano al mondo.

“Cercate una seconda e una terza opinione. Dopo di che, non accettate tutto di colpo, continuate a pensare in modo critico.” consiglia Syafarina, aggiungendo che molti versetti nel Corano chiedono alle persone di riflettere.

Ci sono circa 600 persone di nazionalità indonesiana che sono tornate a casa dopo essersi unite allo stato islamico in Siria, secondo la rete di ong “Società civile contro l’estremismo violento” (C-SAVE). “Fra esse, circa il 20% è pronto a reinserirsi nella società. – spiega Mira Kusumarini (in immagine sotto), direttrice di C-SAVE – E’ più facile lavorare con quelli che sono tornati, poiché hanno visto con i loro occhi che le promesse erano false, che la realtà era davvero diversa da ciò che la propaganda dell’ISIS dice. Facebook è il canale preferito dagli estremisti per individuare possibili adepti. Poi i contatti proseguono su canali privati come Telegram.”

Mira Kusumarini

Naila Syafarina crede che un modo efficace di contrastare l’estremismo nei giovani sia l’incoraggiare il dialogo fra le fedi: “Continuate a impegnarvi in conversazioni con altre persone, in special modo con quelle che appartengono a una differente etnia e hanno una differente religione. Questo è ciò che apre le nostre menti.”

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Secondo il sig. Salvini, noi femministe saremmo “distrattone” (per favore, Accademia della Crusca, non sdoganare anche questo vezzo deturpante della lingua italiana), oltre che – va da sé – “sedicenti”, perché non vediamo il vero pericolo che minaccia le donne e cioè, secondo lui, l’estremismo islamico. Il dato di fatto incontrovertibile è che nei paesi in cui tale estremismo rende calvari le vite delle donne sono le femministe a protestare, a cercare di tutelare i diritti umani di tutte/i, a essere aggredite e umiliate in mille modi, ad andare in galera e a essere uccise, con la benedizione statale o in esecuzioni extra giudiziarie.

Queste donne ricevono scarsa o riluttante attenzione a livello internazionale, non solo dai veri distratti come Salvini, giacché parlano di uguaglianza, parità, cittadinanza e bene comune e non di quanto sia bello essere una “sex worker” e fare delle “scelte” – ovvero continuano a declinare i diritti umani fondamentali su base universale e non frammentaria. Lo spirito della Dichiarazione Universale del 1948 era questo: nasci, e chiunque tu sia, dovunque tu sia venuta/o al mondo, il resto della comunità umana ti riconosce, ti accoglie, protegge la tua esistenza, lavora per abbattere gli ostacoli sociali ed economici che dovessero metterla in pericolo. Se viceversa i diritti umani sono in qualche modo magnanimamente concessi dal Principe in carica, a seconda di caratteristiche identitarie specifiche, e la loro attuazione si concretizza al massimo nel divieto di discriminare le stesse, sparisce qualsiasi riferimento alle posizioni sociali e alle condizioni economiche delle persone: il che, come non mi stancherò mai di dire, è molto comodo per il neoliberismo e per il patriarcato e non libera NESSUNO e NESSUNA.

Il molto distratto sig. Salvini dichiara di voler riformare il diritto di famiglia e che a tale scopo il DDL Pillon sarebbe “un buon punto di partenza”, perché “vogliamo togliere i bimbi come merce di scambio o ricatto dei litigi tra i genitori” (separati/divorziati). So che il titolare di queste opinioni è impegnatissimo, soprattutto su Twitter, perciò forse non è riuscito a leggere il testo del decreto legge (non voglio assolutamente ipotizzare che l’abbia letto e non l’abbia capito). Persone più capaci e più ferrate nel campo del diritto di me hanno già demolito pubblicamente l’impianto della “riforma”, perciò quanto sto per dire non è nulla di nuovo ma ci tengo a ribadirlo: l’interesse supremo del minore non è il suo centro. Il DDL non è pensato per tutelare i bambini, ma le finanze e la proprietà privata del coniuge economicamente più abbiente: id est, nella stragrande maggioranza dei casi, il padre. La cancellazione dell’assegno di mantenimento del figlio al genitore affidatario e l’abolizione dell’istituto della casa familiare hanno l’unico scopo di dare a costui il controllo completo del patrimonio: poiché il mantenimento del figlio non deve rispettare i parametri del tenore di vita precedente alla separazione dei genitori, e a costoro sono assegnati capitoli di spesa specifici in relazione alle proprie capacità economiche, è impedita ogni minima forma di redistribuzione della ricchezza tra i due ex coniugi.

Nel DDL Pillon, contrariamente a quanto il sig. Salvini dichiara, i bambini sono più che mai penalizzati e oggettivati, simbolicamente tagliati in due con l’accetta, rigidamente controllati, soggetti a sperimentare opportunità e standard altalenanti in ogni aspetto delle loro vite (cure, materiale scolastico, attività extrascolastiche, abbigliamento, attrezzature tecnologiche) a seconda di quale dei due genitori deve aprire il portafoglio – e le donne hanno meno soldi, meno opportunità, meno impieghi sicuri.

La visione di “famiglia” sottesa al testo non è neppure quella cosiddetta tradizionale, poiché ogni istanza di solidarietà e senso della comunità in essa presente svanisce con l’atomizzazione e lo scollegamento dei membri della famiglia stessa, ognuno dei quali agirebbe – in pieno stile neoliberista – unicamente per il proprio personale interesse. Mors tua vita mea. Ognuno per sé e lo Stato per papà.

E questa sarebbe la vera famiglia, fondata sull’amore di mamma e papà, la famiglia a cui ogni bambino avrebbe diritto?

Io non sono distratta, sig. Salvini. Sono disgustata. Maria G. Di Rienzo

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verona 30 marzo 2019

(Siamo tutte parrucchiere)

Brano tratto da: “Christian right summit in Verona draws massive protest”, di Angela Giuffrida per The Guardian, 30 marzo 2019

“Si stima che 20.000 persone (1) abbiano protestato a Verona contro una conferenza che ha portato una rete globale di militanti anti-gay, anti-aborto e anti-femminismo nella città italiana del nord.

L’aver fornito ospitalità al Congresso mondiale delle famiglie (WCF), una coalizione statunitense che promuove i valori della destra cristiana, è stato particolarmente controverso in Italia a causa del sostegno della Lega, partito di estrema destra, membro della coalizione di governo del Paese. Matteo Salvini, il capo del partito e il vice Primo Ministro italiano, ha parlato all’evento sabato sera.

Ha detto di essere là per “sostenere un giorno di festa con un sorriso: il diritto di essere madre, padre e nonni.” Salvini ha assicurato di non voler cambiare la legge italiana sull’aborto, conosciuta come Legge 194, ma ha detto che il Paese ha bisogno di rovesciare la riduzione della sua popolazione: “Gli italiani hanno bisogno di cominciare a mettere al mondo bambini. Un Paese che non fa bambini è un Paese che muore.” (2)

La protesta è stata organizzata da circa 70 associazioni pro diritti umani di tutta la nazione.

“La sola cosa positiva che esce da questo evento è che tutti questi gruppi si sono mossi insieme e l’Italia si sta unendo. – ha detto Luisa Rizzitelli, una portavoce per l’associazione di donne Rebel Network – Questa è una battaglia per proteggere i diritti e la libertà per tutti, non per per un solo gruppo. Siamo tutti sotto minaccia. Questo congresso non ha a che fare con la religione ma con il potere politico e noi non accettiamo questa pericolosa regressione.”

Lo scopo dichiarato del congresso, che è cominciato venerdì e terminerà domenica, è di “restaurare l’ordine naturale”. I relatori hanno inveito contro le relazioni fra persone dello stesso sesso, le “femministe radicali” e l’aborto, che hanno invariabilmente descritto come “omicidio” e “crimine”. Venerdì, sono stati distribuiti gadget in forma di feti di plastica, con la dicitura “L’aborto ferma un cuore che batte”.”

(1) Trentamila secondo la questura di Verona. Il corteo era lungo quattro chilometri.

(2) L’interruzione volontaria di gravidanza, i cui numeri sono in calo ogni anno, non ha alcun effetto sui numeri della natalità in Italia. Se Salvini desidera che le donne italiane procreino, ascolti costoro quando dicono di cosa avrebbero bisogno per mettere al mondo bambini: in breve, si tratta della speranza e dell’idea di futuro che anche il suo governo sta demolendo in noi giorno dopo giorno. Non facciamo figli in un mondo che muore per il cambiamento climatico, non facciamo figli se non abbiamo un lavoro sicuro per crescerli, non facciamo figli se poi quel lavoro dobbiamo perderlo o essere penalizzate nella nostra professione proprio perché li abbiamo fatti, non facciamo figli se non possiamo avere asili nido decenti e scuole decenti e sanità pubblica decente per averne cura, e meno che mai facciamo figli se ci date la mancetta – “bonus bebè” – e saremmo grate se smetteste di insultarci a questo modo.

Maria G. Di Rienzo

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Nel mentre non vedo l’ora di partecipare a una “teglia di preghiera” con i simpatici Pastafariani e di condividere con loro “idee e carboidrati” – Verona 30 marzo p.v., mobilitazione contro il “Congresso mondiale delle famiglie” – sto cercando di far quadrare alcuni dati sui nostrani “difensori della famiglia tradizionale e dei bambini” e sui patrocinatori / sostenitori del Congresso citato.

Penso a:

– Pier Ferdinando Casini, due volte divorziato, con due figli da ogni ex moglie;

– Mario Adinolfi che si sposa (e ha una figlia) si separa e si risposa a Las Vegas con un’italo-brasiliana assai più giovane;

– Roberto Calderoli due volte sposato (una con rito “celtico”) e due volte separato, convivente;

– Roberto Formigoni che si staglia perché non ha ne’ matrimoni ne’ divorzi nel suo résumé (da vent’anni e passa aveva un “coinquilino”, ma dopo essere stato condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione per corruzione, dal 22 febbraio 2019 risiede in relativa solitudine nel carcere di Bollate);

– Matteo Salvini che si sposa e ha un figlio, divorzia, convive e ha un’altra figlia, poi ha una relazione sovraesposta con una conduttrice televisiva e infine in questi giorni mostra ai media la sua “nuova fidanzata” di 26 anni (lui ne ha giusto venti di più) Francesca Verdini, figlia dell’ex parlamentare di Forza Italia / Alleanza Liberalpopolare-Autonomie Denis Verdini, condannato a luglio dalla Corte d’Appello di Firenze per la bancarotta del Credito cooperativo fiorentino e la truffa sui contributi per l’editoria.

Così a naso, costoro non mi sembrano sufficientemente attrezzati o legittimati per dare consigli ad altri in materia di relazioni familiari o di famiglia tout court.

Poi c’è il preclaro ministro Lorenzo Fontana, per autodefinizione “veronese e cattolico”, il cui matrimonio è stato celebrato in due fasi: con rito “tridentino” (pre Concilio Vaticano II) dal suo consigliere spirituale Wilmar Pavesi e con rito civile dall’ex sindaco di Verona Flavio Tosi (Matteo Salvini testimone). Anche quest’uomo è un po’ difficile da capire; come ministro ha giurato fedeltà alla Costituzione Italiana ed è membro dell’esecutivo di uno stato laico, però invoca sui social media l’arcangelo Michele affinché difenda lui e i suoi nella battaglia contro il demonio – l’arcangelo guiderebbe gli angeli in tale lotta, a quanto ne so, e per quanto osservi con attenzione la compagine leghista di cui Fontana fa parte non riesco a ravvisare nei suoi membri un solo tratto angelico.

Il 13 marzo scorso, il ministro partecipa alla 63^ Sessione della Commissione NU sulla Condizione Femminile e legge un tronfio discorso sull’eccellenza del suo Paese al proposito – “impianto legislativo e strategico all’avanguardia” – in cui, tra l’altro, afferma che “Promuovere l’empowerment femminile in un’ottica di sviluppo sostenibile delle nostre società significa anche lottare contro tutte le forme di violenza e discriminazione nei confronti delle donne, delle ragazze e dei bambini, che rappresentano il principale ostacolo al godimento dei loro diritti.”

Sospetto che abbia dato mandato a qualche funzionario per la redazione dell’intervento, perché quando scrive da solo (o assieme a Ettore Gotti Tedeschi ex presidente dello Ior – Istituto per le Opere di Religione ne “La Culla vuota della civiltà. All’origine della crisi”) esprime visioni del tutto diverse: è per esempio preoccupato dal tentativo di “cancellazione della nostra comunità e delle nostre tradizioni” operato da indebolimento della famiglia, matrimoni gay, la teoria gender nelle scuole (QUALE teoria, ministro, e nelle scuole DOVE?), l’immigrazione che subiamo.

Inoltre, considera l’interruzione volontaria di gravidanza “uno strano caso di “diritto umano” che prevede l’uccisione di un innocente”… e i suoi “angeli” della Lega lo seguono eroici, rilanciando in questi giorni una proposta di legge già presentata nell’ottobre scorso che introdurrebbe lo “stato di adottabilità del concepito”: e cioè l’ovulo fecondato di una donna, dal diametro di 150 micron, annidato in un utero da cui non può essere separato per il proprio sviluppo, diventerebbe una “persona giuridica” tutelata dal tribunale per i minorenni.

E’ una “forma alternativa all’interruzione di gravidanza”, dicono questi angeli un po’ strani mentre sventolano falde clericali per allontanare la puzza di zolfo, che resta “liberamente utilizzabile dalla donna”, ma la legge 194 prevede già che la donna possa partorire in anonimato e dare il bambino in adozione, il bambino però, non un gamete misurabile in millesimi di millimetro. Un po’ più di decenza e di uso dei neuroni, please.

Il ministro Fontana che dichiara di lottare “contro tutte le forme di violenza e discriminazione nei confronti delle donne, delle ragazze e dei bambini, che rappresentano il principale ostacolo al godimento dei loro diritti” è lo stesso ministro Fontana che si professa contrario al diritto delle donne di interrompere una gravidanza? E’ lo stesso a cui piace Vladimir Putin e lo stesso che ha chiesto l’abolizione della Legge Mancino (1993 – sanziona gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista)? E’ lo stesso che ritiene “non esistenti” le unioni civili?

Probabilmente le risposte a queste domande sono dentro di lui. Però sono sbagliate (cit. Corrado Guzzanti, “Quelo”).

Maria G. Di Rienzo

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Forse ricordate il villaggio delle donne in Kenya, Umoja, fondato negli anni ’90 da una quindicina di sopravvissute alla violenza domestica fra cui la straordinaria Rebecca Lolosoli, attuale “presidente” del posto.

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/12/31/e-questo-e-quanto/

Le donne Yazidi sfuggite alla guerra e alla schiavitù (in sintesi all’Isis) hanno fatto la stessa cosa nel nordest della Siria. Il villaggio si chiama Jinwar ed è stato inaugurato ufficialmente il 25 novembre 2018, Giorno internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E’ basato sull’eguaglianza di chi ci vive e il suo scopo è fornire alle donne un posto libero da violenza e oppressione: le abitanti non sono solo Yazidi e curde ma anche arabe, perché il villaggio accoglie qualunque donna in difficoltà e eventualmente i suoi bambini femmine e maschi.

murales a jinwar di bethan mckernan

Quello che segue è un brano dell’articolo “We are now free: Yazidis fleeing Isis start over in female-only commune” di Bethan McKernan per il Guardian, datato 25 febbraio; anche l’immagine del murale di Jinwar è sua.

“Durante il genocidio, gli uomini Yazidi furono radunati, uccisi a fucilate e abbandonati in fosse comuni. Le donne furono prese prigioniere allo scopo di essere vendute nei mercati di schiavi dell’Isis e molte passarono da un combattente all’altro subendo abusi fisici e sessuali.

Jinwar è una comune femminile, organizzata dalle donne della locale amministrazione curda per creare uno spazio in cui le donne potessero vivere “libere dalle costrizioni di strutture di potere oppressive come il patriarcato e il capitalismo”.

Le donne si sono costruite da sole le loro case, si fanno il pane, accudiscono il bestiame e coltivano la terra, cucinano e mangiano insieme. Davanti a pollo e riso, e più tardi a musica e danza, le residenti discutono di come se la stanno cavando i nuovi alberi appena piantati, albicocchi, melograni e ulivi.

“Abbiamo costruito questo posto da noi stesse, mattone dopo mattone. – dice la 35enne Barwa Darwish, che è venuta a Jinwar con i suoi sette figli dopo che il suo villaggio nella provincia di Deir Ezzor è stato liberato dall’Isis e suo marito, che si era unito alla lotta contro il gruppo, è morto in battaglia – Sotto l’Isis eravamo strangolate e ora siamo libere. Ma anche prima di questo, le donne stavano a casa. Non uscivamo e non lavoravamo fuori casa. A Jinwar, ho capito che le donne possono stare in piedi da sole.”

Jinwar è uscita dall’ideologia democratica che ha alimentato la creazione di Rojava, uno staterello curdo nella Siria nord orientale, sin da quando scoppiò la guerra civile nel 2011. L’area se l’è cavata largamente bene nonostante la presenza di nemici da ogni lato: l’Isis, le truppe del presidente siriano Bashar al-Assad e la Turchia, che vede i combattenti curdi come un’organizzazione terroristica.

La rivoluzione delle donne, com’è noto, è una parte significativa della filosofia di Rojava. Indignate dalle atrocità commesse dall’Isis, le donne curde formarono le proprie unità di combattimento. Più tardi, donne arabe e Yazidi si unirono a loro in prima linea per liberare le loro sorelle. Ma a casa, molte parti della società curda sono ancora profondamente conservatrici. Alcune delle donne ora a Jinwar sono fuggite da matrimoni imposti e abusi domestici. Queste dinamiche, così come l’eredità degli otto anni di brutale guerra in Siria, devono essere disimparate a Jinwar.

“Quando le famiglie arrivano, dapprima i bimbi arabi non vogliono giocare con quelli curdi. – dice Nujin, una delle volontarie internazionali che lavorano al villaggio – Ma in neppure due mesi si può già vedere il cambiamento. I bambini sono tutti più felici. Il villaggio è la miglior forma di riabilitazione per tutte le cose che queste famiglie hanno sofferto.”

Jinwar è ancora in costruzione: ci sono giardini da piantare e una biblioteca vuota che aspetta i suoi libri. La comunità sta tuttora vagliando idee. Oltre a quella di un centro di istruzione c’è l’idea di creare una piscina da utilizzare in estate. La maggioranza delle residenti la userebbe per la prima volta, giacché le piscine sono riservate agli uomini in gran parte del Medio oriente. Le donne hanno anche già votato per avere lezioni di guida e per dare inizio a un’attività commerciale di sartoria.”

Maria G. Di Rienzo

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(“I did it for my daughter, says woman arrested for headscarf protest in Iran”, di Emily Wither per Reuters, 14 febbraio 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

azam

Il cuore di Azam Jangravi (in immagine sopra) batteva forte quando si arrampicò sulla cabina di un trasformatore elettrico, nell’animata Via della Rivoluzione a Teheran, un anno fa. Sollevò in aria il suo foulard e lo sventolò sopra la testa.

Si formò una folla. Alcune persone le urlavano di scendere. Lei sapeva fin dall’inizio che sarebbe stata arrestata. Ma lo ha fatto comunque, dice, per cambiare il paese a beneficio della sua figlioletta di otto anni.

“Ripetevo a me stessa: Viana non dovrebbe crescere nelle stesse condizioni in cui questo paese ha fatto crescere te.“, ha ricordato Jangravi questa settimana, durante un’intervista nell’appartamento di una località segreta fuori dall’Iran, ove sta attendendo notizie sulla sua richiesta di asilo.

“Continuavo a dirmi: Puoi farcela, puoi farcela. – ha dichiarato – Provavo la sensazione di un potere molto speciale. Era come se non fossi più del genere secondario.”

Dopo la protesta fu arrestata, licenziata dal suo lavoro in un istituto di ricerca e condannata a tre anni di prigione per aver “promosso l’indecenza” e aver “volontariamente violato la legge islamica”. Il tribunale minacciò di sottrarle la figlia, ma lei riuscì a fuggire dall’Iran – con Viana – prima di entrare in prigione: “Ho trovato un contrabbandiere (ndt. che fa uscire persone dal paese) con molta difficoltà. E’ successo tutto assai velocemente, ho lasciato dietro di me la mia vita, la mia casa, la mia automobile.”

disegno

Mentre parla, Viana fa dei disegni (in immagine sopra). Mostrano sua madre mentre sventola in aria l’hijab bianco. Sin dalla rivoluzione islamica in Iran, il cui quarantennale si dà questa settimana, alle donne è stato ordinato di coprirsi le teste per il bene del decoro. Le donne che contravvengono sono pubblicamente ammonite, multate o arrestate.

Jangravi è una delle almeno 39 donne arrestate lo scorso anno in relazione alle proteste sull’hijab, secondo Amnesty International che dice come altre 55 persone siano state imprigionate per il loro lavoro sui diritti delle donne, incluse donne che hanno tentato illegalmente di entrare negli stadi delle partite di calcio e avvocate che difendono le donne. Le autorità si spingono a “limiti estremi e assurdi per fermare le campagne (ndt. delle donne). – dice la ricercatrice di AI per l’Iran Mansoureh Mills – Fanno cose come il perquisire le case in cerca di spillette con su scritto Sono contro l’hijab forzato.” Le spillette sono parte dello sforzo continuato per mettere in luce la questione del fazzoletto, assieme alla campagna che vede le donne indossare hijab bianchi di mercoledì.

Jangravi ricorda ciò che le raccontava sua madre della vita prima della rivoluzione: “Mi disse che la rivoluzione aveva causato un grande ammontare di sessismo e che donne e uomini erano stati separati a forza.”

E’ stata ispirata ad agire dopo che altre due donne erano state arrestate per proteste simili sulla medesima strada. “Ovviamente non ci aspettiamo che chiunque si arrampichi sulla piattaforma in Via della Rivoluzione. – ha detto – Ma questo consente alle nostre voci di essere udite nel mondo intero. Ciò che noi “ragazze” abbiamo fatto è stato il rendere questo movimento qualcosa che continua a andare avanti.”

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