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Dai giornali di oggi, 15 febbraio 2017:

Una volta c’erano solo i travestiti e non c’erano i transgender… un trans è una donna col belino oppure un uomo che parla tanto. Sono le parole che Beppe Grillo ha pronunciato durante lo show Grillo vs Grillo: il video è diventato già virale in Rete, sollevando indignazione e proteste. Di fronte al pubblico che si diverte e ride, Grillo, non contento, aggiunge: A fare una battuta su un transgender ti prendi dieci querele... si incazzano.

Ovviamente secondo il comico non hanno diritto di incazzarsi, è implicito nell’ultima frase citata, ma “indignazione e proteste” si sono sollevate lo stesso, come era prevedibile e coprendo un ampio spettro di soggetti, interessati direttamente dal dileggio o no.

“Una volta” (quando?) non c’erano neppure questi transgender, devono essere un prodotto “false flag” degli attuali tempi viziosi e disonesti che gli immacolati grullini aderenti al M5S correggeranno: fra uno svarione di grammatica, una bustarella e un avviso di garanzia, diamogli tempo.

Prendere per i fondelli le donne, invece, non comporta ne’ indignazione ne’ querele: è normale. Per questo nessuno sta protestando per la seconda definizione di persona transessuale e cioè un uomo che parla tanto.

Fa parte degli stereotipi denigratori che investono le femmine umane 24 ore al giorno a qualunque latitudine si trovino e persino a qualunque classe sociale appartengano: sono inaffidabili, sono bugiarde, sono meno intelligenti, hanno meno anima (e quel poco che loro tocca è costantemente preda del demonio), non capiscono la matematica (ditelo a mia nipote 14enne che vince concorsi in materia e vi sbranerà volentieri), non sanno parcheggiare… e parlano, parlano, parlano sempre, parlano tanto. In realtà “parlare” è anche un verbo troppo prezioso – le donne spettegolano e discutono di stupidaggini, ecco tutto, per un enorme ammontare di tempo.

2007, Università della California Santa Cruz, ricerca condotta dallo psicologo Campbell Leaper che ha esaminato la questione a partire dagli anni ’60 dello scorso secolo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Personality and Social Psychology Review”:

“Gli uomini tendono a parlare di più delle donne, in modo particolare quando stanno interagendo in scenari misti (Ndt.: con uomini e donne presenti). Questo è in parte dovuto al fatto che tradizionalmente gli uomini sono socializzati a dominare.” (Campbell Leaper)

2014, studio condotto da Matthias Mehl, docente universitario di psicologia:

“Si stanno facendo molte ricerche sulle differenze di genere in diversi contesti e in numerosi di questi ultimi gli uomini, in effetti, parlano di più. Per esempio, l’ambiente di lavoro è un contesto in cui parlare spesso indica assertività e dominio.” (Matthias Mehl)

2015, da un articolo di Soraya L. Chemaly (giornalista, scrittrice, attivista, dirige fra l’altro lo “Speech Project” di Women’s Media Center) che esamina differenti ricerche:

“Gli uomini parlano, di media, per il 70% del tempo nei gruppi misti, con punte del 75%. Per alcuni è dura mandare giù questa informazione. Raramente gli interventi delle donne sono considerati influenti o rilevanti. La loro introduzione di argomenti o i tentativi di proporre conversazioni su determinati soggetti sono frequentemente ignorati. In più, sono interrotte di routine. In generale, le persone non riconoscono questo come sessismo, persino quando viene sbattuto loro in faccia. L’idea che le parole e i discorsi, così come le abitudini relative, l’educazione, le tradizioni e il divertimento del “club dei maschi” siano vettori impliciti di pregiudizi e discriminazione è un’informazione decisamente disturbante.”

Però è vera. Quanto parla – a vanvera – Grillo, per esempio? Questo indica che vorrebbe essere una donna, o che lo è già?

Maria G. Di Rienzo

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womensmarch

(Washington, DC)

21 gennaio 2017: 500.000 (mezzo milione) nella sola Washington. 673 dimostrazioni solidali in tutto il globo (compresa l’Italia) per un totale stimato di 4.721.500 partecipanti a ribadire che:

“Ci ergiamo insieme, in solidarietà, con i/le nostri/e partner e i nostri figli e figlie per la protezione dei nostri diritti, della nostra sicurezza, della nostra salute e delle nostre famiglie, riconoscenendo che le nostre vitali e differenti comunità sono la forza del nostro paese. (Ndt.: il comunicato cita in pratica tutti i gruppi marginalizzati a causa di una loro caratteristica, dall’appartenenza etnica o religiosa all’orientamento sessuale o alla disabilità)

La Marcia delle Donne su Washington manderà un fiero messaggio al nostro nuovo governo nel primo giorno del suo insediamento e al mondo intero: i diritti delle donne sono diritti umani.”

marcia-solidale-dublino

(Dublino – Bellissimi i cartelli: quello sullo sfondo dice: “Se sei neutrale nelle situazioni ingiuste hai scelto di stare dalla parte dell’oppressore; quello in primo piano dice: “Rendi l’America di nuovo GENTILE”)

marcia-solidale-londra

(Londra)

marcia-solidale-spagna

(Madrid)

Non male, direi! Maria G. Di Rienzo

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La notizia è in cronaca oggi, 21 gennaio 2017: “Aggredita dai compagni nel collegio San Carlo di Milano.”

Il soggetto è una bambina di 7 anni che durante un periodo di ricreazione è stata rincorsa da altri quattro alunni, è caduta – non si sa come, cioè se sia stata spinta o se sia incespicata – ed è finita in infermeria e poi in ospedale: ha una costola incrinata e altre contusioni. La sua famiglia parla anche di “danni psicologici (…) destinati ad avere ripercussioni sul lungo periodo”.

I quattro bambini, tutti maschi, le avrebbero indirizzato “frasi pesanti” e sarebbero “già noti per le continue prevaricazioni e angherie messe in atto nei confronti dei compagni”: due di loro sono stati sospesi. Nonostante questo provvedimento abbastanza grave e insolito per alunni delle elementari, la scuola minimizza: è stato un episodio circoscritto, i bambini stavano giocando normalmente, le contusioni riportate dalla bimba sono di “lieve entità” e – qui arriva il meglio – si è trattato di un “eccesso di vigoria di quattro compagni maschi”.

Perché i maschi sono tutti così, che ci volete fare: robusti come macigni e dotati di notevolissima forza fisica, carichi di prorompente vitalità, inarrestabili come una mareggiata o un terremoto, carichi di un’energia impetuosa che somiglia a quella di un ordigno – lo sfiori e esplode, mostrandoti ciò di cui è capace e qual è il suo ruolo nel mondo.

Contenerli, educarli, istruirli su rispetto e senso del limite? Impossibile. Sarebbe “propaganda giender” e niente niente dopo ti diventano froci. Meglio che comincino a spaccar coetanee a 7 anni. Chissà cosa saranno in grado di fare da adulti.

Maria G. Di Rienzo

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La paura, nelle situazioni di abuso domestico, è peculiare – cioè ha caratteristiche proprie e specifiche e non è un semplice sottoprodotto della violenza. Il controllo emotivo e psicologico che risulta dalla paura, definito dalle ricerche in merito terrorismo quotidiano, nutre il modo in cui l’abuso continua a “funzionare”:

1) Subire abusi in ambiente domestico, da un partner intimo, dà forma alla natura della paura immediata durante gli incidenti violenti. Questa paura diventa cronica con il tempo, opera un trauma profondo e ha effetti negativi sulla salute e il benessere in generale. Chi abusa adotta una serie di tattiche e comportamenti per mantenerla costante;

2) L’isolamento – ma forse sarebbe più corretto definirlo “intrappolamento” – sociale e fisico che sovente accompagna gli abusi rinforza la paura e rende il cercare aiuto più difficoltoso. Le vittime sperimentano un’enorme umiliazione legata anche alla sensazione di essere impotenti;

3) La paura è la principale ragione-chiave per il silenzio e il non abbandono dell’abusante e dell’ambiente domestico;

4) Tenere una persona uno in stato di paura cronica non richiede di usare violenza fisica continuamente e persino del tutto;

5) Usare questa paura e “giocarci” sono azioni comuni per coloro che abusano e sono rese possibile dalla loro conoscenza intima della persona di cui stanno abusando;

6) I violenti raccontano storie “verosimili” e “razionali” sugli abusi che perpetuano, recitano il ruolo della vittima, e spessissimo gettano il biasimo per le loro azioni sulle persone di cui stanno abusando: come risultato, molte di queste ultime fanno esperienza di una sorta di “bispensiero” in cui stentano a riconoscere come violazioni dei loro diritti ciò che loro accade;

7) I ruoli di genere all’interno delle relazioni intime (in altre parole, a chi è demandato il lavoro domestico, di cura, emozionale) rendono più facile l’abuso per i perpetratori e più difficile la fuga alle loro vittime. La violenza non accade in un vuoto sociale, ma in una società che ha ancora forti aspettative sui comportamenti e i ruoli che uomini e donne devono tenere nelle loro relazioni: questo scenario indebolisce la reazione di chi subisce abusi e rende più agevole per chi abusa continuare a farlo senza essere contrastato;

8) Altre diseguaglianze sociali, in special modo quelle che riguardano l’orientamento sessuale, il reddito, la classe sociale, l’appartenenza etnica, la disabilità, esasperano gli effetti della violenza domestica e la paura a essi collegata;

9) Nemmeno la paura si crea in un vuoto sociale. I nostri sentimenti sono influenzati da quelli di chi abbiamo intorno e dalle nostre supposizioni su come costoro si sentono. Nel caso della violenza domestica, sulla paura ha influenza come la società vede e giudica questa stessa violenza (prescrizioni morali e religiose ad esempio), hanno influenza familiari e amici, personale medico e dei servizi sociali, personale delle forze dell’ordine, giudici e avvocati, eccetera.

Cosa succede con tutte queste classi di individui nominate al punto 9)? Che troppi di essi non hanno formazione specifica sulla violenza, ne’ in generale ne’ su quella domestica e di genere, perciò rispondono alle vittime basandosi sui propri pregiudizi sociali, umiliandole di nuovo e creando in loro la sensazione di essere RESPONSABILI di ciò che subiscono, completamente SOLE e persino PAZZE.

Dopo una vita vissuta nell’abuso domestico inflittole dal marito e una prima coltellata ricevuta da costui nel 1995, Rosanna Belvisi è stata massacrata definitivamente il 15 gennaio: questa volta, le coltellate coniugali erano 23.

I giornali riportano che, “per il Questore di Milano Antonio De Iesu, questo caso «è emblematico di un quadro famigliare malato, con rapporti violenti che non vengono alla luce». È la storia di una donna che è stata lasciata sola, senza aiuti per uscire da una vita di terrore. «La normativa in materia adesso c’è – ha ricordato De Iesu – le vittime di stalking devono ricorrere ai centri antiviolenza e avvisare le questure, che hanno il potere di “ammonire” gli uomini violenti». Eppure poche lo fanno. (rileggete i 9 punti precedenti e non sarà difficile capire perché, ma come vedremo c’è dell’altro, nda.) «Il sistema funziona. – dice sempre il Questore – Ma a Milano riceviamo centinaia di chiamate per violenze nei confronti di donne che invece non denunciano fino a quando è troppo tardi». Per questo, «la cosa più importante è sensibilizzare le donne: devono chiedere aiuto».”

Ma quando lo fanno, che tipo di aiuto ricevono dalle istituzioni che ora “hanno la normativa” in base a cui agire? E’ proprio sicuro che il sistema funzioni? Mi segua, signor De Iesu: siamo nella Questura della mia città, è il 5 novembre scorso, e io sto presentando un esposto per “stalking condominiale”. E’ violenza generalizzata, non di genere o domestica, ma sempre violenza è (l’art. 612 del Codice Penale può essere applicato a tutte quelle situazioni capaci di “creare inquietudine a chi le subisce” e io ho sviluppato in 6 mesi di tortura uno “stato d’ansia reattivo con conseguenti episodi di tachicardia e dispnea ansiogena tali da ricorrere all’uso di terapia farmacologica”). Il mio scritto espone i fatti dettagliatamente, ho testimoni e vi sono altre vittime. Il funzionario, una volta finito di registrarlo, alza la testa e dice: “Tanto dirà che lei è pazza e si è inventata tutto.” La funzionaria n. 2 mi chiama al telefono il 13 gennaio, giorno in cui la persona che tramite l’esposto chiamo ad assumersi le sue responsabilità si degna di presentarsi al colloquio: il signore le ha detto che lui non fa nulla, e quindi nulla è accaduto. Ha fatto la vittima, si è detto davvero dispiaciuto, eccetera eccetera. Sottilmente, la funzionaria suggerisce che forse mi sono sbagliata. Allibita, poiché ci sono altri sei adulti in tre appartamenti differenti che “si sbagliano”, riassumo il caso e le faccio notare le contraddizioni in cui il tipo continua a cadere. Risposta piccata: “Può presentare querela, se vuole, ma tanto non otterrà nulla lo stesso.”

Non so cosa la funzionaria pensi io voglia “ottenere”, ma in realtà è molto semplice: non sono compensazioni e risarcimenti e neppure scuse – voglio che si smetta di farmi del male.

E vede, signor Questore, quest’uomo è per me un estraneo. Si immagini cosa vuol dire emergere dal “terrorismo quotidiano” che ho esposto sopra e andare a denunciare un marito, un compagno, il padre dei tuoi figli, il quale dirà similmente “si è inventata tutto”, “esagera”, “è ipersensibile” “ha frainteso”, “è eccessivamente emotiva”, “è esaurita” (a forza di vessazioni non è difficile raggiungere questo stato)… immediatamente creduto e legittimato. E nel terrorismo quotidiano si ripiomba. Il tuo timore più grande si avvera: anche se parli, le tue parole non hanno valore. Non è successo niente. Lo ha detto un uomo, perciò dev’essere andata così. Perché si sa, non è vero, che le donne mentono, le donne non sono in grado di distinguere bene una carezza da un cazzotto, le donne sono perfide, le donne non sono affidabili. Come possono le parole di una donna essere vere e quelle di un uomo false qualora due versioni siano in conflitto?

Perciò, la “cosa più importante” non è “sensibilizzare le donne”: il clima culturale che le opprime dev’essere sfidato, chi deve essere reso più consapevole e più capace è l’apparato istituzionale e i consigli per un diverso comportamento, se vogliamo che la musica cambi, devono essere dati AI PERPETRATORI, NON ALLE VITTIME.

Sensibilizziamo gli uomini, signor Questore.

Maria G. Di Rienzo

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sandrine

Questa giovane donna si chiamava Sandrine Bakayoko, aveva 25 anni e aveva chiesto asilo in Italia. E’ morta, per cause ancora sconosciute al momento in cui scrivo, nel cosiddetto “centro di prima accoglienza” a Cona (Venezia). Ne è seguita una rivolta all’interno della struttura: coloro che vi sono ospitati, in condizioni igieniche allucinanti com’è stato visibile dalle foto, hanno dichiarato di aver chiesto soccorso per Sandrine alle 8 di mattina e che però l’ambulanza ci ha messo 6 ore ad arrivare (i sanitari dicono di essere partiti non appena ricevuta la chiamata).

“La situazione è poi degenerata: – scrivono oggi i giornali – la protesta è sfociata in una rivolta con mobilio e oggetti dati alle fiamme. Uno scenario che ha costretto gli operatori del centro a cercare rifugio nei locali della struttura, barricandosi in alcuni container e negli uffici amministrativi della struttura, dove sono rimasti poi bloccati per ore.” Liberati durante la notte, paura a parte, stanno tutti bene. Il centro è una ex base missilistica in cui sono ammassate circa un migliaio di persone ed era già stato scenario di proteste in precedenza.

Come se tutto questo non fosse abbastanza ignobile, nei forbiti “dibattiti” che seguono gli articoli Sandrine semplicemente scompare. La sua morte non interessa a nessuno. A volte c’è un rimando del tipo: “Ma in Costa D’Avorio la guerra civile non e’ finita anni fa? Cosa ci fanno ancora in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato le persone che sono arrivate dalla Costa d’Avorio?”, ma non il suo nome, nemmeno un’espressione di rammarico o sconcerto – visto che chiedere empatia sarebbe probabilmente esagerato.

Abbiamo invece una valanga di economisti, politici e opinionisti da tastiera che ci spiegano il “costo sociale dei milioni di stranieri già presenti sul territorio”, assicurano che “questa invasione è voluta dal pd per spendere 4,5 miliardi l’anno fuori dai vincoli europei” ma anche che “gli altri farebbero la stessa cosa, compresi i 5S, con le chiacchiere e gli slogan non conclude nulla…” e che “nel 2011 sbarcarono ben 22.000 tunisini, al governo c’era Berlusconi ministro degli interni Maroni il quale per risolvere il problema dette il permesso di soggiorno a tutti perché dovevano andare in Francia invece chiuse le frontiere e questi sono ancora qui”; stigmatizzano “le direttive di un’Europa criminale” e i “governi pecoroni” che le seguono, si preoccupano dell’italica gioventù e della scarsità di risorse loro rivolta, a confronto di quel che ricevono i migranti: “I “giovani” albanesi (fino ai 19/20 anni) si presentano in Italia dicendo di essere minorenni, ovviamente senza documenti. Li alloggiamo in alberghi 3*, wi fi libero, gli passiamo una scheda SIM gratis e gli diamo una somma mensile per le spese di sostentamento. E NON FANNO NIENTE!! E i nostri di giovani? A loro chi ci pensa?”.

Naturalmente, amministrassero loro il territorio e dovessero gestire la questione in generale e ciò che è accaduto a Cona, le soluzioni sarebbero pronte:

– Intanto cominciamo a finirla di chiamarli ipocritamente migranti.

– Sono da espellere TUTTI, senza processi e/o lungaggini burocratiche!

– Vanno rimpatriati tutti senza troppi problemi quelli del centro. Sequestrare personale operativo è un reato

– Non solo siamo l’unico Paese, o quasi, ad accoglierli, hanno pure da protestare sul cibo, modalità, termini etc, Ma che restino nei loro Paesi, siamo stufi!!! Solo diritti hanno ed alcun dovere.

E il futuro lo vedono proprio nero:

– Ma a che serve l’accoglienza, se poi li troviamo solo a chiedere elemosina fuori dai bar, centri commerciali ecc.?

– Vengono e pretendono, vivono al di fuori delle regole, tutto gli è dovuto, sanno che qui non gli possono fare niente e hanno capito che più ce ne sono meglio è per loro

– Sono solo alcune decine di migliaia. Quando saranno milioni come faremo?

– Questo di Cona è solo l’inizio di quello che presto succederà nei vari centri italiani, fanno le rivolte, ora è andata bene, ma non illudiamoci, questi non hanno nulla da perdere…

– Mi domando cosa debba ancora accadere perché quei geni al governo si rendano conto che la situazione è un tantinello fuori controllo.

– Bronx prossimo venturo… siamo perduti.

Infine c’è il genio che chiede accorato: Ci deve scappare il morto? Aspettiamo quello?

Psst, signore? Di morti, in mare e soffocati nei camion e altrove ne sono già “scappati” decine di migliaia: quella di oggi è una morta, si chiamava Sandrine Bakayoko. Sono sicura che non vuole la sua compassione neppure da cadavere ma il rispetto, signore, quello lei e i suoi “compari di commento” glielo dovete comunque. Maria G. Di Rienzo

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Il narrare storie è un modo assai efficace di entrare in relazione con altre persone e di creare cambiamenti e differenze negli spazi più vulnerabili delle nostre vite. L’impatto che possiamo avere condividendo le nostre storie tramite vari media è sempre significativo e può essere catartico sia per chi la storia la racconta, sia per chi la storia l’ascolta.

Ma ci sono storie che – ti dicono – non si possono raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – è meglio non raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – se sei proprio intenzionata a narrare devi cambiare un poco, ammorbidirle qui e là, addomesticarle, decorarle, corredarle di precisazioni e dichiarazioni di principio e scuse e sottolineature (quest’uomo ha fatto la tal cosa, ma sappiate che io non credo affatto che TUTTI gli uomini…), adattarle alla tua “zona” politica e sociale. Eccetera, eccetera. Io non intendo farlo.

Nei giorni in cui sono stata lontana da questo spazio, vi confesso, ho combattuto con il desiderio di chiuderlo. Ho come minimo due/tre attacchi di tachicardia al giorno che sovente mi paralizzano. Non riesco a concentrarmi per periodi lunghi. Sto facendo fatica a scrivere. Il mio ultimo romanzo, che dovrebbe essere finito da mesi, è stato stracciato tre volte ed è ridotto a brandelli che non riesco a rimettere insieme. Per la prima volta in vita mia sto prendendo tranquillanti. Perché?

Perché da sette mesi l’inquilino del piano di sopra – che non ha un lavoro fisso – martella furiosamente i pavimenti (i quali sono ovviamente i miei soffitti) con una media di 29 giorni su 30 e picchi di 25 volte al giorno. A qualsiasi ora. Mi sveglia a mazzate durante la notte o al mattino. Mi fa saltare sulla sedia su cui sono ora. Mi fa cadere di mano pentole, libri, tazze di caffè.

I bombardamenti avvengono sempre “a freddo”, senza preavviso, senza essere collegati ad alcuna delle mie attività. Esattamente come avvenivano le aggressioni in casa mia quando ero bambina. Non ho controllo sulla mia vita. Non c’è comportamento che posso cambiare per evitare l’assalto. Posso solo subire. L’inquilino precedente è scappato dopo cinque mesi di trattamento, io sono ancora qua, ma in che condizioni ve l’ho appena detto.

Gli ho fatto qualcosa, io, al tizio? No. Non ho neppure mai risposto facendo rumore. E’ malato? Non sono una psichiatra, ma lo ritengo assai probabile. E’ pieno di odio e di rabbia? Basta guardarlo in faccia e sentire come urla ogni singolo giorno per rendersene conto. Ma se gli si chiedono spiegazioni sul suo comportamento posa da vittima: è un immigrato, è musulmano, gli danno fastidio, vogliono impedirgli di pregare, è colpa degli altri che sono cattivi e razzisti.

E io mi rivedo in mezzo al gelo dell’inverno, a far da ponte fra gli immigrati che avevano occupato un ex seminario e l’amministrazione comunale affinché fossero aiutati e non cacciati. Mi rivedo fondare l’Osservatorio antirazzista delle donne. Rivedo il mio compagno fronteggiare da solo una fila di naziskin che avevano deciso di impedire un volantinaggio antirazzista. Lo rivedo dar battaglia da politico e sui giornali per difendere proprio il diritto di pregare per i musulmani della nostra città (e sapete quanto atei siamo in famiglia). Rivedo il giorno in cui scrivemmo la mail che diede inizio a una manifestazione antirazzista di 5.000 persone. E rivedo quella sera in cui ci siamo eccezionalmente concessi una pizza fuori – era il nostro anniversario – e rivedo il cameriere straniero che lo riconosce e lo ringrazia perché “è amico degli immigrati”. Rivedo il sorriso del cameriere, affettuoso, sincero. Devo aggrapparmi a quel sorriso.

Quando la tachicardia non mi incolla a tremare dove mi trovo, fuggo da casa per evitare i bombardamenti. Cammino moltissimo, distante, senza meta. A volte è utile: vedo un discount, mi ricordo che manca lo zucchero, entro. In uno di questi casi, un paio di settimane fa, stavo adocchiando dei biscotti (valutando se me li potevo permettere) quando una cliente si è messa a urlare alla cassa. Diceva che la cassiera le aveva dato il resto per dieci euro quando lei aveva pagato con venti. La cassiera le chiedeva di non gridare, controllava, ribadiva gentilmente che il biglietto era da dieci. La cliente dotata di “hijab”, il cui accompagnatore maschio a questo punto se la squagliava, ha insistito ululando: “Io sono musulmana e non dico bugie.” (Cioè sono la vittima, intrinsecamente superiore, delle cassiere non musulmane truffatrici, come se queste ultime fossero le proprietarie del discount e non delle semplici lavoratrici che, come vedremo, dai conti sbagliati possono solo rimetterci.)

“Ma perché tirate fuori sempre questa storia? – ha chiesto la cassiera – A me non importa se siete bianchi, rossi, neri, verdi, siete clienti.” Per farla breve, non appena la cassa si è liberata la cassiera ha effettuato il controllo completo sugli incassi: non c’erano soldi in più. La musulmana impossibilitata a mentire dalla sua religione (magari fosse così, creatura: mentono musulmani, cristiani, cattolici, buddisti, agnostici e senzadio e quel che vuoi – perché sono/siamo esseri umani) ha provato a insistere: “Io sono in Italia da dieci anni e i soldi li conosco.”, ma poiché la cassiera non aperto il proprio borsellino per dargliene, se n’è infine andata.

La giovane donna alla cassa era sconvolta e sudata. Parlando con un’amica che si era avvicinata per confortarla ha detto: “L’altro giorno un vecchietto mi ha fatto lo stesso trucco, ci sono cascata e i soldi ho dovuto rimetterceli io.” Quando è arrivato il mio turno, con biscotti, le ho detto: “Io adesso le sto dando venti euro, sono atea e racconto un sacco di balle”. Finalmente ha riso. Volevo vederla ridere. Devo aggrapparmi anche a questa risata.

Adesso date un’occhiata a questo scambio avvenuto su una pagina “progressista” di FB qualche giorno fa, il focus era il razzismo (ho ridotto i nomi e le cascate di puntini di sospensione, non sono intervenuta sui testi):

Samir: (…) ma a noi ce ne sbatte il cazzo. Le vostre Donne ce le scopiamo ugualmente

Gessica: Samir forse ti scopi le italiane perché le donne italiane non sono di proprietà di qualcuno. Non sono “le vostre” donne, di voi italiani. Ma di conseguenza nemmeno le “tue”. Funziona così.

Samir: Carissima, io non intendevo le Italiane, intendevo le fidanzate degli razzisti. È diverso

Pasquale: Samir… le donne non sono di nessuno, nemmeno dei razzisti, ogni essere umano appartiene a se stesso!

Samir: Devo farvi un disegno per farvi capire?

No, Samir, del disegnino hai bisogno tu. Se devi scopare qualcosa va’ a spazzare la cucina, fare sesso con una donna è un’altra faccenda, comporta rispetto e consenso, e non significa usare la proprietà di un altro maschio. Come hanno cercato di spiegarti, stiamo parlando di esseri umani. Tu sei un essere umano. Le fidanzate dei razzisti sono esseri umani. Persino i razzisti sono esseri umani. In quanto tali avete tutti inalienabili diritti sanciti da una Dichiarazione assai famosa del 1948. In quanto tali, potete tutti compiere azioni sbagliate, mentire, usare violenza, uccidere, o potete scegliere di compierne altre: sono le vostre azioni che io giudico e l’impatto che esse hanno su altri esseri umani, non la vostra provenienza, non la vostra fede o la vostra mancanza di fede, non il colore della vostra pelle, non il vostro genere o il vostro orientamento sessuale. Troppo spesso, presi a bersaglio per una o più d’una di queste caratteristiche, gli esseri umani soffrono violazioni atroci dei loro diritti. Ho imparato parecchio al proposito, come donna, come attivista, come femminista e sulla mia stessa pelle, e se c’è una cosa che ormai so con certezza è questa: nessun ammontare di disprezzo e dolore che tu puoi infliggere ad altri cancellerà quelli che sono stati inflitti a te.

E questo è l’avviso che darei al mio persecutore del quarto piano, se ascoltasse, e a tutti quelli/e come lui che posano da vittime per sfuggire alle loro responsabilità: l’errore più grande che puoi commettere sulla strada della liberazione è cercare di assomigliare ai tuoi nemici. Maria G. Di Rienzo

P.S. Non è ancora “l’anno prossimo”, lo so, ma sentivo di dovervi una spiegazione.

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(brano tratto da: “Anti-feminism, then and now”, un più lungo articolo di Angela McRobbie – in immagine – per Open Democracy, 28 novembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Angela McRobbie è docente universitaria in Comunicazione all’Università di Londra e scrittrice.)

angela

Quando Silvio Berlusconi era il Primo Ministro italiano abbiamo avuto un assaggio delle cose che accadranno negli Usa. Magnate dei media, uomo di spettacolo e disponibile a fare il buffone ma veicolando sempre un senso di minaccia, Berlusconi era Tony Soprano nella vita reale (Ndt: boss mafioso italoamericano, personaggio televisivo della serie “I Soprano”), un uomo per cui le donne erano inevitabilmente poco più di un pezzo di culo.

Berlusconi si opponeva, con tutto il suo essere, all’ascesa di donne indipendenti. Era un uomo che voleva mettere indietro l’orologio al tempo in cui le donne sapevano qual era il loro posto ed erano servili come madri, nonne, amanti e intrattenitrici. Per ogni donna della mia generazione c’è qualcosa di familiare in questo tipo di anziano, afflitto dal non poter più pizzicare il didietro a una donna impunemente.

Quando era costretto a interagire con donne di potere sullo scenario mondiale, come la Cancelliera tedesca Angela Merkel, Berlusconi diventava un pagliaccio, facendosene beffe, giocando come uno scolaretto e facendo “facce buffe” alle sue spalle come se lei non fosse nulla più di una “tata”, dicendo con questo a tutti gli effetti: “Non aspettarti che ti prenda sul serio.” (Ndt: l’Autrice non menziona, probabilmente ignorando il particolare, che l’ha anche definita “culona inchiavabile”).

Dovendosi confrontare con la realtà di voci femministe, adottava la posa classica dell’insultare e svilire le femministe come non attraenti, vecchie e disgustose, nel mentre promuoveva a posizioni di potere nel suo governo donne prive di qualifiche e “belle” in modo stereotipato. (…)

Sebbene l’antifemminismo cambi costantemente il suo aspetto, non se ne va mai. Come la scrittrice e attivista Susan Faludi documentò nel suo importante libro “Contrattacco”, un furioso movimento oppositivo di aderenti alla “maggioranza morale” nacque quasi contemporaneamente all’ascesa del femminismo liberale e socialista negli Stati Uniti. Nel mio proprio libro “All’indomani del femminismo” ho tracciato un più tardo sviluppo in complessità del contrattacco: questo movimento successivo implicava una nuova forma di “sostegno” alle donne, in special modo alle giovani, a condizione che abbandonassero il femminismo come un vecchio berretto anacronistico e profondamente repellente – qualcosa di associato a vecchie donne descritte come amareggiate e provenienti da un’era del passato – in favore di un percorso di individualismo femminile, in cui le competitive “Ragazze Alfa” avrebbero facilmente raggiunto i loro obiettivi nella nuova meritocrazia, senza l’aiuto del femminismo.

Durante il periodo dei governi di Tony Blair in Gran Bretagna, questo ideale imperava nella cultura politica e in quella popolare. Il femminismo fu messo in frigorifero mentre ci si aspettava dalle donne che fossero delle sorridenti e compiacenti “Bimbe di Blair”. Io ricordo tale periodo molto bene, quando persino le studenti che erano attivamente interessate alle questioni del lavoro, dell’impiego, del genere e della sessualità ripudiavano il femminismo, pensando che potevano benissimo farcela senza di esso. La moda era una sorta di “femminilità fallica”: agire come un giovanotto, con una bottiglia di liquore nella tasca posteriore e passare il tempo nei club di lap dance. (…)

L’antifemminismo ha ora preso una piega molto più aggressiva. Questa ostilità ha trovato casa su internet e da là si è mossa sulle strade. La lista delle attiviste, politiche e opinioniste che hanno ricevuto minacce di morte e hanno dovuto richiedere la protezione della polizia (Ndt.: in Gran Bretagna) è cresciuta vertiginosamente negli ultimi 12 mesi. Il pericolo e la minaccia della violenza hanno un effetto specifico sulle donne, differente da quello di uomini che si fronteggiano per combattersi. Berlusconi apparteneva al regno dei film sul “Padrino”, in cui le donne erano schiaffeggiate per aver osato contrastare l’uomo di casa. Fra le molte affermazioni fatte di recente, Trump ha detto in tono provocatorio che non c’è bisogno di “spaventarsi”, ma il nuovo contrattacco assume la forma di una sfida aperta alle donne che vogliono prendere una posizione. Il nucleo centrale dei diritti che erano stati conquistati in materia di contraccezione e aborto è ora più che mai minacciato. Sono le donne che saranno costrette a difendere le libertà per cui avevano lottato sin dall’inizio della “seconda ondata” del femminismo.

Non possiamo ancora dire quanto reale questa minaccia sia, ma di fronte all’ultimo contrattacco c’è una necessità urgente per le donne di ogni classe e etnia di prestarvi attenzione, per il bene loro e delle loro figlie così come per il bene dei loro mariti, padri e figli, perché a costoro dev’essere ricordato come il femminismo ha migliorato e continuerà a migliorare le loro vite.

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