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Ci vorranno circa 10 giorni per esaminare la richiesta di asilo della 18enne saudita Rahaf Mohammed Alqunun (in immagine).

rahaf

A salvarla dal rimpatrio forzato dalla Thailandia, ove si trova attualmente, è stato il suo adamantino coraggio unito a una massiccia campagna a suo favore sui social media. Il video in cui si barrica nella stanza d’albergo a Bangkok, chiedendo fermamente la protezione dell’Alto Commissariato NU per i Rifugiati, ha fatto il giro del mondo. Sul suo account Twitter ce n’è un altro, che val la pena vedere pur se brevissimo: mostra il rappresentante saudita a Bangkok, signor Alshuaibi, mentre dice “Avrebbero dovuto portarle via il telefono, invece del passaporto”. Il traduttore al suo fianco ride servile alla squallida battuta.

Rahaf pianifica la propria fuga da quando aveva 16 anni. Suo fratello e altri membri della famiglia hanno l’abitudine di picchiarla ed è stata chiusa per sei mesi in una stanza perché si era tagliata i capelli in un modo che loro non approvavano. Se fosse costretta a tornare da loro, ha aggiunto, “mi uccideranno perché sono scappata e perché ho dichiarato il mio ateismo. Loro vogliono che preghi e che mi metta il velo, io non voglio.” In questo momento, suo padre e suo fratello sono a Bangkok. Le richieste di impiccagione per Rahaf riempiono i forum in lingua araba.

Ogni donna in Arabia Saudita è una minorenne legale quale che sia la sua età. Per tutta la vita ha un “guardiano” di sesso maschile (padre, fratello, zio o persino figlio) da cui deve ottenere una serie di permessi – lavorare, andare dal medico, affittare un appartamento, intraprendere un’attività economica, viaggiare, sposarsi, divorziare ecc. non sono decisioni che lei può prendere autonomamente. Nel 2017 le regole si sono allentate un poco per casi in cui vi siano “speciali circostanze”, ma di fatto questo sistema non ne è stato minimamente scosso.

Spesso la polizia chiede il permesso del “guardiano” per una donna che voglia sporgere denuncia, rendendo in pratica impossibile riportare la violenza domestica qualora commessa dal suddetto. Avete chiaro il quadro.

Gli uomini decidono, gli uomini pontificano, gli uomini sanno e fanno e disfano… anche sotto gli scarni articoli che la stampa italiana dedica alla vicenda: al 99,99% sono gli uomini a commentare.

C’è l’analfabeta becero:

“eroina de che? e (è, signore, è) fuggita dal paese con tanto di passaporto, diciamo che è scappata dalla famiglia x dei motivi che non conosciamo”

e l’analfabeta colto e solidale:

“Diciamo che la ignoranza e (è, perdinci) una cosa normale. (…) Il fatto è che sia la donna che l’uomo devono essere riguardati come una espressione della essenza umana senza considerazioni pregiudiziali che limitano il diritto alla scelta libera sebbene responsabile. (I beg your pardon?)

L’idea che la donna non può esercitare un livello di autorità e responsabilità uguale al (all’) uomo e (è, voce del verbo essere, terza persona singolare) regressiva, primitiva e porta ad un trattamento criminale non dissimile alla (dalla) schiavitu (l’accento, per piacere) istituzionalizzata del passato. Una donna che rischia la vita per difendere i suoi legittimi diritti e (è!!!) definitivamente eroica. (…)” Omettiamo pietosamente il resto…

Trovando difficile l’iter burocratico per essere accolta in Australia, che era la sua prima scelta, Rahaf ha chiesto asilo al Canada: sto sperando che tale nazione apra le braccia per lei. L’Italia? Be’, non è un paese per donne.

Maria G. Di Rienzo

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I rischi che fronteggiano hanno molte forme, incluse le molestie, le campagne diffamatorie e la violenza fisica – non solo contro di loro, ma spesso anche contro le loro famiglie. Sperimentano l’esaurimento a causa del loro impegno e il ruolo vitale che giocano è sovente non visibile all’opinione pubblica. Pure, rifiutano di smettere di lottare perché credono che i nostri diritti umani dovrebbero essere protetti e rispettati.”

Chi sono? Sono le difensore dei diritti umani delle donne e così sono presentate nella campagna organizzata da Global Fund for Women, JASS (Just Associates), e MADRE:

https://www.globalfundforwomen.org/defendher/

Mentre crescono estremismo politico e restrizioni dirette ai gruppi della società civile, le difensore si trovano davanti attacchi sistematici che hanno lo scopo di ridurle al silenzio. – continua la presentazione – Dozzine di esse sono state uccise o imprigionate per aver parlato di sesso, per aver difeso i fiumi, per aver portato alla luce la corruzione. Tramite la campagna DefendHer stiamo rendendo visibili il loro ruolo e i rischi da esse affrontati nella speranza che ottengano sostegno e che si rispettino la loro sicurezza e le loro voci. Questa campagna presenta le storie di 14 incredibili difensore dei diritti umani e dei gruppi in tutto il mondo che, nonostante minacce e rappresaglie stanno lavorando per: mettere fine alla violenza contro le donne; far avanzare i diritti delle persone LGBTI; proteggere il pianeta e i diritti delle comunità indigene e molto altro.”

defendher

(Illustrazione originale per la campagna dell’artista femminista María María Acha-Kutscher, https://lunanuvola.wordpress.com/2015/07/03/mujeres )

Poiché l’appello dice chiaramente “diffondete le loro storie, passate parola e accendete conversazioni sul loro lavoro”, ma tradurre tutti i pezzi mi costringerebbe a comprare occhiali nuovi, eccovi un sommario su chi sono queste donne:

Marta Alicia Alanis, lavora in Argentina, fa parte dei Cattolici argentini per l’autodeterminazione e della Campagna nazionale per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito.

Nelle sue parole: “Le donne dovrebbero poter scegliere di diventare madri. Non dovrebbe essere un’imposizione dovuta alla mancanza di accesso a educazione sessuale o contraccettivi, o al destino, o alla semplice sfortuna.”

Alia Almirchaoui, dell’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq (di cui ho parlato spesso). E’ un’irachena di colore sopravvissuta alla violenza e dalla violenza sta difendendo le sue simili. Nelle sue parole: “Nessuna persona è migliore di un’altra. Io sono qui per difendere la diversità all’interno della società.”

Khadrah Al Sana, dell’organizzazione israeliana Sidreh, che difende la sicurezza delle donne beduine. Nelle sue parole: “Le donne devono vivere in dignità e non devono essere separate dalla società in cui vivono: ognuno ha un ruolo importante nella vita e le donne dovrebbero poter dare e ricevere benefici in questo mondo.”

Bai Bibyaon Ligkayan Bigkay, filippina del gruppo etnico Lumad, lavora nelle associazioni indigene femminili e miste (Sabokahan, Pasaka, Bai). Sta difendendo i territori nel raggio del monte Pantaron e chiedendo il ritiro dei gruppi militari e paramilitari.

Nelle sue parole: “Voglio che le giovani generazioni abbiamo una vita migliore di quella che ho fatto io, voglio che godano i frutti dei nostri sacrifici. Il solo ostacolo che la mia età (70 anni) mi pone è qualche limitazione fisica, ma il mio spirito di lotta ha un’energia altissima.”

Azra Causevic, dell’associazione Okvir per i diritti delle persone omosessuali, bisessuali, transgender ecc. di Bosnia ed Erzegovina: vuole una vita dignitosa, libera dalla violenza per tutti.

Nelle sue parole: Dobbiamo difenderci l’un l’altro sempre, in ogni situazione in cui vediamo ingiustizia, proprio perché sappiamo come ci sente a essere dei sopravvissuti.”

Melania Chiponda, Zimbabwe, della WoMin African Gender and Extractives Alliance. Lavora per i diritti delle donne sulla terra e per mettere fine agli abusi sessuali perpetrati dalle forze di sicurezza. Nelle sue parole: “Se porti via la terra alle donne nelle aree rurali, porti via la loro sopravvivenza. Perciò lottiamo. Perché non abbiamo più nulla da perdere.”

Leduvina Guill, nicaraguense dell’ong Wangki Tangni, difende il diritto di donne e bambine a vivere vite senza violenza. Nelle sue parole: “Combattere la violenza contro le donne è cruciale, perché si tratta delle loro vite; come difensora salvi le vite delle donne. I diritti sono molto importanti, le donne soffrono così tanto quando non hanno diritti.”

Magdalena Kafiar, fa parte del FAMM (Forum giovani donne attiviste indonesiane) ed è ministra della chiesa evangelica. Lavora per la difesa dei diritti delle donne e della terra. Nelle sue parole: “Ormai conosco il pericolo, ma mantengo lo spirito dentro di me e mi muovo in avanti. Devo lottare continuamente per rivelare le ingiustizie in Papua.”

Miriam Miranda, della Organización Fraternal Negra Hondureña (OFRANEH), Honduras. Lotta per il rispetto e la sicurezza delle culture indigene, per l’accesso alla terra e alle risorse, per i diritti delle donne. Nelle sue parole: “La lotta, come la vita stessa, dovrebbe essere gioiosa.”

Irina Maslova, dell’organizzazione Silver Rose, Russia. Agisce nell’ambito della protezione dei diritti umani per tutti, compresi gruppi svantaggiati e donne nelle prostituzione. Nelle sue parole: “La rivoluzione comincia dal basso, quando coloro che sono esclusi da questa vita devono lottare per il loro diritto di rientrarci.”

Honorate Nizigiyimana, dell’organizzazione Développement Agropastoral et Sanitaire (Dagropass), Burundi. Lavora per la pace e la sicurezza delle donne nel suo paese. Nelle sue parole: “Sebbene io sia la più anziana della mia famiglia, sono ancora considerata una persona di poco valore. E’ la cultura attuale del Burundi. Sono questi comportamenti che mi hanno condotta a pensare alla promozione dei diritti delle donne.”

Tin Tin Nyo, dell’Unione donne birmane. Lavora in Thailandia per i diritti delle donne e la loro rappresentazione nelle negoziazioni di pace. Nelle sue parole: “La nostra arma più potente è la nostra voce. Abbiamo verità e sincerità. Queste sono le armi che dobbiamo usare per tutte le donne che sono senza voce e senza aiuto.”

Ana Sandoval, Guatemala, del gruppo di Resistenza Pacifica “La Puya”. Lavora per i diritti comunitari sulla terra e per la chiusura della miniera Progreso VII. Nelle sue parole: “Alla fine, tutte le lotte hanno il medesimo obiettivo: la difesa della vita.”

Menzione di gruppo: Forze unite per i nostri “desaparecidos” in Coahuila e Messico.

Le donne sono Yolanda Moran, Angeles Mendieta, Blanca Martinez. Vogliono giustizia e verità per le famiglie delle persone “scomparse”. Dice Blanca Martinez: “Noi crediamo che bisogna battersi per i propri diritti e difenderli, nessuno li difenderà per noi se non lo facciamo.”

Maria G. Di Rienzo

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Io non posso permettermi di scegliere su quale fronte devo lottare contro le forze della discriminazione, ovunque esse appaiano per distruggermi. E quando appaiono per distruggere me, non ci vuol molto tempo prima che appaiano per distruggere te. Audre Lorde

Perciò, l’attivismo delle donne è più spesso che no a 360° ed è questo il caso per il “poker” di bellissime sorelle dispiegato qui sotto.

sandy

Sandy Saeturn, organizzatrice della Rete Ambientalista dell’Asia del Pacifico, è originaria del Laos ma è nata in un campo profughi in Thailandia: la sua famiglia fuggiva dalla guerra. A tre mesi è arrivata negli Stati Uniti. “Sono cresciuta nel quartiere popolare nord di Richmond. Potevo vedere la raffineria della Chevron dal cortile della mia scuola.” In città ci sono ancora circa 350 siti tossici, che rendono Richmond un punto chiave per le lotte ambientali e di giustizia sociale. “Con il tempo – racconta ancora Sandy – mio zio, le mie zie e i miei nonni sono morti per problemi respiratori e cancro. Persone di 30/40 anni morivano di tumore e nessuno nella mia comunità ne parlava. Quando avevo 14 anni, membri della Rete Ambientalista dell’Asia del Pacifico condivisero con noi le informazioni sull’impatto che le compagnie chimiche avevano sull’ambiente e sulla salute e capii quanto questo fosse ingiusto.” Da 15 anni Sandy lavora per costruire consapevolezza sulla giustizia ambientale e progetti che sostengano i giovani.

dayamani

Dayamani Barla, giornalista tribale e leader movimentista, è in prima linea nelle lotte per la terra a Jharkhand, in India. Dayamani sostiene che lo spostamento forzato delle comunità indigene è equivalente all’annichilazione culturale e promuove modelli di sviluppo sostenibile che integrano le conoscenze e le visioni del mondo indigene. “Si tratta di un modello che contiene il pensiero scientifico dello stile di vita indigeno, per cui la tecnologia lavora in armonia e cooperazione con la natura. Non si può continuare a pensare di prendere dalla natura e basta.”

rita

Rita Thapa è attivista pacifista e per i diritti delle donne. Dopo il disastroso terremoto che ha colpito il Nepal l’anno scorso e il suo impatto sproporzionato sulle vite delle donne, Rita si è rimboccata le maniche per ricostruire. Non è stata la sola ad assumere un ruolo guida nella faccenda: “Le donne tengono insieme le comunità: per il dopo terremoto non è stato diverso, la ricostruzione è stata portata sulle loro spalle. La cosa notevole è che hanno dimostrato come il lavoro di recupero a lungo termine per le creature e il pianeta Terra può essere svolto con minimo impiego di denaro o di potere. Nutrire i piccoli, gli anziani, i malati e i feriti; continuare il lavoro nei campi e nelle case; raccogliere – letteralmente – le macerie: ciò permette a chi è stato colpito di avere il tempo necessario a guarire. Chiunque può imparare da questo: per aver cura l’uno dell’altro e del pianeta non ci vuole chissà che scienza. Una leadership intessuta profondamente di compassione, cura e rispetto che permette di ricostruire fiducia e speranza è tutto quel che serve.”

eriel

Eriel Deranger è un’indigena Athabasca Chipewyan di Alberta, in Canada. La sua voce è una delle maggiormente incisive fra quelle che si oppongono al grande progetto industriale che vede coinvolte circa venti aziende di vari paesi, dal Canada al Giappone alla Corea del sud: l’estrazione e la lavorazione delle sabbie bituminose nella sua zona (rocce sedimentarie che contengono bitume). Il bitume viene estratto tramite pozzi o miniere superficiali e dev’essere trattato con solventi e altre sostanze chimiche per diventare petrolio. Gli scarti tossici le aziende li scaricano direttamente nel fiume Athabasca (nel 1997, la ditta Suncor ammise di averci versato 1.600 metri cubi di acqua contaminata al giorno) che era il più grande delta di acqua dolce al mondo e che grazie al criminale menefreghismo degli estrattori conterà più di un milione di metri cubi di acqua contaminata nel 2020: arsenico, cadmio, cromo, piombo, mercurio, nickel e altri metalli stanno fluendo nei tributari del delta.

Eriel dice che l’impatto dello sfruttamento delle sabbie bituminose distrugge ambiente, cultura, salute e siti sacri alle comunità indigene, ma riconosce l’oppressione in tutta la storia dei popoli indigeni: “Con la colonizzazione ci hanno imposto anche il patriarcato. Le nostre erano società matrilineari in cui le donne avevano potere e oggi lo stiamo reclamando come leader, nel far parte del risorgimento dei nostri popoli, non solo nelle lotte ambientaliste e per la giustizia climatica, perché riaffermiamo la nostra identità indigena in differenti movimenti.” Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Very inconvenient truths: sex buyers, sexual coercion, and prostitution-harm-denial”, un lungo, rigoroso e dettagliato saggio di Melissa Farley per Logos Journal, gennaio 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Melissa Farley, psicologa clinica e ricercatrice è la direttrice esecutiva del Centro “Prostitution Research and Education” di San Francisco, Usa. L’anno scorso ha pubblicato la ricerca “Pornography, Prostitution, & Trafficking: Making the Connections”. Cioè, non è una che ha “parlato una volta con Sempronia che si prostituiva quattro decenni fa” o che cita il proprio cugino come fonte autorevole, è una che di prostituzione si occupa professionalmente e scientificamente da trent’anni e passa.)

Alcuni sfruttatori, alcuni compratori di sesso e alcuni governi hanno preso la decisione di ritenere ragionevole l’aspettarsi che determinate donne tollerino lo sfruttamento e l’assalto sessuale per sopravvivere. Queste donne più spesso che no sono povere e più spesso che no sono marginalizzate per motivi etnici o razziali. Gli uomini che le comprano hanno maggior potere sociale e maggiori risorse rispetto alle donne. Per esempio, un canadese turista della prostituzione ha detto delle donne thailandesi che si prostituiscono: “Queste ragazze devono pur mangiare, non è vero? Io sto mettendo il pane nel loro piatto. Sto dando un contributo. Morirebbero di fame se non facessero le puttane.”

Questo darwinismo autocelebratorio evita la questione: le donne hanno il diritto di vivere senza l’aggressione sessuale o lo sfruttamento sessuale della prostituzione, o questo diritto è riservato a coloro che godono di privilegi di sesso, razza o classe? “Ottieni quello per cui paghi senza il no. – ha spiegato un altro compratore di sesso – Le donne che non si prostituiscono hanno il diritto di dire no.” Noi abbiamo protezione legale dalle molestie sessuali e dallo sfruttamento sessuale. Ma tollerare abusi sessuali è la descrizione della prostituzione come lavoro.

Una delle bugie più grandi è che la maggior parte della prostituzione sia volontaria. Se non ci sono prove dell’uso della forza, l’esperienza della donna è archiviata come “volontaria” o “consensuale”. Un compratore di sesso ha detto: “Se non vedo una catena alla sua caviglia, presumo che lei abbia fatto la scelta di essere là.”

Il pagamento del puttaniere non cancella quel che sappiamo della violenza sessuale e dello stupro. Sia o no legale, la prostituzione è estremamente dannosa per le donne. Le prostitute hanno le più alte percentuali di stupro, aggressioni fisiche e omicidio di qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato.

Secondo una ricerca olandese, il 60% delle donne che esercitano legalmente la prostituzione sono state fisicamente assalite, il 70% minacciate di aggressione fisica, il 40% ha fatto esperienza di violenza sessuale e un altro 40% è stato obbligato con la forza a prostituirsi legalmente.

Nell’ultimo decennio, dopo aver intervistato centinaia di compratori di sesso in cinque paesi (Usa, Gran Bretagna, India, Cambogia e Scozia), stiamo osservando più da vicino i comportamenti e le attitudini che alimentano la misoginia della prostituzione e abbiamo cominciato a capire alcune delle loro motivazioni. I comportamenti normativi dell’acquirente di sesso includono il rifiuto a vedere la propria partecipazione in attività dannose, come il disumanizzare una donna, l’umiliarla, l’aggredirla verbalmente e fisicamente e sessualmente, e il pagarla in danaro per farle compiere atti sessuali che altrimenti non compirebbe.

I compratori di sesso non riconoscono l’umanità delle donne che per il sesso usano. Una volta che una persona sia stata mutata in oggetto, lo sfruttamento e l’abuso sembrano pressoché ragionevoli. Nelle interviste tenute con i compratori di sesso in culture differenti, essi hanno fornito alcuni agghiaccianti esempi di mercificazione. La prostituzione era intesa come “affittare un organo per dieci minuti”. Un altro compratore di sesso statunitense ha affermato che “Stare con una prostituta è come bere una tazzina di caffè, quando hai finito la butti da parte”.

Avevo in mente una lista in termini di razza – ha detto un compratore di sesso inglese – Le ho provate tutte negli ultimi cinque anni, ma sono risultate essere tutte uguali.” In Cambogia, la prostituzione era intesa in questi termini: “Noi uomini siamo gli acquirenti, le prostitute sono le merci e il proprietario del bordello è il venditore.”

Una donna che si era prostituita a Vancouver per 19 anni ha spiegato la prostituzione negli stessi termini dei compratori di sesso: “Sono i tuoi proprietari per quella mezz’ora o quei venti minuti o quell’ora. Ti stanno comprando. Non hanno sentimenti nei tuoi confronti, tu non sei una persona, sei una cosa da usare.”

Usando la sua propria e speciale logica, il compratore di sesso calcola che in aggiunta all’acquistare accesso sessuale, il denaro gli compri il diritto di evitare di pensare all’impatto della prostituzione sulla donna che usa. La sua fantasia è la fidanzata senza-problemi che non gli fa richieste ma è disponibile a soddisfare i suoi bisogni sessuali. “E’ come affittare una fidanzata o una moglie. E puoi scegliere come da un catalogo.”, ha spiegato un compratore inglese di sesso. I compratori di sesso cercano l’apparenza di una relazione. Un certo numero di uomini hanno spiegato il loro desiderio di creare l’illusione, diretta ad altri uomini, di aver acquisito una donna attraente senza averla pagata. (…)

In Scozia, i ricercatori hanno scoperto che più spesso gli uomini comprano sesso, meno empatia provano per le donne che si prostituiscono: “Io non voglio sapere niente di lei. Non voglio che si metta a piangere o altre cose perché questo rovina l’idea, per me.” Gli uomini creano un’eccitante versione di ciò che la prostituta pensa e prova che ha scarse basi nella realtà. Andando contro tutta l’evidenza del buonsenso, la maggioranza dei puttanieri che abbiamo intervistato credeva che le prostitute fossero sessualmente soddisfatte dalle loro performance sessuali. La ricerca compiuta con le donne, d’altra parte, mostra che esse non sono eccitate dalla prostituzione e che, con il tempo, la prostituzione reca danni alla sessualità delle donne. (…)

L’opinione degli uomini favorevoli alla prostituzione è una dell’insieme di attitudini e pareri che incoraggiano e giustificano la violenza contro le donne.

Attitudini per chi si sente di avere il diritto all’accesso al sesso e all’aggressione sessuale e attitudini di superiorità rispetto alle donne sono connesse alle violenza maschile contro le donne. La ricerca mostra che i compratori di sesso tendono a preferire sesso impersonale, temono il rigetto delle donne, hanno un’ostile auto-identificazione mascolina e sono più inclini allo stupro dei non compratori, se possono farla franca. In Cile, Croazia, Messico e Ruanda, i compratori di sesso erano più inclini a stuprare degli altri uomini. Significativamente, gli uomini che avevano usato donne nella prostituzione avevano molte più probabilità di aver stuprato una donna rispetto agli uomini che non compravano sesso. In Scozia, abbiamo scoperto che più volte un puttaniere usa le donne nella prostituzione, più è probabile che abbia commesso atti sessuali coercitivi contro donne che non si prostituiscono. (…)

I compratori di sesso vedono, e allo stesso tempo rifiutano di vedere, la paura, il disgusto e la disperazione nelle donne che comprano. Se lei non corre fuori dalla stanza urlando “Aiuto, polizia!”, allora il compratore conclude che lei ha scelto la prostituzione. Sapere che le donne nella prostituzione sono state sfruttate, coartate, rispondono a un magnaccia o sono state trafficate non scoraggia i compratori di sesso. Metà di un gruppo di 103 compratori di sesso londinesi ha attestato di aver usato una prostituta di cui sapevano che era sotto il controllo di un magnaccia. Uno di loro ha spiegato: “E’ come se lui fosse il suo proprietario.” E un altro: “La ragazza viene istruita su quel che deve fare. Tu puoi rilassarti completamente, è il suo lavoro.” (…)

L’argomento che legalizzare la prostituzione la renderebbe “più sicura” è la razionalizzazione principale per legalizzare o decriminalizzare la prostituzione. Tuttavia, non ci sono prove per questo. Invece, ascoltiamo rivendicazioni egoistiche e asserzioni dalle forti parole ma senza dati empirici. Le conseguenze della prostituzione legale in Olanda e Germania hanno mostrato quanto male può andare: al 2016, l’80% della prostituzione olandese e tedesca è controllata da mafie criminali. Dopo la legalizzazione in Olanda, il crimine organizzato è andato fuori controllo e le donne nella prostituzione non sono state più al sicuro di quando la prostituzione era illegale. Dopo la legalizzazione nello stato di Victoria, Australia, i magnaccia hanno aperto 95 bordelli legali ma allo stesso tempo ne hanno aperti altri 400 di illegali. Invece di far diminuire i crimini violenti correlati, la legalizzazione della prostituzione è risultata come aumento del traffico di esseri umani (la ricerca ha interessato 150 paesi). Chiunque conosca la vita quotidiana di chi si prostituisce capisce che la sicurezza nella prostituzione è una chimera. I sostenitori della prostituzione legale lo capiscono, ma raramente lo ammettono.

Pure, prove alla mano, la “Sex Workers’ Education and Advocacy Taskforce in South Africa” ha distribuito una lista di suggerimenti per la sicurezza inclusa la raccomandazione, per la persona che si prostituisce, di calciare una scarpa sotto il letto mentre si spoglia e, nel recuperarla, di controllare se ci sono coltelli, manette o corda. Il volantino fa notare anche che sprimacciare il cuscino sul letto permetterebbe un’addizionale ricerca di armi. Un magnaccia olandese ha detto a un giornalista: “Non ci vogliono cuscini nella camere del bordello. Il cuscino è un’arma per l’assassinio.” Un’organizzazione di S. Francisco consiglia: “Fate attenzione alle uscite e impedite al vostro cliente di bloccare quelle uscite” e “Le scarpe dovrebbero togliersi e mettersi facilmente ed essere adatte alla corsa” e ancora “Evitate collane, sciarpe, borse la cui tracolla attraversa il collo e ogni altra cosa che possa accidentalmente o intenzionalmente essere stretta attorno alla vostra gola.”

Il gruppo “Australian Occupational and Safety Codes for prostitution” raccomanda un training per la negoziazione da parte di ostaggi, contraddicendo completamente la nozione di prostituzione come lavoro qualsiasi. Al pulsante d’allarme nei saloni per massaggi, nelle saune e nei bordelli non si può rispondere abbastanza velocemente per prevenire la violenza. I pulsanti d’allarme nei bordelli legali hanno tanto senso quanto ne avrebbero nelle case di donne che subiscono maltrattamenti. (…)

I compratori di sesso e i sostenitori del commercio di sesso possono riconoscere una frazione degli abusi e dello sfruttamento all’interno della prostituzione, ma li giustificano perché alle donne è permesso fare molti soldi. Una volta che siano pagate, sfruttamento abuso e stupro scompaiono. “Sono tutte sfruttate. – ha detto un puttaniere italiano – Tuttavia, hanno anche dei bei guadagni.” Un altro compratore di sesso ha descritto gli stupri subiti dalla donna da parte del suo magnaccia ma, ha aggiunto, “Succede una volta ogni tanto, non ogni settimana”. (…)

Magnaccia e trafficanti rappresentano la prostituzione falsamente come un lavoro facile, divertente e remunerativo per le donne. Alcuni assai noti sostenitori della prostituzione si presentano come “sex workers”, sebbene siano invece “manager” per donne nel commercio del sesso: certi sono magnaccia e certi sono stati arrestati per favoreggiamento della prostituzione, per aver aperto bordelli o trafficato esseri umani.

C’è un clamoroso conflitto di interessi quando individui che dirigono/posseggono/sfruttano stanno nella stessa organizzazione di chi è sotto il loro controllo. La falsa rappresentazione diventa ancora meno etica quando proprietari di bordelli e magnaccia nascondono le loro appartenenze, proclamando di rappresentare gli interessi delle prostitute. Nascondendosi dietro la bandiera del “sindacato”, i magnaccia si appellano alla simpatia della Sinistra. Tuttavia, gruppi come New Zealand Prostitutes Collective, the International Union of Sex Workers (GB), Red Thread (Olanda), Durbar Mahila Samanwaya Committee (India), Stella (Canada) e Sex Worker Organizing Project (USA) – mentre promuovono aggressivamente la prostituzione come lavoro non assomigliano affatto a sindacati dei lavoratori. Non offrono pensioni, sicurezza, riduzione d’orario, benefici per le disoccupate o servizi d’uscita dalla prostituzione (che il 90% delle prostitute affermano di volere). Invece, questi gruppi promuovono un libero mercato di esseri umani usati per il sesso.

Noi abbiamo individuato 12 persone (femmine e maschi) di 8 paesi diversi che si identificano pubblicamente come “sex workers” o sostenitori di chi lavora nel commercio di sesso, ma che hanno anche venduto altre persone o sono stati implicati nel commercio di sesso in vari modi specifici. Tutti costoro reclamano la decriminalizzazione dello sfruttamento della prostituzione. Molti sono stati arrestati per aver diretto bordelli e agenzie di escort, per aver trafficato persone, per aver promosso o favorito la prostituzione o per aver derivato i propri guadagni dalla prostituzione altrui, per esempio:

Norma Jean Almodovar, USA, International Sex Worker Foundation for Art, Culture, and Education, Call Off Your Old Tired Ethics (COYOTE): condannata per favoreggiamento della prostituzione.

Terri Jean Bedford, Canada, “sostenitrice delle sex workers” che descriveva se stessa pure come “sex worker”: condannata per aver diretto un bordello.

Claudia Brizuela, Argentina, Association of Women Prostitutes of Argentina, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: arrestata con l’accusa di traffico di essere umani a scopo di sfruttamento sessuale. Entrambi i gruppi citati di cui fa parte erano finanziati da UNAIDS e facevano riferimento ad Amnesty International per avere sostegno.

Maxine Doogan, USA, Erotic Service Providers Union: arrestata per favoreggiamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. Ha ammesso il favoreggiamento ed è stata condannata.

Douglas Fox, Gran Bretagna, International Union of Sex Workers: arrestato per aver derivato i propri guadagni dallo sfruttamento della prostituzione, consigliere di Amnesty International, co-dirige un’agenzia di escort.

Eliana Gil, Messico, Global Network of Sex Work Projects, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: condannata per traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale. Era la magnaccia, assieme al figlio, di circa 200 donne a Città del Messico. L’associazione Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network era affiliata al programma delle NU sull’Hiv/Aids, affiliata all’Organizzazione Mondiale per la Sanità e citata da Amnesty International.

Margo St. James, USA, COYOTE: arrestata per aver diretto un bordello. La sua dichiarazione è che sebbene le donne nelle stanze della sua casa si prostituissero, lei non lo faceva. (…)

L’esistenza della prostituzione ovunque è il tradimento della società nei confronti delle donne, in special modo di quelle che sono marginalizzate e vulnerabili a causa del gruppo etnico di cui fanno parte, della loro povertà, delle loro storie di abuso e abbandono.

La complicità dei governi sostiene la prostituzione. Quando il commercio di sesso si espande, le donne competono meno con gli uomini per i posti lavoro. Quando la prostituzione è incorporata nelle economie di stato, i governi sono sollevati dalla necessità di trovare impieghi per le donne. Nei paesi in cui la prostituzione è legale le tasse sul sangue sono raccolte dallo stato-magnaccia. Banche, linee aeree, internet providers, alberghi, agenzie di viaggio e tutti i media integrano lo sfruttamento e l’abuso delle donne coinvolte nella “prostituzione turistica”, ricavandone grandi profitti.

Se ascoltiamo le voci e le analisi delle sopravvissute che sono uscite dalla prostituzione – coloro che non sono più sotto controllo – ci dirigeranno verso le ovvie soluzioni legali. Gli uomini che comprano sesso devono essere ritenuti responsabili delle loro aggressioni predatorie. Chi si prostituisce non deve subire arresti e le/gli devono essere offerte alternative reali per la sopravvivenza. Coloro che profittano dalla prostituzione – magnaccia e trafficanti – devono pure essere ritenuti responsabili. Un approccio alla prostituzione basato sui diritti umani, che la riconosce come sfruttamento sessuale, come quello di Svezia, Norvegia, Islanda e Irlanda del Nord, fornirebbe sicurezza e speranza. Ma prima dobbiamo muoverci oltre le bugie dei magnaccia e dei profittatori. So che possiamo farlo.

Riassumendo:

1. La verità sulla prostituzione è spesso nascosta dietro le bugie, le manipolazioni e le distorsioni di chi profitta del commercio sessuale. Le verità più profonde sulla prostituzione vengono alla luce nelle testimonianze delle sopravvissute, così come nella ricerca sulle realtà psicosociali e psicobiologiche della prostituzione stessa.

2. Alle radici della prostituzione, come per tutti gli altri sistemi coercitivi, ci sono disumanizzazione, oggettivazione, sessismo, razzismo, misoginia, mancanza di empatia / senso patologico dell’aver diritto (magnaccia e clienti), dominio, sfruttamento e un livello di esposizione cronica alla violenza e alla degradazione che distrugge personalità e spirito.

3. La prostituzione non può essere resa sicura legalizzandola o decriminalizzandola. La prostituzione deve essere completamente abolita.

4. La prostituzione assomiglia più all’essere cronicamente assalite sessualmente, danneggiate e stuprate che a lavorare in un fast food. La maggioranza delle prostitute soffre di acuta sindrome da stress post traumatico e vuole uscirne.

5. I compratori di sesso sono predatori: spesso hanno comportamenti coercitivi, manca loro empatia e hanno attitudini sessiste che giustificano l’abuso delle donne.

6. Una soluzione esiste. Si chiama modello svedese ed è stata adottata in diversi paesi. L’essenza della soluzione è: criminalizzazione per clienti e magnaccia, decriminalizzazione per le donne e il provvedere loro risorse, alternative, alloggi sicuri, riabilitazione.

7. La prostituzione ha effetti su ognuno di noi, non solo su chi è coinvolto.

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Calendario alternativo per il 2016. Perché sono arcistufa di immagini di donne in pose contorte, “photoshoppate”, con le lingue penzoloni e le mutande di lustrini. Sono nauseata dal suggerimento sotteso che le donne “non servono ad altro” e “non sanno fare nient’altro”. Perciò, eccovi: IL LAVORO DELLE DONNE – 12 mesi 12 di persone che mi/vi somigliano. Maria G. Di Rienzo

GENNAIO dedicato a Sara Bahai, la prima tassista afgana che lavora per le donne a cui non è consentito prendere taxi senza permesso di un parente maschio di primo grado.

sara bahai

FEBBRAIO dedicato alla meccanica spagnola al lavoro su una turbina d’aereoplano in quel di Aoiz, Navarra.

meccanica spagnola

MARZO dedicato a Mahboubeh Khoshsolat, membro dell’unica squadra femminile di vigili del fuoco in Iran.

mahboubeh khoshsolat

APRILE dedicato a Cristina Isidro Salazar (sinistra) e Felicitas Contreras Santiago (destra) qui ritratte mentre riparano il furgone con cui consegnano legna ai cantieri della loro città, San Pablo Huixtepec, Messico.

cristina e felicitas

MAGGIO dedicato all’operaia tessile francese impegnata al telaio del lino.

operaia francese

GIUGNO dedicato alla carpentiera palestinese Amal Abu-Rqayiq, che lavora nel campo profughi di Nusseirat a Gaza.

Amal Abu-Rqayiq

LUGLIO dedicato a Liu Shujian, saldatrice ultranovantenne cinese ancora al lavoro.

Liu Shujian

AGOSTO dedicato alla sigaraia in pausa dentro la fabbrica di Havana, Cuba.

sigaraia cubana

SETTEMBRE dedicato alla raccoglitrice di tè Oolong sulle colline di Chang Rai, Thailandia.

raccoglitrice thailandese

OTTOBRE dedicato all’ingegnera tedesca che sta costruendo un motore alla fabbrica Mercedes di Affalterbach.

ingegnera tedesca

NOVEMBRE dedicato alle pallequeras, minatrici peruviane che scavano oro in quel de La Rinconada.

minatrici peruviane

DICEMBRE dedicato all’operaia al lavoro nella fabbrica di mattoni fuori Islamabad, Pakistan.

operaia pakistana

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(“Citizen Journalists Take the Lead on Gender Issues”, di Stella Paul per IPS, 14 dicembre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

global forum

La 25enne Ragae Hammidi di Casablanca, Marocco, ha una doppia vita. Cinque giorni la settimana frequenta una scuola commerciale, ma nei fine settimana è una giornalista che esce nelle strade con una piccola videocamera e gira video di persone e questioni che i professionisti dei media lasciano in disparte: “Riporto quel che accade alle ragazze e alle giovani donne. E’ la mia storia. Se quelli che avrebbero la responsabilità di farlo non lo fanno, allora ho il dovere di dirlo io.”, dice Hammidi. E fa un esempio. Il Marocco ha una legge che permette agli stupratori di evitare i processi se sposano le loro vittime. Nel marzo 2012, una giovane donna che era stata costretta a sposare il suo stupratore si è suicidata. Sono stati i cittadini locali a riportare la storia mentre i media professionali, temendo reprimende ufficiali, sono stati zitti.

Riesci ad immaginare una giovane che prima viene violentata e poi forzata a sposare lo stesso tizio che le ha fatto del male? Ci sono molte storie simili, nel nostro paese, che non sono coperte dai media. Perciò tocca a noi cittadini parlarne. Prendiamo le nostre videocamere e i nostri cellulari e raccontiamo la storia mentre la vediamo accadere.”

Hammidi ha parlato delle sue esperienze durante il 1° Forum Globale su Media e Genere che si è tenuto a Bangkok (Thailandia) nella prima settimana di dicembre. Organizzato dall’Unesco, il Forum mira ad aumentare la partecipazione delle donne nei media ed anche il loro accesso alle nuove tecnologie di comunicazione. Hammidi ha ricevuto il suo training da “Global Girls in Media” un organizzazione per lo sviluppo mediatico che insegna alle studenti delle scuole superiori come diventare “cittadine giornaliste” e riportare istanze di genere.

Ci sono migliaia di cittadine giornaliste – la maggior parte di esse senza alcun addestramento – che danno notizie dal Marocco e da altri paesi arabi, inclusi Sudan, Tunisia, Bahrain, Egitto, Giordania, Yemen e, in modo rimarcabile, Siria. Tutti questi paesi hanno un tratto comune: i loro media tradizionali sono largamente controllati da governi che si oppongono alla libertà di stampa oltre un certo limite. Questo fatto, accoppiato al facile accesso alla tecnologia di internet, ha spinto i cittadini a prendere il giornalismo nelle loro mani. Il materiale che loro generano – articoli scritti, video, messaggi audio e fotografie – sta velocemente diventando una fonte primaria di informazione per un pubblico mondiale.

Fedwa Misk è l’editrice fondatrice di Qandisha, una rivista online di Rabat, Marocco. Sebbene si tratti di un prodotto mediatico del mainstream, lei dice che solo il 20% delle persone che ci scrivono sono giornalisti professionisti. La ragione, aggiunge Fedwa, è che la rivista solleva questioni “disturbanti e disagevoli” come lo stupro, l’abuso domestico, la tortura e le leggi regressive anti-donne. “Molte delle mie scrittrici sono donne che hanno fatto esperienza di tutto questo in prima persona, perciò c’è molta onestà nei loro pezzi. I lettori amano questa cosa. Abbiamo istanze in cui sono anche molto veloci nel rispondere, se chiamati all’azione.”

Molte cittadine giornaliste sono guidate dalla loro passione per le questioni di genere, e spesso sono disponibili ad offrire i loro lavori gratuitamente – un’altra ragione per cui molti media sono disponibili ad accettarli.

Bushra Al Ameen è la proprietaria di “Al Mahaba” una stazione radio comunitaria a Baghdad, Iraq, dedicata alle donne. Spesso usa contenuti forniti da cittadine giornaliste, soprattutto provenienti dalle aree che le sue reporter non riescono a raggiungere. “Dirigo una radio che trasmette per 18 ore al giorno.” dice, “Se cittadine giornaliste vogliono darci le loro storie, le prendiamo.” Ma costoro rischiano anche spesso le proprie vite, in special modo nelle regioni che sono politicamente instabili. Secondo le ricerche condotte dal Centro di Doha per la Libertà di Stampa, dall’inizio delle sollevazioni in Siria nel 2011 al novembre 2012, 72 reporter – inclusi cittadini/e giornalisti/e – sono stati uccisi.

Prigione, sparatorie, stupri organizzati, tortura: questi giornalisti sono soggetti a varie forme di violenza ogni giorno. Tuttavia è difficile sapere il loro esatto numero perché molti di loro continuano a muoversi dentro e fuori il fare giornalismo.”, dice Abeer Saady, Vice Presidente del Sindacato egiziano dei giornalisti. Saady, una reporter di professione che è stata torturata fisicamente dalla polizia egiziana, tenta di identificare, localizzare e istruire le donne cittadine giornaliste nei paesi arabi: “E’ molto importante che esse ricevano training sulla sicurezza, perché se qualcosa accade loro, nessuna compensazione sarà pagata.”

Peter Townson, scrittore principale del Centro di Doha per la Libertà di Stampa, pensa che abbiano bisogno di training anche su come si racconta una storia: “Nella maggior parte dei casi non si possono verificare le fonti. Perciò di base tu non sai quanto ciò che viene riportato è reale e quanto è esagerato.” L’unico modo per rimediare, dice, è identificare e addestrare i cittadini giornalisti.

Rachael Maddock-Hughes, direttrice di strategia e partnership a World Pulse, un’organizzazione attivista con 50.000 cittadine giornaliste, è d’accordo. World Pulse, che ha la sua base nell’Oregon (Usa), addestra le attiviste sociali al giornalismo dal basso in 190 paesi. “Canalizziamo anche le loro storie e le loro soluzioni ai media del mainstream.”, dice Maddock-Hughes. Il programma, spiega, aiuta le donne ad articolare meglio i loro messaggi e permette loro di essere prese più sul serio e di raggiungere un pubblico più ampio, soprattutto su questioni come la violenza di genere.

Shekina, una delle cittadine giornaliste addestrate da World Pulse, è stata la prima donna a scrivere contro la pratica dello “stirare i seni” nel suo paese dell’Africa occidentale, il Camerun. Girò anche un video in cui si vedevano donne anziane applicare ferri da stiro bollenti sul petto delle adolescenti, per impedire ai loro seni di svilupparsi. Il video sollevò indignazione e la domanda globale affinché fosse messo fine alla pratica. Allo stesso modo, attiviste diventate giornaliste dal basso, hanno scritto e lanciato campagne mondiali contro pratiche sociali come la mutilazione genitale femminile e l’ostracismo subito dalle ragazze durante le mestruazioni.

Ci sarebbe ancora più azione e impatto diretto, se più persone a livello di base avessero accesso ad internet, dice Meribeni Kikon, una cittadina giornalista di Kohima nello stato indiano del nordest Nagaland. Lei scrive sulle diseguaglianze di genere praticate dalle chiese locali e della violenza contro le donne, come gli stupri. Dice che tali questioni non possono essere riportare dai distretti, perché non hanno connessione ad internet: “Se le donne avessero l’accesso a internet, potrebbero non solo testimoniare, ma anche cercare aiuto in situazioni di crisi.”

Anche Eun Ju Kim, prima direttrice donna di International Telecom Union (ITU), Asia-Pacifico, sottolinea il ruolo della tecnologia nel promuovere l’eguaglianza di genere: “Nel mondo intero donne e ragazze sono dietro agli uomini perché manca loro l’accesso ad eguali opportunità nella tecnologia informatica. L’accesso alla banda larga è oggi critico per l’empowerment delle donne.”

forum

Ndt.: il Forum ha rilasciato la seguente Dichiarazione finale.

Noi, le delegate al Primo Forum Globale su Media e Genere, tenutosi a Bangkok, Thailandia, dal 2 al 4 dicembre 2013, dichiariamo il nostro impegno verso i fondamentali diritti umani iscritti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la promozione dell’eguaglianza di genere dentro ed attraverso i media, l’empowerment delle donne, e la creazione di un’Alleanza Globale su Media e Genere (GAMG).

CORNICE:

Noi riaffermiamo gli esiti della Dichiarazione di Pechino del 1995 e della Piattaforma d’Azione.

Noi riconosciamo che i media hanno un ruolo cruciale nel promuovere la piena partecipazione delle donne in ogni aspetto della vita e della società e, a tal scopo, invitiamo l’Unesco e l’Agenzia Donne delle Nazioni Unite a sottoscrivere questa Dichiarazione ed a implementare le sue raccomandazioni.

Invitiamo anche le altre Agenzie delle NU, corpi intergovernativi, organizzazioni mediatiche, istituti di addestramento e sviluppo, organizzazioni professionali, donatori, ditte e fondazioni commerciali, rilevanti ong e istituzioni educative, ad abbracciare questa Dichiarazione e a sostenere l’implementazione delle sue raccomandazioni in modo appropriato.

IMPEGNO:

Noi siamo impegnate per l’equità di genere e l’empowerment delle donne attraverso le generazioni, per la piena partecipazione e l’abilitazione all’accesso all’espressione e al processo decisionale per le donne, promuovendo media inclusivi rispetto al genere e un ambiente comunicativo che raggiunga l’eguaglianza di genere nelle organizzazioni dei media, sindacati, istituzioni per l’istruzione e l’addestramento, associazioni professionali dei lavoratori nei media, corpi di regolamentazione e auto-regolamentazione nei media; che ottenga la bilancia di genere nei consigli d’amministrazione e manageriali che governano i media e i cui livelli definiscono la politica delle compagnie, prendono decisioni finanziarie, e hanno la supervisione delle operazioni nei media, influenzando perciò i seguenti aspetti:

accesso e partecipazione alle piattaforme digitali;

sicurezza delle donne nei media;

raffigurazione positiva, non stereotipata e bilanciata attraverso tutte le forme di media e i contenuti degli stessi;

promozione di principi etici e di politiche che sostengano l’eguaglianza di genere;

miglioramento della diffusione di genere all’interno dei gruppi occupazionali dei media;

potenziamento dei comunicatori con abilità mediatiche, informative e letterarie che possano aiutare l’avanzamento della causa dell’eguaglianza di genere.

Noi sosteniamo lo stabilirsi dell’Alleanza Globale su Media e Genere (GAMG), in linea con i principi e obiettivi delineati nella cornice.

Noi chiamiamo l’Unesco e l’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, così come la famiglia delle NU e tutte le organizzazioni partner ad unirsi all’Alleanza Globale su Media e Genere e a contribuire all’implementazione della sua Cornice e del suo Piano d’Azione.

Noi chiediamo all’Unesco e all’Agenzia Donne delle Nazioni Unite di disseminare ampiamente, attraverso il sistema delle NU, le nostre proposte per l’inclusione di Genere e Media nell’agenda dello sviluppo sostenibile Post 2015, in particolare nello scopo relativo a Eguaglianza di Genere e Potenziamento delle Donne (Annex I) e nello scopo della buona governance, e nella Conferenza NU sulle Donne del 2015 (Annex II).

Noi chiamiamo anche chiunque può aiutare l’Alleanza Globale su Media e Genere (GAMG) ad unirsi a noi nel sostenere per le donne l’accesso alle opportunità e ai benefici che la società della conoscenza e le tecnologie mediatiche stanno portando all’umanità oggi e che potrebbero in futuro portarne ancora di più.

(P.S.: Be’, fa piacere vedere che non siamo solo Boldrini e io a pensare che i media hanno influenza sulle vite delle donne, eh?)

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Cara Michelle Bachelet e cari membri del consiglio direttivo dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, ho l’onore e il privilegio di informarvi delle questioni con cui il mio paese si confronta. Sono anche grata, e piena di aspettative, rispetto alla sua nomina a direttrice dell’Agenzia Donne. Sono sicura che lei darà speranza alle donne di tutto il mondo.

C’è un proverbio, in Cambogia, che dice che gli uomini sono come l’oro, le donne come un fresco fazzoletto bianco di lino. Anche se l’oro finisce nel fuoco, resta intatto. Un pezzo di stoffa bianca, nel momento in cui ha una macchia, non serve più a nessuno.

L’idea che le ragazze e le donne sia beni disponibili è ancora prevalente nella società cambogiana, aggravata dallo sproporzionato valore posto sulla verginità. Anche se una ragazza è stata drogata e stuprata, il suo valore come moglie desiderabile diventa zero. La vittima è ritenuta responsabile e caricata del fardello di aver portato disonore alla propria famiglia.

Come studente e come volontaria di Soroptimist International (un’ong a Phnom Penh), mi lascio guidare dal mio cuore nel dare forza alle donne e alle bambine. Sono preoccupata per il crescente traffico di esseri umani, a scopo sessuale, in Cambogia e per le istanze di povertà e mancanza di istruzione che vi stanno sotto.

La prostituzione spesso prende una forma mascherata: accade nei bordelli in Cambogia e nella vicina Thailandia, ma anche nelle sale per massaggi e nei karaoke bar, e in luoghi ancor più nascosti. Le donne e le ragazze che migrano dalle zone rurali a quelle urbani, ed attraverso il confine con la Thailandia, sono particolarmente vulnerabili alla violazione dei loro diritti umani nel momento in cui cadono preda della crescente industria del sesso.

La scarsa istruzione mette molte ragazze e giovani donne in pericolo di essere vendute all’industria del sesso o raggirate in essa, o sono forzate a fare questa scelta in mancanza di alternative disponibili. Povertà, analfabetismo, problemi familiari e discriminazione di genere creano un terreno per fertile per la proliferazione del traffico di esseri umani, dello sfruttamento, dello stupro e dell’abuso.

L’istruzione, in Cambogia, è ancora limitata per coloro che vivono nelle aree rurali e nelle zone più povere delle città. La maggioranza delle famiglie povere è analfabeta o ha finito solo la scuola elementare. Dobbiamo incoraggiare e sostenere tutte le ragazze affinché possano istruirsi ed evitare di essere trafficate nell’industria del sesso. Vorrei chiedere all’Agenzia Donne delle Nazioni Unite di soccorrere le vite della povera gente in Cambogia. Aiutateci a provvedere un migliore sistema educativo, in special modo per coloro che vivono nelle zone rurali. Aiutateci ad istruire donne ed uomini affinché capiscano la diseguaglianza di genere, di modo che noi si possa por fine alla discriminazione di genere e dare valore alla vita di ogni singola persona.

Affettuosi saluti, Sarvina Kang, Phnom Penh, Cambogia

 

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