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madrid 8 marzo 2019

“Vogliamo il vostro rispetto, non i vostri complimenti”: questo scandivano le donne durante le manifestazioni spagnole per l’8 marzo; il “titolo” che portavano tutte le iniziative era “Abbiamo mille ragioni”. L’immagine – da El País – è relativa a quella di Madrid: la dimostrazione delle donne ha superato colà le 350.000 presenze (a Barcellona erano 200.000). Lo sciopero di due ore indetto dalle organizzatrici ha raggiunto l’80% nelle università e il 61% nelle scuole secondarie superiori. I sondaggi dicono che poco più del 64% delle ragazze spagnole sotto i 25 anni si definisce femminista.

Fra le mille ragioni, le dimostranti hanno abbondantemente citato la violenza di genere, il divario sui salari e gli ostacoli all’accesso alle posizioni di responsabilità, nonché la crescita della destra spagnola che ha determinato uno spostamento verso posizioni retrive da parte del Partito Popolare (interruzione di gravidanza). La riuscita di centinaia e centinaia di manifestazioni – per farvi un esempio solo in Andalusia ce ne sono state 139 – ha mandato in pallone i politici di destra che hanno gridato al sequestro dell’8 marzo da parte della “sinistra femminista”.

Quest’ultimo concetto è qualcosa che io non sono mai riuscita a vedere in opera, meno che mai in Italia sebbene a diversi intervalli il termine sia infilato nelle piattaforme e più raramente nelle definizioni da slogan elettorale di aggregazioni di micro partiti e soggetti vari. “Ecologista” è sdoganato (non ti dicono più che vuoi piantare le margherite sull’A4), “nonviolento” un po’ meno ma ci sono buoni segnali (quelli che ti dicono “Allora ti va bene prenderle” si sono leggermente ridotti), “femminista” è ancora verboten e ogni volta che lo pronunci, lo scrivi, lo rivendichi devi maneggiare insulti, minacce, deliri e patetiche pseudo-spiritosaggini.

Io non credo si tratti di mancanza di informazioni: solo usando internet con un pizzico di intelligenza persino l’individuo più disinformato può crearsi una base di conoscenza (e ascoltare le donne / le femministe è sempre una possibilità).

Io non credo si tratti di differenze di opinioni: le aggressioni dirette alle femministe mancano in toto di argomentazioni razionali e in generale di quel minimo di educazione necessario a una conversazione sensata.

Io non credo si tratti di difficoltà di comprensione dovuta a linguaggi criptici o ultra specialistici: la frase “Vogliamo rispetto, non complimenti” necessita, per essere capita, di un apprendimento di base della lingua parlata normalmente accessibile anche a un analfabeta.

Io non credo si tratti della “crisi” degli uomini (ormai più che quarantennale in Italia) provocata dall’avanzamento, lento e costantemente messo in questione e in pericolo, dei diritti umani delle donne.

Io credo si tratti di mancanza di coraggio. Credo che troppi appartenenti alla sinistra italiana, uomini e donne, siano codardi, privi di prospettiva (e di sogni che non riguardino il proprio personale successo, sogni collettivi), subalterni alla visione del mondo dei loro avversari, complici per volontà o superficialità dell’attuale clima culturale del paese in cui l’attitudine medievale verso le donne, invece di arretrare, avanza spedita a colpi di passerella obbligatoria per tutte le età e qualsiasi professione, tribunali macho-friendly (per esempio, se una donna è “brutta” non può essere stuprata: clamoroso falso del 10 marzo 2019, smentito da tutti i dati in nostro possesso ovunque), concezione proprietaria e relativa oggettivazione di donne e bambine spinta al massimo livello (per cui si può ripetutamente stuprare la propria figlioletta di quattro anni, trasmetterle una malattia venerea e filmare il tutto per farsi una pippa nella pausa pranzo al lavoro: Cuneo, 9 marzo 2019), stupri e tentati stupri, femicidi e tentati femicidi (la scorsa settimana di cronaca la dice lunga sulla brutalità e sulla persistenza della violenza di genere in Italia).

Per uscire dal circo degli orrori è necessario come primo passo il riconoscere questi ultimi per tali. Il secondo è l’analisi di cause e conseguenze della violenza di genere, per la quale è disponibile almeno un secolo di lavoro femminista. Il terzo è la volontà di avventurarsi in un territorio diverso: cambiando comportamento, riscrivendo il proprio posto e il proprio senso rispetto all’esistente, sfidando l’attitudine che ridicolizza e umilia le donne senza darla per scontata o peggio ancora per “naturale”, osando accettare la libertà che il femminismo crea per ogni essere umano e vivendola in prima persona.

Maria G. Di Rienzo

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Il parroco che in provincia di Firenze fu colto in flagranza di reato il 23 luglio dell’anno scorso, mentre abusava in automobile di una bambina decenne, è stato condannato a 4 anni e 4 mesi: anche qui – la medesima cosa sta accadendo in troppi casi relativi a violenze sessuali e femicidi – la pena è stata ridotta di un terzo come prevedono i processi svolti mediante “rito abbreviato”. Al momento don Paolo Glaentzer, che è abbastanza anziano, è ai domiciliari e la sentenza, oltre a interdirlo dai pubblici uffici, gli proibisce di frequentare istituti in cui siano presenti minori.

Più o meno tutti gli articoli al proposito riportano che il sacerdote: “(…) durante l’interrogatorio in procura a Prato aveva confessato, spiegando anche che non si trattava della prima volta che si appartava con la bambina. Dieci anni, la piccola era già da tempo seguita dagli assistenti sociali. Il parroco aveva anche dichiarato di intendere il suo rapporto con la bambina come una relazione affettiva, e che sarebbe stata sempre lei a prendere l’iniziativa. Gli episodi, più di uno, sarebbero avvenuti sempre nell’auto dell’uomo, durante il tragitto tra la parrocchia e la casa della bambina, sua parrocchiana, a cui lui avrebbe dato assistenza vista la situazione disagiata della famiglia.”

Nessuno salta per aria scrivendo queste cose, ma io divento furibonda ogni volta in cui le leggo.

1. Essere in condizioni di difficoltà (“da tempo seguita dagli assistenti sociali”) è un colpa, un’attenuante per il prete, una dichiarazione intrinseca di disponibilità agli abusi?

2. Che il perpetratore intendesse il violare una minore come “relazione affettiva” giustifica in qualche modo la faccenda, perché se vuoi bene a una bambina e sei un uomo il tuo “affetto” si esprime inevitabilmente nel violentarla?

3. Anche se fosse vero che era “sempre lei a prendere l’iniziativa” (“ci stava”, la lagna di tutti gli stupratori qualsiasi sia l’età della vittima), un adulto – e per di più un venerabile sacerdote che “assisteva” la sua piccola parrocchiana – non ha niente da dirle al proposito, non sa fare niente di meglio e di diverso dallo sbottonarsi le braghe, non riesce a esprimere un minimo di rispetto per la bimba e di autocontrollo?

Ciò che sfugge di continuo a coloro che devono rendere in cronaca vicende di questo tipo sono fondamento e fulcro delle stesse:

– il perpetratore sceglie di sfruttare lo stato di vulnerabilità di un altro essere umano per la sua personale soddisfazione;

– alla bambina / al bambino che si trovano in condizioni disagiate (erosione di risorse, della percezione di aver signoria su se stessi, di speranza) è facile far credere sia che meritano le violenze subite sia che finalmente conteranno qualcosa se sono “bravi” con il farabutto di turno;

– per le bambine in particolare, stante l’enfasi sulla bellezza obbligatoria da offrire agli uomini in forma di sesso, la faccenda diventa particolarmente spinosa giacché i messaggi ricevuti dalla società che le circonda confermano come “normale” quanto sta accadendo loro;

– il suggerimento che le vittime guadagnino qualcosa dall’essere vittimizzate è inaccettabile: ma i giornalisti persistono a scriverlo, gli avvocati degli stupratori a usarlo in tribunale, i giudici ad accettarlo e i perpetratori ad assolvere se stessi.

Il terreno per il prossimo abuso, grazie a ciò, è pronto e fertile e continuerà a dare rigogliosi raccolti. Maria G. Di Rienzo

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Dalla stampa, 2 marzo 2019:

“Ho una famiglia normale, non ho gay, non ho niente” – Giuseppe Brini, candidato sindaco del centrodestra a Pontedera, prima versione.

“Mi scuso perché le parole che ho usato possono essere offensive della sensibilità di persone che non debbono essere giudicate per la propria inclinazione sessuale. Mi sono espresso male e probabilmente qualcuno si sarà offeso delle mie parole e me ne dispiaccio.” – sempre Giuseppe Brini, un’ora dopo.

“La frase sui gay è inaccettabile e non rispecchia in alcun modo il pensiero della Lega. (…) Per noi ognuno è libero di seguire l’orientamento sessuale che più lo aggrada e questo è testimoniato dal fatto che abbiamo iscritti e simpatizzanti omosessuali” – Edoardo Ziello, deputato leghista presente all’exploit del candidato.

Nel frattempo, il Ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, leghista, sponsorizza la prossima kermesse veronese del “World congress of families” (coalizione che esprime visioni retrograde condite di sessismo e omofobia, con qualche punta di delirio del tipo “gay = assassini”). Si evince da ciò che il “pensiero della Lega” in materia non è ne’ chiaro ne’ unanime.

La popolazione italiana conta oltre sessanta milioni di persone. Gli “anormali” di cui è improvvido urtare la sensibilità, perché dai 18 anni in poi votano, sono stimati in oltre tre milioni. Direi che come minoranza è consistente al punto di incrinare la supposizione di anormalità con il solo numero, senza necessità di approfondimenti scientifici che comunque esistono e che confermano l’omosessualità quale variante statistica del comportamento umano: pure, persiste un’ignoranza quasi completa su cosa l’essere omosessuali sia e comporti.

Brini crede si tratti di una “inclinazione”: cioè, queste persone avrebbero semplicemente una disposizione a provare affetto e attrazione per esseri umani dello stesso sesso e se di disposizione si tratta, come quella che un individuo può avere per la musica o per la matematica, possono scegliere di non manifestarla e persino di reprimerla. Fra i relatori del “World congress” di cui sopra, ci sarà di sicuro qualcuno che spiegherà anche come “curarla”.

Ziello dice – non proprio in italiano – che “ognuno è libero di seguire l’orientamento sessuale che più lo aggrada” (andava meglio che più gli aggrada, o che più lo soddisfa) ma l’orientamento sessuale non è una cosa che scegliamo di prima mattina fra le opzioni disponibili quel dato giorno, è qualcosa che sta con noi come il colore dei nostri capelli e la nostra statura. Possiamo colorare i primi e mettere scarpe con i tacchi per fingere qualche centimetro in più, ma i capelli continueranno a crescere castani e tolte le scarpe continueremo a misurare 1 metro e 60. O possiamo fingere di essere eterosessuali, come molte persone hanno fatto in passato e fanno tuttora, e vivere una vita da maschere di teatro non confortevole – e a volte disumana – per noi e per le persone con cui abbiamo relazioni mai del tutto sincere: ma agendo in modo così anormale rispetto a chi noi siamo non ci daranno degli anormali a priori, curioso.

Se quelli che definiscono se stessi e le loro famiglie “normali” intendendo l’ambito eterosessuale dessero un’occhiata più approfondita a quest’ultimo forse dovrebbero rivedere il concetto. In Italia, partner o ex partner eterosessuali, normali, uccidono una donna ogni 72 ore. In Italia, mariti padri compagni conviventi normali ecc. stuprano, picchiano, perseguitano donne e abusano di bambine/i (spesso si tratta della loro prole). In Italia, il maggior rischio per le donne di subire violenza viene dagli uomini con cui hanno relazioni di intimità e il maggior rischio di essere uccise lo corrono quando lasciano il partner o dichiarano di volerlo lasciare.

Il quadro indica una concezione patriarcale e quindi proprietaria della donna (oggetto inferiore che l’uomo giudica, valuta, dirige, prende, possiede e così via), il fondamento della violenza che dobbiamo smantellare, perché se continuiamo a implicare che la violenza è ingrediente inevitabile – necessario – erotico della relazione eterosessuale poi non possiamo stupirci ne’ delle sue cifre, ne’ delle attitudini tenute nei tribunali per cui se sei un uomo e strangoli una donna durante “una tempesta emotiva determinata dalla gelosia” ti dimezzano la pena (Bologna, 3 marzo, sentenza relativa all’omicidio di Olga Matei da parte di Michele Castaldo: “Ho perso la testa perché lei non voleva più stare con me. Le ho detto che lei doveva essere mia e di nessun altro. L’ho stretta al collo e l’ho strangolata.”)

La violenza esiste anche nelle relazioni omosessuali, ma stante la casistica al proposito dovrei razionalmente essere più serena se una mia ipotetica figlia mi dicesse di essere lesbica.

Maria G. Di Rienzo

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Il “biasimo della vittima” è l’espressione della convinzione che chi subisce un abuso qualsiasi sia, in toto o in parte, responsabile per ciò che è accaduto. E’ molto forte nei confronti delle vittime di violenze sessuali (giacché in maggioranza costoro sono donne e il biasimo trae alimento dal sessismo e dalla misoginia) ma in effetti, in Italia, il biasimo della vittima entra ormai come fattore di peso in qualsiasi dibattito / controversia – senza essere minimamente riconosciuto per tale e rigettato. La tendenza a dar la colpa a chi ha patito un danno, anziché a chi quel danno ha provocato, cresce in un determinato territorio quando la sua popolazione è in uno stato di allerta sociale a causa di minacce percepite o reali e questo è giusto il caso del nostro Paese.

Il biasimo della vittima ha un profondo e devastante impatto su chi sopravvive alla violenza, perché il processo di guarigione comincia proprio quando una/un sopravvissuta/o narra a voce alta le proprie esperienze: racimolare il coraggio per dire la verità e poi veder negata tale verità – con accuse varie che scandagliano il comportamento e le intenzioni “nascoste” delle vittime e con l’asserzione che esse avrebbero “frainteso” le azioni loro dirette – costituisce un ulteriore trauma.

Il supposto “fraintendimento” è la cifra del dibattito che circonda, per esempio, la vicenda della scuola elementare di Foligno accaduta in questi giorni: un maestro supplente umilia in particolare i suoi alunni di colore (ma sembra adottare comportamenti di abuso nei confronti dei bambini in modo generalizzato). Nella fattispecie, costringe un bimbo di origine nigeriana a dare le spalle al resto della classe dichiarando che “è troppo brutto per essere guardato in viso” e dà della “scimmia” alla sorellina di costui. Pare – lo verificheranno le indagini – che gli insulti e le beffe fossero costanti.

Di fronte alle proteste il maestro in questione, Mauro Bocci, segue uno schema che è diventato come dicevo consuetudinario e comporta:

1. Il posare da vittima. Il signore dichiara di non essere stato capito e ne consegue che i bambini, i loro genitori e noi opinione pubblica siamo un po’ scemi e non possiamo fidarci ne’ del nostro intelletto ne’ delle nostre sensazioni;

2. Il posizionarsi in una posizione superiore rispetto alle vittime reali. Il signore suggerisce la motivazione principale di questa incomprensione da parte nostra: lui è un genio, come educatore, infatti stava mimando il razzismo per compiere un “esperimento sociale” (di cui non aveva avvisato nessuno, ne’ direzione scolastica ne’ genitori, ma perché mai l’Einstein della formazione dovrebbe rispondere alle regole che valgono per i comuni mortali?).

3. Il ripulire i propri spazi mediatici. Prima che le loro azioni strabordino in abusi fisici, spesso i perpetratori si allenano sul web sentendosi protetti e invulnerabili dietro la tastiera. Quando sono sotto i riflettori cercano di cancellare “i vecchi post più volgari e razzisti” e poi chiudono del tutto le loro pagine (come riportano i quotidiani a proposito del sig. maestro).

4. Lo spostare il focus dalle azioni compiute alle intenzioni che le avrebbero animate. In questo caso della riverniciatura si occupa il legale del maestro: “Le sue intenzioni erano diametralmente opposte alle accuse di razzismo. È il suo profilo a dirlo. È un padre di due bambini, ha anche una nipotina adottata di altra nazionalità e una certa sensibilità proprio verso i temi che riguardano la sfera umana.”

Il quarto punto vi è molto familiare, vero? I padri, dall’inizio dei tempi, non hanno mai usato violenza, non hanno mai abusato dei loro figli, non hanno mai malmenato – stuprato – ucciso donne. Se hanno contribuito a mettere al mondo delle creature devono essere per forza sensibili come delicate fronde di felce. Figuriamoci se il padre in questione, che ha persino una nipotina straniera (e non ha ancora sputato in faccia ne’ a lei ne’ ai parenti che l’hanno adottata, è un santo!), può essere razzista, andiamo.

Sinceramente, però, a me di dare un’esatta definizione e misura del razzismo di questa persona importa poco. Io rigetto e biasimo le sue azioni, non la sua persona, perché le sue azioni hanno causato dolore in altri esseri umani. Dovrebbe bastare a chiedere scusa – e basta, non “chiedo scusa ma non mi avete capito”, non “chiedo scusa ma sono un genio dalla profonda sensibilità che stava operando un esperimento sociale”, piuttosto: “Chiedo scusa, ho sbagliato, intendo riflettere e impegnarmi affinché ciò non si ripeta mai più.”

Riconoscimento dei propri errori, rispetto per i propri simili, assunzione di responsabilità. Avrei aggiunto empatia, ma probabilmente sarebbe chiedere troppo.

Maria G. Di Rienzo

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A cavallo fra la scorsa settimana e la settimana attuale si sono dati alcuni episodi di cronaca che hanno sollecitato in un congruo numero di persone (in maggioranza di sesso maschile) l’espressione di sconcerto e orrore, nonché di severo biasimo, verso donne assolutamente coerenti con gli insegnamenti loro forniti a livello sociale, il che io trovo del tutto assurdo. Stanno facendo quel che gli dite di fare, perciò per quale motivo le assalite con le bave alla bocca, signori? Dovreste dar loro una medaglia.

Non si trattava di bieche brutte femministe odiatrici di uomini, ma di donne obbedienti che hanno avuto figli a 15 anni perché l’aborto è “egoismo” o addirittura “assassinio”, che quando il compagno picchia e quasi uccide i loro bambini parlano di “raptus” (cos’altro hanno mai avuto la possibilità di sentire, sulla violenza maschile?) e ripetono “Ma io lo amo”, che quando il compagno vuole stuprare una delle creature che hanno messo al mondo si prestano a essere complici e spiegano alla figlia in questione che è suo dovere essere sottomessa al maschio in generale e al patrigno in particolare.

Non ricordate niente?

I media italiani, per esempio, diffondono costantemente messaggi del tipo “dio ha fatto le ragazze perché noi le prendessimo” e “pagare una donna di meno vuol dire amarla di più”; parlano a vanvera della crisi infinita che gli uomini vivrebbero a causa di un’eguaglianza di genere che nemmeno esiste; scusano e giustificano e glorificano e erotizzano la violenza e lo sfruttamento in ogni modo possibile – e la donna da amare tanto per dirne una, la vera e brava donna, il preclaro esemplare di femminilità, è quella che ha portato il suo fidanzato “in un bordello, gli ha fatto scegliere un’altra ragazza e si sono divertiti tutta la notte insieme: come fai a non innamorarti di una donna così, giustamente?”

Non vedete niente?

I consigli / ordini sociali alle donne sono quelli di usare il proprio corpo per raffigurare disponibilità sessuale e impotenza. Guardatele. Devono mantenere il proprio corpo piccolo, stretto, contenuto in misure prescritte. Si assicurano di non prendere troppo spazio sui trasporti pubblici o nei luoghi pubblici. Camminano e si siedono in modi rigidi, che si tratti di sculettare per la vostra soddisfazione o di tenere le gambe strette in una postura difensiva. Se manifestano assertività, se i loro corpi sono abbondanti o massicci, sono oggetto del più profondo e schiamazzante disgusto. Se non recitano ogni giorno la deferenza nei confronti dei padroni – esseri superiori – giudici maschi, sanno (e voi sapete) che la violenza nei loro confronti è una conseguenza più che probabile: un’eruzione di violenza, nello specifico, perché abusi molestie discriminazioni insulti sono cifre costanti della vita di una donna dalla culla alla tomba.

E voi cos’è che fate, esattamente?

Spostate la responsabilità e la colpa dal picchiatore / stupratore / assassino alla madre delle vittime. Gli uomini sono mine vaganti, concentrati di sana violenza (eh, è naturale, sono fatti così… però anche se lo ripetete un miliardo di volte resta scientificamente non vero) che toccherebbe alle donne loro legate per parentela o vicinanza mitigare e circondare di airbags. Direi che è molto comodo. Non sono stato io, il maligno raptus mi ha sconvolto e inoltre la mamma non ha fatto niente per fermarmi. Però a picchiare, violare e uccidere sei stato proprio tu, legittimato da costrutti sociali e vulgate mediatiche e dai tuoi pari che corrono ad assolverti.

Contrastare la violenza no e rifiutarla no, queste cose le donne non possono farle; se ci provano diventano le brutte bieche femministe odiatrici di uomini di cui sopra, nonché madri “alienatrici” dei loro figli. Meglio morire:

“15 febbraio, La Stampa – Si uccide il giorno prima del processo contro il suo ex. Lo aveva denunciato per violenza. La tragedia a Trieste. La donna lascia due bambini piccoli.” La denuncia, spiega l’articolo, “l’unica arma che aveva la giovane per difendersi dalle botte” dev’essersi trasformata “in un enorme senso di colpa per aver portato in tribunale il padre dei suoi figli.”

Una buona serva non l’avrebbe mai fatto, giusto? Maria G. Di Rienzo

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La cosa più folle dell’articolo che sto per illustrarvi è che descrive un sussulto di dignità come un odioso “veto”. In Italia la decenza è così rara, però, che in effetti il giornalista di Repubblica può non averla riconosciuta per tale e altri quotidiani di gran nome stanno tenendo in questi giorni la medesima attitudine.

15 febbraio 2019, titolo: “Stage di trucco di Chiara Ferragni in Pediatria, l’ospedale di Padova dice no”.

Si tratta, spiega l’incipit, di mettere “in cattedra” una tale la cui credenziale principale – e forse il maggior titolo di studio – è essere la “moglie del rapper Fedez” e che di mestiere farebbe “la influencer”, per spiegare a chi è ricoverato in Oncoematologia “come si dosano rossetti, mascara e fard”. Oncoematologia significa leucemie, linfomi, linfosarcomi ecc. Situazioni dure e difficili per chi ne è investito, come paziente o come persona a lui/lei legata.

“La proposta – spiega Repubblica – rientrava nell’ambito delle iniziative pensate per alleggerire il carico che un ricovero del genere può rappresentare per bambini e bambine che ancora non hanno compiuto i 18 anni. C’è un’associazione di clown che collabora in maniera stabile con il reparto e spesso vengono anche personalità del mondo dello sport.”

Quindi se sei una minorenne, una bambina, ricoverata in ospedale, ricordarti che il tuo primo dovere di femmina è essere “bella” e forzare la cosa su di te con l’intervento di una persona famosa dall’esterno sarebbe “alleggerire il carico”: temo di non essere per niente d’accordo. L’immagine corporea è attualmente un problema non da poco per bambini/adolescenti in generale e per le ragazze in particolare. Il grado di insoddisfazione e infelicità che queste ultime sperimentano al proposito è altissimo e rinforzato di continuo proprio dal marketing dei “rossetti, mascara e fard” (e di moda, estetica e balle varie) e dal bullismo correlato. Non è equiparabile a uno spettacolo di clown, no.

Sempre secondo il giornale, ma ho seri dubbi sull’unanimità descritta, la “platea” (così sono definite le persone ospedalizzate) già non stava nella pelle dall’eccitazione. E per farci capire meglio perché, Repubblica specifica che lo stage (sic) grazie a cui si imparerebbe a “bucare il video, la rete e un po’ tutte le situazioni social” è cosa di gran valore: “Giusto per dare un’unità di misura a Milano è stato registrato il sold out, con biglietti da 650 euro a testa e una coda di migliaia di persone per soli 500 posti a sedere.” Capite, per le povere bimbe malate la “influencer” lo avrebbe fatto gratis, è così commovente che sto quasi per piangere, però 650 euro x 500 individui disposti a sborsarli fa 325.000 euro: una cifra spropositata per una sorta di “formazione” agli stereotipi di genere… e il fazzoletto mi torna automaticamente in tasca.

Comunque, “L’iniziativa, promossa da una caposala, aveva passato il vaglio della direttrice. A sorpresa però è arrivato il “no” della direzione dell’azienda ospedaliera che ha bollato come “inopportuno” l’appuntamento con la regina dei social.” No, non ha “bollato” un bel piffero: ha giudicato inopportuna la faccenda, a mio parere giustamente e senza bisogno di virgolette.

“E’ andata liscia invece al marito di Chiara Ferragni, Fedez, – aggiunge l’articolo – che qualche settimana fa aveva fatto recapitare sempre in quel reparto alcuni cd autografati e per quelli nessuno aveva messo veti.” Repubblica, non far torto alla tua e alla nostra intelligenza: anche qui le due cose non sono paragonabili, lo vedi da te. E non c’è nessun veto sulla “regina dei social”, che può andare a promuovere se stessa o a spacciare fuffa patriarcal-trendy altrove.

Perché ti giuro che se avessi avuto una figlia nel reparto Oncoematologia dell’ospedale di Padova avrei organizzato una protesta epica affinché fosse salvaguardato il suo diritto a non essere ingozzata di sciocchezze e umiliata per il suo aspetto (è inevitabile: l’industria del “bello” guadagna sulla supposta imperfezione corporea, innata e cronica, femminile) mentre lotta per rimanere viva. Maria G. Di Rienzo

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Repubblica, 5 febbraio u.s., estratto da un’intervista a Papa Bergoglio;

“Il maltrattamento delle donne è un problema. Io oserei dire che l’umanità ancora non ha maturato: (nda.: forse ha detto o voleva dire “non è maturata”, il testo è pieno di errori di grammatica / sintassi) la donna è considerata di ‘seconda classe’. Cominciamo da qui: è un problema culturale. Poi si arriva fino ai femminicidi. Ci sono dei Paesi in cui il maltrattamento delle donne arriva al femminicidio.” L’Italia è proprio uno di quei Paesi, e sono talmente tanti che si potrebbe riformulare la frase come “Su tutto il pianeta il maltrattamento delle donne arriva al femminicidio”.

Lieta comunque di aver sentito qualcosa al proposito dal leader di una delle maggiori religioni organizzate a livello mondiale, devo però puntualizzare che:

1. Continuando a definire come accessorio il ruolo delle donne – pur inzuccherando questa classificazione di serie inferiore con l’importanza del “servizio” reso – la chiesa cattolica contribuisce a mantenere in essere il problema culturale.

2. Tutta la patetica pappardella sul “gender”, che Bergoglio ha sponsorizzato in alcune uscite pubbliche, non solo contribuisce a mantenere in essere il problema culturale ma ha alimentato specifiche forme di violenza.

3. Se, come attestato nell’intervista, si vuole “fare qualcosa di più”, il Papa ha parecchi attrezzi a disposizione, a partire dalle analisi e dalle richieste delle donne che fanno parte a qualsiasi titolo della sua chiesa.

Il 3 febbraio, in provincia di Bergamo, Marisa Sartori è stata uccisa dall’ex marito con una coltellata al cuore. Ferita più volte dallo stesso coltello, la sorella di costei è uscita dal coma due giorni dopo. Per i seguaci del razzismo cialtrone legittimato da alte cariche governative, la questione di genere non si pone: l’assassino è di origine tunisina. Ma è italiano il signore che il giorno dopo, a Vercelli, mette in atto un inseguimento automobilistico e dà fuoco alla macchina dell’ex, Simona Rocca, mentre lei è all’interno della stessa. La donna era gravissima ieri e mentre scrivo non so quali sviluppi ci siano stati nella diagnosi. I commentatori “ruspanti” (qui è un neologismo che allude alle ruspe) su ciò non hanno nulla da dire.

Il problema culturale del nostro Paese salta all’occhio esaminando:

a) la narrazione relativa ai perpetratori (che “non accettavano la fine della relazione” ecc.);

b) la dinamica simile delle vicende: entrambe le vittime avevano denunciato lo stalking e le aggressioni, nel secondo caso la donna ha anche chiamato i carabinieri durante l’inseguimento – per la serie denunciate, denunciate, tanto non serve a nulla;

c) le risposte istituzionali, come la dichiarazione del procuratore capo di Vercelli, sig. Pianta:

“Io non credo sia un problema di leggi, ma di cultura e di prevenzione. La nostra sensibilità su questi temi è massima. C’è grande attenzione. Infatti, la misura nei confronti di quel soggetto è stata presa subito. (nda.: era stato rinviato a giudizio) Anche se non era uno dei casi più allarmanti. Solo a Vercelli, che non è il Bronx, abbiamo da 7 a 10 denunce di stalking a settimana. Sono soggetti a cui scatta qualcosa nella testa. L’unica misura che potrebbe funzionare, a livello di deterrente, è il carcere. Ma non viviamo in uno stato di polizia. E se dovessimo chiedere la carcerazione ogni volta in cui c’è dell’astio e un rapporto conflittuale, allora dovremmo raddoppiare lo spazio nelle carceri italiane”.

La prima frase mi trova parzialmente d’accordo: cambiamento culturale e prevenzione si operano anche tramite le leggi; in particolare, in Italia le leggi sembrano non funzionare per quel che riguarda la protezione delle vittime. L’attestazione di massima sensibilità e grande attenzione è smentita dall’analisi successiva: un caso di persecuzione che continua da due anni e mezzo e sfocia in un tentato omicidio non è giudicato “allarmante” ne’ uno “dei più gravi”; il procuratore non trova strano ne’ si chiede perché a 7/10 “soggetti” a settimana “scatta qualcosa nella testa” e riscrive assalti fisici e persecuzioni come “rapporto conflittuale”, redistribuendo in questo modo la responsabilità della situazione su ambo le persone coinvolte.

Nulla di nuovo, in effetti. La narrativa culturale corrente che alimenta la violenza si rifiuta di riconoscere che essa è una scelta del perpetratore e lo ritiene a priori non sano di mente: gli scatta qualcosa nella testa = raptus = incapace di intendere e volere = non (del tutto) responsabile.

In questo scenario, cambiamento culturale e prevenzione del crimine sono un’impossibilità logica e fattuale. Maria G. Di Rienzo

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