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Archive for the ‘Arte’ Category

“Una fissazione culturale sulla magrezza femminile non è un’ossessione per la bellezza femminile, ma un’ossessione per l’obbedienza femminile.”, Naomi Wolf – “Il mito della bellezza”.

katie

Lo spiega bene la londinese Katie Greenall (in immagine) con il suo ultimo lavoro teatrale “Fatty Fat Fat”, di recente messo in scena con grande successo al Fringe Festival di Edimburgo, il più grande festival delle arti al mondo. Oltre che commediografa Katie è poeta, attrice, narratrice e facilitatrice: usa il teatro con gruppi di giovani quale attrezzo per affrontare le questioni che loro interessano (tematiche lgbt, arte, razzismo, multiculturalismo ecc.).

La performance citata basa tutta sulle sue spalle: è un one woman show dove l’Autrice ricrea con l’aiuto del pubblico ciò che vive quotidianamente come persona non conforme agli standard di “bellezza” femminile ed è potente, orgoglioso, profondamente commovente e divertente al tempo stesso, nonché un chiaro pronunciamento politico.

Katie ha spiegato alla stampa perché ha ritenuto importante crearlo: “La tua taglia non dovrebbe limitare i personaggi che interpreti: il teatro dovrebbe tenere uno specchio davanti alla società e ci sono un mucchio di persone che mi somigliano che non sono mostrate sul palcoscenico e le cui storie vengono sradicate. Le storie in cui c’è spazio per gente grossa riguardano spesso la promozione della perdita di peso o l’essere tristi per come si appare. Questo spettacolo non vuol dire “questo è il mio corpo e lo amo”, questo spettacolo riguarda la vita.”

E fra lacrime, risate e applausi il pubblico lo ha capito perfettamente.

Maria G. Di Rienzo

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Women's Work

Una mostra completamente gratuita e pubblica, da osservare mentre si passeggia in città sino a dicembre prossimo, che onora i talenti delle donne artiste ed è organizzata da un’associazione pure di artiste che si chiama BAM! (in effetti fanno un bel colpo con l’acronimo, le “Matriarche dell’Arte di Brisbane”)… è Women’s Work – Lavoro di Donne e come avete capito si trova a Brisbane in Australia. La municipalità sponsorizza assieme all’Università Griffith e alla locale agenzia per l’arte di strada: quando una cosa del genere accadrà in Italia venite a stappare una bottiglia da me.

Una delle organizzatrici, la “matriarca” Rae Cooper ha spiegato alla stampa che “Uno dei nostri scopi principali era utilizzare questa piattaforma per creare opportunità dirette alle artiste e alle disegnatrici della nostra comunità. C’è un gruppo strabiliante di creative piene di talento a Brisbane. E’ una benedizione poter condividere il loro lavoro con la città.”

Ce n’era bisogno, in effetti, ribadiscono le artiste che partecipano alla mostra: il Consiglio australiano per le arti rilasciò nel 2017 i risultati di una ricerca che, fra le altre cose, attestava come nel mondo dell’arte il divario salariale fra uomini e donne raggiungesse il 25% (contro il già orribile 16% di media nazionale).

Women's Work exhibition Brisbane

“Non sono sicura che l’opinione pubblica australiana sia totalmente consapevole di quanto sia dominato dagli uomini il settore commerciale dell’arte. – ha detto Zoe Porter, espositrice alla mostra – Ho visto miei colleghi maschi ricevere rappresentazione e apprezzamento assai più in fretta delle donne. E’ importante per me essere parte dell’iniziativa, perché dà riconoscimento alle artiste locali e perché è bellissimo avere il sostegno di un collettivo femminile per esporre opere su scala così grande nello spazio pubblico, permettendo ad esse di avere un’audience maggiore.”

Alla mostra partecipano artiste Aborigene e Isolane di Torres Strait: l’illustratrice Tori-Jay Mordey è una di queste ultime. “La mia opera raffigura i ritratti di mio fratello e di me con parti del nostro volto fuse con i volti dei nostri genitori. Sono cresciuta come una bambina bi-razziale, giacché mia madre era un’Isolana e mio padre era Inglese. Volevo creare un’opera che esplorasse le nostre identità etniche mentre enfatizzava il legame con i nostri genitori, perché la faccenda non è così semplice da poter essere spiegata con ‘siamo differenti a causa del colore della nostra pelle’. Il mio desiderio è che le persone si sentano più aperte rispetto alla loro identità. Questa mostra ci dà una piattaforma in cui le nostre voci sono ascoltate e il nostro lavoro è riconosciuto pubblicamente.”

Maria G. Di Rienzo

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abominable

Le immagini che vedete appartengono a un cartone animato, “Abominable” (“Abominevole”) – in italiano sarà “Il piccolo Yeti” – che uscirà nei cinema americani a fine settembre e da noi in ottobre.

La protagonista principale è Yi, una ragazzina indipendente, coraggiosa e determinata che quando trova un piccolo Yeti sul tetto del suo condominio a Shangai decide di intraprendere un epico viaggio per fare in modo che il cucciolo si riunisca alla sua famiglia.

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Yi e i suoi amici Jin e Peng, che gli hanno dato il nome di “Everest”, devono condurlo al punto più alto della Terra mentre tentano di sfuggire alla caccia di Burnish, un ricco uomo assolutamente intenzionato ad avere uno Yeti come trastullo, e della zoologa Zara – da cui, come appare nei trailer, “Everest” era stato in precedenza catturato riuscendo poi a scappare. Yi, il cui motto inciso nel ricordo del padre scomparso è più o meno “non mollare mai”, suona il violino con passione persino durante il viaggio e almeno in una sequenza riprende il motivo principale della colonna sonora: “Go Your Own Way” – “Va’ per la tua strada” dei Fleetwood Mac (ovvero il pezzo n. 120 nella lista delle Più Grandi Canzoni di tutti i Tempi della rivista Rolling Stone. Potete ascoltarlo qui:

https://www.youtube.com/watch?v=qxa851vAJtI )

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E’ la sua musica a far sbocciare i bianchi fiori luminosi dell’immagine, anche se la violinista non ne è ancora consapevole. Va bene, mi direte, la pellicola è diretta da una donna – Jill Culton – e la giovane Yi non è la solita principessina ossessionata da sono bella o no – chi mi amerà – come mi sta il vestito, ma perché stai scrivendo in pratica di un filmetto per famiglie? Per chi ci sta dietro e lo ha effettivamente costruito, mie care creature. E chi ci sta dietro sono queste due:

judy e suzanne

Sono Suzanne Buirgy e Judy Wieder, da oltre trent’anni coppia lesbica ma coppia anche nelle imprese artistiche, in cui si sono sostenute l’una con l’altra e passo dopo passo lungo l’intera via.

Judy è stata la prima caporedattrice del famoso giornale lgbt “The Advocate”, ma ha fatto anche la cantante folk, la compositrice e la giornalista musicale. In più, ha descritto tutto questo in una recente biografia. Suzanne Buirgy ha vent’anni di esperienza nella creazione e produzione di film d’animazione ed effetti speciali (per “Dragon Trainer” e “Kung Fu Panda 2” ha anche ricevuto premi). L’atmosfera magica de “Il piccolo Yeti” l’hanno evocata queste due straordinarie artiste, che hanno un particolare talento nel trasmettere al pubblico storie avvincenti e ispiratrici.

Quando Suzanne ha incontrato Judy, quest’ultima suonava in una band femminile: “Cominciammo a scrivere canzoni insieme. Siamo insieme da 31 anni e non passi così tanto tempo con qualcuna, amando qualcuna che è come te una persona creativa senza ricevere i suoi “colori”. Judy è una parte integrale della mia vita creativa proprio perché a questo punto lei fa parte del mio DNA. Penso che questa sia la cosa più straordinaria.” (da un’intervista condotta da Desirée Guerrero il 15 agosto u.s.)

Maria G. Di Rienzo

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Ola

La giovane donna in immagine è Ola Ince, la brillante regista di teatro di cui si discute di più in questo momento in Gran Bretagna. Ola ha trent’anni, si è diplomata con lode nel 2010 alla scuola di recitazione Rose Bruford College, ha diretto una serie impressionante di opere e collezionato una cascata di premi. Una delle sue particolarità è il modo di affrontare i pregiudizi razziali e di genere senza paura e fuori da ogni stereotipo.

La passione per il teatro, dice la regista, è nata essenzialmente come passione per la narrazione: “Con mio papà guardavo i film, mia madre mi leggeva libri: il teatro era troppo costoso, così riuscivo ad andarci qualcosa come una volta l’anno. – ha raccontato alla BBC – Il teatro stimola conversazioni importanti; è ovvio che puoi andarci solo per l’intrattenimento, ma io penso sia davvero importante tentare di cambiare il mondo. Se aiuto qualcuno a vedere il mondo in modo differente o rendo più facile affrontare determinati argomenti, penso che ciò sia splendido.”

Farsi strada nel mondo del teatro, per Ola, non è stato semplice: “Non ho un retroscena accademico, non parlo latino e non suono il pianoforte ad alto livello, così ho preso altre strade. Sono fiera di essere riuscita a trasformare una forma di espressione in un lavoro che amo.”, ne’ – ve lo aspettavate, suppongo – ha ricevuto grandi incoraggiamenti: “Quando sei una giovane artista ti dicono spesso: E’ bello che tu voglia fare la regista, ma pensaci perché sarai povera e infelice per sempre. Mentre le persone che ti sono care faranno mutui per la casa e metteranno al mondo bambini, tu sarai solo un’artista indigente. E invece quest’anno (Ndt.: 2019) ho imparato che puoi avere entrambe le cose. Qualcosa su cui ho lavorato davvero a lungo mi sta pagando le bollette e mi permette di viaggiare per il mondo. E’ bello che io non debba più soffrire per l’arte, ma che essa mi stia in effetti aiutando.”

Maria G. Di Rienzo

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Ayleen Diaz - Nuestro Cuerpo

“Tu sei bella proprio con tutte le tue curve, con tutte le tue forme e colori. Non c’è bisogno di fare standard di bellezza. In realtà, la bellezza arriva in milioni di modi diversi, tutto dipende da come tu vedi le cose. Puoi mettere in luce la tua propria bellezza. Disegnando tipi di corpi differenti e differenti tipi di capigliature, voglio che la gente impari come tutto è bello.”

Ayleen Díaz, architetta e illustratrice, Perù (l’immagine sopra “Nostro corpo – nostro potere” è di un suo dipinto).

Specchiatevi. L’immagine seguente è di Carla Llanos, illustratrice cilena che vive in Gran Bretagna. La scritta sul dorso della ragazza con in mano un disco di Janis Joplin dice: “Ho bisogno di soldi, non di ragazzi”.

carla llanos

Donne insieme, corpi veri anche per Alja Horvet, illustratrice 22enne slovena.

alja horvat

E qui c’è un’opera della brasiliana Brunna Mancuso (non è un errore, il nome ha proprio due “enne”).

brunna mancuso

Mi avete detto, in sintesi, che avete difficoltà a uscire dagli stereotipi imposti su di voi, a vedervi con altri occhi. Oggi potete usare quelli pieni di passione di queste giovani artiste. Ricordate: proprio come dice Ayleen Díaz il vostro corpo è il vostro potere. Non cedetelo. Non riducetelo. Non minate la sua forza. Celebratelo.

Maria G. Di Rienzo

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want you to panic

L’installazione che vedete sopra è dell’artista Sophie Thomas. Su ambo i pannelli campeggia in rosso la frase di Greta Thunberg “Voglio che andiate in panico” e sullo sfondo si intrecciano i commenti sul cambiamento climatico di “scettici” famosi.

“Facendo le mie ricerche per creare il pezzo – ha detto Sophie alla stampa – ho esaminato alcune delle voci che durante il passato decennio abbiamo udito negare il cambiamento climatico in modo assai chiassoso: sono molto maschili.”

Attualmente l’opera fa parte della mostra organizzata a Londra presso Protein Studios dal gruppo ambientalista “Do The Green Thing” (“Fai la cosa verde”) ed è costruita sulla loro convinzione che “il cambiamento climatico sia una crisi creata dall’uomo in ogni senso, con la cultura dominata dagli uomini che alimenta i comportamenti dannosi mentre donne e bambine ne pagano sproporzionatamente il prezzo”.

“Il cambiamento climatico è sessista: colpisce molto di più le donne e le bambine proprio perché esse sono già marginalizzate nelle nostre società. – ha spiegato Ashley Johnson, membro di “Do The Green Thing” – Ci sono conseguenze di genere, ci sono cause di genere e ci sono soluzioni di genere. Volevamo esplorare questa idea e offrire all’arte una possibilità di rispondervi.”

Perché è presto detto:

* Le Nazioni Unite hanno calcolato che l’80% degli sfollati durante disastri climatici sono donne, tuttavia le donne sono una minoranza in ogni commissione del maggior gruppo decisionale NU sul clima, la Framework Convention on Climate Change. “Le donne spesso non sono affatto coinvolte nelle decisioni sulle risposte al cambiamento climatico, – ha detto alla BBC la scienziata ambientalista Diana Liverman – così il denaro relativo arriva agli uomini piuttosto che alle donne.”

E in effetti le iniziative guidate dalle donne su base comunitaria di frequente non ottengono finanziamenti perché i loro progetti sono considerati non abbastanza “grandi”: nonostante le piccole coltivatrici abbiano dimostrato che quando è garantito loro l’accesso allo stesso credito e alla stessa attrezzatura forniti agli uomini sono in grado di coltivare il 20/30% in più di cibo sullo stesso ammontare di terreno e di tagliare le emissioni di due milioni di tonnellate entro il 2050.

* Le donne muoiono in disastri “naturali” 14 volte di più degli uomini per una serie di cause legate al sessismo: ad esempio non ricevono gli avvisi e gli allarmi, giacché le informazioni sono sovente trasmesse da uomini ad altri uomini in spazi pubblici, mentre le donne sono a casa (dove la “cultura” e le “tradizioni” le vogliono), oppure non hanno imparato a nuotare non per propria volontà, ma perché sarebbe stato indecoroso per una femmina il farlo.

* Mano a mano che siccità e stagioni secche aumentano e fonti di acqua potabile scompaiono o si esauriscono, sono le donne delle comunità rurali che sono costrette a percorrere lunghe distanze per fornire acqua alle loro famiglie, mettendo a rischio la loro incolumità e la loro salute.

* Poiché le donne sono anche la maggioranza dei poveri al mondo, è per esse più difficile riprendersi dopo un disastro: sono quelle che hanno più possibilità di non riavere i propri impieghi, sono sovraccariche di responsabilità domestiche e la situazione le rende maggiormente vulnerabili a forme di schiavitù sessuale e sfruttamento.

“In un mondo patriarcale – dicono le donne di “Do The Green Thing” – il cambiamento climatico semplicemente ingigantisce le diseguaglianze esistenti nella nostra società.”

Maria G. Di Rienzo

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anna quon

(“sitting with” – minuscolo nell’originale – di Anna Quon, in immagine con uno dei suoi quadri. Trad. Maria G. Di Rienzo. Anna è un’artista a 360° che vive in Canada. Oltre alle poesie e ai quadri ha al suo attivo romanzi e brevi film d’animazione e tiene seminari di scrittura.

Di recente, il 28 marzo scorso, ha fatto scalpore la sua poesia “Cliff” – “Precipizio”, che parla del suo disagio mentale, del tempo che ha trascorso in una clinica psichiatrica e della reazione delle persone quando lei dà loro tali informazioni. “Il precipizio di ciò che significa essere umani è uno dal quale è facile cadere, se rifiuti o neghi riconoscimento all’umanità di qualcuno, inclusa la tua.”, ha spiegato Anna al proposito.)

Se siedi con la sofferenza

e tieni le sue mani

nelle tue, esse saranno fredde,

è vero, ma non

ti ruberanno da te stessa.

Se siedi con la tristezza,

e la tieni stretta sul cuore,

proverai dolore

ma non ti porterà via con sé

quando ti lascerà andare.

Se siedi con la speranza

lei fluttua sopra di te

sino a che la scegli

afferrando la sua coda e tirandola

sulla tua spalla.

E poi è tua,

per la vita intera, sino a che questa dura.

Nutrila, grattala sotto il mento

e lascia che vaghi libera.

Potrebbe portarti un ciottolo,

un tesoro, un frutto

e quando tristezza e sofferenza

arriveranno gridando,

siederà sulla tua spalla

mangiando pistacchi

guardandole con i suoi occhi luminosi

sino a che loro sapranno

che è ora di andare.

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