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Posts Tagged ‘stupro’

Prendiamo Ciro Grillo: un 19enne da serate al Billionaire e ville in Costa Smeralda, feste e selfie circondato da coetanee, viaggi in giro per il mondo (“Cazzi durissimi in Nuova Zelanda” è il suo entusiastico commento a uno di essi), kick boxing e palestra (e gli esercizi sembrano avere uno scopo quantomeno bizzarro: sotto la sua foto mentre dondola appeso a una sbarra, Ciro avverte: “Ti stupro bella bambina attenta” – senza neppure una virgola, nonostante la maturità conseguita).

Prendiamo i suoi amici Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria: tutti fra i 18 e i 20 anni e figli di imprenditori, medici e professionisti della Genova bene, con retroscena similari.

Secondo la loro versione conoscono due ragazze nel locale summenzionato, le invitano a “una spaghettata” in un residence del papà di Ciro (un signore molto noto) e mentre una dorme ubriaca quella ancora sveglia, per quanto alticcia, è consenziente ad avere rapporti sessuali con tutti loro e persino a essere filmata durante uno di essi: il video prova “che ci stava”, sostengono i quattro moschettieri.

Purtroppo non si capisce perché la ragazza, anch’ella 19enne, li abbia denunciati per stupro di gruppo. Se era così felice di avere addosso a turno machissimi vitelloni palestrati e che dell’impresa restasse traccia, cos’è successo? La performance del quartetto è stata scadente? Il filmato non è venuto proprio bene? Gli spaghetti facevano pena?

Naturalmente di lei si dubita: è stata visitata al centro Soccorso Violenza Sessuale della clinica milanese Mangiagalli e ha sporto denuncia nella stessa Milano, dove abita, dieci giorni dopo l’accaduto, non ha interrotto immediatamente le vacanze e ha taciuto – e se la sua storia è vera (lasciamo pure il beneficio del dubbio, per quanto esile) io so perché.

1. Provava vergogna, come tutte le donne vittime di aggressioni sessuali, poiché la narrazione pornografica in auge della sessualità le ha insegnato – e insegna a tutti gli stupratori – che la violenza sessuale è voluta e provocata dalle femmine di ogni età e condizione e che una donna sessualmente attiva è una troia e un uomo sessualmente attivo è un figo.

2. Si sentiva colpevole per aver accettato l’invito – e difatti la maggioranza dei resoconti giornalistici sulla vicenda la definiscono “imprudente” – ma sentite un po’, cosa avrebbe dovuto fare in quest’epoca terribile in cui “l’ossessione per l’eguaglianza di genere” e il “#Metoo” uccidono il romanticismo? Le avrebbero dato della femminazista, della bacchettona, della “fica-di-legno”? Sarebbero diventati violenti e incontrollabili di fronte a un rifiuto? La narrazione pornografica di cui sopra assicura che un uomo con un’erezione è peggio che tarantolato e decisamente “inraptussito”, guai se la lascia sgonfiare o se la maneggia in solitario sotto la doccia, ha bisogno di genitali femminili, subito e senza condizioni.

3. Ha tentato di cancellare quel che era successo, di non pensarci, di lasciarselo alle spalle. Fini intellettuali ambosessi (italiani e non) assicurano che dopo un bidet e ridendoci sopra e sdrammatizzando va tutto a posto. Però, come dimostrano le conseguenze psicofisiche degli stupri, che possono affliggere una persona per l’intero resto della sua vita (e persino metter fine a essa tramite suicidio), si sbagliano.

Sì, puoi metterci dieci giorni a prendere la decisione di rendere pubblica la tua sofferenza, e anche di più: puoi persino, mentre il disgusto e la rabbia ti consumano in silenzio, non prenderla mai. Sei stata “imprudente”, come già detto – quindi non sei una vittima ma una corresponsabile; temi o sai per certo di non ottenere sostegno o solidarietà sufficienti a darti coraggio e legittimazione; “loro” diranno che eri d’accordo; se parli la tua vita precedente sarà scandagliata in ogni dettaglio e qualunque cosa suggerisca che in altre circostanze il sesso possa piacerti (com’è normale) sarà usato per reiterare che non poteva trattarsi di violenza: se una donna l’ha fatto con uno vuole e deve farlo con tutti gli altri… eccetera.

E guardate: persino se i quattro giovanotti stessero dicendo la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, la loro visione del sesso mi provoca una nausea insormontabile. E’ solo spettacolo pornografico da orchestrare in gruppo, per vantarsi l’uno con l’altro e con eventuali altri amici grazie ai filmati, non ha nulla di erotico, nulla di appetibile, nulla che indichi un briciolo di interesse e rispetto per l’attrezzo umano con cui si soddisfano. Attenta che con questi addominali sono assai adatto a stuprare, bella bambina. Ma visto che le “belle bambine” a volte si ribellano, non sarebbe meglio – parlo a Ciro e compagnia – usare meloni, angurie, carne trita con uovo crudo (come diceva Bukowski) e evitare i tribunali? Così, tanto per dire.

Maria G. Di Rienzo

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Le donne sudafricane stanno in questi giorni condividendo su Twitter le loro esperienze di violenza subita con l’hashgtag #AmINext (Sono io la prossima). A innescare il flusso è stato l’ennesimo stupro seguito da femicidio: a perdere la vita una giovane universitaria di Cape Town, Uyinene Mrwetyana – in immagine – che era uscita per andare a ritirare un pacco all’ufficio postale ed è stata ritrovata cadavere (il presunto stupratore – assassino, 42enne, è stato arrestato).

uyinene mrwetyana

Il Sudafrica è uno dei luoghi peggiori al mondo per viverci da donna: il tasso di femicidi nel paese è cinque volte tanto la media globale – una tendenza costante dall’anno 2000 – e l’80% delle aggressioni sessuali denunciate negli anni 2016/2017 erano stupri.

I messaggi al riguardo delle donne su Twitter sono strazianti, una valanga di dolore e coraggio a cui il paese dovrebbe dare una risposta a livello politico e sociale. Eccone alcuni:

Sihle Bolani, 2 settembre 2019:

Mia figlia ha 14 anni. Alla sua età, io ero già stata stuprata. La guardo ogni giorno e vedo semplicemente una bambina. Oggi, sto pensando a quanto giovane ero e a come anch’io avevo l’aspetto della bambina che ero. Ma gli uomini sono feroci, violenti, distruttivi e pieni di odio.

Dakalo, 2 settembre 2019:

Il mese scorso, una collega ha dato soldi alla sua figlia adolescente perché andasse in città, a comprarsi un vestito nuovo per il ballo d’esame della scuola. Non ha mai fatto ritorno. Il suo corpo è stato trovato in una siepe non distante dall’ospedale.

Niki, 2 settembre 2019:

Le mie nipotine hanno 4 anni. Quando avevo quell’età, il mio stupratore aveva già cominciato ad addestrarmi. Aveva già messo le mani nelle mie mutande e mi aveva già infilato la lingua in bocca. Avevo – quattro – anni.

Mahlodi Makobe, 3 settembre 2019:

Il mese scorso volevo fare denuncia per le molestie sessuali, la poliziotta che mi “assisteva” mi ha detto che non dovrei essere sorpresa se gli uomini non riescono a tenere le mani distanti da me perché “ke pakile” (ndt. “sei formosa”). Mi sono sentita così sconfitta. Siamo proprio sole.

Avere leggi che puniscono la violenza sessuale è importantissimo, ma non sufficiente. Formare all’eguaglianza di genere legislatori, magistrati e membri delle forze dell’ordine è indispensabile. Aprire una stagione di discussione pubblica su diritti umani, dignità e rispetto per ogni essere umano altrettanto. Altrimenti, ovunque, il risultato è quello che avete appena letto.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Mexico’s ‘glitter revolution’ targets violence against women”, di Tom Phillips per The Guardian, 26 agosto 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

città del messico 16 ago 2019

Sandra Aguilar-Gomez ricorda l’atmosfera cameratesca e celebrativa di quando migliaia di donne messicane scesero in strada per le proteste della “primavera viola” nel 2016. Tre anni più tardi le dimostranti sono tornate a chiedere la fine della violenza contro le donne – ma questa volta l’umore è amareggiato.

“Quel che ho visto sulle strade erano rabbia e disperazione. – dice Aguilar-Gomez, 28enne, studente per il dottorato di ricerca e attivista femminista, dei recenti raduni a Città del Messico – Perché le cose non sono cambiate di una virgola.”

Aguilar-Gomez è una delle migliaia di donne che si sono unite alla cosiddetta “revolución diamantina” (“rivoluzione dei brillantini”): il movimento ha guadagnato il proprio nome dopo che le manifestanti hanno fatto una doccia di brillantini rosa al capo della sicurezza di Città del Messico il 12 agosto scorso.

La protesta è stata una reazione alla denuncia di stupro di un’adolescente da parte di quattro ufficiali di polizia a Azcapotzalco, a nord della capitale, nelle prime ore del 3 agosto. Le dimostranti, che marciavano con cartelli su cui stava scritto “Tutte le donne contro tutta la violenza” e “Se voi violate le donne noi violeremo le vostre leggi”, stanno anche chiedendo cambiamenti maggiori in un paese dove una media di dieci donne sono uccise ogni giorno e in pratica tutti questi crimini restano impuniti.

“E’ una situazione insostenibile e femicida. – dice Yndira Sandoval, del gruppo Las Constituyentes che si è unito al movimento – Ogni giorno scompaiono ragazze, scompaiono donne, donne sono violate e stuprate e noi vogliamo una risposta politica che rifletta le dimensioni di quest’emergenza nazionale.” Sandoval aggiunge di essere stata vittima di un’aggressione sessuale nel 2017.

Quando il Presidente di sinistra del Messico, Andrés Manuel López Obrador, è entrato in carica lo scorso dicembre, promettendo una nuova era di giustizia sociale, molte attiviste – inclusa Sandoval – hanno sperato che un cambiamento positivo fosse finalmente all’orizzonte. A Città del Messico, che ha eletto l’alleata di López Obrador, Claudia Sheinbaum quale sua prima donna sindaco, le aspettative erano particolarmente alte.

Nove mesi più tardi, molta di quella speranza è evaporata. Le attiviste per i diritti delle donne sono sospettose dell’alleanza di López Obrador con i politici evangelici della linea dura e hanno condannato i suoi forti tagli al budget, compresi i tagli ai rifugi delle donne.

Sheinbaum, nel frattempo, ha fatto infuriare le manifestanti femministe etichettando la loro prima mobilitazione – in cui l’entrata in vetro all’ufficio del procuratore generale è stata distrutta – come “una provocazione”. Facendo questo, dice Aguilar-Gomez, l’amministrazione di Città del Messico ha legittimato un’ondata di aggressioni e minacce online dirette alle femministe.

L’attacco di Sheinbaum ha raccolto indignazione ed è stato la scintilla per una seconda protesta, il 16 agosto, in cui uno dei simboli più conosciuti del Messico – l’iconico monumento all’Angelo dell’Indipendenza – è stato coperto di graffiti che denunciavano la violenza contro le donne.

Aguilar-Gomez si dice frustrata dal fatto che, da allora, la maggioranza dei media è concentrata sulla deturpazione del monumento e non sulla discriminazione e gli attacchi contro le donne messicane: “E’ incredibile. Non riescono a vedere il dolore sui volti delle madri e delle sorelle delle donne assassinate, e delle donne stuprate e assalite che hanno partecipato alla protesta. Ma sono molto, molto, molto empatici verso questa signora fatta di pietra.”

Domenica (Ndt: il 25 agosto) Sheinbaum ha incontrato delle rappresentanti del movimento e ha promesso un mese di discussioni mirate ad aiutare a sradicare la violenza di genere. Sandoval, 33enne, teme si tratti di un tentativo di “contenere e cooptare” il movimento, anziché di qualcosa che favorisca un cambiamento reale.

Aguilar-Gomez spera in un mutamento positivo e assicura che le manifestazioni continueranno se ciò non accade: “Posso dire con certezza che (le donne) non si fermeranno. Sono certa di questo. Non ne possono più.”

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Sui quotidiani, data odierna: “La maglietta shock del vicesindaco: “Se non puoi sedurla, puoi sedarla”. La Lega: “Non è nostro iscritto, è di Fdi”. Loris Corradi, esponente del partito di Giorgia Meloni, ha esibito la scritta sul palco della festa del paese, vicino a Verona. (Nda: Roverè) È il momento delle estrazioni per la lotteria, Loris Corradi si presenta sul palco con un maglietta rossa che ha sul davanti la scritta: “se non puoi sedurla…”. È la presentatrice della serata a svelare che sulla schiena la frase continua con “… puoi sedarla”.”

buffone

Diversi giornali, a rinforzo preventivo di quella che sarà l’ovvia risposta alle polemiche già in corso (“Era uno scherzo”, “Siete senza senso dell’umorismo” ecc.) sottolineano già negli incipit che “il pubblico” si sarebbe divertito – i distanti per area sociopolitica definiscono la reazione degli astanti “risatine”, i simpatizzanti belle e rotonde “risate” indice di pieno consenso.

Quel che il trentacinquenne sig. Corradi ha fatto è definito “atto sessista” e persino “molestia sessuale” da tutta una serie di ricerche e studi che hanno ispirato protocolli interni di istituzioni – università – imprese, leggi nazionali e convenzioni internazionali (per esempio la Convenzione di Istanbul che l’Italia ha sottoscritto).

Trattando con leggerezza (“era solo goliardia”) lo stupro, l’oggettivazione sessuale delle donne e la discriminazione delle donne, questo tipo di “umorismo” – che in molte siamo davvero felici di non avere – ha la funzione di favorire e far crescere:

1) l’accettazione dei miti sullo stupro (lui non ha potuto trattenersi, lei sotto sotto lo voleva, lei lo ha provocato ecc.) – cfr. Ryan e Kanjorski, 1998;

2) la tolleranza di accadimenti sessisti – cfr. Ford, 2000; Ford, Wentzel e Lorion, 2001;

3) la tendenza allo stupro – cfr. Romero-Sanchez, Durán, Carretero-Dios, Megías e Moya, 2010; Thomae e Viki, 2013;

4) la volontà di discriminare le donne – cfr. Ford, Boxer, Armstrong e Edel, 2008;

5) l’accettazione del sessismo nella società – cfr. Woodzicka, Triplett e Kochersberger, 2013.

Quindi, che qualcuno ci rida sopra oppure no, la maglietta del vicesindaco resta un’aggressione simbolica che legittima quelle reali.

Il linguaggio, come i politici dovrebbero sapere bene, è un attrezzo potente. Non solo ci permette di esprimerci, di conversare e di comunicare, ma crea le narrazioni tramite cui noi leggiamo e spieghiamo il mondo intero: esse possono confermarci il nostro senso di appartenenza o il nostro senso di marginalizzazione, ci dicono chi merita la nostra solidarietà o la nostra indignazione, ci suggeriscono di cosa avere paura e di cosa fidarci, hanno impatto diretto sulla nostra salute mentale e di conseguenza su quella fisica.

Il sig. vicesindaco vuole sapere che effetto ha direttamente il sessismo sulle donne?

A livello psicologico: depressione, ansia, trauma, frustrazione, paura, insicurezza, imbarazzo, vergogna, senso di colpa, senso di isolamento;

a livello fisiologico: emicranie, letargia, anoressia / bulimia, incubi, attacchi di panico, problemi sessuali;

nella vita lavorativa e scolastica: crescente insoddisfazione, assenteismo, ritiro o dimissioni, caduta dei risultati accademici o professionali a causa dello stress.

Il sig. vicesindaco vuole conoscere l’effetto sociale del sessismo?

La diffusa convinzione collettiva che ogni menzogna, stereotipo o mito sulle donne, chiunque sia a diffonderlo, sia verità assoluta, naturale o rivelata da qualche divinità. Se quel che senti da quando sei in grado di capire/usare la tua lingua è che le donne sono stupide, deboli, passive, manipolative, prive di capacità intellettuali o comunque di capacità che permettano loro di rivestire ruoli guida, meri attrezzi per il piacere sessuale maschile e semplici arene per il dispiegarsi di “fine” umorismo goliardico e ironico ecc. ecc. il primo risultato, se sei maschio, è trattare le donne di conseguenza. Inoltre, il sessismo protegge i tuoi privilegi e la tua posizione superiore, per cui colludere è pur sempre un vantaggio.

Ma c’è una seconda conseguenza logica, perché gli stessi messaggi arrivano a bambine e donne, creando misoginia e sessismo in molte di loro stesse: apprendono ad agire le menzogne e gli stereotipi sul proprio conto, a dubitare continuamente di se stesse e delle altre, a rovesciare l’ostilità che la costante aggressione sessista crea sulle loro simili… perché se la discriminazione sessista dev’essere mantenuta e passata alle prossime generazioni, tutti/e dobbiamo credere in una certa misura ai messaggi che riceviamo e dobbiamo rivestire i ruoli che essi ci assegnano. E’ quel che ha fatto la presentatrice della serata di Roverè.

Maria G. Di Rienzo

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Cinquanta le donne vittime di femminicidio, in Italia, dall’inizio del 2019.

La media (ultimo rapporto Censis) è di una donna assassinata ogni 60 ore.

I numeri della violenza riferiti agli episodi denunciati – stupri, maltrattamenti in famiglia, pestaggi, stalking – restano nell’ordine di migliaia.

Il 25 luglio u.s. la deputata Rossella Muroni (Liberi e uguali) presenta un ordine del giorno per assicurare l’impegno del governo “a investire sulle politiche contro la violenza di genere e sulla sicurezza delle donne”, chiedendo fra l’altro “fondi ulteriori per le forze dell’ordine e per la magistratura e di erogare le risorse stanziate nel 2018 per i centri antiviolenza e le case rifugio”: respinto.

Il 30 luglio successivo, arriva l’annuncio che due centri antiviolenza della rete D.i.Re in Umbria (a Perugia e a Terni), mentre aspettano ancora i finanziamenti previsti per il 2019, rischiano di chiudere: entro il prossimo 10 agosto, non in un nebuloso e lontano futuro.

Non sono le uniche strutture a rischio, ovviamente, e un paese civile si sarebbe accorto da un pezzo che la violenza contro le donne è un grave e persistente problema sociale. Il nostro governo preferisce strombazzare i titoli di piani, leggi e decreti colmi di promesse sesquipedali (la scomparsa della povertà, tanto per dirne una) che non è in grado di mantenere. L’importante è suonare la grancassa nelle orecchie dell’opinione pubblica: il più delle volte in modo così aggressivo e volgare che l’appellativo “onorevoli” di questi parolai si sbriciola miseramente davanti ai nostri occhi.

Ora, se volessimo usare gli stessi metodi comunicativi chiederemmo a Vincenzo Spadafora e a Giulia Bongiorno di “portarsi a casa” le donne che la loro colpevole inerzia lascerà prive di sostegno, ancora più sole di quanto la connivenza sociale per la violenza di genere le renda già: ma visto che siamo persone civili, chiediamo loro solo di fare il lavoro per cui noi cittadine/i, titolari della sovranità nazionale, li paghiamo. Grazie.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Women are hostages: Rallying against the rape cartel in South Korea”, un lungo saggio di Hyejung Park, Jihye Kuk, Hyedam Yu, Caroline Norma per Feminist Current, 6 luglio 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Hyejung Park è una lesbica femminista e una traduttrice; Jihye Kuk è la direttrice della casa editrice femminista Yeolda Books e un’attivista contro la violenza maschile; Hyedam Yu è una femminista radicale che ha tradotto in coreano “Beauty and Misogyny” e “Loving to Survive”; Caroline Norma è una femminista abolizionista, docente universitaria e scrittrice. Ho lasciato i nomi “occidentalizzati” delle Autrici coreane come da originale, ma più correttamente sarebbero stati Park Hye-jung ecc.)

le autrici

(da sinistra: Jihye Kuk, Caroline Norma, Hyejung Park, and Hyedam Yu)

I titoli recenti sulla scia dello scandalo relativo al “Burning Sun” potrebbero avervi indotto a credere che la Corea del Sud sia composta da due mondi molto differenti: un mondo in cui a uomini di prestigio è permesso fare qualsiasi cosa desiderino, e un altro mondo per gli uomini comuni. Nel mentre è vero che maschi celebri e uomini potenti stanno commettendo crimini orribili contro le donne ed evitano di essere puniti, non stanno agendo da soli. E di certo gli uomini “normali” non sono meno colpevoli.

In aprile, un programma sudcoreano di attualità della MBC rivelò che un certo numero di club nella zona di Gangnam – la cosiddetta “Beverly Hills di Seul” – ospitavano festini con stupri di gruppo per i loro clienti importanti, usando squadre di quelli che chiamavano “inceneritori” per ripulire le conseguenze.

Locali come il Burning Sun affittavano appartamenti in edifici residenziali o commerciali dove ricchi clienti maschi pagavano per abusare sessualmente e fisicamente di donne durante la notte. Gli “inceneritori” arrivavano al mattino a ripulire macchie di sangue e a bruciare ogni prova di violenza. A volte, medici erano chiamati negli appartamenti di notte per arrestare le emorragie delle donne abusate o per praticare trasfusioni di sangue. (…)

Lo scandalo del 2018 del club Burning Sun è cominciato con il Grande Seungri. Il 28enne mega star del K-pop vanta più seguaci su Twitter del presidente sudcoreano Moon Jae-in. E’ diventato famoso dapprima come membro di una boy band, i Big Bang, e le sue numerose attività commerciali hanno pure avuto enorme successo. Notorio per le sue feste esagerate, Seungri era detto “il Grande Gatsby coreano”. Di colpo, si è trovato coinvolto in uno dei peggiori scandali relativi alle celebrità della storia coreana.

I servizi per gli stupri di gruppo e di pulizia successiva sono solo la punta dell’iceberg. Ciò che accadeva nel club stesso è ancora più orrendo. Le cosiddette “droghe per lo stupro” sono usate per vittimizzare le donne in tutto il mondo ma, in questo caso, il personale del club svolgeva un ruolo attivo nel fornire donne drogate agli ospiti di gran nome con la compiacenza di poliziotti corrotti.

Le conversazioni trapelate fra i promotori del club (noti come MD), che erano responsabili del procurare donne drogate per l’abuso sessuale, forniscono un’idea delle pratiche d’affari quotidiane del locale:

MD 1: “La stanza VIP sta cercando una mulge.”

MD 2: “Okay, ne cerco una.”

MD 1: “Sbrigati a trovarla.”

(dopo qualche minuto) MD 1: “Non ci serve più, trova solo qualcuna che sembri non in sé.”

MD 2: “Cerco una lumaca, allora.”

MD 1: “Aiutami a fare un grosso centro.”

I manager del club tentano di assicurarsi una “mulge” (il loro termine per “ospite femmina attraente”) da introdurre ai clienti della stanza VIP. Una “mulge” non è una hostess pagata o una prostituta, sebbene i manager la trattino da tale. E’ solo qualcuna che entra in un club per divertirsi e ballare.

Poi, secondo le conversazioni registrate, i VIP cambiano idea sul volere una vittima cosciente e richiedono invece una “lumaca”, slang coreano che indica donna priva di sensi e facile preda per il sesso. Da notare che “mulge” suona simile alla parola “foca” in coreano. Che siano foche o lumache, le ospiti di sesso femminile sono paragonate a esseri non umani che possono essere consegnati a richiesta. I manager fornivano persino ai loro clienti abituali le sostanze stupefacenti da usare con le donne.

Tutto lo staff era a conoscenza di ciò che accadeva e Seungri ne era consapevole: in effetti, lui e i suoi celebri amici hanno commesso una lista infinita di crimini contro le donne: assalto sessuale di donne inconsapevolmente drogate, la condivisione di film di sesso girati di nascosto, lo sfruttamento commerciale sessuale, eccetera.

Forse la natura onnicomprensiva dei crimini di questi uomini risulta meglio nelle loro stesse parole. Cospirano per vittimizzare donne su KakaoTalk, la più grande applicazione per messaggistica telefonica in Corea, e le loro conversazioni sono state la fonte principale delle prove dello scandalo. Durante un dialogo fra Seungri e altre “star” di sesso maschile, il cantante Jung Joon Young propone, possibilmente come scherzo, che tutti “aggancino una donna online, si va tutti insieme in un locale di spogliarelli e poi le stupriamo in macchina”. Un altro partecipante risponde pianamente: “Lo sai che queste cose le facciamo già nella vita reale. Quel che facciamo è come un film. Pensaci un minuto. Non è che uccidiamo nessuno.”

Il paragone con i film è da sottolineare. Le editrici di SECOND, magazine femminista di cinema, fanno notare che nell’industria cinematografica coreana “è diventato un cliché ritrarre la violenza sessuale contro le donne in eleganti soggiorni ove gli uomini si riuniscono per dimostrare il loro potere e queste raffigurazioni non sono più da tempo descrivibili come critica culturale.” Potenti personaggi maschi, che siano industriali, procuratori, avvocati o politici tendono a scegliere i soggiorni dei bar-karaoke come sede di collusione e la violenza contro le donne come rituale di vincolo. (…)

Nel libro “Loving to Survive”, di recente tradotto e pubblicato in Corea, Dee Graham interpreta la pratica degli uomini di condividere i loro atti sessuali: “Quando gli uomini si mettono insieme a parlare di “fottere” donne, di “fare centro” o delle loro conquiste sessuali, stanno dicendosi che, sebbene facciano sesso con donne, i loro legami emotivi sono l’uno con l’altro. Stanno comunicando ai loro compagni maschi “Tu sei più importante, per me, della donna con cui ho fatto sesso”. (Forse questa è la ragione per cui le persone di sesso femminile con cui fanno sesso non sono importanti per così tanti di loro.) Stanno anche comunicando che le loro relazioni sessuali con le donne hanno come scopo lo sfruttamento. Questo tipo di discorso mette gli ascoltatori di sesso maschile nell’atto sessuale con il parlante maschio e la donna. I compagni sono invisibili, ma sono là con l’uomo che si fa la “scopata”, condividono la sua vittoria nell’utilizzo della donna, e i legami fra maschi si rafforzano in questa condivisione, ove sono uniti nella loro soggiogazione del genere femminile.” (…)

Se il sesso, la violenza sessuale e lo sfruttamento sessuale sono tutti collegati nel mondo degli uomini, allora le risposte delle donne a tali questioni devono pure essere collegate. In questo senso il “Movimento 4B” nato fra le giovani donne coreane – le quattro B fanno riferimento al boicottare l’uscire con gli uomini, il fare sesso, il matrimonio e la gravidanza – non è così radicale.

L’anno scorso, 6 dimostrazioni di sole donne contro la pornografia delle telecamere nascoste hanno portato 350.000 donne nelle strade di Seul, aprendo la strada alla marcia contro i crimini collegati alle droghe per stupro nel marzo di quest’anno. Nel maggio 2019, dopo che il tribunale aveva respinto un mandato d’arresto per Seungri, nonostante le prove del suo coinvolgimento nel procurare donne per la prostituzione e la violenza sessuale, un migliaio di donne sono scese in strada contro il “cartello dello stupro”. La guerra di resistenza delle donne contro il terrorismo sessuale in Corea del Sud è in corso e continuerà sino a che gli uomini continueranno ad abusare delle donne.

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“Donne, il silenzio del governo sulle politiche di contrasto alla violenza” – Vita – 3 luglio 2019:

“Il 30 giugno era attesa la relazione del sottosegretario Spadafora sui fondi antiviolenza, ma dall’esecutivo nessuna notizia. Silenzio anche sullo stato di avanzamento del Piano nazionale antiviolenza 2017-2020. Con ActionAid anche D.i.Re, Be Free e Telefono Rosa. Per Isabella Orfano esperta della ong «un’occasione persa». «Un totale stallo nelle politiche nazionali di prevenzione e contrasto della violenza maschile contro le donne» osserva Lella Palladino, presidente di Donne in Rete.”

Il Governo non rispetta la legge sul femminicidio – LetteraDonna – 04 luglio 2019:

“A che punto siamo con i fondi antiviolenza? Quante sono le risorse stanziate ad oggi e come sono state utilizzate? A queste domande avrebbe dovuto rispondere la relazione che, secondo la legge sul femminicidio, il sottosegretario alla Presidenza con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora doveva presentare alle Camere entro il 30 giugno. Ma la scadenza non è stata rispettata, e gli interrogativi sulle risorse stanziate, così come sullo stato di avanzamento del Piano nazionale antiviolenza 2017-2020 restano inevasi”.

Quelle 33 mila donne in fuga dalla violenza – La Repubblica – 8 luglio 2019:

“Primo censimento ufficiale dei 338 centri in Italia che aiutano chi subisce aggressioni e minacce. Il piano delle Pari opportunità: arrivano più risorse, quest’anno 37 milioni. Ma anche più controlli. E il sottosegretario Spadafora attacca: “L’Italia è più sessista, e Salvini dà il cattivo esempio”.

In fuga da violenze e abusi. Spesso in pericolo di vita. Senza nulla, a volte, se non i loro bimbi impauriti, portati via per mano, nella notte, addirittura in pigiama. Sono state oltre 33 mila le donne accolte nel 2017 dalla rete capillare dei 338 centri antiviolenza italiani, per la prima volta censiti dall’Istat e dal Cnr su incarico del dipartimento per le Pari opportunità. Ma oltre cinquantamila donne hanno chiesto aiuto (…)”.

Relazione sullo stato di utilizzo delle risorse per centri antiviolenza e case rifugio – no. Relazione sui piani d’azione nazionali contro la violenza di genere – no. (Ambo gli impegni sono previsti dalla legge 119/2013).

Arrivano più risorse? Ma lo stanziamento serve a poco se poi i soldi restano in cassa: Erogazione fondi – 2015/2017 – oscillante fra il 25,9 e il 35,9%. Risorse liquidate da parte delle Regioni, nel 2018, pari al 56,3% del totale. Per la serie: neanche dalla cima dell’Everest si scorge la vastità di quanto allo stato italiano non importi nulla della violenza contro le donne.

Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (pari opportunità, politiche giovanili e servizio civile universale) Vincenzo Spadafora ha sicuramente ragione quando dice che “L’Italia è più sessista, e Salvini dà il cattivo esempio”, ma non può scaricare su altri il proprio palese e dimostrato disinteresse per uno dei dipartimenti che dovrebbe dirigere: “Il Dipartimento per le Pari Opportunità ha il compito statutario e politico di favorire l’affermazione dei diritti universali per tutte e tutti. Spiace constatare che, lungi dall’impegnarsi in azioni realmente trasformative, il Dpo è anche inottemperante rispetto a compiti già messi a sistema e normati, anche rispetto a calendari e scadenzari decisi da tempo, e resi organici attraverso le Conferenza Stato Regioni, che ha normato le azioni governative antiviolenza.”, Oria Gargano di “Be Free”.

Però, Spadafora è uno che può cambiare idea e non solo perché è stato per tre anni presidente di Unicef Italia. Cambiare sembra venirgli facile: segretario particolare del presidente della Regione Campania Andrea Losco (Udeur, cioè Mastella, cioè “cristianesimo democratico” qualunque cosa ciò voglia dire); poi nella segreteria dei Verdi con Alfonso Pecoraro Scanio; poi capo segreteria del Ministero dei Beni Culturali con Francesco Rutelli, Margherita; poi nominato garante per l’infanzia e l’adolescenza da Gianfranco Fini (allora presidente della Camera, Futuro e Libertà) e Renato Schifani (allora presidente del Senato, Forza Italia); infine, nel 2016 entra nello staff di Luigi Di Maio come responsabile delle relazioni istituzionali e nel 2018 è candidato, ed eletto, per il Movimento 5 Stelle.

Se mette questa volontà di esserci sempre e comunque e con chiunque contro la violenza di genere può essere un buon alleato: noi attiviste siamo pragmatiche e puntiamo al merito. Intanto, visto che con Salvini ha a che fare direttamente, potrebbe chiedergli se al “Comitato nazionale ordine e sicurezza” invece di giocare a Risiko con “l’utilizzo di radar, mezzi aerei e navali, presenza delle navi della Marina e della Guardia di Finanza per difendere i porti italiani” possono spendere qualche minuto a riflettere su cosa mina e persino azzera la sicurezza nelle esistenze delle cittadine italiane.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Questo l’ho letto dopo aver pubblicato l’articolo e lo riporto così com’è scritto:

“Utilizzare il dramma (1) della violenza che troppe donne hanno subito o subiscono per attaccare Salvini è vile – afferma Erika Stefani ministro (2) per gli Affari Regionali e le Autonomie – un comportamento che male si addice a chi ha un incarico di Governo così delicato come quello che ricopre Spadafora e che quindi andrebbe ripensato. Sono costernata. La politica non dovrebbe mai arrivare a questo livello”.

Signora Stefani, quando nel 2016 Salvini si produsse nella pagliacciata con la bambola gonfiabile paragonata a Laura Boldrini lei scrisse le stesse cose online, dirette a lui vero? VERO? E gli ha risposto così, per anni “Sono costernata. La politica non dovrebbe mai arrivare a questo livello” ogni volta in cui il suddetto si è prodotto in attacchi squinternati e volgari via twitter a quella che allora era la Presidente della Camera. E’ andata così, VERO?

(1) No, non è uno tsunami ne’ un terremoto ne’ un fuoco d’artificio di raptus: è un problema sociale alimentato anche da linguaggi, stereotipi, atteggiamenti, insulti, “scherzi” sessisti. Come la bambola gonfiabile di cui sopra.

(2) Ministra, grazie. E’ ITALIANO. Foscolo usava il termine già ai tempi suoi e per forza di cose non era stato indottrinato “dalla Boldrini”, giusto?

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