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Posts Tagged ‘stupro’

La notizia dello stupro e del pestaggio di una migrante nigeriana 24enne, avvenuti nel 2017 in un centro accoglienza, ha raggiunto i media il 31 ottobre scorso. Gli aggressori, tutti suoi connazionali fra i 21 e i 37 anni, erano cinque: uno l’hanno ritrovato già in galera per omicidio di un altro nigeriano, tre li hanno arrestati e l’ultimo è latitante.

La Repubblica e La Stampa hanno lo stesso titolo “Bari, violentata dal branco nel centro di accoglienza: quattro arresti dopo la sua denuncia”; il primo quotidiano spiega che la giovane è stata “costretta, sotto la minaccia di un’arma da taglio, a subire un rapporto sessuale non consenziente“, il secondo dà conto delle minacce ricevute dalla vittima già al suo arrivo affinché iniziasse a prostituirsi per pagare i debiti di viaggio e della sua fuga dagli aspiranti magnaccia, poi racconta che nel centro di Bari-Palese “sin da subito, è stata oggetto di attenzioni sessuali da parte di un suo connazionale, “Egbon”, che l’ha varie volte importunata. La ragazza si è opposta in più occasioni fino a quando, una sera, è stata minacciata di morte dall’uomo, armato di coltello. E’ stata poi attorniata dal branco, colpita da tutti ripetutamente con schiaffi e pugni al volto, e trascinata in una stanza. A quel punto Egbon ha consumato il rapporto sessuale con la donna, mentre gli altri impedivano l’accesso alla camera ad estranei, e successivamente ha continuato a picchiarla brutalmente”.

E’ scoraggiante notare che, probabilmente, dovrò continuare a ripetere le stesse cose sino alla mia dipartita da questo mondo (ma per fortuna non sono la sola a dirle).

Allora, il branco: i branchi sono composti da animali, che solitamente in branco vivono e/o cacciano (ma in branco non violentano); le associazioni di esseri umani a scopo di reato possiamo chiamarle “gang”, “gruppi di delinquenti/perpetratori”, “bande” eccetera. Equiparare gli stupratori agli animali suggerisce una minore responsabilità dei primi, un contesto in cui le loro azioni appaiono istintive e naturali, non scelte precise di infliggere dolore, quali in effetti sono.

Un rapporto sessuale non consenziente si chiama stupro. Ricevere ripetute molestie sessuali non significa ricevere attenzioni sessuali. Il violentatore non ha consumato il rapporto sessuale con la donna (ha poi ha ritirato lo scontrino per la consumazione?), l’ha stuprata. Tutta questa terminologia continua a suggerire che lo stupro è solo sesso, sesso un po’ forzato e condito di botte (ma alle donne sotto sotto questo piace, non è vero?), ma sempre buon sesso – finché c’è un maschio che ne gode, cosa ne pensi la femmina coinvolta non è davvero importante. Lo stupro è violenza, punto e basta, e come tale deve essere descritto se non si vuole essere complici della cultura che lo genera e lo giustifica.

Signori giornalisti, provate a trattare un sequestro a scopo di rapina con la stessa incompetenza e (volontaria o meno) connivenza, metteteci come titolo: “Aggredito dal branco nel parcheggio: quattro arresti” e scrivete che il tizio assalito da tot persone affinché consegnasse loro il portafoglio “ha effettuato una donazione non consenziente di denaro” e che i suoi aggressori “hanno consumato la violazione di legge ricevendo il contenuto del borsellino”. Il redattore capo darebbe l’ok, secondo voi? Continuereste a lavorare in quella redazione, indisturbati? Giusto, le risposte sono due “no”. Quindi spiegatemi perché ciò che è intollerabile per tutto il resto degli esseri umani vittime di violenza devono tollerarlo le donne.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “No one is perfect: it’s time to change how we view and treat victims of sexual assault”, di Andrea Powell per Thomas Reuter Foundation, 19 ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Andrea è la fondatrice di Karana Rising e FAIR Girls.)

Io sono una sopravvissuta all’assalto sessuale e la fondatrice di un’organizzazione che ha aiutato più di 1.000 giovani donne sopravvissute al traffico sessuale a trovare la propria forza e a guarire dal trauma.

Nel 2012 incontrai e sostenni la causa di Nicole, allora una ventunenne sopravvissuta al traffico sessuale, che era stata brutalmente aggredita sessualmente da un famigerato stupratore seriale, il quale quasi la uccise a poche miglia di distanza dalla Casa Bianca.

Lo stupratore di Nicole credeva che l’avrebbe fatta franca violentando donne che erano all’interno del commercio di sesso perché, se mai si fossero fatte avanti, nessuno le avrebbe giudicate credibili mentre affermavano di essere state stuprate.

Nessuno sarebbe venuto a cercarle, sembrava anche pensare. Nonostante io abbia lavorato con tre delle giovani donne che testimoniarono contro questo stupratore seriale, non so quante donne abbia violato. So che su Nicole si sbagliava.

Ho sentito la litania di domande fatte alle sopravvissute che spesso include “Perché non ha semplicemente chiamato la polizia?” o “Perché non si è allontanata prima?” e il classico “Com’era vestita?”. Cos’aveva addosso, Nicole, quella notte? Gli abiti in cui è stata stuprata.

La cultura dello stupro ci fa concentrare sull’impatto che un’accusa di aggressione sessuale ha sullo stupratore anziché sulla sua vittima. Questo nonostante il fatto che una donna su cinque, in America, abbia fatto esperienza di un assalto sessuale.

Himpathy” (ndt. la “simpatia per lui”) – un termine coniato dall’autrice Kate Manne per la simpatia offerta agli uomini accusati di reati sessuali – fu la strategia usata dagli avvocati che difendevano lo stupratore di Nicole, il quale aveva in quel periodo una moglie incinta.

Affiancarono a questa tattica una serie di domande che implicava in modo diretto come Nicole e le altre sopravvissute semplicemente non fossero state stuprate in virtù delle loro stesse azioni e dei luoghi in cui si trovavano. Assomiglia alla maniera in cui la docente universitaria Christine Blasey Ford è stata interrogata quando testimoniò davanti al Senato sulla sua accusa di aggressione sessuale che concerne l’ora giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh. Ciò incluse domande sul suo abbigliamento, sul perché era a una festa in cui c’erano uomini e se fosse o no ubriaca.

Le sopravvissute al traffico sessuale che io conosco sono state aggredite sessualmente, di media, cinque volte a notte. Fa 150 assalti al mese. Di media, sono state vendute per quattro anni prima di ricevere aiuto. Il traffico sessuale è stupro seriale per profitto.

La maggioranza di queste sopravvissute non voleva parlare con la polizia perché temeva castighi e svergognamento. Molte denunciarono crimini mesi o persino anni più tardi e allora ogni aspetto della loro vita, passata e presente, fu sottoposto a un test sociale atto a misurare la loro credibilità. Sembra che la società voglia vedere se hanno giocato un ruolo nella loro stessa vittimizzazione perché se loro sono da biasimare noi non dobbiamo ascoltare.

Se una vostra amica vi dice di essere stata derubata, vi mettete subito a pensare se si sta inventando tutto? Facciamo per caso studi sulle false denunce di rapina a mano armata, perché siamo davvero preoccupati del potenziale impatto sul futuro del “presunto” rapinatore?

Non esiste niente di simile a una vittima perfetta ma come ci avviciniamo a creare una società dove non si richiedano standard impossibili per avere ascoltatori non prevenuti?

In primo luogo, dobbiamo istruire i ragazzi e le ragazze sulle realtà dell’aggressione sessuale. Dobbiamo dar loro gli attrezzi per essere testimoni pronti a rispondere.

In secondo luogo, dobbiamo nominare i fattori della cultura dello stupro e quando la riconosciamo non dobbiamo tollerarla.

In terzo luogo, abbiamo bisogno di maggiori risorse per le sopravvissute a rischio a causa del trauma, dello loro storie pregresse di abuso sessuale, dell’essere senza casa, o altri elementi chiave.

Dobbiamo riconoscere che la cultura dello stupro esiste solo perché noi le permettiamo di esistere.

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fading rose

Dalla stampa, ieri 24 ottobre 2018:

“«Avevo una rosa rossa che avrei voluto portare» sul luogo dove è stata trovata morta la sedicenne Desirée Mariottini, «se questi imbecilli fossero stati altrove». Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, lasciando via dei Lucani in seguito alle contestazioni che gli hanno impedito di accedere allo stabile abbandonato. «Si sta lavorando per mettere in galera questi vermi, queste bestie. Procura e questura hanno già le idee chiare. Stanno facendo i riscontri del caso. Temo che anche questa volta siano tutti cittadini stranieri. Va resa giustizia a questa ragazza, punto».”

“Il ministro dell’Interno Matteo Salvini è tornato in via dei Lucani, nel quartiere di San Lorenzo, dopo le contestazioni di questa mattina, ed ha deposto una rosa bianca davanti all’ingresso dello stabile dove è stata trovata morta Desirée Mariottini. Il vice premier questa mattina era stato contestato dai residenti e dalle femministe che avevano appeso striscioni di protesta.”

Dalla rosa rossa a quella bianca sono passate due ore: forse il fiore si è scolorito nel frattempo, ma il punto è un altro – una persona che ha usato e usa il sessismo per attaccare e insultare le donne che identifica come “nemiche” può tenersi le rose a casa, in un bel vaso, perché non ne abbiamo bisogno e non le vogliamo.

Due giorni prima, il 22 ottobre, l’Italia ha consegnato il suo rapporto sullo stato di implementazione della Convenzione di Istanbul al GREVIO, il gruppo di esperti sulla violenza di genere del Consiglio d’Europa con sede a Strasburgo, che lo ha immediatamente pubblicato in accordo alle procedure vigenti (e io ho scaricato il file). Il gruppo ha programmato una visita di valutazione in Italia nella primavera del 2019.

Il documento consiste di 208 pagine (200 circa sono di “faremo”) e comprende il “Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2017 – 2020” a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le pari opportunità.

Ma sapete, al GREVIO non si possono mandare bambole gonfiabili, performer di “burlesque” o mazzi di rose come prova della squisita sensibilità politica italiana nei confronti delle donne e meno che mai per comprovare l’aderenza agli standard richiesti dalla Convenzione, perciò saltano fuori paragrafi come questo: “Contrastare gli stereotipi e tutte le forme di comunicazione che sono dannose per la dignità di donne e bambine/i, oltre a essere un obbligo per gli Stati (articolo 12 della Convenzione di Istanbul), è un’intersezione essenziale per l’efficace prevenzione della violenza maschile contro le donne, giacché contribuisce ad evitare false rappresentazioni del genere femminile e a incoraggiare il riconoscimento e la stigmatizzazione di tutte le forme di violenza contro le donne, nel mentre promuove i necessari cambiamenti culturali.”

Oppure l’Allegato C, “Linee d’indirizzo sulla “Formazione”. – L’esperienza maturata suggerisce che le azioni necessarie a prevenire e contrastare la violenza debbano prevedere una formazione integrata e multidisciplinare che contribuisca a fornire a tutti gli operatori e a tutte le operatrici coinvolti una visione comune fondata sulla cultura di genere (…)”

Cioè, esattamente quello che non sa, non capisce e non crede un individuo convinto che “Frozen” faccia diventare lesbiche le bambine e che “la Boldrini” debba solo stare zitta.

Le ultime statistiche sulla violenza di genere in Italia in mio possesso si riferiscono al 2016, attestano che il nostro paese ha uno dei più alti tassi di femicidi in Europa e riportano questi numeri: 149 donne uccise, 59 dal partner attuale, 17 da un ex partner, 33 da un membro della famiglia e 9 da una persona che conoscevano.

Temo che anche questa volta siano tutti cittadini stranieri. Purtroppo no, la maggioranza è italiana. E ancora purtroppo, gli assassini e gli stupratori del rapporto 2016 hanno un solo tratto comune, sono tutti uomini.

Maria G. Di Rienzo

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Ieri, in occasione dell’International Day of the Girl (Giorno Internazionale della Bambina/Ragazza – Nazioni Unite), Nara è stata simbolicamente “presidente per un giorno” del suo paese, il Paraguay.

Paraguay - president for a day

Nara è una scolara di 11 anni e mira a diventare ingegnera: “Il mio esempio per le altre ragazze, come presidente, deve servire a dire loro di non mollare mai e di avere fiducia in se stesse. Non sono solo i ragazzi a poter ottenere risultati.”

Cos’ha deciso di affrontare durante il suo mandato? Quel che ritiene essere il problema più grave e urgente per donne, ragazze e bambine: contrastare la violenza sessuale e raggiungere l’eguaglianza.

La violenza sessuale è la questione principale che blocca le ragazze, ha detto Nara: diverse sue amiche coetanee sono già state stuprate – l’ultima cinque mesi fa, dal proprietario di un negozio in cui era entrata a far compere.

“Le cose più difficili per le ragazze, qui, sono gli abusi, le molestie, gli stupri. Le ragazze si sentono intrappolate dentro se stesse, a causa delle violenze di cui hanno fatto esperienza.” L’alta percentuale di adolescenti incinte è diretta conseguenza di tali esperienze: una gravidanza su cinque, in Paraguay, concerne una minorenne e la maggioranza di tali casi sono risultati degli stupri subiti.

“Vorrei che le ragazze fossero trattate da eguali. – ha detto ancora Nara – Gli uomini ci lasciano sempre indietro e mettono ostacoli sulla nostra strada.”

Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Thomson Reuters Foundation – a cui appartiene il particolare dell’immagine sopra; Devdiscourse; UN Women.)

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(“Imagine if men were afraid to walk home alone at night”, di Katy Guest per The Guardian, 8 ottobre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

coprifuoco

Cosa vogliono le donne, veramente? E cosa farebbero le pazze femministe se infine riuscissero a derubare gli uomini di tutti i diritti, a chiuderli dentro la notte e a tenere il potere per se stesse?

Be’, le risposte sono appena arrivate, grazie a un esperimento di riflessione, e potrebbero sorprendervi.

“Signore… cosa fareste se per tutti gli uomini scattasse il coprifuoco alle 9 di sera?”, si è chiesta Danielle Muscato in un tweet causale martedì mattina, aggiungendo: “Ragazzi: leggete le risposte e prestate loro attenzione.”

Migliaia di donne hanno risposto e il risultato piuttosto patetico è che se le donne si trovassero responsabili del mondo, loro… andrebbero camminando in determinati luoghi, qualche volta, senza sentirsi spaventate. A casa dalla stazione dopo il lavoro, per dire, o nei boschi da sole di notte. Alcune sfrutterebbero l’occasione per fare la spesa mentre i negozi sono tranquilli. Molte andrebbero a farsi una corsa. Parecchie hanno detto persino che ascolterebbero musica con gli auricolari mentre lo fanno. Radicale!

Gli uomini hanno letto queste risposte e alcuni di loro erano furibondi. Chiedere il coprifuoco alle 9 di sera perché credete che tutti gli uomini siano stupratori è stupido, isterico e di base uguale al razzismo, hanno detto, anche se nessuno ha chiesto di imporre un coprifuoco o ha sostenuto che gli uomini fossero qualsiasi cosa. E, nel mentre è stato triste leggere quanto poco basterebbe a rendere davvero felici un bel po’ di donne, è stato anche deprimente vedere la gente diventare così arrabbiata per un coprifuoco ipotetico, mentre i movimenti delle donne sono limitati nella vita reale per tutto il tempo.

Circa quattro anni fa, un uomo stava assalendo sessualmente donne a Londra e la polizia diede il consiglio a tutte le donne locali di evitare di camminare da sole la sera, fino a che lo avessero catturato. Si era di dicembre, perciò era buio quasi sempre. E l’uomo non è ancora stato arrestato. Questo è un coprifuoco reale per le donne, raccomandato dalle autorità (sebbene ovviamente io lo rompa di continuo per andare al lavoro e tornare, e qualche uomo mi ha detto allegramente che mi merito di essere stuprata se continuo a essere così ostinata al proposito).

Immaginate se la polizia avesse invece chiesto agli uomini di starsene a casa di sera a causa del comportamento di un solo uomo. Orrore! Assieme agli avvisi ufficiali, c’è tutto l’auto-monitoraggio che noi donne facciamo, sacrificando cose che ci piacciono, come il fare esercizio o l’uscire con le amiche o prendere l’autobus notturno per tornare a casa. Ma nessuno sembra essere arrabbiato per questo.

Un buon numero di sentimenti sembrano diretti dalla parte sbagliata. Perché la gente è così seccata se qualche migliaio di donne passano pochi secondi un martedì mattina godendo dell’immaginare ciò che potrebbero fare se non fossero costrette ad avere paura? Dov’è tutta la rabbia verso la porzione di uomini che ci costringono ad avere paura? E com’è possibile leggere migliaia di risposte da parte di donne che hanno ragione di credere di non essere al sicuro uscendo di notte, e concludere che la vera minaccia è per gli uomini?

Ovviamente, alcuni uomini hanno letto le repliche e hanno prestato attenzione e le loro risposte sono state molto espressive. “Wow, mi sento orribilmente adesso. – ha detto uno di loro – Niente di tutto ciò ha mai causato a me alcun problema. Corro, vado dove voglio quando voglio. Com’è che le donne non sono piene di rabbia sfrenata per tutto il tempo?” E’ una domanda davvero buona e sempre di più penso che lui abbia ragione, dovremmo esserlo.

Un altro uomo si è rivolto a me direttamente, sulla questione, chiedendo: “Da quando è diventato socialmente accettabile stroncare gli uomini apertamente?” e: “Be’, esattamente cosa proponi di fare, allora?” Non mi tenti, signore.

Perché quando le pazze femministe conquisteranno infine il mondo, e ti deruberanno dei tuoi diritti e terranno tutto il potere per se stesse, gli individui che fanno domande stupide come queste saranno i primi a essere rinchiusi al calar della notte. E noi andremo a farci una passeggiata. Una passeggiata davvero lunga. Con gli auricolari addosso.

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(“Lesbian ‘witches’ chained and raped by families in Cameroon”, Thomson Reuters Foundation, editing di Katy Migiro, trad. Maria G. Di Rienzo.)

black lesbian pride

Yaounde, 2 ottobre 2018 – Durante un triste servizio domenicale in chiesa, la 14enne Viviane – stanca di lottare contro la sua attrazione per le ragazze – si rassegnò a una conclusione infelice: era stata stregata. A scuola e in chiesa a Yaounde, la capitale del Camerun, le era stato a lungo detto che avere predilezione per il proprio sesso non era solo un peccato, ma anche il segno che un sinistro incantesimo era stato gettato su di te.

“Non vedevo le ragazze come tutti gli altri – ho pensato che uno spirito maligno mi avesse posseduta. – ha detto al telefono a Thomson Reuters Foundation, con una mesta risata, dalla Francia, dove ha chiesto asilo l’anno scorso con l’aiuto della sua fidanzata – Così ho cominciato a pregare per mandarlo via.”

Ma le sue preghiere fallirono. Quattro anno più tardi, Viviane fu incatenata al muro e violentemente stuprata da un uomo che la sua famiglia la forzò a sposare, dopo aver scoperto che era lesbica.

Dal Sudafrica all’India all’Ecuador, persone gay sono sottoposte a “stupro correttivo” dalle loro famiglie, da estranei e da vigilanti che credono l’omosessualità sia una malattia mentale che deve essere “curata”.

A volte, ciò è perpetrato con la copertura delle tenebre o quando il picchiare della pioggia su tetti di latta attutisce le grida, gay del Camerun hanno narrato a Thomson Reuters Foundation. Altre volte è orchestrato da membri della famiglia che regolarmente si fanno “giustizia” da soli, torturando, stuprando e assassinando parenti gay e lesbiche che loro pensano essere streghe o sotto maledizione.

La credenza nella stregoneria è diffusa in Camerun. Anche se è illegale praticare magia nera, le autorità fanno poco per impedire alle famiglie di consultare maghi che compiono sacrifici rituali per “curare” i loro parenti dall’omosessualità.

Le relazioni fra persone dello stesso sesso sono tabù all’interno dell’Africa, che ha alcune delle leggi più proibitive al mondo contro l’omosessualità. Persone gay sono di routine ricattate, assalite e/o stuprate, e subiscono sanzioni penali che vanno dall’imprigionamento alla morte. Un rapporto del 2017 dell’ILGA – International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association, attesta che 33 paesi africani su 54 criminalizzano le relazioni fra persone dello stesso sesso.

Gli atti omosessuali costano cinque anni di prigione in Camerun, dove secondo CAMFAIDS (un gruppo di sostegno LGBT+) almeno 50 persone sono state condannate – fra il 2010 e il 2014 – per crimini che vanno dall’indossare abiti dell’altro sesso a quello dell’uomo che ha inviato un messaggio di testo con scritto “Ti amo” a un altro uomo.

“La violenza anti-LGBT+ sta peggiorando.”, ha detto Michel Engama, direttore di CAMFAIDS, il cui predecessore Eric Ohena Lembembe è stato trovato morto nel 2013 con il collo spezzato e il volto bruciato da un ferro da stiro, come riportato da Human Rights Watch.

Almeno 600 attacchi e reati omofobici sono stati registrati in Camerun lo scorso anno, secondo

Humanity First Cameroon, un’organizzazione che raggruppa associazioni LGBT+, con una lesbica su cinque e un gay su dieci che hanno denunciato di essere stati stuprati. Gli attivisti dicono che la vera dimensione del problema è probabilmente molto peggiore, poiché la maggior parte degli assalti non sono denunciati.

La famiglia di Viviane la picchiò e la frustò dopo aver scoperto i messaggi di testo espliciti che aveva mandato alla sua ragazza. Sua zia e i suoi fratelli la portarono al loro villaggio, dove lo stregone locale la costrinse a bere pozioni a base di sangue di gallina e le inserì peperoncini piccanti nell’ano, giustificando il tutto come un rituale di “purificazione”.

Trovarle un marito che fosse pastore della chiesa era una possibilità di ripulire il nome della famiglia, ha spiegato Viviane. Il fatto che avesse già due mogli e 30 anni più di lei non fu preso in considerazione. “Non ci furono discussioni al proposito. – ha detto, aggiungendo che la famiglia ricevette la “dote” dal pastore ancor prima che lei fosse informata dell’accordo – Per loro, io ero una specie di collana che avevano venduto.”

Sebbene lo stupro sia reato in Camerun, non c’è la possibilità che una simile violazione sia ascritta a un marito, ha detto Viviane: “Un pastore in Camerun è come un dio. Dio non può violentare. E se lo accusi di stupro, il diavolo sei tu.”

Nel mentre Viviane ha ritenuto che la sua miglior opzione fosse fuggire dal paese, Frederique ha parlato pubblicamente dopo aver subito uno stupro di gruppo nel 2016, dopo aver lasciato in taxi un seminario LGBT+ a cui aveva partecipato a Yaounde. Il tassista si fermò per salire un altro uomo e guidò sino a una parte deserta della città, dove entrambi la violentarono mentre la schernivano accusandola di essere una lesbica e una strega.

“Continuavano a urlare che io meritavo quel castigo, che mi stavano correggendo. – ha detto la 33enne, che ha ormai raccontato la sua storia a centinaia di ragazze durante incontri e seminari in Camerun – Se avessi denunciato penalmente, sarei stata vista non come una vittima, ma piuttosto come qualcuna che si era meritata quel che era accaduto.” Frederique crede che la sua decisione di parlare le abbia salvato la vita: “Anche una mia amica è stata stuprata e si è sentita completamente sola, isolata, depressa. Si è quasi uccisa. – dice cercando di trattenere le lacrime – Io avevo pensato di fare lo stesso. Ma ero anche così furibonda. Non volevo che altre ragazze patissero questo, ne fossero vittime come me. Volevo esporre i perpetratori per far finire tutto questo.”

Non è facile, dice anche. Le lesbiche in Camerun vivono ogni giorno in segretezza e prudenza, comunicando con nomi in codice e cambiando di frequente i luoghi pubblici in cui si incontrano. “Continuiamo a lottare, – dichiara – anche se siamo doppiamente discriminate: prima come donne e poi come lesbiche.”

Engama di CAMFAIDS sa che le precauzioni non garantiscono sicurezza e sottolinea come il ventenne Kenfack Tobi Aubin Parfait sia stato picchiato a morte, il mese scorso, da suo fratello maggiore che credeva fosse gay.

“C’è una vera guerra condotta contro di noi. – dice Engama, che riceve regolarmente minacce di morte – Ma continueremo a lottare sino a che si saranno stancati… Nessuno può darci la libertà. Dobbiamo prendercela.”

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Nel 1999, con la risoluzione 54/120, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite accolse la raccomandazione fatta dalla Conferenza mondiale dei ministri responsabile per la gioventù (Lisbona, Portogallo, 8-12 agosto 1998) e dichiarò il 12 agosto Giorno Internazionale della Gioventù. Dedicato ogni anno a un tema differente – costruzione di pace, dialogo, sostenibilità, lavoro, cambiamento climatico ecc. – incoraggia i giovani a costruirvi intorno eventi e a narrare pubblicamente le loro storie al proposito. Il tema del 2018 è stato “Spazi sicuri per la gioventù”: “I giovani hanno bisogno di spazi sicuri dove poter radunarsi, impegnarsi in attività relative ai loro diversi bisogni e interessi, partecipare al processo decisionale ed esprimere liberamente se stessi. Ci sono molti tipi di spazi, ma quelli sicuri sono quelli che garantiscono la dignità e la sicurezza della gioventù.”

Il brano che segue è tratto dalla testimonianza di Kania Mamonto (in immagine), 25enne indonesiana, resa a Angela Singh e Valeriia Voshchevska in occasione del Giorno Internazionale della Gioventù del 2018, per Amnesty International.

kania

“Almeno mezzo milione di persone furono massacrate durante la tragedia del 1965 (1) in Indonesia e il mio lavoro è documentare le storie dei sopravvissuti. Organizzo gruppi comunitari di sopravvissuti e faccio da ponte fra le generazioni. E’ importante che le persone giovani comprendano il passato del nostro paese. Come attivista per i diritti umani, io non voglio vedere ingiustizie. Voglio lavorare con altri, condividere conoscenza e intraprendere azioni, ma essere un’attivista per i diritti umani in Indonesia non è facile.

Lo scorso aprile, partecipavo a un evento culturale assieme a numerosi altri difensori dei diritti umani. Ero la Maestra di Cerimonie (ndt. presentava e conduceva le attività). Un gruppo violento ci ha costretti a barricarci nell’edificio per otto ore di seguito. E’ stato terrificante.

Più di 200 persone erano intrappolate, bambini inclusi. Gli assalitori hanno usato sassi per spaccare le finestre, ci hanno sparato contro e abbiamo rischiato di essere battuti. Dopo il nostro rilascio, la mia faccia era spalmata su tutti i media.

L’intero incidente è stato assai traumatico. Lavoro molto duramente per rendere possibile il cambiamento, ma non è così che la cosa viene percepita all’esterno. Ho imparato a maneggiare quel che è accaduto e voglio istruire la gente sul lavoro che faccio. Se per alcune persone il mio lavoro è un problema, voglio che ne parlino con me in una discussione aperta.

Lottare per ciò in cui credi non ti rende una cattiva persona. Noi vogliamo giustizia ed eguaglianza.”

Maria G. Di Rienzo

(1) Si tratta dell’operato delle “squadre della morte” dell’esercito durante la dittatura di Suharto: omicidi di massa, torture, stupri, lavoro forzato – il tutto diretto a quanti fossero sospettati di essere comunisti o comunque dissidenti. Nel 2016 il Tribunale internazionale dell’Aja non solo ha condannato gli eventi del 1965 come “crimini contro l’umanità”, ma ha indicato con chiarezza i complici esterni di tali crimini: i governi dell’epoca di Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e Australia. Secondo i giudici, gli Usa sostennero l’esercito indonesiano “ben sapendo che era impegnato in un programma di omicidi di massa” e la Gran Bretagna e l’Australia ripeterono e diffusero la propaganda di tale esercito, persino dopo che “era palesemente evidente come omicidi e altri crimini contro l’umanità fossero in corso”.

Se all’annuncio del pronunciamento del Tribunale l’Indonesia fece sapere tramite il suo Ministro per la Sicurezza che nessuno poteva interferire negli affari del paese e che tale paese si sarebbe occupato della questione a modo suo, le tre nazioni summenzionate non commentarono: inoltre, sebbene invitate in precedenza a partecipare alle indagini, snobbarono semplicemente i giudici e non si presentarono.

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