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Posts Tagged ‘terrorismo’

La paura, nelle situazioni di abuso domestico, è peculiare – cioè ha caratteristiche proprie e specifiche e non è un semplice sottoprodotto della violenza. Il controllo emotivo e psicologico che risulta dalla paura, definito dalle ricerche in merito terrorismo quotidiano, nutre il modo in cui l’abuso continua a “funzionare”:

1) Subire abusi in ambiente domestico, da un partner intimo, dà forma alla natura della paura immediata durante gli incidenti violenti. Questa paura diventa cronica con il tempo, opera un trauma profondo e ha effetti negativi sulla salute e il benessere in generale. Chi abusa adotta una serie di tattiche e comportamenti per mantenerla costante;

2) L’isolamento – ma forse sarebbe più corretto definirlo “intrappolamento” – sociale e fisico che sovente accompagna gli abusi rinforza la paura e rende il cercare aiuto più difficoltoso. Le vittime sperimentano un’enorme umiliazione legata anche alla sensazione di essere impotenti;

3) La paura è la principale ragione-chiave per il silenzio e il non abbandono dell’abusante e dell’ambiente domestico;

4) Tenere una persona uno in stato di paura cronica non richiede di usare violenza fisica continuamente e persino del tutto;

5) Usare questa paura e “giocarci” sono azioni comuni per coloro che abusano e sono rese possibile dalla loro conoscenza intima della persona di cui stanno abusando;

6) I violenti raccontano storie “verosimili” e “razionali” sugli abusi che perpetuano, recitano il ruolo della vittima, e spessissimo gettano il biasimo per le loro azioni sulle persone di cui stanno abusando: come risultato, molte di queste ultime fanno esperienza di una sorta di “bispensiero” in cui stentano a riconoscere come violazioni dei loro diritti ciò che loro accade;

7) I ruoli di genere all’interno delle relazioni intime (in altre parole, a chi è demandato il lavoro domestico, di cura, emozionale) rendono più facile l’abuso per i perpetratori e più difficile la fuga alle loro vittime. La violenza non accade in un vuoto sociale, ma in una società che ha ancora forti aspettative sui comportamenti e i ruoli che uomini e donne devono tenere nelle loro relazioni: questo scenario indebolisce la reazione di chi subisce abusi e rende più agevole per chi abusa continuare a farlo senza essere contrastato;

8) Altre diseguaglianze sociali, in special modo quelle che riguardano l’orientamento sessuale, il reddito, la classe sociale, l’appartenenza etnica, la disabilità, esasperano gli effetti della violenza domestica e la paura a essi collegata;

9) Nemmeno la paura si crea in un vuoto sociale. I nostri sentimenti sono influenzati da quelli di chi abbiamo intorno e dalle nostre supposizioni su come costoro si sentono. Nel caso della violenza domestica, sulla paura ha influenza come la società vede e giudica questa stessa violenza (prescrizioni morali e religiose ad esempio), hanno influenza familiari e amici, personale medico e dei servizi sociali, personale delle forze dell’ordine, giudici e avvocati, eccetera.

Cosa succede con tutte queste classi di individui nominate al punto 9)? Che troppi di essi non hanno formazione specifica sulla violenza, ne’ in generale ne’ su quella domestica e di genere, perciò rispondono alle vittime basandosi sui propri pregiudizi sociali, umiliandole di nuovo e creando in loro la sensazione di essere RESPONSABILI di ciò che subiscono, completamente SOLE e persino PAZZE.

Dopo una vita vissuta nell’abuso domestico inflittole dal marito e una prima coltellata ricevuta da costui nel 1995, Rosanna Belvisi è stata massacrata definitivamente il 15 gennaio: questa volta, le coltellate coniugali erano 23.

I giornali riportano che, “per il Questore di Milano Antonio De Iesu, questo caso «è emblematico di un quadro famigliare malato, con rapporti violenti che non vengono alla luce». È la storia di una donna che è stata lasciata sola, senza aiuti per uscire da una vita di terrore. «La normativa in materia adesso c’è – ha ricordato De Iesu – le vittime di stalking devono ricorrere ai centri antiviolenza e avvisare le questure, che hanno il potere di “ammonire” gli uomini violenti». Eppure poche lo fanno. (rileggete i 9 punti precedenti e non sarà difficile capire perché, ma come vedremo c’è dell’altro, nda.) «Il sistema funziona. – dice sempre il Questore – Ma a Milano riceviamo centinaia di chiamate per violenze nei confronti di donne che invece non denunciano fino a quando è troppo tardi». Per questo, «la cosa più importante è sensibilizzare le donne: devono chiedere aiuto».”

Ma quando lo fanno, che tipo di aiuto ricevono dalle istituzioni che ora “hanno la normativa” in base a cui agire? E’ proprio sicuro che il sistema funzioni? Mi segua, signor De Iesu: siamo nella Questura della mia città, è il 5 novembre scorso, e io sto presentando un esposto per “stalking condominiale”. E’ violenza generalizzata, non di genere o domestica, ma sempre violenza è (l’art. 612 del Codice Penale può essere applicato a tutte quelle situazioni capaci di “creare inquietudine a chi le subisce” e io ho sviluppato in 6 mesi di tortura uno “stato d’ansia reattivo con conseguenti episodi di tachicardia e dispnea ansiogena tali da ricorrere all’uso di terapia farmacologica”). Il mio scritto espone i fatti dettagliatamente, ho testimoni e vi sono altre vittime. Il funzionario, una volta finito di registrarlo, alza la testa e dice: “Tanto dirà che lei è pazza e si è inventata tutto.” La funzionaria n. 2 mi chiama al telefono il 13 gennaio, giorno in cui la persona che tramite l’esposto chiamo ad assumersi le sue responsabilità si degna di presentarsi al colloquio: il signore le ha detto che lui non fa nulla, e quindi nulla è accaduto. Ha fatto la vittima, si è detto davvero dispiaciuto, eccetera eccetera. Sottilmente, la funzionaria suggerisce che forse mi sono sbagliata. Allibita, poiché ci sono altri sei adulti in tre appartamenti differenti che “si sbagliano”, riassumo il caso e le faccio notare le contraddizioni in cui il tipo continua a cadere. Risposta piccata: “Può presentare querela, se vuole, ma tanto non otterrà nulla lo stesso.”

Non so cosa la funzionaria pensi io voglia “ottenere”, ma in realtà è molto semplice: non sono compensazioni e risarcimenti e neppure scuse – voglio che si smetta di farmi del male.

E vede, signor Questore, quest’uomo è per me un estraneo. Si immagini cosa vuol dire emergere dal “terrorismo quotidiano” che ho esposto sopra e andare a denunciare un marito, un compagno, il padre dei tuoi figli, il quale dirà similmente “si è inventata tutto”, “esagera”, “è ipersensibile” “ha frainteso”, “è eccessivamente emotiva”, “è esaurita” (a forza di vessazioni non è difficile raggiungere questo stato)… immediatamente creduto e legittimato. E nel terrorismo quotidiano si ripiomba. Il tuo timore più grande si avvera: anche se parli, le tue parole non hanno valore. Non è successo niente. Lo ha detto un uomo, perciò dev’essere andata così. Perché si sa, non è vero, che le donne mentono, le donne non sono in grado di distinguere bene una carezza da un cazzotto, le donne sono perfide, le donne non sono affidabili. Come possono le parole di una donna essere vere e quelle di un uomo false qualora due versioni siano in conflitto?

Perciò, la “cosa più importante” non è “sensibilizzare le donne”: il clima culturale che le opprime dev’essere sfidato, chi deve essere reso più consapevole e più capace è l’apparato istituzionale e i consigli per un diverso comportamento, se vogliamo che la musica cambi, devono essere dati AI PERPETRATORI, NON ALLE VITTIME.

Sensibilizziamo gli uomini, signor Questore.

Maria G. Di Rienzo

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E’ bene sapere di chi è veramente la colpa: Mohamed Lahouaiej Bouhlel, nato nel 1985, francese di origine tunisina che ha ucciso 84 persone e ne ha ferite altre 200 a Nizza falciandole alla guida di un camion era “depresso e instabile da quando era iniziata la procedura per il divorzio dalla moglie”.

I quotidiani italiani sparano questa frase – o una frase simile – direttamente nel titolo o nell’occhiello dei loro pezzi in materia; non c’è bisogno di essere enigmisti o crittografi per capire che la considerano un’informazione assai rilevante. Ma fra le notizie raccolte sino ad ora sull’autore delle strage, che era possibile sottolineare, c’è per esempio anche questa: fra i suoi “piccoli” precedenti penali c’è la violenza contro la ex compagna, per la quale era stato allontanato nel 2012 dall’abitazione che con lei condivideva.

Comunque, nei prossimi giorni devo aspettarmi cose di questo tipo? “Il disastro ferroviario del 12 luglio: una “dama bianca” avrebbe respinto gli approcci di due dirigenti di Ferrotramviaria, causando loro forte stress.”, oppure “Il generale che sta manovrando il colpo di stato in Turchia è stato lasciato dalla moglie e friend-zonato dall’amante: Sono un uomo, dovevo pur sfogare la mia rabbia in qualche modo, ha detto alla stampa.”, o più precisamente ancora: “Cherchez la femme e fategliela pagare, ce n’è di sicuro almeno una dietro qualsiasi atrocità o canagliata un uomo commetta.”

Il brano seguente è tratto da un’intervista a Gloria Steinem (attivista femminista di lunghissimo corso, ha 82 anni) rilasciata a Samiha Shafy dello Spiegel il 6 luglio scorso:

Steinem dice che tutto quello che hai bisogno di sapere su una società qualsiasi è come tratta le donne che ne fanno parte. Non è un caso, dice, che così tanti terroristi moderni crescano in ambienti dove gli uomini hanno controllo sulle donne: “L’indicatore più affidabile per capire se c’è violenza all’interno di un paese, o se esso userà violenza militare contro un altro paese, non è la povertà ne’ l’accesso alle risorse ne’ la religione e persino non il livello di democrazia. E’ la violenza contro le donne. Normalizza tutte le altre forme di violenza.” Maria G. Di Rienzo

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Naturalmente cerco di prendere tutto quel che leggo sui quotidiani cum grano salis, ma sembra che almeno uno dei giovani signori che avrebbero “reagito” alla “giocattolizzazione” della loro fede (ci sei, Bergoglio?) facendo stragi in quel di Parigi, il Corano non lo abbia mai aperto: ha letto l’interpretazione sul web. Salah Abdeslam sarebbe insomma un “laureato all’Università YouTube”, come si dice da noi, un ignorante infarcito di nozioni pescate a caso su internet e scollegate sia fra loro sia da qualsiasi approfondimento o riflessione.

Secondo il suo avvocato belga, che lo gratifica di ogni sorta di epiteti poco lusinghieri parlando della sua intelligenza, appartiene a una generazione che crede di vivere in un videogioco. Non so quanti anni abbia l’inviato de La Stampa che oggi, 28 aprile 2016, riporta la notizia dell’estradizione in Francia di Salah Abdeslam, ma a giudicare dal suo articolo potrebbe appartenere alla medesima generazione di young and ignorant people: citando l’avvocato suddetto infatti scrive “… c’è stato uno scambio di colpi, ma io so’ difendermi.”

Signore, mi ascolta? Coniugazione del verbo sapere, presente indicativo – io so, tu sai, egli sa, noi sappiamo, voi sapete, essi sanno. So’ è, al massimo, l’elisione di “sono”, presente soprattutto in alcuni dialetti: “Ciao, so’ Gino, che fai, esci?” “Nun posso, sto a scrive n’articolo… è difficile, perché lo devo scrive in lingua straniera… in italiano, li mortacci.”

Maria G. Di Rienzo

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(“Baghdad Before the Occupation”, di Amal Al-Jubouri, poeta contemporanea e attivista per i diritti umani nata a Baghdad – Iraq, trad. Maria G. Di Rienzo. In una recentissima intervista (12 aprile u.s.), Amal ha raccontato di come a 16 anni perse la voce e come la ritrovò: aveva partecipato a un festival di poesia e i suoi fratelli adolescenti intendevano ucciderla per questo. “Ero terrorizzata… e come risultato, divenni muta.” Ma la sua voce tornò a lei poco tempo dopo, quando il poeta Nizar al-Qabbani disse pubblicamente: Io mi sono sposato nel 1963 e l’Iraq allora era una società dalla mente aperta. Com’è che nel 1984 una giovane poeta viene minacciata solo per aver partecipato a un festival? “Questa storia diede una scossa al mio cervello e ripresi a parlare.”, ha detto Amal. Due anni dopo avrebbe pubblicato la sua prima raccolta di poesie e più tardi avrebbe lavorato in televisione a un proprio programma culturale. Nel 1997 è fuggita dall’Iraq con sua figlia e si è stabilita a Monaco, in Germania. Sempre nell’intervista parla dell’esplosione di un’autobomba nella Strada Al-Mutanabbi (5 marzo 2007, 26 vittime) e della lezione che da essa ha appreso: “Perdonare, ma non dimenticare. E non aprire le porte alla vendetta.” La strada porta il nome di un poeta iracheno del 10° secolo ed è sempre stata il cuore della Baghdad letteraria e intellettuale. Dopo il disastro, ci volle un anno di lavoro per riaprirla.)

amal

BAGHDAD PRIMA DELL’OCCUPAZIONE

La mia solitudine, a cui sono sempre tornata

Città che custodisce la mia religione segreta nelle sue biblioteche

Sono tornata per posare la testa sulla sua spalla

e, con un solo sguardo, lei ha visto quanto stanca ero.

Ha avvolto i suoi giardini, la sua fragranza, attorno a me

Mi ha riscaldata e nei suoi occhi ho visto

quanto sciocca ero stata

Le mie poesie erano lacrime che avevano raggiunto la mia amata

ben prima che lo facessi io

baghdad flower festival

(Festival Internazionale dei Fiori a Baghdad)

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lahore

Almeno 65 morti e oltre 300 feriti – donne e bambine/i in maggioranza: è l’ancora incerto bilancio dell’ennesimo giorno del terrore, questa volta a Lahore, in Pakistan, in un parco giochi. Parigi, Bruxelles, Istanbul… la lista è lunga e fa il giro del mondo. Leggeremo le analisi, ascolteremo le invettive e le richieste di guerra – muri – espulsioni – più armi, più morti, più morti, più morti.

I terroristi stanno avendo questo successo: ci reclutano. Siamo spinti ad adottare la loro visione del mondo, a usare le loro parole, a chieder loro scusa per Guantanamo (di cui non può fregargliene di meno) mentre lasciano una scia di corpi spezzati ovunque passino e che nulla con Guantanamo avevano a che fare, oppure a credere che l’unica risposta sia un imperialismo ancora più bellicoso e razzista di quello esistente. Paura e arroccamento. Odio contro odio.

Il terrorismo funziona perché divide tutti coloro che gli sopravvivono, polarizzandoli e imponendo loro di schierarsi. Con chi stai, con noi assassini o con gli assassini americani? Fanno le manifestazioni per Bruxelles, vedi, ma di quello che è successo con i droni a casa tua se ne fregano.

Io vorrei dare una risposta, ma non posso darla da sola. Ho bisogno che il movimento pacifista, il movimento nonviolento e il movimento delle donne la diano con me, e a livello internazionale. Fissiamo un giorno e scendiamo davvero nelle strade, in tutto il mondo, come facemmo contro la guerra in Iraq, a dire che NOI SIAMO SCHIERATE/I CONTRO LA VIOLENZA. Che ogni vittima, ovunque, chiunque l’abbia strappata alla vita l’ha strappata anche al nostro cuore e non lo accettiamo. Vi prego. Maria G. Di Rienzo

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(“Love Song”, di Jessica McKenna, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo)

i miss you di shinywish

Mi manchi.

Non mi manca il tuo profumo,

o il modo in cui cammini,

o il modo particolare in cui ondeggi.

Non certe parti del corpo,

o il modo in cui i tuoi occhi appaiono differenti in differenti luci.

Semplicemente mi manchi tu,

un certo tratto indistinto che separa

la tua pelle dalla pelle,

la tua aria dall’aria,

che la tua sola presenza

fa risaltare con il volume di una folla.

(per ogni vittima degli attentati di Bruxelles – 22 marzo 2016 – e del terrorismo, della guerra, della violenza ovunque)

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(“On the Terrorist Mystique”, di Robin Morgan per Women’s Media Center, 24 novembre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. Robin Morgan è una femminista, una scrittrice, un’attivista e una conduttrice radiofonica. Il libro citato in questo articolo, “The Demon Lover”, è disponibile in italiano con il titolo “Il Demone Amante”.)

Robin Morgan - Demon Lover

Ci siamo già passati.

E, tragicamente, ci passeremo ancora. E ancora. Gli altari sui marciapiedi, le candele, i fiori, le persone in lutto, la rabbia. Gli assalti dello “Stato Islamico”, o Daesh come lo chiamano gli arabi, contro Beirut, contro le linee aeree russe, contro Parigi, provano che l’IS ha più gente – decine di migliaia di soldati – e scopi maggiori e portata più ampia di quanto si pensasse.

Perciò i prevedibili tentativi di analisi sono proposti di nuovo e girano in tondo: perché uomini giovani sono così attratti da questa setta super violenta – ma non è una setta. “E’ il sogno di un passato glorificato e mitizzato nella reinstallazione del califfato. Per un uomo povero è salario, niente di più. Cibo. Pane. Come pure il senso di valere qualcosa, di combattere per una causa più grande e naturalmente, se è religioso, la ricompensa del martirio.”

Ma, chiede la gente, perché quelli che sono meglio istruiti? Come possono coloro che hanno retroscena di classe media, o persino medio-alta, andare ad unirsi all’IS? “Anche loro lo fanno per ragioni religiose, per i sogni del passato di gloria e per le aspettative disattese, perché anche se istruiti non trovano lavoro. E, ovviamente, il premio: la promessa di schiave femmine è un enorme allettamento.”

Sino a che non andremo oltre tali analisi superficiali, continueremo a ripetere e ripetere questo scenario tragico. Perché il terrorista è la logica incarnazione delle politiche patriarcali in un mondo tecnologico.

Il terrorista è il figlio che mette in pratica ciò che il padre (che ha il potere) ha sempre fatto reclamando di trovare in ciò la propria identità. Per cui il figlio lo imita. E come al solito, con una paterna mistura di orgoglio e allarme, il padre lo disereda o lo riconosce, a seconda di quanto da vicino il figlio ha seguito o no i suoi passi. Lo potete sentire nelle prediche e nelle pratiche del padre: per l’amministrazione Reagan negli Usa, i contras del Nicaragua erano combattenti per la libertà, non terroristi, e le squadre della morte del generale Pinochet in Cile erano poliziotti, non terroristi. Invece i militanti neri sudafricani che combattevano l’apartheid e i gruppi paramilitari palestinesi che combattevano l’occupazione – quelli erano terroristi. Per l’Unione Sovietica, d’altra parte, l’esercito popolare in Salvador era una forza rivoluzionaria insorgente, mentre la resistenza popolare afgana era un fenomeno terrorista. Molto ironico, sì.

Il misticismo terrorista è il fratello gemello del misticismo della mascolinità e il padre mitico di entrambi è l’Eroe. Il terrorista ha carisma perché è la manifestazione dell’Eroe nell’era tecnologica, e questa è la democratizzazione della violenza, perché ora qualsiasi uomo può essere un eroe. E’ il trionfante eroe che vince la sua rivoluzione e si sposta nel palazzo presidenziale: George Washington e Mao Tse-tung, Fidel Castro e Anwar Sadat e Menachem Begin. Ed è l’eroe martirizzato che perde e viene distrutto: Spartaco, Cavallo Pazzo, Zapata, Patrice Lumumba, Che Guevara – e naturalmente c’è il martirio promesso dal fondamentalismo islamico

Senza la propaganda del mito dell’eroe, l’omicidio è un affare sordido. Però con il mito dell’eroe, ogni atto di violenza è reso non solo possibile, ma inevitabile. Lo stupratore è trasformato in seduttore, il tiranno governa per diritto divino e il terrorista ricostituisce l’Eroe. Guardatelo. Eccolo là, giovane, snello, vestito tutto di nero, il viso in ombra o mascherato da un passamontagna, i suoi gesti svelti ed economizzati come quelli di un predatore. Non solo il suo corpo regge i magici attrezzi della morte, ma è lui stesso un magico attrezzo di morte. Il suo impegno è totale. E’ un fanatico della dedizione, una mistura di impetuosità e disciplina. E’ disperato e perciò vulnerabile, è completamente a rischio e perciò coraggioso, è un idealista però temprato e, più di tutto, è qualcuno del tutto assorbito da una passione.

Ma la sua passione è la morte. Lui è quel che passa per “mascolinità”. Nel fatto che cerca (o rischia) un nobile annichilimento, e nel fatto che minaccia (o promette) lo stesso ad altri, lui in effetti ci magnetizza. Ci affascina come un avatar del potere.

Noi riconosciamo che si tratta di un potere insano. Riconosciamo meno ciò che si trova dietro il suo passamontagna. Quel che c’è dietro lo abbiamo invocato per generazioni, è l’erotizzazione della violenza: il Demone Amante.

Quel che c’è dietro è l’uomo-guida della cultura popolare dell’intrattenimento, l’eroe di milioni di persone, Lone Ranger, Zorro, tutti gli eroi mascherati dei fumetti, l’abbandono spersonalizzato del martedì grasso, il carnevale, il ballo mascherato, lo smargiasso, il bandito, il pirata, il temerario, il principe-rospo, la Bestia che minaccia la Bella; i costumi, le uniformi, i travestimenti indossati dagli uomini della chiesa e dagli uomini dell’esercito, come Virginia Woolf nota ne “Le Tre Ghinee”, e dagli uomini delle corporazioni con le loro proprie divise, e dai radicali all’ultima moda o dai capitribù. L’Eroe si traveste e i vestiti dell’Imperatore furono tagliati dallo stesso sarto – e per lo stesso scopo.

Ma queste sono sciocchezze, potreste pensare: il terrorista è un uomo che indossa un passamontagna o una calza sul viso perché non vuole essere identificato; semplicemente non vuole che chiunque sappia chi lui è, tutto qui.

Ed è esattamente quel che dico io.

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