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madrid 8 marzo 2019

“Vogliamo il vostro rispetto, non i vostri complimenti”: questo scandivano le donne durante le manifestazioni spagnole per l’8 marzo; il “titolo” che portavano tutte le iniziative era “Abbiamo mille ragioni”. L’immagine – da El País – è relativa a quella di Madrid: la dimostrazione delle donne ha superato colà le 350.000 presenze (a Barcellona erano 200.000). Lo sciopero di due ore indetto dalle organizzatrici ha raggiunto l’80% nelle università e il 61% nelle scuole secondarie superiori. I sondaggi dicono che poco più del 64% delle ragazze spagnole sotto i 25 anni si definisce femminista.

Fra le mille ragioni, le dimostranti hanno abbondantemente citato la violenza di genere, il divario sui salari e gli ostacoli all’accesso alle posizioni di responsabilità, nonché la crescita della destra spagnola che ha determinato uno spostamento verso posizioni retrive da parte del Partito Popolare (interruzione di gravidanza). La riuscita di centinaia e centinaia di manifestazioni – per farvi un esempio solo in Andalusia ce ne sono state 139 – ha mandato in pallone i politici di destra che hanno gridato al sequestro dell’8 marzo da parte della “sinistra femminista”.

Quest’ultimo concetto è qualcosa che io non sono mai riuscita a vedere in opera, meno che mai in Italia sebbene a diversi intervalli il termine sia infilato nelle piattaforme e più raramente nelle definizioni da slogan elettorale di aggregazioni di micro partiti e soggetti vari. “Ecologista” è sdoganato (non ti dicono più che vuoi piantare le margherite sull’A4), “nonviolento” un po’ meno ma ci sono buoni segnali (quelli che ti dicono “Allora ti va bene prenderle” si sono leggermente ridotti), “femminista” è ancora verboten e ogni volta che lo pronunci, lo scrivi, lo rivendichi devi maneggiare insulti, minacce, deliri e patetiche pseudo-spiritosaggini.

Io non credo si tratti di mancanza di informazioni: solo usando internet con un pizzico di intelligenza persino l’individuo più disinformato può crearsi una base di conoscenza (e ascoltare le donne / le femministe è sempre una possibilità).

Io non credo si tratti di differenze di opinioni: le aggressioni dirette alle femministe mancano in toto di argomentazioni razionali e in generale di quel minimo di educazione necessario a una conversazione sensata.

Io non credo si tratti di difficoltà di comprensione dovuta a linguaggi criptici o ultra specialistici: la frase “Vogliamo rispetto, non complimenti” necessita, per essere capita, di un apprendimento di base della lingua parlata normalmente accessibile anche a un analfabeta.

Io non credo si tratti della “crisi” degli uomini (ormai più che quarantennale in Italia) provocata dall’avanzamento, lento e costantemente messo in questione e in pericolo, dei diritti umani delle donne.

Io credo si tratti di mancanza di coraggio. Credo che troppi appartenenti alla sinistra italiana, uomini e donne, siano codardi, privi di prospettiva (e di sogni che non riguardino il proprio personale successo, sogni collettivi), subalterni alla visione del mondo dei loro avversari, complici per volontà o superficialità dell’attuale clima culturale del paese in cui l’attitudine medievale verso le donne, invece di arretrare, avanza spedita a colpi di passerella obbligatoria per tutte le età e qualsiasi professione, tribunali macho-friendly (per esempio, se una donna è “brutta” non può essere stuprata: clamoroso falso del 10 marzo 2019, smentito da tutti i dati in nostro possesso ovunque), concezione proprietaria e relativa oggettivazione di donne e bambine spinta al massimo livello (per cui si può ripetutamente stuprare la propria figlioletta di quattro anni, trasmetterle una malattia venerea e filmare il tutto per farsi una pippa nella pausa pranzo al lavoro: Cuneo, 9 marzo 2019), stupri e tentati stupri, femicidi e tentati femicidi (la scorsa settimana di cronaca la dice lunga sulla brutalità e sulla persistenza della violenza di genere in Italia).

Per uscire dal circo degli orrori è necessario come primo passo il riconoscere questi ultimi per tali. Il secondo è l’analisi di cause e conseguenze della violenza di genere, per la quale è disponibile almeno un secolo di lavoro femminista. Il terzo è la volontà di avventurarsi in un territorio diverso: cambiando comportamento, riscrivendo il proprio posto e il proprio senso rispetto all’esistente, sfidando l’attitudine che ridicolizza e umilia le donne senza darla per scontata o peggio ancora per “naturale”, osando accettare la libertà che il femminismo crea per ogni essere umano e vivendola in prima persona.

Maria G. Di Rienzo

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(“A Barcelona restaurant that tells refugee tales” di Sophie Davies per Thomson Reuters Foundation, 21 giugno 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Barcellona, 21 giugno – Celato in una piazza spagnola medievale, un ristorante non convenzionale sta facendo formazione ai rifugiati e raccontando le loro storie, sperando di cambiare le vite dei migranti e il modo in cui la gente li vede. Espai Mescladis è allo stesso tempo un ristorante e una scuola di cucina – e in parte una casa editrice.

mescladis

(Sulla destra le fotografie – pura arte, a detta di chi ha visitato il ristorante – che narrano le storie dei migranti.)

Insegna a cucinare e fornire ristorazione a migranti che vengono da paesi molto lontani, come il Venezuela, il Senegal e il Pakistan, di modo che essi possano avere un’opportunità migliore di trovare impieghi e integrarsi nella vita catalana. I tirocinanti sono anche aiutati a compilare i documenti per la richiesta di asilo, e i clienti guadagnano della conoscenza su com’è essere nuovi, senza un soldo e spaventati in una terra straniera. L’impresa sociale è sta fondata nel 2005 dall’imprenditore argentino Martin Habiague, il cui interesse in materia è stato acceso dal prestare volontariato presso un’associazione umanitaria in Belgio.

“L’immigrazione mi ha sempre interessato. Io qui sono un migrante e andando indietro di generazioni i miei familiari erano migranti europei in Argentina.”, ha detto in un’intervista.

Vista la crescente sfiducia nei migranti in molte società occidentali, Habiague ha affermato che è importante sottolineare i lati positivi di nuovi arrivati che “portano ricchezza a una cultura”.

Ha fondato Mescladis quando aveva trent’anni, dopo aver lasciato uno studio di consulenza e ha detto di aver scelto un ristorante perché il cibo unisce le persone.

“Lavorare in un ristorante è tutto basato sull’azione, non sulle parole, perciò è facile mettere insieme le persone. – ha dichiarato a Thomson Reuters Foundation – Inoltre, a tutti piace il cibo.

Ogni anno, circa 80 studenti si uniscono al corso culinario – noto come “Opportunità di Cucina” – durante il quale lavorano come tirocinanti al ristorante e in altri locali e bar nella capitale catalana.

mescladis menu

(Il menù)

Ndt.: Mescladis offre birre, vini e succhi artigianali e cibo organico. E’ molto professionale e chiaro nell’indicare da dove vengono e come sono processati gli alimenti che usa, informazioni che altrove non sono così disponibili. E’ situato nel distretto di El Born.

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IFJ Gender Council Conference

Dozzine di giornaliste delegate – da Asia, Americhe, Europa e Medioriente – si sono riunite a Santander in Spagna il 25/26 maggio scorsi, accolte dalla sindaca della città Gema Igual, per la conferenza “Donne e giornalismo: la lotta per l’eguaglianza” organizzata dalla Federazione Internazionale dei/delle giornalisti/e – per la precisione, e per la disperazione di parroci rintronati e complottisti-giender, dal suo “Consiglio per il Genere”. La Federazione rappresenta più di 600.000 reporter in 146 nazioni.

Fra le donne intervenute vi sono state, tra le altre, le giornaliste di Gran Bretagna, Kuwait, Pakistan, Perù, Spagna, Russia… e Italia (grazie amiche – non ho visto nessun quotidiano del nostro paese registrare quel che è avvenuto, ma ciò non costituisce una novità ne’ per voi ne’ per me).

Un brano del documento finale:

“Incontratesi a Santander, Spagna, il 25 e 26 maggio, le delegate (e i delegati, suppongo, giacché nelle foto ci sono un paio di uomini) condannano:

* La violenza e le molestie affrontate dalle donne giornaliste in tutto il mondo. Le statistiche della Federazione mostrano che almeno una giornalista su due ha sofferto molestie sessuali, abuso psicologico, molestie online e altre forme di abuso dei diritti umani.

* Il divario di genere sui salari, che è una realtà in ogni continente e che non ha impatto solo sulla vita lavorativa delle donne, ma anche sul loro pensionamento.

* L’aumentata precarietà delle condizioni lavorative affrontate dalle donne giornaliste, in special modo quelle costrette a lavorare senza contratto, in mancanza di protezioni sociali, pensione, ferie pagate e altri benefici sociali.

* La discriminazione, inclusi i fattori politici, legali, culturali, razziali e sociali, affrontata dalle donne giornaliste nelle loro carriere e comunità, che le impoverisce.

Le delegate chiedono ai sindacati e alle associazioni dei giornalisti di costruire un movimento globale di solidarietà per sviluppare un responso collettivo alle istanze suddette, incluse mobilitazioni e campagne politiche e sui luoghi di lavoro.

* Paga eguale per eguale lavoro.

* Fine del “soffitto di vetro”.

* Basta precariato – affinché vi siano condizioni di lavoro decenti per tutte le donne.

* Gli Stati agiscano urgentemente per applicare le leggi contro la violenza di genere in tutte le sue forme e i datori di lavoro si assumano le loro responsabilità per la sicurezza delle donne giornaliste.

* Si introducano o si applichino leggi che contrastino le molestie sessuali.”

Il consesso ha creato un piano d’azione generale e segnalato azioni chiave che coprono con esattezza i passi necessari all’azione nonviolenta – la condivisione di esperienze, la creazione di reti, il riconoscimento degli alleati attuali e l’individuazione degli alleati possibili ecc. – complimenti!

Leggere nel finale che si intende agire per “sostenere un giornalismo etico con prospettiva di genere e contrastare gli stereotipi di genere, l’oggettivazione e il biasimo delle vittime” mi ha anche fatto pensare che nel mondo della stampa forse non proprio tutto è andato a rotoli. Solidarietà, rispetto e gratitudine per chiunque abbia partecipato a questo lavoro. Maria G. Di Rienzo

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(Il cartello dice: Questo 8 marzo vogliamo diritti, non fiori)

In Spagna la protesta femminista è andata particolarmente bene, quest’anno: 5 milioni di donne (e uomini) sono scese nelle strade in più di 200 città. La metropolitana di Madrid è stata bloccata, così come 300 treni.

La Commissione 8 Marzo, che ha organizzato l’evento, secondo i sondaggi ha raccolto il consenso di 4 spagnoli su 5 in generale e del 90% delle donne fra essi: “Oggi chiediamo una società libera dall’oppressione sessista, dallo sfruttamento e dalla violenza. – diceva il loro manifesto – Chiamiamo alla ribellione e alla lotta contro l’alleanza di patriarcato e capitalismo che ci vuole obbedienti, sottomesse e zitte. Non accettiamo condizioni peggiori sul lavoro, ne’ di essere pagate meno degli uomini per lo stesso lavoro. Questo è il motivo per cui chiamiamo allo sciopero.”

Il divario di genere sulle paghe, in Spagna, resta al 13% nel settore pubblico e al 19% nel settore privato (statistiche Eurostat 2017).

Manuela Carmena, sindaca di Madrid e Ada Colau, sindaca di Barcellona, hanno apertamente sostenuto la protesta. Carmena ha scritto in un tweet l’8 marzo: “La cosa non riguarda solo il richiedere vera eguaglianza, ma anche affrontare la necessità del cambiamento del modo in cui il mondo tratta le donne.” e Colau le ha fatto eco: “Abbiamo alzato le nostre voci e non ci fermeremo. Basta violenza, discriminazione e diseguaglianza sui salari!”

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Maria G. Di Rienzo

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“Sunitha Krishnan, nata in India, racconta la sua storia con sorprendente serenità: “Quando avevo 15 anni sono stata stuprata da otto uomini. La mia comunità mi considerò colpevole, non vittima di un crimine. Decisero che era la mia indole a non essere buona, che avevo fatto qualcosa per meritarmelo. Sono stata isolata e la mia famiglia smise di essere invitata a eventi sociali. Ero vista come una prostituta.”, ricorda questa donna minuta, ora 44enne, “Dopo di ciò promisi a me stessa che non avrei permesso a questo di distruggermi, che mi sarei ripresa e avrei dedicato la mia vita a combattere la violenza sessuale, rendendo l’istanza visibile e aiutando altre donne.”

E lo ha fatto. Sunitha ha fondato “Prajwala”, un’organizzazione il cui scopo è aiutare le donne che sono state schiave sessuali. “Donne che non sono state stuprate una volta sola, come me, ma centinaia di volte.”, sottolinea Sunitha.”

Il brano, come quello che segue, è tratto dall’articolo che María R. Sahuquillo ha composto – benissimo – per El Paìs in occasione del Giorno internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre).

” (le vittime) sono terrorizzate all’idea di essere giudicate scorrettamente, hanno un tremendo senso di colpa derivato dall’ambiente in cui vivono. – dice Tina Alarcón, Presidente del Centro Aiuto alle vittime di aggressione sessuale di Madrid (Cavas in sigla) – “E’ il tipo di ambiente in cui senti ancora cose del tipo ‘se l’è andata a cercare’, specialmente quando la persona è un parente, un amico, qualcuno che conosci, il che ammonta all’80% dei casi.”

Un’altra delle donne intervistate da El Paìs, Macarena García di 48 anni – 23 dei quali passati con un marito che abusava di lei fisicamente e psicologicamente – da quando è riuscita a uscire dalla situazione fa volontariato presso la Fondazione Ana Bella per le vittime di abuso. Macarena dice una cosa molto importante sulla violenza di genere: “Non dovremmo educare le nostre ragazze a ‘badare a se stesse’, dovremmo educare i nostri ragazzi a rispettarle e a non essere aggressori.”

Si chiama, come sapete, socializzazione di genere. Grazie (si fa per dire) a essa potete tirare una linea dalla Spagna di El Paìs agli Stati Uniti di The Olympian, il quotidiano della città di Olympia, e trovare un articolo di Amelia Dickson e Rolf Boone del 27 novembre u.s. che ha nel titolo la frase “Sono un maschio, uomo, perciò questo tipo di roba succede.”

Sono le parole pronunciate in tribunale dal 31enne Efrain Ramirez-Ventura, pescato mentre filmava una madre e sua figlia dodicenne che si stavano provando degli abiti in un camerino di prova. Sul suo cellulare sono stati trovati altri 80 filmati di questo tipo, tutti presi da camerini adiacenti.

Secondo costui, essere maschio significa essere autorizzato a violare l’intimità, gli spazi e i corpi delle femmine, di qualsiasi età.

Dello stesso parere sono quelli che hanno inflitto violenze sessuali a circa 120 milioni di bambine in tutto il mondo (dati Unicef) e quelli che rendono l’Europa un continente in cui una donna su dieci, a partire dai 15 anni d’età, subisce qualche tipo di assalto sessuale: cose che “capitano”, quando addestri metà dell’umanità a credersi legittimata alla violenza.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “The woman who will turn off her phone when the war in Syria is over”, di Sara Rosati per El Paìs, 4 maggio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Souad Benkaddour – nell’immagine – è originaria del Marocco e vive a Madrid.)

souad

La prima rifugiata siriana che Souad Benkaddour, 53enne, ha aiutato era una donna incinta con tre bambini arrivata alla stazione degli autobus Méndez Álvaro di Madrid nel settembre 2015. Souad spiega che in effetti lei era in viaggio per Segovia con la sua famiglia quando un vicino di casa la chiamò per sapere se avrebbe potuto fungere da traduttrice per la donna. “Lo dissi a mio marito e lui fece un’inversione a U.”, racconta Souad.

Allora non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stata d’aiuto a più di 500 persone provenienti da Siria, Palestina, Iraq e Bangladesh, o che il suo telefono sarebbe divenuto il numero di soccorso per così tanti rifugiati. Souad e i suoi vicini hanno reso possibile a quella donna siriana, Fayrouz, e ai suoi tre figli di continuare il viaggio verso la Germania. La donna e i bambini avevano attraversato il confine marocchino all’enclave spagnola di Melilla, lungo la costa nordafricana, nascondersi sotto i camion.

Souad e i suoi vicini scoprirono poco dopo che c’erano dozzine di rifugiati che dormivano nel parco antistante la suddetta stazione degli autobus e decisero di lavorare insieme per toglierli dalla strada. Era all’incirca il periodo in cui centinaia di migliaia di siriani bussavano alle porte d’Europa per fuggire dalla guerra. Molti attraversavano Tunisia, Algeria e Marocco per entrare in Europa tramite Melilla, ma per la maggior parte di loro la Spagna era il punto di partenza per altri luoghi – paesi che percepivano come in grado di offrire più sostegno e opportunità. Secondo l’Eurostat, solo 2.975 siriani hanno chiesto asilo in Spagna nel 2016, a paragone dei 300.000 nell’intera Unione Europea.

Centinaia di ong hanno raccolto denaro per aiutarli lungo la via, ma migliaia di persone comuni come Souad li hanno pure aiutati. Assieme ai suoi vicini, ha costruito un ingegnoso sistema di scambio di favori che sta ancora funzionando. Prima che partisse, Souad disse a Fayrouz di dare il suo numero a chiunque avesse bisogno di aiuto e cominciò a ricevere dalle 20 alle 30 chiamate al giorno.

La sua storia personale ha qualche somiglianza con quelle delle persone che assiste. Nella città marocchina di Al Hoceima, dov’è nata, Souad dice di non essere stata libera di agire come voleva: “Volevo poter sperimentare successi e fallimenti senza barriere.”, spiega. Aveva compreso di aver talento nell’aiutare gli altri e offriva sostegno alle ragazze marocchine incinte che avevano a che fare con famiglie intolleranti, mentre sognava di emigrare in un paese in cui le donne fossero libere di vivere le proprie vite. Quando giunse in Spagna all’età di 38 anni prese un profondo respiro: “Sentivo di poter essere me stessa, sentivo di essere libera.”

Sebbene siriani e marocchini presentino alcune somiglianze culturali, Souad non ne aveva mai incontrato uno prima del 2015: “Adesso so persino distinguere da quale città vengono.” C’è una condizione, comunque, per essere aiutati da Souad e dai suoi vicini: un rifugiato che ottenga assistenza deve, in cambio, assistere un’altra persona. “Spiego loro che quando arriveranno a destinazione ci sarà qualcuno ad aspettarli e che in futuro mi aspetto da loro che vadano ad accogliere qualcun altro.”, dice Souad.

La rete che Souad ha creato arriva sino alla Croce Rossa, che la chiama ogni volta in cui una corriera carica di rifugiati lascia Granada per andare a Madrid. L’Asla, la società di trasporti degli autobus, pure si rivolge a lei quando un rifugiato alla biglietteria ha bisogno di un traduttore. La passione con cui si è dedicata alle sofferenze dei rifugiati ha qualche volta interferito con la sua vita familiare. All’epoca, Souad passava ogni giorno della settimana alla stazione degli autobus e il suo telefono squillava 24 ore su 24. Quando lo spegneva, trovava dozzina di chiamate perse non appena lo riaccendeva: “Non potevo rispondere a tutte le chiamate. C’è stato un momento in cui ho dovuto imparare a bilanciare quel che stavo facendo con le necessità della mia famiglia.”

Nel marzo 2016 la Turchia firmò un accordo con l’UE e le chiamate cominciarono a diminuire, a causa della drastica diminuzione del numero di rifugiati in grado di entrare in Europa. In pochi mesi, le centinaia di arrivi giornalieri alla stazione Méndez Álvaro si erano ridotte a una cinquantina. Ora, Souad non va più alla stazione ogni giorni, ma sta ancora ricevendo chiamate, traducendo, organizzando l’accoglienza e aiutando in ogni modo a lei possibile: “Non ho rimpianti nel dare tempo e vita a questa causa.”

Souad non è sicura se definirsi un’attivista – semplicemente si sente a posto quando aiuta altre persone. Agisce per istinto e in modo indipendente. E sebbene centinaia di persone abbiano avuto il suo sostegno, a volte si chiede se non avrebbe potuto aiutarne di più. Ma questi dubbi pignoli sono zittiti dalla prossima telefonata: “Salam Alaikum, Souad. Abbiamo bisogno di te.” E lei risponde con naturalezza, come se la cosa fosse la più normale del mondo. “Spegnerò il telefono quando la guerra in Siria finirà.”, conclude.

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alicia

Quando il suo liceo ha organizzato un concorso per brevi filmati prodotti dai suoi studenti, la diciassettenne spagnola Alicia Ródenas – in immagine – ha presentato un video in cui legge “le 100 frasi sessiste a cui le donne non possono sfuggire”. E’ fatto straordinariamente bene non solo dal punto di vista filmico: comincia con le frasi che rinforzano gli stereotipi di genere nell’infanzia, si muove attraverso la sessualizzazione coatta e la denigrazione del corpo femminile e mostra come tutto ciò si evolva nell’abuso fisico.

“Se ti vedono giocare con i maschietti diranno che sei un maschiaccio.”

“Ti interessano i computer? Non dovresti far danza, piuttosto?”

“Sei così carina quando ti vesti bene.”

“Sei sempre circondata da ragazzi, li provochi sessualmente.”

“Cosa ti prende, hai le mestruazioni?”

“Non lasciarmi o faccio qualcosa di folle.”

La sua scuola l’ha trovato così interessante da discuterlo pubblicamente con tutti gli/le studenti, dopo una lezione dell’insegnante di psicologia, e di postarlo su YouTube il 29 marzo, dove da allora è stato visto più di 120.000 volte. Condiviso su Facebook ha quasi raggiunto il milione di visite.

Naturalmente molti stronzetti si sono sentiti in dovere di insultare e minacciare Alicia (il liceo ha in seguito disabilitato i commenti) ma, dice la ragazza, “Ci sono commenti, quelli che mi piacciono di più, di persone che dicono di aver cambiato modo di pensare dopo aver visto il filmato. Parlare del sessismo è necessario, perché troppa gente pensa che queste frasi siano innocue. Bisogna cominciare a parlarne da giovani, altrimenti può essere difficile capire quanti danni fanno.” Alicia ha spiegato alla stampa che realizzare filmati è per lei solo un hobby e che la sua aspirazione è studiare psicologia. Il testo che legge nel video era già diventato virale nel 2015. Si intitola “Che bella ragazza!” ed è stato scritto da un’altra giovane femminista di Madrid, Ro de la Torre, che ha dato alla studente il permesso di usarlo. “La violenza sessista non esiste solo quando ne muori, ma è qualcosa che ti porti dietro tutta la vita.”, spiega Ro e allo stesso modo Alicia conclude il suo filmato: “La violenza di genere non è solo fisica. La viviamo sin dall’infanzia e ci perseguita sino alla fine. (Combatterla) E’ ora o mai più.” Maria G. Di Rienzo

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