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Fuori posto. Così ci sentiamo in molti nell’Italia del 2018 e del governo dei soccorsi negati, dei censimenti etnici (illegali) e delle corruzioni passate e presenti. Ci sentiamo così pochi, così diversi, così impotenti che spesso preferiamo persino non essere visti.

Quando arriviamo al punto di cancellare noi stesse/i, abbiamo bisogno di Storia e di Orgoglio. Quando la situazione permette alle persone di essere legittimate all’odio, all’abuso, alla discriminazione, all’ignoranza e all’avidità, abbiamo bisogno di Storia e di Orgoglio.

Quando cominciamo a dimenticare la Storia, quando essa viene ridefinita, ripulita, manipolata e noi scordiamo che sono stati i poveri e i diseredati a sollevarsi in ogni lotta per la dignità umana, abbiamo bisogno di ricordarli, di nominarli, di dichiararci loro eredi – con Orgoglio.

Sono donne e uomini radici dell’albero della Storia: hanno acceso fuochi sacri, creato interi nuovi sistemi di pensiero, rovesciato bigottismo e oppressione; hanno sognato – e lottato affinché i sogni divenissero realtà e nel fare questo hanno aperto per se stesse/i e per noi migliaia e migliaia di strade.

Quindi stracciate i fondali che li coprono, perché sono gli stessi fondali che cancellano voi. Se sappiamo da dove veniamo, prenderemo migliori decisioni su dove andare.

Deliziatevi di chi voi siete, dentro e fuori.

Dispiegate le vostre ragioni, le vostre passioni, la vostra forza come rami di quello stesso albero della Storia. E preparatevi a diventare radici, per coloro che verranno dopo di voi.

Pensateci bene: non siamo noi a doverci vergognare.

Maria G. Di Rienzo

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Ogni volta in cui il “progressista” papa in carica apre la bocca in materia di relazioni fra uomini e donne – e dei rispettivi ruoli sociali – infila perle di medioevo senza che nessuno dei giornalisti / commentatori riesca a contestualizzarne e contestarne neppure una. E’ ovvio, dicono, che Bergoglio si esprima in tal modo, è questa la dottrina della chiesa cattolica.

Così, l’aborto “è di moda”, praticato da “nazisti in guanti bianchi” su donne che vogliono una “vita facile” e respingono i bambini “mandati da dio” con qualche difetto: portare avanti una gravidanza per dare alla luce una creatura che morirà a causa di una grave malformazione congenita non appena partorita (come per l’anencefalia, decesso sicuro al 100%) o che vivrà un’esistenza breve e tormentata è meglio, dio e Bergoglio sono contenti – dopotutto, non è toccato a loro.

Poi, sempre durante lo stesso pistolotto rivolto al Forum delle Famiglie (un plurale che il papa non gradisce e che ha subito “corretto”) ha lodato quelle che fanno finta di niente mentre i loro mariti si puliscono il didietro con i voti coniugali: “Una cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza, sapere aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi forti, brutte, dove anche arrivano tempi di infedeltà”. Di qui, la lode di Francesco alla “pazienza dell’amore che aspetta. Tante donne, ma anche l’uomo talvolta lo fa, nel silenzio hanno aspettato, guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. La santità che perdona tutto perché ama.”

A questo punto vorrei mandarlo al cinema. A New York, tanto a lui i soldi per il viaggio e il biglietto non mancano, al Film Festival di Human Rights Watch (14 – 21 giugno 2018), per vedere “Un migliaio di ragazze come me”.

A Thousand Girls Like Me

E’ un documentario su una giovane donna afgana, la ora 23enne Khatera – in immagine nel poster – che la regista Sahra Mani presenta così: “Ogni donna in questo paese ha un centinaio di proprietari. Padri, fratelli, zii, vicini di casa: tutti credono di avere il diritto di parlare per noi e di prendere decisioni al nostro posto. Questo è il motivo per cui le nostre storie non sono mai udite, ma vengono seppellite con noi.” La religione è diversa, ma i fondamenti patriarcali sono gli stessi.

Khatera è stata presa a botte e abusata sessualmente da suo padre per più di 13 anni. E’ rimasta incinta e ha abortito innumerevoli volte. Due figli, una femmina e un maschio, li ha messi al mondo. Come da precetti suggeriti da Bergoglio, è stata molto paziente. Sua madre ha cercato di guardare da un’altra parte. Hanno aspettato, immerse ogni singolo giorno in un dolore letteralmente inenarrabile – non dovevano parlare, perché la vergogna e la condanna sarebbero ricadute su di loro. E la violenza non è finita.

Non è finita sino a che Khatera ha denunciato il suo stupratore ed è riuscita a mandarlo in galera. Lei e sua madre ricevono a tutt’oggi minacce di morte dai parenti per aver “rovinato la loro reputazione”. Tollerare l’abuso e la sofferenza, scusando e legittimando con ciò il comportamento dei perpetratori maschi, è il consiglio che non solo il papa cattolico, ma sistemi giudiziari e attitudini socio-culturali sessiste danno alle donne in tutto il mondo. Può darsi che ciò le renda “sante” agli occhi di qualche dio, ma noi non possiamo farci carico delle vostre fantasie, signor Bergoglio, in quelle che sono le nostre esistenze reali e anche se ci aspetta l’inferno dopo la morte (del che molte di noi dubitano seriamente) preferiamo mettere fine all’inferno in cui sono state trasformate le nostre vite.

Maria G. Di Rienzo

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tina costa

Tina Costa – in immagine sopra – è una di quelle persone a cui dobbiamo molto di quel che diamo per scontato nelle nostre vite quotidiane: diritti umani, diritti civili, una repubblica democratica fondata sul lavoro (almeno sulla Carta) al posto di una dittatura, suffragio universale. Tina, 93enne ex partigiana, è stata una “testimonial” del Pride romano di sabato scorso, a cui ha partecipato rilasciando dichiarazioni del tutto sensate e condivisibili sul senso della sua presenza e sulla necessità di combattere le discriminazioni e tutelare ogni cittadino/a in quanto tale.

Le marce dell’orgoglio LGBT hanno di fondo, ovunque, lo stesso messaggio – alta visibilità atta a suggerire eguaglianza, rispetto, presenza attiva e persino mera esistenza quando condizioni esterne, ad esempio legislazioni e/o compagini governative omofobe, la negano – ma possono presentarlo in modi diversi a seconda dei momenti storici. Abbiamo avuto Pride semplicemente e felicemente celebrativi, ma quello di sabato 9 giugno aveva una spiccata componente politica e una richiesta esplicita di alleanze relative: ha convogliato il senso, anche tramite la presenza degli ex partigiani, che la lotta per i diritti umani è una lotta comune. Perciò, cantando in coro “Bella Ciao” con Tina Costa, i/le dimostranti hanno preso una posizione e dato un segnale.

Se la cosa ha generato in me speranza e sollievo, e persino un briciolo di commozione, sono rimasta però agghiacciata dai commenti che corredavano i video al proposito: so che i troll sembrano più presenti degli altri per il loro malato e ossessivo impegno a scatarrare i loro insulti dappertutto (e difatti alcuni commenti si ripetevano identici e con identico account sotto ogni video), tuttavia ciò fornisce un quadro preoccupante per una componente significativa della popolazione: sta, spesso dichiaratamente, fra quella che ha votato l’attuale governo e vuole – lo vedrete di seguito in forma letterale, nulla è stato corretto – la sparizione di chiunque possa essere classificato come “differente” dai loro arbitrari standard di “normalità”; la creazione di una società a compartimenti stagni, i cui segmenti non devono comunicare fra loro; la validazione della loro (spesso consapevole e scelta e difesa) ignoranza nel gettare nello stesso calderone con l’etichetta di “ambiguità” violenza su donne e minori, tossicodipendenze, orientamento sessuale; il silenziamento delle donne e il loro stoccaggio nelle cucine (e poi verosimilmente, a seconda del grado di scopabilità, nelle camere da letto).

Ecco una selezione degli sproloqui:

1. “che vergogna…nella vostra vita fate quello che volete, scopatevi chi volete, state insieme a chi volete, ma se davvero aveste una dignità umana, queste pagliacciate non le fareste! queste sono cose inutili, fastidiose, di costume e di un costume fastidioso che non porta a niente se non ad autoemarginarvi e basta. Io sono etero e non per questo motivo organizzo sfilate e faccio il pagliaccio in giro per le città. Vivo la mia vita e la mia sessualità nella vita privata come cazzo voglio. Senza fare il circo come voi. Se davvero foste intelligenti, sensibili e, ripeto, degni delle vostre tendenze e delle vostre scelte, non fareste minimamente queste cose. E lasciate stare la storia, la guerra, i partigiani, la sinistra, voi non c’entrate niente con tutte queste cose!”

E in che modo l’eterosessualità sarebbe una faccenda “privata”? I fidanzamenti e i matrimoni non sono pubblici? Non esistono leggi che regolano le relazioni all’interno della famiglia eterosessuale? Qualche ministro ha per caso detto che le famiglie basate su una coppia eterosessuale non esistono? Questo è il motivo per cui bisogna ancora andare a fare “circo”, mister.

2. “I movimenti omosessuali sono finanziati da George Soros. Il mio consiglio è di andarsi a leggere i documenti trafugati da DCleaks alla sua fondazione. Chiedetevi come mai l’omosessualità è vista come una cosa positiva “dai giornali dell’establishment” ? Perchè c’è qualcuno che PAGA. Ripeto, documenti di DCleaks alla mano, la galassia omosessuale è finanziata dalla speculatore finanziario americano. Uno zozzo.

E’ comprovato – sono atti pubblici – che Soros ha finanziato e finanzia i democratici americani e varie fondazioni / iniziative. Ma sicuramente non ha creato il movimento LGBT. Quando i poliziotti manganellavano e arrestavano la gente a New York, Stonewall Inn, era il 28 giugno 1969, Soros aveva appena iniziato la sua carriera finanziaria e non poteva fregargliene di meno. L’anno dopo, quando le manifestazioni commemorative della rivolta di Stonewall si diedero in varie città statunitensi – New York ovviamente, Chicago, Los Angeles, San Francisco – gli attivisti cucirono a mano le loro bandiere mentre Soros stabiliva il suo secondo fondo speculativo di investimenti grazie ai guadagni ottenuti dal primo. Credo che del movimento omosessuale gliene fregasse ancor meno dell’anno precedente.

3. Penso che se dovessimo dare spazio a tutte le nostre ambiguità : droga ,pedofilia , violenza sulle donne , questo mondo sarebbe così, un pedofilo reclama ok diamo lui cio che desidera ! Un povero drogato reclama ok diamo lui cio che vuole ! Un pezzo di m…. Vuole una donna da violentare ok diamo lui cio che vuole! Ora basta le ambiguità in cantina come si è sempre fatto ai tempi dei miei nonni , tutto ciò non collide per niente , oppure la cura esiste ma non la si vuole provare! Con questo non voglio discriminare nessuno fatevi curare un mio amico ghey c’è riuscito!

L’amico “ghey” c’è riuscito, complimenti, l’avrà aiutato Povia. Non so che problemi di salute avesse, ne’ cos’è esattamente un “ghey”, ma gay e lesbiche non possono “guarire” dall’essere se stessi/e. E suggerire che essere se stessi sia essere malati è proprio discriminazione, patetico individuo.

Seguono fascisti in serie:

4. vi sentite fighi che vi parate il culo coi partigiani sporchi di rosso sangue ma non durerete a lungo frocioni di merda vi meritate un pieno genocidio di massa

5. Ora capisco a pieno il pericolo del comunismo,alla fine si è dimostrato la stessa ed identica faccia del neoliberismo ultracapitalista. Gloria ed onore a coloro che capirono tutto prima e dichiararono guerra ad entrambi; Hitler e Mussolini!

6. Che cazzo centra bella ciao? Assurdi!!! Poi sti comunisti fasulli si sono appropriati della resistenza come se l’avessero fatta solo loro. Ignoranti asini e presuntuosi.

7. La sinistra e questi finocchi se la prendono guardacaso con le categorie deboli: Feti, bambini e malati, imponendo loro destini anche contro la loro volontà. Sinistra=merda.

8. Io sto con Salvini,i finocchi e i neri più o meno sono uguali,fanno sempre le vittime e fomentano odio. Il fascismo sta imperando: negri,finocchi e zingari avete i giorni contati

9. Sono simpatizzante al Fascismo volevo dire una cosa di ricordare le persone che sono morte per portare l’Italia in alto e non parlo dei partigiani ma delle camicie nere onore per queste persone quando sono andate in Africa a portare civilità e quando in Italia si stava bene si mangiava c’erano gli ospedali che funzionavano meglio di adesso è un economia più stabile VIVA LA REPUBLICA DI SALO DUX MEA LUX

Non sanno l’italiano, che è la loro lingua madre, e questo già è problematico. Propagano della Storia una visione basata sulle loro fantasie e non su merito e cronaca, e questo è grave. Perché se mettete insieme le due cose il risultato dà come impossibile il farsi capire da questi individui con argomenti razionali. E una massa di disturbati con accesso alle cabine elettorali non promette bene per il futuro di questo paese.

Dulcis in fundo, un invito a Tina Costa e, per estensione, alle donne tutte (compresa quella che ha scritto questa stronzata, se il suo pseudonimo corrisponde davvero a una persona di sesso femminile):

10. Ma va a casa a fare la calza e infornare la lasagna

A dire il vero, Tina aveva risposto in anticipo, il giorno prima del Pride:

Sono una donna libera, vado dove voglio io, non devo chiedere il permesso a nessuno e ho accettato subito. Come Anpi abbiamo sostenuto diverse loro iniziative. Sono persone che, esattamente come tutti gli altri, hanno il diritto di fare quello che ritengono più opportuno della loro vita. L’orientamento sessuale non può e non deve essere un fattore di discriminazione.”

Maria G. Di Rienzo

pride roma 2018

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Parma, 6 giugno 2018 – “Studentessa denuncia un compagno di scuola per violenza sessuale in classe”.

Ore 12, Istituto Tecnico Bordoni, nell’aula sono in tre: la 18enne a cui il titolo di cui sopra fa riferimento e due ragazzi. Entra uno studente di un’altra classe, 19enne, e la aggredisce: le sottrae il cellulare, la immobilizza stringendola alla gola e con l’altra mano la palpeggia, la bacia – tutto questo per venti minuti di fila, nonostante la ragazza continui a respingerlo. I due presenti non intervengono. Quando l’assalitore decide di andarsene la ragazza è in stato di shock traumatico e riceve assistenza medica.

Tre punti degni di nota nei vari articoli al proposito (l’enfasi su alcune frasi è mia):

1. “I carabinieri stanno portando avanti le indagini per verificare le accuse nei confronti dello studente, un 19enne di origine africana. All’origine dell’episodio denunciato potrebbero esserci delle avance rifiutate.” Il che equivale a dire: lei potrebbe aver causato l’assalto che ha subito. Come già sappiamo, se ti opponi è colpa tua, se non ti opponi è colpa tua, se eri al bar è colpa tua, se eri in casa è colpa tua, se eri in classe è colpa tua, eccetera, perché la tua VERA colpa è essere femmina.

2. “(…) quando il 19enne ha cominciato con le avance, i due compagni si sarebbero limitati a dirgli di smetterla. Lui però avrebbe insistito (…)” Capite, quando qualcuno ti strozza e ti mette le mani nelle mutande si tratta di una “avance”, un galante e romantico approccio.

3. “Ora gli inquirenti stanno cercando di capire se i due ragazzi si conoscessero già e che tipo di rapporto ci fosse fra loro.” Come se facesse qualche differenza. Fosse stata la sua fidanzata o la sua ex, o un’amica, il perpetratore diventerebbe in qualche modo meno colpevole di violenza sessuale?

Infine c’è la Preside, Luciana Donelli, che si dice “allibita” perché “L’istituto è sempre stato in prima linea nel portare avanti i valori di rispetto e tutela delle persone, come abbiamo fatto con le assemblee d’Istituto con Lucia Annibali e tanti altri momenti di questo tipo che hanno sempre cercato di coinvolgere i ragazzi. Proprio per questo siamo i primi a sentirci feriti”.

studenti

Lucia Annibali è una donna intelligente, capace e sensibile la cui testimonianza – importantissima – è quella di una sopravvissuta. La scuola in questione ha fatto bene a invitarla. Purtroppo, l’incidenza sul clima culturale corrente (che giustifica e glorifica la violenza, soprattutto contro le donne poiché la associa all’erotismo / al sesso) di un’assemblea di istituto, o di cinquanta assemblee di istituto, con autorevole testimone o esperto, risulta alla fine in uno zero virgola qualcosa.

E’ un momento di ascolto in cui il coinvolgimento attivo delle / degli studenti è minimo. Possono appunto ascoltare, decidere cosa memorizzare, fare domande, ricevere alcune informazioni e magari sentirsi in seguito motivate/i a cercarne di ulteriori. Ripeto, è sensato farlo, ma non giustifica il sentirsi allibiti e feriti dopo, quando la violenza continua a manifestarsi. Il numero degli stimoli che vanno in senso contrario a quanto l’evento può aver suggerito è preponderante (media: rileggete solo i brani degli articoli che ho riportato, socializzazione di genere, pressione del gruppo di pari, usanze culturali/religiose, ecc.)

Inoltre, Lucia Annibali non è una trainer sull’eguaglianza di genere, che è il nodo fondamentale da sciogliere per eliminare la violenza contro le donne, ne’ una trainer alla nonviolenza, che è il sistema per contrastare la violenza di genere, attivamente, da subito. E l’assemblea non incide sul rendimento scolastico, per cui – come la Preside di certo sa – molti presenti preferiscono “dormire” durante la stessa, o non presentarsi proprio.

Per cui, signora Donelli, quel che c’è da fare è introdurre nelle scuole, a ogni livello, momenti formativi – corsi veri e propri, che contino nella valutazione dell’apprendimento – sull’eguaglianza di genere (al minimo), su cosa la violenza è e su come ad essa esistano alternative. Forse lo troverà sorprendente ma persino in Italia abbiamo un bel po’ di donne impegnate a combattere la violenza e in grado di soddisfare questo bisogno: stanno nei collettivi femministi, nei centri e nelle reti anti-violenza, nel movimento nonviolento.

Poiché personalmente sono già entrata in diversi istituti a svolgere questo lavoro, so che può essere fatto. Ciò che manca è dargli sistematizzazione e legittimazione formale. Provi a parlarne agli insegnanti. Maria G. Di Rienzo

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Forse siete rimaste/i sorprese/i (più probabilmente no) che ai politici del nuovo governo “contrattuale” ci siano voluti due giorni – e un po’ di proteste – per accorgersi dell’omicidio di Soumayla Sacko e poi limitarsi a definirlo “inquietante” (Conte) o a farci sopra dell’inopportuna ironia da quattro palanche twittando “colpa di Salvini” (appunto Salvini). Dell’assassino del bracciante, nel momento in cui scrivo, non si sa ancora nulla di certo: è stato fermato un quarantenne italiano su cui si stanno effettuando accertamenti.

Sicuro, invece, è che non dovremmo sentirci sole/i nel nostro scoramento riguardante la sensibilità, le capacità e il senso etico di chi attualmente persegue una carriera in politica (fare politica è un’altra cosa). Negli Usa, per esempio, il sig. Nathan Larsen – un contabile che vive ancora con mamma e papà – è candidato al Congresso per la Virginia. Questo individuo crede che la società dovrebbe diventare ancora più patriarcale di quel che è, ponendo le donne sotto completa autorità maschile; pensa che si debbano abolire i limiti d’età per il matrimonio e le leggi che puniscono lo stupro all’interno del matrimonio; ritiene la supremazia bianca “un sistema che funziona” ed è convinto che l’incesto dovrebbe essere legalizzato. E’ anche un pregiudicato: nel 2009 minacciò di uccidere il Presidente degli Stati Uniti e si fece 16 mesi di galera e tre anni sotto sorveglianza. Direi che il curriculum è impeccabile: se gli va male in Virginia potrebbe essere accolto a braccia aperte dai nostri stronzi locali.

Un altro esempio è il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, a stento a galla in un paese piagato dalle esecuzioni extragiudiziali, da una riforma delle tasse che in quanto a pugnalare nella schiena lavoratori e poveri sembra la nostrana “flat tax” e da scandali di corruzione grandi come montagne.

Di recente, durante una conferenza a Seul (Corea del Sud) dedicata alle lavoratrici filippine colà emigrate, ne ha invitate due sul palco: a una ha chiesto se era single e alla risposta di lei “Sono sposata” l’ha baciata sulla bocca. Nel 2016, così commentò lo stupro di una missionaria australiana avvenuto anni prima a Davao dove, all’epoca, lui era Sindaco: “Ero arrabbiato perché era stata violentata. E questa è una cosa. Ma era così bella che sarebbe toccato al Sindaco essere il primo, che spreco.” Di nuovo, se lo cacciano a calci nel didietro, anche costui potrebbe agevolmente trovare un posticino in Italia: in quel di Arcore, per la precisione.

Maria G. Di Rienzo

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Niente nomi, perché la povera signora protagonista del classico “quarto d’ora di fama” è disperata: una celebrità ha criticato il suo comportamento (social media), centinaia di fan / seguaci della stessa hanno commentato e il cielo si è spalancato in una tormenta: i figli della signora non vogliono andare a scuola, il marito ha persino problemi sul lavoro (dice lei) ecc. ecc.

Lo scenario è proprio l’istituto che i figli frequentano: la signora è andata a una festa scolastica, ha fotografato di spalle tre altre madri i cui corpi non somigliano al suo con lei stessa in primo piano, una smorfia di disgusto in volto e la didascalia in cui invitava a comprare un prodotto / programma dimagrante… perché i mariti, diceva la scritta, “si girano a guardare” le donne “molto più ben curate” (la prosa di Scanzi dev’essere il suo modello di scrittura).

La celebrità si indigna per la “stupidità” della tipa, le assicura che neppure lei è Belen (ma chi vi ha detto che TUTTE desideriamo somigliare a questa produzione televisiva, la quale in quanto a stupidità – se tale vogliamo definirla – non ha niente da invidiare alla signora dell’improvvido selfie?) e afferma che “il grasso si sconfigge con la dieta” dimostrando di non sapere dei corpi umani più di quanto sappia la donna da lei criticata. (Non siamo macchine che funzionano a calorie introdotte / calorie consumate, ma non mi ripeterò su questo, chi vuol saperne di più studi, io sono stanca e nessuno mi paga.)

Ho letto questa roba ieri, che era il mio compleanno. E pensavo: è questa la faccia che perfetti estranei fanno alle mie spalle, mentre sono in coda alla cassa del supermercato, mentre sono per strada, in autobus, al bar, in libreria? Mentre altri perfetti estranei non si producono in smorfie, ma basta loro uno sguardo per essere sicuri che io dovrei “combattere” me stessa cercando di diventare accettabile o “normale” ai loro occhi?

Ho letto anche cose diverse, ieri. Per esempio, un articolo sul cambiamento climatico che citava un’intervista della BBC alla scienziata, docente universitaria, attivista e esperta del settore ambientale Diana Liverman. Questa donna sta svolgendo un lavoro prezioso e urgente, a livello di ricerca e a livello di coinvolgimento di decisori politici e istituzioni internazionali, è affascinante, sicura di sé, ispira fiducia con il solo sorriso – e il suo corpo somiglia al mio, non a quello della signora schifata ne’ a quello della celebrità indignata ne’ a quello dell’intrattenitrice in topless.

Cosa sapete di noi, fottuti imbecilli? I nostri corpi non sono proprietà pubbliche. Giudicateli pure in privato, guardandovi allo specchio e chiedendo alle vostre costole sporgenti chi è la più bella del reame e quante mutande maschili avete gonfiato oggi – e magari chi vivrà più a lungo fra voi e quelle che ricoprite delle vostre bave di disprezzo, perché le ricerche non pendono in vostro favore.

I nostri corpi sono appunto nostri. Non avete il diritto di usarli per vendere le vostre cazzate dimagranti. Non avete il diritto di usarli per sentirvi moralmente / fisicamente superiori e sbattere quest’arroganza sulle nostre facce. Non avete il diritto di aggredirci, diffamarci, insultarci. Non avete il diritto di passare la linea del rispetto che ci è dovuto in quanto esseri umani titolari di diritti umani perché non vi piace la forma, il peso, l’apparenza dei nostri corpi. Non avete il diritto di spingere ragazzine sotto il treno o giù dal balcone, perché è questo il risultato dei vostri disgustosi sforzi.

E se proprio devo “combattere”, Miss Famosa, non è certo contro me stessa – preferisco combattere il trend che affama, svergogna, umilia e infine uccide. La informo inoltre che il mio corpo non è un bagaglio, da fare e disfare a seconda del cambio delle mode, il mio corpo SONO IO: e ne’ lei ne’ la tizia smorfiosa avete titolo a mettere bocca in chi io sono.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Suggerisco come colonna sonora per questo pezzo “We’re not gonna take it” – Twisted Sister. Nel testo, tra l’altro, si legge:

Non scegliere il nostro destino perché

tu non ci conosci, non fai parte di noi.

Oh, non lo accetteremo

No, non lo accetteremo

Non lo accetteremo più!

Tu sei così condiscendente,

il tuo rancore è senza fine.

Non vogliamo niente, neanche una sola cosa da te.

La tua vita è banale e stanca,

noiosa e confiscata.

Se questo è il meglio che sai fare,

il tuo meglio non funziona.

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Diversi quotidiani nostrani, il 1° giugno u.s., riportavano lo stupro di gruppo di una dodicenne a Castellammare di Stabia da parte di altri tre minori (di età compresa tra i 14 e 16 anni), che si sono premurati di documentare le violenze sui loro cellulari – perché non un’oncia di sdegno sociale ricadrà su di loro, coetanei e non inneggeranno ai “fighi che scopano” mentre la vittima sarà immediatamente rubricata come “incauta” al meglio e “puttana” nel restante 99% dei casi: ormai lo sanno perfettamente. Tra loro e la felicità della violenza sessuale stanno solo orride leggi liberticide imposte dallo strapotere delle femministe naziste e carcerarie, ma si facciano coraggio: ora abbiamo un governo ancora più comprensivo dei precedenti, in pratica il fior fiore dell’ignoranza, della tracotanza e della misoginia da web e da bar sport, perciò non saranno lasciati soli.

La vicenda segue uno schema noto e ripetuto: l’amico / il ragazzo / il compagno di scuola di cui la ragazza si fida la invita a una festa / a fare un giretto insieme ecc. e la conduce in una località isolata dove lo aspettano i compari. Purtroppo, anche i reportage seguono uno schema noto e ripetuto: minimizzano, trivializzano, edulcorano la violenza e suggeriscono che almeno una parte di responsabilità cade sulla vittima.

Uno dei quotidiani di cui sopra, aspirando inutilmente al Pulitzer o al Nobel per la Letteratura, dà la notizia in questo modo (i corsivi sono miei): “Storie riservate, sgarbate, sbagliate. Storie segrete rinchiuse nel dolore più intimo. Inconfessabili, almeno fino a quando la sofferenza irrompe come uno squarcio e la verità chiede rivincita. La liberazione è l’unica chiave per sopravvivere. E la vittima ammette, rivela.” Altri si premurano di definire la denuncia della ragazzina “il racconto-confessione” e lo stupro di gruppo “la sconcertante vicenda”, o di farci sapere che quando è salita sullo scooter del falso amico “era già buio”.

Secondo il Dart Centre per Giornalismo e Trauma, “dare notizia delle violenze sessuali richiede speciale attenzione e aumentata sensibilità etica. Richiede speciali abilità nell’intervistare, comprensione delle leggi, e consapevolezza di base dell’impatto psicologico del trauma.” Naturalmente, proseguono, se si vuol fare del giornalismo corretto, sfidare gli stereotipi e fornire una visione più ampia e equa delle materie di cui si tratta, la speciale attenzione dev’essere sempre presente: nel caso della violenza di genere, però, il rischio a non mettercela è quello di offrire comprensione e sostegno ai criminali, perpetuando una visione del mondo in cui le donne sono vittime predestinate e meritevoli di essere tali e mantenendo salde le premesse che giustificano e scusano tale visione. Ciò danneggia le donne, le ragazze, le bambine ovunque – abbiano esse subito violenza o no.

Ai giornalisti sono stati forniti negli ultimi dieci anni, praticamente in ogni angolo del pianeta, manuali di base su come trattare la violenza di genere sui media: li hanno redatti una valanga di associazioni e gruppi che combattono la violenza contro le donne, commissioni delle Nazioni Unite e del Parlamento Europeo, commissioni statali di varie nazioni, un’altra valanga di ong che si occupano di salute e aiuto umanitario e alcune associazioni di lavoratori del settore fra cui la Federazione Internazionale dei/delle giornalisti/e. Ho appena letto uno studio del 2016 – “Media guidelines for the responsible reporting of violence against women: a review of evidence and issues” – che ha esaminato undici di questi manuali, cercando di capire perché chi lavora nei media non li adotta: secondo lo studio la discrepanza fra la realtà delle esperienze delle donne e la rappresentazione di esse sui media non è diminuita e “si sono dati ben pochi cambiamenti positivi”. Uno dei problemi, pare, è che “la comunicazione delle informazioni relative alla violenza contro le donne considerata come problema sociale non sempre risponde alle aspettative di fare colpo con la notizia.

Così una violazione atroce, uno stupro di gruppo, a danno di una bambina di 12 anni diventa una storia “sconcertante” (da cosa siete presi di sorpresa, signori giornalisti? Conoscete le cifre della violenza di genere in Italia?) e “sgarbata” (chi violenta è un po’ maleducato, in effetti, ma è tutto qui) la cui colpa alla fin fine è della vittima: è lei che confessa e ammette davanti a un tribunale di sessisti, analfabeti di ritorno o per scelta, a cui in tal maniera è confermata la legittimità dell’uso della violenza da parte degli stupratori.

Nemmeno questo “fa colpo” – è così vieto, visto e stravisto da essere nauseante – però fa contenti i prossimi perpetratori e i loro fan. Maria G. Di Rienzo

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