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(tratto da: “This British Human Trafficking Survivor Was Forced to Have Sex 25 Times a Night — But Now Fights Modern Slavery”, di Imogen Calderwood per Global Citizen, 18 ottobre 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Soho red light district

(Il distretto “a luci rosse” di Soho, Londra. Immagine di Chris Goldberg.)

Sophie aveva appena compiuto 24 anni quando partì da Leeds per l’Italia insieme all’uomo che credeva fosse il suo migliore amico e il suo ragazzo. Pensava che si sarebbe trattato di una settimana di vacanza. Invece, sparì per sei mesi.

Il suo ragazzo l’aveva ingannata e la forzò a cominciare a prostituirsi affinché guadagnasse soldi per lui. La sottopose ad atti di bullismo, la picchiò e la costrinse a fare sesso con estranei. Sophie (uno pseudonimo) divenne ciò che non avrebbe mai immaginato.

Dopo sei mesi, Sophie riuscì a fuggire e ora dirige un programma di sostegno per le sopravvissute, le donne in Inghilterra che sono state identificate come trafficate. Questa è la sua storia:

“Kas disse, c’è qualcosa che puoi fare per me. C’è qualcosa che puoi fare per dimostrare che mi ami. Ho contratto un debito che dev’essere pagato. Tu lo ripagherai per me. Ti troverò un posto in cui lavorerai, per strada. E all’improvviso capii, come se fossi stata colpita fisicamente, che il lavoro nelle strade di cui parlava era la prostituzione.

E’ difficile immaginare di essere totalmente sotto controllo da parte di qualcuno. Io non pensavo neppure di mettere in discussione l’autorità di Kas su di me e gli credevo completamente quando diceva la mia parola è legge, devi fare quel che ti dico. Tutto quello a cui pensavo era il tentare di non fare nulla che potesse irritarlo. Persino il più piccolo, in apparenza il più insignificante degli errori lo rendeva furioso. Ero sempre spaventata.

(Un giorno) senza preavviso, si slanciò attraverso la stanza. Mi afferrò alla gola e prese a sbattere la mia testa sulla parete a piastrelle della doccia. Io cominciai ad annaspare e a tentare di riprendere il respiro. Stavo ancora boccheggiando quando mi afferrò di nuovo alla gola, sbatté di nuovo la mia testa sulla parete e gridò: Tenta di fare una sola fottuta cosa e vedrai cosa farò a te. Se tenti di andare da qualche parte, o di dirlo a qualcuno, ti uccido.

Sopravvivere diventò il separare la mia mente dal mio corpo. Se provavo a pensare ad altro ciò mi sconvolgeva e mi rendeva più difficile scollegarmi da quella che una volta era la mia realtà, ma ora era il mio passato. Quel che volevo, e quel che provavo, non avevano più importanza, perché il mio solo scopo era diventato guadagnare denaro per Kas.

Lavoravo sette notti a settimana, dalle 8 di sera sino alle 5-6 del mattino. Avevo una media di 25 clienti a notte e non ci volle molto perché il mio spirito andasse in pezzi. Ero così stanca che nulla sembrava avere importanza, non mi curavo di essere viva o morta.

Avevo clienti di tutte le età, dagli appena ventenni agli oltre sessantenni o persino più vecchi. E alcuni di loro avevano un bell’aspetto, cosa che non mi ero aspettata. Certamente non avrei immaginato che alcuni di loro fossero tipi normali, con fidanzate, o con mogli e figli.

Non mi sono mai, mai abituata al fatto che la maggioranza degli uomini che mi sceglievano sembravano considerare la cosa normale e chiaramente non provavano alcuna vergogna al riguardo. A volte uno mi chiedeva quanti anni avevo e quando glielo dicevo se ne usciva con ah, hai la stessa età di mia figlia. Il che era raccapricciante per me, ma sembrava non disturbare per niente gli uomini. Era un mondo bizzarro e surreale e sebbene nulla in esso mi fosse familiare, nulla mi sorprendeva davvero.

La mia vita si era ridotta a una manciata di funzioni basilari. Dormivo, mi alzavo, mangiavo, facevo sesso con estranei, tentavo di schivare la polizia o di essere aggredita da qualcuno, tornavo a casa, davo tutti i soldi che avevo guadagnato a Kas.

Un giorno, in uno dei suoi rari momenti di buonumore, mi disse che si era innamorato di me la prima volta in cui mi aveva vista. Come puoi amarmi? Cosa c’è da amare in me? Sono come uno zombie. Non parlo a meno che non mi si rivolga la parola, sorrido solo quando tu mi dici di farlo. Come puoi amare una persona del genere? Ma lui si limitò a ridere e disse: Sei pazza, donna. E’ tutto nella tua testa.

E per un momento, mi sono chiesta se forse mi amava veramente e se io non riuscivo a capirlo perché ero abituata a pensare di non poter essere amata.

E’ facile considerare le ragazze che lavorano sulle strade come lavative o drogate, senza mai pensare al perché si stanno prostituendo. E la verità è molte di loro sono state trafficate e lavorano per lunghe, miserabili ore che distruggono l’anima, a beneficio di uomini crudeli e violenti. Sono costantemente spaventate, non solo per quel che può accadere loro se non fanno quel che gli si dice, ma anche per le minacce assai reali dirette alle loro famiglie e alle persone che amano.

Robin, una poliziotta, mi chiese: Capisci cosa ti è successo? Di essere stata trafficata? Per quanto strano possa sembrare, non avevo mai pensato alla faccenda in quei termini.

Penso ancora a Kas, per qualche ragione, la maggior parte dei giorni. E a volte mi chiedo se sta facendo la stessa cosa ad altre ragazze e prego di no. Se dovessi trovarmelo davanti ora, avrei ancora paura di lui. Ma solo perché sono stata condizionata a temerlo. Sono più forte di prima, e non sono più sola, perciò so che non può ferirmi. E penso che avrei la forza di dirgli di lasciarmi in pace.”

Sophie ha creato nel 2012 la “Sophie Hayes Foundation”, che fornisce servizi di sostegno a donne e bambine che sono state trafficate. La sua testimonianza è tratta dal suo libro “Trafficked: My Story” ed è stata condivisa come parte di un evento organizzato da Equality Now a Soho, il distretto “a luci rosse” di Londra, il 18 ottobre 2017: in Gran Bretagna il 18 ottobre è il Giorno Anti-Schiavitù. Potete ascoltare la voce di Sophie e le voci di altre sopravvissute qui:

https://www.equalitynow.org/stories-of-human-trafficking-survivor-sex-trafficking

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“Spesso mi chiedo che aspetto avrebbe un quotidiano femminista. Non un quotidiano per donne, mirato a un pubblico di sole donne, ma un giornale tradizionale che vanti reali credenziali femministe in termini di struttura, giornalismo e copertura delle notizie.

Ci sarebbero delle ovvie, pure relativamente minori, differenze. Gli sport femminili sarebbero inclusi a parità di quelli maschili. Le donne in politica sarebbero grandemente vagliate, ma per le loro politiche anziché per i loro vestiti o per le loro decisioni riproduttive. Esperte di sesso femminile sarebbero incluse, a differenza dell’85% degli accademici maschi che attualmente vediamo citati. Non ci sarebbero fotografie di celebrità con la gonna alzata e donne poco vestite non sarebbero usate per decorare le pagine. (…) Forse, la differenza più marcata che vedremmo nel nostro ipotetico quotidiano femminista starebbe nel modo di riportare la violenza contro donne e bambine. Fra i nostri giornali mainstream questa è un’area che si è rivelata problematica e la sua copertura non è stata finora maneggiata in modo affidabile. Nell’ultimo decennio alcuni giornali hanno fatto qualche passo, ma dato che continuiamo a vedere articoli dannosi e sessisti riempire le pagine, chiaramente altri non si sono spinti abbastanza avanti.”

Kirsty Strickland – “A week of male violence”, Commonspace, 8 settembre 2017

Kirsty

Dell’Autrice (in immagine) del pezzo succitato vi avevo già parlato qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/12/18/cambiare-la-percezione/

Kirsty ha la metà dei miei anni (e una bimba, Orla, nata nel 2014). Vive in Scozia, oltre 2.300 chilometri distante da me – un po’ meno se li calcoliamo via aerea – ed è ovviamente cresciuta in un ambiente molto differente dal mio. Pure, fa quello che io e un sacco di altre femministe in tutto il mondo facciamo ogni giorno. Osserva, registra l’ingiustizia e il dolore, denuncia pubblicamente, offre soluzioni alternative al clima di violenza imperante.

“Naturalmente, – dice ancora nell’articolo in questione – per quanto allettante sia desiderarlo, non è probabile che un quotidiano femminista si materializzi nell’immediato futuro.” E prosegue riconoscendo le difficoltà attuali del giornalismo su carta stampata, invitandolo a riformulare l’offerta su come le donne sono ritratte e in termini di articoli responsabili sulle questioni che hanno impatto su di esse. Ricorda che le associazioni antiviolenza, in Scozia e altrove, hanno messo a disposizione manuali e liste di linee guida su come trattare la violenza di genere e invita i giornalisti a servirsene.

I “nostri” giornalisti dovrebbero da anni aver ricevuto materiale simile direttamente dal nostro governo, i cui rappresentanti o delegati hanno partecipato a incontri internazionali organizzati da Unione Europea e Nazioni Unite per discuterlo e poi diffonderlo. Poiché sui giornali italiani non ne appare traccia, devo dedurre che documenti e file siano stati allegramente dimenticati subito dopo che i partecipanti italiani alla loro stesura hanno posato sorridenti per le foto finali di rito. Maria G. Di Rienzo

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Odi gli uomini, ora?

Chiede l’articolista all’intervistata in un pezzo (6 ottobre 2017) il cui occhiello recita: “Così l’istruttore abusò di me – Una delle vittime della palestra di karate racconta il suo calvario (iniziato a 13 anni) e quello di cinque ragazzine (…)”

La coniugazione del verbo odiare alla seconda persona singolare (tu) fa “odii”. Con una “i” in meno significa “ascolti”, “senti”. Quindi, la ragazza sopravvissuta agli abusi ascolta gli uomini, oggi? “No. Certo, non è stato facile ma ho superato. Se ce l’ho fatta io se ce la possono fare altre. (…)” Sottoscrivo. Meno ascoltiamo stronzate, stereotipi, lagne, insulti e menzogne meglio è.

Ma bocciatura grammaticale e giochi di parole a parte, è la preoccupazione espressa dal giornalista a essere inaccettabile nell’intervista a una vittima di violenza: quella che lei resti disponibile ad avere relazioni sessuali con gli uomini. A questo servono le donne, assicuriamoci che nessuno si ponga domande sul loro posto nel mondo, se lo facciamo diventiamo odiatrici di uomini.

D’altronde, un secondo articolo dal titolo “Brescia, stuprate a 12 anni dall’istruttore di karate ed educatore in parrocchia: almeno sei minorenni vittime”, comincia così: “Da allieve del corso di karate a baby fidanzate – a 12 anni – dell’allenatore adulto.” La violenza sessuale su minori è equiparata a una relazione consensuale fra adulti (fidanzamento) codificata e accettata socialmente. Ciò edulcora e candeggia la portata delle violenze, rendendole in qualche modo razionalizzate e accettabili.

Infine, tutti gli articoli su quotidiani a tiratura nazionale che io ho scorso (cinque) riportano la valutazione della Procura per cui l’uomo (il perpetratore) “è incapace di contenere l’impulso sessuale”. E qui dobbiamo mettercela via, vi pare? E’ il raptus.

Pare che questo signore ne soffra addirittura dal 2003. Anni e anni di sofferenze che lo inducevano a organizzare “serate di sesso di gruppo” e a costringere “le giovanissime allieve a contattare uomini maturi in chat”. E’ evidente che era del tutto incapace di intendere e volere durante quei fugaci e confusi momenti.

Se a questo scenario aggiungiamo la catasta di menzogne con cui irretiva e soffocava molte delle sue vittime (l’esaltazione della loro “bellezza”, le dichiarazioni d’amore, l’assicurazione che ognuna era “la prima e l’unica”) manca solo il definirlo un “amante incompreso” e conferirgli il Premio S. Valentino 2017.

Odi gli uomini? Purtroppo. Per tutto il tempo fanno un fracasso infernale. Occupano strillando e sgomitando ogni spazio. A dire cose sensate, però, sono davvero in pochi. Maria G. Di Rienzo

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L’appello della CGIL affinché le donne scendano in piazza sabato 30 settembre prossimo.

cgil

AVETE TOLTO SENSO ALLE PAROLE

Volete togliere senso ai numeri che parlano di un dramma. Non sapete quanto pesa denunciare e quale scelta sia. Ogni denuncia porta con sé la nuova violenza di cronache morbose, pornografiche, che trasformano le vittime in colpevoli.

Non sapete dare un senso al silenzio che le donne scelgono, o a cui sono costrette e lo occultate nelle statistiche che segnano una lieve diminuzione delle denunce, seppellendo nei numeri il peso permanente della violenza, degli stupri, dei femminicidi.

Avete tolto senso alle parole quando trasformate la violenza contro le donne in un conflitto etnico, razziale, religioso.

Avete tolto senso alle parole quando difendete il vostro essere uomini, senza pensare all’ulteriore violenza che infliggete: donne nuovamente vittime, oggetto dei vostri conflitti di supremazia.

Quando riecheggia il fatidico “dove eravate?”, vorremmo noi chiedervi “dove siete?” Siamo uscite dal silenzio, abbiamo detto “se non ora quando” ed ancora “nonunadimeno”, abbiamo denunciato i diritti negati con la piattaforma CEDAW. Abbiamo colorato piazze, città, la rete, le nostre vite perché vogliamo vivere ed essere libere.

Reagiamo con la forza della nostra libertà all’insopportabile oppressione del giudizio su come ci vestiamo o ci divertiamo.

Ci vogliamo riprendere il giorno e la notte, perché non c’è un “mostro” o “un malato” in agguato, ma solo chi vuole il possesso del nostro corpo, della nostra mente, della nostra libertà. Non ci sono mostri o malati, ma solo il rifiuto di interrogarsi, il chiamarsi fuori che alla fine motiva e perpetua la violenza.

Le parole sono armi, sono pesanti lasciano tracce profonde ed indelebili, determinano l’humus in cui si coltiva la “legittimità” della violenza, la giustificazione dell’inversione da vittima a colpevole.

Ci siamo e continueremo ad esserci per riaffermare che la violenza contro le donne è una sconfitta per tutt* e ci saremo ancora perché vogliamo atti e risposte:

– La convenzione di Istanbul è citata, ma non applicata, farlo!

– La depenalizzazione dello stalking, va cancellata – ora!

– La cultura del rispetto si costruisce a partire dalla scuola, dal senso delle parole, si chiama educazione!

– Agli operatori della comunicazione tutt*, chiediamo che ci si interroghi e si decida sul senso dell’informazione, sul peso delle parole ed esigiamo la condanna di chi si bea della cronaca morbosa.

– Ancora una volta risorse e mezzi per i centri antiviolenza, case sicure, e norme certe per l’inserimento al lavoro.

– Vogliamo che venga diffuso e potenziato il servizio di pubblica utilità telefonico contro la violenza sessuale e di genere, adesso!

– Alla magistratura e alle forze dell’ordine, che venga prima la parola della donna in pericolo, della donna abusata, che non si sottovaluti, che non si rinvii, che si dia certezza e rapidità nelle risposte e nella protezione.

Chiediamo a tutt*, pesate le parole. Sappiate che non si può cancellare la nostra libertà.

women on the rise

P.S. n. 1: Come sempre, grazie alle mie diciassette divinità laiche per l’esistenza della CGIL (e del concetto di sindacato dei lavoratori / delle lavoratrici in generale);

P.S. n. 2: Da domani non ci sono, ci risentiamo il 28 settembre. Maria G. Di Rienzo

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sassi nella scarpa

Lasciate che me ne tolga uno dalla scarpa – di sassolini fastidiosi, intendo.

Il 9 settembre scorso, in relazione alla denuncia per stupro di due giovani americane a Firenze, scrivevo:

(… ) non si può neppure dimenticare che tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso.” (vari quotidiani, 9 settembre 2017, stessa vicenda)

Quest’ultimo dato presenta un certo grado di problematicità. Mi state dicendo che circa 135-180 denunce per stupro a Firenze, ogni anno, arrivano in tribunale e gli accusati sono giudicati non colpevoli? E tutte le denunce sono provate come inventate di sana pianta? Quindi, 135-180 donne (tutte americane?) ogni anno, a Firenze, sono controdenunciate e condannate per falsa testimonianza? Vorrei qualche verifica, su questo.

Naturalmente non sono stata la sola a pormi queste domande. Un/a giornalista, per deontologia professionale, dovrebbe farsele PRIMA di me o di voi, ma a quanto pare non è accaduto. A La Stampa sono arrivate parecchie richieste di verifica, che il giornale ha dapprima liquidato con giustificazioni fantasiose tipo “i dati sono veri ma non sono ancora confluiti nelle statistiche ufficiali”. Poiché ciò non è servito ad arrestare il flusso di coloro che chiedevano spiegazioni, alla fine il controllo lo hanno dovuto eseguire sul serio e il 12 settembre 2017, in una rubrica, il direttore Molinari così “chiude” la questione: “(…) la notizia in questione è stata pubblicata da La Stampa e da altri tre quotidiani il 9 settembre. La fonte che ce l’ha fornita l’ha più volte avvalorata, su richiesta dei lettori abbiamo svolto ulteriori verifiche senza trovarne le dovute conferme. Dunque l’abbiamo tolta dalla versione online dell’articolo in questione. Come è evidente tale processo di verifica delle fonti ha preso tempo, e di questo ci scusiamo con i lettori, ma ci ha portato a rispondere in maniera corretta alle richieste di delucidazione ricevute. Confermando il rispetto che questo giornale ha per le notizie ed i lettori.”

La fonte che ce l’ha fornita l’ha più volte avvalorata: come, se le ulteriori verifiche non la confermano? Con “Tutti sanno che le donne sono bugiarde”? Con “L’ho trovato su internet, lo giuro, per cui dev’essere vero.”? Con “Me l’ha detto mio cugino, un suo amico conosce un tipo che lavora in Tribunale.”? Comunque ok, grazie per il dichiarato (tardivo) rispetto “per le notizie ed i lettori”, ma che ne facciamo del danno che quella balla galattica ha provocato restando online per tre giorni?

Parlo delle vittime di violenza, direttore. Di quelle a cui il trafiletto sarà comunque sbattuto in faccia e non saranno credute, di quelle che da esso saranno umiliate, di quelle che subiranno violenza ulteriore perché avranno appreso – una volta di più – che denunciare stupri e aggressioni fa di loro delle colpevoli a priori. A ricevere le sue scuse, assieme all’impegno di non trattare mai più la violenza di genere con tale scervellata superficialità, dovrebbero essere loro. Resto in fiduciosa attesa.

Maria G. Di Rienzo

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Il 24 agosto scorso il cadavere di Gloria Pompili, 23 anni, è rinvenuto sul ciglio di una strada di Prossedi, in provincia di Latina. A un primo esame, poi confermato dall’autopsia, risulta che la giovane donna sia morta di botte. Gloria era una prostituta e cioè, secondo la narrativa in auge tesa a sfumare – disinfettare – ammorbidire la violenza inerente la prostituzione, una “sex worker” liberata e trasgressiva ecc. che se la gode moltissimo a fare sesso con uomini che non conosce e per cui non prova attrazione, che guadagna bei soldi e li usa per lo shopping “fashionista” e dandoci dentro finirà per comperarsi un attico molto trend in centro città. C’è persino la possibilità che un bellissimo miliardario si innamori di lei (“Pretty Woman” – 1990) e comunque il suo è solo uno stile di vita in cui lei ha il completo controllo della situazione e seduce poveri uomini ingenui come niente fosse (“The girlfriend experience” – 2009 film, 2016 serie televisiva)…

Il 19 settembre i due assassini, un uomo e una donna in coppia (lei parente della vittima, lui fratello del compagno di quest’ultima) che erano i magnaccia di Gloria, sono stati arrestati. La picchiavano regolarmente perché la giovane donna voleva uscire dalla prostituzione. La notte del 23 agosto, spiega La Stampa, “il pestaggio sarebbe andato oltre. Gloria Pompili ha subito la frattura di una costola, che le ha perforato il fegato, la milza, e provocato un’emorragia che non le ha lasciato scampo.” L’articolista definisce tale pestaggio mortale, avendo davanti agli occhi un quadro di violenza continua e premeditata, un “folle gesto”, perché è questo il “politicamente corretto” attuale: qualsiasi tipo di violenza contro le donne, anche quando le ammazza, è una spersonalizzata tragedia e chi ferisce e uccide è solo momentaneamente folle, obnubilato dal terribile raptus.

Gloria non ha potuto compiere le proprie scelte da viva e non avrà giustizia da deceduta – nemmeno il racconto in cronaca della sua vicenda gliela rende. Gloria è morta per i peccati di qualcuno (parafrasando Patti Smith) ma non per i propri. Maria G. Di Rienzo

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Dico a te, “La Repubblica”.

Il 15 settembre pubblichi un articolo dal titolo “La violenza delle coppie giovani, oltre una ragazza su dieci aggredita prima dei 18 anni” che presenta “uno dei pochi studi condotti nel nostro Paese sul tema, condotto su un campione di oltre 700 studenti delle scuole secondarie di secondo grado”.

“Di questo e temi collegati si parlerà – prosegue il pezzo – il 13 e 14 ottobre a Rimini in un convegno organizzato dal Centro studi Eriksson, dal titolo ‘Affrontare la violenza sulle donne – Prevenzione, riconoscimento e percorsi d’uscita’ nel quale una parte consistente sarà rappresentata dalla discussione della Teen dating violence, la violenza da appuntamento tra adolescenti e della violenza nelle giovani coppie. Si tratta, sottolineano gli organizzatori del convegno, di situazioni di violenza non facili da individuare e comprendere per le stesse ragazze che ne sono vittime, coinvolte da quello che dovrebbe essere il ‘primo amore’, ma che con l’amore e il rispetto che deve accompagnarlo non ha nulla a che fare.”

L’articolo contiene l’intervista a una delle relatrici, la psicologa Lucia Beltramini, che spiega: “Negli ultimi anni le riflessioni e gli interventi sul tema della violenza contro le donne e le ragazze hanno ottenuto maggiore diffusione e visibilità, e la volontà di realizzare interventi preventivi (…) Tali interventi non possono però prescindere da un’attenta analisi di quello che è il contesto sociale e culturale nel quale ragazzi e adulti si trovano a vivere, un contesto ancora fortemente permeato, anche a livello mediatico, da modelli stereotipati di maschile e femminile e rapporti tra i sessi poco improntati alla parità.”

Ma la conclusione a cui il testo sembra arrivare è che la colpa sia delle femministe: “Uno dei problemi maggiori nell’affrontare il fenomeno è la necessità di spiegare ai ragazzi che quanto stanno vivendo è violenza, non normalità, poiché spesso tali atti non sono riconosciuti come violenza e inaccettabili. In particolare, comportamenti di dominazione e controllo sono scambiati per segni di interessamento e amore. “Non vuole che parli con altri perché sono sua, ci tiene a me”, si sente dire alle ragazze, frasi che fanno chiedere dove siano finite le battaglie femministe nelle quali al centro si poneva ben altro concetto, quel “io sono mia” fondamento dell’autodeterminazione.”

Repubblica, assieme a una valanga di altri giornali e pubblicazioni ci hai triturato le ovaie per anni con concetti quali “la fine del femminismo”, “l’inutilità del femminismo nella società moderna”, “gli errori del femminismo”, “l’obsoleto femminismo che non capisce/vede…. (aggiungi il termine che preferisci)”, “il nuovo femminismo della scelta”, “prostituzione e pornografia sono manifestazioni del femminismo” eccetera.

Dove sono finite le lotte femministe? Non sono finite. Stiamo ancora lottando. Ma se non volete vederci non ci vedrete, è molto semplice. Per esempio, TUTTA la legislazione che in Italia riguarda diritto di famiglia, divorzio, interruzione volontaria di gravidanza, accesso ai diritti civili per le donne, violenza di genere si è generata da quelle stesse lotte. Se avessimo aspettato la buona volontà dei politici e dei governanti a quest’ora nella redazione de “La Repubblica” le donne presenti sarebbero unicamente quelle che puliscono gli uffici o preparano il caffè. Non occorre che ci diciate “grazie”, ma almeno smettete di sputarci in faccia. Maria G. Di Rienzo

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