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Alle quattro del pomeriggio non c’è ancora niente: gli articoli sono sempre quelli che annunciano la manifestazione contro il ddl Pillon, per lo più trafiletti a fondo pagina, ma nessuno dei maggiori giornali italiani la copre. Cerco di giustificare la cosa dicendomi che molte iniziative sono ancora in corso. Alle otto di sera ho girato il web in lungo e in largo e trovato solo qualche video (con 0, 3, 4 e 79 visualizzazioni – solo l’ultimo era corredato da commenti, le farneticazioni di due insultatori), ma almeno uno di essi era la copertura giornalistica del TG3 – breve e un po’ tirata via: si poteva per esempio indugiare sul documento mostrato da una manifestante un paio di secondi in più, era uno scritto esemplare per concisione e chiarezza e sarebbe servito a chi della questione non sapeva nulla.

Poi mi sono arresa. In circa 60 città si protesta e la cosa non è giudicata degna di approfondimento. E’ vero, c’era Torino con i suoi 40.000 “senza bandiere per il sì alla Tav” (i tesserini di partito però non li hanno contati) e c’era Roma con un più che necessario corteo antirazzista (100.000 partecipanti secondo gli organizzatori), ma non è una spiegazione sufficiente per l’indifferenza dei media, stante anche l’impressionante lista di associazioni e movimenti che hanno promosso l’iniziativa, fra cui la CGIL che è il principale sindacato italiano.

“Come abbiamo più volte denunciato – era la dichiarazione della CGIL – si tratta di un ddl che vuole riportare le donne indietro di cinquant’anni, non mette al centro il benessere dei bambini, ostacola la separazione rendendola di fatto accessibile solo a persone con reddito elevato, manca nella tutela dei diritti dei minori e soprattutto delle donne in situazioni di abusi e violenza”.

Temo che il “difetto”, per le direzioni dei giornali, stesse a monte: chi chiamava alla mobilitazione, per la maggior parte, erano associazioni e movimenti femministi e contro la violenza di genere – qualcosa da tenere sotto coperchio per quanto possibile. Le donne che sei costretto a intervistare e filmare non sono manichini sorridenti intercambiabili, ma creature pensanti, parlanti e splendidamente diverse l’una dall’altra in ogni caratteristica umana. Rischiano di suggerire non solo l’idea, già fonte di turbamento, che la cittadinanza femminile italiana abbia opinioni e voglia ascolto, ma che il palinsesto “donna” del giornale fatto di cosmetici, diete, moda e concorsi di bellezza non sia ne’ descrittivo della loro condizione ne’ soggetto del loro interesse. E questo, diciamocelo, è davvero intollerabile. Per gli uomini che controllano i media, s’intende.

Maria G. Di Rienzo

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Emmanuel Macron è Presidente della Francia dal 14 maggio 2017. Salutato all’inizio come il “salvatore liberale” da una più che possibile deriva di destra nel paese, sta attualmente vedendo scemare il consenso nei suoi confronti. Dire perché non è difficile: il maggior potere di intervento che detiene rispetto agli altri Presidenti europei lo ha usato per tagliare i fondi di sostegno agli alloggi per studenti, per opporsi a tassazioni più alte per i ricchi, per spingere una “riforma del lavoro” che ha eroso i diritti dei lavoratori e beneficiato solo i padroni, per tagliare le pensioni.

Il suo Ministro per l’Ambiente si è dimesso. La sua Ministra per lo Sport si è dimessa. Uno dei deputati del suo partito si è dimesso paragonando quest’ultimo al Titanic. Infine, si è dimesso anche il suo Ministro dell’Interno – e gli ci sono volute due settimane per trovare qualcuno disposto a rimpiazzarlo. Il suo atteggiamento nelle interazioni con la gente comune è di solito sprezzante; ha risposto malamente (e a sproposito) a legittime questioni a lui rivolte da studenti, pensionati, disoccupati, sindacalisti eccetera.

Voglio dire: se devi imbastire della satira su Macron, le azioni che ha compiuto da quando ricopre la carica di Presidente sono più che sufficienti. Perciò, signor Grillo, cosa c’entra sua moglie? Perché dovrebbe farci ridere la sua affermazione per cui “il vibratore della collezione più vecchia (di Brigitte Trogneux) ha le pile scariche”? Dopo Montalcini (vecchia puttana) e Boldrini (da maneggiare in automobile) e le “veline del PD” il campo del sessismo a cinque stelle si è allargato a livello internazionale?

E’ vero che molti uomini non riescono a entrare in conflitto o persino solo a discutere con i loro pari senza passare da insulti / umiliazioni sessuali rivolti a donne con cui costoro hanno relazioni – ma è davvero roba vecchia, signor comico, da sagra paesana o da sottoscala di oratorio. L’attualità, per contro, offre molteplici occasioni a chi fa il suo lavoro. Dia un’occhiata solo a questa notizia: stamattina sui giornali c’è l’annuncio che il Portavoce M5S al Parlamento Europeo, Marco Valli, si è autosospeso per aver, a suo dire, “commesso un errore”.

In effetti, quando elencò le proprie credenziali da candidato, nel 2014, mise nella lista una laurea in Economia aziendale alla Bocconi che non ha mai conseguito. Uno sbaglio. Può capitare a tutti. Io per esempio scrivo sempre di essere la regina Maria di Scozia – in omaggio a una delle mie nonne – nelle mie biografie. Poi, quando come per il suo parlamentare il Sole 24 Ore mi fa notare che la credenziale sparisce dai testi, mi autosospendo da nipote. Il curriculum di Valli, misteriosamente, è svanito da internet senza lasciare traccia – una minima, minuscola traccia di umana decenza: non c’è.

Maria G. Di Rienzo

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Sul numero di ottobre 2018 della sua rivista, Der Spiegel pubblica una lunga intervista alla vinificatrice Albiera Antinori, condotta dalle giornaliste Isabell Hülsen e Susanne Amann. Non sono particolarmente interessata al mercato dei vini ne’ alle abbienti dinastie familiari italiane, ma è interessante notare come persino i ricchi – nonostante i condoni e le offerte e i lecchinaggi – giudichino negativamente l’attuale governo. Questa è la traduzione della parte relativa:

“DER SPIEGEL: La famiglia Antinori non è solo un’istituzione nel mondo del vino, ma è anche una delle più antiche dinastie italiane ed è senza dubbio parte della classe dirigente. Il nuovo governo a Roma, tuttavia, ha attratto gli elettori con una retorica aggressiva anti-establishment, con il ministro degli Interni Matteo Salvini a fare da guida. Lei si sente attaccata personalmente?

Antinori: Be’, la Toscana per tradizione sta politicamente a sinistra, perciò siamo abituati a simili approcci.

DER SPIEGEL: Cosa pensa dell’attuale governo?

Antinori: E’ una domanda delicata. Lasciate che la metta così: dopo neppure sei mesi, è difficile dare giudizi su questo governo perché nulla è stato fatto, a parte un mucchio di rumore e di strilli. Ma non occorre neppure dirlo: questo chiasso è preoccupante. E ciò che mi preoccupa di più è che sembra essere in corso una vera e propria caccia alle streghe.

DER SPIEGEL: Sta alludendo alle accuse che hanno cominciato a volare in giro dopo il crollo del ponte stradale a Genova, otto settimane fa.

Antinori: Quando accade qualcosa è sempre colpa degli altri: l’Unione Europa, la famiglia Benetton. Questo non ci porta da nessuna parte. L’Italia ha definitivamente bisogno di muoversi in avanti con un governo che dica dove vuole andare in futuro. La gente è stanca di burocrazia complicata, di soldi buttati via. E’ pericoloso continuare a versare olio sul fuoco. Ma l’Italia non è l’unico posto in cui ciò sta accadendo oggi.

(…)

DER SPIEGEL: A breve termine, però, lei potrebbe beneficiare di una “flat tax” al 15 o al 20%. Sarebbe probabilmente molto meno di quanto paga di tasse attualmente.

Antinori: No, questi piani saranno modificati, come devono essere. Ciò che era stato annunciato come una benedizione per tutti beneficerà solo pochissime persone. Lo stesso si applica, d’altra parte, all’impegno a tagliare le “pensioni d’oro” ai parlamentari. Non è così facile da fare e funzionerà solo per pochissimi di loro. Ma la questione decisiva è il reddito di base (ndt.: “reddito di cittadinanza”)…

DER SPIEGEL : … paragonabile ai benefici “Hartz IV” tedeschi per i disoccupati.

Antinori: In questo modo il Movimento cinque stelle ha preso i voti nel sud d’Italia. In un paese normale, ha del tutto senso che lo stato si prenda cura delle persone che non riescono a trovare un lavoro. E’ così che funziona in posti come la Svizzera e la Germania. Ma l’amministrazione italiana è talmente disastrata che difficilmente si potrà implementare la cosa.

DER SPIEGEL: Se lei pensa che alla maggioranza dei piani non seguirà implementazione, potremmo considerarlo rassicurante, non crede?

Antinori: Ciò che veramente mi disturba è che l’opposizione politica è in pratica scomparsa. Ne’ i conservatori ne’ la sinistra hanno qualcuno che si opponga seriamente a questo governo. Dove sono? Può essere una tattica del tipo “lasciamoli strillare”. Ma ora abbiamo bisogno di gente che prenda posizione e dica: “Stop, non potete fare questo.”

DER SPIEGEL: Il governo dà la colpa dei problemi economici dell’Italia alle rigide regole sul bilancio dell’Unione Europea, che renderebbero impossibili gli investimenti finalizzati a innescare la crescita.

Antinori: Senza Europa l’Italia è perduta! Lasciare l’UE non è un’opzione. Il governo perciò sta giocando col fuoco. E’ facile dire che è colpa dell’Unione Europea, ma è come nel nostro detto: piove, governo ladro. E’ un bene per l’Italia avere l’UE a guisa di fratello maggiore che dice: “Stai spendendo troppo”. Ovvio, alcune regole sono difficili e bisogna parlare degli investimenti necessari. Ma l’Italia deve tagliare la sua spesa fuori controllo. Ci sono sempre meno funzionari statali e tutto procede lentamente. Veramente non so dove i soldi vadano a finire.

DER SPIEGEL: Come capitana d’industria, affronta questioni politiche per assicurarsi che la sua voce sia ascoltata a Roma?

Antinori: Nell’industria vinificatrice abbiamo le nostre associazioni per fare questo.”

C’è anche, nell’articolo, un piccolo delizioso riferimento alla condizione femminile in Italia, eccolo qui:

“DER SPIEGEL: Nei 633 anni da che la compagnia commerciale esiste, lei è la prima donna alla guida. Le ispira qualche sentimento in particolare?

Antinori: Non ho mai dovuto affrontare la questione dell’essere una donna, perché ero nella fortunata posizione del non avere fratelli maschi. Solo mio padre poteva scegliere: passare tutto a una donna oppure a qualcuno che non apparteneva alla nostra famiglia. Il più grande problema, per me, è che sono entrata nell’azienda molto giovane, senza una laurea. Alle femmine non serviva studiare, si diceva all’epoca. Ho dovuto imparare un mucchio di cose nel modo più difficile. Oggi non sarebbe più possibile. Gli affari sono troppo complessi per una cosa del genere.”

Maria G. Di Rienzo

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La notizia dello stupro e del pestaggio di una migrante nigeriana 24enne, avvenuti nel 2017 in un centro accoglienza, ha raggiunto i media il 31 ottobre scorso. Gli aggressori, tutti suoi connazionali fra i 21 e i 37 anni, erano cinque: uno l’hanno ritrovato già in galera per omicidio di un altro nigeriano, tre li hanno arrestati e l’ultimo è latitante.

La Repubblica e La Stampa hanno lo stesso titolo “Bari, violentata dal branco nel centro di accoglienza: quattro arresti dopo la sua denuncia”; il primo quotidiano spiega che la giovane è stata “costretta, sotto la minaccia di un’arma da taglio, a subire un rapporto sessuale non consenziente“, il secondo dà conto delle minacce ricevute dalla vittima già al suo arrivo affinché iniziasse a prostituirsi per pagare i debiti di viaggio e della sua fuga dagli aspiranti magnaccia, poi racconta che nel centro di Bari-Palese “sin da subito, è stata oggetto di attenzioni sessuali da parte di un suo connazionale, “Egbon”, che l’ha varie volte importunata. La ragazza si è opposta in più occasioni fino a quando, una sera, è stata minacciata di morte dall’uomo, armato di coltello. E’ stata poi attorniata dal branco, colpita da tutti ripetutamente con schiaffi e pugni al volto, e trascinata in una stanza. A quel punto Egbon ha consumato il rapporto sessuale con la donna, mentre gli altri impedivano l’accesso alla camera ad estranei, e successivamente ha continuato a picchiarla brutalmente”.

E’ scoraggiante notare che, probabilmente, dovrò continuare a ripetere le stesse cose sino alla mia dipartita da questo mondo (ma per fortuna non sono la sola a dirle).

Allora, il branco: i branchi sono composti da animali, che solitamente in branco vivono e/o cacciano (ma in branco non violentano); le associazioni di esseri umani a scopo di reato possiamo chiamarle “gang”, “gruppi di delinquenti/perpetratori”, “bande” eccetera. Equiparare gli stupratori agli animali suggerisce una minore responsabilità dei primi, un contesto in cui le loro azioni appaiono istintive e naturali, non scelte precise di infliggere dolore, quali in effetti sono.

Un rapporto sessuale non consenziente si chiama stupro. Ricevere ripetute molestie sessuali non significa ricevere attenzioni sessuali. Il violentatore non ha consumato il rapporto sessuale con la donna (ha poi ha ritirato lo scontrino per la consumazione?), l’ha stuprata. Tutta questa terminologia continua a suggerire che lo stupro è solo sesso, sesso un po’ forzato e condito di botte (ma alle donne sotto sotto questo piace, non è vero?), ma sempre buon sesso – finché c’è un maschio che ne gode, cosa ne pensi la femmina coinvolta non è davvero importante. Lo stupro è violenza, punto e basta, e come tale deve essere descritto se non si vuole essere complici della cultura che lo genera e lo giustifica.

Signori giornalisti, provate a trattare un sequestro a scopo di rapina con la stessa incompetenza e (volontaria o meno) connivenza, metteteci come titolo: “Aggredito dal branco nel parcheggio: quattro arresti” e scrivete che il tizio assalito da tot persone affinché consegnasse loro il portafoglio “ha effettuato una donazione non consenziente di denaro” e che i suoi aggressori “hanno consumato la violazione di legge ricevendo il contenuto del borsellino”. Il redattore capo darebbe l’ok, secondo voi? Continuereste a lavorare in quella redazione, indisturbati? Giusto, le risposte sono due “no”. Quindi spiegatemi perché ciò che è intollerabile per tutto il resto degli esseri umani vittime di violenza devono tollerarlo le donne.

Maria G. Di Rienzo

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fading rose

Dalla stampa, ieri 24 ottobre 2018:

“«Avevo una rosa rossa che avrei voluto portare» sul luogo dove è stata trovata morta la sedicenne Desirée Mariottini, «se questi imbecilli fossero stati altrove». Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, lasciando via dei Lucani in seguito alle contestazioni che gli hanno impedito di accedere allo stabile abbandonato. «Si sta lavorando per mettere in galera questi vermi, queste bestie. Procura e questura hanno già le idee chiare. Stanno facendo i riscontri del caso. Temo che anche questa volta siano tutti cittadini stranieri. Va resa giustizia a questa ragazza, punto».”

“Il ministro dell’Interno Matteo Salvini è tornato in via dei Lucani, nel quartiere di San Lorenzo, dopo le contestazioni di questa mattina, ed ha deposto una rosa bianca davanti all’ingresso dello stabile dove è stata trovata morta Desirée Mariottini. Il vice premier questa mattina era stato contestato dai residenti e dalle femministe che avevano appeso striscioni di protesta.”

Dalla rosa rossa a quella bianca sono passate due ore: forse il fiore si è scolorito nel frattempo, ma il punto è un altro – una persona che ha usato e usa il sessismo per attaccare e insultare le donne che identifica come “nemiche” può tenersi le rose a casa, in un bel vaso, perché non ne abbiamo bisogno e non le vogliamo.

Due giorni prima, il 22 ottobre, l’Italia ha consegnato il suo rapporto sullo stato di implementazione della Convenzione di Istanbul al GREVIO, il gruppo di esperti sulla violenza di genere del Consiglio d’Europa con sede a Strasburgo, che lo ha immediatamente pubblicato in accordo alle procedure vigenti (e io ho scaricato il file). Il gruppo ha programmato una visita di valutazione in Italia nella primavera del 2019.

Il documento consiste di 208 pagine (200 circa sono di “faremo”) e comprende il “Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2017 – 2020” a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le pari opportunità.

Ma sapete, al GREVIO non si possono mandare bambole gonfiabili, performer di “burlesque” o mazzi di rose come prova della squisita sensibilità politica italiana nei confronti delle donne e meno che mai per comprovare l’aderenza agli standard richiesti dalla Convenzione, perciò saltano fuori paragrafi come questo: “Contrastare gli stereotipi e tutte le forme di comunicazione che sono dannose per la dignità di donne e bambine/i, oltre a essere un obbligo per gli Stati (articolo 12 della Convenzione di Istanbul), è un’intersezione essenziale per l’efficace prevenzione della violenza maschile contro le donne, giacché contribuisce ad evitare false rappresentazioni del genere femminile e a incoraggiare il riconoscimento e la stigmatizzazione di tutte le forme di violenza contro le donne, nel mentre promuove i necessari cambiamenti culturali.”

Oppure l’Allegato C, “Linee d’indirizzo sulla “Formazione”. – L’esperienza maturata suggerisce che le azioni necessarie a prevenire e contrastare la violenza debbano prevedere una formazione integrata e multidisciplinare che contribuisca a fornire a tutti gli operatori e a tutte le operatrici coinvolti una visione comune fondata sulla cultura di genere (…)”

Cioè, esattamente quello che non sa, non capisce e non crede un individuo convinto che “Frozen” faccia diventare lesbiche le bambine e che “la Boldrini” debba solo stare zitta.

Le ultime statistiche sulla violenza di genere in Italia in mio possesso si riferiscono al 2016, attestano che il nostro paese ha uno dei più alti tassi di femicidi in Europa e riportano questi numeri: 149 donne uccise, 59 dal partner attuale, 17 da un ex partner, 33 da un membro della famiglia e 9 da una persona che conoscevano.

Temo che anche questa volta siano tutti cittadini stranieri. Purtroppo no, la maggioranza è italiana. E ancora purtroppo, gli assassini e gli stupratori del rapporto 2016 hanno un solo tratto comune, sono tutti uomini.

Maria G. Di Rienzo

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Ve la ricordate, la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, detta più semplicemente “Convenzione di Istanbul” e firmata dall’Italia nel 2013? La maggioranza di chi fa politica in Italia non solo se l’è scordata ma probabilmente non sa neppure di cosa si tratta (ne’ che è un trattato vincolante per i paesi che lo hanno sottoscritto).

All’art. 3 la Convenzione spiega correttamente cos’è il “genere”: è composto da “i ruoli socialmente costruiti, i comportamenti, le attività e gli attributi che una determinata società considera appropriati per donne e uomini” e cos’è la “violenza basata sul genere contro le donne”: è “violenza che è diretta contro una donna perché è una donna o che interessa le donne in modo sproporzionato”.

La Convenzione dice questo giacché è assodato da decenni di studi e analisi che gli stereotipi di genere sono sia inneschi sia alimentatori della violenza contro le donne. Metterli in discussione è precisamente quel che ogni nazione firmataria dovrebbe fare, ovunque: nei parlamenti e sedi decisionali, sui luoghi di lavoro, nel volontariato, nelle scuole. E qui salta fuori, appunto, un titolo de La Repubblica di ieri: Terni. “Bambole azzurre, soldatini rosa”: il no gender a scuola bloccato dalla Lega.

Wow, gli eroici difensori delle piccole patrie regionali hanno bloccato il “no gender”! Viva Salvini che salva i bambini dall’infrocimento coatto! Ma un momento… cosa cavolo è il “no gender”? Be’, lo ignora persino chi ha redatto l’articolo, pare, perché esso comincia così: No al gender nelle scuole. No gender, gender, agender segreto? In italiano si chiama genere. Di che si tratta è scritto sopra.

I fatti: il Forum Donne Amelia, con il sostegno delle Consigliere di Parità della Provincia di Terni, organizza un’iniziativa per gli alunni/le alunne della scuola primaria di una frazione del Comune, mirata a educare alla “parità tra donne e uomini”.

L’assessorato alla Scuola del Comune stesso, tramite la sua responsabile Valeria Alessandrini dà inizio a una protesta… su Facebook. Adesso la politica si fa così, con i tweet, i post e gli sms (solo che non è politica, è chiacchiera da bar al meglio e propaganda ignorante al peggio): “Rispetto per tutti – scrive Alessandrini – ma giù le mani dai bambini. Nelle scuole di Terni non entrerà mai un progetto del genere. Come assessore della Lega esprimo fin da subito il mio disappunto. La scuola non può e non deve sostituirsi alla famiglia”. In breve, l’esperienza chiude dopo due incontri e le organizzatrici sono costrette a spiegare l’ovvio e cioè che non c’è nessuna ideologia giender occultata biecamente nel diffondere il concetto di eguaglianza e nel contrastare gli stereotipi di genere.

Valeria Alessandrini, dice l’articolo, ha ribadito “il suo impegno contro la discriminazione femminile e la violenza sulle donne.” E in che consiste tale impegno se della questione dimostra non solo di non sapere nulla, ma di non essere neppure intenzionata ad ascoltare chi qualcosa ne sa?

La violenza di genere in Italia, che ha cifre allucinanti e che rovina ogni giorno un bel po’ di vite (e ne spegne una ogni paio di giorni) non può essere usata come veicolo per strillare a casaccio indignazione complottista. Farlo significa avere rispetto zero e ascolto zero per le vittime, non essere in grado di decostruire ne’ discriminazione ne’ cultura della violenza e quindi non essere in grado di disegnare o sostenere politiche appropriate.

A meno che il palco su cui scende la bambola gonfiabile che “assomiglia alla Boldrini” sia considerato più adatto ai bambini delle bambole azzurre e dei soldatini rosa. Sulla condizione femminile in Italia è stato di una precisione inarrivabile.

Maria G. Di Rienzo

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Lo dico io, prima che qualche benaltrista solo lo pensi: ci sono un milione di argomenti e fatti più gravi e più urgenti di quello che sto per trattare. Ma non è un caso se l’ho scelto – è l’esempio perfetto di come ormai si discute in Italia di qualsiasi cosa, mai affrontando il merito delle questioni e concentrandosi piuttosto sull’umiliare gli oppositori o i dissenzienti (se costoro sono donne il primo bersaglio è il loro aspetto, poi vengono la loro vita privata e la loro rispondenza a stereotipi di genere vecchi almeno di qualche secolo). Tale metodo con cui si affrontano le questioni e si svolgono i dibattiti relativi influisce inevitabilmente sui risultati: rende molto più probabile non risolvere nulla.

Seconda doverosa premessa: non ho simpatia personale per entrambe le protagoniste della vicenda e per le sfere politiche a cui fanno riferimento. La vicenda è questa: Cristina Parodi, giornalista della Rai, parla a Radio 2 dell’ascesa politica di Salvini, sostenendo che essa è stata favorita da “una componente di rabbia, ma anche di paura e ignoranza”. Per inciso, è un’analisi condivisa da numerosi commentatori politici esteri.

Immediatamente, alcuni parlamentari leghisti chiedono alla Rai di licenziare la giornalista. La signora Sonia Avolio di Fratelli d’Italia ritiene invece di doverle rispondere con un proprio video su Facebook. I giornali assicurano che costei, assessore al Commercio e alla Produttività del Comune di Cascina, ha la delega alle Pari Opportunità, sebbene il sito del Comune non la riporti nella lista che la riguarda (ci sono Commercio e Produttività, Merito e Sussidiarietà, Disabilità, Artigianato, Rapporti con Associazioni di Categoria, Tutela dei Consumatori, Politiche di Sviluppo delle Piccole e Medie imprese). Sempre dalla stampa rilevo la sua qualifica di “omeopata”.

En passant, mi lamento da tempo del vedere come le “pari opportunità” finiscano sovente in mano a persone completamente ignare degli intenti e del processo che hanno creato il concetto e pertanto incapaci di utilizzarlo in modo corretto.

Tornando al video, la sua autrice ha questo da dire: Cristina Parodi è la vera ignorante, perché ignora di essere cornuta – “(…) non sa più quante corna ha. E allora glielo dico io. Una per ogni lentiggine, se riesce a contarsele.” – e farebbe meglio ad andarsene fra i “tegami” con la sorella (Benedetta, che conduce programmi culinari).

Immagini chiave: una donna tradita è colpevole – evidentemente non è abbastanza “bella e brava” per meritare la fedeltà del marito; una donna è presuntuosa se ha opinioni politiche – è meglio che stia al suo posto, in cucina – ma allora la signora Avolio cosa ci fa in Fratelli d’Italia e al Comune di Cascina?

Le reazioni sui social media non sono state quelle entusiastiche che probabilmente Avolio aspettava.

E’ dovuta passare dal definirsi una “dura” (“Mai stata delicata: sono nata a Livorno!”) all’appellarsi alla libertà di parola (“Il mio parere è libero.”), che però purtroppo non è libertà di insulto.

Nel frattempo, la sua sindaca Susanna Ceccardi – nominata da Salvini consigliera per il programma di governo – la scarica: “Ha fatto tutto da sola.”, e alla fine decide per le scuse (riportate in modo letterale): “Chiedocscusa se qualcuno si è sentito offeso dal mio video : volevo fare ironia e non mi è riuscito .Sono greve , non cattiva .”

E questa è la parte conclusiva del metodo di discussione che citavo all’inizio: indicare come responsabili del trambusto quelli che hanno reagito… perché non hanno capito, perché sono ipersensibili, perché non hanno il senso dell’umorismo! Era ironia, anche se riuscita male. Se qualcuno si è sentito offeso (a essere offesa, citata con nome e cognome, è stata in verità una persona precisa, a cui le scuse non sono rivolte) mi dispiace di aver urtato i suoi delicati sentimenti e chiudiamola qui. Comodo.

Riesco a immaginare lo sconcerto dell’ironica, probabilmente riflesso nella fretta con cui sono state digitate le “scuse”. Com’è potuto accadere? Dopotutto si era comportata bene, proprio come “uno dei ragazzi”, gliele aveva cantate chiare alla femmina che aveva osato passare i limiti.

Io le credo, quando assicura di non essere cattiva. Vorrei che lei credesse a me se le dico che usare il sessismo contro altre donne non la rende più degna o più “tosta” agli occhi di nessuno, o meno donna lei stessa.

Maria G. Di Rienzo

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