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Posts Tagged ‘stupro’

Ogni volta in cui il “progressista” papa in carica apre la bocca in materia di relazioni fra uomini e donne – e dei rispettivi ruoli sociali – infila perle di medioevo senza che nessuno dei giornalisti / commentatori riesca a contestualizzarne e contestarne neppure una. E’ ovvio, dicono, che Bergoglio si esprima in tal modo, è questa la dottrina della chiesa cattolica.

Così, l’aborto “è di moda”, praticato da “nazisti in guanti bianchi” su donne che vogliono una “vita facile” e respingono i bambini “mandati da dio” con qualche difetto: portare avanti una gravidanza per dare alla luce una creatura che morirà a causa di una grave malformazione congenita non appena partorita (come per l’anencefalia, decesso sicuro al 100%) o che vivrà un’esistenza breve e tormentata è meglio, dio e Bergoglio sono contenti – dopotutto, non è toccato a loro.

Poi, sempre durante lo stesso pistolotto rivolto al Forum delle Famiglie (un plurale che il papa non gradisce e che ha subito “corretto”) ha lodato quelle che fanno finta di niente mentre i loro mariti si puliscono il didietro con i voti coniugali: “Una cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza, sapere aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi forti, brutte, dove anche arrivano tempi di infedeltà”. Di qui, la lode di Francesco alla “pazienza dell’amore che aspetta. Tante donne, ma anche l’uomo talvolta lo fa, nel silenzio hanno aspettato, guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. La santità che perdona tutto perché ama.”

A questo punto vorrei mandarlo al cinema. A New York, tanto a lui i soldi per il viaggio e il biglietto non mancano, al Film Festival di Human Rights Watch (14 – 21 giugno 2018), per vedere “Un migliaio di ragazze come me”.

A Thousand Girls Like Me

E’ un documentario su una giovane donna afgana, la ora 23enne Khatera – in immagine nel poster – che la regista Sahra Mani presenta così: “Ogni donna in questo paese ha un centinaio di proprietari. Padri, fratelli, zii, vicini di casa: tutti credono di avere il diritto di parlare per noi e di prendere decisioni al nostro posto. Questo è il motivo per cui le nostre storie non sono mai udite, ma vengono seppellite con noi.” La religione è diversa, ma i fondamenti patriarcali sono gli stessi.

Khatera è stata presa a botte e abusata sessualmente da suo padre per più di 13 anni. E’ rimasta incinta e ha abortito innumerevoli volte. Due figli, una femmina e un maschio, li ha messi al mondo. Come da precetti suggeriti da Bergoglio, è stata molto paziente. Sua madre ha cercato di guardare da un’altra parte. Hanno aspettato, immerse ogni singolo giorno in un dolore letteralmente inenarrabile – non dovevano parlare, perché la vergogna e la condanna sarebbero ricadute su di loro. E la violenza non è finita.

Non è finita sino a che Khatera ha denunciato il suo stupratore ed è riuscita a mandarlo in galera. Lei e sua madre ricevono a tutt’oggi minacce di morte dai parenti per aver “rovinato la loro reputazione”. Tollerare l’abuso e la sofferenza, scusando e legittimando con ciò il comportamento dei perpetratori maschi, è il consiglio che non solo il papa cattolico, ma sistemi giudiziari e attitudini socio-culturali sessiste danno alle donne in tutto il mondo. Può darsi che ciò le renda “sante” agli occhi di qualche dio, ma noi non possiamo farci carico delle vostre fantasie, signor Bergoglio, in quelle che sono le nostre esistenze reali e anche se ci aspetta l’inferno dopo la morte (del che molte di noi dubitano seriamente) preferiamo mettere fine all’inferno in cui sono state trasformate le nostre vite.

Maria G. Di Rienzo

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Diversi quotidiani nostrani, il 1° giugno u.s., riportavano lo stupro di gruppo di una dodicenne a Castellammare di Stabia da parte di altri tre minori (di età compresa tra i 14 e 16 anni), che si sono premurati di documentare le violenze sui loro cellulari – perché non un’oncia di sdegno sociale ricadrà su di loro, coetanei e non inneggeranno ai “fighi che scopano” mentre la vittima sarà immediatamente rubricata come “incauta” al meglio e “puttana” nel restante 99% dei casi: ormai lo sanno perfettamente. Tra loro e la felicità della violenza sessuale stanno solo orride leggi liberticide imposte dallo strapotere delle femministe naziste e carcerarie, ma si facciano coraggio: ora abbiamo un governo ancora più comprensivo dei precedenti, in pratica il fior fiore dell’ignoranza, della tracotanza e della misoginia da web e da bar sport, perciò non saranno lasciati soli.

La vicenda segue uno schema noto e ripetuto: l’amico / il ragazzo / il compagno di scuola di cui la ragazza si fida la invita a una festa / a fare un giretto insieme ecc. e la conduce in una località isolata dove lo aspettano i compari. Purtroppo, anche i reportage seguono uno schema noto e ripetuto: minimizzano, trivializzano, edulcorano la violenza e suggeriscono che almeno una parte di responsabilità cade sulla vittima.

Uno dei quotidiani di cui sopra, aspirando inutilmente al Pulitzer o al Nobel per la Letteratura, dà la notizia in questo modo (i corsivi sono miei): “Storie riservate, sgarbate, sbagliate. Storie segrete rinchiuse nel dolore più intimo. Inconfessabili, almeno fino a quando la sofferenza irrompe come uno squarcio e la verità chiede rivincita. La liberazione è l’unica chiave per sopravvivere. E la vittima ammette, rivela.” Altri si premurano di definire la denuncia della ragazzina “il racconto-confessione” e lo stupro di gruppo “la sconcertante vicenda”, o di farci sapere che quando è salita sullo scooter del falso amico “era già buio”.

Secondo il Dart Centre per Giornalismo e Trauma, “dare notizia delle violenze sessuali richiede speciale attenzione e aumentata sensibilità etica. Richiede speciali abilità nell’intervistare, comprensione delle leggi, e consapevolezza di base dell’impatto psicologico del trauma.” Naturalmente, proseguono, se si vuol fare del giornalismo corretto, sfidare gli stereotipi e fornire una visione più ampia e equa delle materie di cui si tratta, la speciale attenzione dev’essere sempre presente: nel caso della violenza di genere, però, il rischio a non mettercela è quello di offrire comprensione e sostegno ai criminali, perpetuando una visione del mondo in cui le donne sono vittime predestinate e meritevoli di essere tali e mantenendo salde le premesse che giustificano e scusano tale visione. Ciò danneggia le donne, le ragazze, le bambine ovunque – abbiano esse subito violenza o no.

Ai giornalisti sono stati forniti negli ultimi dieci anni, praticamente in ogni angolo del pianeta, manuali di base su come trattare la violenza di genere sui media: li hanno redatti una valanga di associazioni e gruppi che combattono la violenza contro le donne, commissioni delle Nazioni Unite e del Parlamento Europeo, commissioni statali di varie nazioni, un’altra valanga di ong che si occupano di salute e aiuto umanitario e alcune associazioni di lavoratori del settore fra cui la Federazione Internazionale dei/delle giornalisti/e. Ho appena letto uno studio del 2016 – “Media guidelines for the responsible reporting of violence against women: a review of evidence and issues” – che ha esaminato undici di questi manuali, cercando di capire perché chi lavora nei media non li adotta: secondo lo studio la discrepanza fra la realtà delle esperienze delle donne e la rappresentazione di esse sui media non è diminuita e “si sono dati ben pochi cambiamenti positivi”. Uno dei problemi, pare, è che “la comunicazione delle informazioni relative alla violenza contro le donne considerata come problema sociale non sempre risponde alle aspettative di fare colpo con la notizia.

Così una violazione atroce, uno stupro di gruppo, a danno di una bambina di 12 anni diventa una storia “sconcertante” (da cosa siete presi di sorpresa, signori giornalisti? Conoscete le cifre della violenza di genere in Italia?) e “sgarbata” (chi violenta è un po’ maleducato, in effetti, ma è tutto qui) la cui colpa alla fin fine è della vittima: è lei che confessa e ammette davanti a un tribunale di sessisti, analfabeti di ritorno o per scelta, a cui in tal maniera è confermata la legittimità dell’uso della violenza da parte degli stupratori.

Nemmeno questo “fa colpo” – è così vieto, visto e stravisto da essere nauseante – però fa contenti i prossimi perpetratori e i loro fan. Maria G. Di Rienzo

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2500 articoli

Questo è il mio articolo n. 2.500. Credo di meritarmi qualche giorno di ferie, ma vi lascio con un po’ di “cibo per la mente”: nella fattispecie, la traduzione del discorso di Asia Argento all’appena terminato festival di Cannes. Stava presentando il premio per la miglior attrice al fianco di Ava Duvernay e questo ha detto:

“Nel 1997, sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes. Avevo 21 anni. Questo festival era il suo terreno di caccia. Voglio fare una previsione. Harvey Weinstein non sarà mai più il benvenuto qui. Vivrà per sempre in disonore, evitato da una comunità cinematografica che lo ha abbracciato e ha coperto i suoi crimini. E persino stasera, seduti fra di voi, ci sono coloro che devono ancora rispondere della loro condotta verso le donne. Per comportamenti che non appartengono a questa industria, ne’ a nessun’altra industria o posto di lavoro. Voi sapete chi siete. Non fate parte di questa industria. Ma, più importante ancora, noi sappiamo chi siete e non vi permetteremo di farla franca più a lungo.”

Quando Le Monde pubblicò la lettera di 100 donne, fra cui Catherine Deneuve, che difendevano il supposto “diritto degli uomini a importunare”, Asia Argento rispose con un tweet: “Deneuve e altre donne dicono al mondo come la loro misoginia interiorizzata le abbia lobotomizzate sino a un punto di non ritorno.” Maria G. Di Rienzo

asia

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noura

(immagine di Ahmed M’ayyed)

Noura Hussein, sudanese, è stata data in moglie contro la propria volontà a 16 anni.

Si è rifugiata per tre anni presso una zia – ora ne ha 19 – prima che la propria famiglia, con un trucco, la facesse tornare a casa, dove è stata consegnata ai parenti del marito.

E’ rimasta con costui per sei giorni, rifiutando costantemente di fare sesso con un uomo che non amava e a cui era stata legata per forza: al che, il “marito” l’ha stuprata con l’assistenza di altri uomini (suoi familiari e amici) che la tenevano ferma.

Il giorno dopo ha tentato di violarla di nuovo, ma era solo. Noura si è difesa con un coltello e ha finito per ucciderlo. E’ tornata dai propri genitori: il padre l’ha condotta alla polizia e diseredata.

Il tribunale di Omdurman l’ha condannata a morte fra gli applausi dei parenti del deceduto.

“Sapevo che sarei stata giustiziata, – ha detto Noura alle sue legali – sapevo che avrei lasciato irrealizzati tutti i miei sogni.”

A difenderla sono le attiviste di “Equality Now”, che ora hanno 15 giorni per presentare appello. Intendono anche chiedere clemenza al presidente sudanese, Omar al-Bashir, e hanno messo online una petizione:

https://www.change.org/p/zaynub-afinnih-justice-for-noura-maritalrape-deathsentence-sudan

“Noura non è una criminale, è una vittima e dovrebbe essere trattata come tale. – ha detto Tara Carey di “Equality Now” a The Guardian – La sua criminalizzazione per aver difeso se stessa da un’aggressione e, in particolare, la sentenza di morte violano i suoi diritti iscritti nella Costituzione del Sudan e nella legislazione internazionale. Noura è stata soggetta ad abusi fisici e psicologici dalla sua famiglia e dal marito e questa è una violazione degli articoli 14 (protezione dell’infanzia) e 15 (niente matrimonio senza libero e pieno consenso) della Costituzione. Quest’ultima inoltre attesta che ‘lo stato protegge le donne dall’ingiustizia e promuove l’eguaglianza di genere’ e che ‘tutte le persone sono eguali di fronte alla legge e sono titolate, senza alcuna discriminazione, a ricevere eguale protezione dalla legge’.”

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “The Relentless Torture of The Handmaid’s Tale”, di Lisa Miller per The Cut, 2 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La seconda stagione de “Il Racconto dell’Ancella” è appena cominciata, pure ogni nuovo episodio porta con sé nuovo terrore. Ho pensato che forse ero solo traumatizzata dal primo episodio, in cui le nostre protagoniste preferite sono inesorabilmente torturate – colpite da scariche elettriche tramite pungoli per bestiame, prese a calci, minacciate con cani, incatenate a una stufa a gas e ustionate, lasciate vive sulla forca ma coperte di urina – fino a che ho sopportato l’episodio numero due.

Là mi sono imbattuta, all’interno di un paesaggio dalla luce dorata che evoca il profondo sud, in una vasta marea di donne schiave, a stento in vita, costrette a scavare in rifiuti tossici sino a che muoiono. Durante una scena di agghiacciante tortura psicologica il sottile, fastidioso suono di Kate Bush che canta “Il lavoro di una donna” accompagna le immagini di donne letteralmente terrorizzate a morte; altrimenti, la colonna sonora è principalmente un costante gemito in tono minore, come il suono del vento che attraversa una finestra rotta, punteggiato dal pianto e dai colpi di tosse delle donne, e da urla.

Ho premuto il tasto che toglie l’audio e quello per l’avanzamento veloce così spesso durante questa seconda stagione che sono costretta a chiedermi: Perché sto guardano questa cosa? Sembra tutto così ingiustificato, come un pestaggio senza fine. Davvero, le hanno tagliato la lingua? Davvero, hanno messo in fila tutti i giornalisti contro un muro – inclusa una mamma che portava scarpe comode da gravidanza (quanto manipolativo è ciò?) – e li hanno fucilati? Davvero, l’hanno nutrita a forza, le hanno messo ceppi alle caviglie; le hanno lasciato assaggiare la libertà e poi gliel’hanno portata via? Davvero, davvero, davvero? Ci sono film che trattano di genocidi e schiavitù storici che obbligano a una necessaria analisi della brutalità nella vita reale. Ma questo. Questo è un mondo inventato.

Rispondo a me stessa: per quel che riguarda la prima stagione, ero d’accordo con il consenso della critica. Questa è “televisione importante”. Una parabola femminista, adattata dal romanzo di una donna, che è stata premiata con otto Emmy – la maggior parte dei quali conferiti a donne – e che tratta dei potenziali eccessi del patriarcato, non così inconcepibili ora, nell’era di Pence e Trump.

All’epoca su Slate, facendo la recensione, Willa Paskin sottolineò che guardare la prima stagione l’aveva fatta sentire “quasi virtuosa”, scrisse, “come l’immergersi in un oceano d’inverno”. Anch’io ero stata agganciata dal rigoglioso orrore della stagione iniziale. Sembrava fedele al romanzo originale di Margaret Atwood, ma molto più intimo, come se si stesse guardando una scena del crimine attraverso uno spioncino.

Volendo avvolgermi ancora in quel senso di virtù, solidale con le donne sullo schermo, ho continuato a guardare. Ma la mia voce interiore rifiuta di restare in silenzio. Sarebbe femminista guardare donne ridotte in schiavitù, degradate, picchiate, amputate e stuprate? Come, esattamente, sto partecipando a una rivoluzione femminile stando seduta sul mio comodo divano a consumare questo? “Il racconto dell’Ancella” ha saltato il fosso, nella sua seconda stagione, trasformandosi da intrattenimento con princìpi a pornografia di tortura?

Non sono la sola persona a notare l’amplificata violenza della seconda stagione, una conseguenza ovvia, probabilmente, dell’aver ricevuto prima del previsto così tanti premi e così tante lodi, e dell’essere uscita dalla mappa della trama originale di Atwood. La stagione successiva doveva chiaramente essere più grande della prima, più epica, più ambiziosa a livello visuale, più intensa. Ma “sembra che lo show stia solo scegliendo a caso cose orribili da far succedere alle donne per ottenere l’effetto shock.”, ha detto Laura Hudson durante una tavola rotonda a The Verge (ndt.: rete di media informatici), “Perché guardarlo? Io non ho bisogno di vedere donne brutalizzate per capire che Gilead è un posto malvagio o che lo è la misoginia; credetemi, ho capito.”

Il romanzo di Atwood era un esercizio mentale: un intellettuale affresco di “supponiamo che” girante per lo più attorno ai dettagli personali di vite comuni. Ciò che aveva reso l’adattamento televisivo così affascinante, per me, era la collisione della fantascienza con le descrizioni di gente ordinaria in case con cucina, che forzava “noi” a trasporci in “loro”. (…)

La prima stagione finiva dov’era terminato il libro di Atwood, con June seduta da sola nel retro di un furgone, incerta sul proprio destino. Con la seconda, gli sceneggiatori sono sulla propria frontiera narrativa e il sentiero che creano è deludente quanto prevedibile. Nel finale del primo episodio, l’attrice Elisabeth Moss (ndt.: June) taglia la graffetta metallica che indica il suo status di Ancella dalla sua stessa orecchia con un paio di forbici. E’ straziante da vedere. E quando ha finito, e i suoi seni sono coperti dal suo proprio sangue, si solleva come una Furia vendicatrice per dichiarare la propria liberazione.

season 2

Ma poiché questo è il primo episodio e ci sono dio sa quanti altri episodi e stagioni a venire, noi capiamo che sarà intrappolata di nuovo – e picchiata e torturata e stuprata di nuovo, che la violenza nei suoi confronti continuerà e continuerà. (ndt.: E’ quel che è effettivamente accaduto nel terzo episodio, non ancora in onda quanto l’Autrice ha scritto il presente articolo.)

E’ una storia sessista vecchia quanto la Bibbia: il coraggio dell’eroina è intensificato dalla sua vittimizzazione, perché la cultura misogina esalta le donne che soffrono. Che June sia incinta, e sia una madre angosciata (ndt: la figlia le è stata sottratta), sono cose che aumentano il suo eroismo secondo lo show. Gli sceneggiatori della seconda stagione sanno bene come i fondatori di Gilead che non c’è tropo più sacro della maternità. In un esasperante e grottesco rovesciamento, l’allegoria femminista di Atwood si è trasformata in una vetrina degli abusi delle donne: tornando alla scena descritta sopra, ho notato che la macchina da presa indugiava sul sangue sgocciolante di June. E là ho deciso, io ho chiuso. (ndt.: ho chiuso anch’io, prima ancora di leggere questo.)

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La data è il 3 maggio 2018. I titoli dicono “Fa prostituire figlia minorenne e disabile” e “Offre la figlia agli immigrati pedofili”. Gli occhielli parlano di “rapporti sessuali” e “incontri”. Gli articoli cominciano con frasi tipo “una storia di profondo degrado” o “una triste vicenda”.

E tu puoi passare oltre, con in mente uno scenario in un cui una famiglia miserabile sopravvive grazie alla prostituzione della figlia più vulnerabile, ancora bambina ma già “sex worker” (e perciò, secondo la narrativa in auge funzionale ai guadagni dell’industria del commercio sessuale, liberata, trasgressiva e potente – grazie all’illuminato management paterno).

Se però fai lo sforzo di leggere gli articoli per intero scopri che in quel Monteverde, Roma, un uomo italiano di 56 anni pagava migranti senza tetto e rifugiati affinché violentassero sua figlia mentre lui filmava gli stupri. E’ stato scoperto e arrestato grazie a un giovane nigeriano che ha riportato l’offerta ricevuta alla polizia.

La prostituzione non c’entra: il magnaccia i soldi li prende, non li dà. I “rapporti sessuali” e gli “incontri” implicano un consenso che qui non esiste. E il “degrado” sta in un assetto culturale che non solo non riesce a descrivere la violenza esercitata su una minore per quel che è, ma crea padri carnefici che sacrificano insensibilmente le figlie sull’altare della propria soddisfazione sessuale.

Maria G. Di Rienzo

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La prossima volta in cui Bergoglio, i suoi vescovi, i parroci che organizzano riunioni per allertare i fedeli e i gruppi di minus habentes prodighi di proclami si sentono spaventati dal concetto di genere potrebbero farsi una chiacchierata con la francescana Suor Catharina.

sister catharina

In Indonesia – in particolare nella provincia in cui vive, Lampung – è famosa come “Sorella Genere” o “Sorella dell’Eguaglianza di Genere”. E’ un’attivista per i diritti delle donne dal 1997 e lavora in particolare per sostenere le sopravvissute alla violenza sessuale, alle molestie sessuali e alla violenza domestica.

Quel che segue è la mia traduzione del video di Suor Catharina per l’8 marzo 2018, realizzato dalla sezione indonesiana dell’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

“Sono stata coinvolta nella lotta per l’eguaglianza di genere sin da quando sono diventata consapevole del genere. Ho visto che ci sono così tante donne vittimizzate. Ogni giorno, i nostri giornali riportano storie di vittime di stupro, violenza domestica e molto altro…

Mi sono unita a un’organizzazione per fermare la violenza contro le donne.

La nostra casa, il nostro convento, è diventata un rifugio per le vittime che ha cura di loro e le sostiene, e io voglio diffondere lo spirito del fermare la violenza contro le donne, specialmente a Lampung.

Il mio messaggio, a tutte le donne là fuori, e anche a tutti gli uomini: è ora di raggiungere l’eguaglianza nelle nostre vite. Donne forti devono aiutare altre donne. Creiamo un modo migliore di vivere e lasciamoci alle spalle quello che fa danni. Dobbiamo essere abbastanza coraggiose da sfidare il pregiudizio di genere e la diseguaglianza di genere, da combattere la violenza, da promuovere l’istruzione per le donne, da celebrare le conquiste delle donne, e insieme sostenere il movimento delle donne.”

Maria G. Di Rienzo

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