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Posts Tagged ‘stupro’

Da articoli sulla stampa internazionale il 12 dicembre (e loro versioni rivedute e corrette dalla stampa italiana il giorno successivo) ho appreso che Bergoglio ha “congedato” in ottobre tre suoi consiglieri del C-9, un gruppo di nove persone organizzato dal papa stesso nel 2013 con lo scopo di riorganizzare la burocrazia vaticana, ringraziandoli per i “cinque anni di servizio”. I tre sono il cardinale australiano George Pell, il cardinale cileno Javier Errazuriz e il cardinale congolese Laurent Monsengwo Pasinya, rispettivamente di 77, 85 e 79 anni.

Il primo è a processo nella natia Australia per annose denunce di abusi sessuali (lui nega) e formalmente ha ancora una carica in Vaticano nel segretariato economico.

Il secondo è accusato dai sopravvissuti / dalle sopravvissute agli abusi sessuali da parte di sacerdoti del suo paese di aver coperto questi ultimi (lui nega).

Il terzo è semplicemente andato in pensione (mi auguro non vi sia nessuna sorpresa al proposito).

Sullo scandalo che è scoppiato da un paio di mesi attorno al caso di Pell, l’Osservatore Romano ha intervistato il gesuita Hans Zollner il 26 novembre scorso, il quale non ha detto molto di più di “analisi, consapevolezza, vergogna, pentimento, preghiera” eccetera, però sappiamo che la Pontificia Università Gregoriana dal 2012, con il Centro per la protezione del bambino “fornisce educazione e formazione per la prevenzione degli abusi sessuali su minori – dalla formazione di base a quella specialistica – per tutti coloro che lavorano nel campo della tutela dei minori”. Peccato che manchi di fornirla ai sacerdoti semplici e agli augusti cardinali. O, se in realtà li ha invece “formati”, sarebbe interessante sapere cosa i suoi membri / insegnanti / esperti pensano dei risultati.

Solo alcune cose, per finire, sull’abuso sessuale di minori.

Non esiste un predatore “tipo”. Chi abusa di bambine/i può appartenere a qualsiasi classe economica e stile di vita; può essere un familiare e può essere persona stimata e apprezzata a livello sociale.

Nella stragrande maggioranza dei casi chi abusa di un bambino è una persona che il piccolo conosce.

L’abuso sessuale di minori non è limitato a situazioni che includono l’uso di forza fisica. Esporre le bambine / i bambini alla pornografia, per esempio, ha su di loro un significativo impatto emotivo e psicologico.

Qualsiasi sia il tipo di comportamento della bambina / del bambino vittima di abuso sessuale, quest’ultimo non è MAI colpa sua. Ripetiamolo: MAI. Anche se non ha detto “no”, non ha urlato, ha accettato il giocattolo o le caramelle o i complimenti.

Di fatto, la risposta più comune del/della minore all’abuso è il silenzio (gli studi danno cifre attorno al 93%). Bambine e bambini sono confusi rispetto a quel che è accaduto loro, sono spaventati all’idea di non essere creduti e si preoccupano di cosa potrà accadere alla loro famiglia se parlano.

Perché, pensateci: come riesco a riportare – diciamo a 8/10 anni – che Padre Tizio, riverito sacerdote della comunità, amico di mamma e papà, sempre affettuoso e allegro, mio insegnante di catechismo ecc. ecc. mi ha tolto le mutande in canonica? Non è un estraneo ad avermi assalito, è (come la maggioranza delle persone che abusano di bimbe/i) un manipolatore che io conosco e che tutti attorno a me conoscono. Può aver speso tempo e impegno nel costruire una connessione emotiva con me, facendomi sentire “speciale”, e star usando la mia fiducia in lui per usarmi e controllarmi…

I sopravvissuti e le sopravvissute agli abusi testimoniano spesso come il tradimento della loro fiducia sia la parte più devastante di quel che hanno subìto. Per cui: quando trovano il sostegno necessario, l’energia e la forza necessarie a parlare, quando denunciano, abbiamo il solo dovere di ascoltare e di collaborare alla loro ricerca di riparazione e giustizia – non importa quante onorate e finemente orlate sottane sacerdotali finiscano a brandelli, perché non vi è ammontare di stracci equiparabile ai danni che i possessori di sottane hanno fatto a vite altrui.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Lucia Perez Montero’s murder inspired Black Wednesday; now her rapists have been let off”, di Raquel Rosario Sanchez per Feminist Current, 5 dicembre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

lucia perez montero

L’8 ottobre 2016, il corpo di Lucia Perez Montero – in immagine – fu trasportato all’ospedale Playa Serena in Argentina. La 16enne era ancora viva, ma non per molto. In precedenza, quel giorno, erano stata riempita di droghe e stuprata violentemente. Dopo l’aggressione, i tre uomini coinvolti nella sua morte lavarono il corpo di Lucia, la vestirono e la portarono a un centro riabilitativo, dove il personale cominciò a trattare il suo caso come overdose di droga, sino a che scoprirono il trauma sessuale. (…)

Il 19 ottobre, più di 100.000 persone scesero nelle strade argentine per protestare contro l’omicidio di Lucia. Le femministe chiamarono l’evento – la prima protesta di massa contro la violenza sulle donne in Argentina – “Mercoledì Nero”.

Matias Farias, Juan Pablo Offidani e Alejandro Maciel erano accusati di “abuso sessuale aggravato dall’uso di narcotici risultante in una morte in probabile contesto di femicidio, occultamento di prove aggravato dalla serietà dell’avvenimento precedente e possesso di narcotici con l’intenzione di venderli”. Ma nonostante la legge argentina abbia incluso il concetto di “femicidio” nel suo Codice Penale sin dal 2012, il 26 novembre scorso, il giorno dopo il Giorno Internazionale per mettere fine alla violenza contro le donne, tre giudici di sesso maschile – Facundo Gomez Urso, Aldo Carnevale e Pablo Viñas – hanno considerato i tre sospetti non colpevoli delle prime due accuse. La famiglia di Lucia aveva chiesto che gli uomini rispondessero di “abuso sessuale seguito da morte”, ma Farias e Offidani sono stati giudicati colpevoli solo di aver fornito droghe a una minorenne in zona scolastica e condannati a otto anni di carcere più una multa. Maciel, che era stato accusato solo dell’occultamento del crimine, è stato assolto.

I giudici sapevano che Lucia incontrò Farias il giorno prima del suo assassinio e che probabilmente comprò uno spinello da lui. La mattina seguente – un sabato – Farias e Offidani andarono a prendere Lucia a casa sua e la portarono alla residenza di Farias, che sarebbe diventata la scena del crimine. L’autopsia rivelò che il corpo di Lucia conteneva così tanta cocaina da stordirla completamente e che la ragazza morì di infarto causato da “eccessivo dolore”. Nonostante ciò, il verdetto dei giudici – che ha discusso ipotizzando in lungo e in largo sulla vita sessuale di Lucia, il suo uso di droghe e la sua promiscuità – dichiara che gli eventi occorsi l’8 ottobre consistevano in “sesso consensuale”.

Guillermo Perez, il padre di Lucia, ha definito la sentenza “una vergogna”. Il giorno dell’udienza finale ha detto: “Sono scioccato, ma perché non dovrei esserlo? Non mi sarei mai aspettato una sentenza del genere, non ha senso. L’autopsia di mia figlia ha rivelato tutto quel che le è stato fatto. Aveva lesioni alla vagina, ogni cosa di questo tipo. E adesso dicono che non possono provarlo? E’ un’assurdità.”

Rispondendo alla stampa sull’assoluzione dei perpetratori dalle accuse di abuso sessuale e femicidio, Marta Montero, la madre di Lucia, ha detto: “Quindi non l’hanno stuprata, non l’hanno uccisa, non l’hanno intossicata? Allora cos’è stata la morte di mia figlia, un regalo? Loro lo faranno di nuovo. Ci sono molte altre ragazze in giro. Il fatto che un tribunale si occupi solo delle sostanze stupefacenti e non dia riconoscimento alla vita di una persona, al femicidio di Lucia, è vergognoso. Il messaggio che stanno mandando alla società è questo: continuate pure (a uccidere ragazze), va tutto bene. Non vi accadrà nulla. E’ come se la morte di Lucia non esistesse neppure.” La famiglia intende ricorrere in appello. (…)

Le femministe locali sono indignate. Diana Maffía, direttrice dell’Osservatorio argentino sul genere, ha scritto su Twitter: “Una delle maniere patriarcali di produrre verdetti è il “leggere” la scena del crimine. Nel femicidio di Lucia Perez, una sedicenne, le sue ferite fisiche sono state giudicate compatibili con una relazione sessuale consensuale. Lei non è viva per testimoniare. Tuttavia, il suo cadavere ha parlato.”

Con le motivazioni espresse nella loro sentenza, questi tre giudici maschi hanno essenzialmente dichiarato che Lucia Perez Montero “non era stuprabile”: “Tutto era normale e naturale, tutto era perfettamente voluto e aveva il consenso di Lucia Perez. In questo caso non c’è stata violenza fisica o psicologica, subordinazione o umiliazione e meno che mai oggettivazione.” Il disumanizzante verdetto ritrarre Lucia Perez Montero come una tossica promiscua e dichiara che la sua “forte personalità” la immunizzava dal poter diventare vittima di un’aggressione sessuale. (…)

Un altro sciopero nazionale è in preparazione per protestare contro la sentenza. Persino l’OAS – Organizzazione degli stati americani ha ripudiato il verdetto, dichiarando che esso mostra pregiudizi nei confronti di Lucia e viola i diritti umani delle donne. Susana Chiarotti, che rappresenta l’Argentina nel Comitato specialisti sul genere dell’OAS, ha dichiarato a “Pagina 12”:

“E’ chiaro che secondo i giudici Lucia non era la vittima perfetta. Come avrebbe dovuto comportarsi? Al minino, la volevano vergine, timida e schiva… e possibilmente proveniente dal 18° secolo. Si è usato un doppio standard per analizzare la vittima rispetto al modo in cui gli accusati sono stati analizzati. I giudici hanno studiato meticolosamente la vittima e la sua intera vita privata è stata sottoposta a giudizio: le testimonianze dei suoi amici e familiari, i suoi gruppi su WhatsApp, i suoi messaggi e le sue chat. Non c’era diritto alla privacy per lei. La sua vita privata, la sua vita sessuale e affettiva sono state esposte senza restrizioni. Tuttavia, quando il pubblico ministero ha tentato di discutere l’uso della pornografia da parte dell’imputato principale, i giudici si sono indignati e hanno richiamato l’art. 19 della Costituzione, intendendo che lui aveva diritto alla sua intimità. A differenza di lei.”

Questo errore giudiziario rivela qualcosa d’altro con cui ci si deve confrontare. Noi non possiamo simultaneamente legittimare la violenza contro le donne come erotica, nel modo in cui lo fanno le argomentazioni liberali in difesa della pornografia, e poi sentirci oltraggiati quando tale messaggio filtra nella “vita reale”. I giudici nel caso di Lucia hanno scelto di credere a un’argomentazione che calza il patriarcato come un guanto: e cioè che nessuna forma di violenza contro le donne è troppo aggressiva o brutale da non poter essere reinterpretata come “sesso consensuale”.

L’assoluzione degli uomini che hanno ucciso Lucia Perez Montero e il misogino verdetto che l’ha vista disumanizzata e ridotta a un oggetto dimostrano che la nozione per cui la violenza contro le donne può essere semplicemente una bizzarra preferenza sessuale danneggia in modo diretto donne e bambine, nel mentre agisce come un disinfettante culturale che legittima il loro abuso.

La morte di Lucia Perez Montero ha generato oltraggio e rabbia in un continente che sta finalmente cominciando a lavorare per affrontare la realtà della violenza maschile contro donne e bambine. Sebbene lo slogan collegato alla lotta per porre termine alla violenza maschile sia diventato “Ni Una Menos” (Non una di meno), il femicidio di Lucia è solo uno degli innumerevoli casi simili. In verità, ciò che stiamo testimoniando è l’opposto: “Otra Mas” (Un’altra).

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(“Yazidi women seek to join case against French company accused of funding Islamic State”, di Lin Taylor per Thomson Reuters Foundation, 30 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Un gruppo di donne Yazidi, rapite e tenute in schiavitù sessuale dallo Stato Islamico in Iraq e Siria, hanno richiesto venerdì di unirsi alla denuncia contro il produttore di cemento francese Lafarge, che è sotto indagine per l’accusa di aver finanziato i militanti.

Lafarge è sotto indagine ufficiale in Francia con il capo d’imputazione di aver pagato l’IS, noto anche come ISIS, per tener aperto uno stabilimento che operava nel nord della Siria dal 2011 al 2014.

Gli avvocati attestano di aver presentato la richiesta delle donne di diventare parte civile nel caso, che dicono segni la prima volta in cui una multinazionale è accusata di complicità nei crimini internazionale dell’IS.

“Fornisce un’opportunità per stabilire che l’ISIS, e tutti coloro che assistono i suoi membri, saranno tenuti responsabili per i loro crimini e che alle vittime sarà garantita una giusta compensazione. – ha detto Amal Clooney in una dichiarazione – E manda un importante messaggio alle corporazioni complici nella commissione di reati internazionali che affronteranno le conseguenze legali delle loro azioni.”, ha aggiunto.

amal clooney e nadia murad

(da sinistra: Amal Clooney e Nadia Murad)

Gli Yazidi, un gruppo religioso la cui fede combina elementi delle antiche religioni mediorientali, sono ritenuti dallo Stato Islamico degli adoratori del demonio.

Circa 7.000 donne e bambine furono catturate nel nordovest dell’Iraq nell’agosto 2014 e tenute prigioniere dallo Stato Islamico a Mosul, dove furono torturate e stuprate. Sebbene i militanti siano stati cacciati un anno fa, molti Yazidi vivono ancora nei campi profughi perché temono il ritorno a casa, dicono i gruppi di aiuto umanitario.

Lafarge, che si è fusa con la ditta svizzera di materiali da costruzione Holcim, ha riconosciuto i propri fallimenti nell’affare siriano.

“LafargeHolcim rimpiange profondamente gli inaccettabili errori commessi in Siria. La compagnia continuerà a cooperare pienamente con le autorità francesi.”, ha detto un portavoce via e-mail a Thomson Reuters Foundation.

Le traversie degli Yazidi hanno attirato attenzione in anni recenti, in special modo da quando l’avvocata di alto profilo Clooney ha cominciato a rappresentare il gruppo di minoranza ed è diventata consigliera legale dell’attivista Nadia Murad, che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2018.

Un gruppo d’indagine delle Nazioni Unite ha cominciato a lavorare in agosto – circa un anno dopo essere stato creato dal Consiglio di Sicurezza – per raccogliere e preservare le prove delle azioni dello Stato Islamico in Iraq che potrebbero essere rubricate come crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio.

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(A Letter To All The “Good Men,” From The “Angry Women”, di Desdemona Dallas per Bust, 27 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

busta

Questa è una lettera a tutti i bravi uomini. A tutti gli uomini che non hanno mai assalito una donna. A tutti gli uomini che amano le loro madri, le loro nonne, le loro zie. A tutti gli uomini che non si sono mai ubriacati alle superiori o non hanno mai toccato una ragazza quando lei ha detto di non voler essere toccata. A tutti gli uomini che pensano che amare le donne sia sufficiente a far sì che le donne non siano ferite.

Durante il movimento #MeToo, avete detto di star tentando di capire cosa noi abbiamo passato, quale pericolo si è generato per mano dei vostri colleghi o persino dei vostri amici. Durante il movimento, avete ascoltato radio e podcast, letto le notizie, e lentamente avete cominciato a vedere i vostri più grandi eroi cadere a causa delle donne che hanno aggredito. Forse a questo punto avete deciso che era una lotta da donne. Forse non avete visto un posto vostro nella conversazione.

Mentre guardavate i notiziari e gesticolavate pensando se stare al nostro fianco fosse o no la cosa giusta da fare per voi, noi stavamo di fronte alle giurie nei tribunali, di fronte agli ubriachi, di fronte a voi, chiedendovi di rispettare il nostro corpo, i nostri diritti, la nostra necessità di ascolto.

Mentre guardavate il nostro paese in procinto di essere divorato da un misogino “acchiappa-passere”, noi siamo andate in terapia. Abbiamo smesso con le notizie. Siamo rimaste chiuse nei bagni tremando, aspettando che il discorso di inaugurazione finisse. Noi abbiamo atteso ogni notte che l’incubo finisse, solo per svegliarci e trovare un altro uomo mostruoso sul podio.

Voi volete essere alleati, però ve ne state a bordo campo aspettando che un cambiamento accada. Noi abbiamo bisogno che voi siate schierati dove noi lo siamo. Abbiamo bisogno che siate migliori. Perché noi lo siamo state. Abbiamo parlato apertamente. Abbiamo fatto quel che potevamo. Mentre voi aspettavate negli angoli e ai margini, insicuri su cosa dire per creare un cambiamento durevole.

Ma noi non potevamo aspettare. Non avevamo tempo. Perché mentre voi temporeggiavate sul decidere se manifestarvi o no come alleati per l’eguaglianza e per il rispetto dei nostri corpi, noi eravamo stuprate, assalite, abusate, molestate per strada. Non è sufficiente che voi prendiate i vostri privilegi e vi nascondiate con essi in un angolo. Le donne “arrabbiate” da sole non possono convincere i poteri patriarcali a vederci come eguali.

C’è una parte di noi “donne arrabbiate” che prova sollievo, perché finalmente abbiamo raccontato le nostre storie e di come altre donne attorno a noi abbiamo avuto esperienze simili. Ma più profonda di ciò, della parte di noi che trova conforto, c’è la paura di non star cambiando nulla. Perché le donne sono ancora costrette a ergersi fieramente davanti alla nazioni e parlare dei propri traumi affinché noi si sia prese sul serio.

Tutto quel che stiamo chiedendo, per quel che riguarda l’aggressione sessuale e le molestie, è che voi smettiate di sostenere con il vostro silenzio lo stupro delle donne. Vi stiamo chiedendo di credere a noi donne quando diciamo che qualcuno si è fatto strada a forza dentro di noi. Stiamo chiedendo che quando qualcuno mette il proprio corpo sopra o dentro il nostro senza il nostro permesso voi stiate al nostro fianco, non contro di noi, nell’assicurare che tal persona sia trattata con lo sdegno che merita.

Il tuo silenzio non causa problemi e tu non hai mai fatto male a nessuno con la tua cortesia, tu bravo ragazzo. Ma il tuo silenzio permette agli orrori del mondo di continuare, perché non è più abbastanza che tu te ne stia seduto quietamente ai margini aspettando il cambiamento. Devi alzarti in piedi e chiedere cambiamento al nostro fianco. Cordialmente, le Donne Arrabbiate

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22-23 novembre 2018, dalla stampa:

– “Condannato a 8 anni di carcere Jonathan Trupia, insegnante di inglese di 25 anni, accusato di violenza sessuale nei confronti di 25 bambine della scuola materna «Casa dei Bambini» di largo Bastia, l’asilo convenzionato con i dipendenti di Bankitalia. L’uomo è accusato di aver abusato delle ragazzine, tutte di età compresa tra i 3 e i 5 anni, e per questo il tribunale di Roma lo ha condannato anche al pagamento di una penale da 10 mila euro in favore di ogni vittima. Gli episodi risalgono al periodo tra ottobre 2017 e marzo 2018, nel laboratorio di lingue.”

– “Ha preso un aereo per le Canarie per punire la sua ex fidanzata. Matteo Ettore Albanesi, 45 anni, originario di Busto Arsizio, è stato arrestato all’aeroporto di Tenerife, con l’accusa di avere gettato acido sul volto di Maria, una ragazza di 25 anni. Secondo quanto denunciato dalla vittima, Albanesi è arrivato apposta dall’Italia, accompagnato da una donna, per vendicarsi della ex, colpevole si suoi occhi di averlo lasciato, meno di un anno fa. L’aggressione è avvenuta martedì sera in una piazza di Tenerife, nella zona de La Laguna. (…) La donna è ricoverata nell’ospedale dell’isola con ustioni gravissime a un occhio. «La minacciava senza sosta su Whatsapp» ha raccontato l’attuale fidanzato di Maria.”

– “È morto il bambino di 11 anni che si trovava nella casa di Sabbioneta (Mantova) che il padre avrebbe incendiato. L’uomo, italiano, a quanto si è saputo aveva ricevuto 4 giorni fa un divieto ad avvicinarsi alla casa familiare emesso dal gip di Mantova. (…) Secondo quanto si è saputo, la madre del bambino stava rincasando dopo aver portato altri suoi due figli ad attività pomeridiane, e ha visto il marito uscire dalla casa e salire a bordo di un’auto con la quale ha speronato la sua. Quando i Carabinieri e il personale del 118 sono arrivati nell’abitazione, il bambino era esanime ed è morto poco dopo il suo arrivo in ospedale.”

Insegnanti, mariti, ex partner, padri. Non ci sono stati presidi spontanei, affissioni di manifesti, proteste davanti a sedi istituzionali, nuovi hashtag sui social media, rose bianche-rosse omaggiate da politici.

24 novembre 2018, vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, dalla stampa:

– “Mancano più di 5mila posti letto per chi fugge dalle mura domestiche, teatro dell’80% dei maltrattamenti; i fondi pubblici sono scarsi e utilizzati male. Di quelli disponibili ne sono stati spesi solo lo 0.02%. Scarsa preparazione e formazione sul fenomeno della violenza di forze dell’ordine e personale socio-sanitario, interventi di prevenzione e protezione sui territori a macchia di leopardo, così solo il 7% degli stupri viene denunciato. Le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono 49.152, di queste 29.227 hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Il 26,9% delle donne che si rivolgono ai centri sono straniere e il 63,7% ha figli, minorenni in più del 70% dei casi. Sono i dati raccolti dall’Istat che per la prima volta ha svolto l’indagine sui servizi offerti dai Centri antiviolenza, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità le regioni e il Consiglio nazionale della ricerca.

Da gennaio a ottobre sono state oltre 70 le donne uccise per mano di chi diceva di ‘amarle’. Da gennaio a fine luglio sono state 1.646 le italiane e 595 le straniere che hanno presentato denuncia per stupro. L’Istat stima che siano 1 milione 404mila le donne che hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro da parte di un collega o del datore di lavoro. Incalcolabili gli episodi di sessismo, che permeano la vita delle donne (…)”

Non ci sono stati presidi spontanei, affissioni di manifesti, proteste davanti a sedi istituzionali, nuovi hashtag sui social media, rose bianche-rosse omaggiate da politici.

25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. L’unica dichiarazione sensata (dalla sfera politica) offerta sulla stampa è quella del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:

– “La violenza sulle donne purtroppo non conosce confini geografici, distinzioni di classe o di età: è iscritta in tante singole biografie. In ogni sua forma, fino all’omicidio, non è mai un fatto privato ne’ solo conseguenza di circostanze e fattori specifici, ma si inscrive in una storia universale e radicata di prevaricazione sulla donna. (…) La prevenzione avviene soltanto continuando a operare per una profonda trasformazione culturale che trovi il suo miglior esito nella promozione del rispetto e nell’affermazione delle donne nella società. Nel nostro Paese il fenomeno della violenza sulle donne è ancora tragicamente alto e la sua denuncia ancora troppo reticente. Si devono, quindi, favorire le condizioni migliori per superare questo ulteriore ostacolo soprattutto negli ambienti – come quello lavorativo – dove risulta più difficile.”

26 novembre 2018, la stampa dà conto dell’udienza preliminare nei confronti del nigeriano Innocent Oseghale, che è imputato dell’omicidio di Pamela Mastropietro e ha ammesso di averne smembrato il corpo per farlo stare in due valigie.

– “Poco dopo le 8, alla riapertura del palazzo di Giustizia di Lodi sono stati trovati attaccati con nastro adesivo ad alcune delle porte di ingresso manifesti in formato A3, a colori, riportanti il simbolo di Forza Nuova, con la frase “Ecco il risultato della vostra integrazione”. Sullo sfondo l’immagine di una giovane donna, a terra e che appare ormai senza vita, completamente insanguinata e tenuta per il collo da un uomo corpulento e dalla pelle che appare di colore scuro. In fondo al volantino l’hasthag: #giustiziaperpamela.”

– “Alla famiglia (nda.: della donna uccisa) su un foglio di carta a righe scritta a stampatello, arriva una lettera anche di Luca Traini, l’uomo condannato a 12 anni per aver sparato a sei extracomunitari come vendetta per l’assassinio di Pamela. “Mi permetto di esprimere la mia vicinanza alla famiglia Mastropietro – scrive Traini – alla mamma di Pamela vanno le mie preghiere: che Dio possa infondere forza e coraggio nel suo cuore. Nessuno potrà fermare mai la convinzione che la giustizia no, non è solo un’illusione! Pena certa per gli assassini di Pamela, giustizia per Pamela e per tutte le donne vittime di violenza”, firmato Lupo, il nome di battaglia di Traini.”

La “storia universale e radicata di prevaricazione sulla donna” non si esprime solo con la violenza dello stupro, dell’acido in faccia, delle percosse, degli incendi dolosi ecc. sino ad arrivare all’omicidio. La prevaricazione consiste anche nella trasformazione di tutto ciò in una grottesca palestra ove gli uomini gonfiano i loro ego, gli uomini si incaricano di farci a pezzi o di sparare a nome nostro, gli uomini parlano – che si tratti di proclami o di insulti – con altri uomini e usano la nostra sofferenza come veicolo per le loro idee bislacche al meglio e orrende al peggio.

Che noi si muoia urlando o che si urli nelle piazze: NESSUNO ASCOLTA. E’ questo il primo passo per la “profonda trasformazione culturale” di cui abbiamo bisogno: che le donne siano ascoltate e prese sul serio.

Maria G. Di Rienzo

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16 days

La violenza contro donne e bambine è una delle più comuni e prevalenti violazioni dei diritti umani al mondo. L’abuso fisico e/o sessuale che una donna su tre subisce durante l’arco della sua esistenza non danneggia solo la sua salute e la sua sicurezza, ne limita la partecipazione sociale e politica, impedisce o restringe la sua presenza sul mercato del lavoro e ha ricadute non solo sulle sue relazioni umane ma proprio sulla democrazia, l’economia, la finanza ecc. del suo paese.

Da domani, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne, partono i consueti “16 giorni di attivismo” che avranno termine il 10 dicembre, Giorno internazionale dei diritti umani. La campagna ebbe inizio nel 1991 grazie al Center for Women’s Global Leadership (Centro per la leadership globale delle donne). Il focus di quest’anno è sulla violenza all’interno del mondo del lavoro.

27 anni di campagne sono tanti. Le attiviste spiegano perché ciò è ancora necessario:

La violenza comincia con la discriminazione – Hela Ouennich, dott. in medicina, Tunisia:

“Molte persone si concentrano sulla punta dell’iceberg. Si mobilitano solo quando la violenza è estrema. La gente non sa che la violenza comincia con la discriminazione. Per me, la discriminazione di genere è una “malattia” che ha origini sociali. La maggioranza degli uomini e delle donne finiscono per esserne “portatori sani”. Se vogliamo combattere la violenza di genere, dobbiamo innanzitutto combattere gli stereotipi discriminatori che hanno le loro radici nella prima infanzia e sono difficili da contrastare.”

La violenza non è solo fisica – Mariam Shaqura, Direttrice per le istanze delle Donne della Mezzaluna Rossa per la Striscia di Gaza, Palestina:

“La gente tende a pensare che la violenza di genere comporti solo abuso fisico. Ma le sopravvissute spesso considerano l’abuso psicologico e le umiliazioni più devastanti dell’aggressione fisica.”

La legge non è sufficiente a fermare la violenza – Elvia Barrios, Giudice di Pace, Perù:

“Un comune fraintendimento sulla violenza è che la legge in se stessa possa risolvere il problema. Se le persone non comprendono in profondità la realtà sociale delle donne, se non visualizziamo le enormi e molteplici forme di violenza che esistono nel nostro ambiente, non otterremo grandi cambiamenti. Tutta la cittadinanza deve essere coinvolta nella lotta contro la violenza sulle donne – dalle case al sistema educativo e alle istituzioni. E’ ora di smantellare gli stereotipi che sostengono la violenza.”

La percezione della violenza deve cambiare – Tran Thi Bich Loan, Vice Direttrice del Dipartimento per l’eguaglianza di genere, Vietnam:

“L’idea che i perpetratori abbiano il diritto di commettere atti violenti ha normalizzato la violenza contro donne e bambine. La violenza non è parte della “natura” di un uomo. E’ qualcosa che è stato nutrito e tollerato. Il rispetto per il diritto di ognuno alla libertà e alla dignità deve cominciare dalle nostre azioni più piccole e semplici.”

La complicità culturale che crea e alimenta violenza deve cessare – Sagina Sheikh, attivista comunitaria (è un’adolescente e oltre a essere un’attivista contro la violenza di genere, sta affrontando ogni disagio dell’ambiente in cui vive, dal riciclo dei rifiuti al bisogno di installare impianti sanitari nelle case), India:

“La cultura popolare gioca un ruolo importante per perpetuare le molestie sessuali. I ragazzi spesso usano canzoni e film che promuovo lo stalking, o fanno riferimento alle ragazze come merci a disposizione, per giustificare il loro comportamento e fare commenti osceni. Si sentono mascolini solo quando tormentano le ragazze, ma sarebbero veramente tali se rispettassero il consenso e capissero che no significa no.”

I miti sulla violenza devono essere cancellati – Sevda Alkan, Forum dell’Università di Sabanci, Turchia:

“La gente pensa che se una donna ha un alto grado di istruzione o indipendenza economica non sarà soggetta ad alcuna forma di violenza. Non è vero. Raccomando a tutti di apprendere i fatti e i dati sulla violenza domestica e di condividerli ovunque.”

e Nadhira Abdulcarim, Ostetrica e ginecologa, Filippine:

“C’è un bel po’ di stigmatizzazione, nella nostra società, sull’abuso sessuale. Molte non denunciano perché è tabù, perché la reputazione tua e della tua famiglia ne soffrirebbe – non solo dei parenti stretti, persino la reputazione della famiglia estesa. Questa è l’istanza di cui mi sto occupando. Promuovere consapevolezza è cruciale.”

Il femminismo non ha mai ucciso nessuno – Paola Mera Zambrano, Consiglio nazionale per l’eguaglianza di genere, Ecuador:

“La violenza di genere contro le donne disabili è prevalente, ma come società non riconosciamo la sua esistenza perché farlo sarebbe riconoscere la crudeltà della società stessa. Ignoranza e pregiudizio sulle disabilità fungono da ostacoli all’azione e rinforzano i ruoli di genere cosiddetti tradizionali, facendo di “femminismo” una parola proibita. Però sino a questo momento il femminismo non ha ucciso nessuno, cosa che invece la mascolinità tossica fa ogni giorno.”

Maria G. Di Rienzo

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La notizia dello stupro e del pestaggio di una migrante nigeriana 24enne, avvenuti nel 2017 in un centro accoglienza, ha raggiunto i media il 31 ottobre scorso. Gli aggressori, tutti suoi connazionali fra i 21 e i 37 anni, erano cinque: uno l’hanno ritrovato già in galera per omicidio di un altro nigeriano, tre li hanno arrestati e l’ultimo è latitante.

La Repubblica e La Stampa hanno lo stesso titolo “Bari, violentata dal branco nel centro di accoglienza: quattro arresti dopo la sua denuncia”; il primo quotidiano spiega che la giovane è stata “costretta, sotto la minaccia di un’arma da taglio, a subire un rapporto sessuale non consenziente“, il secondo dà conto delle minacce ricevute dalla vittima già al suo arrivo affinché iniziasse a prostituirsi per pagare i debiti di viaggio e della sua fuga dagli aspiranti magnaccia, poi racconta che nel centro di Bari-Palese “sin da subito, è stata oggetto di attenzioni sessuali da parte di un suo connazionale, “Egbon”, che l’ha varie volte importunata. La ragazza si è opposta in più occasioni fino a quando, una sera, è stata minacciata di morte dall’uomo, armato di coltello. E’ stata poi attorniata dal branco, colpita da tutti ripetutamente con schiaffi e pugni al volto, e trascinata in una stanza. A quel punto Egbon ha consumato il rapporto sessuale con la donna, mentre gli altri impedivano l’accesso alla camera ad estranei, e successivamente ha continuato a picchiarla brutalmente”.

E’ scoraggiante notare che, probabilmente, dovrò continuare a ripetere le stesse cose sino alla mia dipartita da questo mondo (ma per fortuna non sono la sola a dirle).

Allora, il branco: i branchi sono composti da animali, che solitamente in branco vivono e/o cacciano (ma in branco non violentano); le associazioni di esseri umani a scopo di reato possiamo chiamarle “gang”, “gruppi di delinquenti/perpetratori”, “bande” eccetera. Equiparare gli stupratori agli animali suggerisce una minore responsabilità dei primi, un contesto in cui le loro azioni appaiono istintive e naturali, non scelte precise di infliggere dolore, quali in effetti sono.

Un rapporto sessuale non consenziente si chiama stupro. Ricevere ripetute molestie sessuali non significa ricevere attenzioni sessuali. Il violentatore non ha consumato il rapporto sessuale con la donna (ha poi ha ritirato lo scontrino per la consumazione?), l’ha stuprata. Tutta questa terminologia continua a suggerire che lo stupro è solo sesso, sesso un po’ forzato e condito di botte (ma alle donne sotto sotto questo piace, non è vero?), ma sempre buon sesso – finché c’è un maschio che ne gode, cosa ne pensi la femmina coinvolta non è davvero importante. Lo stupro è violenza, punto e basta, e come tale deve essere descritto se non si vuole essere complici della cultura che lo genera e lo giustifica.

Signori giornalisti, provate a trattare un sequestro a scopo di rapina con la stessa incompetenza e (volontaria o meno) connivenza, metteteci come titolo: “Aggredito dal branco nel parcheggio: quattro arresti” e scrivete che il tizio assalito da tot persone affinché consegnasse loro il portafoglio “ha effettuato una donazione non consenziente di denaro” e che i suoi aggressori “hanno consumato la violazione di legge ricevendo il contenuto del borsellino”. Il redattore capo darebbe l’ok, secondo voi? Continuereste a lavorare in quella redazione, indisturbati? Giusto, le risposte sono due “no”. Quindi spiegatemi perché ciò che è intollerabile per tutto il resto degli esseri umani vittime di violenza devono tollerarlo le donne.

Maria G. Di Rienzo

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