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Posts Tagged ‘stupro’

Quando nei giorni scorsi avete letto dello stupro di gruppo subito da una 15enne a Bari (cinque aggressori, un solo maggiorenne) vi siete chiesti chi ha spiegato a questi giovani maschi cos’è il sesso e come farlo? Io sì.

In primo luogo la pornografia.

Stante il facilissimo accesso a quella online essa è diventata una delle forme principali di “educazione sessuale” per le nuove generazioni. Quel che vedono e a cui si abituano è un contesto in cui non vi è consenso, rispetto o piacere reciproco, ne’ sicurezza. Lo scenario prevede maschi aggressivi totalmente in carico dell’iniziativa e dei suoi sviluppi, legittimati a usare i corpi delle donne in ogni modo loro aggradi coprendoli nel contempo di una valanga di insulti: schiaffi, pugni, calci, strangolamenti, penetrazioni così violente da causare lacerazioni ecc. sono ingredienti comuni della pornografia cosiddetta “mainstream”, cioè la maggioranza della pornografia prodotta e accessibile. Le donne che subiscono questi assalti recitano passività e/o godimento, di modo da indurre nello spettatore il concetto che alle “cagne” piace da morire essere umiliate, picchiate e “sfondate” sino a dover ricorrere alla chirurgia per ricostruire ani e vagine. Ad essere resa “erotica” è la violenza contro le donne, non c’è modo di girarci intorno blaterando che sono tutte fantasie – le donne che vedete brutalizzate nella pornografia sono reali e soffrono danni reali. Le ragazze e le donne con cui partner maschi vogliono copiare gli scenari suddetti anche.

In secondo luogo l’attitudine socio-culturale che il nostro paese riserva alle donne.

Qualsiasi età abbiano, dalla pupattola alla vecchietta; qualsiasi cosa facciano, dalla pulitrice alla ministra; qualsiasi opinione abbiano e rendano pubblica; qualsiasi talento mostrino; di qualsiasi vicenda siano protagoniste; stiano sul podio come vincitrici di medaglie olimpiche o in una cassa di legno perché ammazzate dal marito/fidanzato “geloso” – la narrazione comincia, finisce e ruota attorno alla loro appetibilità sessuale. Bella – bella – bella, scollature spacchi e tacchi, tanga e bikini, o brutta – brutta – brutta, aggettivo spesso meglio specificato come “non scopabile”.

In terzo luogo il reiterare nei confronti delle donne ogni stereotipo sessista ripescabile da un barile puzzolente vecchio migliaia di anni.

Magari i ragazzini si sentono moderni e trasgressivi a ripetere che le donne sono stupide e inferiori, forse credono di dire una gran novità (o addirittura una “verità scomoda”), ma si tratta di un assunto patriarcale più decrepito dei loro bisnonni, smentito costantemente dalla Storia e falso come le immagini create con Photoshop su cui si fanno le pippe.

In quarto luogo gli adulti maschi loro modelli di riferimento, che sono troppo spesso una manica di stronzi.

L’affascinante attore che picchia la moglie, il grande atleta che ammazza la compagna, i fratelli maggiori che maltrattano fidanzate e quando costoro diventano “ex” postano le loro foto di nudo su Facebook – per “vendetta”, dicono, ma è soprattutto il riconoscimento dei loro pari che desiderano: guardate che gnocca ho trombato, amici, adesso che non vuole darmela più io la getto a voi come carne andata a male a un branco di cani sbavanti.

Non è che scuola e famiglie offrano agli adolescenti molte alternative, lo so. Quello che mi stupisce è che, per esempio, parecchi dei loro genitori e parecchi di loro stessi sono pronti a dubitare di tutto quel (poco) che hanno imparato a scuola. Possono sostenere che l’Olocausto non è mai avvenuto, l’allunaggio nel 1969 nemmeno, i rettiliani e le sirene esistono e recitando delle sequenze numeriche o degli incantesimi in latinorum si guarisce da ogni tipo di malattia e si vincono lotterie… perché l’hanno visto su internet. L’unica cosa di cui non dubitano mai è questa: le donne sono tutte troie e si meritano ogni singola schifezza sia loro inflitta. Be’, non è che internet dica loro molto di diverso, vero?

Maria G. Di Rienzo

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alejandra - foto di ada luisa trillo

L’immagine qui sopra appartiene a una rassegna fotografica che ha cominciato a girare le mostre in questo luglio 2017. Ritrae Alejandra, la quale dovrebbe essere già morta, secondo la tardiva diagnosi di cancro al colon non curato, ma ha superato di due anni la data che i medici avevano ipotizzato per il suo decesso. Alejandra è ritratta nel suo “luogo di lavoro” – come direbbe qualche idiota – ovvero un bordello di Ciudad Juárez, in Messico.

La fotografa si chiama Ada Luisa Trillo ed è riuscita a entrare in dozzine di stanze come questa, assieme all’amica Blanca Cerceda che l’ha aiutata registrare le storie delle donne coinvolte, grazie a una sopravvissuta alla tratta sessuale, Maria Lourdes Aguero: costei ha fatto da tramite con i magnaccia e gli spacciatori, che hanno concesso 15 minuti per ogni visita. Ada e Blanca, in un periodo di tre anni, hanno fatto in modo di ripetere le visite ad alcune delle donne. Il patto prevedeva ovviamente che la fotografa non riprendesse nessuno degli sfruttatori e degli “utilizzatori finali” dei suoi soggetti, ma essi restano invisibili solo a questo livello perché le storie che le donne hanno raccontato sono appese accanto alle loro fotografie. Ada ha immortalato circa un centinaio di loro: oggi ne sopravvivono una manciata.

Muoiono uccise dai “clienti” o dai papponi – come Sandra, strangolata l’anno scorso, o Lupita, uccisa a colpi di pistola, o dai cocktail di alcool e oppiacei che usano soprattutto come sostituti dei medicinali per le malattie che hanno contratto prostituendosi. Sylvia, che nel bordello ha sofferto una ferita alla schiena e camminerà con le stampelle per il resto della sua vita, per controllare i dolori assume una mistura di solventi, marijuana e crack.

La maggior parte di queste donne sono state trafficate all’età di 14/15 anni. Alcune riportano di aver subito stupri da bambine da parte di patrigni o di altri uomini che avrebbe dovuto aver cura di loro. Con una sola eccezione, sono tutte di etnie indigene.

“Nessuna delle donne che ho fotografato definisce se stessa una ‘trabajadora sexual’ (‘sex worker’). – ha detto Ada Luisa Trillo alla stampa – Si sono fatte beffe del termine e dicevano caí en la prostitución o caí en esto, che significa “Sono caduta nella prostituzione”. Spesso si domandavano: Come sono finita qui?

Così, al termine di un lungo e dettagliato articolo Taina Bien-Aime, una delle direttrici della Coalizione contro il traffico di Donne (CATW) commenta la mostra: “Le magnifiche immagini di Trillo ci rendono testimoni. Nessuna bambina sogna un lavoro in cui rischiare l’amputazione di un arto per malattie provocate da droghe o la possibilità di morire per mano di un compratore di sesso siano la sua fatica giornaliera per il pane. Nessuna ragazza immagina di finire per credere, un giorno, che i suoi amati figli stanno meglio senza di lei. E nemmeno dovremmo farlo noi.”

Maria G. Di Rienzo

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22 luglio 2017, La Repubblica: “Forlì, colpisce la moglie con l’acido e fugge con i figli piccoli”.

“(…) La donna, albanese di 37 anni, è stata portata in ospedale e secondo le prime informazioni non sarebbe grave, anche se ha riportato ferite e ustioni. L’uomo, kossovaro, è attivamente ricercato.” (Sarebbe “kosovaro”, per essere precisi.)

La notizia è solo l’ultima e nemmeno la più grave (grazie all’intervento dei vicini la vittima è sopravvissuta all’attacco e non è in pericolo di vita) di quelle relative alla violenza contro le donne che raggiungono i media. Per ottenere questa palma di solito la donna deve morire, altrimenti ci vogliono dettagli che colpiscano emotivamente chi legge per la loro efferatezza – e qui c’è l’acido – o (ma lo scalpore su questo è sempre più teatrale e sempre meno frutto di reale interesse) che riguardino un pericolo o un danno per i bambini – e qui c’è la scomparsa dei figli, presumibilmente portati via dal padre aggressore.

A chi ha composto l’articolo, per un commento informato sullo stato della violenza di genere nella sua zona, sarebbe bastato rivolgersi al Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia – Romagna: 13 associazioni, in collegamento fra loro dal 1996 e costituite come associazione formale nel 2009 per condividere ancora meglio “formazione, buone prassi, confronto metodologico, progetti e campagne di sensibilizzazione per il contrasto della violenza alle donne e ai loro bambini” e porsi come “soggetto maggiormente autorevole nei confronti delle istituzioni”. Ho il vago sospetto, però, che l’articolista non sappia neppure della sua esistenza e preferisce riportare questo:

“Sulla vicenda è intervenuta, con una nota, l’associazione antiviolenza e antistalking “Butterfly” di Riccione, secondo cui “è ora di dire basta a queste minacce e a questa violenza inaudita nei confronti delle donne. Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza”. Con l’associazione, osserva la presidente (…) “stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne, minacce del tipo ‘Ti sfiguro con l’acido’. Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita”.

Il sito del gruppo succitato attesta che “L’Associazione Butterfly nasce nel 2014 con lo scopo di difendere, rivalutare e divulgare principi anti violenza per la tutela delle persone, un aiuto concreto che accompagna a un nuovo percorso di vita. (…) L’attività è svolta da un gruppo di donne volontarie che mettono a disposizione le loro professionalità ed esperienze al sostegno di tutti coloro che hanno subito o subiscono violenze domestiche, psicologiche, economiche, maltrattamenti, stalking e abusi. (…) L’esigenza è stata quella di confrontarsi con le problematiche che il territorio già affrontava inerenti alla violenza, con particolare riferimento alle donne e bambini, ma si è sviluppato in un secondo momento la necessità di poter aiutare anche gli uomini violenti con un percorso e progetto in via di sviluppo.” L’italiano zoppica e la visione non risulta troppo chiara. Ci sono in effetti alcuni problemi relativi alla nota citata da La Repubblica. L’approccio dell’associazione è – dichiaratamente e per qualifiche dispiegate – quello della criminologia (citano un noto profiler italiano, ex carabiniere, come “guida” metodologica). La formazione al genere, e quindi alla violenza di genere, sembra mancare.

1) Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza. Sì, però a parte il fatto che “un episodio” non può essere “incessante” (casomai è il flusso della violenza a esserlo), “inesorabile” riferito a un accadimento e non a una persona significa (cit. Treccani) “cosa a cui è impossibile sottrarsi, contro cui non c’è rimedio, che non si può in alcun modo allontanare, mutare, fermare”. Vedere la violenza in questo modo significa trattarla da fenomeno atmosferico, non sapere in realtà come si origina e quindi non sapere come arrestarla e trasformarla.

2) Stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne: per favore, no. Le parole sono importanti, convogliano senso. Le donne non appartengono agli uomini (ne’ gli uomini appartengono alle donne) come “loro” suggerisce. Usare per esempio “nei confronti delle donne con cui hanno relazioni” avrebbe trasmesso un significato di eguaglianza fra i due soggetti, concetto di cui abbiamo disperatamente bisogno per minare la violenza alle basi.

3) Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola.

Immagino che chi fa parte dell’Associazione legga almeno i giornali, ma in caso contrario ecco alcuni recenti titoli in cronaca:

13 luglio 2017 – Donna uccisa in strada nel Casertano, fermato il compagno. Entrambi italiani.

13 luglio 2017 – Femminicidio, a Bari una 48enne uccisa in casa: fermato il compagno di 32 anni. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Cagliari, massacra la fidanzata la crede morta e si uccide. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Siena, uccide a coltellate la ex il giorno prima di vederla in tribunale. La vittima è di origini rumene, l’assassino è italiano.

17 luglio 2017 – Roma, abusa della figlia di 10 anni: arrestato dalla polizia. Entrambi italiani.

Considerare la donna “oggetto di vessazioni” appartiene in sé alla cultura patriarcale che, purtroppo, non spira come un vento malefico da inquietanti spiagge lontane sulla bella e incontaminata Italia. Quella spazzatura che è la violenza di genere nel nostro paese la produciamo proprio nel nostro paese, e qui dobbiamo smaltirla.

4) (…) mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita.

Immagino a questo punto che per quelle già “brutte” non faccia poi quella gran differenza: una vita non possono averla comunque, giacché avere una vita consiste nell’essere considerate “belle” (scopabili) dagli uomini. A che mulino porta acqua questo tipo di ragionamento? Quanta violenza c’è nell’imposizione dei canoni di “bellezza” alle donne? Cosa sta alla radice di questa ossessione per cui la “bellezza” dev’essere per le donne l’unico scopo e allo stesso tempo l’unico premio di un’intera esistenza, se non il loro controllo? Cos’è e cosa genera questo tipo di controllo, se non altra violenza?

Maria G. Di Rienzo

(P.S. Domani: Corso accelerato intensivo per chi desidera mettere in piedi un’organizzazione antiviolenza.)

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Three Girls

“Three Girls” (“Tre Ragazze”) è una miniserie televisiva trasmessa dalla BBC per tre sere di seguito, dal 16 al 18 maggio 2017. Io l’ho vista in questo mese di luglio, con i sottotitoli in italiano. Tratta del “circolo” di uomini che abusò sessualmente di un centinaio di ragazze minorenni – 47 furono identificate con certezza – durante diversi anni in quel di Rochdale (Greater Manchester, Inghilterra). Fra il 2008 e il 2010 alcune ragazze tentarono di denunciare gli stupri ma la polizia non prestò loro ascolto: in primo luogo erano “cattive vittime” – ribelli, in conflitto con i genitori, provenienti da famiglie povere / problematiche, molte avevano abbandonato la scuola, alcune vivevano per strada; in secondo luogo, mentre costoro erano in maggioranza bianche, la banda dei violentatori era composta da una maggioranza di cittadini britannici di origine pakistana e le autorità temevano di essere accusate di razzismo.

Nel 2012, dodici degli uomini suddetti furono riconosciuti colpevoli di traffico di minori a scopo sessuale e stupro di minori e nel 2015 la polizia di Greater Manchester si scusò pubblicamente per il suo comportamento. Nel frattempo, le tre ragazze protagoniste dello sceneggiato (i cui nomi sono stati ovviamente cambiati per la loro protezione) avevano subito ogni sorta di umiliazioni, erano rimaste incinte e due di loro avevano portato a termine la gravidanza, mentre la 13enne aveva abortito legalmente: avevano raccontato le loro storie a membri delle forze dell’ordine e avvocati per anni, senza essere credute. Sempre per anni l’assistente sociale Sara Rowbotham, che lavorava nel centro per la salute sessuale giovanile a Rochdale, inviò alla polizia e ai suoi superiori dati e informazioni che confermavano le storie narratele dalle ragazzine, ricevendo sempre la stessa risposta: “Queste non sono prove, Sara.” Quando si arrivò al processo, basato largamente sul materiale che lei aveva raccolto, i suoi superiori del servizio sociale ebbero la faccia tosta di dichiarare alla stampa che “non avevano fatto niente perché niente sapevano” e quando Sara protestò ufficialmente per questo fu prima allontanata dal centro per la salute sessuale, con il divieto di occuparsi di minori, e poi dichiarata “in esubero” e licenziata. La poliziotta che seguì le nuove indagini sino al processo del 2012, Margaret Oliver, diede le dimissioni perché delusa dall’atteggiamento dei suoi capi, che continuavano a bollare alcune vittime come “inattendibili” e perciò costoro non arrivarono mai a testimoniare in tribunale le violenze subite. E proprio come temevano quelli che respinsero le ragazze fra il 2008 e il 2010, la vicenda prese una colorazione “razziale”: la destra inscenava dimostrazioni durante le udienze, gli imputati dicevano di essere vittime di razzismo, le discussioni all’interno della comunità di Rochdale non vertevano sugli abusi ma sulla responsabilità degli stessi – fatta ricadere sulle minorenni “sregolate”, che erano bianche spiegherà uno dei perpetratori alla sbarra perché “la gente bianca addestra le ragazze a bere e a fare sesso in tenera età”; in sostanza, come molti uomini di qualsiasi colore o provenienza, il signore non riusciva a vedere cosa ci fosse di sbagliato nello stuprare una minorenne: non le aveva forse offerto da bere e da mangiare? Come dirà nello sceneggiato alla quattordicenne Holly: “E’ ora che tu mi dia qualcosa in cambio.”

Il pubblico ministero che riaprì il caso era pure di origine pakistana, si chiamava Nafir Afzal e dichiarò alla stampa in modo perentorio che “Non esiste comunità in cui le donne e le ragazze non siano vulnerabili all’aggressione sessuale e questo è un dato di fatto.” Costui, l’ex assistente sociale Sara Rowbotham e l’ex agente di polizia Margaret Oliver hanno collaborato come consulenti alla creazione dello sceneggiato. Nella realtà, le indagini susseguenti a questo caso hanno portato alla luce sino a oggi dozzine di altri simili “circoli” di stupratori in tutta la Gran Bretagna.

Se vi capita di aver spazio per un altro po’ di rabbia per il modo in cui qualsiasi cosa sia usata per gettare biasimo, colpa e vergogna sulle vittime di violenza sessuale, dovreste guardare “Three Girls”. Ma soprattutto, dovrebbero vederlo quelli/e che cinguettano “E’ la loro cultura / la loro religione / dobbiamo rispettare” persino davanti ai cadaveri: l’assetto socio-culturale in cui le donne sono carne inferiore da pornografia e macello è così diffuso e pervasivo in tutto il mondo che quel che stanno “rispettando” è la loro approvazione per esso. Maria G. Di Rienzo

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Mettetevi comode/i. Il pezzo seguente, se volete leggerlo, sarà un po’ più lungo del solito.

In questi giorni, sulla stampa anglosassone, ci sono diversi articoli riguardanti gli interventi di “chirurgia plastica vaginale”: e cioè la riduzione o il modellamento in nuova forma delle labbra vaginali. Ciò accade perché i dati del Servizio sanitario nazionale britannico (NHS) rivelano che oltre 200 ragazzine minorenni si sono sottoposte negli ultimi due anni all’intervento suddetto e 150 di loro avevano meno di 15 anni. Le richieste di chrirugia plastica vaginale arrivano all’NHS da bambine non più vecchie di nove anni. E, udite udite, non vi era necessità medica di intervenire su eclatanti malformazioni: le minorenni sono state operate perché, semplicemente, si fanno schifo.

La Dott. Naomi Crouch, presidente della Società britannica per la Ginecologia pediatrica e adolescenziale dice che sebbene i numeri di richieste siano in aumento, lei non ha mai incrociato UNA SOLA RAGAZZA che dovesse sostenere l’intervento chirurgico per ragioni di salute.

Alla BBC, una ventenne presentata con lo pseudonimo “Anna” ha raccontato di aver preso in considerazione la chirurgia alle labbra vaginali quando aveva 14 anni, ma di aver poi cambiato idea e di essere contenta di ciò, perché ora capisce di essere “del tutto normale”: “Ho solo raccolto da qualche parte l’idea che non era (la sua vagina, ndt.) abbastanza a posto o abbastanza pulita e ho pensato che la volevo più piccola. La gente attorno a me guardava pornografia di continuo e io avevo questa idea che le labbra dovessero essere simmetriche e non dovessero sporgere.”

La soluzione più “progressista” emersa dal dibattito suggerisce di istruire le bambine dalla più tenera età possibile, di modo capiscano che come abbiamo tutte facce diverse, “siamo differenti anche là sotto e questo è ok”. Potrebbe essere, risponde la femminista Glosswitch dalle pagine di The New Statesman: “Però, il fatto che abbiamo tutte facce diverse non ha prevenuto l’esistenza di un’industria multimiliardaria impegnata a fare iniezioni e a stirare le facce delle donne affinché abbiano tutte lo stesso aspetto. Sì, ragazze e ragazzi stanno guardando immagini pornografiche che distorcono la loro percezione di cosa sia “normale”, ma anche in presenza di immagini che contrastino questo, sapranno comunque che il corpo femminile pornificato dev’essere considerato l’ideale. C’è una sottile forma di biasimo della vittima che sta andando avanti qui. Nessuno vuole uscire direttamente a dire: “Le immagini nella pornografia stanno danneggiando donne e bambine.” Perciò, parliamo invece delle ragazzine e delle loro insicurezze, del loro bisogno di istruzione e del conseguire un’immagine positiva del proprio corpo come se fosse qualcosa di simile a prendere un diploma in Francese. Invece di sfidare una cultura che sta distruggendo la salute mentale delle ragazze, accettiamo la distruzione e poi ci offriamo generosamente di insegnare loro a essere meno vulnerabili. Sarebbe di certo impensabile portare via la pornografia agli uomini, e ugualmente impensabile chiedersi perché le donne nella pornografia devono tutte avere genitali che assomigliano a quelli di una bambina. Piuttosto, guardiamo in faccia una ragazzina di nove anni e diciamole che il modo in cui si sente rispetto al suo corpo è interamente dovuto alla sua mancanza di esperienza mondana.”

immagine di laura stolfi

In Italia, l’intervista televisiva in cui il sindaco di Pimonte definisce lo stupro di gruppo di una sua concittadina di 15 anni “una bambinata” dei 12 minorenni violentatori ha fatto clamore per un paio di giorni. Così, il sindaco Palummo si è sentito in dovere di smentire le sue stesse affermazioni. A suo dire si è trattato di “un’espressione infelice, assolutamente impropria e che non era affatto riferita a quanto le è purtroppo capitato.” (alla ragazza stuprata, nda.)

Riservandosi di “intraprendere altre iniziative” – non si capisce di che tipo, per punire chi l’ha chiamato a rispondere di quel che ha detto? – specifica: “Ho 73 anni, sono padre e nonno di tre nipoti, ma soprattutto sono stato insegnante per ben 40 anni e la mia vita sono una chiara ed evidente testimonianza dei valori in cui credo e per i quali ho vissuto e continuo a vivere. (Signori si nasce, diceva Totò e per come usa i verbi lui modestamente lo nacque – spero solo che non insegnasse italiano.) (…) “La violenza capitata che condanno senza mezzi termini, rappresenta un caso isolato, sicuramente una pagina buia della nostra storia. Ma non abbiamo intenzione di arrenderci, lavoreremo instancabilmente per migliorare il tessuto sociale della nostra comunità e per evitare che episodi del genere si ripetano in futuro”.

Il sig. Sindaco Michele Palummo, purtroppo, non è in grado di realizzare quel che auspica nell’ultima frase. Essenzialmente, perché è convinto che la violenza sia qualcosa che “capita”. Dopo la “bambinata” aveva infatti spiegato: “Ormai è passata, sono tutti minorenni, che ti puoi aspettare”. Se a “stupro di gruppo continuato” sostituiamo “valanga” non c’è nessun problema. Le valanghe capitano. Qualcuno ci resta secco e noi offriamo il massimo di solidarietà e cordoglio alle famiglie delle vittime e persino promettiamo di adottare misure di sicurezza affinché la prossima valanga faccia meno danni. Ma possiamo in effetti impedire il formarsi di valanghe? No. E’ “passata” la metaforica valanga attuale a Pimonte? Sì: gli stupratori tornano in paese a “riabilitarsi”, la ragazza è in Germania con la sua famiglia e le auguriamo ogni bene. Il Sindaco instancabile può tirare fiato, con queste premesse non si avvicina neppure a capire cos’è la violenza sessuale per una ragazzina (o una donna) – ma posso assicurargli che non è una valanga e non “capita”: è costruita da misoginia e sessismo, che sono i due motori del patriarcato.

La misoginia è per così dire il braccio “legale” dell’ordine patriarcale. Mantiene a forza le norme sociali che controllano e pretendono di dirigere e formare le donne, la loro immagine, la loro sessualità. La misoginia la fa pagare cara a quelle che non sono compiacenti o tentano di sottrarsi imponendo loro ogni sorta di costi sociali – e se il contesto si presta le brucia sui roghi, mutila i loro genitali, le rinchiude in manicomi e galere, ne fa delle reiette e delle emarginate che si tolgono la vita da sole. Ha nomi precisi per loro: streghe, puttane, troie, cagne, “femminaziste”… Il sessismo serve a giustificare queste norme, largamente tramite le ideologie che dichiarano processi naturali o dogmi religiosi i ruoli inferiori ascritti alle donne: dovuti naturalmente ai loro inferiori talenti, ai loro frivoli interessi, ai loro meschini appetiti, alle loro sordide tendenze. Pornografia, prostituzione, stupro, violenza domestica, femicidio e femminicidio sono solo prodotti di questo andazzo. Così come lo sono le bambine non volute (doveva nascere un maschio), le bambine in esubero (abbiamo già troppe femmine), le bambine date in mogli a 6 anni, le bambine violate da padri e/o altri parenti.

Ma: invece di sfidare una cultura che sta distruggendo la salute mentale delle ragazze, accettiamo la distruzione, invece di contrastare una cultura che fa di ogni donna, di qualsiasi età, una merce disponibile per qualunque cosa un uomo desideri farle, parliamo ad esempio di prostituzione minorile così:

Un sogno di successo iniziato dentro un appartamento di viale Parioli e naufragato in una cella del carcere di Velletri. Poco più di settanta chilometri, dentro i quali Mirko Ieni ha condensato i suoi errori più gravi, quelli che gli sono valsi una condanna a nove anni e quattro mesi per aver sfruttato la prostituzione di Azzurra e Aurora (i nomi sono di fantasia), le due ragazze di 14 e 15 anni che nel 2013 sono finite al centro di uno dei più chiacchierati scandali sessuali d’Italia. Tre anni dopo Ieni ha deciso di parlare (intervistato in esclusiva nel docufilm “Professione-Lolita” che andrà in onda domani alle 21,15 sul Canale Nove) e di raccontare la sua verità spiegando i meccanismi di quel giro di prostituzione che per oltre un anno ha fatto tremare i santuari laici della Roma bene.” L’articolo è del 6 luglio, per cui il “domani” riferito al programma è oggi.

Sfruttare la prostituzione di minorenni non è abuso: è “un sogno di successo”, al massimo “un chiacchierato scandalo sessuale”. E anche per una quattordicenne o quindicenne la prostituzione è “lavoro”, perbacco, rispettate la “Professione Lolita”! I clienti non erano stupratori a pagamento, stavano solo facendo affari con le Lolite, e che ci sarà di male? In tre mesi le due minori hanno incontrato 400/500 gentiluomini, dice il loro pappone. Segno che l’industria italiana dello sfruttamento è sana e che c’è sempre posto per imprenditori creativi. Peccato per le leggi (volute dalle stronze femministe frustrate che ormai comandano in questo paese ecc. ecc.), altrimenti Iesi avrebbe potuto ambire al cavalierato del lavoro. E magari alle due ragazzine avremmo potuto consegnare fasce da “Miss Vagina Molto Ambita”, ma solo se prima accettavano di farsela triturare da un chirurgo plastico.

Maria G. Di Rienzo

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lampadina creativa

30 aprile 2017 – Violentata dal padre per oltre un decennio “Se parli, uccido tutti”. L’uomo a processo soltanto dopo 6 anni.

“Aveva solo nove anni quando sono cominciati i primi abusi. (…) Ai carabinieri aveva raccontato un’escalation di abusi sempre più invasivi e umilianti. Come umiliante era la frase che il padre era solito ripetere, fin dai primi rapporti con lei: «E’ meglio farlo con te piuttosto che pagare altre donne e magari prendere delle malattie».”

L’uomo è italiano e ha cinquantaquattro anni.

Non ha avuto “rapporti sessuali” con la figlia (ha violato ambo le figlie, in verità), perché detta terminologia implica consenso: l’ha stuprata per anni minacciandola di ritorsioni qualora lo avesse denunciato. Il sesso deve essere separato dalla violenza. Questo tipo di narrazione li mescola e ne confonde la percezione.

27 giugno 2017 – Violenta la figlia 15enne del cugino dopo una cena di famiglia.

“Ha abusato della figlia quindicenne del cugino durante una cena di famiglia. Senza alcuno scrupolo, bloccandola fuori casa durante un attimo di distrazione dei genitori e della nonna, sua zia, che lo aveva ospitato con tutta la sua famiglia. Lo ha fatto durante una calda sera d’estate, mentre erano in vacanza. Un episodio che ha turbato la ragazzina la quale, da quel momento, si è chiusa a riccio mostrando segni di insofferenza a qualsiasi forma di affetto (…)”

L’uomo è italiano e ha cinquant’anni.

La quindicenne è un essere umano e non una proprietà di famiglia che bisogna sorvegliare 24 ore su 24, altrimenti durante gli attimi di distrazione c’è subito qualcuno che la violenta – e la colpa ricade su chi non l’ha tenuta d’occhio. Uno stupro non è “un episodio” che può o non può “turbare” una minorenne e con “l’affetto” non ha niente a che fare. Uno stupro è una violenza gravissima e, fra le molte altre conseguenze, ha quella di strappare dalla persona che lo subisce il senso di avere il controllo del proprio corpo e della propria esistenza. Perciò molte sopravvissute provano fastidio – a volte per l’intera vita – durante i contatti fisici: carne e spirito ricordano alla perfezione la ferita subita e reagiscono.

1° luglio 2017 – Aggredisce e molesta amica, arrestato studente. (La ragazza, 19enne, aveva rifiutato di iniziare una relazione con lui.)

“Doveva essere un normale chiarimento tra una ragazza e il suo amico. In auto e alla presenza di un conoscente della giovane che avrebbe dovuto fare da paciere e soprattutto calmare gli animi. L’incontro si è trasformato invece in un vero e proprio dramma. Con il giovane innamorato che, al culmine di un momento di rabbia, ha cercato di strangolare la giovane. E quando la ragazza è sfuggita alla sua presa, scappando dalla vettura, l’ha inseguita tentando di violentarla in mezzo alla strada. (…) (si discute) poi il giovane perde la testa. Tenta di strangolare la ragazza e quando lei fugge la insegue, raggiungendola e scaraventandola a terra. La ragazza urla, mentre lui cerca di spogliarla.”

Lo studente è italiano e ha venticinque anni.

La narrazione è abominevole. La violenza non è un dramma e non è il culmine di un momento di rabbia (raptus!): è una scelta risultata da ciò che questo venticinquenne ha appreso e crede di sapere dell’essere maschi e dell’essere femmine. 1) Lei non ha voce in capitolo se lui la vuole; 2) Se continua a rifiutarsi dev’essere punita; 3) Il castigo è uno stupro – ove il sesso è usato come arma. E questo me lo chiamate “il giovane innamorato”???

4 luglio 2017 – Violenze sessuali di gruppo su una dodicenne: smascherati 5 minorenni.

“I fatti risalgono agli ultimi mesi del 2016. La ragazzina vittima delle violenze (…) ha raccontato di cinque episodi di abusi commessi da due suoi compagni di scuola e poi anche da altri ragazzi. Per circa tre mesi sarebbero andate avanti le violenze, fino a quando la 12enne si è confidata con la mamma che ha sporto denuncia ai carabinieri di Santo Spirito. In poco tempo le indagini, coordinate dalla Procura per i minorenni di Bari, hanno accertato che le violenze sarebbero avvenute sempre in luoghi insalubri e sotto la minaccia della diffusione di un video che la ritraeva durante i rapporti. La ragazzina sarebbe stata costretta, tra lacrime e richieste di aiuto, a sottostare a turno alle richieste sessuali dei cinque.”

Il gruppo è composto da: due 17enni, un 15enne e due 13enni, tutti italiani.

Il video che i farabutti minacciavano di mettere su Facebook la ritraeva durante gli stupri, non durante i “rapporti”; similmente, non si è piegata a “richieste sessuali”, ha subito violenze sessuali.

Fa differenza raccontare le storie con termini esatti? Molta. Equiparare di continuo la violenza al sesso è il motivo per cui si può addossare alle vittime la responsabilità delle azioni loro imposte. Perché mai qualcuna dovrebbe vergognarsi di essere assalita, non sono gli aggressori ad essere in torto? Ma se invece la violenza e il sesso sono indistinguibili (stabilendo una sessualità pornificata in cui la prima è il principale ingrediente “eccitante” dell’altro e la sottomissione delle donne è necessaria alla soddisfazione maschile), le vittime di stupro stavano semplicemente facendo sesso, se la godevano, sono delle porche e delle troie che possono essere messe all’indice, svilite e ridicolizzate, mentre gli stupratori sono dei gran fighi che trombano.

E’ mai possibile che nel 2017 vi si debba ancora spiegare questo, signori e signore giornalisti/e? Non vi si accende mai una lampadina? Maria G. Di Rienzo

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La Repubblica, 29 giugno 2017: “Ha lasciato Pimonte, in provincia di Napoli, ed è tornata in Germania, con la sua famiglia, la giovane di appena 15 anni che lo scorso anno subì una violenza sessuale per mano di 12 coetanei tra cui il fidanzato. A rendere nota la notizia è il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Campania Cesare Romano che, attraverso un comunicato denuncia “l’insensibilità istituzionale dimostrata da chi aveva assunto impegno di interessare gli organi giudiziari sull’epilogo della vicenda e di voler recuperare un più attento protagonismo nell’accompagnare, almeno in questa ultima fase, la minore e la sua famiglia”.”

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/07/28/il-ritardo-e-il-silenzio/

La “condanna collettiva” della comunità per i perpetratori non è avvenuta. Le “iniziative necessarie a proteggere la minore e a sensibilizzare gli adolescenti” locali non sono state adottate. Disprezzo e isolamento “hanno aggravato il disagio psicologico” della ragazza al punto che “la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte”. E, conclude il garante, “chi ha avuto il coraggio di denunciare è costretto ad abbandonare la comunità dove era rientrato con entusiasmo e dopo tanti sacrifici, mentre gli autori dei fatti denunciati, che sono stati messi alla prova nello stesso Comune, continueranno a scorrazzare indisturbati. Questo il modello per i nostri giovani? Questa la giustizia? Questa la protezione?

Quando si tratta di donne e di violenza sessuale, sig. Romano, purtroppo la risposta è sì. Il quotidiano che riporta la sua denuncia dice che anche che all’epoca dei fatti qualcuno, tra i genitori dei violentatori minorenni, si permise di dire che la giovane “se l’era cercata”. Sicuramente lei ricorda abbastanza dettagliatamente la vicenda per sapere che l’umiliazione sistematica della ragazza era cominciata quando gli stupri ancora continuavano: i giovani delinquenti che le infliggevano violenza fisica la fermavano per strada per farle subire anche la violenza psicologica di commenti denigratori e battute squallide. Erano sicuri – e lo sviluppo della vicenda dà loro ragione – che a dare la responsabilità alla vittima non sarebbero stati solo i loro genitori.

Perché? Perché lo stupro e l’aggressione sessuale sono equiparati al “sesso tout court” nell’opinione pubblica e in modo così pervasivo che i membri delle istituzioni da lei giustamente riprese come “insensibili” non possono chiamarsene fuori – a meno di non fare uno specifico sforzo in quella direzione: istruendosi, informandosi, smantellando i propri pregiudizi e riconoscendo che essi hanno la propria radice nel sessismo e nella misoginia.

Se le molestie in strada sono “apprezzamenti”, se i commenti volgari sulle donne in pubblico sono “divertenti”, se la violenza sessuale nelle relazioni è “erotica”, lo stupro di gruppo continuato per mesi di una quindicenne non può che essere un “complimento”: valida il livello di attrazione di costei per l’altro sesso, che è attualmente – e in Italia in maniera particolare – l’unico valore ascrivibile a una femmina umana.

Ma se ancora quest’ultima non ringrazia e si ribella, basta buttarle addosso la responsabilità di quanto altri le hanno fatto: la società italiana trova molto più facile stigmatizzare il comportamento della vittima (abbigliamento, attitudini e abitudini, carattere ecc.) che chiedersi come mai continua a crescere al proprio interno un numero così alto di stupratori e molestatori.

Maria G. Di Rienzo

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