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Soavi compagne/i di viaggio, da cinque giorni sto combattendo contro il solito battaglione di streptococchi maligni e la mia gamba destra sembra essere stata investita da un’esplosione nucleare. Ho fatto del mio meglio per mantenere il ritmo di pubblicazione, ma adesso sono stanchissima e devo mollare per un po’.

Vi lascio con una perla di giornalismo però, così potete mettervi le mani nei capelli anche voi:

La Repubblica, 13 agosto 2017: “Torino: litiga con la compagna, parte un colpo e si uccide convinto di averla ammazzata – Ferisce la compagna alla testa che voleva lasciarlo e poi si uccide davanti agli agenti della squadra volante della polizia…”

Messa così, la frase seguente dovrebbe essere qualcosa del tipo: “Il collo e la milza della donna volevano invece restare con lui.”

A presto, MG

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Girls Pride Irlanda

(la scritta sulla maglietta dice: Trasformare le giovani vite delle persone LGBT)

11 agosto 2017: “Roma, Centocelle, assalto omofobo al Vanity Dance Studio: “Froci andatevene!” – Dopo mesi di continui attacchi, ieri notte la sede è stata completamente imbrattata di scritti e disegni osceni e offensivi. E adesso la scuola, diventata punto di riferimento per i ragazzini del quartiere, rischia di chiudere.”

10 agosto 2017: “Insulti omofobi alle baby calciatrici” – Il procuratore federale interregionale della Figc ha deferito al Tribunale federale territoriale (…) la Polisportiva Bruinese a titolo di responsabilità concorrente e oggettiva per l’operato dei propri dirigenti, anch’essi deferiti.

Il deferimento è riferito a “presunti comportamenti omofobi e discriminatori messi in atto da giocatori, dirigenti e tifoseria” della Bruinese nei confronti di calciatrici del Torino in occasione di una partita della categoria giovanissimi fra le ragazze della formazione granata con la squadra maschile della Bruinese giocata il 13 aprile scorso.”

Non so che età avessero gli allievi dello studio di danza, ma la parola “ragazzini” mi fa pensare a minori adolescenti. So invece che età comprende la categoria “giovanissimi” nel calcio: maschi e femmine tra i dodici e i quattordici anni (dalle categorie superiori ragazze e ragazzi giocano in tornei separati e hanno limiti di età diversi).

Si tratta comunque assai spesso del momento in cui le giovani persone omosessuali trovano un punto fermo nel mezzo dei messaggi contraddittori che le hanno rese confuse e incerte sino ad allora: è l’età in cui il coming out lo si fa interiormente, dicendo a se stessi “questo è ciò che io provo, questo è ciò che io sono”. E’ anche il momento in cui la violenza nei loro confronti è giustificata da culture/religioni con il pretesto di “difendere i minori”… da loro stessi.

Oltre settanta nazioni, al mondo, criminalizzano ancora l’omosessualità e per cinque di esse la pena prevista per chi ne sia giudicato “colpevole” è quella capitale. Le leggi che direttamente o indirettamente rendono reato penale una caratteristica umana per “proteggere i bambini”, così come le “campagne anti-gender” (che sono campagne anti-omosessualità), non fanno che esacerbare la violenza e la discriminazione, ottenendo l’esatto opposto effetto per i minori, siano essi LGBT o siano semplicemente sospettati di esserlo o prendano le parti di qualcuno di questi ultimi.

In pratica dappertutto è possibile trovare cialtroni sadici che pretendono – abbiano o meno la benedizione di governi e chiese – di essere in grado di modificare l’identità e l’orientamento delle ragazze e dei ragazzi omosessuali: tale terapie sono “non etiche, non scientifiche e inefficaci e possono essere paragonate alla tortura” (Nazioni Unite, Ginevra, 2015). Per essere oggetto di bullismo a scuola da parte di compagni (e sovente insegnanti) non occorre essere gay o lesbiche, basta essere percepiti e classificati come tali; in alcuni paesi tale giudizio sommario è sufficiente per rifiutare l’ammissione a scuola a uno/una studente o per espellerlo/a.

Credete che tutto questo passi senza lasciare tracce nel cuore di un ragazzo o di una ragazza, ne sia pure lui o lei unicamente testimone? Lo stigma sociale diventa auto-stigmatizzazione. Le abilità personali si affievoliscono e appaiono come non dare più gioia a chi le possiede, la salute ne risente a livello fisico e mentale, l’ansia del doversi mimetizzare e nascondere conduce a entrare in relazioni non desiderate e potenzialmente pericolose, la capacità di immaginare un futuro felice per se stessi va a picco. Ma noi diciamo che Carlo sembra un po’ depresso e Luisa non va più volentieri a scuola “perché l’adolescenza è così”, basta aspettare o magari dargli/darle del Prozac, passerà. Non è vero. Se non interveniamo aiutandoli a restaurare la loro autostima andrà peggio.

Nel continuum di violenza che si abbatte su di loro si creano picchi in cui fra la loro vita e la loro morte resta solo un piccolo spazio. Quando è riempito da “Froci andatevene” o – presumo – da “Lesbiche schifose”, Carlo e Luisa possono pensare che non valga più la pena esistere. Perciò, quelle scritte di vernice spray e quelle parole sputate con disprezzo sono assassine.

Maria G. Di Rienzo

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Quando nei giorni scorsi avete letto dello stupro di gruppo subito da una 15enne a Bari (cinque aggressori, un solo maggiorenne) vi siete chiesti chi ha spiegato a questi giovani maschi cos’è il sesso e come farlo? Io sì.

In primo luogo la pornografia.

Stante il facilissimo accesso a quella online essa è diventata una delle forme principali di “educazione sessuale” per le nuove generazioni. Quel che vedono e a cui si abituano è un contesto in cui non vi è consenso, rispetto o piacere reciproco, ne’ sicurezza. Lo scenario prevede maschi aggressivi totalmente in carico dell’iniziativa e dei suoi sviluppi, legittimati a usare i corpi delle donne in ogni modo loro aggradi coprendoli nel contempo di una valanga di insulti: schiaffi, pugni, calci, strangolamenti, penetrazioni così violente da causare lacerazioni ecc. sono ingredienti comuni della pornografia cosiddetta “mainstream”, cioè la maggioranza della pornografia prodotta e accessibile. Le donne che subiscono questi assalti recitano passività e/o godimento, di modo da indurre nello spettatore il concetto che alle “cagne” piace da morire essere umiliate, picchiate e “sfondate” sino a dover ricorrere alla chirurgia per ricostruire ani e vagine. Ad essere resa “erotica” è la violenza contro le donne, non c’è modo di girarci intorno blaterando che sono tutte fantasie – le donne che vedete brutalizzate nella pornografia sono reali e soffrono danni reali. Le ragazze e le donne con cui partner maschi vogliono copiare gli scenari suddetti anche.

In secondo luogo l’attitudine socio-culturale che il nostro paese riserva alle donne.

Qualsiasi età abbiano, dalla pupattola alla vecchietta; qualsiasi cosa facciano, dalla pulitrice alla ministra; qualsiasi opinione abbiano e rendano pubblica; qualsiasi talento mostrino; di qualsiasi vicenda siano protagoniste; stiano sul podio come vincitrici di medaglie olimpiche o in una cassa di legno perché ammazzate dal marito/fidanzato “geloso” – la narrazione comincia, finisce e ruota attorno alla loro appetibilità sessuale. Bella – bella – bella, scollature spacchi e tacchi, tanga e bikini, o brutta – brutta – brutta, aggettivo spesso meglio specificato come “non scopabile”.

In terzo luogo il reiterare nei confronti delle donne ogni stereotipo sessista ripescabile da un barile puzzolente vecchio migliaia di anni.

Magari i ragazzini si sentono moderni e trasgressivi a ripetere che le donne sono stupide e inferiori, forse credono di dire una gran novità (o addirittura una “verità scomoda”), ma si tratta di un assunto patriarcale più decrepito dei loro bisnonni, smentito costantemente dalla Storia e falso come le immagini create con Photoshop su cui si fanno le pippe.

In quarto luogo gli adulti maschi loro modelli di riferimento, che sono troppo spesso una manica di stronzi.

L’affascinante attore che picchia la moglie, il grande atleta che ammazza la compagna, i fratelli maggiori che maltrattano fidanzate e quando costoro diventano “ex” postano le loro foto di nudo su Facebook – per “vendetta”, dicono, ma è soprattutto il riconoscimento dei loro pari che desiderano: guardate che gnocca ho trombato, amici, adesso che non vuole darmela più io la getto a voi come carne andata a male a un branco di cani sbavanti.

Non è che scuola e famiglie offrano agli adolescenti molte alternative, lo so. Quello che mi stupisce è che, per esempio, parecchi dei loro genitori e parecchi di loro stessi sono pronti a dubitare di tutto quel (poco) che hanno imparato a scuola. Possono sostenere che l’Olocausto non è mai avvenuto, l’allunaggio nel 1969 nemmeno, i rettiliani e le sirene esistono e recitando delle sequenze numeriche o degli incantesimi in latinorum si guarisce da ogni tipo di malattia e si vincono lotterie… perché l’hanno visto su internet. L’unica cosa di cui non dubitano mai è questa: le donne sono tutte troie e si meritano ogni singola schifezza sia loro inflitta. Be’, non è che internet dica loro molto di diverso, vero?

Maria G. Di Rienzo

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Care/i giornaliste/i d’Italia: avete per caso visto “Cloud Atlas” (“L’atlante delle nuvole”, 2012)?

Queste sono le battute fondamentali di una dei personaggi, Son-mi 451 (Bae Doona): “Le nostre vite non sono di nostra assoluta proprietà. Dal grembo alla tomba siamo legati ad altri. Nel passato e nel presente. E con ogni crimine e ogni gentilezza partoriamo il nostro futuro.”

Le Wachowski possono produrre lavori complicati e controversi o non piacervi proprio, ma queste semplici frasi sono di una chiarezza sublime e a mio avviso dovreste tenerle appese sopra il computer su cui scrivete i vostri articoli… soprattutto quando trattate di femminicidio e violenza di genere. Questo perché ogni cosa che scegliete di sottolineare o di non trattare, ogni giudizio – persino non detto esplicitamente ma infilato fra le righe, hanno un impatto su chi vi legge. (E aggiungo, anche i vostri clamorosi svarioni relativi a grammatica – ortografia – sintassi, indegni della vostra professione.)

Il mondo non è diviso fra il “di qua” e il “di là” della pagina stampata o caricata a schermo. Fra chi vi legge ci sono le prossime vittime, i prossimi assassini, i prossimi testimoni; ci sono avvocati, giudici, agenti di polizia – esseri umani come voi che assorbiranno, in grado maggiore o minore a seconda delle loro peculiarità, ciò che gli avete raccontato. Questo, assieme ovviamente a ulteriori stimoli e informazioni, contribuirà a formare il loro giudizio e il loro giudizio avrà influenza sulle loro azioni. Ogni volta in cui decidete di reiterare gli stereotipi di genere, di biasimare la vittima e di scusare e compatire il suo aggressore/assassino voi state collaborando, scientemente o meno, alla creazione del prossimo scenario di violenza.

Ieri su La Stampa:

“Uccide la fidanzata di 22 anni, poi si ammazza con un colpo di pistola: tragedia a Trento”

L’articolo si premura di informarci che:

1) la pistola era detenuta regolarmente per uso sportivo dall’omicida-suicida Mattia Stanga, 24 anni. (Sì, però l’aveva comprata il giorno prima di usarla per uccidere Alba Chiara Baroni e poi spararsi.)

2) “La coppia era molto conosciuta in paese, soprattutto grazie all’impegno da parte di entrambi in parrocchia.” Segue un intero paragrafo su lavoro e interessi vari del giovane uomo, sulle sue parentele degne di nota e via così. La giovane donna? Ah sì, era “barista in un albergo della zona”. Finito, non c’è altro da dire su di lei.

3) “Dolore e sgomento intanto affiorano intanto tra gli abitanti di Tenno, increduli per quanto sia accaduto, soprattutto perché trattandosi di una coppia di giovani benvoluti e molto conosciuti in paese.” Letterale. Allora: via un “intanto” perché due nella stessa frase sono di troppo; “increduli per quanto è accaduto”; “soprattutto perché si tratta ecc.”

4) “Da una prima ricostruzione sembrerebbe che la ragazza abbia provato a fuggire dalla furia del compagno, trasformatosi come nel peggiore degli epiloghi in un assassino.” Nel peggiore degli epiloghi di cosa? Un grande romanzo d’amore? Se non finisce con “e vissero per sempre felici e contenti, litigando ogni tanto ma sempre rispettandosi l’un l’altra” o “si lasciarono con rammarico, ma civilmente, portando ognuno con sé quanto di buono la loro relazione aveva avuto”, l’amore è già volato via dalla finestra da un pezzo. Sarei anche curiosa di sapere quale malefica pozione ha trasformato il “compagno” in orco furioso. Forse i “diverbi” che i due avevano da tempo hanno qualcosa a che fare con la vicenda? Forse lui ha deciso che lei NON POTEVA lasciarlo, perché una donna non può prendere decisioni del genere, e quindi doveva morire con lui?

5) “I motivi del folle gesto ancora non sono emersi (…)” Non so che significato dia l’autore al termine “folle”, ma l’omicida-suicida pare aver programmato lucidamente tutto: compra la pistola, poi chiama la ragazza dicendo che “vuole farla finita”, di modo che lei si precipiti da lui come da copione e le pianta qualche pallottola in corpo. Folle gesto. Raptus. La pistola ha sparato da sola.

Ieri su Il Corriere della Sera:

“«Voglio suicidarmi»: lei accorre ma il fidanzato le spara e si uccide”

Qui la storia è colorata a secchiate di vernice rosa: “Sarebbero dovuti andare a convivere i primi di settembre, massimo ottobre, in un appartamento dei genitori di lei. Era tutto perfetto. Ma ieri l’incanto si è spezzato. Uno, due, tre, forse sei spari e le loro vite si sono spente (…)”; Il “destino li aveva legati sin da bambini”; “Ti amo scricciolo (…) aveva scritto Mattia, l’8 ottobre 2013, su Facebook”. Ma, pensate, “È stato Mattia a esplodere i colpi di pistola”. L’autrice, non riuscendo a darsene pace, da questo punto in poi riempie il suo pezzo di angosciati “perché?” – che ripetuti prendono un suono noioso e falso – assicurandoci che “nulla andava male in quella coppia”, “nulla avrebbe fatto pensare a una simile tragedia”. Di chi può essere la colpa, quindi? Del caldo, di un virus, delle scie chimiche? Be’, una sospettata c’è, quella che non aveva deciso di morire ed è stata assassinata, Alba Chiara: “Forse lei voleva lasciarlo, forse non se la sentiva più di fare il grande passo, di andare a vivere insieme.” Mai che ne facciamo una giusta, queste donne: se lo lasciano muoiono, se non lo lasciano muoiono, se lo denunciano muoiono, se non lo denunciano muoiono. Eccetera, eccetera.

E di che mi lamento, insomma, alle fine assassinate o no dobbiamo morire tutte, vero? E’ un’opinione. Non si può neanche più avere un’opinione adesso?

Archivista: (…) Ricorda, la tua versione della verità è tutto quel che importa.

Son-mi 451: Verità è singolare. Le sue “versioni” sono menzogne.

Maria G. Di Rienzo

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28 luglio 2017, Il Resto del Carlino: “Senigallia, accoltella la ex e un amico, poi si lancia nel vuoto. Muore 21enne.” Le due vittime sono ferite ma non in pericolo di vita.

L’articolo rispetta tutti i (pessimi) standard del giornalismo che si occupa di violenza di genere. C’è la tragedia, c’è il giovane uomo disperato che non accettava la fine della relazione, c’è il terribile torto subito da quest’ultimo che trovata l’ex fidanzata in compagnia di un amico va per questo su tutte le furie e mette mano al coltello. E così prosegue:

“Il 21enne era stato arrestato tre anni fa per resistenza (nda.: a cosa? Suppongo a pubblico ufficiale, ma il dato è o no in relazione allo stalking subito dalla ragazza?), l’ex fidanzata l’aveva denunciato circa un mese fa perché la tormentava, le mandava spesso messaggi e andava sotto casa di lei per cercare di riallacciare il rapporto, tanto che l’avvocato le aveva suggerito di uscire poco per un periodo, e di non andare da sola, perché si temeva che il 21enne potesse farle del male.”

Quello stesso avvocato loda le forze dell’ordine per i tempestivi interventi garantiti alla ragazza (24enne) “che era vittima di atti persecutori” e ci tiene a sottolineare che l’esito della vicenda “non era assolutamente prevedibile”: è stato troppo “rapido e funesto”.

Non sappiamo da quanto tempo continuassero gli atti persecutori, ma se si consiglia a una giovane donna di comportarsi come se fosse un bersaglio ambulante durante una guerra – non uscire di casa o uscire solo se accompagnata – le intenzioni del suo aggressore mi sembrano completamente chiare e prevedibili. L’assalto è avvenuto di notte, l’ultimo “tempestivo intervento” delle forze dell’ordine risale al pomeriggio dello stesso giorno: e se la ragazza è ancora viva lo deve più alla fortuna che alla protezione garantita e prevista dalle leggi.

L’assalitore si è ucciso forse credendo, come spesso accade in questi casi, di aver esercitato l’estremo atto di controllo sulla ex fidanzata e di aver quindi perso ogni ulteriore possibilità e scopo, ma al di là della pietà umana per la sua fine io continuo a chiedermi: cosa fa pensare a quelli come lui che la violenza sia il principale e giusto mezzo con cui “riallacciare un rapporto”?

Perché credono che molestie, tormenti, pestaggi, pedinamenti e minacce siano le fondamenta di una relazione con una donna? Perché accettano che una donna torni da loro o resti con loro per paura?

Cos’ha a che fare tutto questo con l’amore? Niente. Stiamo trattando di possesso – e allora le cose acquistano prospettiva e alla ribellione di un oggetto che si possiede non c’è davvero modo di rassegnarsi: ha forse senso che la vostra automobile o la vostra televisione prendano decisioni e vi si chieda di rispettarle? E perché mai dovreste garantire ciò alla vostra bambola gonfiabile?

Maria G. Di Rienzo

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briciole pane

Dopo un mese e mezzo Dimitri Fricano, trentenne, confessa di aver ucciso la fidanzata Erika Preti (28 anni) a coltellate. “Al culmine di una lite per le briciole”, scrivono i giornalisti riuscendo a mantenere un’incrollabile faccia di bronzo.

Una dei suoi legali precisa alla stampa: “Il movente non sono state certamente le briciole di pane, quella è stata la miccia che ha acceso la lite, ma il movente è più ampio e profondo. Le briciole di pane sono state l’ennesimo rimprovero a Dimitri in un contesto di disagio che il giovane ha maturato nel tempo. Aspetti di cui non si può dire di più ma che saranno chiariti a processo.”

Lo svolgimento di quest’ultimo si preannuncia interessante. Per ipotesi, l’arringa della difesa potrebbe uscire così: “Lei lo umiliava continuamente, lo rimproverava, lo faceva sentire svirilizzato. Perciò, sentendo in pericolo la propria (SACRA viene omesso perché scontato) mascolinità…”

Già vedo il/la giudice annuire con aria grave. Simbolicamente la disgraziata – che, ricordiamo, è morta e non può intervenire per confermare, negare o spiegare – lo stava castrando. C’è forse attenuante migliore o ragione maggiore per uccidere? La donna assassinata se l’è cercata, dobbiamo avere il coraggio di dirlo e se non lo abbiamo, cercheremo almeno di far avere al suo assassino una sentenza che minimizzi e ridicolizzi la sua morte.

Adesso aspetto questi commenti agli articoli in merito:

Perché il tipo non ha lasciato la strega cattiva? Forse gli piacevano le cose come stavano.

Gli uomini dovrebbero stare più attenti alle relazioni in cui entrano.

Se si preferiscono le donne violente alle brave ragazze poi è chiaro che va a finire così.

Era semplice, bastava dare le briciole agli uccellini, ma gli uomini non vogliono capire…

Maria G. Di Rienzo

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22 luglio 2017, La Repubblica: “Forlì, colpisce la moglie con l’acido e fugge con i figli piccoli”.

“(…) La donna, albanese di 37 anni, è stata portata in ospedale e secondo le prime informazioni non sarebbe grave, anche se ha riportato ferite e ustioni. L’uomo, kossovaro, è attivamente ricercato.” (Sarebbe “kosovaro”, per essere precisi.)

La notizia è solo l’ultima e nemmeno la più grave (grazie all’intervento dei vicini la vittima è sopravvissuta all’attacco e non è in pericolo di vita) di quelle relative alla violenza contro le donne che raggiungono i media. Per ottenere questa palma di solito la donna deve morire, altrimenti ci vogliono dettagli che colpiscano emotivamente chi legge per la loro efferatezza – e qui c’è l’acido – o (ma lo scalpore su questo è sempre più teatrale e sempre meno frutto di reale interesse) che riguardino un pericolo o un danno per i bambini – e qui c’è la scomparsa dei figli, presumibilmente portati via dal padre aggressore.

A chi ha composto l’articolo, per un commento informato sullo stato della violenza di genere nella sua zona, sarebbe bastato rivolgersi al Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia – Romagna: 13 associazioni, in collegamento fra loro dal 1996 e costituite come associazione formale nel 2009 per condividere ancora meglio “formazione, buone prassi, confronto metodologico, progetti e campagne di sensibilizzazione per il contrasto della violenza alle donne e ai loro bambini” e porsi come “soggetto maggiormente autorevole nei confronti delle istituzioni”. Ho il vago sospetto, però, che l’articolista non sappia neppure della sua esistenza e preferisce riportare questo:

“Sulla vicenda è intervenuta, con una nota, l’associazione antiviolenza e antistalking “Butterfly” di Riccione, secondo cui “è ora di dire basta a queste minacce e a questa violenza inaudita nei confronti delle donne. Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza”. Con l’associazione, osserva la presidente (…) “stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne, minacce del tipo ‘Ti sfiguro con l’acido’. Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita”.

Il sito del gruppo succitato attesta che “L’Associazione Butterfly nasce nel 2014 con lo scopo di difendere, rivalutare e divulgare principi anti violenza per la tutela delle persone, un aiuto concreto che accompagna a un nuovo percorso di vita. (…) L’attività è svolta da un gruppo di donne volontarie che mettono a disposizione le loro professionalità ed esperienze al sostegno di tutti coloro che hanno subito o subiscono violenze domestiche, psicologiche, economiche, maltrattamenti, stalking e abusi. (…) L’esigenza è stata quella di confrontarsi con le problematiche che il territorio già affrontava inerenti alla violenza, con particolare riferimento alle donne e bambini, ma si è sviluppato in un secondo momento la necessità di poter aiutare anche gli uomini violenti con un percorso e progetto in via di sviluppo.” L’italiano zoppica e la visione non risulta troppo chiara. Ci sono in effetti alcuni problemi relativi alla nota citata da La Repubblica. L’approccio dell’associazione è – dichiaratamente e per qualifiche dispiegate – quello della criminologia (citano un noto profiler italiano, ex carabiniere, come “guida” metodologica). La formazione al genere, e quindi alla violenza di genere, sembra mancare.

1) Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza. Sì, però a parte il fatto che “un episodio” non può essere “incessante” (casomai è il flusso della violenza a esserlo), “inesorabile” riferito a un accadimento e non a una persona significa (cit. Treccani) “cosa a cui è impossibile sottrarsi, contro cui non c’è rimedio, che non si può in alcun modo allontanare, mutare, fermare”. Vedere la violenza in questo modo significa trattarla da fenomeno atmosferico, non sapere in realtà come si origina e quindi non sapere come arrestarla e trasformarla.

2) Stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne: per favore, no. Le parole sono importanti, convogliano senso. Le donne non appartengono agli uomini (ne’ gli uomini appartengono alle donne) come “loro” suggerisce. Usare per esempio “nei confronti delle donne con cui hanno relazioni” avrebbe trasmesso un significato di eguaglianza fra i due soggetti, concetto di cui abbiamo disperatamente bisogno per minare la violenza alle basi.

3) Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola.

Immagino che chi fa parte dell’Associazione legga almeno i giornali, ma in caso contrario ecco alcuni recenti titoli in cronaca:

13 luglio 2017 – Donna uccisa in strada nel Casertano, fermato il compagno. Entrambi italiani.

13 luglio 2017 – Femminicidio, a Bari una 48enne uccisa in casa: fermato il compagno di 32 anni. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Cagliari, massacra la fidanzata la crede morta e si uccide. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Siena, uccide a coltellate la ex il giorno prima di vederla in tribunale. La vittima è di origini rumene, l’assassino è italiano.

17 luglio 2017 – Roma, abusa della figlia di 10 anni: arrestato dalla polizia. Entrambi italiani.

Considerare la donna “oggetto di vessazioni” appartiene in sé alla cultura patriarcale che, purtroppo, non spira come un vento malefico da inquietanti spiagge lontane sulla bella e incontaminata Italia. Quella spazzatura che è la violenza di genere nel nostro paese la produciamo proprio nel nostro paese, e qui dobbiamo smaltirla.

4) (…) mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita.

Immagino a questo punto che per quelle già “brutte” non faccia poi quella gran differenza: una vita non possono averla comunque, giacché avere una vita consiste nell’essere considerate “belle” (scopabili) dagli uomini. A che mulino porta acqua questo tipo di ragionamento? Quanta violenza c’è nell’imposizione dei canoni di “bellezza” alle donne? Cosa sta alla radice di questa ossessione per cui la “bellezza” dev’essere per le donne l’unico scopo e allo stesso tempo l’unico premio di un’intera esistenza, se non il loro controllo? Cos’è e cosa genera questo tipo di controllo, se non altra violenza?

Maria G. Di Rienzo

(P.S. Domani: Corso accelerato intensivo per chi desidera mettere in piedi un’organizzazione antiviolenza.)

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