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(“I did it for my daughter, says woman arrested for headscarf protest in Iran”, di Emily Wither per Reuters, 14 febbraio 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

azam

Il cuore di Azam Jangravi (in immagine sopra) batteva forte quando si arrampicò sulla cabina di un trasformatore elettrico, nell’animata Via della Rivoluzione a Teheran, un anno fa. Sollevò in aria il suo foulard e lo sventolò sopra la testa.

Si formò una folla. Alcune persone le urlavano di scendere. Lei sapeva fin dall’inizio che sarebbe stata arrestata. Ma lo ha fatto comunque, dice, per cambiare il paese a beneficio della sua figlioletta di otto anni.

“Ripetevo a me stessa: Viana non dovrebbe crescere nelle stesse condizioni in cui questo paese ha fatto crescere te.“, ha ricordato Jangravi questa settimana, durante un’intervista nell’appartamento di una località segreta fuori dall’Iran, ove sta attendendo notizie sulla sua richiesta di asilo.

“Continuavo a dirmi: Puoi farcela, puoi farcela. – ha dichiarato – Provavo la sensazione di un potere molto speciale. Era come se non fossi più del genere secondario.”

Dopo la protesta fu arrestata, licenziata dal suo lavoro in un istituto di ricerca e condannata a tre anni di prigione per aver “promosso l’indecenza” e aver “volontariamente violato la legge islamica”. Il tribunale minacciò di sottrarle la figlia, ma lei riuscì a fuggire dall’Iran – con Viana – prima di entrare in prigione: “Ho trovato un contrabbandiere (ndt. che fa uscire persone dal paese) con molta difficoltà. E’ successo tutto assai velocemente, ho lasciato dietro di me la mia vita, la mia casa, la mia automobile.”

disegno

Mentre parla, Viana fa dei disegni (in immagine sopra). Mostrano sua madre mentre sventola in aria l’hijab bianco. Sin dalla rivoluzione islamica in Iran, il cui quarantennale si dà questa settimana, alle donne è stato ordinato di coprirsi le teste per il bene del decoro. Le donne che contravvengono sono pubblicamente ammonite, multate o arrestate.

Jangravi è una delle almeno 39 donne arrestate lo scorso anno in relazione alle proteste sull’hijab, secondo Amnesty International che dice come altre 55 persone siano state imprigionate per il loro lavoro sui diritti delle donne, incluse donne che hanno tentato illegalmente di entrare negli stadi delle partite di calcio e avvocate che difendono le donne. Le autorità si spingono a “limiti estremi e assurdi per fermare le campagne (ndt. delle donne). – dice la ricercatrice di AI per l’Iran Mansoureh Mills – Fanno cose come il perquisire le case in cerca di spillette con su scritto Sono contro l’hijab forzato.” Le spillette sono parte dello sforzo continuato per mettere in luce la questione del fazzoletto, assieme alla campagna che vede le donne indossare hijab bianchi di mercoledì.

Jangravi ricorda ciò che le raccontava sua madre della vita prima della rivoluzione: “Mi disse che la rivoluzione aveva causato un grande ammontare di sessismo e che donne e uomini erano stati separati a forza.”

E’ stata ispirata ad agire dopo che altre due donne erano state arrestate per proteste simili sulla medesima strada. “Ovviamente non ci aspettiamo che chiunque si arrampichi sulla piattaforma in Via della Rivoluzione. – ha detto – Ma questo consente alle nostre voci di essere udite nel mondo intero. Ciò che noi “ragazze” abbiamo fatto è stato il rendere questo movimento qualcosa che continua a andare avanti.”

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girl of enghelab street

“La ragazza di Via Enghelab” (in immagine) – identificata con non assoluta certezza come la 31enne Vida Movahed – era stata arrestata lo scorso dicembre. Il 7 marzo è stata condannata a 24 mesi di prigione per “incoraggiamento alla corruzione tramite la rimozione del suo hijab in pubblico”.

Della situazione ha scritto Yasmine Mohammed per The National Post, il 7 marzo 2018, nell’articolo On Women’s Day, drop the doublethink on hijabs (especially you, cosmetic companies), qui di seguito da me tradotto. Yasmine è una scrittrice e attivista araba-canadese:

“L’8 marzo è il Giorno Internazionale delle Donne, il giorno il cui dovremmo parlare delle donne che lottano per i loro diritti in tutto il mondo. Dall’Iran all’India, ci sono alcune grandi lotte in corso.

In Arabia saudita, le donne si stanno battendo contro le arcaiche leggi del loro paese sulla “tutela”, che negano alle donne le libertà di base che in Occidente diamo per scontate, come il viaggiare all’estero, l’andare al lavoro e l’uscire di casa quando ci pare. Prive di alcuno spazio pubblico che amplifichi le loro voci, le donne saudite stanno usando i social media con l’hashtag #StopEnslavingSaudiWomen – #Smettete di schiavizzare le donne saudite.

A Jaipur, in India, le donne musulmane stanno dimostrando questa settimana contro il trattamento ingiusto che ricevono sotto le leggi della shariah che regolano il divorzio.

E la lotta più vicina al mio cuore è quella delle donne in Iran che protestano contro le leggi che rendono obbligatorio l’hijab.

In mesi recenti abbiamo visto un gruppetto di donne coraggiose togliersi i fazzoletti nelle strade iraniane come affermazione della loro identità e richiesta di libertà di espressione – un crimine in quel paese dal 1979. A queste donne dà la caccia Basij, il corpo di guardiani religiosi maschi e femmine che controlla la moralità e sopprime ogni opposizione in nome della potente Guardia rivoluzionaria islamica.

Circolano rapporti che indicano in numero di 29 le donne già arrestate; alcune sono ancora in custodia. Secondo Amnesty International, alcune di queste donne sono state accusate di “incitare alla corruzione e alla prostituzione” e potrebbero essere condannate a 10 anni di carcere. Ma questo non ha funto da deterrente per le loro sorelle. Dozzine di altre donne iraniane stanno sventolando i loro fazzoletti da testa in pubblico, riproponendo i “Mercoledì Bianchi” ogni settimana.

Come molti milioni di donne in Iran, io sono stata costretta a indossare l’hijab. Ciò è accaduto in Canada e fu la mia famiglia a costringermi, non il governo. Invece delle minacce di arresto o di “rieducazione” per l’essere vista in pubblico senza velo, la mia famiglia mi minacciò con la violenza. Mia madre disse che mi avrebbe uccisa se mi avesse vista senza hijab. La mia non è un’esperienza straordinaria. In Ontario, la famiglia di Aqsa Parvez riuscì a ucciderla perché non indossava l’hijab. In tutto il mondo le donne soffrono ostracismo sociale, sono multate, imprigionate, stuprate e uccise perché lottano contro il dover portare l’hijab.

Su di me è stato forzato a nove anni e ho dovuto scambiarlo con un niqab a 19. Mi ci sono voluti molti anni per comprendere quanto della mia identità ciò aveva strappato via. Il niqab copriva ogni centimetro di me, inclusa la mia faccia e le mie mani.

Mi derubava di ogni percezione: il senso della vista era avvolto in un fine velo nero, il senso dell’udito era smorzato da strati di stoffa, il senso dell’olfatto era limitato, i guanti mi impedivano il senso del tatto: era la mia personale cella di deprivazione sensoriale

Ho lottato per fuggire da quel mondo. Ho rischiato la mia vita e quella di mia figlia affinché fossimo libere.

Immaginate quindi la mia sorpresa nello scoprire che celebrità occidentali, compagnie commerciali e combattenti per la giustizia sociale feticizzano l’hijab. Immagino che le donne iraniane sarebbero sconvolte quanto me nel vedere l’hijab dipinto con l’aerografo nelle pubblicità e nelle riviste e messo persino addosso a Barbie. Probabilmente si sentirebbero tradite nel vedere l’hijab sul poster di una marcia per i diritti delle donne, considerato che hanno marciato contro l’hijab in Iran già nel 1979. Ora, bizzarramente, le donne nordamericane marciano per l’hijab decenni più tardi.

I sostenitori dell’hijab dichiarano che le ragazze islamiche scelgono di indossarlo perché trovano che dia loro potere. Questo è un argomento fasullo. Che qualcuno ti dica come devi vestirti è ben distante dal conferirti potere. E’ un distruttore dell’identità, come le donne in Iran ci stanno mostrando. Sia l’hijab sia il niqab derubano le donne della loro individualità. Stampano “musulmana” sulla loro fronte come se quello fosse l’unica loro caratteristica a rivestire una qualche importanza.

E’ in particolare una beffa che le ditte cosmetiche abbracciano la cultura dell’hijab. Senza percepire alcuna ironia, incorporano modelle velate in campagne pubblicitarie multimilionarie con slogan di emancipazione dietetica che dovrebbero promuovere il valore delle donne come persone.

Lasciando da parte la ritorsione molto pubblica che ne ha avuto L’Oréal, promuovendo e poi rimuovendo la modella con velo Amena Khan per le sue opinioni anti-israeliane, la strategia di marketing resta una contraddizione.

L’Oréal ci dice “Lei ne è degna”, Lancôme che “La vita è bella, vivila a modo tuo” e Revlon dice “Sii indimenticabile”. L’intera idea del coprirsi la testa fa a pugni con gli slogan individualisti. E’ ridicolo pensare che una donna la cui identità è cancellata da un sudario nero possa spruzzarsi addosso del profumo e diventare indimenticabile.

Non c’è dubbio che i pubblicitari strateghi delle ditte cosmetiche sorvolino su tali contraddizioni nello sforzo di espandere la loro quota di mercato nelle comunità musulmane che crescono nei paesi occidentali. Mi domando che slogan usino in luoghi come l’Arabia Saudita e l’Iran, dove chiedere l’empowerment per le donne è un reato.

In questo Giorno Internazionale delle Donne, le donne del Nord America dovrebbero abbandonare i doppi standard sugli hijab ed ergersi in solidarietà con le loro sorelle che lottano in tutto il mondo.”

Maria G. Di Rienzo

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mina

Questa è Mina Jaf, femminista curda irachena, fondatrice nel 2015 dell’ong Women Refugee Route, Vice Presidente dal 2017 della Rete Europea delle Donne Migranti e alla fine dello stesso anno premiata come a Bruxelles con il Women of Europe Award nella categoria “giovani attiviste”.

Mina è nata nel 1988, durante un attacco al suo villaggio effettuato con gas chimici: divenne una rifugiata nel momento stesso in cui vedeva la luce. La sua famiglia fuggì attraverso le montagne e visse vagabondando fra Iraq e Iran per i seguenti 11 anni, a volte senza passare più di una notte nel medesimo luogo, sino a quando madre e figli riuscirono a trasferirsi in Europa. Con i suoi familiari, Mina ha trascorso i tre anni successivi nei centri per i richiedenti asilo della Danimarca, prima che la loro condizione fosse finalmente stabilizzata.

Per tutta la sua infanzia Mina ha ascoltato, spesso fingendo di dormire, le storie orripilanti delle violenze subite dalle donne sfollate provenienti da mille luoghi diversi, dalla Bosnia alla Somalia: stupro e violenza domestica, la stigmatizzazione e la vergogna che circondavano le loro esperienze, il poterle condividere solo in sussurri nella notte. Mina è cresciuta con la determinazione di lottare per i loro diritti.

Oggi lavora non solo nella Danimarca di cui è orgogliosa cittadina, ma in Belgio (con lo Stairpont Project), Grecia e Italia e ovunque vi siano alte concentrazioni di migranti/rifugiati. Parla sette lingue: “Fatico ogni giorno per trovare le parole giuste con cui dire alle donne questa cosa: Se sei stata stuprata, al centro accoglienza o durante il tuo viaggio, devi dirlo. Se ometti questa informazione – perché hai paura, perché ti vergogni, per via dei tabù – non avrai una seconda possibilità.” Adesso Mina sta creando un’organizzazione di traduttrici, sapendo che le donne parlano più volentieri e facilmente con le loro simili: “La lezione più importante che ho appreso lavorando sul campo è questa: il modo in cui l’informazione è data è cruciale quanto il tipo di informazione data.”

Il 15 maggio scorso Mina Jaf ha parlato alle Nazioni Unite in un incontro dedicato alla violenza sessuale durante i conflitti. Non ha solo dettagliato molto bene la situazione mondiale, non ha solo spiegato cosa la violenza sessuale è: “un crimine di genere usato per svergognare, esercitare potere e rinforzare le norme di genere”, ha detto loro chiaro e tondo cosa bisogna fare:

“Promuovere l’eguaglianza di genere e il potenziamento di donne e bambine come fondamento a tutti gli sforzi per prevenire e affrontare la violenza sessuale durante i conflitti e sostenere le organizzazione delle donne che lavorano in prima linea;

Unirsi alla Chiamata all’Azione per la protezione dalla violenza di genere durante le emergenze e sostenerla;

Assicurarsi che l’Accordo Globale per i Rifugiati, che sarà completato nel 2018, sia progressivo per le donne e le bambine rifugiate;

Confermare i diritti di tutti i rifugiati migliorando urgentemente l’accesso alla protezione internazionale con le visa umanitarie, i reinsediamenti dei rifugiati, il più vasto accesso all’informazione e ad audizioni imparziali;

Assicurarsi che l’aiuto umanitario si accordi al diritto umanitario internazionale e non sia soggetto a limitazioni imposte dai donatori, come il negare l’accesso ai servizi sanitari per la salute sessuale e riproduttiva quali l’interruzione di gravidanza;

Impegnarsi in programmi che siano aggiornati con analisi di genere, che riconoscano le necessità di tutte le sopravvissute e includano dati disaggregati per sesso ed età: questo deve comprendere l’addestramento alla sensibilità di genere per chiunque lavori con le sopravvissute sul campo e l’inclusione delle sopravvissute nella consultazione sulle individuali strategie di protezione;

Limitare il flusso delle armi leggere ratificando il Trattato sul Commercio delle Armi e implementandolo tramite leggi e regolamenti nazionali.

Non è sufficiente condannare gli atti di violenza sessuale durante i conflitti. Chiunque sia presente qui oggi è responsabile del porvi fine, del portare tutti i perpetratori davanti alla giustizia e del mettere le donne all’inizio e al centro di ogni responso per prevenire la violenza.

Maria G. Di Rienzo

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fumogeni iran

Foto Associated Press, didascalia: Le squadre antisommossa usano granate fumogene contro gli/le studenti dell’Università di Teheran durante una dimostrazione nel fine settimana (ndt: 30-31 dic. 2017).

La persona ritratta è una giovane donna. Io sto con lei.

Sto con lei perché l’anno scorso la polizia del suo paese, Iran, ha annunciato che avrebbe impiegato nella capitale 7.000 (settemila) agenti maschi e femmine in borghese per controllare come le sue simili vanno vestite per strada.

Sto con lei perché il governo iraniano pretende di controllare gomiti caviglie unghie e capelli ecc. alle sue simili da quasi 39 anni (hanno cominciato nel 1979) e per tutto questo tempo le hanno umiliate, minacciate, multate, incarcerate, frustate e sfregiate – anche se il 29 dicembre scorso hanno annunciato con mooolta tolleranza che a Teheran (ma non nel resto del paese) quelle vestite “male” dovranno solo partecipare a lezioni tenute dai poliziotti, notoriamente maestri congeniti di fede, cultura, etica, diritti civili e ultimi trend della moda.

Sto con lei perché la protesta contro povertà e disoccupazione e crisi economica create dal consesso di pii uomini che dirigono il paese e si preoccupano più di finanziare gruppi islamisti stranieri che del benessere del proprio popolo è sacrosanta.

Sto con lei perché per soffocare tale protesta, che sta dilagando nell’intera nazione, hanno già ucciso almeno 21 persone, fra cui un bambino di 11 anni, e ne hanno arrestate 450 solo a Teheran.

Sto con lei perché intendono accusare i/le dimostranti di “guerra contro dio”, reato immaginario per cui è però prevista una pena di morte assai reale.

Sto con lei.

Maria G. Di Rienzo

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varsavia

Questa è Varsavia (Polonia) durante il “lunedì nero”, 1° ottobre, in cui migliaia di donne polacche vestite di scuro sono scese in strada per protestare contro il piano governativo del bando completo per l’interruzione di gravidanza. La legge attuale è già abbastanza restrittiva, perché permette l’aborto solo nei casi di stupro, incesto, pericolo per la vita della madre o feto seriamente malformato.

Le donne non sono andate al lavoro: e in 60 città in tutto il paese uffici governativi, scuole, università, ristoranti eccetera hanno dovuto chiudere i battenti.

La solidarietà internazionale non è mancata e circa 6 milioni di persone in tutto il mondo hanno manifestato per sostenere le donne polacche. Adesso sembra che il governo ci abbia ripensato. Perché senza di noi nessuna società o nazione funziona: siamo metà dell’umanità e siamo persino un po’ stanche di doverlo ricordare a oltranza.

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Era sempre lunedì quando a Washington D.C. (Usa) si è tenuta una veglia per commemorare le vite delle persone di colore perse “per la violenza e l’indifferenza”, come ha spiegato Alicia Garza co-creatrice di “Black Lives Matter”. La veglia fa parte di una campagna tesa a rappresentare le istanze delle donne di colore e delle donne povere che si chiama “Noi non aspetteremo 2016”. “Le nostre famiglie meritano che si lotti per loro.”, ha detto sempre Alicia. Perché le lotte delle donne vanno sempre a beneficio di tutti.

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Queste sono un gruppo di giovanissime femministe che hanno marciato la scorsa settimana per il Central Park – New York (Usa) cantando: “Dove sono le donne?” Le dieci ragazze sono la “Squadra Girl Scout 3484” e stanno raccogliendo fondi per avere il primo monumento alle donne nel Parco, specificatamente vogliono le statue delle suffragiste americane Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony. Attualmente in Central Park ci sono 22 statue di figure storiche maschili, ma le sole “femmine” rappresentate sono Mamma Oca e Alice nel Paese delle Meraviglie. Una delle ragazze, Stori Small, ha detto alla stampa: “Non vogliamo crescere per diventare Alice nel Paese delle Meraviglie”. Perché la Storia delle donne è Storia a tutti gli effetti e le ragazze meritano di conoscerla e di esserne ispirate.

Sempre la scorsa settimana, il membro del Parlamento egiziano signor Agina ha annunciato l’intenzione di presentare una legge che richieda il “test di verginità” alle giovani che si iscrivono all’università. Lo stesso ritiene che tutte le donne dovrebbero essere sottoposte a mutilazione genitale (escissione della clitoride) perché “gli uomini egiziani sono sessualmente deboli”: le mgf sono bandite in Egitto dal 2008.

maya-morsi

Un gruppo per i diritti delle donne ha presentato denuncia formale, tramite avvocate, contro il deputato. Maya Morsi (in immagine qui sopra), arcinota attivista che ora dirige il Consiglio nazionale per le donne – un istituto di governo – ha spiegato che la denuncia chiede l’espulsione dal Parlamento di Agina e un’indagine sulle sue attività. Perché la sessualità femminile non è proprietà di stati, nazioni, religioni – e soprattutto non è proprietà degli uomini ne’ servizio a loro diretto.

E ricordiamoci che il 4 ottobre l’Iran ha condannato a 16 anni di galera la femminista Narges Mohammadi, il cui instancabile lavoro per i diritti umani è stato rubricato quale “diffusione di propaganda contro il sistema” e “collusione per commettere crimini contro la sicurezza nazionale” (quest’ultimo delirio si riferisce al suo incontro con Catherine Ashton, rappresentante dell’Unione Europea). Sono 15 anni che Narges entra e esce di prigione, l’infame prigione di Evin a Teheran: definisce le condizioni in cui è tenuta là dentro “tortura psicologica” e solo per avere il permesso di comunicare con la sua famiglia che vive in Francia ha dovuto sostenere uno sciopero della fame. Adesso l’hanno fatta dimettere a forza dall’ospedale, contro il parere dei medici, per ributtarla in cella. Perché la libertà delle donne posa sulle spalle di Narges e di moltissime altre come lei, passate, presenti, future. Maria G. Di Rienzo

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Calendario alternativo per il 2016. Perché sono arcistufa di immagini di donne in pose contorte, “photoshoppate”, con le lingue penzoloni e le mutande di lustrini. Sono nauseata dal suggerimento sotteso che le donne “non servono ad altro” e “non sanno fare nient’altro”. Perciò, eccovi: IL LAVORO DELLE DONNE – 12 mesi 12 di persone che mi/vi somigliano. Maria G. Di Rienzo

GENNAIO dedicato a Sara Bahai, la prima tassista afgana che lavora per le donne a cui non è consentito prendere taxi senza permesso di un parente maschio di primo grado.

sara bahai

FEBBRAIO dedicato alla meccanica spagnola al lavoro su una turbina d’aereoplano in quel di Aoiz, Navarra.

meccanica spagnola

MARZO dedicato a Mahboubeh Khoshsolat, membro dell’unica squadra femminile di vigili del fuoco in Iran.

mahboubeh khoshsolat

APRILE dedicato a Cristina Isidro Salazar (sinistra) e Felicitas Contreras Santiago (destra) qui ritratte mentre riparano il furgone con cui consegnano legna ai cantieri della loro città, San Pablo Huixtepec, Messico.

cristina e felicitas

MAGGIO dedicato all’operaia tessile francese impegnata al telaio del lino.

operaia francese

GIUGNO dedicato alla carpentiera palestinese Amal Abu-Rqayiq, che lavora nel campo profughi di Nusseirat a Gaza.

Amal Abu-Rqayiq

LUGLIO dedicato a Liu Shujian, saldatrice ultranovantenne cinese ancora al lavoro.

Liu Shujian

AGOSTO dedicato alla sigaraia in pausa dentro la fabbrica di Havana, Cuba.

sigaraia cubana

SETTEMBRE dedicato alla raccoglitrice di tè Oolong sulle colline di Chang Rai, Thailandia.

raccoglitrice thailandese

OTTOBRE dedicato all’ingegnera tedesca che sta costruendo un motore alla fabbrica Mercedes di Affalterbach.

ingegnera tedesca

NOVEMBRE dedicato alle pallequeras, minatrici peruviane che scavano oro in quel de La Rinconada.

minatrici peruviane

DICEMBRE dedicato all’operaia al lavoro nella fabbrica di mattoni fuori Islamabad, Pakistan.

operaia pakistana

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Cosa condividono queste persone, così diverse per età, nazionalità, tipo di attivismo? Sono difensore dei diritti umani delle donne e rifiutano di ritirarsi pur dovendo affrontare violenza e persecuzioni. C’è un altro termine con cui possono essere definite: femministe. Sapete, quelle che passano il tempo a ordire complotti contro gli uomini e hanno come unica preoccupazione trovare qualcuno che vada a letto con loro…

Questa è Atena Daemi, iraniana.

atena daemi

Ha fatto campagne per i diritti dei bambini e delle donne e contro la pena di morte. Nell’ottobre 2014 è stata arrestata e detenuta in un ospedale per mesi prima del processo. Nella clinica Sadeghiyeh, Atena è stata torturata: al punto che ha contratto una malattia della pelle (stare molto tempo incatenate su un tavolo da operazioni chirurgiche non è sano, pare), perso vista e sofferto di un attacco cardiaco. Il 14 maggio 2015 il Tribunale rivoluzionario dell’Iran l’ha condannata a 14 anni di prigione: perché l’aver dimostrato a favore dei bambini di Kobane in Siria, l’ascoltare le canzoni di protesta di Shahin Najafi e postare su FB articoli contro la pena capitale nel proprio paese equivalgono per i dotti giuristi a “assembramenti illegali, propaganda contro lo stato, blasfemia e insulti al supremo leader dell’Iran”.

Questa è Yadanar Su Po Paing, meglio nota come “Po Po”.

po po

Ha vent’anni ed è membro della Federazione nazionale birmana degli studenti, un’organizzazione che ha organizzato la protesta conto il… decreto “buona scuola” del proprio paese, una legge che limita la libertà accademica e marginalizza lingue e culture di etnie diverse. Po Po è stata una delle leader delle dimostrazioni degli studenti. L’8 aprile 2015 è stata prelevata da casa e buttata in prigione, con l’accusa di aver partecipato a “raduni illegali” e “sommosse”. Lo scorso luglio, un tribunale di Rangoon l’ha rilasciata dietro cauzione.

E questa è Gladys Lanza Ochoa, 73enne difensora dei diritti umani che vive in Honduras.

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Gladys ha cominciato a lavorare per la giustizia sociale, per i diritti umani e per i diritti dei lavoratori quando il suo paese era ancora sotto dittatura militare, negli anni ’60 dello scorso secolo. In quel periodo era la voce del sindacato. Dal 2002 è la coordinatrice del Movimento delle donne per la Pace “Visitación Padilla”, un’organizzazione di cui fanno parte donne provenienti da ogni angolo dell’Honduras e il cui scopo è affrontare la violenza di genere e favorire la partecipazione delle donne alla vita pubblica, assieme alla democrazia e ai diritti umani. L’organizzazione subisce continuamente intimidazioni poliziesche e giudiziarie. Nel marzo 2015, Gladys è stata condannata a 18 mesi di prigione per aver assistito legalmente una donna che aveva denunciato Juan Carlos Reyes, un membro del governo, per molestie sessuali. La motivazione della sentenza è che il signor Reyes avrebbe sofferto di “diffamazione”.

Le attiviste dell’articolo di Front Line Defenders, da cui ho tratto le immagini, sono 12, una per ogni obiettivo stabilito dalla Piattaforma d’Azione di Pechino scaturita dalla Conferenza mondiale sulle Donne di due decenni fa. Potete leggere tutte le loro storie su:

https://medium.com/@FrontLineDefenders/beijing-platform-for-action-b6f4403c42f4

Maria G. Di Rienzo

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