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Posts Tagged ‘stupro’

(brano tratto da: “Silent Shame – Bringing out the voices of children caught in Lake Chad crisis” – Unicef – 12 aprile 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dada

Dada (nigeriana, in immagine) aveva 12 anni quando Boko Haram entrò nella sua cittadina. Nascoste all’interno della propria casa, lei e sua sorella udirono i colpi di arma da fuoco che risuonavano nelle strade. Quando si fece notte, i membri di Boko Haram arrivarono alla casa, buttarono giù la porta a calci e rapirono entrambe le ragazze.

Furono condotte a un villaggio nella boscaglia composto per la maggior parte di bambine/i. Le ragazze furono messe assieme a centinaia di altre che i membri Boko Haram avevano catturato durante i raid nelle campagne.

Gli uomini prendevano “in mogli” bambine dodicenni, mentre i maschietti erano forzati ad addestrasi al combattimento. Un giorno, radunarono le bambine in cerchio in uno spiazzo e dissero loro di fare bene attenzione. Altri combattenti apparvero trascinando una ragazza e costringendola a giacere sul terreno di fronte al gruppo di bambine terrorizzate.

“Se qualcuno tenta di scappare – dissero come Dada ricorda – questo è il trattamento che vi riserveremo.” Mentre uno avvicinava un coltello alla ragazza, Dada la ricorda urlare: “Perché state facendo questo a me? Ho un bambino!” Gli uomini le segarono la testa dal corpo e gettarono cadavere e testa decapitata nel folto della boscaglia. “Gli occhi della ragazza erano ancora aperti.”, dice Dada pianamente.

Quattro mesi dopo essere stata rapita, Dada era di nuovo seduta nello spiazzo con altre bambine rapite. I membri di Boko Haram si rivolsero a lei e le indicarono un giovane attorno ai 18 anni. Si chiamava Bana ed era un combattente e un capo. “Questo è tuo marito.”, le dissero. Quella notte, Dada fu stuprata per la prima di molte altre volte.

Dada riuscì a fuggire dal campo, attraversando a piedi la savana per giorni, senza cibo, sino a che si imbatté in un accampamento militare in Camerun. La sua pancia aveva continuato a gonfiarsi da un po’ di tempo e lei pensava di avere problemi allo stomaco. Dopo averla sottoposta ad alcuni test medici, i militari le dissero che era incinta.

Oggi sua figlia ha due anni. A Dada piace giocare lei, tenerla in braccio e farle il solletico. “A volte, quando la guardo, divento arrabbiata. – dice Dada – Ma dopo aver riflettuto, mi calmo. Dovunque io vada, non posso stare senza di lei.”

Dada è ora 15enne e vive in un luogo protetto a Maiduguri in Nigeria.

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(brano tratto da: “If You See a Woman Being Harassed and Do Nothing You Are Part of the Problem”, di Anjali Sarker – in immagine – per World Pulse, 11 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Anjali, che non ha ancora trent’anni, è Vice Direttrice di un laboratorio per l’innovazione sociale, l’inventrice di “Toilet+” – una soluzione sanitaria sostenibile per i poveri delle zone rurali, ha una laurea in amministrazione aziendale ottenuta nel suo paese, il Bangladesh, e una laurea in innovazione sociale presa all’Università di Lund in Svezia. La sua passione per i diritti delle donne e per l’impresa sociale e sostenibile, racconta Anjali, ha avuto una spinta decisiva quando compì sette anni; quel giorno, i suoi genitori le portarono a casa quel che lei descrive come “il più bel regalo possibile”, una sorellina appena nata che lei vide e festeggiò come un “piccolo angelo”. Presente c’era anche un suo zio, che presentò le sue condoglianze al padre di Anjali per quella “maledizione”: un’altra femmina invece di un prezioso maschio.)

Anjali

Qualche anno fa, un mio amico maschio mi schiaffeggiò e mi strattonò tenendomi per i vestiti in una strada affollata di Dhaka, mentre stavamo discutendo. Era un comune ragazzo della mia età e frequentavamo la stessa università. Ma poiché lui era un maschio, ha osato abusare fisicamente di me in piena luce del giorno e di fronte a una folla.

Prima di farlo mi aveva sottratto il cellulare, per assicurarsi che io non potessi chiamare la mia famiglia. Ero paralizzata dalla paura. I miei sensi smisero di funzionare. Con la coda dell’occhio vidi un gruppo di guardie giurate che stavano a qualche metro di distanza, a guardare la scena. Nessuno si scomodò per interromperla e dire “Che diavolo sta succedendo qui?”.

Ora, ogni volta in cui noto un uomo adulto camminare verso di me, la mia mente entra in uno speciale modulo d’allerta. Comincio a valutare la sua espressione, struttura fisica, età, movimento e velocità di camminata per determinare cosa fare se mi verrà troppo vicino. Il mio cervello ha messo in moto questo algoritmo così tante volte che mi basta una frazione di secondo per avere un risultato e agire: a volte attraverso la strada, altre volte comincio a correre. So che nessuno interverrà per aiutarmi.

Non sono un caso isolato. In quel di Nuova Delhi, il 40% delle donne sono state molestate in spazi pubblici come autobus o parchi durante lo scorso anno. Circa due terzi delle donne in Gran Bretagna attestato di essere state vittime di attenzione sessuale indesiderata in pubblico. La cifra è ancora più alta per le donne israeliane. Quel che è peggio, ci sono spesso testimoni agli abusi ma sono troppo scioccati, spaventati o indifferenti per intervenire.

Il 20 marzo 2016, una 19enne è stata brutalmente stuprata e uccisa a Comilla, una piccola città del Bangladesh. Dieci giorni prima, una donna aveva subìto uno stupro di gruppo su un autobus in India, e il suo figlioletto di 14 giorni era stato ucciso dagli stupratori davanti agli occhi dell’altra sua bimba di tre anni. In tutto il mondo, moltissime donne si chiedono ogni giorno se saranno in grado di tornare a casa sane e salve. Sembra che per donne e bambine la sicurezza non sia un diritto, ma un privilegio. (…)

Spesso le persone non sanno cosa fare quando sono testimoni delle molestie o temono per la propria sicurezza. Ma ci sono modi per ridurre i rischi. Grazie a internet, idee creative che motivano i testimoni a farsi avanti distano solo un click. Distrazione e interventi indiretti, come il chiedere informazioni o che ore sono, parlare ad alta voce al telefonino, o semplicemente schiarirsi la gola per fare rumore, sono modi facili per stare al fianco della vittima. Gruppi di donne come Polli Shomaj in Bangladesh e le Gulabi Gangs in India hanno mostrato con successo che i passanti possono davvero fare la differenza. Ogni volta in cui uno uomo comincia a indirizzare messaggi lascivi a una donna e gli altri girano le teste, a lui arriva un incoraggiamento: “Goditela. Nessuno ti fermerà.” A questo punto può sentirsi più baldanzoso e fare un passo oltre: lo sguardo osceno può diventare il fischio, il fischio la palpata, la palpata il tentativo di stupro.

Quando un assalto ha come risultato l’omicidio e diventa una notizia sensazionale sui media, la gente prova shock e compassione per la vittima. Ma questa stessa gente dimentica che il perpetratore non è diventato uno stupratore nel giro di una notte. Quando aveva 10 anni e ha cominciato a fischiare alle ragazze che passavano per strada, forse nessuno gli ha detto che quel comportamento era sbagliato. E oggi qualcuna ne paga il prezzo.

Donne, uomini, vittime, perpetratori, testimoni – siamo tutti parte del discorso e abbiamo un ruolo da giocare in esso. Tuttavia, spesso la discussione si concentra solamente sulle liste di cose da fare / non fare per le donne e getta su di loro il fardello della colpa. Se noi siamo nella posizione di poter agire e non agiamo, il sangue macchia anche le nostre mani.

Perciò, invece di puntare il dito contro le donne, per favore, potremmo porci questa semplice domanda? “La prossima volta in cui vedrò qualcuno subire molestie, cosa intendo fare?”.

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“La nostra cultura sta socializzando le ragazzine ad essere pronte per la pornografia, finiscano poi o no sul set di un porno. E la ragione è che è stato insegnato loro a ipersessualizzare e pornificare se stesse. Quel che accade alle ragazzine oggi è che, mentre stanno sviluppando la propria identità sessuale, imparano di avere solo due scelte: essere scopabili o essere invisibili. E cosa volete da un’adolescente, quando scritto nel DNA dell’adolescenza c’è la necessità di essere visibili? Cosa pretendete da lei mentre le sue amiche vanno in giro in jeans a vita bassissima, con un tatuaggio appena sopra il solco delle natiche (Ndt. nell’originale “tramp stamp”, “il marchio della puttanella”, così come lo chiamano i loro coetanei maschi), mostrando l’ombelico? Cosa volete che faccia? Perché è impossibile chiederle di mirare all’invisibilità. Perciò questa non è una sua scelta, è l’essere costretta a entrare nella trappola di una sessualità che lei non ha inventato, su cui lei non ha deciso, perché non c’è molto su cui decidere.

Mentre mi arrovellavo nel riflettere su ciò che è accaduto a livello culturale, sapete chi mi ha chiarito la cosa? Non è stato qualcuno con una laurea in sociologia o psicologia, è stato in effetti un uomo condannato per stupro di minore, che chiamerò Dick. Costui era in galera per aver violentato la sua figliastra 12enne e mi ha spiegato come l’ha addestrata crescendola. L’addestramento è quel che il perpetratore fa stando molto vicino alla sua vittima, sviluppando una relazione con lei in cui le ripete che la cosa davvero importante è quanto è “gnocca”, quanto è sexy, quanto è “calda”. E quando il perpetratore fa la sua mossa la vittima è legata a lui e di se stessa pensa sul serio che la cosa più importante sia essere “gnocca”. Ora, Dick mi stava spiegando questo quando mi ha guardata diritto negli occhi e ha detto: “La cultura ha fatto un bel po’ di questo lavoro per me.” E aveva esattamente ragione.” (Gail Dines, 2015)

prima e dopo

12 aprile, Modena: Camionista 48enne adesca 12enne sul web e si fa inviare foto hot.

Fingendosi una ragazzina di 14 anni ha chiesto foto di nudo all’amica “in atteggiamenti ammiccanti” (specifica uno degli articoli relativi), poi le ha chiesto di farsi riprendere da “un fotografo” (in realtà lui stesso) aggiungendo che se avesse rifiutato le altre immagini sarebbero state rese pubbliche in rete.

Citando sempre lo stesso articolo, l’enfasi è mia: “Per fortuna la ragazzina ha reagito – spiegano ora gli inquirenti della squadra mobile di Pesaro a cui è ricorsa la mamma della adolescente – si è come svegliata dall’ipnosi che l’aveva portata ad inviare foto nude di lei senza porsi nessun problema. Ha capito che si stava superando un limite” ecc. L’uomo ha la casa piena di immagini pedopornografiche e si dichiara “malato di foto di quel genere”.

“Un altro caso (…) – prosegue il pezzo – riguarda una ragazza di 15 anni di Pesaro, che non ha esitato dopo qualche giorno di amicizia con un 17enne, risultato essere di Palermo, ad inviargli foto nude e persino un video di lei mentre si spogliava. Materiale che ha inviato col suo telefonino e anche utilizzando quello della madre. A quel punto, il giovane aveva chiesto altre foto esplicite minacciando di pubblicare in rete quelle già avute.”

E’ stato stimato che, a seconda di quanto tempo li usiamo, media e social media ci bombardano ogni giorno con fino a circa 3.000 “annunci – consigli – articoli” (leggi pubblicità) che riguardano il corpo femminile. Il succitato resoconto, prontissimo nel puntare il dito contro le ragazzine, era circondato nello specifico da bombe sexy sul red carpet, bellissime questa e quella, hot quest’altra, foto porno-soft di modella con seni che strabordavano da un costumino striminzito, vari inviti a mettersi “in forma” e, ciliegina sulla torta, un video dal titolo “Come preparare il frullato che rassoda i glutei”. Chi è che le “ipnotizza”? Perché “non esitano”? Cosa pretendete che facciano le ragazzine?

Maria G. Di Rienzo

P.S. Le uniche altre notizie sulle donne, sul quotidiano in questione, riguardavano le ultime assassinate da un ex partner.

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(brano tratto da: “Why algorithms aren’t working for women”, una molto più lunga intervista a Liz Rush di Susan Cox per Feminist Current, 7 aprile 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Liz Rush, in immagine, è una femminista e un’ingegnera informatica.)

liz

Susan Cox (SC): Allora, cos’è esattamente un algoritmo?

Liz Rush (LR): Per dirla semplicemente, è una serie di regole o passi che devono essere fatti per calcolare o risolvere problemi al computer. E’ come una ricetta. Ci sono passi differenti che tu fai in un determinato ordine e quando hai finito, il piatto pronto è il risultato.

SC: Che effetto hanno gli algoritmi sulla società moderna?

LR: Gli algoritmi sono ovunque, ma sono per lo più invisibili a noi. Sono nel tuo feed di FB, in quel che vedi su Twitter, in ogni sorta di cose su Internet – persino nei motori di ricerca. Questo contesto con cui tu interagisci su base giornaliera è completamente informato da potenti algoritmi che apprendono meccanicamente. Quel che vedi è filtrato da algoritmi che sono stati personalizzati e modificati in base a quel che una compagnia commerciale o un programma pensano tu voglia vedere. Questo è un concetto che noi chiamiamo “la bolla filtro” e si riferisce agli algoritmi che interessano i confini di ciò che vediamo su Internet. Quando tu usi Google e cerchi un termine, non ti sono dati solo i migliori risultati che più si avvicinano a quel termine. Vengono presi in conto la cronologia delle tue ricerche, la tua relazione con le statistiche demografiche e le tue abitudini per gli acquisti online, e si prendono nel conto anche le persone che si trovano nella stessa città in cui tu fai la ricerca. Perciò, se tu e io cerchiamo la stessa cosa, avremo molto probabilmente risultati simili perché siamo interessate agli stessi argomenti, siamo entrambe donne bianche, siamo entrambe “millennial”, eccetera.

SC: Quindi i risultati non sono basati unicamente sul trovare il contenuto più rilevante e accurato in base ai termini di ricerca?

LR: Loro hanno un algoritmo che determina quali siti web saranno mostrati nei risultati della ricerca, basati sui contenuti di quei siti e da una varietà di altri fattori che determinano se loro pensano o no che corrispondano al tuo input. Ma i dati stanno diventando sempre più intrecciati con quelli personali tuoi e di altra gente. Per esempio, quando vedi la schermata di Google con i risultati è il momento in cui vedi un algoritmo che apprende meccanicamente: sta tentando di capire cosa stai cercando basandosi sulla tua storia e sulle storie di utenti simili a te. E se trovi quel che cercavi, cerca di capire se è corretto o no. Ma ovviamente puoi osservare come un algoritmo possa apprendere pregiudizi, tipo se cerchi “Perché le donne sono così…”. Molto spesso non ne risulta un’immagine lusinghiera delle donne, o delle persone di colore, o di una minoranza qualsiasi.

SC: Perciò il sessismo e il razzismo possono diventare incorporati nell’algoritmo stesso?

LR: La discussione sul fatto che un algoritmo possa essere sessista o razzista solleva un mucchio di opinioni roventi, perché la verità in materia è che quando scrivi un algoritmo scrivi una ricetta: e in se stessa non è necessariamente razzista o sessista o classista. Ma, quando l’algoritmo apprende da un feedback pieno di pregiudizi, o usa dati iniziali che sono allo stesso modo pieni di pregiudizi, allora il razzismo o il sessismo diventano parte dei risultati. Se per esempio cerchi lavori online per donne, troverai lavori meno pagati di quelli che troveresti per gli uomini. Questo schema è stato confermato più volte. Per cui, la questione centrale degli algoritmi è: al di là delle intenzioni della persona che scrive l’algoritmo, se il disegno di quest’ultimo permette all’auto-rinforzamento del pregiudizio di continuare – di propagarsi – allora i risultati avranno quella determinata intenzione, se non corretti.

SC: Noi spesso guardiamo alla tecnologia come a qualcosa di neutro rispetto ai valori – solo freddo e duro calcolo. Non pensiamo che Google abbia dei contenuti perché si suppone si tratti di un mero riflesso di una parola online. Tu stai dicendo che Google ha invece un ruolo attivo e significativo nel dare forma a quel che vediamo online?

LR: Assolutamente sì. Tu senti la parola “algoritmo” e pensi alla matematica, alla scienza, ai computer. E credi che i computer siano “neutri” perché in fondo sono solo “zero e uno”. Ma la realtà è che sono persone a disegnare questi sistemi e fanno delle scelte etiche su come i sistemi dovrebbero funzionare. Un esempio sono gli algoritmi nei nostri dispositivi medici. C’è un algoritmo nei pacemaker che aiuta a determinare il tuo battito cardiaco. Ma i pacemaker sono stati progettati, originariamente, solo per gli uomini: erano troppo grandi per stare nel petto di una donna in moltissimi casi. Perciò, se l’algoritmo che determina quando il tuo cuore deve battere non è stato disegnato per il tuo corpo, quell’algoritmo avrà un impatto su di te.

google algoritmi

SC: Perché quando faccio una ricerca su Google relativa alle donne i risultati sono così pornificati? In special modo considerando che Google sta tenendo in conto la cronologia delle mie ricerche e i miei interessi? Io non ho mai cercato video porno o altre cose del genere.

LR: Sì. E’ proprio stressante. Quando cerchi la parola “donna”, la ricerca non si basa solo sui tuoi dati. Loro sanno che la stragrande maggioranza degli utenti che cercano la parola “donna” seguiranno link che portano alla pornografia.

SC: Molti risultati della ricerca di immagini per qualsiasi cosa riferita alle femmine sono, di base, pornografia soft. E anche se usi l’opzione “ricerca sicura” essa non ha alcun effetto su questo, neppure nel caso dei bambini quando cerchi il termine “ragazza” o “bambina”.

LR: E’ orrendo. Come adulti, noi possiamo razionalizzare la situazione e dire: “Okay, lo so che la pornografia è un enorme motore per Internet e tutte queste tecnologie.” Ma se sei una 12enne che usa Internet per la prima volta, tentando di trovare un videogame su Nancy Drew, le possibilità che tu veda accidentalmente pornografia sono estremamente alte, perché gli algoritmi hanno questo processo incorporato del tentare di ottimizzare gli utenti che seguono i link dei risultati, così come gli annunci pubblicitari. E la pornografia è un grande fattore chiave per gli affari.

SC: C’è il fatto che le compagnie commerciali guadagnano direttamente grazie agli algoritmi che promuovono sessismo e razzismo. Per esempio, di recente un gruppo di maschi ha stuprato una ragazzina di 15 anni e ha mandato la cosa in diretta su Facebook Live. Come accade per tutti i contenuti di FB, c’erano pubblicità sul sito, proprio accanto al video. Significa che FB stava traendo profitto dallo stupro.

LR: Si difendono dicendo che non controllano i contenuti, e questo è vero. Nessuno ha controllato e detto “Sì, questo video dovrebbe essere condiviso”. Ma, in effetti, è stata una decisione presa da un algoritmo, quella che il video apparisse nei feed di altri utenti: e più gente ci clicca sopra, più apparirà nei feed di altre persone, e in questo modo abbiamo l’effetto virale. E chiunque lo guardi vede le pubblicità, così la compagnia ne beneficia.

C’è un’ossessione per l’ottimizzazione negli algoritmi: alcuni sono così altamente ottimizzati che non c’è modo di uscire dal ciclo continuo del feedback. Prendendo ad esempio lo stupro diffuso in diretta, se una donna lo vede e lo riporta a FB e ci sono altri trenta uomini che in quello stesso momento lo stanno guardando e condividendo, l’algoritmo valuterà l’attività dei trenta uomini. Quando lo scopo commerciale è tenerti agganciato a un contenuto, c’è un inerente conflitto di interessi fra lo scopo e l’assicurarsi che il contenuto sia appropriato.

SC: Se qualcuno avesse salvato il video dello stupro diffuso in diretta su Facebook Live e lo avesse caricato da qualche altra parte, allora si troverebbe nei risultati delle ricerche su Google, e anche quest’ultimo ne profitterebbe?

LR: Sì: di base, starebbe su Internet per sempre. Immagini e video sono rispecchiati automaticamente sui server in giro per il mondo. Non è che ci sia un solo sito web e che tu puoi dire “per favore, togli questa roba” e la roba sparisce. La conversazione si complica, poi, perché molte organizzazioni che lottano per i diritti alla privacy su Internet sono finanziate da ditte che producono pornografia. Per esempio Porn Hub e YouPorn dichiarano di star lottando per la tua privacy online, implicando che nessuno dovrebbe venire a sapere che tipo di pornografia cerchi o guardi. E’ una strategia che usano per apparire sul lato etico della tecnologia e allinearsi alla sinistra, ai progressisti e al discorso sulla libertà di parola. Ma fanno questo, anche, per assicurarsi che noi si sia meno inclini a discutere di istanze importanti che riguardano l’etica della pornografia su Internet.

SC: E la quindicenne dello stupro in diretta su FB? Che ne è della sua privacy? Lei sembra scomparire quando gli algoritmi sono ottimizzati per promuovere la pornografia e la conversazione è centrata sulla privacy e la libertà di chi la pornografia la usa.

LR: La sua privacy scompare e c’è di più: quando una storia come questa viene alla luce, le ricerche su di essa sono spinte al massimo, il che traumatizza di nuovo le vittime.

SC: E più ci sono ricerche di un determinato contenuto, come lo stupro della ragazzina, questo significa che l’algoritmo apprenderà a promuoverlo ancora di più nei risultati delle ricerche, giusto?

LR: Giusto.

SC: Cosa possiamo fare per smettere di abbandonare a se stesse queste vittime?

LR: Cominciamo con il non vittimizzarle ulteriormente nelle tecnologie in espansione. Per esempio, gli algoritmi di riconoscimento facciale e i database relativo stanno diventando motivi di preoccupazione. L’attuale dibattito al proposito si concentra per lo più sulla criminalità e il diritto alla protesta. Per cui l’argomento sta diventando una tendenza dominante nelle discussioni, per una buona ragione e cioè che siamo preoccupati per la privacy e il diritto di associarsi liberamente.

Ma la macroscopica omissione in questa conversazione è l’impatto di tale tecnologia sulla pornografia e sulla cultura. Abbiamo due fronti di cui preoccuparci:

1) che il software per il riconoscimento facciale sia usato sulle vittime della pornografia per identificarle. In passato una donna poteva trovare una sua foto intima pubblicata senza il suo consenso, ma in modo anonimo. Con gli algoritmi per il riconoscimento facciale, sta diventando sempre più possibile identificarle qualcuno in un’immagine;

2) ho lavorato per una compagnia commerciale dove, all’epoca, ero l’unica impiegata di sesso femminile. E il nostro presidente era terribilmente esaltato all’idea di creare un’applicazione che avrebbe cercato pornostar basandosi su un’immagine che tu avresti fornito, tipo quella di un’amica, di una collega, di una sorella che un algoritmo avrebbe tentato di far combaciare con il database delle immagini delle pornostar. E nonostante io abbia detto: “Non dovremmo creare un’applicazione simile per nessun motivo.” la mia voce non è stata presa sul serio. C’è voluto che un altro maschio che lavorava là dicesse “Assolutamente no.” perché le mie preoccupazioni fossero ascoltate. Come usiamo la tecnologia è sempre una scelta.

SC: Le poste in gioco mi sembrano molto alte. Mi pare che stiamo parlando di seri pericoli per la privacy e la sicurezza delle donne.

LR: E’ così. Anche se tu usi precauzioni relative alla sicurezza online, i servizi che usi creano dati e questi dati possono essere utilizzati per identificarti: i tuoi network, con chi sei connessa online e come interagisci con tutto ciò.

SC: Ciò può essere pericoloso in special modo per una donna che sta tentando di sfuggire a molestie, a uno stalker, a un ex partner violento, giusto?

LR: Esattamente. Nel mondo della sicurezza, lo chiamano il “modello minaccia dell’ex fidanzato”. Quando pensiamo alla sicurezza online ci vengono in mente hacker e grandi agenzie governative. Ma la verità è che la più grande minaccia alla sicurezza online non è un hacker, ma qualcuno che conosci, come un ex partner o un violento. Questa è una minaccia che è stata presa seriamente da chi disegna sistemi di sicurezza, ma non dalla comunità che disegna algoritmi. Di recente ciò è venuto alla luce quando una giornalista, Ashley Feinberg, è stata in grado di rintracciare gli account Instagram e Twitter del direttore dell’FBI James Comey: lo ha fatto basandosi su chi lui seguiva e interagendo con le applicazioni.

Ciò significa che anche se hai bloccato lo stalker sull’applicazione, lui può eventualmente connettere i punti per identificarti tramite i dati di raccomandazioni e connessioni accessibili senza il tuo consenso negli algoritmi. Se ci pensi, uno dell’FBI dovrebbe avere tutte le risorse a disposizione per l’Internet più sicuro che ci sia, ma persino uno così è stato tracciabile. Pensa a che significa per una donna che sta solo cercando di distanziarsi da un ex che abusava di lei.

SC: Grazie per aver condiviso la tua opinione da esperta. C’è qualcosa che le donne possono fare per proteggere se stesse?

LR: Non voglio alimentare paure su Internet, tuttavia raccomando a tutte di osservare le basi per la sicurezza personale:

https://hackblossom.org/cybersecurity/

Ma il vero modo di cominciare a cambiare questa tecnologia è assicurarsi che noi tutte si sia coinvolte. Significa avere più conversazioni al proposito, imparare di più e prendere davvero sul serio il fatto che la tecnologia che usi ha impatto su di te e sul mondo attorno a te.

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Distacco

(“Dissociation” – “Distacco” di Rachel Lichtman per Persephone’s Daughters, 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Rachel è una giovanissima poeta e scrittrice che frequenta l’ultimo anno di liceo. Scrivere la sta aiutando a dare un nome alle sue esperienze, sebbene stia ancora lottando per definire con chiarezza quel che le è accaduto. Questa sua poesia parla esplicitamente di violenza sessuale – perciò, se pensate possa disturbarvi non leggete oltre.)

floating girl di coralineyb

Sono in una stanza con te. Tu sei Senzavolto,

non so perché. Solo che c’è questa sfocatura

nella mia memoria. Non stavo guardano

la tua faccia quando è successo. Io sono la ragazza

che guardava dall’alto la ragazza. Fluttuo sopra di te. Fluttuo

sul soffitto. Io penso,

tu hai unghie. Tu hai dita. Tu tenevi le mani

attorno al mio braccio, sulla mia felpa, sulla cerniera

di metallo.

Le tue dita. Dove sono le mie dita

in questa faccenda? Mi stupri? Tu hai stuprato

chi io ero. Mi hai spinta

nell’angolo della stanza. Io mi curvo per allontanarmi da te. Io mi curvo

per allontanarmi da questo scenario, guardando giù,

il mio corpo che crolla sul pavimento. Non so perché

è così. Sto lasciando colare muco

su tutta me stessa. Tu dici,

santo dio, si sta sporcando tutta di muco. Tu apri di forza

i miei vestiti. Io emetto gemiti. Lamenti. Da qualche parte,

le mie mani ti spingono via. Dico per favore

per favore smetti. Tu non ti fermi. Questo è quel che sento.

Non so perché, se è reale, se è una tormentosa

colonna sonora che continua a fare

No no no per favore smetti. Tu non smetti. Io fluttuo. Io sono

un lenzuolo. Io sono uno scudo per la Bambina nell’angolo. No no no

per favore smetti. La colonna sonora

urla. La colonna sonora urla più forte e

io sono un serpente.

Non posso mutare pelle.

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fearless girl

Come probabilmente saprete, la statua della “Fearless Girl” – “Ragazza (bambina) Impavida”, in immagine – è apparsa l’8 marzo scorso a fronteggiare il famoso toro alla carica di Wall Street, in quel di Manhattan, New York.

Chi l’ha installata è una società commerciale che si chiama “State Street Global Advisors” e fornisce servizi finanziari e strategie di investimento alla propria clientela, che va dalle fondazioni non-profit ai governi, passando per corporazioni economiche e organizzazioni religiose. La statua fa parte della nuova campagna di “State Street Global Advisors” tesa a incoraggiare le aziende a mettere più donne nei loro consigli d’amministrazione. La società è un gigante nel mondo finanziario e non l’hanno creata le femministe: il motivo per cui si muove in questa direzione è il fatto, statisticamente provato, che le aziende con consigli d’amministrazione in cui il numero di donne e uomini più o meno si equivale funzionano meglio e guadagnano di più.

Nei pochi giorni trascorsi dalla sua comparsa, tuttavia, la Ragazza Impavida è diventata una delle mete favorite per le donne di qualsiasi età. Si erge in una posa che esprime coraggio, sfida, sicurezza e autostima e, poiché è una ragazzina, suggerisce alle bambine che loro stesse sono legittimate a assumere questi tratti.

Già la sera del 9 marzo, però, tre giovani uomini hanno deciso di mostrare a chi era presente cosa una femmina deve aspettarsi facendolo. Uno di loro ha mimato lo stupro della statua, circondato dalle risate e dagli incitamenti degli altri.

maskio analphabeta

A scattare la fotografia è stata l’architetta Alexis Kaloyanides, 34enne, giunta là assieme a colleghe/i di lavoro durante una passeggiata: “Era una bellissima serata, c’erano circa 15 o 20 persone già sul posto. Abbiamo cominciato a parlare della statua e abbiamo visto una bimba di 5 o 6 anni posare orgogliosamente accanto ad essa, era proprio un momento piacevole. Poi sono arrivati questi tre uomini.” E uno di loro è corso alla statua della Ragazza e ha cominciato a strofinarsi su di essa e a mimare il coito. I presenti gli hanno immediatamente urlato di smetterla, trovando la performance rivoltante, e lui ha riso di nuovo e se n’è andato con i suoi amici.

Kaloyanides ha preso la decisione di condividere l’immagine online perché, dice, il comportamento di quell’uomo non è qualcosa su cui farsi una risata e non dovrebbe essere preso per un semplice scherzo: “Serve solo a perpetuare la mentalità del “gli uomini sono fatti così” e del “è ok, è solo buffo, lascia perdere”. Questo giovane uomo ha una madre, forse una sorella, forse una fidanzata o una moglie – chi lo sa? Io sono stanca di dover inventare scuse e riderci sopra. Io almeno non lo farò mai più. (…) Costui ha finto di fare sesso con l’immagine di una bambina. Stronzi come lui sono la ragione per cui abbiamo bisogno del femminismo.” Maria G. Di Rienzo

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(“Meet Fartuun Adan, Somalia” – Nobel Women’s Initiative, 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

fartuun adan

Fartuun Adan è nata e cresciuta in Somalia e là ha vissuto durante la guerra sino al 1999, quando emigrò in Canada con le sue bambine. Nel 2007 ritornò per onorare la memoria del marito morto aprendo il “Centro Elman per la pace e i diritti umani” e, più tardi, “Sorella Somalia” – il primo centro di assistenza alle vittime di stupro che si trova a Mogadiscio. (http://www.sistersomalia.org/)

Nel 2007 sei tornata in Somalia dopo aver vissuto in Canada. Cosa ti ha fatto tornare?

Ho sempre voluto fare ritorno. Era qualcosa a cui pensavo costantemente, ma all’epoca le mie figlie erano molto giovani e non potevo partire. Nel 2007 erano ormai cresciute e in grado di prendersi cura di se stesse. Volevo tornare per dare riconoscimento al lavoro che mio marito aveva fatto da vivo. Era un attivista molto impegnato in Somalia e un mucchio di gente lo conosceva e lo ricorda ancora oggi.

Che tipo di lavoro hai fatto appena arrivata?

Quando sono tornata ho cominciato a lavorare con i bambini soldati e per i diritti umani. Non era facile, ma sentivo di dovermene occupare. All’epoca c’erano le forze della milizia e quelle del governo somalo in conflitto, e dappertutto vedevi bimbi con fucile a tracolla. Perciò abbiamo aperto il Centro per riabilitare i bambini e difendere i loro diritti.

Nel 2011 hai aperto a Mogadiscio il primo centro antistupro in assoluto, “Sorella Somalia”. Cosa ti ha ispirata a farlo?

Abbiamo iniziato questo lavoro quando visitavamo i campi degli sfollati e incontravamo moltissime donne che erano state violentate e nessuna aveva presentato denuncia. Alcune di queste donne non potevano permettersi neppure i costi delle cure mediche relative all’aggressione subita. Ci prendevamo cura delle donne e chiedevamo aiuto per loro ai governi locali. Le donne potevano venire al nostro Centro e avere cure mediche, potevano restarci e potevano finalmente riposare.

Quali sono gli ostacoli e le sfide che affronti nel dar sostegno a queste donne?

La sfida è che non c’è giustizia. Quando suggeriamo di andare alla polizia, le donne dicono no. Chiedono: “Chi mi proteggerà se lo faccio, dove andrò dopo?”. E’ una grossa sfida perché io non ho risposte per questo. Non posso dire: “Ti proteggerò io.” Parlare apertamente di ciò che hanno subito può arrecare rischi ancora più gravi a queste donne. Cambiare il sistema è difficile. Ma se continuiamo a parlare prima o poi dovranno ascoltarci. Noi non ci arrendiamo mai. Attualmente la portata della questione non è più negata dalle ong, dalle comunità e persino dal governo: tutti sanno che la violenza sessuale sta accadendo. Adesso che siamo d’accordo nel riconoscere che un problema esiste, come lo risolviamo? Cosa possiamo fare? Questo è lo stadio in cui ci troviamo al momento.

Cosa ti dà la forza di continuare a svolgere questo lavoro?

Sono una madre e ho figlie. Quando incontro le ragazze e vedo quanto soffrono mi chiedo “Cosa farei se ciò accadesse a mia figlia?”. Perciò faccio ciò che posso, in qualunque modo. Ogni sera quando torno a casa mi chiedo: “Cos’ho compiuto oggi, a chi ho dato una mano?” e questo mi dà la sensazione di aver raggiunto qualcosa. Quando so di aver contribuito al cambiamento, questo mi motiva al cento per cento.

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