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Posts Tagged ‘fondamentalismi’

Ci vorranno circa 10 giorni per esaminare la richiesta di asilo della 18enne saudita Rahaf Mohammed Alqunun (in immagine).

rahaf

A salvarla dal rimpatrio forzato dalla Thailandia, ove si trova attualmente, è stato il suo adamantino coraggio unito a una massiccia campagna a suo favore sui social media. Il video in cui si barrica nella stanza d’albergo a Bangkok, chiedendo fermamente la protezione dell’Alto Commissariato NU per i Rifugiati, ha fatto il giro del mondo. Sul suo account Twitter ce n’è un altro, che val la pena vedere pur se brevissimo: mostra il rappresentante saudita a Bangkok, signor Alshuaibi, mentre dice “Avrebbero dovuto portarle via il telefono, invece del passaporto”. Il traduttore al suo fianco ride servile alla squallida battuta.

Rahaf pianifica la propria fuga da quando aveva 16 anni. Suo fratello e altri membri della famiglia hanno l’abitudine di picchiarla ed è stata chiusa per sei mesi in una stanza perché si era tagliata i capelli in un modo che loro non approvavano. Se fosse costretta a tornare da loro, ha aggiunto, “mi uccideranno perché sono scappata e perché ho dichiarato il mio ateismo. Loro vogliono che preghi e che mi metta il velo, io non voglio.” In questo momento, suo padre e suo fratello sono a Bangkok. Le richieste di impiccagione per Rahaf riempiono i forum in lingua araba.

Ogni donna in Arabia Saudita è una minorenne legale quale che sia la sua età. Per tutta la vita ha un “guardiano” di sesso maschile (padre, fratello, zio o persino figlio) da cui deve ottenere una serie di permessi – lavorare, andare dal medico, affittare un appartamento, intraprendere un’attività economica, viaggiare, sposarsi, divorziare ecc. non sono decisioni che lei può prendere autonomamente. Nel 2017 le regole si sono allentate un poco per casi in cui vi siano “speciali circostanze”, ma di fatto questo sistema non ne è stato minimamente scosso.

Spesso la polizia chiede il permesso del “guardiano” per una donna che voglia sporgere denuncia, rendendo in pratica impossibile riportare la violenza domestica qualora commessa dal suddetto. Avete chiaro il quadro.

Gli uomini decidono, gli uomini pontificano, gli uomini sanno e fanno e disfano… anche sotto gli scarni articoli che la stampa italiana dedica alla vicenda: al 99,99% sono gli uomini a commentare.

C’è l’analfabeta becero:

“eroina de che? e (è, signore, è) fuggita dal paese con tanto di passaporto, diciamo che è scappata dalla famiglia x dei motivi che non conosciamo”

e l’analfabeta colto e solidale:

“Diciamo che la ignoranza e (è, perdinci) una cosa normale. (…) Il fatto è che sia la donna che l’uomo devono essere riguardati come una espressione della essenza umana senza considerazioni pregiudiziali che limitano il diritto alla scelta libera sebbene responsabile. (I beg your pardon?)

L’idea che la donna non può esercitare un livello di autorità e responsabilità uguale al (all’) uomo e (è, voce del verbo essere, terza persona singolare) regressiva, primitiva e porta ad un trattamento criminale non dissimile alla (dalla) schiavitu (l’accento, per piacere) istituzionalizzata del passato. Una donna che rischia la vita per difendere i suoi legittimi diritti e (è!!!) definitivamente eroica. (…)” Omettiamo pietosamente il resto…

Trovando difficile l’iter burocratico per essere accolta in Australia, che era la sua prima scelta, Rahaf ha chiesto asilo al Canada: sto sperando che tale nazione apra le braccia per lei. L’Italia? Be’, non è un paese per donne.

Maria G. Di Rienzo

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Malala Yousafzai, Premio Nobel per la Pace, attivista pakistana per l’istruzione e l’eguaglianza di genere, sopravvissuta alla pallottola sparatale in testa da un talebano, ha oggi 21 anni e studia filosofia e economia a Oxford.

malala australia

Il 10 e 11 dicembre 2018 era in Australia (dopo essere passata da Canada, Libano e Brasile) per parlare agli/alle studenti di Sydney e Melbourne, incoraggiandoli a usare i loro studi come mezzo per trovare e seguire le loro passioni e abilità. Ha ringraziato una volta di più suo padre per aver rigettato il bando imposto dai talebani sull’istruzione femminile e per averla sempre incoraggiata a usare la propria voce; ha ringraziato il movimento #MeToo per aver sollevato le questioni relative al sessismo nei paesi occidentali: “In occidente la faccenda non era mai stata menzionata prima in tale modo. Spero che renderà le persone consapevoli che si tratta di un’istanza globale e metterà in luce la discriminazione che le donne affrontano. La minor rappresentanza politica (delle donne) e le diseguaglianze sono globali.”

E ha detto anche: “Io prendo posizione per i 130 milioni di bambine che non hanno istruzione perché sono stata una di loro. E’ l’istruzione che permette alle bambine di fuggire dalla trappola della povertà e di guadagnare indipendenza e uguaglianza.

Ho cominciato a farmi sentire quando avevo 11 anni. Voi potete cambiare il mondo, quali che siano la vostra età, il vostro retroscena, la vostra religione. Credete in voi stessi e potete cambiare il mondo.

Maria G. Di Rienzo

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(“Yazidi women seek to join case against French company accused of funding Islamic State”, di Lin Taylor per Thomson Reuters Foundation, 30 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Un gruppo di donne Yazidi, rapite e tenute in schiavitù sessuale dallo Stato Islamico in Iraq e Siria, hanno richiesto venerdì di unirsi alla denuncia contro il produttore di cemento francese Lafarge, che è sotto indagine per l’accusa di aver finanziato i militanti.

Lafarge è sotto indagine ufficiale in Francia con il capo d’imputazione di aver pagato l’IS, noto anche come ISIS, per tener aperto uno stabilimento che operava nel nord della Siria dal 2011 al 2014.

Gli avvocati attestano di aver presentato la richiesta delle donne di diventare parte civile nel caso, che dicono segni la prima volta in cui una multinazionale è accusata di complicità nei crimini internazionale dell’IS.

“Fornisce un’opportunità per stabilire che l’ISIS, e tutti coloro che assistono i suoi membri, saranno tenuti responsabili per i loro crimini e che alle vittime sarà garantita una giusta compensazione. – ha detto Amal Clooney in una dichiarazione – E manda un importante messaggio alle corporazioni complici nella commissione di reati internazionali che affronteranno le conseguenze legali delle loro azioni.”, ha aggiunto.

amal clooney e nadia murad

(da sinistra: Amal Clooney e Nadia Murad)

Gli Yazidi, un gruppo religioso la cui fede combina elementi delle antiche religioni mediorientali, sono ritenuti dallo Stato Islamico degli adoratori del demonio.

Circa 7.000 donne e bambine furono catturate nel nordovest dell’Iraq nell’agosto 2014 e tenute prigioniere dallo Stato Islamico a Mosul, dove furono torturate e stuprate. Sebbene i militanti siano stati cacciati un anno fa, molti Yazidi vivono ancora nei campi profughi perché temono il ritorno a casa, dicono i gruppi di aiuto umanitario.

Lafarge, che si è fusa con la ditta svizzera di materiali da costruzione Holcim, ha riconosciuto i propri fallimenti nell’affare siriano.

“LafargeHolcim rimpiange profondamente gli inaccettabili errori commessi in Siria. La compagnia continuerà a cooperare pienamente con le autorità francesi.”, ha detto un portavoce via e-mail a Thomson Reuters Foundation.

Le traversie degli Yazidi hanno attirato attenzione in anni recenti, in special modo da quando l’avvocata di alto profilo Clooney ha cominciato a rappresentare il gruppo di minoranza ed è diventata consigliera legale dell’attivista Nadia Murad, che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2018.

Un gruppo d’indagine delle Nazioni Unite ha cominciato a lavorare in agosto – circa un anno dopo essere stato creato dal Consiglio di Sicurezza – per raccogliere e preservare le prove delle azioni dello Stato Islamico in Iraq che potrebbero essere rubricate come crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio.

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rasha

L’organizzazione della società civile turca “Kish Malek” ha così reso graficamente l’ultimo istante dell’esistenza di Rasha Bseis, il cui omicidio da parte del fratello Bashar è stato filmato dal vivo e condiviso migliaia di volte sul web.

Rasha è morta perché un tizio qualsiasi ha postato sue foto su Facebook. Il fratello ne ha dedotto che era un’adultera. Il suo onore di maschio e proprietario di Rasha era “macchiato” da ciò. L’unica soluzione per “ripulirlo” era uccidere.

L’uomo è membro dell’Esercito libero siriano (Els), che è finanziato dalla Turchia, ha la sua propria polizia e i suoi propri tribunali: disturbati da un paio di settimane di proteste, gli alti ufficiali hanno assicurato che un’indagine è in corso ed emesso un mandato d’arresto, ma nel frattempo l’assassino è stato in grado di tornare alla sua casa natale in una zona che l’Els non controlla. Per i giudici in loco, secondo la “sharia”, a Bashar Bseis basterà trovare quattro testimoni pronti a confermare che sua sorella era un’adultera e il suo omicidio sarà giustificato.

Quella che segue è la descrizione del video fatta da The Guardian (Shawn Carrie e Asmaa Alomar) il 12 novembre scorso:

“Kalashnikov in mano, l’uomo guarda diritto in camera. Si erge su una ragazza terrorizzata, che sta implorando le si salvi la vita.

“Assicurati che si vedano entrambe le vostre facce.”, ordina una voce fuori campo.

Dietro la traballante camera da presa, una seconda voce incita l’uomo armato: “Va’ avanti, Bashar, purifica il tuo onore.”

Senza che un’altra parola sia pronunciata, una raffica di pallottole è sparata nel corpo di Rasha Bseis. Le ci vogliono nove strazianti secondi per morire.”

E’ cultura, tradizione, costume locale, religione? No, è uno dei prodotti più ributtanti del patriarcato: femminicidio.

Maria G. Di Rienzo

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Seyran

Seyran Ateş, 55enne (in immagine) è un’avvocata femminista di origini curde nata a Istanbul in Turchia e trasferitasi con la famiglia in Germania quando era bambina.

Attualmente si muove con 16 guardie del corpo, come ha raccontato in un’intervista al giornale olandese “Trouw” l’11 maggio scorso: un tentativo di assassinio le ha lasciato una cicatrice da arma da fuoco sul retro del collo, riceve circa 3.000 e-mail di minacce al giorno e contro di lei sono stati emanati bandi da diverse “autorità” religiose islamiche. L’odio che riceve, dice, non fa altro che rafforzare la sua convinzione che l’eguaglianza di genere ha un’importanza vitale e che vale la pena lottare per essa.

Come avvocata, rappresenta da anni le donne musulmane vittime di abuso domestico e altri tipi di violenza perpetrati contro di loro da familiari e mariti, cosa per cui è stata aggredita fisicamente persino all’interno del tribunale e per cui si è guadagnata il tentato omicidio di cui sopra, ma la cosa davvero scandalosa è che l’anno scorso ha aperto una moschea a Berlino, in cui l’imam è lei stessa.

La moschea si chiama “Ibn Rushd-Goethe” (il primo è il medico, giurista, filosofo ecc. noto anche come Averroè e vissuto dal 1126 al 1198, il secondo confido sappiate chi è). Il luogo è aperto a ogni variante dell’Islam e non ha spazi separati maschili e femminili; ciò significa che sunniti, sciiti, wahabiti e quant’altro pregano insieme e che, soprattutto, pregano insieme uomini e donne, con queste ultime legittimate a dare inizio alle pratiche di devozione. I musulmani LGBT sono i benvenuti e possono sposarsi in questa moschea; ciò che non è accolto sono i burqa e i niqab – il fazzoletto da testa è ammesso ma non prescritto – perché, come ha spiegato a suo tempo Seyran Ateş a “Der Spiegel”, “noi crediamo che le facce coperte da veli non abbiano nulla a che fare con la religione, ma siano invece un’asserzione politica”.

L’avvocata ha scritto un libro sull’esperienza che sta conducendo, “Selam Frau Imamin, Wie ich in Berlin eine liberale Moschee gründete” – “Salve signora Imam, Come ho fondato una moschea liberale a Berlino”, (1) in cui chiarisce la sua lettura del Corano da una prospettiva contemporanea.

“Pregare insieme è assai liberatorio, – dice nell’intervista concessa a “Trouw” – in special modo per le donne. Molte sentono per la prima volta di essere completamente umane e provano cosa vuol dire essere rispettate come tali, invece di essere ridotte a oggetti sessuali che gli uomini possono svestire con i loro sguardi o ignorare. (…) Quel che sta accadendo nelle moschee olandesi e tedesche è che i musulmani pregano contro i principi di eguaglianza. L’ideologia che si genera all’interno della moschea ha effetto all’esterno di essa. Le moschee formano le guide morali delle comunità. A un certo punto ho capito che mentre difendevo la Costituzione nei tribunali, quella stessa Costituzione era ignorata e invalidata in ogni moschea. Non c’è luogo, in Germania dove come donna mi sento meno accolta che in una moschea. Perciò, era da là che dovevo cominciare.”

Poiché è molto critica del modo in cui la sinistra politica attualmente affronta le questioni dei diritti delle donne quando c’è di mezzo la religione, l’estrema destra – in special modo il partito Alternativa per la Germania, 12,6% alle ultime elezioni tedesche – le ha offerto la sua solidarietà; Seyran Ateş non l’ha accettata, ma il biasimo per essa è stato immediatamente posto su di lei: “Proprio come avrei voluto che Alternativa per la Germania non ci usasse per i suoi scopi, – ha risposto – sarebbe stato carino se altri partiti avessero chiesto un dialogo con noi.”

Maria G. Di Rienzo

(1) Ne ha scritti anche altri, fra cui “Islam needs a sexual revolution” nel 2009.

P.S. Vorrei un applauso: fatemelo anche silenziosamente, con i mignoli. Sono riuscita a scrivere questo pezzo, facendo delle pause per respirare in altre stanze, mentre per un’ora e un quarto il cafone del quarto piano tirava oggetti sul pavimento sopra la mia testa. Sta ancora continuando.

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rasha

(“Meet Rasha Jarhum, Yemen” – Women Nobel’s Initiative, maggio 2018 – trad. Maria G. Di Rienzo. L’attivista yemenita per i diritti umani Rasha Jarhum, in immagine, vive attualmente a Ginevra. E’ la fondatrice di Peace Track Initiative – https://peacetrack.wordpress.com/

che intende creare spazi nei processi di pace per il contributo delle organizzazioni di donne, di giovani e della società civile.)

Tua madre, Hooria Mashhour, è un’attivista di lungo corso; dopo la sollevazione del 2011 in Yemen divenne la prima Ministra per i Diritti Umani del paese. E’ giusto dire che sei cresciuta in mezzo alla lotta?

Mia madre era una fiera sostenitrice dei diritti delle donne. Lavorò nel Comitato nazionale delle donne per almeno un decennio, e dopo la sollevazione fu la prima funzionaria di governo a dare le dimissioni come atto di protesta per il feroce uso della forza contro manifestanti pacifici. Più tardi, fu selezionata come portavoce del consiglio delle forze rivoluzionarie: per la prima volta nella storia yemenita una donna parlava a nome di un movimento politico. Io sono stata privilegiata ad averla come guida. Sin da quando ero bambina l’ho seguita in seminari e campagne – lei è la ragione per cui sono diventata un’attivista. Abbiamo i nostri disaccordi politici, e apprezzo il fatto che non tenta mai di far pressione su di me affinché io cambi le mie posizioni.

Da tua madre hai anche imparato che l’attivismo può costare caro.

Questa è una cosa che la mia intera famiglia capisce. Il padre di mio marito, che fu il primo a denunciare l’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh per appropriazione indebita di denaro statale, è stato assassinato. Durante la guerra in corso, che è cominciata nel 2014, abbiamo perso familiari e beni e siamo stati minacciati e pedinati. Il nome di mia madre è stato messo nella lista degli “infedeli ricercati” e uomini armati sono penetrati nel suo ufficio. A questo punto è partita per cercare asilo politico in Germania.

Perché anche tu hai lasciato lo Yemen?

Dopo il 2011, quando il presidente Saleh si dimise, credevo che saremmo stati in grado di costruire uno stato civile e moderno in Yemen. Per conto delle Nazioni Unite lavoravo in un programma per motivare le persone, incluse le donne, affinché andassero a votare. Volevo che gli yemeniti gustassero il futuro della democrazia.

Ma avevo già attraversato due devastanti guerre precedenti, nel 1986 nello Yemen del sud e quella del 1994 fra nord e sud, e avevo due figli piccoli. Durante la sollevazione fummo testimoni del conflitto armato a Sana’a e nel timore, per i nostri bambini, che il conflitto crescesse, mio marito e io cominciammo a cercare opportunità fuori dal paese. Nel 2012, lui ebbe un’offerta di lavoro in Libano e andammo a stare a Beirut per cinque anni. Da là ho continuato a sostenere le organizzazioni della società civile e ho lavorato con Oxfam al programma “Crisi dei rifugiati siriani e giustizia di genere”. Quando cominciò la guerra nel 2014, in Yemen, sapevo che sarebbe stata lunga e orribile.

Qual è lo scopo della Peace Track Initiative (Iniziativa Traccia di Pace)?

L’Iniziativa lavora per localizzare processi di pace e assicurare ad essi inclusività, con la sottesa premessa che quelli direttamente toccati dalla guerra sono quelli con la posta in gioco più alta nella costruzione di pace. Si compone di due gruppi: uno si concentra sullo Yemen e l’altro sull’intero medioriente e la regione nordafricana. Per lo Yemen, sostengo le organizzazioni guidate da donne a livello comunitario e i gruppi di donne nelle attività di costruzione di pace. Troppe di queste donne sono invisibili al mondo.

Cosa stanno facendo le donne locali per promuovere la pace in Yemen? Perché la comunità internazionale non sa di loro?

Storicamente parlando, la situazione per le donne in Yemen era pessima. Le donne non avevano libertà decisionale di lavorare, viaggiare, sposarsi. Norme legislative, istituzionali e sociali hanno tutte ostacolato le donne. Ma le donne hanno guidato la rivoluzione nel 2011 e oggi le donne yemenite sono di nuovo in prima linea. Nelle aree assediate, le donne camminano per chilometri per portare beni di primo soccorso alle loro famiglie, mettono in moto convogli di rifornimenti, portano di nascosto medicine negli ospedali.

Le stime dicono che un terzo dei combattenti in Yemen sono bambini e le donne stanno affrontando la questione del reclutamento di minori. Le donne sono impegnate su questioni complicate come il rilascio dei detenuti, il contrasto al terrorismo tramite lavoro di coesione sociale e la de-radicalizzazione della gioventù. Le donne stanno lavorando per rivitalizzare l’economia tramite collettivi di risparmio, agricoltura e imprese sociali.

Quando le donne sono coinvolte nei processi di pace, noi ci concentriamo sulla condivisione di responsabilità anziché sulla condivisione del potere. La partecipazione delle donne al dialogo nazionale nel 2011 condusse alla creazione di una delle più forti piattaforme di diritti e libertà in tutta la storia yemenita. Ma le agenzie umanitarie che lavorano in Yemen ritraggono le donne solo come vittime passive. Le storie della loro resilienza e della loro leadership non arrivano alle notizie. Parte del problema può essere che diverse donne locali lavorano come individui o in coalizioni che non hanno una registrazione formale, e perciò sono private delle opportunità di finanziamento. Inoltre, molte donne yemenite non parlano inglese.

Il 4 dicembre del 2017 l’ex presidente Saleh è stato ucciso e la situazione in Yemen sembra essere peggiorata.

Per anni, lo Yemen è stato il peggior paese in cui le donne potessero vivere. Con questa guerra, la nostra crisi umanitaria è aumentata. Ora noi abbiamo un milione di donne incinte a rischio di denutrizione e circa due milioni di donne e bambine a rischio di violenza di genere, stupro incluso.

Ma quando tocchi il fondo c’è un solo modo di muoversi: verso l’alto. Io credo che una pace reale, sostenibile e inclusiva possa essere raggiunta in Yemen. E penso che la soluzione stia davvero nelle mani delle donne.

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Il 13 marzo scorso, durante l’annuale Commissione sullo status delle Donne tenuta dalle Nazioni Unite, si è tenuto un incontro dal titolo “La violenza non conosce confini”. Organizzazioni della società civile, personale delle NU, testimoni e sopravvissute hanno parlato, dicono i rapporti, degli “orrori della violenza di genere” (che, come sapete, è solo un’invenzione delle femministe, mentre la parola “genere” nasconde una turpe agenda ecc. ecc.).

Fra le relatrici c’erano le due giovani in immagine: la 17enne Hauwa e la 18enne Ya Kaka, venute dal nord della Nigeria a raccontare come sono state rapite da membri di Boko Haram, cosa questi ultimi hanno fatto loro e come sono fuggite dalla brutalità e dalla violenza sessuale continuate.

Hauwa e Ya Kaka

Hauwa è stata rapita quando aveva 14 anni. E’ stata portata in un accampamento nella foresta dove ha subito ogni sorta di abusi. Rimasta incinta, è fuggita perché la paura di morire partorendo è diventata più grande della paura di essere uccisa: “Ho deciso che invece di star quieta e di morire in silenzio nella boscaglia, era meglio morire mentre lottavo per scappare.”

Uscita di soppiatto dall’accampamento durante la notte, ha camminato per una settimana prima di incontrare una donna anziana. Costei l’ha ospitata sino a che Hauwa ha partorito una bimba, poi la ragazza ha ripreso il suo viaggio: “Se fossi rimasta là e i guerriglieri l’avessero scoperto ci avrebbero uccise tutte. La seconda o terza notte, la mia bambina si è ammalata. Eravamo sotto un albero quando è morta. Dapprima credevo dormisse, ma il suo corpo diventava sempre più rigido. Ho scavato una fossa, ho seppellito la bimba e ho continuato a camminare.”

La storia di Ya Kaka è similmente orribile. Era stata rapita assieme a due sorelle, ma è stata subito separata da loro: “Sino a oggi, non le ho più viste e non ho ricevuto alcuna notizia che le riguardi.”

La violenza sessuale diventò la norma della sua esistenza. Anche lei restò incinta e partorì un bambino. Dopo oltre un anno di prigionia riuscì a fuggire e a trovare un campo profughi zeppo di altre sopravvissute. Servizi, cibo e protezione erano scarsi; inoltre, gli abusi non erano finiti: “La notte, quando volontarie e lavoratrici lasciavano l’accampamento, i soldati di guardia allo stesso entravano e ci imponevano di fare sesso con loro.”

Ya Kaka ha dovuto scappare anche da là. Il suo figlioletto si è ammalato ed è morto poco dopo. Le due giovani sono tornate a scuola, ora, ma il pericolo incombe ancora su di loro. Persino il fatto che raccontino le loro storie è rischioso.

“Chiariamoci: Boko Haram sa chi sono. – ha detto Stephanie Sinclair, rinomata fotografa e fondatrice di “Too Young To Wed”, l’organizzazione che ha assistito Hauwa e Ya Kaka – Ma loro vogliono parlare perché ci sono tuttora migliaia di ragazze rapite, nella Nigeria del nord, di cui non si sa nulla.”

Nonostante le sofferenze che hanno attraversato, Hauwa e Ya Kaka hanno detto al loro pubblico di avere speranza. Entrambe hanno dichiarato che mirano a diventare avvocate per difendere e proteggere i diritti umani e che non hanno rimpianti per l’essere uscite allo scoperto.

“Devo condividere la mia storia – ha concluso Ya Kaka – affinché il mondo intero la ascolti.”

Maria G. Di Rienzo

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