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anti-slavery campaign

“Tre anni fa, ero una madre single con due bambini che viveva con sua madre vedova. La situazione era così difficile che quando un’amica mi ha parlato dell’andare in Germania, gente, sono partita!

Siamo arrivate solo sino in Libia. Sono stata venduta, stuprata e torturata. Ho visto molti nigeriani morire, inclusa la mia amica Iniobong.

Oggi sono una fornaia a Benin e guadagno abbastanza soldi per provvedere alla mia famiglia. I miei ragazzi non cresceranno vergognandosi della loro madre. Il mio nome è Gift Jonathan e non sono in vendita.”

(trad. Maria G. Di Rienzo)

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(brano tratto da: “I’m full of fear: Italian woman’s story exposes rape law”, di James Reynolds per BBC News, 12 aprile 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“Era il tardo pomeriggio del 5 marzo quando una donna di 24 anni si imbatté in tre uomini alla stazione ferroviaria di Napoli.

I tre uomini, che lei conosceva appena, entrarono con lei in un ascensore. Ciò che accadde durante i 12 minuti seguenti è ora oggetto di un’intensa disputa.

Gli uomini sostengono di aver fatto sesso consensuale con la donna, ma lei dice che l’hanno stuprata. Un tribunale sta indagando.

Assieme a un collega, ho organizzato un incontro con la donna in una piazza di Roma. Non sapevamo come avremmo fatto a riconoscerla. Abbiamo incontrato una giovane donna sottile in modo scioccante. Ci ha offerto una timida stretta di mano.

L’avvocato al suo fianco ci ha detto che era pronta a parlare e io ho posto diverse domande:

Perché hai deciso di parlarne apertamente?

Parlarne apertamente è il solo modo di esprimere la mia sofferenza. Comunicare è il modo migliore di ottenere giustizia.

Hai fatto riferimento alla tua sofferenza. Come stai?

Sono un po’ ferita. Sono piena di paura. Sono spaventata e ferita.

Quando hai denunciato quel che ti era accaduto, come si sono svolte le cose?

All’inizio mi hanno creduto – gli avvocati e gli psicologi all’ospedale di Napoli. La violenza risultava ovvia dagli esami medici. Anche i poliziotti mi hanno creduto e il pubblico ministero. Ma la Corte d’Appello ha deciso di liberare due di questi individui.

Questa è una cosa che ti preoccupa?

Non è che mi preoccupa. Mi terrorizza. Loro sanno dove abito, perché in un’occasione precedente mi avevano pedinata sino a casa. Sono spaventata, penso che possano volere una vendetta.

Un tribunale ha ordinato il rilascio di tutti e tre gli imputati in attesa del processo. La BBC ha ottenuto una copia della sentenza composta da 24 pagine.

Il documento entra in minuziosi dettagli sulla storia clinica della donna in relazione a disturbi alimentari, depressione e presunti abusi da parte del suo stesso padre.

Il tribunale dice: “La combinazione delle condizioni della vittima ci inducono a giudicarla non affidabile in se stessa – e perciò la sua versione dei fatti non può essere considerata credibile.”

Il documento aggiunge che la donna ha una “personalità istrionica”. Ma i suoi difensori argomentano che la sua storia clinica non può essere usata per sostenere che si è inventata tutto.

Il tribunale dice anche che il filmato delle telecamere di sorveglianza, il quale non è stato reso pubblico, mostra come lei non abbia resistito ne’ mostrato segni visibili di trauma dopo l’incontro con i tre uomini.

Il Italia, l’argomento “non ha resistito, non ha vacillato dopo, perciò lo voleva” è spesso estremamente potente. Ma una giudice italiana è disgustata da questa logica: “Se una donna non si ribella, significa che lo vuole? – dice la giudice Paola di Nicola, che ha scritto un libro sui pregiudizi di genere nel sistema giudiziario italiano (1) – Questo è inaccettabile. E finisce sovente con l’assoluzione per gli uomini.”

Programmi televisivi e quotidiani hanno coperto questo caso estesamente. “Era promiscua e ha la tendenza a mentire.”, scrive una pubblicazione. (….)

(1) La giudice menzionata nell’articolo è infatti l’Autrice de “La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio”, ed. Haper Collins. In occasione dell’uscita del libro, nell’ottobre 2018, fu intervistata al proposito da Tanina Cordaro per Lettera Donna; oltre a spiegare come gli stereotipi e i pregiudizi di genere influenzino le sentenze a scapito delle donne, disse anche cose assolutamente sensate e condivisibili sul linguaggio:

Lei si definisce una giudice. Perché in Italia la declinazione al femminile delle professioni di potere è ancora così osteggiato?

Perché la lingua è lo spazio più importante di rappresentazione ed esercizio del potere, infatti chi non è nominato non esiste, mentre chi lo è c’è e ci sarà sempre. Le donne si escludono dai luoghi di potere anche non nominandole quando vi si trovano e vi sono arrivate dopo durissime battaglie di chi le ha precedute. Dovrebbe essere chiesto a chi usa il femminile solo per parrucchiera perché non riesce ad usarlo per ingegnera o per ministra visto che la grammatica italiana ce lo imporrebbe, come scrive l’Accademia della Crusca.

Quali altre conseguenze comporta la declinazione esclusiva al maschile?

Quella di dimenticare donne straordinarie, coraggiose e competenti. Come Alma Sabatini che nel lontano 1987 riuscì a scrivere, su incarico della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’epoca, le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Raccomandazioni a cui ci dovremmo istituzionalmente attenere. E io mi chiedo: questo lavoro culturale e simbolico enorme che fine fa se le donne si nominano al maschile proprio nei luoghi di potere in cui quelle donne le hanno portate?

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Brutte giornate. Dei tre indagati per lo stupro di una ragazza nell’ascensore della Circumvesuviana, due sono stati scarcerati: gli è bastato dire che si è trattato di “un rapporto consenziente” e la vittima ha pubblicamente e giustamente chiesto a cosa le è servito denunciare le violenze subite; la giovane statunitense stuprata a Catania da tre giovanotti molto perbene era riuscita a mandare ben cinque messaggi chiedendo aiuto a un supposto “amico” che non ha capito e non aveva l’auto e comunque non poteva farci niente; lo sdoganamento per le pistolettate facili è legge e per favore non parlatemi di legittima difesa e non vestite il ministro Salvini da Robin Hood, perché non sono i poveri e i più vulnerabili a prendere a fucilate i ricchi, è il contrario; il “Codice Rosso” si sta mostrando esattamente per quel che è: un’operazione propagandistica che non fa niente contro la violenza di genere oltre a rendere più severe alcune sentenze, che non può usare un emendamento dell’odiatissima Laura Boldrini sul “revenge porn” (meglio fare una leggina tutta nostra con l’impronta della dentatura sorridente di Di Maio, se no quella si prende il merito), che usa refrain acchiappa-click come la “castrazione chimica”, la quale oltre a essere comunque una forma di tortura sarebbe applicata solo se il condannato si dichiarasse d’accordo (ma come fate a dire stupidaggini del genere e a sedere nel Parlamento della Repubblica?).

E’ uno scenario deprimente ma logico, giacché la cultura della violenza non può sconfiggere se stessa. I cambiamenti nelle leggi o l’emanazione di nuove leggi non sono sufficienti a promuovere i diritti delle donne: comportamenti e attitudini verso le donne derivati dalla socializzazione hanno impatto diretto su come le leggi sono poi implementate e interpretate – e ciò è stato assai visibile di recente in numerosi pronunciamenti giudiziari.

L’Italia è un paese in cui la violenza sessuale contro le donne è normalizzata e giustificata tramite i media e la “cultura popolare”, perpetuata tramite l’oggettivazione dei corpi femminili, la profonda misoginia del linguaggio comune, la spettacolarizzazione dello stupro (in cui la pubblicità è somma maestra).

La compagine governativa vuole davvero fare uno sforzo per riformare lo status delle donne italiane nella società e renderle meno vulnerabili alla violenza? Metta mano alle leggi sul lavoro e le difenda da discriminazioni, molestie sessuali, disparità nei salari; si assicuri che siano tutelate a livello economico nelle legislazioni relative a eredità, proprietà, finanza, accesso al credito; smetta di scaricare sulle donne la propria incapacità a far quadrare i conti distruggendo le reti del welfare e tagliando i finanziamenti a sanità e scuola, perché sono le donne a caricarsi dei bisogni di bambini, anziani, malati e disabili – e costoro non sono zavorra, ma esseri umani titolari di diritti umani a cui lo stato deve attenzione e rispetto; azzeri la propria compiaciuta accettazione dell’attuale visione stereotipata e avvilente delle donne smettendo di avvallare con presenza e patrocinio tutto ciò che le riduce a strumenti per la soddisfazione maschile (dai concorsi di bellezza ai congressi patriarcali); apra spazi per discutere su tutto il territorio nazionale di come la classificazione accessoria e inferiore di metà del genere umano danneggi e distrugga le vite di tutti, femmine e maschi, e in questi spazi, umilmente, ascolti cosa le donne, le attiviste antiviolenza, le femministe hanno da dire.

Maria G. Di Rienzo

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I controlli più recenti rilevano che molti cervelli italiani non sono mai stati sottoposti ad update dai loro proprietari. Le conseguenze dell’interfacciarsi giornalmente con il mondo tramite software non adeguato variano e toccano diversi livelli di gravità, ma generalmente possiamo dire che esse impediscono alle persone con cervelli non aggiornati di individuare in quale secolo vivono, di tracciare limiti etici a parole e azioni e di riconoscere gli altri esseri umani per tali (di solito sono scambiati per Pokemon da catturare o abbattere).

Qui di seguito sono disponibili alcuni aggiornamenti software per materia grigia: chi ne avesse necessità e decidesse di scaricarli rammenti alla fine di riavviare il cervello.

SOFTWARE DECREPITO ancora in uso durante il mese di marzo 2019:

1. Ciò che sta attorno a una vagina-bersaglio, il resto del corpo di una donna così come la sua volontà, è irrilevante – l’importante è fare centro: infatti, tre stupratori di una ventiquattrenne (località S. Giorgio a Cremano) sono accolti da applausi, ululati di incoraggiamento e commozione alla loro uscita dal commissariato e rispondono sorridendo ai loro sostenitori (parenti e amici) prima di essere trasferiti in carcere.

UPDATE: a) Le donne sono esseri umani, intere, indivisibili, dotate di dignità e diritti, uniche titolari della propria sessualità; b) chi distrugge e segna le loro vite con la violenza è un delinquente, non un supereroe.

Inoltre, ciò che i tre ventenni hanno fatto non è la “sintesi perfetta dell’inconsapevolezza giovanile che sfocia nell’incoscienza più estrema” (rimando giornalistico obsoleto a “Gioventù bruciata”): erano del tutto consapevoli durante il precedente tentativo di violenza effettuato venti giorni prima, hanno orchestrato un nuovo incontro fingendo di volersi scusare, hanno stuprato la loro vittima e poi si sono tranquillamente allontanati a passo d’uomo, “forse perché convinti di farla franca”. Togliete il “forse”, i fuochi d’artificio fuori dalla stazione polizia lo rendono falso: nella loro cerchia più prossima non vi è un solo cenno di riprovazione e un po’ di sentenze successive sulla violenza di genere hanno ribadito che gli uomini sono piume al vento travolte dalle loro devastanti emozioni, picchiano stuprano uccidono senza sapere quel che fanno… se ipoteticamente la difesa gira la storia a questo modo e trova un/una giudice che non ha ancora aggiornato il software la faranno franca (quasi del tutto) proprio come speravano.

2. Le minorenni sono grandi abbastanza per fare di loro tutto quel che ci pare e abbastanza piccole per essere tenute in soggezione.

In quel di Cuneo abbiamo l’alpino trentenne “incensurato e insospettabile”, nonché sposato e padre, che aggancia una tredicenne e si fa inviare foto di lei nuda, la ricatta con la minaccia di diffonderle per averne altre e stuprarla (quest’ultima è la forma più esatta del circonvoluto costrutto “avere con lei rapporti sessuali non consensuali e senza protezioni”) e quando la ragazza si ribella la pesta.

In quel di Agrigento sempre una tredicenne è costretta a prostituirsi con abusi, violenze e minacce di morte: i suoi magnaccia sono la madre e l’amico di costei.

Da Roma invece arriva il “maestro” regista che adesca ragazze online con la promessa di una carriera nel cinema, le invita a finti provini e le stupra: delle cinque per cui è stato arrestato, due erano minorenni all’epoca dei fatti.

UPDATE: No, le ragazzine non vi appartengono: neppure se le avete messe al mondo. Non sono in giro per la vostra soddisfazione, sono esseri umani titolari di diritti umani a cui sono dovuti rispetto e tutela.

3. Questa donna sta con me, quindi è mia e deve fare quel che voglio io: altrimenti mi viene un raptus.

A Reggio Calabria il software decrepito si concretizza con il signore che “ha aperto lo sportello dell’auto della ex moglie, ha gettato addosso alla donna del liquido infiammabile, poi le ha dato fuoco”. La donna ha riportato ustioni gravi. Il tizio, con precedenti per maltrattamenti in famiglia, era evaso dagli arresti domiciliari a Ercolano “per compiere il folle gesto” (secondo i giornali: altra ricaduta del software inadeguato) e poi se l’era squagliata: probabilmente era ancora sotto l’effetto del terribile raptus quando lo hanno beccato il giorno dopo mentre cenava in pizzeria, giacché non risulta che stesse inondando di lacrime i carciofini in preda al rimorso.

A Salsomaggiore, il raptus ha obnubilato un gentile signore per ben sette mesi, durante i quali costui ha abusato della sua convivente al punto che quest’ultima ha tentato il suicidio. Ma il raptus è continuato sino all’exploit di un pestaggio con annessa distruzione di mobili ecc.: il gentile signore ha usato calci, pugni, bastone, assi di legno o di metallo, procurando alla donna traumi e fratture in varie parti del corpo per una prognosi di oltre 40 giorni.

“In un attimo di lucidità, – scrivono articolisti sotto l’influenza di software inadeguato – resosi evidentemente conto delle condizioni in cui versava la compagna, le ha permesso di medicarsi senza però darle la possibilità di contattare il 118, in quanto nel frattempo le aveva distrutto il telefono cellulare. La mattina seguente, dopo aver recuperato i suoi effetti personali, l’uomo lasciava l’abitazione. – Supponiamo ancora “inraptussito”, quindi impossibilitato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni e a soccorrere la donna – La vittima, in stato confusionale e a seguito delle lesioni riportate, trascorreva tutta la giornata del 6 marzo a letto senza la possibilità di chiedere aiuto. Solo il giorno dopo riusciva a mettersi in contatto con i vicini di casa.”

UPDATE: Andate a quel paese. La violenza non ha e non può avere giustificazioni di sorta, quali che siano le circostanze: è sempre una scelta. Vergognatevi.

Chiedo scusa, sembra che il server abbia qualche problema. Ma voi che non aggiornate i cervelli, proprio voi, ne avete di più.

Maria G. Di Rienzo

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madrid 8 marzo 2019

“Vogliamo il vostro rispetto, non i vostri complimenti”: questo scandivano le donne durante le manifestazioni spagnole per l’8 marzo; il “titolo” che portavano tutte le iniziative era “Abbiamo mille ragioni”. L’immagine – da El País – è relativa a quella di Madrid: la dimostrazione delle donne ha superato colà le 350.000 presenze (a Barcellona erano 200.000). Lo sciopero di due ore indetto dalle organizzatrici ha raggiunto l’80% nelle università e il 61% nelle scuole secondarie superiori. I sondaggi dicono che poco più del 64% delle ragazze spagnole sotto i 25 anni si definisce femminista.

Fra le mille ragioni, le dimostranti hanno abbondantemente citato la violenza di genere, il divario sui salari e gli ostacoli all’accesso alle posizioni di responsabilità, nonché la crescita della destra spagnola che ha determinato uno spostamento verso posizioni retrive da parte del Partito Popolare (interruzione di gravidanza). La riuscita di centinaia e centinaia di manifestazioni – per farvi un esempio solo in Andalusia ce ne sono state 139 – ha mandato in pallone i politici di destra che hanno gridato al sequestro dell’8 marzo da parte della “sinistra femminista”.

Quest’ultimo concetto è qualcosa che io non sono mai riuscita a vedere in opera, meno che mai in Italia sebbene a diversi intervalli il termine sia infilato nelle piattaforme e più raramente nelle definizioni da slogan elettorale di aggregazioni di micro partiti e soggetti vari. “Ecologista” è sdoganato (non ti dicono più che vuoi piantare le margherite sull’A4), “nonviolento” un po’ meno ma ci sono buoni segnali (quelli che ti dicono “Allora ti va bene prenderle” si sono leggermente ridotti), “femminista” è ancora verboten e ogni volta che lo pronunci, lo scrivi, lo rivendichi devi maneggiare insulti, minacce, deliri e patetiche pseudo-spiritosaggini.

Io non credo si tratti di mancanza di informazioni: solo usando internet con un pizzico di intelligenza persino l’individuo più disinformato può crearsi una base di conoscenza (e ascoltare le donne / le femministe è sempre una possibilità).

Io non credo si tratti di differenze di opinioni: le aggressioni dirette alle femministe mancano in toto di argomentazioni razionali e in generale di quel minimo di educazione necessario a una conversazione sensata.

Io non credo si tratti di difficoltà di comprensione dovuta a linguaggi criptici o ultra specialistici: la frase “Vogliamo rispetto, non complimenti” necessita, per essere capita, di un apprendimento di base della lingua parlata normalmente accessibile anche a un analfabeta.

Io non credo si tratti della “crisi” degli uomini (ormai più che quarantennale in Italia) provocata dall’avanzamento, lento e costantemente messo in questione e in pericolo, dei diritti umani delle donne.

Io credo si tratti di mancanza di coraggio. Credo che troppi appartenenti alla sinistra italiana, uomini e donne, siano codardi, privi di prospettiva (e di sogni che non riguardino il proprio personale successo, sogni collettivi), subalterni alla visione del mondo dei loro avversari, complici per volontà o superficialità dell’attuale clima culturale del paese in cui l’attitudine medievale verso le donne, invece di arretrare, avanza spedita a colpi di passerella obbligatoria per tutte le età e qualsiasi professione, tribunali macho-friendly (per esempio, se una donna è “brutta” non può essere stuprata: clamoroso falso del 10 marzo 2019, smentito da tutti i dati in nostro possesso ovunque), concezione proprietaria e relativa oggettivazione di donne e bambine spinta al massimo livello (per cui si può ripetutamente stuprare la propria figlioletta di quattro anni, trasmetterle una malattia venerea e filmare il tutto per farsi una pippa nella pausa pranzo al lavoro: Cuneo, 9 marzo 2019), stupri e tentati stupri, femicidi e tentati femicidi (la scorsa settimana di cronaca la dice lunga sulla brutalità e sulla persistenza della violenza di genere in Italia).

Per uscire dal circo degli orrori è necessario come primo passo il riconoscere questi ultimi per tali. Il secondo è l’analisi di cause e conseguenze della violenza di genere, per la quale è disponibile almeno un secolo di lavoro femminista. Il terzo è la volontà di avventurarsi in un territorio diverso: cambiando comportamento, riscrivendo il proprio posto e il proprio senso rispetto all’esistente, sfidando l’attitudine che ridicolizza e umilia le donne senza darla per scontata o peggio ancora per “naturale”, osando accettare la libertà che il femminismo crea per ogni essere umano e vivendola in prima persona.

Maria G. Di Rienzo

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Il parroco che in provincia di Firenze fu colto in flagranza di reato il 23 luglio dell’anno scorso, mentre abusava in automobile di una bambina decenne, è stato condannato a 4 anni e 4 mesi: anche qui – la medesima cosa sta accadendo in troppi casi relativi a violenze sessuali e femicidi – la pena è stata ridotta di un terzo come prevedono i processi svolti mediante “rito abbreviato”. Al momento don Paolo Glaentzer, che è abbastanza anziano, è ai domiciliari e la sentenza, oltre a interdirlo dai pubblici uffici, gli proibisce di frequentare istituti in cui siano presenti minori.

Più o meno tutti gli articoli al proposito riportano che il sacerdote: “(…) durante l’interrogatorio in procura a Prato aveva confessato, spiegando anche che non si trattava della prima volta che si appartava con la bambina. Dieci anni, la piccola era già da tempo seguita dagli assistenti sociali. Il parroco aveva anche dichiarato di intendere il suo rapporto con la bambina come una relazione affettiva, e che sarebbe stata sempre lei a prendere l’iniziativa. Gli episodi, più di uno, sarebbero avvenuti sempre nell’auto dell’uomo, durante il tragitto tra la parrocchia e la casa della bambina, sua parrocchiana, a cui lui avrebbe dato assistenza vista la situazione disagiata della famiglia.”

Nessuno salta per aria scrivendo queste cose, ma io divento furibonda ogni volta in cui le leggo.

1. Essere in condizioni di difficoltà (“da tempo seguita dagli assistenti sociali”) è un colpa, un’attenuante per il prete, una dichiarazione intrinseca di disponibilità agli abusi?

2. Che il perpetratore intendesse il violare una minore come “relazione affettiva” giustifica in qualche modo la faccenda, perché se vuoi bene a una bambina e sei un uomo il tuo “affetto” si esprime inevitabilmente nel violentarla?

3. Anche se fosse vero che era “sempre lei a prendere l’iniziativa” (“ci stava”, la lagna di tutti gli stupratori qualsiasi sia l’età della vittima), un adulto – e per di più un venerabile sacerdote che “assisteva” la sua piccola parrocchiana – non ha niente da dirle al proposito, non sa fare niente di meglio e di diverso dallo sbottonarsi le braghe, non riesce a esprimere un minimo di rispetto per la bimba e di autocontrollo?

Ciò che sfugge di continuo a coloro che devono rendere in cronaca vicende di questo tipo sono fondamento e fulcro delle stesse:

– il perpetratore sceglie di sfruttare lo stato di vulnerabilità di un altro essere umano per la sua personale soddisfazione;

– alla bambina / al bambino che si trovano in condizioni disagiate (erosione di risorse, della percezione di aver signoria su se stessi, di speranza) è facile far credere sia che meritano le violenze subite sia che finalmente conteranno qualcosa se sono “bravi” con il farabutto di turno;

– per le bambine in particolare, stante l’enfasi sulla bellezza obbligatoria da offrire agli uomini in forma di sesso, la faccenda diventa particolarmente spinosa giacché i messaggi ricevuti dalla società che le circonda confermano come “normale” quanto sta accadendo loro;

– il suggerimento che le vittime guadagnino qualcosa dall’essere vittimizzate è inaccettabile: ma i giornalisti persistono a scriverlo, gli avvocati degli stupratori a usarlo in tribunale, i giudici ad accettarlo e i perpetratori ad assolvere se stessi.

Il terreno per il prossimo abuso, grazie a ciò, è pronto e fertile e continuerà a dare rigogliosi raccolti. Maria G. Di Rienzo

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Forse ricordate il villaggio delle donne in Kenya, Umoja, fondato negli anni ’90 da una quindicina di sopravvissute alla violenza domestica fra cui la straordinaria Rebecca Lolosoli, attuale “presidente” del posto.

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/12/31/e-questo-e-quanto/

Le donne Yazidi sfuggite alla guerra e alla schiavitù (in sintesi all’Isis) hanno fatto la stessa cosa nel nordest della Siria. Il villaggio si chiama Jinwar ed è stato inaugurato ufficialmente il 25 novembre 2018, Giorno internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E’ basato sull’eguaglianza di chi ci vive e il suo scopo è fornire alle donne un posto libero da violenza e oppressione: le abitanti non sono solo Yazidi e curde ma anche arabe, perché il villaggio accoglie qualunque donna in difficoltà e eventualmente i suoi bambini femmine e maschi.

murales a jinwar di bethan mckernan

Quello che segue è un brano dell’articolo “We are now free: Yazidis fleeing Isis start over in female-only commune” di Bethan McKernan per il Guardian, datato 25 febbraio; anche l’immagine del murale di Jinwar è sua.

“Durante il genocidio, gli uomini Yazidi furono radunati, uccisi a fucilate e abbandonati in fosse comuni. Le donne furono prese prigioniere allo scopo di essere vendute nei mercati di schiavi dell’Isis e molte passarono da un combattente all’altro subendo abusi fisici e sessuali.

Jinwar è una comune femminile, organizzata dalle donne della locale amministrazione curda per creare uno spazio in cui le donne potessero vivere “libere dalle costrizioni di strutture di potere oppressive come il patriarcato e il capitalismo”.

Le donne si sono costruite da sole le loro case, si fanno il pane, accudiscono il bestiame e coltivano la terra, cucinano e mangiano insieme. Davanti a pollo e riso, e più tardi a musica e danza, le residenti discutono di come se la stanno cavando i nuovi alberi appena piantati, albicocchi, melograni e ulivi.

“Abbiamo costruito questo posto da noi stesse, mattone dopo mattone. – dice la 35enne Barwa Darwish, che è venuta a Jinwar con i suoi sette figli dopo che il suo villaggio nella provincia di Deir Ezzor è stato liberato dall’Isis e suo marito, che si era unito alla lotta contro il gruppo, è morto in battaglia – Sotto l’Isis eravamo strangolate e ora siamo libere. Ma anche prima di questo, le donne stavano a casa. Non uscivamo e non lavoravamo fuori casa. A Jinwar, ho capito che le donne possono stare in piedi da sole.”

Jinwar è uscita dall’ideologia democratica che ha alimentato la creazione di Rojava, uno staterello curdo nella Siria nord orientale, sin da quando scoppiò la guerra civile nel 2011. L’area se l’è cavata largamente bene nonostante la presenza di nemici da ogni lato: l’Isis, le truppe del presidente siriano Bashar al-Assad e la Turchia, che vede i combattenti curdi come un’organizzazione terroristica.

La rivoluzione delle donne, com’è noto, è una parte significativa della filosofia di Rojava. Indignate dalle atrocità commesse dall’Isis, le donne curde formarono le proprie unità di combattimento. Più tardi, donne arabe e Yazidi si unirono a loro in prima linea per liberare le loro sorelle. Ma a casa, molte parti della società curda sono ancora profondamente conservatrici. Alcune delle donne ora a Jinwar sono fuggite da matrimoni imposti e abusi domestici. Queste dinamiche, così come l’eredità degli otto anni di brutale guerra in Siria, devono essere disimparate a Jinwar.

“Quando le famiglie arrivano, dapprima i bimbi arabi non vogliono giocare con quelli curdi. – dice Nujin, una delle volontarie internazionali che lavorano al villaggio – Ma in neppure due mesi si può già vedere il cambiamento. I bambini sono tutti più felici. Il villaggio è la miglior forma di riabilitazione per tutte le cose che queste famiglie hanno sofferto.”

Jinwar è ancora in costruzione: ci sono giardini da piantare e una biblioteca vuota che aspetta i suoi libri. La comunità sta tuttora vagliando idee. Oltre a quella di un centro di istruzione c’è l’idea di creare una piscina da utilizzare in estate. La maggioranza delle residenti la userebbe per la prima volta, giacché le piscine sono riservate agli uomini in gran parte del Medio oriente. Le donne hanno anche già votato per avere lezioni di guida e per dare inizio a un’attività commerciale di sartoria.”

Maria G. Di Rienzo

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