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(da un più ampio articolo di Jenny Lý per Loa, 7 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Il culto vietnamita delle Dee Madri ha ricevuto riconoscimento dell’UNESCO come “eredità culturale intangibile dell’umanità”. L’annuncio ufficiale è stato dato durante l’11^ “Convenzione per la salvaguardia delle eredità culturali intangibili” tenutasi a Addis Abeba, in Etiopia, dal 28 novembre al 2 dicembre 2016.

La notizia ha prodotto festeggiamenti in Vietnam, in particolare fra la comunità degli aderenti all’antico culto e fra gli studiosi e le studiose che per anni avevano chiesto tale riconoscimento all’UNESCO. Il governo del Vietnam aveva sottoposto ufficialmente il dossier sulle “pratiche relative alla fede vietnamita nelle Dee Madri dei Tre Regni” nel 2015.

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Il culto delle Dee madri esprime la necessità spirituale del popolo di onorare gli antenati che proteggono la prosperità della vita ed esprime devozione per la figura materna, il che riflette l’antico sistema matriarcale delle società vietnamite. L’UNESCO attesta che il culto “fornisce basi per le relazioni sociali collegando i membri delle comunità che vi partecipano” e che contribuisce “all’apprezzamento delle donne e dei loro ruoli sociali”.

Le Dee Madri dei Tre Regni rappresentano divinità del cielo, dell’acqua e delle montagne e foreste, e sono state associate sia a figure storiche e reali sia a figure mitologiche.

La pratica chiave della devozione alle Dee Madri è il lên đồng, un rituale in cui una persona va in trance e assume l’identità e l’abbigliamento di una divinità particolare, danzando per onorare le tutte le Dee. Questo rituale si tiene giornalmente nelle cerimonie locali così come nei più grandi festival e nei pellegrinaggi, durante tutto l’anno.

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(Kim Chi tiene un rituale lên đồng per la delegazione del suo tempio, su una barca, durante il festival di Điện Hòn Chén)

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(e anche noi: meno 7 al 14 febbraio – One billion rising for justice – http://www.onebillionrising.org/http://obritalia.livejournal.com )

siamo con te piccola amica

Giustizia. Per le bambine e le ragazze migranti, il cui viaggio verso altre città e nazioni è spesso preceduto da abusi e violenze sia quando si muovono da sole (stupri, prostituzione forzata, matrimoni forzati, lavoro coatto, mutilazioni genitali), sia quando partono con le loro famiglie o quel che ne resta (guerre, disordini civili, disastri ambientali, persecuzioni religiose/politiche).

Bambine e ragazze migranti incontrano abusi e violenze anche durante il viaggio stesso (truffe, rapine, molestie e violenze sessuali, rapimento e traffico, condizioni disumane e pericolose imposte dai trafficanti) e se ad esso sopravvivono è raro che siano accolte in modo decente nei paesi in cui arrivano, nei quali possono soffrire ulteriormente a causa di leggi inique, razzismo, xenofobia e sessismo. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

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Giustizia. Per le bambine e le ragazze ovunque a cui non si permette di andare a scuola, di giocare, di fare sport, di ridere, di cantare, di avere sogni. Per i milioni di bambine e ragazze che lavorano dall’alba al tramonto a spaccar pietre, a pulire case, a raccogliere rifiuti nei campi. Metà degli assalti sessuali in tutto il mondo sono diretti a loro, a persone di sesso femminile dall’età inferiore ai 15 anni: la vita di 6.000 bambine e ragazze viene segnata per sempre, in questo modo, ogni maledetto giorno. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

Giustizia. Per le bambine e le ragazze che ovunque hanno fatto o stanno facendo esperienza di molestie sessuali a scuola e per strada (sei su dieci). Per le bambine e le ragazze che grazie al bombardamento dei media e alla pressione sociale sul modello unico di “femminilità” pensano di essere brutte (il 71%), e che cominciano a mettersi a dieta fra i 7 e gli 11 anni (una su cinque). Per le bambine e le ragazze che sono state fatte apparire e sentire delle stupide, delle incapaci, delle creature inferiori a causa del loro sesso: ammontano al 60%. E per le bambine e le ragazze già a conoscenza delle differenti aspettative sociali sul comportamento di maschi e femmine, che determinano come quel che per un maschio è scusabile, inevitabile e persino giusto, sia sempre un marchio d’infamia per una femmina: 76%. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

E renderlo migliore per loro lo renderà migliore per noi tutte/i. Maria G. Di Rienzo

namaste

Fonti: State of the World’s Girls: 2013 Report – Plan International; UN Women – Unite; About Face; 10 x 10 – Girls Rising; Girls on the move: 2013 Report – UN Foundation Popolation Council; Right to Education Project; Unicef; Unesco; European Union Agency for Fundamental Rights.

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(Il Belpaese e la violenza – parte due: dati e stereotipi)

Nel suo rapporto “Mission to Italy” (2012) l’inviata speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, dice del nostro paese:

Gli stereotipi di genere, che predeterminano i ruoli di uomini e donne nella società sono profondamente radicati. Le donne portano un grave fardello nei termini della cura domestica, nel mentre il contributo degli uomini alla stessa è fra i più bassi del mondo. Rispetto alla loro rappresentazione nei media, nel 2006 il 53% delle donne apparse in televisione non parlava; mentre il 46% era associato a questioni come sesso, moda e bellezza, solo il 2% aveva rapporto con l’impegno sociale o la professionalità.” (pag. 6, “General status of women within society”, i corsivi – in questo paragrafo e nei successivi – sono miei.)

La violenza contro le donne resta un problema significativo in Italia. Come forma di violenza maggiormente pervasiva, la violenza domestica continua ad investire le donne attraverso il paese. Il continuum della violenza nelle case è riflesso dal crescente numero di vittime di femicidio da parte di partner, sposi o ex compagni. In maggioranza le manifestazioni di violenza non sono denunciate, nel contesto di una società patriarcale dove la violenza domestica non è sempre percepita come un crimine; dove le vittime sono in larga misura economicamente dipendenti dai perpetratori di violenza; e persiste la percezione che i responsi da parte dello stato non sarebbero appropriati o d’aiuto alcuno.” (pag. 17, “Main challenges”, paragrafo 67)

Questo invece dice l’UNESCO nel suo studio “Gender-sensitive indicators for media” del 2012:  A paragone di molti paesi europei, l’Italia sta mostrando un preoccupante ritardo in merito alle eguali opportunità per le donne, dal settore economico a quello socio-culturale. (…) L’attuale sottorappresentazione delle donne nei media, in particolar modo quelli del mainstream, riflette una società che non è ancora stata capace di includere pienamente le donne. E’ così specialmente per le donne coinvolte nella sfera pubblica, che è la più visibile sui media. (…) La collezione d’immagini trovate nei media italiani relega le donne a pochi ruoli molto convenzionali: la donna come oggetto sessuale (espressione di una cultura “macho” ancora molto diffusa nel paese) e la donna come madre e casalinga. L’Italia ha adottato i provvedimenti europei che invitano ad una rappresentazione più bilanciata e meno sessista delle donne in tutti i settori dei media, enunciati nel Testo Unico della Radiotelevisione nel 2005. Ci sono tentativi di porre maggiore attenzione alla rappresentazione più bilanciata delle donne. Tuttavia, essa non è stata ancora raggiunta, nonostante il crescente numero di professioniste che lavorano nel campo dell’informazione. Lo scenario è comprovato dall’analisi di Global Media Monitoring Project, che ha trovato come il numero crescente di giornaliste, e in special modo di giornaliste televisive, non abbia condotto all’atteso cambiamento nell’ambiente dell’informazione, ne’ abbia avuto come risultato un contenuto più sensibile al genere nelle notizie.” (pag. 105, Italy)

Di seguito, inoltre, ho riassunto i risultati per l’Italia dell’inchiesta sull’equità di genere in Europa condotto da European Women’s Lobby:La disoccupazione crescente e i tagli alle spese sociali e sanitarie stanno avendo un grosso impatto sulle vite delle donne. Le recenti riforme del sistema pensionistico stanno mettendo sempre più donne anziane a rischio di povertà. Mentre la pensione media mensile, per un uomo, è di 1.311 euro, quella media di una donna è di 893 euro.

Nel 2012, il budget del Piano d’azione nazionale per combattere la violenza contro le donne fu tagliato da 20.000 euro a 18.000, mettendo ulteriore pressione su servizi alle vittime che sono già limitati (0,09 posti in rifugi per donne vittime di violenza ogni 10.000 abitanti).

Solo il 46,8% delle donne in Italia ha un impiego e il 48,2% viene classificato come “inattivo”. Fra quelle che hanno un’occupazione, un numero significativo lavora part-time con il divario di genere nell’impiego a tempo pieno del 25,7%, uno dei più alti d’Europa. Le responsabilità della cura impediscono alle donne la piena partecipazione al mercato del lavoro. Solo il 21% degli anziani non autosufficienti riceve assistenza formale; solo l’11% dei bambini sotto i tre anni hanno un posto negli asili pubblici. Il 58% delle madri con un figlio sotto i 15 anni d’età lavora. La percentuale cala al 54% per quelle con due figli piccoli e al 33% per quelle che ne hanno 3.

La violenza contro le donne è endemica in Italia. L’80% della violenza si dà all’interno delle case, con l’82% dei perpetratori che sono partner intimi. Nel 2010, 13.696 donne hanno cercato rifugio nelle case protette. Solo il 26% ha presentato una denuncia formale.

Mentre di principio l’aborto è legale e gratuito, in Italia, più del 70% dei medici rifiuta di praticare interventi, riducendo gravemente in pratica l’accesso. Simili restrizioni rendono difficoltoso l’accesso alla pillola del giorno dopo.” (“Women’s Watch 2012 – 2013: A Feminist Overview of Women’s Rights and Gender Equality in Europe”)

Ecco, dato più dato meno – ma se volete citiamo anche il misero 21% di donne in Parlamento e l’ancor più misero 6% di donne nei consigli d’amministrazione – questo è il quadro. Ed è un quadro che fotografa una situazione e un clima. Prendete qualsiasi studio, ricerca o rapporto in materia e troverete una variante della frase: gli stereotipi di genere sono l’ostacolo principale che una donna si trova davanti quando vuole semplicemente essere trattata come l’essere umano che è.

Per cui non si tratta di leggeri fastidi intellettuali o di pruriti moralistici quando siamo scocciate perché le telecamere si appuntano sulla scollatura della deputata o risalgono le gambe dell’attrice (qualche giorno fa Cate Blanchett, soggetta a quest’ultimo trattamento, ha chiesto all’operatore: Fa questo anche con gli uomini?) e le veline sculettano seminude ma aprire bocca è loro proibito per contratto. Non si tratta del mio gusto personale rispetto a quel che c’è in prima pagina, e cioè deretani, seni, scollature, trasparenze, lingue, topless e bikini – pezzi di donne, pezzi al posto di donne – e del mio conseguente dover stare zitta perché questo piace ad altri (scordatevelo). La rappresentazione ossessiva della donna come “oggetto sessuale, oppure madre e casalinga”, e cioè la rappresentazione stereotipata delle donne, è il principale alimentatore della violenza di genere. Tre nazioni in Sudamerica hanno leggi statali contro questa violenza simbolica proprio perché la riconoscono come sostrato di quella psicologica e fisica e degli impedimenti che le donne si trovano davanti quando cercano giustizia o piena partecipazione sociale. Ma ecco cos’ho letto io sui giornali italiani negli ultimi giorni:

Alcuni carabinieri, incaricati delle indagini su una donna scomparsa – Provvidenza Grassi, 27enne poi ritrovata cadavere – pensano che “Quella è una puttana, una zoccola. Il padre rompe sempre, è un coglione”.

Voi donne del PD siete qui solo perché siete brave a fare i pompini”, dice il cittadino con l’elmetto nonché deputato Massimo De Rosa, nel maggio scorso cofirmatario della legge di “Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”.

Quando esco ti scanno”, promette alla sua ex fidanzata Francesco Vono, 34 anni, condannato a tre anni di reclusione per stalking, subito dopo la lettura della sentenza: tranquillo, davanti al giudice che lo ha appena condannato. E ha qualche ragione di presumere del consenso sociale alle sue azioni, giacché sotto il pezzo si scatenano i commenti che lo scusano, che si chiedono cosa gli abbia fatto quella stronza e che chiocciano come gallinelle: Fa più scandalo questa roba qui di quel che succede a Monte Citorio (scritto così, amen)?

Un giornalista si produce in un pezzo che gira attorno alla nuova sigla dell’ex Fiat, scaturita dalle sue partnership con Olanda e Gran Bretagna, e cioè Fca (strizzata d’occhio, colpo di gomito): … a noi italiani di fca ce ne toccherà pochina o forse proprio per niente… a loro la fca, a noi il conto…

Un governatore di regione, sposato con figli, ha una relazione con una giovane donna: costei “vedrà preferito il suo curriculum a quello di altre 22 concorrenti e otterrà così un incarico pubblico quadriennale alle Pari Opportunità regionali, con tanto di nomina del Ministero del Lavoro”. Capito, alle Pari Opportunità, mi sembra proprio il posto giusto. Abbiamo lottato per creare questi spazi nelle istituzioni giusto perché venissero distribuiti da maschi generosi a femmine meritevoli. Ma gli articoli girano attorno alla “debolezza” da perdonare, alla povera “famiglia massacrata” dai media, e al fatto che il politico fa citazioni in Latino.

Oppure sentite questa: “Un commercialista ha cercato di uccidere una sua cliente a colpi d’ascia (…) L’uomo, 53 anni, ha aggredito una donna di 42 anni che, negli ultimi tempi, per questioni di carattere economico legate alla compravendita di un immobile, avrebbe avuto diversi dissidi con il consulente. Lui, esasperato, si è recato a un incontro con la sua cliente, portandosi dietro un’ascia nascosta all’interno di una borsa, con la quale, al termine dell’ennesimo litigio, in preda ad un raptus di follia, ha colpito la donna ferendola al volto e alle mani.” Il miglior commento, il più votato? Non era neanche tanto bravo con l’ascia, non l’ha uccisa.

Ultima ma non minore, c’è la tragedia familiare di Brugherio, dove un uomo “tranquillo e dedito alla famiglia … ha aggredito sua moglie in camera da letto, forse mentre stava dormendo, colpendola ripetutamente all’addome con un coltello da macellaio, per poi finirla con un violento fendente alla testa utilizzando una mazza da carpentiere”. La donna, casalinga di 57 anni, non usciva di casa se non accompagnata dal marito 64enne – che dopo aver eliminato l’oggetto della sua ossessione di controllo si impicca. Il vicino di casa spiega: “Credo le volesse davvero molto bene ma sì, forse era geloso. Lei era una bella donna, certo, ma pensava a fare la nonna.”

Sembrerà una cosa strana da dire, ma mi sto augurando che nessuno mai mi voglia molto bene (e vi voglia molto bene) in questo modo. Maria G. Di Rienzo

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(“Citizen Journalists Take the Lead on Gender Issues”, di Stella Paul per IPS, 14 dicembre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

global forum

La 25enne Ragae Hammidi di Casablanca, Marocco, ha una doppia vita. Cinque giorni la settimana frequenta una scuola commerciale, ma nei fine settimana è una giornalista che esce nelle strade con una piccola videocamera e gira video di persone e questioni che i professionisti dei media lasciano in disparte: “Riporto quel che accade alle ragazze e alle giovani donne. E’ la mia storia. Se quelli che avrebbero la responsabilità di farlo non lo fanno, allora ho il dovere di dirlo io.”, dice Hammidi. E fa un esempio. Il Marocco ha una legge che permette agli stupratori di evitare i processi se sposano le loro vittime. Nel marzo 2012, una giovane donna che era stata costretta a sposare il suo stupratore si è suicidata. Sono stati i cittadini locali a riportare la storia mentre i media professionali, temendo reprimende ufficiali, sono stati zitti.

Riesci ad immaginare una giovane che prima viene violentata e poi forzata a sposare lo stesso tizio che le ha fatto del male? Ci sono molte storie simili, nel nostro paese, che non sono coperte dai media. Perciò tocca a noi cittadini parlarne. Prendiamo le nostre videocamere e i nostri cellulari e raccontiamo la storia mentre la vediamo accadere.”

Hammidi ha parlato delle sue esperienze durante il 1° Forum Globale su Media e Genere che si è tenuto a Bangkok (Thailandia) nella prima settimana di dicembre. Organizzato dall’Unesco, il Forum mira ad aumentare la partecipazione delle donne nei media ed anche il loro accesso alle nuove tecnologie di comunicazione. Hammidi ha ricevuto il suo training da “Global Girls in Media” un organizzazione per lo sviluppo mediatico che insegna alle studenti delle scuole superiori come diventare “cittadine giornaliste” e riportare istanze di genere.

Ci sono migliaia di cittadine giornaliste – la maggior parte di esse senza alcun addestramento – che danno notizie dal Marocco e da altri paesi arabi, inclusi Sudan, Tunisia, Bahrain, Egitto, Giordania, Yemen e, in modo rimarcabile, Siria. Tutti questi paesi hanno un tratto comune: i loro media tradizionali sono largamente controllati da governi che si oppongono alla libertà di stampa oltre un certo limite. Questo fatto, accoppiato al facile accesso alla tecnologia di internet, ha spinto i cittadini a prendere il giornalismo nelle loro mani. Il materiale che loro generano – articoli scritti, video, messaggi audio e fotografie – sta velocemente diventando una fonte primaria di informazione per un pubblico mondiale.

Fedwa Misk è l’editrice fondatrice di Qandisha, una rivista online di Rabat, Marocco. Sebbene si tratti di un prodotto mediatico del mainstream, lei dice che solo il 20% delle persone che ci scrivono sono giornalisti professionisti. La ragione, aggiunge Fedwa, è che la rivista solleva questioni “disturbanti e disagevoli” come lo stupro, l’abuso domestico, la tortura e le leggi regressive anti-donne. “Molte delle mie scrittrici sono donne che hanno fatto esperienza di tutto questo in prima persona, perciò c’è molta onestà nei loro pezzi. I lettori amano questa cosa. Abbiamo istanze in cui sono anche molto veloci nel rispondere, se chiamati all’azione.”

Molte cittadine giornaliste sono guidate dalla loro passione per le questioni di genere, e spesso sono disponibili ad offrire i loro lavori gratuitamente – un’altra ragione per cui molti media sono disponibili ad accettarli.

Bushra Al Ameen è la proprietaria di “Al Mahaba” una stazione radio comunitaria a Baghdad, Iraq, dedicata alle donne. Spesso usa contenuti forniti da cittadine giornaliste, soprattutto provenienti dalle aree che le sue reporter non riescono a raggiungere. “Dirigo una radio che trasmette per 18 ore al giorno.” dice, “Se cittadine giornaliste vogliono darci le loro storie, le prendiamo.” Ma costoro rischiano anche spesso le proprie vite, in special modo nelle regioni che sono politicamente instabili. Secondo le ricerche condotte dal Centro di Doha per la Libertà di Stampa, dall’inizio delle sollevazioni in Siria nel 2011 al novembre 2012, 72 reporter – inclusi cittadini/e giornalisti/e – sono stati uccisi.

Prigione, sparatorie, stupri organizzati, tortura: questi giornalisti sono soggetti a varie forme di violenza ogni giorno. Tuttavia è difficile sapere il loro esatto numero perché molti di loro continuano a muoversi dentro e fuori il fare giornalismo.”, dice Abeer Saady, Vice Presidente del Sindacato egiziano dei giornalisti. Saady, una reporter di professione che è stata torturata fisicamente dalla polizia egiziana, tenta di identificare, localizzare e istruire le donne cittadine giornaliste nei paesi arabi: “E’ molto importante che esse ricevano training sulla sicurezza, perché se qualcosa accade loro, nessuna compensazione sarà pagata.”

Peter Townson, scrittore principale del Centro di Doha per la Libertà di Stampa, pensa che abbiano bisogno di training anche su come si racconta una storia: “Nella maggior parte dei casi non si possono verificare le fonti. Perciò di base tu non sai quanto ciò che viene riportato è reale e quanto è esagerato.” L’unico modo per rimediare, dice, è identificare e addestrare i cittadini giornalisti.

Rachael Maddock-Hughes, direttrice di strategia e partnership a World Pulse, un’organizzazione attivista con 50.000 cittadine giornaliste, è d’accordo. World Pulse, che ha la sua base nell’Oregon (Usa), addestra le attiviste sociali al giornalismo dal basso in 190 paesi. “Canalizziamo anche le loro storie e le loro soluzioni ai media del mainstream.”, dice Maddock-Hughes. Il programma, spiega, aiuta le donne ad articolare meglio i loro messaggi e permette loro di essere prese più sul serio e di raggiungere un pubblico più ampio, soprattutto su questioni come la violenza di genere.

Shekina, una delle cittadine giornaliste addestrate da World Pulse, è stata la prima donna a scrivere contro la pratica dello “stirare i seni” nel suo paese dell’Africa occidentale, il Camerun. Girò anche un video in cui si vedevano donne anziane applicare ferri da stiro bollenti sul petto delle adolescenti, per impedire ai loro seni di svilupparsi. Il video sollevò indignazione e la domanda globale affinché fosse messo fine alla pratica. Allo stesso modo, attiviste diventate giornaliste dal basso, hanno scritto e lanciato campagne mondiali contro pratiche sociali come la mutilazione genitale femminile e l’ostracismo subito dalle ragazze durante le mestruazioni.

Ci sarebbe ancora più azione e impatto diretto, se più persone a livello di base avessero accesso ad internet, dice Meribeni Kikon, una cittadina giornalista di Kohima nello stato indiano del nordest Nagaland. Lei scrive sulle diseguaglianze di genere praticate dalle chiese locali e della violenza contro le donne, come gli stupri. Dice che tali questioni non possono essere riportare dai distretti, perché non hanno connessione ad internet: “Se le donne avessero l’accesso a internet, potrebbero non solo testimoniare, ma anche cercare aiuto in situazioni di crisi.”

Anche Eun Ju Kim, prima direttrice donna di International Telecom Union (ITU), Asia-Pacifico, sottolinea il ruolo della tecnologia nel promuovere l’eguaglianza di genere: “Nel mondo intero donne e ragazze sono dietro agli uomini perché manca loro l’accesso ad eguali opportunità nella tecnologia informatica. L’accesso alla banda larga è oggi critico per l’empowerment delle donne.”

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Ndt.: il Forum ha rilasciato la seguente Dichiarazione finale.

Noi, le delegate al Primo Forum Globale su Media e Genere, tenutosi a Bangkok, Thailandia, dal 2 al 4 dicembre 2013, dichiariamo il nostro impegno verso i fondamentali diritti umani iscritti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la promozione dell’eguaglianza di genere dentro ed attraverso i media, l’empowerment delle donne, e la creazione di un’Alleanza Globale su Media e Genere (GAMG).

CORNICE:

Noi riaffermiamo gli esiti della Dichiarazione di Pechino del 1995 e della Piattaforma d’Azione.

Noi riconosciamo che i media hanno un ruolo cruciale nel promuovere la piena partecipazione delle donne in ogni aspetto della vita e della società e, a tal scopo, invitiamo l’Unesco e l’Agenzia Donne delle Nazioni Unite a sottoscrivere questa Dichiarazione ed a implementare le sue raccomandazioni.

Invitiamo anche le altre Agenzie delle NU, corpi intergovernativi, organizzazioni mediatiche, istituti di addestramento e sviluppo, organizzazioni professionali, donatori, ditte e fondazioni commerciali, rilevanti ong e istituzioni educative, ad abbracciare questa Dichiarazione e a sostenere l’implementazione delle sue raccomandazioni in modo appropriato.

IMPEGNO:

Noi siamo impegnate per l’equità di genere e l’empowerment delle donne attraverso le generazioni, per la piena partecipazione e l’abilitazione all’accesso all’espressione e al processo decisionale per le donne, promuovendo media inclusivi rispetto al genere e un ambiente comunicativo che raggiunga l’eguaglianza di genere nelle organizzazioni dei media, sindacati, istituzioni per l’istruzione e l’addestramento, associazioni professionali dei lavoratori nei media, corpi di regolamentazione e auto-regolamentazione nei media; che ottenga la bilancia di genere nei consigli d’amministrazione e manageriali che governano i media e i cui livelli definiscono la politica delle compagnie, prendono decisioni finanziarie, e hanno la supervisione delle operazioni nei media, influenzando perciò i seguenti aspetti:

accesso e partecipazione alle piattaforme digitali;

sicurezza delle donne nei media;

raffigurazione positiva, non stereotipata e bilanciata attraverso tutte le forme di media e i contenuti degli stessi;

promozione di principi etici e di politiche che sostengano l’eguaglianza di genere;

miglioramento della diffusione di genere all’interno dei gruppi occupazionali dei media;

potenziamento dei comunicatori con abilità mediatiche, informative e letterarie che possano aiutare l’avanzamento della causa dell’eguaglianza di genere.

Noi sosteniamo lo stabilirsi dell’Alleanza Globale su Media e Genere (GAMG), in linea con i principi e obiettivi delineati nella cornice.

Noi chiamiamo l’Unesco e l’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, così come la famiglia delle NU e tutte le organizzazioni partner ad unirsi all’Alleanza Globale su Media e Genere e a contribuire all’implementazione della sua Cornice e del suo Piano d’Azione.

Noi chiediamo all’Unesco e all’Agenzia Donne delle Nazioni Unite di disseminare ampiamente, attraverso il sistema delle NU, le nostre proposte per l’inclusione di Genere e Media nell’agenda dello sviluppo sostenibile Post 2015, in particolare nello scopo relativo a Eguaglianza di Genere e Potenziamento delle Donne (Annex I) e nello scopo della buona governance, e nella Conferenza NU sulle Donne del 2015 (Annex II).

Noi chiamiamo anche chiunque può aiutare l’Alleanza Globale su Media e Genere (GAMG) ad unirsi a noi nel sostenere per le donne l’accesso alle opportunità e ai benefici che la società della conoscenza e le tecnologie mediatiche stanno portando all’umanità oggi e che potrebbero in futuro portarne ancora di più.

(P.S.: Be’, fa piacere vedere che non siamo solo Boldrini e io a pensare che i media hanno influenza sulle vite delle donne, eh?)

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Unesco – Gender-sensitive indicators for media, studio pubblicato alla fine del 2012. Pag. 105: Italia. (Trad. Maria G. Di Rienzo)

il mestolo come destino

Confrontata con molti altri paesi europei, l’Italia sta mostrando fallimenti preoccupanti in merito alle pari opportunità per le donne in settori diversi, da quello economico a quello socio-culturale. Secondo i recenti dati sull’impiego forniti da Eurostat, l’Italia si situa all’ultimo posto della lista su 27 paesi europei, con un tasso di occupazione femminile del 46,4% contro il 64,6% del tasso europeo. Questo è in contrasto con un tasso di disoccupazione maschile del 9,3%.

La continua sotto-rappresentazione delle donne nei media, in particolare quelli del mainstream, come diversi studi empirici di ricerca sottolineano, riflette una società che non è ancora capace di includere pienamente le donne. Questo è particolarmente vero per il coinvolgimento delle donne nella vita pubblica, che è la più visibile sui media. Tale realtà potrebbe contribuire a rafforzare attitudini culturali che non promuovono un approccio bilanciato ne’ la comprensione delle prospettive di genere.

La collezione di immagini trovate nei media italiani relega le donne a pochi ruoli convenzionali: la donna come oggetto sessuale (espressione di una cultura “macho” ancora molto diffusa nel paese) e la donna come madre e casalinga. L’Italia ha adottato le raccomandazioni europee che invitano ad una rappresentazione meno sessista e più bilanciata delle donne in tutti i settori, emanando il “Testo Unico della Radiotelevisione” nel 2005.

Ci sono tentativi di portare maggiore attenzione all’istanza della rappresentazione più bilanciata delle donne. Tuttavia, questo è lungi dall’essere stato ottenuto, nonostante il crescente numero di professioniste che lavorano nel settore dell’informazione. Lo scenario è confermato dal Global Media Monitoring Project, che ha rilevato come l’aumentato numero di giornaliste in Italia, soprattutto di giornaliste televisive, non abbia condotto all’atteso cambiamento nell’ambiente dell’informazione, ne’ sia risultato in contenuti maggiormente sensibili al genere nelle notizie.”

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