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Archive for the ‘Arte’ Category

(“Arianrhod’s Joy”, poesia e immagine di Gaia Woolf-Nightingall. L’Autrice trae ispirazione dalle tradizioni spirituali basate sulla Terra e dalle mitologie celtiche che si rifanno alla sua propria origine. Non esprime tutto ciò solo con parole e immagini, ma con la creazione di orti e giardini – ha studiato orticoltura organica in Irlanda.)

Arianrhod

LA GIOIA DI ARIANRHOD (1)

Una figura nera stilizzata contro lo scuro orizzonte.

Braccia sollevate a salutare il vasto buio cielo.

E nel mezzo di delicati attimi, la signora dei destini attrae in basso la carne del multiverso.

Una ruota di luce nasce al suo comando, facendo piovere le stelle dell’eventualità.

Il calderone del fato, vita e morte, gorgoglia e bolle attorno a lei.

Una rossa, calda pulsar (2) che si manifesta.

La soglia fra terreno ondeggiante, cielo nero e il mare della sorte è illuminata.

E in ritmo vibrante un mondo sorge fra le sue braccia sovrane:

un inizio, una nascita, vita, morte e declino, tutto contemporaneo e incessante.

Uno spirito concreto si spinge in avanti nell’immenso cosmo.

La signora della ruota d’argento guida le mani di coloro che sono, che sono stati e che saranno.

Tessendo sogni e fortuna con il suo fuso scintillante.

Lei è, lei si erge, ricolma e intera in se stessa.

La Regina regnante delle Stelle.

(1) Arianrhod, il cui nome è comunemente tradotto come “ruota d’argento” e collegato alla luna piena, appare nei due testi gallesi più antichi: il Mabinogion e le Triadi – Trioedd Ynys Prydein, con due storie differenti ma con identica “potenza”. In Galles vi è ancora una formazione rocciosa costiera denominata Caer Arianrhod, il Castello di Arianrhod.

(2) termine il cui significato originario è “sorgente radio pulsante”, indica una stella di neutroni. La costellazione della Corona Boreale, che nella mitologia occidentale è il diadema d’oro donato da Dionisio a Arianna, nella mitologia gallese è la regale corona di Arianrhod (le stelle che la compongono sono disposte a semicerchio e suggeriscono l’associazione).

corona borealis

(Corona Borealis)

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our body our choice

Davvero. Se avete la passione per la “nail-art” anche questa, come tutte le arti, può diventare attivismo. E’ il caso del salone per unghie “Tropical Popical” a Dublino, in cui Andrea Horan (l’immagine sopra è di un suo lavoro) fa politica per e con le donne in questo modo: “Un minuto stiamo discutendo dei brillantini rosa, un minuto dopo dei diritti riproduttivi delle donne.” Nello scorso settembre il locale era sovraffollato durante i giorni precedenti la Marcia delle Donne per il diritto all’interruzione di gravidanza: le clienti volevano unghie che trasmettessero messaggi coerenti con la protesta.

Attualmente Andrea sta chiedendo loro come voteranno alle elezioni generali del prossimo febbraio; pensa che “se quest’armata di donne si mobilita (artiste e clienti) ci saranno più voci femminili a chiedere che le istanze relative alle donne diventino priorità”.

Le due immagini seguenti appartengono a Ami Vega, dominicana-statunitense che ha aperto il suo “El Salonsito”, dopo averlo sognato sin da ragazzina, a New York.

be free

“Visto da distante, il mio lavoro può sembrare fatua vanità, ma io lo vedo come un’opportunità per aiutare le persone a esprimere se stesse.” E così, sulle unghie create da Ami, si celebrano sorellanza, cultura e forza delle donne. Maria G. Di Rienzo

black lives matter

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Rebeca Lane - foto di Cynthia Vance

Rebeca Eunice Vargas, in arte Rebeca Lane (in immagine), è nata a Città del Guatemala il 6 dicembre 1984, nel pieno della guerra civile che stava devastando il suo paese. Il nome Rebeca le è stato dato in memoria di una zia, rapita da agenti del governo militare nel 1981 per la sua attività politica e conseguentemente “scomparsa”.

Sin da giovanissima, Rebeca è stata un’attivista nelle organizzazioni che investigavano sui loro familiari rapiti o uccisi dall’esercito e nei movimenti per il cambiamento sociale, movimento femminista compreso. Ha deciso che le sue capacità artistiche potevano essere usate per esporre e condannare la violenza e così è diventata una “artivista”: teatro, cabaret, musica, programmi radiofonici, poesia, graffiti, danza… Rebeca partecipa a gruppi o ha fondato gruppi in tutti questi campi, ma è maggiormente nota come artista hip hop.

La settimana scorsa era in tour in Canada. Jackie McVicar, che lavora con i difensori dei diritti umani in Guatemala dal 2004, ha coordinato le date delle performance di Rebeca e in un lungo articolo del 14 novembre u.s. ha descritto il suo lavoro e l’ha intervistata:

“In ognuno dei suoi spettacoli sulla costa orientale del Canada, durante il suo primo tour nel paese, Lane ha dedicato un brano alle 56 ragazze che bruciarono in un incendio mentre erano chiuse a chiave in “rifugio” statale l’8 marzo 2017. Quarantuno di esse morirono immediatamente tra le fiamme per l’inalazione di fumo e le ustioni, le altre morirono nelle ore e nei giorni seguenti. Lane racconta la storia di come i giovani – ragazzi e ragazze – presi in carico dallo stato abbiano denunciato torture, abusi sessuali, prostituzione coatta e violenze subite nei rifugi.

“Nove delle 56 ragazze erano incinte nel momento in cui sono state uccise. – ha detto Lane – E nessuna di esse era arrivata incinta al rifugio.” (…) Erano rinchiuse da 12 ore in una piccola aula con 22 materassi, senza cibo e senza il permesso di andare in bagno quando diedero fuoco a un materasso per attirare l’attenzione della polizia affinché le porte fossero aperte. Ma la polizia non rispose. Invece, secondo i resoconti delle sopravvissute, i poliziotti schernirono le ragazze chiamandole “puttane” e dicendo che se erano state tanto coraggiose da cercare di scappare la notte prima, avrebbero dovuto essere abbastanza coraggiose da sopportare le fiamme. Successivamente, i poliziotti hanno dichiarato di non aver aperto le porte perché non riuscivano a trovare le chiavi. (…)”

Rebeca ha spiegato che ciò ha cambiato completamente il significato dell’8 marzo per il Guatemala. E pur ritenendo lo stato responsabile per il massacro delle ragazze, ci tiene a sottolineare che la maggioranza delle aggressioni le donne le ricevono per mano dei loro fidanzati, compagni, mariti, padri, fratelli: “Ogni mese (in Guatemala) 62 donne muoiono di morte violenta. Ciò significa 15 donne a settimana. L’anno scorso ci sono 739 morti violente. Quest’anno, contando solo sino alla fine di settembre, le donne uccise sono state 588: 373 per colpi d’arma da fuoco, 144 strangolate, 63 uccise a coltellate. Otto donne sono state smembrate e 1.034 ragazzine minori di 14 anni sono state stuprate e lasciate incinte, impossibilitate a ottenere un aborto legale.”

Rebeca Lane è una femminista visibile e molto attiva in un ambiente ostile verso le donne e verso chi difende i diritti umani. Sa che rischia la vita, ma non vede altra opzione se non continuare: “Mi sento in pericolo, certo. Ma in Guatemala è facilissimo essere uccise in qualunque modo. Preferisco almeno testimoniare, piuttosto che non fare niente.” E lo mette in musica con queste parole: “Io voglio vivere, non sopravvivere. Voglio uscire per le strade senza aver la sensazione di dovermi difendere, voglio sentire che le tue parole non possono offendermi e le tue armi non possono attaccarmi. Voglio costruire un paese che mi permetta di ridere, sorridere, sognare, cantare, ballare, vivere.”

Maria G. Di Rienzo

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(“If racism was a burning kitchen” – “Se il razzismo fosse una cucina in fiamme”, scena teatrale in tre atti – più un quarto in premio – di Christy NaMee Eriksen. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice, in immagine, è un’artista multimediale e pluripremiata, nata in Corea del Sud e cresciuta in Alaska, che usa la creatività come attrezzo per l’attivismo sociale e la creazione di comunità “inclusive rispetto alle differenze e dotate di voci forti”. Il suo linguaggio preferito è la poesia.)

Christy - foto di AnnaMin

ATTO I: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA CUCINA IN FIAMME

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono in una cucina. La cucina è in fiamme.

A: Accidenti. La cucina sta bruciando?

C: Mi stai dando del piromane?! Io non sono un piromane!

A: Mi sto letteralmente scottando. Sono del tutto sicura che la cucina è IN FIAMME.

C: Non ho costruito io questa casa! Ci vivo solamente!

A: Andiamocene e costruiamo una nuova casa!

C: Io non vado da nessuna parte. Questa è CASA MIA.

ATTO II: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA BARCA CHE AFFONDA.

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una barca. C. sta tenendo in mano una pistola. La barca sta affondando.

A: Oh mio dio, la barca sta affondando!

C: Non intendevo affondarla, ho solo sparato e fatto un buco sul fondo!

A: Be’, ora sta affondando!

C: Non dare la colpa a me! A me piacciono i buchi, volevo solo vederne uno!

A: Non sparare altri colpi per fare buchi, uomo, o moriremo qui fuori.

C: (tirando su con il naso) Pensi che io sia razzista?

ATTO III: SE IL RAZZISMO FOSSE UN’APOCALISSE DI ZOMBIE.

E’ l’apocalisse. Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una strada. Gli zombie corrono avanti e indietro sul palcoscenico.

A: Merda. Zombie.

C: Cosa facciamo adesso?

A: Be’, penso che dovremmo andarcene di qui prima che ci uccidano.

C: Come fai a sapere che ci uccideranno?

A: Perché l’ho visto, sai! Hanno ucciso i miei genitori!

C: Oh, è terribile!

A: Sì, perciò andiamo via di qui.

C: Perché?

A: Di modo che non ci uccidano!

C: Pensi che ci uccideranno? Io conosco quel tizio là, è veramente mitico.

A: Sono sicura che è mitico! Ma in questo momento è uno zombie! E gli zombie uccidono la gente!

C: Cosa? Come fai a saperlo?

A: Te l’ho appena detto!

C: Non mi ricordo.

BONUS – ATTO IV: SE IL RAZZISMO FOSSE QUESTO PEZZO TEATRALE

C: Non voglio essere la persona caucasica; non posso essere semplicemente un umano?

A: No.

C: Questo è razzista.

A: Amico, il pezzo tratta di un sistema di oppressione.

C: Posso fare il regista, allora?

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Stanza sospesa

The Suspended Room - Roxana Halls

Questo è un dipinto di Roxana Halls, “The Suspended Room” – 2012, artista femminista londinese nata nel 1974. Al di là delle intenzioni della sua autrice, ovviamente, sembra rappresentare molto bene (con un pizzico di humor) come mi sento e come vivo in questo periodo. Per questo lo lascio qui, informandovi che per qualche giorno questa stanza è “sospesa”. Maria G. Di Rienzo

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trinh t

Trinh T. Minh-ha (in immagine) è nata nel 1952 a Hanoi, in Vietnam. E’ regista, scrittrice, saggista, compositrice e docente. Il suo ultimo libro è del 2016 e si chiama “Lovecidal” (“Amoricida”): è una riflessione sullo stato perenne di guerra globale e spazia dagli interventi militari statunitensi in Iraq e Afghanistan all’occupazione cinese del Tibet, concentrandosi sulle dinamiche variabili della resistenza popolare al militarismo e alla sorveglianza e su capacità e implicazioni dell’uso dei social media per mobilitare la cittadinanza. Trinh sostiene che i conflitti generati dal militarismo sono per la maggior parte fumosi e indistinti, le vittorie mai nette ne’ oggettive e l’unica chiara vittoria del militarismo è la guerra in se stessa.

I concetti che Trinh ha coniato di “altrove” e di “altro inappropriato” continuano a intersecarsi e a comparire in ogni sua opera: sono le interazioni transculturali, la produzione e la percezione delle differenze, le intersezioni fra tecnologia e colonizzazione, la creazione e il disfacimento dell’identità.

Parlando del suo film “Forgetting Vietnam” (90 min., 2015), Trinh spiega: “Tutto comincia con Due, come una delle frasi di apertura del film dice. La baia di Ha Long, per esempio, non è solo il “gioiello dell’industria turistica vietnamita”, è il luogo di incontro di due forze fondatrici: Hạ Long, o “il drago calante”, e Thăng Long – l’antico nome della città di Hanoi – o “il drago crescente”. Piuttosto che far riferimento a opposizioni binarie, Due designa qui l’abilità di contenere entrambi. Montagna e fiume; solido e liquido; immobilità e movimento; maschile e femminile; essere stanziali e viaggiare; partire e tornare; Nord e Sud; bassa e alta tecnologia. Ci sono molti di questi “due”, attivi nel film, che regolano la nostra vita nella realtà concreta.

Le femministe da lungo tempo sfidano il dominante ordine patriarcale e la sua monocultura soggettiva di dominio, produzione e sfruttamento. Le femministe hanno propugnato, invece, un ordine di coesistenza, molteplicità e mutuo rispetto per le ricchezze sia naturali sia culturali. La democrazia sta in questa abilità di contenere entrambi, di spezzare il sistema delle opposizioni binarie, di far entrare l’Altro e mettere in discussione l’Uno imperiale e fallico.”

Maria G. Di Rienzo

i due draghi

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shana

Shana R. Goetsch (in immagine sopra) è un’artista, un’insegnante d’arte, un’attivista antiviolenza, una terapeuta certificata per le vittime di traumi, una femminista e la fondatrice di “The Feminist Art Project – Baltimore”. Shana ha cominciato a dipingere nel 1989, dopo aver testimoniato l’omicidio della propria madre. Quel che segue è un estratto da un suo più ampio articolo.

“Secondo Herman Hesse “L’amore è più forte della violenza”. Quando lessi questa frase per la prima volta mi fece veramente pensare… molto. Era proprio così? L’Amore è davvero più forte della Violenza? Attraverso la libertà guadagnata creando attivamente arte, venne a me l’intensa consapevolezza del mio potere. E’ un potere correlato in modo diretto alla mia propria voce e alle mie proprie esperienze. Ciò che creo ora è la mia lotta personale contro la violenza.

Questo è il mio Amore, che si erge contro la Violenza, e l’arma con cui ho scelto di combattere è un pennello per dipingere. Ho capito di recente che il mio Amore per mia madre è la cosa più stupenda e potente che ho da offrire al mondo. Il suo ricordo – e il ricordo di come morì – è probabilmente la mia sorgente di potere e la fonte della mia lotta.

Sino a che non ho collegato la citazione di Herman Hesse alla mia arte e alle mie esperienze non ne ho compreso il pieno significato. Quando è accaduto ho anche avuto la percezione del mio potere, perché il mio Amore è davvero più forte della Violenza di mio fratello.

Mio fratello ha ucciso il corpo di mia madre, ma lei vive nella mia arte. Lui si è portato via tutto il mio mondo con un singolo atto di Violenza e io ho dovuto apprendere di nuovo ad amare durante gli anni. Ma nel frattempo so di aver liberato almeno due spiriti prigionieri, quello di mia madre e il mio, tramite i miei atti d’Arte e d’Amore. La Violenza può dire lo stesso?” Maria G. Di Rienzo

shana dipinto

(dipinto di Shana R. Goetsch – la figura elaborata parte da una fotografia della madre dell’Artista)

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