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(“Sustaining the Sisterhood After the March” di SanPatagonia, pseudonimo di una giovane argentina studente universitaria e attivista femminista: “una cercatrice, una pellegrina, un’anima… una donna”. 30 gennaio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il 21 gennaio mi sono unita in spirito alla Marcia globale delle Donne dalla Patagonia, in Argentina. Tramite Twitter, ho marciato virtualmente in solidarietà con le marce fisiche che si tenevano in tutto il mondo.

Eravamo tutte unite sotto lo stesso cielo con la stessa convinzione che siamo eguali e meritiamo parità e rispetto. Non c’era paura nei nostri passi. Non c’era violenza nelle nostre azioni. Ho testimoniato forza, coraggio e migliaia di voci pronte ad alzarsi.

In quel giorno ci siamo sollevate come una sola persona. Ma c’è un vecchio proverbio che dice: “Dio è nei dettagli”. (Ndt.: io lo conoscevo come “Il diavolo è nei dettagli”)

Io sono un’attivista per l’eguaglianza da quando ho memoria e ogni vittoria che ho celebrato è stata breve e dolceamara – un piccolo passo che può sempre essere riportato indietro.

Sei giorni dopo la marcia ho saputo che una donna di 28 anni della mia città era morta. Suo marito l’ha picchiata a morte. La brutalità della nostra società e il profondo disprezzo per la vita di una donna restano intatti. Proprio l’anno scorso, avevamo marciato per un’altra donna assassinata dal marito.

Mi sorge la stessa domanda, allora e adesso: marciamo e siamo milioni – e poi? Come possiamo educare al cambiamento reale se non abbiamo la volontà di contribuire al cambiamento fra di noi su base giornaliera?

Per due anni di fila, il movimento NiUnaMenos si è sollevato nel mio paese come un urlo imponente per fermare il femicidio e la violenza di genere. L’anno scorso, la marcia nazionale di Ni Una Menos si tenne nello stesso giorno dedicato alla previdenza del cancro e le donne che vestivano di nero furono criticate perché in quel modo mandavano un messaggio negativo nel giorno dedicato al cancro.

Quanto perdute siamo in questi trucchi cosmetici per predarci l’un l’altra in tal modo? Come donne, spesso contribuiamo ai nostri passi indietro. Le critiche più dure, i più profondi e significativi silenzi e le più aspre opinioni tendono ad arrivarci dalle nostre sorelle nella lotta.

Troviamo oltraggiose le uscite dei politici, ma votiamo per loro – quando andiamo a votare del tutto. Condanniamo i picchiatori ma pure siamo disposte a chiamarci fuori se li conosciamo o se fanno parte delle nostre famiglie. Votiamo persino per i picchiatori, di tanto in tanto, anche se le accuse contro di loro sono pubbliche.

Lasciamo sapere ai ragazzi che possono fare qualsiasi cosa e alle ragazze che devono stare attente perché non sono ragazzi.

Usiamo i nostri social network per giudicare le donne che non si sposano o non hanno bambini.

Quando una donna si veste come le pare, senza badare all’età o al tipo di corpo, la chiamiamo pazza; quando una donna osa essere ambiziosa o compie un subitaneo cambiamento nella sua vita o nella sua carriera, la chiamiamo deviata.

Mentre scrivo, sono passati 9 giorni dalla Marcia delle Donne. Tre reporter della CNN spagnola se la stanno prendendo con Ariel Winter (Ndt.: attrice statunitense) per la scelta dell’abito che indossa alla serata dei SAG Awards (Ndt: SAG sta per Screen Actors Guild – Gilda attori dello schermo, conferisce premi per le migliori interpretazioni dei membri dell’associazione).

Posso sentire una donna che dice, sdegnata: “Non si adatta al suo corpo.”

Perché facciamo questo? Il segmento proposto dovrebbe essere divertente e spassoso, ma tutto quel che io vedo è una giovane donna che lavora come attrice e indossa una veste lunga verde. Tutto ciò le appartiene, è suo. Però i suoi detrattori agiscono come se lei appartenesse a loro, il suo corpo, le sue scelte, la sua immagine pubblica. La rete televisiva legittima l’abuso.

Non sento alcuna voce protestare dal pubblico.

Queste cose non accadono a causa di nessun nuovo presidente. Dobbiamo saper essere responsabili.

Il cambiamento non è garantito. Quando marciamo, compiamo i primi passi nella nostra lotta per l’equità. Ma dobbiamo continuare a fare passi in avanti. Dobbiamo sfidare noi stesse a compiere piccole azioni ogni giorno e a rendere la nostra visione realtà.

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P.S. della traduttrice: Ni Una Menos ha chiamato allo sciopero internazionale delle donne per l’8 marzo. A tutt’oggi, oltre che ovviamente dall’Argentina, hanno risposto positivamente coalizioni femministe da: Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Costa Rica, Cecoslovacchia, Ecuador, Francia, Germania, Gran Bretagna, Guatemala, Honduras, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Messico, Nicaragua, Perù, Polonia, Russia, Salvador, Scozia, Stati Uniti, Svezia, Togo, Turchia e Uruguay. Ne riparleremo.

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Questo è quel che è successo in Argentina e altri paesi latino-americani.

Com’è palese – riferimento al post di ieri – non ha a che fare con il femminismo, no, quello è morto, va ben oltre… mannaggia, neppure gli occhi per vedere hanno! Maria G. Di Rienzo

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BASTA VIOLENZA MACHISTA

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SCUSATE IL DISTURBO, CI STANNO UCCIDENDO

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MADRI VITTIME DI TRATTA – I BORDELLI SONO CENTRI STUPRO CLANDESTINI

E la solidarietà internazionale non è mancata:

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LO SCIOPERO DELLE DONNE POLACCHE SOSTIENE LO SCIOPERO DELLE DONNE IN AMERICA LATINA. VI ASCOLTIAMO. VI AMIAMO.

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I rischi che fronteggiano hanno molte forme, incluse le molestie, le campagne diffamatorie e la violenza fisica – non solo contro di loro, ma spesso anche contro le loro famiglie. Sperimentano l’esaurimento a causa del loro impegno e il ruolo vitale che giocano è sovente non visibile all’opinione pubblica. Pure, rifiutano di smettere di lottare perché credono che i nostri diritti umani dovrebbero essere protetti e rispettati.”

Chi sono? Sono le difensore dei diritti umani delle donne e così sono presentate nella campagna organizzata da Global Fund for Women, JASS (Just Associates), e MADRE:

https://www.globalfundforwomen.org/defendher/

Mentre crescono estremismo politico e restrizioni dirette ai gruppi della società civile, le difensore si trovano davanti attacchi sistematici che hanno lo scopo di ridurle al silenzio. – continua la presentazione – Dozzine di esse sono state uccise o imprigionate per aver parlato di sesso, per aver difeso i fiumi, per aver portato alla luce la corruzione. Tramite la campagna DefendHer stiamo rendendo visibili il loro ruolo e i rischi da esse affrontati nella speranza che ottengano sostegno e che si rispettino la loro sicurezza e le loro voci. Questa campagna presenta le storie di 14 incredibili difensore dei diritti umani e dei gruppi in tutto il mondo che, nonostante minacce e rappresaglie stanno lavorando per: mettere fine alla violenza contro le donne; far avanzare i diritti delle persone LGBTI; proteggere il pianeta e i diritti delle comunità indigene e molto altro.”

defendher

(Illustrazione originale per la campagna dell’artista femminista María María Acha-Kutscher, https://lunanuvola.wordpress.com/2015/07/03/mujeres )

Poiché l’appello dice chiaramente “diffondete le loro storie, passate parola e accendete conversazioni sul loro lavoro”, ma tradurre tutti i pezzi mi costringerebbe a comprare occhiali nuovi, eccovi un sommario su chi sono queste donne:

Marta Alicia Alanis, lavora in Argentina, fa parte dei Cattolici argentini per l’autodeterminazione e della Campagna nazionale per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito.

Nelle sue parole: “Le donne dovrebbero poter scegliere di diventare madri. Non dovrebbe essere un’imposizione dovuta alla mancanza di accesso a educazione sessuale o contraccettivi, o al destino, o alla semplice sfortuna.”

Alia Almirchaoui, dell’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq (di cui ho parlato spesso). E’ un’irachena di colore sopravvissuta alla violenza e dalla violenza sta difendendo le sue simili. Nelle sue parole: “Nessuna persona è migliore di un’altra. Io sono qui per difendere la diversità all’interno della società.”

Khadrah Al Sana, dell’organizzazione israeliana Sidreh, che difende la sicurezza delle donne beduine. Nelle sue parole: “Le donne devono vivere in dignità e non devono essere separate dalla società in cui vivono: ognuno ha un ruolo importante nella vita e le donne dovrebbero poter dare e ricevere benefici in questo mondo.”

Bai Bibyaon Ligkayan Bigkay, filippina del gruppo etnico Lumad, lavora nelle associazioni indigene femminili e miste (Sabokahan, Pasaka, Bai). Sta difendendo i territori nel raggio del monte Pantaron e chiedendo il ritiro dei gruppi militari e paramilitari.

Nelle sue parole: “Voglio che le giovani generazioni abbiamo una vita migliore di quella che ho fatto io, voglio che godano i frutti dei nostri sacrifici. Il solo ostacolo che la mia età (70 anni) mi pone è qualche limitazione fisica, ma il mio spirito di lotta ha un’energia altissima.”

Azra Causevic, dell’associazione Okvir per i diritti delle persone omosessuali, bisessuali, transgender ecc. di Bosnia ed Erzegovina: vuole una vita dignitosa, libera dalla violenza per tutti.

Nelle sue parole: Dobbiamo difenderci l’un l’altro sempre, in ogni situazione in cui vediamo ingiustizia, proprio perché sappiamo come ci sente a essere dei sopravvissuti.”

Melania Chiponda, Zimbabwe, della WoMin African Gender and Extractives Alliance. Lavora per i diritti delle donne sulla terra e per mettere fine agli abusi sessuali perpetrati dalle forze di sicurezza. Nelle sue parole: “Se porti via la terra alle donne nelle aree rurali, porti via la loro sopravvivenza. Perciò lottiamo. Perché non abbiamo più nulla da perdere.”

Leduvina Guill, nicaraguense dell’ong Wangki Tangni, difende il diritto di donne e bambine a vivere vite senza violenza. Nelle sue parole: “Combattere la violenza contro le donne è cruciale, perché si tratta delle loro vite; come difensora salvi le vite delle donne. I diritti sono molto importanti, le donne soffrono così tanto quando non hanno diritti.”

Magdalena Kafiar, fa parte del FAMM (Forum giovani donne attiviste indonesiane) ed è ministra della chiesa evangelica. Lavora per la difesa dei diritti delle donne e della terra. Nelle sue parole: “Ormai conosco il pericolo, ma mantengo lo spirito dentro di me e mi muovo in avanti. Devo lottare continuamente per rivelare le ingiustizie in Papua.”

Miriam Miranda, della Organización Fraternal Negra Hondureña (OFRANEH), Honduras. Lotta per il rispetto e la sicurezza delle culture indigene, per l’accesso alla terra e alle risorse, per i diritti delle donne. Nelle sue parole: “La lotta, come la vita stessa, dovrebbe essere gioiosa.”

Irina Maslova, dell’organizzazione Silver Rose, Russia. Agisce nell’ambito della protezione dei diritti umani per tutti, compresi gruppi svantaggiati e donne nelle prostituzione. Nelle sue parole: “La rivoluzione comincia dal basso, quando coloro che sono esclusi da questa vita devono lottare per il loro diritto di rientrarci.”

Honorate Nizigiyimana, dell’organizzazione Développement Agropastoral et Sanitaire (Dagropass), Burundi. Lavora per la pace e la sicurezza delle donne nel suo paese. Nelle sue parole: “Sebbene io sia la più anziana della mia famiglia, sono ancora considerata una persona di poco valore. E’ la cultura attuale del Burundi. Sono questi comportamenti che mi hanno condotta a pensare alla promozione dei diritti delle donne.”

Tin Tin Nyo, dell’Unione donne birmane. Lavora in Thailandia per i diritti delle donne e la loro rappresentazione nelle negoziazioni di pace. Nelle sue parole: “La nostra arma più potente è la nostra voce. Abbiamo verità e sincerità. Queste sono le armi che dobbiamo usare per tutte le donne che sono senza voce e senza aiuto.”

Ana Sandoval, Guatemala, del gruppo di Resistenza Pacifica “La Puya”. Lavora per i diritti comunitari sulla terra e per la chiusura della miniera Progreso VII. Nelle sue parole: “Alla fine, tutte le lotte hanno il medesimo obiettivo: la difesa della vita.”

Menzione di gruppo: Forze unite per i nostri “desaparecidos” in Coahuila e Messico.

Le donne sono Yolanda Moran, Angeles Mendieta, Blanca Martinez. Vogliono giustizia e verità per le famiglie delle persone “scomparse”. Dice Blanca Martinez: “Noi crediamo che bisogna battersi per i propri diritti e difenderli, nessuno li difenderà per noi se non lo facciamo.”

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Very inconvenient truths: sex buyers, sexual coercion, and prostitution-harm-denial”, un lungo, rigoroso e dettagliato saggio di Melissa Farley per Logos Journal, gennaio 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Melissa Farley, psicologa clinica e ricercatrice è la direttrice esecutiva del Centro “Prostitution Research and Education” di San Francisco, Usa. L’anno scorso ha pubblicato la ricerca “Pornography, Prostitution, & Trafficking: Making the Connections”. Cioè, non è una che ha “parlato una volta con Sempronia che si prostituiva quattro decenni fa” o che cita il proprio cugino come fonte autorevole, è una che di prostituzione si occupa professionalmente e scientificamente da trent’anni e passa.)

Alcuni sfruttatori, alcuni compratori di sesso e alcuni governi hanno preso la decisione di ritenere ragionevole l’aspettarsi che determinate donne tollerino lo sfruttamento e l’assalto sessuale per sopravvivere. Queste donne più spesso che no sono povere e più spesso che no sono marginalizzate per motivi etnici o razziali. Gli uomini che le comprano hanno maggior potere sociale e maggiori risorse rispetto alle donne. Per esempio, un canadese turista della prostituzione ha detto delle donne thailandesi che si prostituiscono: “Queste ragazze devono pur mangiare, non è vero? Io sto mettendo il pane nel loro piatto. Sto dando un contributo. Morirebbero di fame se non facessero le puttane.”

Questo darwinismo autocelebratorio evita la questione: le donne hanno il diritto di vivere senza l’aggressione sessuale o lo sfruttamento sessuale della prostituzione, o questo diritto è riservato a coloro che godono di privilegi di sesso, razza o classe? “Ottieni quello per cui paghi senza il no. – ha spiegato un altro compratore di sesso – Le donne che non si prostituiscono hanno il diritto di dire no.” Noi abbiamo protezione legale dalle molestie sessuali e dallo sfruttamento sessuale. Ma tollerare abusi sessuali è la descrizione della prostituzione come lavoro.

Una delle bugie più grandi è che la maggior parte della prostituzione sia volontaria. Se non ci sono prove dell’uso della forza, l’esperienza della donna è archiviata come “volontaria” o “consensuale”. Un compratore di sesso ha detto: “Se non vedo una catena alla sua caviglia, presumo che lei abbia fatto la scelta di essere là.”

Il pagamento del puttaniere non cancella quel che sappiamo della violenza sessuale e dello stupro. Sia o no legale, la prostituzione è estremamente dannosa per le donne. Le prostitute hanno le più alte percentuali di stupro, aggressioni fisiche e omicidio di qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato.

Secondo una ricerca olandese, il 60% delle donne che esercitano legalmente la prostituzione sono state fisicamente assalite, il 70% minacciate di aggressione fisica, il 40% ha fatto esperienza di violenza sessuale e un altro 40% è stato obbligato con la forza a prostituirsi legalmente.

Nell’ultimo decennio, dopo aver intervistato centinaia di compratori di sesso in cinque paesi (Usa, Gran Bretagna, India, Cambogia e Scozia), stiamo osservando più da vicino i comportamenti e le attitudini che alimentano la misoginia della prostituzione e abbiamo cominciato a capire alcune delle loro motivazioni. I comportamenti normativi dell’acquirente di sesso includono il rifiuto a vedere la propria partecipazione in attività dannose, come il disumanizzare una donna, l’umiliarla, l’aggredirla verbalmente e fisicamente e sessualmente, e il pagarla in danaro per farle compiere atti sessuali che altrimenti non compirebbe.

I compratori di sesso non riconoscono l’umanità delle donne che per il sesso usano. Una volta che una persona sia stata mutata in oggetto, lo sfruttamento e l’abuso sembrano pressoché ragionevoli. Nelle interviste tenute con i compratori di sesso in culture differenti, essi hanno fornito alcuni agghiaccianti esempi di mercificazione. La prostituzione era intesa come “affittare un organo per dieci minuti”. Un altro compratore di sesso statunitense ha affermato che “Stare con una prostituta è come bere una tazzina di caffè, quando hai finito la butti da parte”.

Avevo in mente una lista in termini di razza – ha detto un compratore di sesso inglese – Le ho provate tutte negli ultimi cinque anni, ma sono risultate essere tutte uguali.” In Cambogia, la prostituzione era intesa in questi termini: “Noi uomini siamo gli acquirenti, le prostitute sono le merci e il proprietario del bordello è il venditore.”

Una donna che si era prostituita a Vancouver per 19 anni ha spiegato la prostituzione negli stessi termini dei compratori di sesso: “Sono i tuoi proprietari per quella mezz’ora o quei venti minuti o quell’ora. Ti stanno comprando. Non hanno sentimenti nei tuoi confronti, tu non sei una persona, sei una cosa da usare.”

Usando la sua propria e speciale logica, il compratore di sesso calcola che in aggiunta all’acquistare accesso sessuale, il denaro gli compri il diritto di evitare di pensare all’impatto della prostituzione sulla donna che usa. La sua fantasia è la fidanzata senza-problemi che non gli fa richieste ma è disponibile a soddisfare i suoi bisogni sessuali. “E’ come affittare una fidanzata o una moglie. E puoi scegliere come da un catalogo.”, ha spiegato un compratore inglese di sesso. I compratori di sesso cercano l’apparenza di una relazione. Un certo numero di uomini hanno spiegato il loro desiderio di creare l’illusione, diretta ad altri uomini, di aver acquisito una donna attraente senza averla pagata. (…)

In Scozia, i ricercatori hanno scoperto che più spesso gli uomini comprano sesso, meno empatia provano per le donne che si prostituiscono: “Io non voglio sapere niente di lei. Non voglio che si metta a piangere o altre cose perché questo rovina l’idea, per me.” Gli uomini creano un’eccitante versione di ciò che la prostituta pensa e prova che ha scarse basi nella realtà. Andando contro tutta l’evidenza del buonsenso, la maggioranza dei puttanieri che abbiamo intervistato credeva che le prostitute fossero sessualmente soddisfatte dalle loro performance sessuali. La ricerca compiuta con le donne, d’altra parte, mostra che esse non sono eccitate dalla prostituzione e che, con il tempo, la prostituzione reca danni alla sessualità delle donne. (…)

L’opinione degli uomini favorevoli alla prostituzione è una dell’insieme di attitudini e pareri che incoraggiano e giustificano la violenza contro le donne.

Attitudini per chi si sente di avere il diritto all’accesso al sesso e all’aggressione sessuale e attitudini di superiorità rispetto alle donne sono connesse alle violenza maschile contro le donne. La ricerca mostra che i compratori di sesso tendono a preferire sesso impersonale, temono il rigetto delle donne, hanno un’ostile auto-identificazione mascolina e sono più inclini allo stupro dei non compratori, se possono farla franca. In Cile, Croazia, Messico e Ruanda, i compratori di sesso erano più inclini a stuprare degli altri uomini. Significativamente, gli uomini che avevano usato donne nella prostituzione avevano molte più probabilità di aver stuprato una donna rispetto agli uomini che non compravano sesso. In Scozia, abbiamo scoperto che più volte un puttaniere usa le donne nella prostituzione, più è probabile che abbia commesso atti sessuali coercitivi contro donne che non si prostituiscono. (…)

I compratori di sesso vedono, e allo stesso tempo rifiutano di vedere, la paura, il disgusto e la disperazione nelle donne che comprano. Se lei non corre fuori dalla stanza urlando “Aiuto, polizia!”, allora il compratore conclude che lei ha scelto la prostituzione. Sapere che le donne nella prostituzione sono state sfruttate, coartate, rispondono a un magnaccia o sono state trafficate non scoraggia i compratori di sesso. Metà di un gruppo di 103 compratori di sesso londinesi ha attestato di aver usato una prostituta di cui sapevano che era sotto il controllo di un magnaccia. Uno di loro ha spiegato: “E’ come se lui fosse il suo proprietario.” E un altro: “La ragazza viene istruita su quel che deve fare. Tu puoi rilassarti completamente, è il suo lavoro.” (…)

L’argomento che legalizzare la prostituzione la renderebbe “più sicura” è la razionalizzazione principale per legalizzare o decriminalizzare la prostituzione. Tuttavia, non ci sono prove per questo. Invece, ascoltiamo rivendicazioni egoistiche e asserzioni dalle forti parole ma senza dati empirici. Le conseguenze della prostituzione legale in Olanda e Germania hanno mostrato quanto male può andare: al 2016, l’80% della prostituzione olandese e tedesca è controllata da mafie criminali. Dopo la legalizzazione in Olanda, il crimine organizzato è andato fuori controllo e le donne nella prostituzione non sono state più al sicuro di quando la prostituzione era illegale. Dopo la legalizzazione nello stato di Victoria, Australia, i magnaccia hanno aperto 95 bordelli legali ma allo stesso tempo ne hanno aperti altri 400 di illegali. Invece di far diminuire i crimini violenti correlati, la legalizzazione della prostituzione è risultata come aumento del traffico di esseri umani (la ricerca ha interessato 150 paesi). Chiunque conosca la vita quotidiana di chi si prostituisce capisce che la sicurezza nella prostituzione è una chimera. I sostenitori della prostituzione legale lo capiscono, ma raramente lo ammettono.

Pure, prove alla mano, la “Sex Workers’ Education and Advocacy Taskforce in South Africa” ha distribuito una lista di suggerimenti per la sicurezza inclusa la raccomandazione, per la persona che si prostituisce, di calciare una scarpa sotto il letto mentre si spoglia e, nel recuperarla, di controllare se ci sono coltelli, manette o corda. Il volantino fa notare anche che sprimacciare il cuscino sul letto permetterebbe un’addizionale ricerca di armi. Un magnaccia olandese ha detto a un giornalista: “Non ci vogliono cuscini nella camere del bordello. Il cuscino è un’arma per l’assassinio.” Un’organizzazione di S. Francisco consiglia: “Fate attenzione alle uscite e impedite al vostro cliente di bloccare quelle uscite” e “Le scarpe dovrebbero togliersi e mettersi facilmente ed essere adatte alla corsa” e ancora “Evitate collane, sciarpe, borse la cui tracolla attraversa il collo e ogni altra cosa che possa accidentalmente o intenzionalmente essere stretta attorno alla vostra gola.”

Il gruppo “Australian Occupational and Safety Codes for prostitution” raccomanda un training per la negoziazione da parte di ostaggi, contraddicendo completamente la nozione di prostituzione come lavoro qualsiasi. Al pulsante d’allarme nei saloni per massaggi, nelle saune e nei bordelli non si può rispondere abbastanza velocemente per prevenire la violenza. I pulsanti d’allarme nei bordelli legali hanno tanto senso quanto ne avrebbero nelle case di donne che subiscono maltrattamenti. (…)

I compratori di sesso e i sostenitori del commercio di sesso possono riconoscere una frazione degli abusi e dello sfruttamento all’interno della prostituzione, ma li giustificano perché alle donne è permesso fare molti soldi. Una volta che siano pagate, sfruttamento abuso e stupro scompaiono. “Sono tutte sfruttate. – ha detto un puttaniere italiano – Tuttavia, hanno anche dei bei guadagni.” Un altro compratore di sesso ha descritto gli stupri subiti dalla donna da parte del suo magnaccia ma, ha aggiunto, “Succede una volta ogni tanto, non ogni settimana”. (…)

Magnaccia e trafficanti rappresentano la prostituzione falsamente come un lavoro facile, divertente e remunerativo per le donne. Alcuni assai noti sostenitori della prostituzione si presentano come “sex workers”, sebbene siano invece “manager” per donne nel commercio del sesso: certi sono magnaccia e certi sono stati arrestati per favoreggiamento della prostituzione, per aver aperto bordelli o trafficato esseri umani.

C’è un clamoroso conflitto di interessi quando individui che dirigono/posseggono/sfruttano stanno nella stessa organizzazione di chi è sotto il loro controllo. La falsa rappresentazione diventa ancora meno etica quando proprietari di bordelli e magnaccia nascondono le loro appartenenze, proclamando di rappresentare gli interessi delle prostitute. Nascondendosi dietro la bandiera del “sindacato”, i magnaccia si appellano alla simpatia della Sinistra. Tuttavia, gruppi come New Zealand Prostitutes Collective, the International Union of Sex Workers (GB), Red Thread (Olanda), Durbar Mahila Samanwaya Committee (India), Stella (Canada) e Sex Worker Organizing Project (USA) – mentre promuovono aggressivamente la prostituzione come lavoro non assomigliano affatto a sindacati dei lavoratori. Non offrono pensioni, sicurezza, riduzione d’orario, benefici per le disoccupate o servizi d’uscita dalla prostituzione (che il 90% delle prostitute affermano di volere). Invece, questi gruppi promuovono un libero mercato di esseri umani usati per il sesso.

Noi abbiamo individuato 12 persone (femmine e maschi) di 8 paesi diversi che si identificano pubblicamente come “sex workers” o sostenitori di chi lavora nel commercio di sesso, ma che hanno anche venduto altre persone o sono stati implicati nel commercio di sesso in vari modi specifici. Tutti costoro reclamano la decriminalizzazione dello sfruttamento della prostituzione. Molti sono stati arrestati per aver diretto bordelli e agenzie di escort, per aver trafficato persone, per aver promosso o favorito la prostituzione o per aver derivato i propri guadagni dalla prostituzione altrui, per esempio:

Norma Jean Almodovar, USA, International Sex Worker Foundation for Art, Culture, and Education, Call Off Your Old Tired Ethics (COYOTE): condannata per favoreggiamento della prostituzione.

Terri Jean Bedford, Canada, “sostenitrice delle sex workers” che descriveva se stessa pure come “sex worker”: condannata per aver diretto un bordello.

Claudia Brizuela, Argentina, Association of Women Prostitutes of Argentina, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: arrestata con l’accusa di traffico di essere umani a scopo di sfruttamento sessuale. Entrambi i gruppi citati di cui fa parte erano finanziati da UNAIDS e facevano riferimento ad Amnesty International per avere sostegno.

Maxine Doogan, USA, Erotic Service Providers Union: arrestata per favoreggiamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. Ha ammesso il favoreggiamento ed è stata condannata.

Douglas Fox, Gran Bretagna, International Union of Sex Workers: arrestato per aver derivato i propri guadagni dallo sfruttamento della prostituzione, consigliere di Amnesty International, co-dirige un’agenzia di escort.

Eliana Gil, Messico, Global Network of Sex Work Projects, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: condannata per traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale. Era la magnaccia, assieme al figlio, di circa 200 donne a Città del Messico. L’associazione Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network era affiliata al programma delle NU sull’Hiv/Aids, affiliata all’Organizzazione Mondiale per la Sanità e citata da Amnesty International.

Margo St. James, USA, COYOTE: arrestata per aver diretto un bordello. La sua dichiarazione è che sebbene le donne nelle stanze della sua casa si prostituissero, lei non lo faceva. (…)

L’esistenza della prostituzione ovunque è il tradimento della società nei confronti delle donne, in special modo di quelle che sono marginalizzate e vulnerabili a causa del gruppo etnico di cui fanno parte, della loro povertà, delle loro storie di abuso e abbandono.

La complicità dei governi sostiene la prostituzione. Quando il commercio di sesso si espande, le donne competono meno con gli uomini per i posti lavoro. Quando la prostituzione è incorporata nelle economie di stato, i governi sono sollevati dalla necessità di trovare impieghi per le donne. Nei paesi in cui la prostituzione è legale le tasse sul sangue sono raccolte dallo stato-magnaccia. Banche, linee aeree, internet providers, alberghi, agenzie di viaggio e tutti i media integrano lo sfruttamento e l’abuso delle donne coinvolte nella “prostituzione turistica”, ricavandone grandi profitti.

Se ascoltiamo le voci e le analisi delle sopravvissute che sono uscite dalla prostituzione – coloro che non sono più sotto controllo – ci dirigeranno verso le ovvie soluzioni legali. Gli uomini che comprano sesso devono essere ritenuti responsabili delle loro aggressioni predatorie. Chi si prostituisce non deve subire arresti e le/gli devono essere offerte alternative reali per la sopravvivenza. Coloro che profittano dalla prostituzione – magnaccia e trafficanti – devono pure essere ritenuti responsabili. Un approccio alla prostituzione basato sui diritti umani, che la riconosce come sfruttamento sessuale, come quello di Svezia, Norvegia, Islanda e Irlanda del Nord, fornirebbe sicurezza e speranza. Ma prima dobbiamo muoverci oltre le bugie dei magnaccia e dei profittatori. So che possiamo farlo.

Riassumendo:

1. La verità sulla prostituzione è spesso nascosta dietro le bugie, le manipolazione e le distorsioni di chi profitta del commercio sessuale. Le verità più profonde sulla prostituzione vengono alla luce nelle testimonianze delle sopravvissute, così come nella ricerca sulle realtà psicosociali e psicobiologiche della prostituzione stessa.

2. Alle radici della prostituzione, come per tutti gli altri sistemi coercitivi, ci sono disumanizzazione, oggettivazione, sessismo, razzismo, misoginia, mancanza di empatia / senso patologico dell’aver diritto (magnaccia e clienti), dominio, sfruttamento e un livello di esposizione cronica alla violenza e alla degradazione che distrugge personalità e spirito.

3. La prostituzione non può essere resa sicura legalizzandola o decriminalizzandola. La prostituzione deve essere completamente abolita.

4. La prostituzione assomiglia più all’essere cronicamente assalite sessualmente, danneggiate e stuprate che a lavorare in un fast food. La maggioranza delle prostitute soffre di acuta sindrome da stress post traumatico e vuole uscirne.

5. I compratori di sesso sono predatori: spesso hanno comportamenti coercitivi, manca loro empatia e hanno attitudini sessiste che giustificano l’abuso delle donne.

6. Una soluzione esiste. Si chiama modello svedese ed è stata adottata in diversi paesi. L’essenza della soluzione è: criminalizzazione per clienti e magnaccia, decriminalizzazione per le donne e il provvedere loro risorse, alternative, alloggi sicuri, riabilitazione.

7. La prostituzione ha effetti su ognuno di noi, non solo su chi è coinvolto.

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Ogni 36 ore, in Argentina, una donna è assassinata. Nel 2014 sono state uccise 270 donne, mentre sino al settembre 2015 i casi registrati di violenza contro le donne sono stati 51.000.” Maria Julia Rodriguez, Ministra per le Donne argentina, novembre 2015.

Le donne del paese hanno lanciato una campagna contro il femminicidio chiamata “Ni Una Menos”, che significa “Non una di meno” (frase usata per gli stessi scopi, negli ultimi anni, in tutta l’America Latina).

In solidarietà, centinaia di uomini hanno marciato per Buenos Aires il 6 novembre scorso, indossando gonne. I loro slogan erano “Uno mas por ni una menos” – “Uno di più per non una di meno” e “Ponete la pollera si sos hombre” – “Mettiti la gonna se sei un uomo”, come si può leggere nell’immagine sottostante.

argentina

Uno dei dimostranti, accompagnato dal figlio bambino, ha detto ai giornalisti che voleva insegnare a costui, anche con la manifestazione, che essere maschio non significa essere titolare di privilegi sulle donne. Ha anche così risposto a quelli che lo incalzavano sulla supposta umiliazione dell’indossare un indumento “femminile”: Ciò che umilia un uomo è la violenza, non indossare una gonna.

Sempre in attesa degli uomini italiani, con affetto, Maria G. Di Rienzo

P.S. Ma #Non (di) tutti gli uomini (italiani), certamente…

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Claudia Korol, argentina, è una femminista e un’educatrice popolare (nel solco dell’approccio al cambiamento sociale disegnato dal brasiliano Paulo Freire negli anni ’60) di “Pañuelos en Rebeldía”, gruppo attivo da quindici anni. I brani seguenti sono estratti da una sua (molto) lunga intervista realizzata da Gabriela De Cicco per Awid il 3 giugno scorso. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.

claudia korol

In che modo Pañuelos en Rebeldía intende l’istruzione popolare?

Claudia Korol: Noi la intendiamo come proposta politico-educativa dei movimenti che lottano contro differenti sistemi oppressivi: capitalismo, colonialismo e etero-patriarcato. In queste lotte, l’istruzione popolare è parte dei processi organizzativi di base e la sua dimensione educativa si costruisce sulla relazione che le esperienze emancipatorie creano fra teoria e pratica.

Cerchiamo di contribuire alla costruzione di soggetti organizzati autonomamente, consapevoli delle oppressioni, capaci di agire per metter loro fine e creare un orizzonte di libertà. L’istruzione popolare è anche un dialogo orizzontale fra forme diverse di conoscenza, una via verso la produzione collettiva di conoscenza, che mette in questione i modi usuali della trasmissione del sapere i quali riproducono colonialismo, patriarcato ad altre forme di dominio. Per ottenere questo noi usiamo risorse didattiche quali arte, gioco, teatro, psicodramma che promuovono differenti modi di pensare e di sentire il mondo, coinvolgendo l’intero corpo nel processo di insegnamento e apprendimento.

In che modo costruite sapere femminista usando l’istruzione popolare?

Abbiamo scoperto potenti possibilità di dialogo fra collettivi femministi in diverse organizzazioni di base, cercando nuovi modi di affrontare la politica e sfidando i modi maschili e machisti di esercitare il potere, che sono andate oltre la frammentazione fra gruppi. Essendo attive in diversi movimenti scopriamo che l’incidenza del controllo della voce e della vita politica di un’organizzazione da parte degli uomini si ripete in modo molto simile, e questa è la ragione per cui teniamo seminari sul machismo nei nostri stessi collettivi.

Una prospettiva femminista radicata nel territorio del corpo (la discussione sulla mercificazione dei corpi e altre istanze relative alla sessualità come lo sfruttamento e il traffico di donne) e in una critica della vita quotidiana (l’invisibilità del lavoro domestico e i criteri di assegnazione dei compiti nella distribuzione sessuata del lavoro) arricchisce le prospettiva di questi movimenti. Uno dei risultati dei seminari è l’esposizione degli uomini violenti che fanno parte dei gruppi: “Fuori è come il Che, a casa fa Pinochet” è uno slogan che le donne ripetono spesso.

Con che gruppi di donne lavorate e come?

Lavoriamo con le donne in organizzazioni sociali miste, come i piqueteras (Ndt: da “picchetto”: il movimento formatosi negli anni ’90 contro le politiche neoliberiste in Argentina) e fra i contadini, i lavoratori, gli studenti. In alcuni casi lavoriamo in spazi di donne e anche in spazi di genere che includono lesbiche, persone transessuali e travestite. Stiamo implementando un’iniziativa femminista che attraversa le organizzazioni con i seminari e tiene insieme circa 250 donne provenienti da tutta l’Argentina e oltre: ci sono le donne delle assemblee socio-ambientaliste che lottano contro le miniere e il progetto di uno stabilimento della Monsanto nel nostro paese; le donne Mapuche (Ndt: popolo indigeno che vive nel sud dell’Argentina e in Cile); le donne delle reti latino-americane come Conamuri – l’Organizzazione delle donne rurali e indigene del Paraguay; le donne del Movimento dei Senzaterra brasiliani, quelle del Congresso dei Popoli colombiano, quelle della Marcia Mondiale e dei collettivi femministi del Perù, per nominarne solo alcune. Lavoriamo poi con reti argentine più ampie, come la Campagna contro le differenti forme di violenza contro le donne o la Campagna per il diritto di aborto legale, sicuro e gratuito.

Partecipiamo anche ad iniziative di e per donne imprigionate o perseguitate a livello giudiziario, domestiche e migranti. Questo lavoro di accompagnamento è parte della pedagogia femminista e ci permette di rivelare come la violenza patriarcale sia espressa nei nostri corpi e i modi particolari in cui è aumentata dalle sue interazioni con il razzismo e la povertà.

Perché è importante per Pañuelos lavorare su tali argomenti in spazi non femministi?

Noi comprendiamo che il femminismo comincia con corpi concreti che cercano emancipazione, ma non è possibile ottenerla basandosi su una logica centrata sull’individuo. Questo è il motivo per cui cerchiamo di espandere il femminismo oltre le frontiere immediate. Governato dalla violenza che impone su di noi su base giornaliera, il sistema patriarcale ricrea se stesso incessantemente tramite i media, il sistema scolastico, le chiese e lo stato. Noi vogliamo veder crescere l’influenza femminista nelle organizzazioni sociali, le istituzioni, i media, i sistemi educativi. Lo scopo del metter fine all’oppressione patriarcale non sarà raggiunto da poche femministe selezionate: è un compito che richiede l’ampliamento della nostra forza e della nostra influenza sino a che lo completiamo.

Nella nostra visione, questo collettivo “camminare insieme” crea un femminismo identificabile come società civile avente base nelle comunità. Uno dei suoi tratti distintivi è essere il femminismo dell’azione diretta che opera nelle strade, nelle prigioni, nei vicinati, nei luoghi di lavoro, nelle scuole così come nelle case e nei letti delle persone. E’ un femminismo creativo che usa l’arte come attrezzo comunicativo. E’ senza confini, poiché connette i nostri corpi e i nostri territori attraverso il continente e oltre esso… stando al fianco delle donne palestinesi, delle donne curde e di quelle che ovunque nel mondo sperimentano vite devastate dalla guerra, da invasioni o dalla violenza dei fondamentalismi religiosi.

fazzoletti ribelli

(I pañuelos – fazzoletti ribelli sono utili, simpatici e versatili!)

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Tra fine novembre e inizio dicembre 2012 si è svolta a Londra una rassegna di film femministi – http://londonfeministfilmfestival.com/ – che ha mostrato un po’ di verità e di varietà di corpi e menti femminili altrimenti assenti dal grande schermo. Alcuni registi odierni pensano che per far andare la gente al cinema ci vogliano tecnologie avanzatissime e mirabolanti effetti speciali, io continuo a pensare che ci vogliano innanzitutto una buona storia e la capacità di raccontarla. Fra le diverse sezioni del festival ho trovato particolarmente interessante “Herstories”, quella dedicata ai “corti” (in maggioranza documentari), per le questioni affrontate e per la brillantezza delle protagoniste.

festival Londra

E allora cominciamo con “Taxi Sister” ( http://www.youtube.com/watch?v=mGf6pVRRui0 ), prodotto da Theresa Traore Dahlberg. La vicenda è quella di un gruppo di donne di Dakar, Senegal, che grazie ad un programma governativo di sostegno (ora cancellato, ci dice il film nel finale) sono diventate autiste di taxi. Sono le prime, nel paese, e sono in 15: i tassisti uomini sono circa 15.000. Pure, questi ultimi sono convinti che siano davvero troppe e che non dovrebbero neppure esistere. Boury, la protagonista seguita dal documentario, sogna di diventare la prima donna che metterà in piedi la propria compagnia di taxi a Dakar. Boury è solare, determinata e positiva, ma non importa quanto bene lavori o quanto bene sostenga e depotenzi le aggressioni verbali da parte di sconosciuti e di colleghi: oltre a sentirsi dare dell’indecente, perché “i clienti maschi vorranno andare a letto con te”, viene continuamente messa a rischio da tamponamenti e scontri intenzionali da parte delle auto dei tassisti maschi. Non dimenticherò mai il suo volto che si gira verso la camera da presa, dopo uno di questi episodi, per dire: “Come mi trattano, così li tratto. Se mi insultano, li insulterò cinque volte tanto. E questo vale per tutto il resto.”

Dall’Argentina, grazie alla regista Nadia Benedicto, viene invece “Como una guerrera”. E’ la storia di Laura, la cameriera di una famiglia ricca il cui unico eloquio permesso nell’ambiente è “Sì, signora/ sì, signore/ sì, signorina” mentre sfacchina con addosso il classico (e orripilante) vestitino nero con grembiulino e crestina bianchi. Ma Laura sogna. Sogna di cavalcare uno splendido destriero fra deserti e foreste, e nel sogno il suo abbigliamento è quello di una guerriera e il suo viso non esprime che fierezza. Nella realtà, la vediamo andare a casa dal lavoro con un uomo violento e scalmanato, e tornare il giorno dopo ferita fisicamente ed emotivamente distrutta. Tuttavia, Laura continua a sognare, e il sogno si fa via via più nitido e pressante, sino a che la donna decide di diventare davvero quella “guerriera” e denuncia alla polizia il suo aggressore. La questione della violenza domestica è chiarita in quello splendido passaggio in cui noi spettatori non la vediamo direttamente: perché in effetti è un abuso nascosto, a meno che noi si decida di riconoscerne l’esistenza e di affrontarlo. Nadia Benedicto ha detto nelle interviste: “La verità è che io sono nata e cresciuta in una famiglia dove le donne erano disprezzate e tutte le decisioni erano prese dagli uomini. Penso che “Como una guerrera” sia il primo passo che ho fatto per recuperare quella voce, la mia propria, e la voce di tutte le donne che vivono in situazioni in cui non sono in grado di far valere i propri diritti.”

Il terzo breve, anzi brevissimo (sono poco più di due minuti), chiamato “Seating Code”, potete vederlo all’indirizzo: http://vimeo.com/30182700

La regista Hong Yane Wang esamina in esso una rispettabile tradizione cinese, a cui ovviamente dobbiamo il massimo rispetto nel nome del multiculturalismo, che consiste nel non permettere alle donne di sedersi sulle custodie metalliche che si usano nell’industria cinematografica. Potete ridere, ma il risultato è che in tutta la Cina, in omaggio a questa “tradizione”, c’è una sola “camerawoman”. Il cinema non esiste da abbastanza tempo per far risalire tale idiozia alla dinastia Qing e nessuna delle persone che ne parlano nel film è in grado di dire con esattezza quando e come sia nata, ma una tradizione è una tradizione, diamine, per cui va seguita senza farsi troppe domande… La regista, di diverso avviso, le fa. E le risposte sono allucinanti: “E’ perché non è pulito.”, spiega un uomo. Un secondo uomo esplicita: “Le donne hanno le mestruazioni, potrebbe accadere un sanguinoso disastro.” Un terzo reagisce seccato: “E’ maleducato che una donna si sieda su una di quelle custodie. Gli uomini stanno lavorando duro, le donne non lavorano: perché dovrebbero sedersi?”

E poi, continuano: “In Cina non si abbandonano le tradizioni, perché dovremmo farlo? Non è una cosa ingiusta, siamo già molto civilizzati.” Con un sorrisino delizioso, una ragazza aggiunge: “Credono che se una femmina si siede su qualcosa di fallico questo qualcosa si affloscerà. Il focus della ripresa diventerà blando.” Okay, non sono un’esperta di anatomia umana, e forse è questo il motivo per cui non riesco a comprendere cos’hanno a che fare le custodie metalliche (cubi e parallelepipedi) con i genitali maschili cinesi. L’unica cosa che capisco è questa: qualsiasi mezzo per ricordare alle donne che sono inferiori e sporche è buono, non importa quanto stupido sia e quanto stupido renda chi lo usa.

Tutt’altro paio di maniche con il documentario “Sari Stories”, dove la camera da presa è uno strumento di liberazione e conoscenza per le donne che la usano. (http://www.aljazeera.com/programmes/witness/2009/08/200981914759478896.html )

Un’associazione umanitaria, i “Video Volunteers”, ha messo in mano le cineprese a donne comuni di Andhra Pradesh, nell’India del sudest e ha detto loro: raccontate ciò che vi sta più a cuore. E le donne hanno prodotto un documentario sui loro matrimoni forzati. Notate bene: tutte sono state date in mogli da bambine. Latha, una delle protagoniste, ci racconta di essere stata venduta a suo marito a 12 anni. “Una volta mi ha picchiata tanto che non si credeva sarei sopravvissuta. Se è di cattivo umore mi costringe a mangiare sterco di mucca.” Per quanto i volontari benefattori cerchino di mettere una pezza “tradizionale” su tutta la violenza che emerge, con frasi del tipo “Le differenze volute da dio fra uomini e donne…”, la chiarezza della verità non ne viene offuscata. La verità è che di tutte queste donne si è abusato, che tutte hanno patito flagranti violazioni dei loro diritti umani, e che tutte ne sono consapevoli. Una di loro dice nel film: “Qualche volta penso di divorziare. Ma mio marito non farebbe che risposarsi. Un’altra donna sarebbe venduta. Un’altra donna soffrirebbe.” Il documentario ha comunque avuto un impatto positivo su chi ha partecipato al progetto e su chi ha visto il risultato finale. In parecchie assicurano che “Sari Stories” ha cambiato le loro vite.

Il London Feminist Film Festival si terrà anche il prossimo anno. Mano alla camera, ragazze, e sedetevi dove vi pare. Maria G. Di Rienzo

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