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Posts Tagged ‘welfare’

La vulgata fornisce più o meno questo scenario: c’è una bellissima fanciulla, maggiorenne vaccinata e diplomata, che davanti allo specchio si interroga sul proprio futuro. Ha svariati scenari a disposizione: laurearsi e poi conseguire un dottorato di ricerca; andare in tour mondiale con una compagnia teatrale; entrare in una compagnia di danza classica come prima ballerina; lavorare nel settore artistico/creativo di una grande azienda produttrice di tessuti; accettare l’offerta di una squadra professionista di pallacanestro; fare / consegnare pizze nel ristorante della zia; lavorare come inserviente in un asilo nido… aggiungeteci quel che vi pare.

La ragazza si guarda attentamente, sospira (perché le donne sospirano di default in prossimità di specchi, giusto?) e dice “No, studiare è stancante, mandare a memoria tutte le battute di una commedia pure, “Giselle” non la faccio più perché mi annoia, in azienda avrei poche ferie, giocare a pallacanestro mi mette a rischio infortuni, vicino al forno delle pizze è troppo caldo e i bambini piccoli non mi piacciono. Per cui, visto che sono molto attraente e molto compassionevole, e ci sono in giro un mucchio di uomini infelici a cui non viene dato abbastanza amore, farò la sex worker.” Visto? E’ la scelta di una professione come un’altra, anzi di una professione assai migliore di altre, dove non ci si stanca, ci si diverte, non si è a rischio di nulla, il guadagno è ottimo e si è trattate con il massimo rispetto. Niente niente, poi può persino arrivare il “cliente” ricchissimo e strafigo che ti compra bei vestiti e gioielli e alla fine si innamora di te e ti porta a vivere nella sua villa fronte mare.

Nella realtà, però, le cose vanno un po’ diversamente. Come, per esempio, lo racconta la storia di Bridget Perrier (in immagine).

bridget

Bridget, canadese del gruppo etnico Anishinaabe, fu adottata quando aveva 5 settimane da una famiglia non indigena, nel 1976. A otto anni fu molestata da un amico di famiglia e a undici “riconsegnata” all’assistenza sociale. La misero in una casa-famiglia dove ragazze più grandi la iniziarono al commercio sessuale. Lo stesso anno, fu reclutata dalla tenutaria di un bordello. A 12 anni Bridget era una “sex worker”. A 14 fu punita per aver tentato di far soldi all’esterno del bordello: la tennero prigioniera per 43 ore, durante le quali fu stuprata e torturata. Fuggì, ricevette cure mediche (punti interni ai genitali) e l’uomo che aveva abusato di lei fu condannato a due anni, dicasi due, di galera. Bridget finì per “lavorare” agli ordini di un magnaccia che ovviamente otteneva la sua obbedienza a botte.

A 16 anni, mise al mondo il suo primo figlio, un bimbo che a nove mesi sviluppò una forma particolarmente maligna di leucemia e ne morì a cinque anni. La sua morte, dice Bridget, fu la prima terribile spinta a cercare di uscire da quella situazione. Nel 1999 mise al mondo la sua seconda figlia e quello fu il punto di svolta. Poiché era una senza tetto entrò nel programma di assegnazione temporanea di alloggi, sostenuta dai servizi di welfare si diplomò alle superiori e poi prese un diploma in assistenza sociale. Subito dopo fondò assieme ad altre donne “Sex Trade 101”, un’organizzazione che combatte il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e dà sostegno alle sopravvissute come lei.

Oggi di anni Bridget Perrier ne ha 43 e dice: “La gente pensa di noi che siamo in frantumi, ma non è vero. Io ho una buona resilienza, ho solo subito moltissime fratture.”

Maria G. Di Rienzo

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verona 30 marzo 2019

(Siamo tutte parrucchiere)

Brano tratto da: “Christian right summit in Verona draws massive protest”, di Angela Giuffrida per The Guardian, 30 marzo 2019

“Si stima che 20.000 persone (1) abbiano protestato a Verona contro una conferenza che ha portato una rete globale di militanti anti-gay, anti-aborto e anti-femminismo nella città italiana del nord.

L’aver fornito ospitalità al Congresso mondiale delle famiglie (WCF), una coalizione statunitense che promuove i valori della destra cristiana, è stato particolarmente controverso in Italia a causa del sostegno della Lega, partito di estrema destra, membro della coalizione di governo del Paese. Matteo Salvini, il capo del partito e il vice Primo Ministro italiano, ha parlato all’evento sabato sera.

Ha detto di essere là per “sostenere un giorno di festa con un sorriso: il diritto di essere madre, padre e nonni.” Salvini ha assicurato di non voler cambiare la legge italiana sull’aborto, conosciuta come Legge 194, ma ha detto che il Paese ha bisogno di rovesciare la riduzione della sua popolazione: “Gli italiani hanno bisogno di cominciare a mettere al mondo bambini. Un Paese che non fa bambini è un Paese che muore.” (2)

La protesta è stata organizzata da circa 70 associazioni pro diritti umani di tutta la nazione.

“La sola cosa positiva che esce da questo evento è che tutti questi gruppi si sono mossi insieme e l’Italia si sta unendo. – ha detto Luisa Rizzitelli, una portavoce per l’associazione di donne Rebel Network – Questa è una battaglia per proteggere i diritti e la libertà per tutti, non per per un solo gruppo. Siamo tutti sotto minaccia. Questo congresso non ha a che fare con la religione ma con il potere politico e noi non accettiamo questa pericolosa regressione.”

Lo scopo dichiarato del congresso, che è cominciato venerdì e terminerà domenica, è di “restaurare l’ordine naturale”. I relatori hanno inveito contro le relazioni fra persone dello stesso sesso, le “femministe radicali” e l’aborto, che hanno invariabilmente descritto come “omicidio” e “crimine”. Venerdì, sono stati distribuiti gadget in forma di feti di plastica, con la dicitura “L’aborto ferma un cuore che batte”.”

(1) Trentamila secondo la questura di Verona. Il corteo era lungo quattro chilometri.

(2) L’interruzione volontaria di gravidanza, i cui numeri sono in calo ogni anno, non ha alcun effetto sui numeri della natalità in Italia. Se Salvini desidera che le donne italiane procreino, ascolti costoro quando dicono di cosa avrebbero bisogno per mettere al mondo bambini: in breve, si tratta della speranza e dell’idea di futuro che anche il suo governo sta demolendo in noi giorno dopo giorno. Non facciamo figli in un mondo che muore per il cambiamento climatico, non facciamo figli se non abbiamo un lavoro sicuro per crescerli, non facciamo figli se poi quel lavoro dobbiamo perderlo o essere penalizzate nella nostra professione proprio perché li abbiamo fatti, non facciamo figli se non possiamo avere asili nido decenti e scuole decenti e sanità pubblica decente per averne cura, e meno che mai facciamo figli se ci date la mancetta – “bonus bebè” – e saremmo grate se smetteste di insultarci a questo modo.

Maria G. Di Rienzo

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Brutte giornate. Dei tre indagati per lo stupro di una ragazza nell’ascensore della Circumvesuviana, due sono stati scarcerati: gli è bastato dire che si è trattato di “un rapporto consenziente” e la vittima ha pubblicamente e giustamente chiesto a cosa le è servito denunciare le violenze subite; la giovane statunitense stuprata a Catania da tre giovanotti molto perbene era riuscita a mandare ben cinque messaggi chiedendo aiuto a un supposto “amico” che non ha capito e non aveva l’auto e comunque non poteva farci niente; lo sdoganamento per le pistolettate facili è legge e per favore non parlatemi di legittima difesa e non vestite il ministro Salvini da Robin Hood, perché non sono i poveri e i più vulnerabili a prendere a fucilate i ricchi, è il contrario; il “Codice Rosso” si sta mostrando esattamente per quel che è: un’operazione propagandistica che non fa niente contro la violenza di genere oltre a rendere più severe alcune sentenze, che non può usare un emendamento dell’odiatissima Laura Boldrini sul “revenge porn” (meglio fare una leggina tutta nostra con l’impronta della dentatura sorridente di Di Maio, se no quella si prende il merito), che usa refrain acchiappa-click come la “castrazione chimica”, la quale oltre a essere comunque una forma di tortura sarebbe applicata solo se il condannato si dichiarasse d’accordo (ma come fate a dire stupidaggini del genere e a sedere nel Parlamento della Repubblica?).

E’ uno scenario deprimente ma logico, giacché la cultura della violenza non può sconfiggere se stessa. I cambiamenti nelle leggi o l’emanazione di nuove leggi non sono sufficienti a promuovere i diritti delle donne: comportamenti e attitudini verso le donne derivati dalla socializzazione hanno impatto diretto su come le leggi sono poi implementate e interpretate – e ciò è stato assai visibile di recente in numerosi pronunciamenti giudiziari.

L’Italia è un paese in cui la violenza sessuale contro le donne è normalizzata e giustificata tramite i media e la “cultura popolare”, perpetuata tramite l’oggettivazione dei corpi femminili, la profonda misoginia del linguaggio comune, la spettacolarizzazione dello stupro (in cui la pubblicità è somma maestra).

La compagine governativa vuole davvero fare uno sforzo per riformare lo status delle donne italiane nella società e renderle meno vulnerabili alla violenza? Metta mano alle leggi sul lavoro e le difenda da discriminazioni, molestie sessuali, disparità nei salari; si assicuri che siano tutelate a livello economico nelle legislazioni relative a eredità, proprietà, finanza, accesso al credito; smetta di scaricare sulle donne la propria incapacità a far quadrare i conti distruggendo le reti del welfare e tagliando i finanziamenti a sanità e scuola, perché sono le donne a caricarsi dei bisogni di bambini, anziani, malati e disabili – e costoro non sono zavorra, ma esseri umani titolari di diritti umani a cui lo stato deve attenzione e rispetto; azzeri la propria compiaciuta accettazione dell’attuale visione stereotipata e avvilente delle donne smettendo di avvallare con presenza e patrocinio tutto ciò che le riduce a strumenti per la soddisfazione maschile (dai concorsi di bellezza ai congressi patriarcali); apra spazi per discutere su tutto il territorio nazionale di come la classificazione accessoria e inferiore di metà del genere umano danneggi e distrugga le vite di tutti, femmine e maschi, e in questi spazi, umilmente, ascolti cosa le donne, le attiviste antiviolenza, le femministe hanno da dire.

Maria G. Di Rienzo

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(“Visionary and creative resistance: meet the women challenging extractivism – and patriarchy”, di Inna Michaeli e Semanur Karaman per Open Democracy, 3 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“Cos’è lo stato? Noi siamo lo stato! Lo stato è lo stato grazie a noi.” disse Havva Ana (Madre Eva), una donna di 63 anni che, nel luglio 2015, partecipò a una dimostrazione per bloccare la demolizione delle antiche foreste a Rize, in Turchia.

havva ana

Quel che Havva Ana (in immagine qui sopra) intendeva è che lo stato dipende dal popolo per la sua legittimazione – e che non deve dare priorità al profitto a breve termini rispetto ai diritti e al benessere. Le foreste di Çamlıhemşin hanno, per centinaia di anni, fornito mezzi di sussistenza e connessioni ancestrali nella regione del Mar Nero.

Messa di fronte alla distruzione, la donna ha resistito ai bulldozer e alle forze di sicurezza, formando una catena umana con altri dimostranti per arrestare la loro avanzata. Si è confrontata con la violenza con tutto quel che aveva: mettendo il suo corpo in prima linea. La polizia ha rimosso i manifestanti dal luogo con la forza, permettendo alla demolizione di continuare.

Havva Ana fa parte di un più vasto ecosistema di donne che lottano in prima fila per difendere terra, ambienti e modi di vivere dal violento modello di “sviluppo” basato sulle attività estrattive e sulla mercificazione senza limiti della natura. Questo è un lavoro pericoloso e le difensore dei diritti umani e dell’ambiente hanno dovuto fronteggiare attacchi sistematici. A livello globale, le élite economiche e politiche stanno distruggendo il pianeta, violando gli standard internazionali sui diritti umani e i trattati che proteggono i diritti dei popoli indigeni.

Nel 2015, 156 omicidi sono stati registrati dallo speciale rapporteur sullo stato dei diritti umani delle Nazioni Unite: il 45% era costituito da difensori/e di diritti ambientali, sulla terra e indigeni. Nello stesso anno, l’ong Global Witness documentò l’assassinio di 185 difensori/e dei diritti umani in 16 paesi, con Brasile, Filippine e Colombia in testa alla classifica per omicidi di attivisti indigeni.

L’assassino di Berta Cáceres, avvenuto l’anno scorso nella sua casa in Honduras, seguito ad anni di attivismo per proteggere il fiume Gualcarque dal progetto idroelettrico “Agua Zarca”, emblematico delle ritorsioni contro le donne che resistono alla distruzione dell’ambiente e a interessi potenti. Recente evidenza legale indica che il governo dell’Honduras possa aver collaborato con forze paramilitari addestrate negli Usa per ucciderla. Molte altri attacchi e omicidi non sono neppure denunciati.

Nel frattempo, una nuova ricerca di AWID e della Coalizione Internazionale delle Difensore dei Diritti Umani delle Donne, basata su consultazioni con donne che vivono in Africa, Asia e America Latina, rivela chiari schemi con specifiche di genere della violenza contro le donne che difendono terre e comunità – e guarda alle strategie delle donne per l’azione e la resistenza contro le industrie estrattive e il potere delle corporazioni.

“Quando mi minacciano, dicono che mi uccideranno ma che, prima di uccidermi, mi stupreranno. Non dicono questo ai miei colleghi maschi. Tali minacce sono dirette molto specificatamente alle donne indigene.”, dice Lolita Chavez (in immagine qui sotto), una difensora indigena dei diritti umani delle donne che vive in Guatemala, nella sua testimonianza raccolta come parte di questa ricerca.

lolita chavez

Molti difensori dei diritti umani in tutto il mondo fronteggiano criminalizzazione, stigmatizzazione e violenza, ma le donne fanno esperienza di minacce addizionali legate al genere. Per esempio, la stigmatizzazione può comprendere termini sessualmente degradanti o il mettere in discussione la donna come cattiva madre; la marginalizzazione economica delle donne può rendere difficile raccogliere il denaro per la cauzione se sono arrestate; forze di sicurezza private, forze paramilitari e membri della polizia che proteggono gli interessi corporativi hanno usato stupro, aggressione sessuale e intimidazione contro le donne difensore dei diritti umani. E’ importante sottolineare come le donne che si confrontano con le industrie estrattive sfidino non solo il potere delle corporazioni, ma anche il patriarcato e devono affrontare la repressione su ambo i fronti.

Mirtha Vázquez, una difensora dei diritti umani del Perù, dice: “Per noi, lo sviluppo ha a che fare con il benessere e la dignità delle persone e con la loro autodeterminazione su come vogliono vivere.” Nonostante il trattamento violento che fronteggiano troppo sesso, le donne difensore di terra, popolo e natura sono state visionarie e creative. La nostra ricerca sottolinea anche il loro lavoro di successo e ispirativo. Una delle storie di questo tipo è quella di Aleta Baun, una donna indonesiana che ha viaggiato di villaggio in villaggio per organizzare l’opposizione locale a una cava di marmo.

Ha dovuto subire arresti, pestaggi e minacce di morte. Ma con coraggio e determinazione ha raggiunto centinaia di persone e assieme ad altre donne ha passato un anno intero occupando l’ingresso a un sito di scavo, tessendo stoffe tradizionali. Nel 2010, dopo un anno di questa protesta pacifica, la pressione dell’opinione pubblica ha costretto le compagnie commerciali ad abbandonare le operazioni. Nel 2013, Baun ha vinto il Premio Goldman per l’Ambiente.

In tutto il mondo, le donne stanno chiedendo di mettere fine al potere delle corporazioni nel distruggere il pianeta per interessi a breve termine e avidità, e portano avanti visioni di sviluppo che hanno come interesse centrale le persone e la natura. Come spiega Bonita Meyersfeld, docente di diritto all’Università di Witwatersrand a Johannesburg: “Un progetto che genera benefici economici può essere chiamato “sviluppo” solo se tali profitti sono reinvestiti nella comunità. Altrimenti, stiamo parlando di sfruttamento, non di sviluppo.”

Molte altre migliaia di donne da ogni parte del mondo, oltre a quelle menzionate, stanno resistendo all’equazione sviluppo con investimenti stranieri e profitto per pochi. Invece, stanno offrendo una critica e progressista visione di uno sviluppo guidato dall’autodeterminazione, dalla dignità e dal rispetto e cura per la natura. Dobbiamo ascoltarle.

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L’ultima conferenza l’ha tenuta nello scorso settembre, ad un’iniziativa laburista contro le politiche britanniche sull’austerità. “Ho vissuto molto a lungo e ho una buona memoria.”, ha detto agli oltre 300 delegati, “Ho attraversato due guerre mondiali e ho passato la maggior parte della mia vita da adulta a lavorare per la pace sul nostro pianeta. Non penso che gli esseri umani siano civilizzati, se ancora buttiamo tempo e denaro per ucciderci l’un l’altro, mentre dovremmo essere seduti attorno a un tavolo a discutere come migliorare le vite della gente comune. (…) Ricordo con dolorosa chiarezza come prima di avere un servizio sanitario nazionale le famiglie erano costrette a scegliere fra comprare le medicine per i loro bambini o il pane.” Al termine del suo discorso – potente, appassionato e preciso come al solito – il leader laburista Ed Miliband le ha chiesto: “Hai una parola che mi serva da consiglio?” E lei: “Te ne do’ due: giustizia sociale.” Questa era Hetty Bower, una donna che è stata un dono per l’umanità, e che ci ha lasciati il 12 novembre scorso, due settimane dopo aver subito un infarto, all’età di 108 anni.

Hetty

Hetty era infatti nata a Londra nel 1905, settima di dieci figli, quando in Gran Bretagna regnava Edoardo VII e le donne non avevano ancora il diritto di voto. La sua prima ispirazione fu il lavoro di sua sorella Cissie, una suffragista: quando le donne vinsero la lotta per il voto, la piccola Hetty era certa che avrebbe fatto del suo meglio per cancellare le molte altre ingiustizie di cui era testimone. Promise a se stessa che sarebbe stata un’attivista sino al suo ultimo respiro, e così è stato; il fatto che la sua morte abbia preso di sorpresa chi la conosceva è un tributo alla sua straordinaria forza vitale, che l’ha spinta a partecipare a manifestazioni anche negli ultimi giorni della sua esistenza: “Perché non dovrei marciare? – rispondeva a chi si faceva scrupoli del coinvolgere una centenaria – Ho buone gambe.”

E quelle gambe l’hanno portata dappertutto, dallo sciopero generale del 1926 al gestire un rifugio durante la II guerra mondiale per le persone che fuggivano dalla Cecoslovacchia; dalla “Battaglia di Cable Street” nel 1936, in cui fronteggiò la polizia e le camicie nere affinché non si tenesse un assalto organizzato contro gli ebrei, alle proteste contro i tagli nel welfare. E sempre, sempre è stata in prima linea alle dimostrazioni per la pace: “Possiamo non vincere, protestando. Ma se non protestiamo perderemo certamente. Se andiamo al confronto, c’è sempre la possibilità di farcela.”

A Hetty, probabilmente, non piacerebbe leggere questo pezzo. Ai giornalisti diceva che era meglio usare lo spazio a disposizione per far capire la minaccia delle armi nucleari o la necessità di uno stato sociale. Ma io sono solo una scribacchina e non ho spazi di quella portata, cara Hetty. E ho scritto di te perché mi manchi, perché amavi la musica, perché tua figlia ha definito il tuo sorriso “un gran raggio di sole”, e perché le tue ultime parole sono state: “Bandite la bomba, per sempre.” (dall’inno pacifista “The H-Bomb’s Thunder”). Maria G. Di Rienzo

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