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Ouen Chomroeun

Sulla donna in immagine, la cambogiana 54enne Ouen Chomroeun, potete vedere due brevi documentari:

https://www.youtube.com/watch?v=3X0Szrxq1a4

https://www.newsdeeply.com/womensadvancement/articles/2018/05/17/the-all-woman-team-building-and-selling-toilets-in-cambodia

Da quando aveva 17 anni costruisce e vende taniche per l’acqua, turche e wc. Quando installa gli impianti igienici si occupa anche delle tubature e del drenaggio. All’inizio faceva in pratica tutto da sola – nei documentari la vedrete creare gli oggetti a partire dalla frantumazione delle pietre per fare il cemento – poi ha iniziato ad avere operaie (suo marito e altri due uomini si occupano delle consegne).

Per molto tempo è stata una delle rare imprenditrici artigianali nel settore: a tutt’oggi nel paese le donne che fanno il suo stesso mestiere sono circa 200. Primogenita, Ouen ha in questo modo sostenuto economicamente tutte le sue sorelle.

Nel 2011 ha cominciato a collaborare con WaterShed, un’organizzazione che mette in relazione piccoli imprenditori, governi locali e clienti per facilitare la creazione e l’uso di sanitari, filtri per l’acqua e impianti igienici. WaterShed lavora anche in Laos e Vietnam, ma ha la sua base in Cambogia dove, secondo stime dell’Unicef, circa 10.000 persone muoiono ogni anno per cause legate allo scarso accesso disponibile a tali impianti.

Ouen Chomroeun e le sue dipendenti fungono anche da trainer per le donne di altri villaggi, insegnando e diffondendo tutto quel che hanno appreso sull’igiene e le necessità del corpo umano. Avere o no un bagno fa una differenza enorme, spiega Ouen, soprattutto nella vita di una donna.

Maria G. Di Rienzo

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(“The myth of sex work is distorting the voices of the exploited women”, di Julie Bindel, autrice di “The Pimping of Prostitution: Abolishing the Sex Work Myth” – citato all’inizio dell’articolo, in immagine – per The New Statesman, 5 settembre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

bindel cover

Durante i viaggi di ricerca per il mio libro sul commercio sessuale globale, ho incontrato accesi “movimenti per i diritti delle sex worker” nel sud planetario, specificatamente nell’Africa dell’est e del sud, in India, Corea del Sud e Cambogia.

Mi è stato detto da alcuni dei loro attivisti che la posizione abolizionista era “femminismo bianco” e che tali femministe, incluse le sopravvissute al commercio sessuale nere, asiatiche e indigene, stavano imponendo una visione colonialista del “lavoro sessuale” alla gente di colore coinvolta nel commercio sessuale.

In risposta alle critiche sull’adozione da parte di Amnesty International di una generalizzata decriminalizzazione del commercio sessuale Kenneth Roth, il direttore di Human Rights Watch, scrisse su Twitter: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?” Roth ottenne molto sostegno alla sua dichiarazione, ma anche un bel po’ di dissenso. Una delle molte risposte venute da attivisti per i diritti umani fu quella della sopravvissuta al commercio sessuale Rachel Moran, che chiese: “Roth, non diresti che – se una persona non può permettersi di nutrire se stessa – la cosa giusta da mettere nella sua bocca sia il cibo e non il tuo uccello?”

Ruchira Gupta è la fondatrice di Apne Aap, un’ong che si dedica alla prevenzione della prostituzione intergenerazionale in India e dà sostegno a più di 20.000 donne e ragazze vulnerabili. Secondo Gupta, l’India è usata come sito per provare e testare le politiche neoliberiste pro-prostituzione, perché le donne che si prostituiscono in città come Calcutta, Mumbai e Delhi sono deprivate e senza voce. Nel marzo 2015, all’inizio della sessione della Commissione sullo Status delle Donne, Gupta fu “avvisata” da un alto funzionario delle Nazioni Unite mentre si recava ad accettare un premio importante per il suo lavoro. Le fu detto che andava bene menzionare il “traffico di esseri umani” ma la prostituzione no, perché avrebbe offeso chi considerava il “sex work” un lavoro.

Ma Gupta rifiutò di arrendersi, poiché aveva ormai visto da un po’ di anni come la lobby pro-prostituzione distorceva la realtà sul commercio sessuale nel suo paese. “In India, il termine sex worker ci è stato letteralmente inventato sotto il naso. – dice Gupta – Non c’era alcuna donna o ragazza povera (in India) che pensasse che “sesso” e “lavoro” dovrebbero andare insieme. I magnaccia e i proprietari dei bordelli che percepivano stipendi cominciarono a chiamare se stessi “sex workers” e divennero membri dello stesso sindacato, assieme ai clienti.”

Durante un viaggio di ricerca in Cambogia, ho fatto in modo di incontrare un gruppo di donne tramite la Rete delle Donne per l’Unità (RDU). Questa ong, che ha sede a Phnom Penh, dice di rappresentare 6.500 “sex workers” cambogiane che stanno facendo campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale. Una donna membro del consiglio direttivo dell’RDU decise di partecipare all’incontro. Durante le due ore che passammo insieme lei parlò per le donne e sopra di esse, apparendo frustrata e irritata quando io dirigevo le mie domande a loro e non a lei.

Le donne avevano una disperata volontà di raccontare le loro storie di violenza quotidiana e abusi che subiscono dai clienti. Tutte mi dissero quanto odiavano vendere sesso per vivere. Chiesi alle donne quali erano i benefici dell’appartenere al sindacato e mi fu risposto non da loro, ma dal membro dell’RDU: parlò fermamente per cinque minuti, ignorando ogni interruzione da parte delle donne. “Se sono picchiate dalla polizia viene loro fornito addestramento legale sui loro diritti; se sono arrestate l’RDU fornisce loro cibo durante il periodo in cui non possono lavorare e se una delle donne muore noi provvediamo la bara.”, spiegò.

Conoscere i loro diritti aveva dato loro “potere”, mi fu detto. Le donne non sembravano “potenziate”. Alcune erano rimaste incinte dei loro clienti e si stavano prendendo cura dei bambini. Tre erano positive al virus HIV. Tutte erano state stuprate in molteplici occasioni. Ognuna di loro mi disse che avrebbe potuto uscire dalla prostituzione se solo avesse avuto 200 dollari per comprare documenti formali d’identificazione, giacché questo era l’unico modo di assicurarsi un impiego legittimo nell’industria dei servizi o in una fabbrica. Nessuna delle donne conosceva la campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale e tutte mi dissero che volevano uscire da esso.

Nessuna delle donne, mi confermò la traduttrice, usava il termine “sex work” per descrivere ciò che faceva o il termine “sex worker” per descrivere ciò che era. Uno degli scopi dell’RDU è lo “sfidare la retorica che circonda il lavoro sessuale, in particolare quella collegata al movimento anti-traffico di esseri umani e alla “riabilitazione” delle sex workers.” Tutte le donne mi chiesero se potevano ottenere aiuto per sfuggire al commercio sessuale. Nel frattempo, membri e staff pagato dell’RDU viaggiavano per la regione, tenendo conferenze sui “diritti delle sex workers” e distorcendo le voci di donne sfruttate.

Questa ong sembra considerare il concetto dei “diritti delle sex workers” superiore e situato oltre l’importanza delle vite delle donne stesse. Ho chiesto al loro membro se pianificavano di raccogliere fondi per aiutare le donne a uscire dalla prostituzione. Mi ha risposto: “No.”

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(tratto da: “Very inconvenient truths: sex buyers, sexual coercion, and prostitution-harm-denial”, un lungo, rigoroso e dettagliato saggio di Melissa Farley per Logos Journal, gennaio 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Melissa Farley, psicologa clinica e ricercatrice è la direttrice esecutiva del Centro “Prostitution Research and Education” di San Francisco, Usa. L’anno scorso ha pubblicato la ricerca “Pornography, Prostitution, & Trafficking: Making the Connections”. Cioè, non è una che ha “parlato una volta con Sempronia che si prostituiva quattro decenni fa” o che cita il proprio cugino come fonte autorevole, è una che di prostituzione si occupa professionalmente e scientificamente da trent’anni e passa.)

Alcuni sfruttatori, alcuni compratori di sesso e alcuni governi hanno preso la decisione di ritenere ragionevole l’aspettarsi che determinate donne tollerino lo sfruttamento e l’assalto sessuale per sopravvivere. Queste donne più spesso che no sono povere e più spesso che no sono marginalizzate per motivi etnici o razziali. Gli uomini che le comprano hanno maggior potere sociale e maggiori risorse rispetto alle donne. Per esempio, un canadese turista della prostituzione ha detto delle donne thailandesi che si prostituiscono: “Queste ragazze devono pur mangiare, non è vero? Io sto mettendo il pane nel loro piatto. Sto dando un contributo. Morirebbero di fame se non facessero le puttane.”

Questo darwinismo autocelebratorio evita la questione: le donne hanno il diritto di vivere senza l’aggressione sessuale o lo sfruttamento sessuale della prostituzione, o questo diritto è riservato a coloro che godono di privilegi di sesso, razza o classe? “Ottieni quello per cui paghi senza il no. – ha spiegato un altro compratore di sesso – Le donne che non si prostituiscono hanno il diritto di dire no.” Noi abbiamo protezione legale dalle molestie sessuali e dallo sfruttamento sessuale. Ma tollerare abusi sessuali è la descrizione della prostituzione come lavoro.

Una delle bugie più grandi è che la maggior parte della prostituzione sia volontaria. Se non ci sono prove dell’uso della forza, l’esperienza della donna è archiviata come “volontaria” o “consensuale”. Un compratore di sesso ha detto: “Se non vedo una catena alla sua caviglia, presumo che lei abbia fatto la scelta di essere là.”

Il pagamento del puttaniere non cancella quel che sappiamo della violenza sessuale e dello stupro. Sia o no legale, la prostituzione è estremamente dannosa per le donne. Le prostitute hanno le più alte percentuali di stupro, aggressioni fisiche e omicidio di qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato.

Secondo una ricerca olandese, il 60% delle donne che esercitano legalmente la prostituzione sono state fisicamente assalite, il 70% minacciate di aggressione fisica, il 40% ha fatto esperienza di violenza sessuale e un altro 40% è stato obbligato con la forza a prostituirsi legalmente.

Nell’ultimo decennio, dopo aver intervistato centinaia di compratori di sesso in cinque paesi (Usa, Gran Bretagna, India, Cambogia e Scozia), stiamo osservando più da vicino i comportamenti e le attitudini che alimentano la misoginia della prostituzione e abbiamo cominciato a capire alcune delle loro motivazioni. I comportamenti normativi dell’acquirente di sesso includono il rifiuto a vedere la propria partecipazione in attività dannose, come il disumanizzare una donna, l’umiliarla, l’aggredirla verbalmente e fisicamente e sessualmente, e il pagarla in danaro per farle compiere atti sessuali che altrimenti non compirebbe.

I compratori di sesso non riconoscono l’umanità delle donne che per il sesso usano. Una volta che una persona sia stata mutata in oggetto, lo sfruttamento e l’abuso sembrano pressoché ragionevoli. Nelle interviste tenute con i compratori di sesso in culture differenti, essi hanno fornito alcuni agghiaccianti esempi di mercificazione. La prostituzione era intesa come “affittare un organo per dieci minuti”. Un altro compratore di sesso statunitense ha affermato che “Stare con una prostituta è come bere una tazzina di caffè, quando hai finito la butti da parte”.

Avevo in mente una lista in termini di razza – ha detto un compratore di sesso inglese – Le ho provate tutte negli ultimi cinque anni, ma sono risultate essere tutte uguali.” In Cambogia, la prostituzione era intesa in questi termini: “Noi uomini siamo gli acquirenti, le prostitute sono le merci e il proprietario del bordello è il venditore.”

Una donna che si era prostituita a Vancouver per 19 anni ha spiegato la prostituzione negli stessi termini dei compratori di sesso: “Sono i tuoi proprietari per quella mezz’ora o quei venti minuti o quell’ora. Ti stanno comprando. Non hanno sentimenti nei tuoi confronti, tu non sei una persona, sei una cosa da usare.”

Usando la sua propria e speciale logica, il compratore di sesso calcola che in aggiunta all’acquistare accesso sessuale, il denaro gli compri il diritto di evitare di pensare all’impatto della prostituzione sulla donna che usa. La sua fantasia è la fidanzata senza-problemi che non gli fa richieste ma è disponibile a soddisfare i suoi bisogni sessuali. “E’ come affittare una fidanzata o una moglie. E puoi scegliere come da un catalogo.”, ha spiegato un compratore inglese di sesso. I compratori di sesso cercano l’apparenza di una relazione. Un certo numero di uomini hanno spiegato il loro desiderio di creare l’illusione, diretta ad altri uomini, di aver acquisito una donna attraente senza averla pagata. (…)

In Scozia, i ricercatori hanno scoperto che più spesso gli uomini comprano sesso, meno empatia provano per le donne che si prostituiscono: “Io non voglio sapere niente di lei. Non voglio che si metta a piangere o altre cose perché questo rovina l’idea, per me.” Gli uomini creano un’eccitante versione di ciò che la prostituta pensa e prova che ha scarse basi nella realtà. Andando contro tutta l’evidenza del buonsenso, la maggioranza dei puttanieri che abbiamo intervistato credeva che le prostitute fossero sessualmente soddisfatte dalle loro performance sessuali. La ricerca compiuta con le donne, d’altra parte, mostra che esse non sono eccitate dalla prostituzione e che, con il tempo, la prostituzione reca danni alla sessualità delle donne. (…)

L’opinione degli uomini favorevoli alla prostituzione è una dell’insieme di attitudini e pareri che incoraggiano e giustificano la violenza contro le donne.

Attitudini per chi si sente di avere il diritto all’accesso al sesso e all’aggressione sessuale e attitudini di superiorità rispetto alle donne sono connesse alle violenza maschile contro le donne. La ricerca mostra che i compratori di sesso tendono a preferire sesso impersonale, temono il rigetto delle donne, hanno un’ostile auto-identificazione mascolina e sono più inclini allo stupro dei non compratori, se possono farla franca. In Cile, Croazia, Messico e Ruanda, i compratori di sesso erano più inclini a stuprare degli altri uomini. Significativamente, gli uomini che avevano usato donne nella prostituzione avevano molte più probabilità di aver stuprato una donna rispetto agli uomini che non compravano sesso. In Scozia, abbiamo scoperto che più volte un puttaniere usa le donne nella prostituzione, più è probabile che abbia commesso atti sessuali coercitivi contro donne che non si prostituiscono. (…)

I compratori di sesso vedono, e allo stesso tempo rifiutano di vedere, la paura, il disgusto e la disperazione nelle donne che comprano. Se lei non corre fuori dalla stanza urlando “Aiuto, polizia!”, allora il compratore conclude che lei ha scelto la prostituzione. Sapere che le donne nella prostituzione sono state sfruttate, coartate, rispondono a un magnaccia o sono state trafficate non scoraggia i compratori di sesso. Metà di un gruppo di 103 compratori di sesso londinesi ha attestato di aver usato una prostituta di cui sapevano che era sotto il controllo di un magnaccia. Uno di loro ha spiegato: “E’ come se lui fosse il suo proprietario.” E un altro: “La ragazza viene istruita su quel che deve fare. Tu puoi rilassarti completamente, è il suo lavoro.” (…)

L’argomento che legalizzare la prostituzione la renderebbe “più sicura” è la razionalizzazione principale per legalizzare o decriminalizzare la prostituzione. Tuttavia, non ci sono prove per questo. Invece, ascoltiamo rivendicazioni egoistiche e asserzioni dalle forti parole ma senza dati empirici. Le conseguenze della prostituzione legale in Olanda e Germania hanno mostrato quanto male può andare: al 2016, l’80% della prostituzione olandese e tedesca è controllata da mafie criminali. Dopo la legalizzazione in Olanda, il crimine organizzato è andato fuori controllo e le donne nella prostituzione non sono state più al sicuro di quando la prostituzione era illegale. Dopo la legalizzazione nello stato di Victoria, Australia, i magnaccia hanno aperto 95 bordelli legali ma allo stesso tempo ne hanno aperti altri 400 di illegali. Invece di far diminuire i crimini violenti correlati, la legalizzazione della prostituzione è risultata come aumento del traffico di esseri umani (la ricerca ha interessato 150 paesi). Chiunque conosca la vita quotidiana di chi si prostituisce capisce che la sicurezza nella prostituzione è una chimera. I sostenitori della prostituzione legale lo capiscono, ma raramente lo ammettono.

Pure, prove alla mano, la “Sex Workers’ Education and Advocacy Taskforce in South Africa” ha distribuito una lista di suggerimenti per la sicurezza inclusa la raccomandazione, per la persona che si prostituisce, di calciare una scarpa sotto il letto mentre si spoglia e, nel recuperarla, di controllare se ci sono coltelli, manette o corda. Il volantino fa notare anche che sprimacciare il cuscino sul letto permetterebbe un’addizionale ricerca di armi. Un magnaccia olandese ha detto a un giornalista: “Non ci vogliono cuscini nella camere del bordello. Il cuscino è un’arma per l’assassinio.” Un’organizzazione di S. Francisco consiglia: “Fate attenzione alle uscite e impedite al vostro cliente di bloccare quelle uscite” e “Le scarpe dovrebbero togliersi e mettersi facilmente ed essere adatte alla corsa” e ancora “Evitate collane, sciarpe, borse la cui tracolla attraversa il collo e ogni altra cosa che possa accidentalmente o intenzionalmente essere stretta attorno alla vostra gola.”

Il gruppo “Australian Occupational and Safety Codes for prostitution” raccomanda un training per la negoziazione da parte di ostaggi, contraddicendo completamente la nozione di prostituzione come lavoro qualsiasi. Al pulsante d’allarme nei saloni per massaggi, nelle saune e nei bordelli non si può rispondere abbastanza velocemente per prevenire la violenza. I pulsanti d’allarme nei bordelli legali hanno tanto senso quanto ne avrebbero nelle case di donne che subiscono maltrattamenti. (…)

I compratori di sesso e i sostenitori del commercio di sesso possono riconoscere una frazione degli abusi e dello sfruttamento all’interno della prostituzione, ma li giustificano perché alle donne è permesso fare molti soldi. Una volta che siano pagate, sfruttamento abuso e stupro scompaiono. “Sono tutte sfruttate. – ha detto un puttaniere italiano – Tuttavia, hanno anche dei bei guadagni.” Un altro compratore di sesso ha descritto gli stupri subiti dalla donna da parte del suo magnaccia ma, ha aggiunto, “Succede una volta ogni tanto, non ogni settimana”. (…)

Magnaccia e trafficanti rappresentano la prostituzione falsamente come un lavoro facile, divertente e remunerativo per le donne. Alcuni assai noti sostenitori della prostituzione si presentano come “sex workers”, sebbene siano invece “manager” per donne nel commercio del sesso: certi sono magnaccia e certi sono stati arrestati per favoreggiamento della prostituzione, per aver aperto bordelli o trafficato esseri umani.

C’è un clamoroso conflitto di interessi quando individui che dirigono/posseggono/sfruttano stanno nella stessa organizzazione di chi è sotto il loro controllo. La falsa rappresentazione diventa ancora meno etica quando proprietari di bordelli e magnaccia nascondono le loro appartenenze, proclamando di rappresentare gli interessi delle prostitute. Nascondendosi dietro la bandiera del “sindacato”, i magnaccia si appellano alla simpatia della Sinistra. Tuttavia, gruppi come New Zealand Prostitutes Collective, the International Union of Sex Workers (GB), Red Thread (Olanda), Durbar Mahila Samanwaya Committee (India), Stella (Canada) e Sex Worker Organizing Project (USA) – mentre promuovono aggressivamente la prostituzione come lavoro non assomigliano affatto a sindacati dei lavoratori. Non offrono pensioni, sicurezza, riduzione d’orario, benefici per le disoccupate o servizi d’uscita dalla prostituzione (che il 90% delle prostitute affermano di volere). Invece, questi gruppi promuovono un libero mercato di esseri umani usati per il sesso.

Noi abbiamo individuato 12 persone (femmine e maschi) di 8 paesi diversi che si identificano pubblicamente come “sex workers” o sostenitori di chi lavora nel commercio di sesso, ma che hanno anche venduto altre persone o sono stati implicati nel commercio di sesso in vari modi specifici. Tutti costoro reclamano la decriminalizzazione dello sfruttamento della prostituzione. Molti sono stati arrestati per aver diretto bordelli e agenzie di escort, per aver trafficato persone, per aver promosso o favorito la prostituzione o per aver derivato i propri guadagni dalla prostituzione altrui, per esempio:

Norma Jean Almodovar, USA, International Sex Worker Foundation for Art, Culture, and Education, Call Off Your Old Tired Ethics (COYOTE): condannata per favoreggiamento della prostituzione.

Terri Jean Bedford, Canada, “sostenitrice delle sex workers” che descriveva se stessa pure come “sex worker”: condannata per aver diretto un bordello.

Claudia Brizuela, Argentina, Association of Women Prostitutes of Argentina, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: arrestata con l’accusa di traffico di essere umani a scopo di sfruttamento sessuale. Entrambi i gruppi citati di cui fa parte erano finanziati da UNAIDS e facevano riferimento ad Amnesty International per avere sostegno.

Maxine Doogan, USA, Erotic Service Providers Union: arrestata per favoreggiamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. Ha ammesso il favoreggiamento ed è stata condannata.

Douglas Fox, Gran Bretagna, International Union of Sex Workers: arrestato per aver derivato i propri guadagni dallo sfruttamento della prostituzione, consigliere di Amnesty International, co-dirige un’agenzia di escort.

Eliana Gil, Messico, Global Network of Sex Work Projects, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: condannata per traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale. Era la magnaccia, assieme al figlio, di circa 200 donne a Città del Messico. L’associazione Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network era affiliata al programma delle NU sull’Hiv/Aids, affiliata all’Organizzazione Mondiale per la Sanità e citata da Amnesty International.

Margo St. James, USA, COYOTE: arrestata per aver diretto un bordello. La sua dichiarazione è che sebbene le donne nelle stanze della sua casa si prostituissero, lei non lo faceva. (…)

L’esistenza della prostituzione ovunque è il tradimento della società nei confronti delle donne, in special modo di quelle che sono marginalizzate e vulnerabili a causa del gruppo etnico di cui fanno parte, della loro povertà, delle loro storie di abuso e abbandono.

La complicità dei governi sostiene la prostituzione. Quando il commercio di sesso si espande, le donne competono meno con gli uomini per i posti lavoro. Quando la prostituzione è incorporata nelle economie di stato, i governi sono sollevati dalla necessità di trovare impieghi per le donne. Nei paesi in cui la prostituzione è legale le tasse sul sangue sono raccolte dallo stato-magnaccia. Banche, linee aeree, internet providers, alberghi, agenzie di viaggio e tutti i media integrano lo sfruttamento e l’abuso delle donne coinvolte nella “prostituzione turistica”, ricavandone grandi profitti.

Se ascoltiamo le voci e le analisi delle sopravvissute che sono uscite dalla prostituzione – coloro che non sono più sotto controllo – ci dirigeranno verso le ovvie soluzioni legali. Gli uomini che comprano sesso devono essere ritenuti responsabili delle loro aggressioni predatorie. Chi si prostituisce non deve subire arresti e le/gli devono essere offerte alternative reali per la sopravvivenza. Coloro che profittano dalla prostituzione – magnaccia e trafficanti – devono pure essere ritenuti responsabili. Un approccio alla prostituzione basato sui diritti umani, che la riconosce come sfruttamento sessuale, come quello di Svezia, Norvegia, Islanda e Irlanda del Nord, fornirebbe sicurezza e speranza. Ma prima dobbiamo muoverci oltre le bugie dei magnaccia e dei profittatori. So che possiamo farlo.

Riassumendo:

1. La verità sulla prostituzione è spesso nascosta dietro le bugie, le manipolazioni e le distorsioni di chi profitta del commercio sessuale. Le verità più profonde sulla prostituzione vengono alla luce nelle testimonianze delle sopravvissute, così come nella ricerca sulle realtà psicosociali e psicobiologiche della prostituzione stessa.

2. Alle radici della prostituzione, come per tutti gli altri sistemi coercitivi, ci sono disumanizzazione, oggettivazione, sessismo, razzismo, misoginia, mancanza di empatia / senso patologico dell’aver diritto (magnaccia e clienti), dominio, sfruttamento e un livello di esposizione cronica alla violenza e alla degradazione che distrugge personalità e spirito.

3. La prostituzione non può essere resa sicura legalizzandola o decriminalizzandola. La prostituzione deve essere completamente abolita.

4. La prostituzione assomiglia più all’essere cronicamente assalite sessualmente, danneggiate e stuprate che a lavorare in un fast food. La maggioranza delle prostitute soffre di acuta sindrome da stress post traumatico e vuole uscirne.

5. I compratori di sesso sono predatori: spesso hanno comportamenti coercitivi, manca loro empatia e hanno attitudini sessiste che giustificano l’abuso delle donne.

6. Una soluzione esiste. Si chiama modello svedese ed è stata adottata in diversi paesi. L’essenza della soluzione è: criminalizzazione per clienti e magnaccia, decriminalizzazione per le donne e il provvedere loro risorse, alternative, alloggi sicuri, riabilitazione.

7. La prostituzione ha effetti su ognuno di noi, non solo su chi è coinvolto.

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(tratto da: “Workers of the World, Faint!”, un più ampio servizio di Julia Wallace, editrice del Cambodia Daily di Phnom Penh, 17 gennaio 2014, traduzione, adattamento e note Maria G. Di Rienzo.)

Poco più di due anni fa, alla fabbrica di indumenti Anful di Kompong, nella provincia di Speu, una giovane operaia di nome Chanthul e 250 delle sue colleghe collassarono in uno svenimento collettivo. Dovettero essere trasferite in ospedale. La linea di produzione si fermò.

Due giorni dopo, la fabbrica funzionava di nuovo, e gli svenimenti di massa colpirono ancora. Un’operaia cominciò a gridare ordini in un linguaggio che pareva cinese, e dicendo di parlare a nome di uno spirito ancestrale, chiese un rituale. Non fu ascoltata, e ancora più lavoratrici caddero a terra. La quiete, e la produzione, furono restaurate solo dopo che i proprietari dell’azienda ebbero organizzato un’elaborata cerimonia con copiose offerte di cibo ed altro allo spirito.

Questo episodio, per quanto bizzarro, non è singolare. Nel passato recente, la Cambogia ha fatto esperienza di una lunga serie di svenimenti di massa fra le lavoratrici del settore tessile: una dopo l’altra, centinaia di donne sono cadute sul pavimento delle loro fabbriche in un incantesimo di stordimento che si chiama “duol sonlap” in lingua Khmer. Gli svenimenti sono attribuiti, di volta in volta, al calore, all’anemia, all’eccesso di lavoro, alla scarsa ventilazione degli ambienti, ai fumi chimici e all’avvelenamento del cibo. Ma secondo un gruppo di medici, antropologi e psicologi che hanno studiato il fenomeno, due terzi di questi episodi sono associati in vario modo ai locali “ guardiani”, conosciuti come neak ta.

neak ta - casa albero

Gli svenimenti collettivi hanno paralizzato la produzione, fra la costernazione del governo, dei proprietari delle fabbriche e delle ditte acquirenti di abiti sul mercato internazionale. Gli Usa hanno aperto alle esportazioni cambogiane negli anni ’90, e la produzione di indumenti in Cambogia è da allora diventata un affare da 5 miliardi di dollari l’anno. Ci sono circa 600 fabbriche di vestiti nel paese, gestite per la maggior parte da compagnie di Taiwan, Corea, Cina, Hong Kong e Singapore. Molte sono state costruite affrettatamente nei polverosi sobborghi di Phnom Penh e in altre poche aree adibite al libero commercio: sullo stesso suolo in cui si crede i neak ta abbiano vissuto per generazioni.

Sebbene il Buddismo Theravada (1) sia la religione ufficiale della Cambogia sin dal 13° secolo, non ha mai soppiantato il pantheon esistente di spiriti ancestrali, dei locali e divinità braminiche. I neak ta sono forse i più importanti fra loro, spiriti intensamente legati ad una specifica forma naturale – una roccia, un albero, un appezzamento di terra. La connessione è così forte che in passato persino i re sono stati visti come quelli che “affittavano” la terra dai neak ta. Come questi re dell’antichità, il superstizioso Primo Ministro cambogiano Hun Sen, al potere da quasi trent’anni, evoca spiriti della terra e dell’acqua per maledire i suoi nemici. La maggioranza dei cambogiani, sebbene buddisti, placano questi spiriti con offerte di tè e focaccine poste su piccoli altari.

Al giorno d’oggi, quando i neak ta appaiono nelle fabbriche stanno di fatto sostenendo la causa delle giovani operaie cambogiane, perché registrano l’obiezione del loro corpo allo spietato regime quotidiano del capitalismo industriale: pochi giorni di ferie, un letto duro in baracche di legno, magri pasti di riso e curry racimolati e inghiottiti di fretta fra un turno e l’altro. Queste voci dall’aldilà stanno chiedendo una contrattazione collettiva qui ed ora, esprimendo le stesse lagnanze delle lavoratrici: l’essere sfruttate da forze che sono fuori dal loro controllo e la sensazione che le regole del lavoro in fabbrica stiano violando un’economia più antica e più giusta.

Giusto all’inizio di quest’anno, ho incontrato Sreyneang, una donna di 31 anni che lavora al Canadia Industrial Park, ad ovest di Phnom Penh. Di recente, un neak ta ha parlato tramite la sua voce, mentre dozzine di sue colleghe svenivano. Mentre era in questa trance, Sreyneang ha anche assalito il presidente del “sindacato” creato dal governo (e ad esso allineato), martellandolo di pugni e coprendolo di insulti.

Abbiamo chiacchierato sedute sul pavimento di terra della piccola casa di legno dove lei vive: non c’era altro su cui sedersi. Mi ha raccontato che si sentiva male, il giorno degli svenimenti, ma che l’infermiere della fabbrica rifiutò di lasciarla andare a casa. Non ricorda molto di cosa è successo poi, ma un guaritore spirituale le ha spiegato che un neak ta era entrato in lei, infuriato perché un albero di banyan (2) nei pressi della fabbrica – che era stato la sua casa per secoli – era stato abbattuto senza rituale propiziatorio ne’ scuse durante la costruzione dei capannoni.

Pochi mesi dopo questo evento, qualcosa di simile è accaduto in una fabbrica di articoli sportivi nei pressi della capitale, un sito di cui si mormorava fosse “infestato” sin dalla sua apertura nell’agosto 2012. Le lavoratrici hanno chiesto al loro supervisore, un uomo chiamato Ah Kung, se potevano tenere una cerimonia e offrire un pollo al neak ta infuriato per essere stato fatto sloggiare dal suo posto. L’uomo rifiutò. Due giorni più tardi, lo spirito entrò in una giovane operaia, Sreymom, e dopo aver detto, con la voce di lei, di essere “stato disprezzato” cominciò a gridare in un misto di Khmer e brevi sillabe veloci che le colleghe di Sreymom hanno preso per cinese. Dozzine e dozzine di altre operaie persero conoscenza e dovettero essere ricoverate nella clinica locale. Infine Ah Kung arrivò e si inginocchiò di fronte alla giovane, offrendosi di fare qualsiasi cosa il neak ta avesse chiesto. Quel che lo spirito stava chiedendo era: rispetto. Domandò fosse costruito un altare e vi si tenessero i consueti rituali. Domandò che il proprietario arrostisse un maiale e organizzasse la festa del capodanno Khmer per le lavoratrici. Il proprietario obbedì. Gli svenimenti cessarono.

In Cambogia, l’assoluta maggioranza dei lavoratori del settore tessile sono donne giovani. Molte sono le prime, nelle loro famiglie, a lavorare fuori dalle loro comunità che coltivano riso. Spesso mandano a casa una larga parte dei loro guadagni, e si sentono nel farlo sia fortunate sia disperate. “Le condizioni di lavoro sono terribili. Molto, molto brutte.”, mi ha detto Sreyneang mentre descriveva lo stare in fabbrica sei giorni la settimana per 120 dollari al mese, senza il permesso di prendere neppure un giorno per malattia. Nonostante gli sforzi per diversificare la produzione, l’industria degli abiti in Cambogia ammonta ancora all’80% sul totale delle esportazioni. Poiché l’economia è di conseguenza altamente vulnerabile all’instabilità nel settore, il governo ha spesso reagito duramente, persino con violenza, agli sforzi delle lavoratrici per unirsi in un sindacato o per intraprendere qualsiasi azione collettiva al fine di chiedere salari migliori. Durante i recenti scioperi (2 e 3 gennaio 2014), i lavoratori del Canadia Industrial Park e di un’altra fabbrica vicina a Phnom Penh sono stati aggrediti da soldati e polizia militare: almeno quattro sono stati uccisi e a dozzine sono rimasti feriti.

lavoratrici cambogiane in sciopero

I lavoratori cambogiani di frequente si lamentano dell’essere forzati a lavorare oltre orario e dell’essere minacciati quando tentano di unirsi a sindacati indipendenti anziché ad uno dei numerosi sindacati governativi o creati dai proprietari delle fabbriche, spuntati come funghi durante l’ultimo decennio. Per una manodopera stimata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro attorno alle 450.000 persone ci sono attualmente almeno 400 sindacati: quelli pro-governativi e pro-fabbriche occupano la maggioranza dei seggi dedicati al lavoro nel comitato nazionale che determina l’aumento dei salari. Il loro dominio complica la contrattazione collettiva.

Nel settembre 2010, quando il salario minimo su base nazionale era di 61 dollari al mese, circa 200.000 lavoratori scesero nelle strade per chiedere un aumento. Era il più grande sciopero mai effettuato dal settore della confezione di indumenti, ma dopo soli tre giorni arrivò ad una brusca fine grazie alla violenza della polizia ed alle minacce ai leader sindacali. Centinaia di operai in sciopero furono per rappresaglia illegalmente licenziati. La paga minima restò invariata.

Poi apparve il neak ta. Gli svenimenti di massa nelle fabbriche di abiti sono aumentati esponenzialmente nel 2011. Linee di produzione hanno chiuso dopo che le lavoratrici avevano chiuso i loro corpi, e gli spiriti hanno negoziato con gli amministratori. L’opinione pubblica ha cominciato a cambiare. Durante gli scioperi del 2010, pochi sembravano preoccupati dei diritti dei lavoratori. Persino i media stranieri e il principale economista della Asian Development Bank si chiedevano se le domande dei lavoratori avrebbero danneggiato l’industria. Ma quando cominciarono gli svenimenti di massa la preoccupazione crebbe: le lavoratrici stavano guadagnando abbastanza per nutrire se stesse? Erano esposte a prodotti chimici pericolosi?

Da allora, il salario base per i lavoratori del settore dell’abbigliamento è cresciuto da 61 dollari a 80, ed è previsto che arrivi a 100 dollari questo febbraio. Numerose conferenze su salute, sicurezza e lavoro sono state tenute. Fabbriche, il consorzio dei produttori di indumenti e i suoi clienti hanno commissionato studi sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche cambogiane. Le operaie hanno cominciato a ricevere bonus per la cura della salute e i trasporti.

Non tutti i miglioramenti sono da attribuire alle visite degli spiriti: i sei sindacati indipendenti del paese hanno lavorato duro per l’aumento salariale. E le condizioni di lavoro lasciano ancora moltissimo a desiderare. Gli attivisti per i diritti dei lavoratori stimano che il minimo mensile per consentire ai lavoratori di mangiare e avere una casa sarebbe di 160 dollari. Ma sino ad ora, se le condizioni sono generalmente migliorate, è in parte perché le persone prive di sensi sui pavimenti delle fabbriche hanno cambiato la cornice del dibattito. La brutale repressione effettuata dal governo dello sciopero di questo mese ha dimostrato che esso non tollera contrattazioni collettive su larga scala. Ma gli svenimenti di massa sono una forma d’azione di gruppo che è difficile sopprimere.

Ed ora, i neak ta stanno cominciando a mostrarsi per difendere altre vittime dello sviluppo. Gli spiriti sono apparsi durante manifestazioni e sit-in organizzati dall’opposizione politica, che contesta i risultati delle elezioni tenutesi nel luglio 2013, che hanno mantenuto il partito di Hun Sen al potere. Alle proteste contro gli sfratti coatti a Phnom Penh, maledizioni tradizionali animiste sono state lanciate alle istituzioni statali. Sale e peperoncini (3) sono lanciati nei tribunali, i medium evocano divinità locali affinché facciano trionfare la giustizia nelle dispute sulla terra.

L’anno scorso, in uno slum di Phnom Penh, una dimostrazione di residenti che erano stati sfrattati dal ricco proprietario ha visto un neak ta prendere possesso di una donna indigente, che viveva in un sottoscala con il marito diagnosticato come malato mentale (entrambi sofferenti di Hiv). La donna ha aggredito un ufficiale del posto che stava tentando di chiudere la protesta, forzandolo a ritirarsi. Anche in questo caso, in precedenza, il proprietario aveva tagliato un vecchio banyan ritenuto la casa del neak ta.

“Ho protetto quest’area per lungo tempo.”, gridava la donna, “E sono molto arrabbiata perché la compagnia ha demolito la mia casa. Sono davvero, davvero arrabbiata.”

(1) Forma di Buddismo introdotta nel 1295 dal re Sindra. Chiamata anche “Piccolo Veicolo” o “Insegnamento degli anziani” ha avuto origine in Sri Lanka, e si concentra sulla responsabilità di ogni individuo di raggiungere il nirvana tramite la meditazione e l’acquisizione di meriti (dare cibo ai monaci, adorare il Buddha, ecc.).

(2) Una specie di fico.

(3) Per la purificazione dell’area e la cacciata delle entità maligne.

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(tratto da: “Cambodia’s Women Call For Free And Fair Elections”, un più ampio servizio di Charlotte Pert per “The Daily Beast”, 13 settembre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“Elezioni libere e pulite in Cambogia”: una volta questa frase si vedeva usualmente solo sugli striscioni a Phnom Penh, ora si è diffusa per le strade. Dopo più di un mese dalle elezioni generali nel paese, dimostrazioni organizzate contro i risultati delle stesse stanno accadendo in tutto il mondo. La pace che seguito decenni di guerra civile ha portato con sé per la Cambogia l’essere spesso ignorata, ma ora la piccola nazione situata a sud della Thailandia sta lentamente tornando sulla mappa politica mondiale, con la democrazia che aleggia all’orizzonte.

Mu Sochua e altri suoi connazionali stanno preparando una serie di manifestazioni di massa per contestare i risultati delle elezioni palesemente falsate tenute dal “Partito del popolo cambogiano” che governa da almeno trent’anni. Una serie di proteste si sono già sollevate a livello globale. Originatisi sulle strade di Phnom Penh, il messaggio di Mu Sochua e la richiesta di milioni di cambogiani si sono riflessi su paesi molto lontani. Dimostrazioni si sono tenute davanti alla sede delle Nazioni Unite a Ginevra, a Parigi, a Washington, a New York e Los Angeles. Le elezioni generali del 2013 non hanno oltraggiato solo milioni di cambogiani, ma anche un’audience mondiale, così come una nazione di donne all’interno della Cambogia.mu sochua

La presenza delle donne fra i sostenitori di Mu Sochua cresce a vista d’occhio, e queste donne fanno sentire le loro voci sempre di più ad ogni manifestazione. Mu Sochua, che fa parte del “Partito cambogiano per il soccorso nazionale” (PCSN) , ha fornito formazione personalmente a cinquanta di esse, di tutte le età, provenienti da tre province del nord: lo scopo comune su cui si sono riunite è guidare il paese al cambiamento e alla democrazia durante le prossime elezioni. Il processo, diretto alle donne rurali, si articola in quattro punti: identificare donne che potrebbero essere candidate adatte; riconoscere quali donne abbiano il maggior potenziale per essere elette; investire in queste donne ed offrire loro training; rendere il tutto ufficiale chiedendo alle donne di unirsi al partito come candidate.

Questo è un cruciale balzo in avanti per le donne del partito. Dopo la fusione del “Partito Sam Rainsy” con il “Partito per i diritti umani”, che ha formato il PCSN, il numero di donne nel partito è andato a picco. Perciò Mu Sochua ha visto come una priorità addestrare e dar potere ad un maggior numero di donne. Il programma sta offrendo opportunità che molte donne vedevano in precedenza come impossibili: Seung Sopheap, 19enne, dice che desidera “studiare i diritti delle donne e conoscere le leggi e capire tutto quello che le donne possono fare in politica”, mentre Yim Thyday, ventenne, vuole che “la Cambogia sia riconosciuta come un paese che dà diritti a tutti, dà i propri a noi donne e ci dà la libertà di fare quello che desideriamo.” In una società dove le donne hanno per lo più vissuto come cittadine di seconda classe, queste donne sono ora per le strade della Cambogia assieme a Mu Sochua, forti e senza paura.

La prima delle grandi dimostrazioni ha avuto luogo il 7 settembre scorso, dopo una serie di dimostrazioni più piccole tenutesi il mese precedente: esse avevano lo scopo di educare i partecipanti alla pratica della disobbedienza civile, seguendo i rispettabili passi di Gandhi, Nelson Mandela e Martin Luther King, mostrando resistenza nonviolenta al governo. Contrariamente alla nozione di “Primavera cambogiana”, che evoca immagini di una sollevazione violenta, Mu Sochua e l’opposizione sono adamantini nel perseguire una lotta pacifica per la vittoria. Mu Sochua sostiene di mirare “a che la domanda degli elettori di verità e giustizia ottenga risposta”. Che questa donna e il suo partito vincano o no le prossime elezioni una cosa è certa: il numero di candidate avrà un drastico aumento. E qualsiasi cosa debba accadere in Cambogia, non fermerà Mu Sochua e la sua “banda” di donne dal muoversi in avanti.

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(tratto da “Starting with Ourselves: Chum Lou’s work in Battambang, Cambodia”, di Meghan Battle per HelpAge – International, 2011. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Il mio nome è Chum Lou, ho settant’anni. Vivo qui (nel villaggio di Battambang in Cambogia, ndr.) con mio marito e due dei miei figli. Il maschio ha 33 anni ed è disabile. Ha avuto la poliomielite e non riesce a camminare o a stare in piedi da solo. La femmina ne ha 28 ed è insegnante all’asilo.

Io sono nata proprio qui. L’unico periodo in cui non ho vissuto al villaggio è stato quando ci hanno sgomberati di forza nel 1978. Tuttavia, nel 1979 sono tornata. Durante quel periodo, il mio secondo figlio è morto e nello stesso anno l’altro si è ammalato di poliomielite. Gli altri figli non vivono più qui: due sono sposati e stanno con le loro famiglie a Kompong Cham, e uno vive a Svai Sisophon.

Mia figlia sta ancora con noi. Ha un amico che vorrebbe sposare il prossimo anno, ma per quel che riguarda me non c’è fretta. Suo padre ed io vorremmo che il suo compagno fosse un uomo che la rispetta e sappia sostenerla. Io non ho problemi se aspetta di aver trent’anni per sposarsi.

Anche mio marito è disabile, perché è stato malato per molto tempo. Può camminare da solo, e mi aiuta in casa, ma è molto difficile per lui lavorare. Sa che io sono molto indaffarata fra gli incontri e l’imparare cose che possono aiutare la nostra comunità, così mi dà una mano. Io sono spesso via per conto dell’Associazione della Gente Anziana (AGA) perché sono responsabile del programma acqua ed impianti sanitari per il nostro villaggio. Mio marito è migliore di me, come cuoco. E quando io ho da fare pulisce la casa e si prende cura di nostro figlio.

Le donne in Cambogia hanno già dei diritti: il diritto di imparare, di ricevere un’istruzione, di partecipare, di essere eguali… ma quando vedo i casi di violenza domestica mi ricordo che la nostra società non rispetta completamente i diritti delle donne. La violenza continua attraverso le generazioni. Quando i genitori bevono e agiscono con violenza non possono istruire i loro figli a fare diversamente. Per cui dobbiamo cominciare da noi stessi e dare un buon esempio ai nostri bambini ed alla nostra comunità. Ci sono ancora cose che la nostra società non capisce. Dicono che le donne sono più deboli. I loro corpi, le loro menti, i loro cuori: dicono che tutto di noi è più debole. Ma se studiamo e impariamo di avere dei diritti, allora la gente ci vede e ci rispetta. Non dobbiamo imitare gli uomini, bere, giocare d’azzardo, e dobbiamo smettere di discriminare chi è diverso. Allora gli uomini vedono che siamo forti e quando diamo loro dei consigli li seguono.

Le donne sono uguali agli uomini, ma è che gli uomini hanno paura di noi. Hanno paura perché per tanto tempo sono stati i soli leader ed ora devono condividere il potere con noi. Per cui a volte vogliono spaventarci, con la violenza o le minacce. E’ molto importante che AGA abbia leader donne e che ci siano leader donne nel nostro villaggio. La gente vede che siamo capaci e ci rispetta, e ci pensa due volte prima di dire che le donne sono più deboli degli uomini. Io sono felice di essere una guida nella mia comunità: tutti mi rispettano, mi ascoltano, seguono i miei consigli.

Ci sono alcuni casi di violenza domestica nel villaggio per cui AGA fornisce aiuto e consulenza. Invitiamo le leader della comunità nel nostro centro, ad insegnare cosa dice la legge e a rispettare le donne. Anche mia figlia si è impegnata molto sui diritti delle donne. Ha imparato come intervenire nei casi di violenza: perché spesso noi ci accorgiamo che sta accadendo ma non facciamo nulla per fermarla. Adesso io e mia figlia interveniamo sempre: “Non puoi picchiarla a questo modo. Abbiamo leggi contro di questo. E’ sbagliato.”

Prima che il mio figlio maggiore si sposasse gli ho parlato della violenza domestica. Gli ho detto che il rispetto è per sempre. Abbiamo parlato a lungo ed io gli ho detto di avere un cuore gentile e di ricordare gli esempi che noi genitori gli avevamo dato. “Non puoi cambiar moglie come cambi un vestito.”, gli dissi, “La nostra vita è difficile e siamo poveri, ma dobbiamo rispettarci l’un l’altro ed essere d’accordo su come vogliamo vivere. Non è che puoi rispettare tua moglie per i primi cinque anni e poi quando ne hai 40 puoi uscire a divertirti e dormire con chi ti pare.” Ho voluto dire tutto questo a mio figlio perché desidero che sia un uomo buono, e un buon marito.

Il futuro sarà diverso per le donne, qui. Tutte studieranno, e tutte sapranno moltissime cose, non solo a livello di informazioni, sapranno come essere giuste e compassionevoli. Conosceranno lingue diverse, conosceranno i propri diritti e come smantellare la violenza domestica. Spero che saranno anche in grado di guadagnare abbastanza per sostenere le proprie famiglie, di modo che non dipenderanno dai loro mariti. Le loro esistenze saranno migliori, più solide. Abbiamo ancora così tanto da fare affinché le donne abbiano eguali diritti in Cambogia.

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La gente mi dice spesso che non andrò più lontana della mia cucina. Io rispondo che cambierò la loro percezione, mostrando loro che posso fare anch’io quel che gli uomini fanno. Loro mi ridono dietro. Io non rido mai di loro, semplicemente faccio proprio quel che un uomo fa. Loro dicono che agisco come un maschio. Io rispondo che resto una femmina.

La gente mi dice che una ragazza che viene da una famiglia povera, come me, non deve nemmeno sognare di avere un alto grado di istruzione, perché è solo una perdita di tempo. Portano ad esempio mia sorella maggiore, che ha lasciato la scuola in quarta elementare, o la mia seconda sorella che ha fallito l’esame delle medie ed è finita ad aiutare mia madre nei suoi piccoli commerci. Mi chiedono cosa sto combinando, e perché non capisco che una ragazza non ha altro futuro che l’essere una casalinga. Io rispondo che non abbandonerò gli studi perché sono una femmina.

Mia madre, analfabeta, mi ha insegnato a suo tempo tutte le regole da seguire per essere una “brava ragazza”. Non devo parlare o ridere a voce alta. Se rido, i miei denti non devono mostrarsi. Il mio camminare non deve essere udito. Non devo fare domande, ma ascoltare.

Le ho chiesto perché. Lei ha risposto che questa è la tradizione. “Gli uomini devono fare anche loro così?”, ho chiesto ancora io. Mia madre ha detto di no. Io ho replicato che non avrei seguito una tradizione che mi rendeva diseguale. Lei a momenti sveniva.

Quando ho vinto una borsa di studio per andare a scuola all’estero, i miei genitori non volevano che partissi. Ho detto loro che era necessario per me andare, per operare cambiamenti. Mia madre mi ha chiesto perché dovevo operare cambiamenti. “Perché sono una ragazza.”, le ho risposto. Sono partita. Lei piangeva.

Sono tornata a casa per un progetto estivo, ed ho tenuto una conferenza sull’essere una leader di sesso femminile. Ho parlato di come dovrebbero essere trattate le donne, e di cosa la “tradizione” significa veramente. A molti uomini il discorso non è piaciuto. Ma la sapete una cosa? Parecchi sono tornati a casa ed hanno detto alle figlie: “Va’ a scuola, tesoro, ci penso io ai piatti.”

Mamma, vorrei tu potessi capire che sono nata per essere eguale.

E voi tutti: una ragazza è pure un essere umano, perché non dovrebbe essere trattata allo stesso modo?

Saren Keang, Cambogia (trad. Maria G. Di Rienzo)

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C’era una volta, in Cambogia, un bambino che si chiamava Dhomabal Khumar. A sette anni sapeva già parlare quattro lingue e leggeva i testi sacri studiati dai monaci. Inoltre, conosceva il linguaggio degli uccelli e parlava con loro. La sua famiglia gli costruì un tempio accanto al fiume, dove molti uccelli andarono a vivere, e così Dhomabal poteva parlare con loro ogni giorno.

La gente del suo villaggio lo amava molto, non solo perché era intelligente, ma perché aveva un cuore gentile. Purtroppo quell’affetto rese geloso il re degli dei, Kabil Moha Prom, che sfidò il bambino. Se non avesse saputo rispondere all’indovinello che il re gli poneva, questi gli avrebbe tagliato via la testa. Ma se Dhomabal avesse vinto, il re degli dei si sarebbe tagliato la testa da sé.

L’indovinello era: Dove trovi la felicità al mattino, a mezzogiorno e alla sera?

Il bambino non sapeva la risposta, perciò fuggì nel profondo della foresta. Qui, sentì per caso due aquile che parlavano proprio dell’indovinello, perciò apprese la risposta: al mattino, trovi la felicità nel tuo volto, a mezzogiorno nel tuo corpo e la sera nei tuoi piedi. Dhomabal riferì quindi la soluzione dell’indovinello al re degli dei, e costui si tagliò la testa. La testa divina era a questo punto un problema: non si poteva posarla sulla terra, perché avrebbe causato incendi; non si poteva lasciarla in cielo, perché avrebbe causato siccità, e nemmeno metterla nell’oceano, perché lo avrebbe prosciugato. Così Kabil Moha Prom istruì le sue sette figlie su cosa fare: la testa andava sistemata in un carretto d’oro, doveva girare attorno alla montagna Sumeru e poi andare al tempio celeste di Khimalay. Le sette figlie ogni anno si danno il cambio per portare a termine questo compito. Inoltre, poiché il re degli dei senza testa non può più benedire il suo popolo, sono loro a farlo, ad ogni nuovo inizio dell’anno lunare.

La figlia in carico per quest’anno è la quinta, e si chiama Kariney Tevi. Arriverà verso mezzogiorno del 14 aprile prossimo, a cavallo di un elefante e scortata da un migliaio di angeli femmine. Alla testa del corteo starà un’angela in groppa ad un coniglio, giacché questo nuovo anno è quello del coniglio, ed è lui a conoscere la strada.

In ogni casa ci sarà una tavola apparecchiata con fiori e frutti per la schiera angelica, i cambogiani bagneranno con acqua benedetta nei templi prima i loro volti, poi i loro corpi e infine i loro piedi, come la risposta di Dhomabal ha insegnato loro tanto tempo fa, e ci saranno cerimonie e giochi e feste.

Ecco infine cos’ho imparato io. 1) La felicità consiste nel sapersi riconoscere, nel darsi nutrimento e quindi nell’agire: e queste tre cose sono inseparabili l’una dall’altra. 2) Un’importante fonte di salvezza, di fronte al pericolo e alla minaccia, è saper comunicare anche con chi è radicalmente diverso. 3) Portare in giro il sole (una delle fonti della vita su tutto il pianeta) è una responsabilità non da poco: l’energia benefica è pericolosa se usata nel modo sbagliato. 4) Non è bene se ad avere il controllo su tale energia è una sola persona, finisce infatti per usarla con arroganza: meglio che la responsabilità sia condivisa, fra noi che ci trattiamo come sorelle.

Maria G. Di Rienzo

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Cara Michelle Bachelet e cari membri del consiglio direttivo dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, ho l’onore e il privilegio di informarvi delle questioni con cui il mio paese si confronta. Sono anche grata, e piena di aspettative, rispetto alla sua nomina a direttrice dell’Agenzia Donne. Sono sicura che lei darà speranza alle donne di tutto il mondo.

C’è un proverbio, in Cambogia, che dice che gli uomini sono come l’oro, le donne come un fresco fazzoletto bianco di lino. Anche se l’oro finisce nel fuoco, resta intatto. Un pezzo di stoffa bianca, nel momento in cui ha una macchia, non serve più a nessuno.

L’idea che le ragazze e le donne sia beni disponibili è ancora prevalente nella società cambogiana, aggravata dallo sproporzionato valore posto sulla verginità. Anche se una ragazza è stata drogata e stuprata, il suo valore come moglie desiderabile diventa zero. La vittima è ritenuta responsabile e caricata del fardello di aver portato disonore alla propria famiglia.

Come studente e come volontaria di Soroptimist International (un’ong a Phnom Penh), mi lascio guidare dal mio cuore nel dare forza alle donne e alle bambine. Sono preoccupata per il crescente traffico di esseri umani, a scopo sessuale, in Cambogia e per le istanze di povertà e mancanza di istruzione che vi stanno sotto.

La prostituzione spesso prende una forma mascherata: accade nei bordelli in Cambogia e nella vicina Thailandia, ma anche nelle sale per massaggi e nei karaoke bar, e in luoghi ancor più nascosti. Le donne e le ragazze che migrano dalle zone rurali a quelle urbani, ed attraverso il confine con la Thailandia, sono particolarmente vulnerabili alla violazione dei loro diritti umani nel momento in cui cadono preda della crescente industria del sesso.

La scarsa istruzione mette molte ragazze e giovani donne in pericolo di essere vendute all’industria del sesso o raggirate in essa, o sono forzate a fare questa scelta in mancanza di alternative disponibili. Povertà, analfabetismo, problemi familiari e discriminazione di genere creano un terreno per fertile per la proliferazione del traffico di esseri umani, dello sfruttamento, dello stupro e dell’abuso.

L’istruzione, in Cambogia, è ancora limitata per coloro che vivono nelle aree rurali e nelle zone più povere delle città. La maggioranza delle famiglie povere è analfabeta o ha finito solo la scuola elementare. Dobbiamo incoraggiare e sostenere tutte le ragazze affinché possano istruirsi ed evitare di essere trafficate nell’industria del sesso. Vorrei chiedere all’Agenzia Donne delle Nazioni Unite di soccorrere le vite della povera gente in Cambogia. Aiutateci a provvedere un migliore sistema educativo, in special modo per coloro che vivono nelle zone rurali. Aiutateci ad istruire donne ed uomini affinché capiscano la diseguaglianza di genere, di modo che noi si possa por fine alla discriminazione di genere e dare valore alla vita di ogni singola persona.

Affettuosi saluti, Sarvina Kang, Phnom Penh, Cambogia

 

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“Voce delle lavoratrici tessili”

(canzone scritta da “The Messenger Band”)

Le voci delle lavoratrici tessili devono essere usate per urlare,

per dire a tutte le donne cambogiane che la vita di una schiava

è molto difficile.

Ci maledicono, ci biasimano, dicono che non siamo brave ragazze,

ma noi non abbiamo ne’ libertà ne’ diritti.

Siamo tutte confezionatrici di abiti, viviamo in condizioni pessime,

lottiamo contro le difficoltà, siamo stanche e non diciamo nulla,

continuiamo a lavorare duro, e la maggior parte di quel che io guadagno

serve ad aiutare mia madre.

La canzone che stiamo cantando parla della vita reale delle lavoratrici tessili,

per favore abbiate compassione, considerate la vita delle lavoratrici.

Perché stiamo soffrendo?

Le sofferenze e i problemi vengono dal padrone della fabbrica che ci sfrutta.

Quando noi che lavoriamo abbiamo bisogno d’aiuto,

chi può aiutarci a risolvere le cose?

Dov’è la giustizia?

Quando ho bisogno di te, perché tu mi ignori?

 

Due donne del gruppo musicale

 

 “The Messenger Band”, gruppo musicale formato da ex lavoratrici tessili, tiene i suoi concerti per far luce sulle condizioni del lavoro in fabbrica delle donne e su altre istanze femminili. La band si è formata nel 2005 nell’ambito di un’ong cambogiana (“Agenda delle donne per il cambiamento”), scrive canzoni in uno stile folk tradizionale e le accompagna con una coreografia di movimenti. Gli spettatori cambogiani mostrano sempre un interesse appassionato per le performance: se gli si chiede perché, rispondono che le canzoni parlano delle loro figlie, delle loro nipoti, delle loro amiche. Nell’intervista che segue Vun Em, venticinquenne membro del gruppo, risponde alle domande della giornalista Anne Elizabeth Moore.

A. E. Moore: Da quanto tempo sei nella band?

Vun Em: Da cinque anni, da quando è nata.

A.E. Moore: E prima lavoravi in una fabbrica tessile?

Vun Em: Sì, ho lavorato in fabbrica dal 2000 al 2005 (dai quindici ai vent’anni, ndt.). Adesso il mio lavoro a tempo pieno è la band.

A.E. Moore: Come riesci a guadagnare abbastanza, lavorando a tempo pieno per un gruppo musicale politico in Cambogia?

Vun Em: Abbiamo il sostegno dell’ong, l’Agenda delle donne per il cambiamento. Hanno creato un’organizzazione veramente grande, e provvedono aiuto alla Messenger Band. Non è molto, ma è abbastanza.

A.E. Moore: Perché pensi che la band sia importante?

Vun Em: Io penso che sia davvero importante, perché tramite la band posso parlare della verità, della situazione che vivevo quando ero in fabbrica. Ho visto un mucchio di problemi affliggere le lavoratrici nella fabbrica, e penso sia bene quando scriviamo una canzone che informa la gente e dà sostegno alle lavoratrici.

A.E. Moore: Cos’hai visto nelle fabbriche, che credi dovrebbe cambiare?

Vun Em: Oh, questa è una buona domanda. In primo luogo voglio vedere un cambiamento: vedere le lavoratrici tessili rispettate dalla legge, e rispettate dal governo e dagli imprenditori. Questi ultimi devono imparare a seguire la legge cambogiana e a rispettare i diritti dei lavoratori.

A.E. Moore: In che modi la legge è disattesa, in Cambogia?

Vun Em: In moltissimi modi, come lo straordinario forzato e le paghe miserabili. Le lavoratrici devono chiedere il permesso di assentarsi per un giorno di ferie e quando sono malate. Ottenere le ferie è quasi impossibile. E spesso, quando sono malate, la compagnia le licenzia. Se stanno male in fabbrica, quando dovrebbero essere portate all’ospedale i proprietari non lo permettono. Se tu svieni in fabbrica loro ti rianimano e poi ti dicono: “Devi promettere che non perderai i sensi di nuovo, altrimenti non hai più un lavoro.”

A.E. Moore: Cosa? Devono promettere di non svenire?

Vun Em: Sì, e lo fanno. Non possono perdere i sensi di nuovo, o verranno licenziate. Le lavoratrici sono così spaventate che promettono ai capi di non svenire.

A.E. Moore: E’ difficile essere un’attivista in Cambogia?

Vun Em: Un po’. Ma se noi non facciamo questo, nessuno saprà mai com’è la storia. Perciò dobbiamo continuare e condividere le informazioni sulla povera gente della Cambogia. Dobbiamo stare in piedi e parlare, altrimenti moriamo. E le lavoratrici, loro ci accolgono felicemente ovunque, e dicono “Abbiamo sentito la vostra canzone alla radio”, e qualche volta alla tv, ma non spesso.

A.E. Moore: Vorresti diventare famosa come pop star?

Vun Em: Molte persone mi dicono: “Perché non vai in televisione, e canti la tal canzone, e diventi una star?” Ma io non voglio diventare una star. Non voglio essere una persona famosa, voglio che le mie canzoni, le informazioni che veicolo attraverso le mie canzoni, siano riconosciute dalle persone importanti, e siano rispettate. E voglio diritti per le persone di cui canto. A me non importa di essere conosciuta, ma voglio che la mia gente qui abbia abbastanza riso, abbastanza cibo per nutrirsi, e che possa domandare il rispetto dei propri diritti.

A.E. Moore: Mentre le fabbriche di indumenti continuano a chiudere, sempre più donne entrano nell’industria del sesso, vanno a lavorare nei cosiddetti “karaoke bar”. La tua band ha una canzone, al proposito.

Vun Em: Sì, quando le fabbriche chiudono alcune ragazze diventano intrattenitrici, e l’Hiv si diffonde sempre di più. Ma perché le ong internazionali non si curano delle vite vere di queste ragazze? Perché non si preoccupano delle loro famiglie? Perché non hanno a cuore la sicurezza di queste persone? Perché si preoccupano solo della diffusione del virus Hiv? (Vun Em comincia a piangere) Io non so, non capisco. Anche a noi importa dell’Hiv, ma tu devi pensare alla vita della gente, non solo al virus. Se le persone non hanno abbastanza da mangiare, se non hanno istruzione, se non hanno buona salute, come possono proteggersi dall’Hiv? Non hanno neppure il tempo di pensarci, quel che c’è nella loro mente, per tutto il tempo, è: “Ho bisogno di cibo, ho bisogno di cibo”.

A.E. Moore: Come possiamo dar sostegno dall’esterno alle lavoratrici delle fabbriche?

Vun Em: Fate qualsiasi cosa vada a migliorare le cure sanitarie per le confezionatrici, e per la povera gente cambogiana, perché le cure e il cibo sono qualcosa di cui c’è terribile necessità.

E una cosa: vorrei che chi viene ad impiantare fabbriche e a fare investimenti in Cambogia si preoccupasse di conoscere le condizioni di chi lavora. E voglio che gli imprenditori siano responsabili nei confronti dei lavoratori e delle nostre leggi. Che smettano di far pressione sul nostro governo e sulla nostra gente. E che diano una mano, invece di limitarsi a dar giudizi. Devono imparare, devono capire qual è la vera situazione in cui la Cambogia si trova.

La vita di una ragazza del karaoke bar”

(canzone scritta da “The Messenger Band”)

Ho avuto un brutto destino sin da quando sono nata,

la mia vita è stata diversa dalle altre.

Sempre immersa nell’infelicità, porto su di me il fardello della mia famiglia.

Porto su di me la vergogna, e vendo la mia voce.

Sono una “ragazza karaoke”, canto nel karaoke bar,

non vorrei essere qui, ma sono povera.

Per favore non biasimatemi come malvagia,

io sto tentando di vivere in questa tenebra.

Lavoro giorno e notte e non riposo mai,

ma sono ancora povera, ero in debito con il padrone.

Se mi prendo del riposo, mi tagliano la paga.

Queste sono le lacrime di una “ragazza karaoke”.

Io vivo come una schiava, senza libertà.

Il padrone mi maltratta, e mi forza a “servire” i clienti.

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