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Posts Tagged ‘nicaragua’

Qualche mese fa, durante un’amichevole discussione sulla scelta dei candidati per le elezioni (le politiche sono andate, ma qui le comunali sono prossime) un giovane comunista ha informato i presenti – me compresa – che per fare politica, al giorno d’oggi, è necessaria l’immagine. “Senza immagine non vai da nessuna parte.”, ha detto convinto. Per le donne, ormai è un’ovvietà, ciò significa giovani / scopabili / preferibilmente poco vestite.

Questo è purtroppo uno dei motivi per cui la sinistra continua a perdere consensi, un motivo chiave: l’accettare supinamente il clima culturale creato da quelli che sono i suoi avversari, il che si traduce nel produrre poi politiche che della sinistra hanno solo il nome e ben poca sostanza.

So che il problema non riguarda solo l’Italia rintronata da trent’anni di tv del pataccaro miliardario, ma in giro per il mondo sembra che non sia così necessario sfilare in passerella per ottenere risultati, nell’attivismo politico o nella politica istituzionale.

La donna qui sotto è Rose Cunningham.

rose cunningham

Nel gennaio scorso ha fatto la Storia: è diventata la prima sindaca indigena del Nicaragua nella sua città natale, Waspam. A capo dell’organizzazione femminista Wangki Tangni (di cui ho già accennato in precedenti articoli) e in collaborazione con Madre (vedi link sotto “Donne, notizie e attivismo), ha dedicato la sua vita alla protezione e all’avanzamento dei diritti di donne e bambine, nel suo paese e altrove.

Ha fornito attrezzi e addestramento alle contadine, ha fatto scudo dall’abuso e dal traffico sessuale per innumerevoli vittime, ha portato le voci delle donne indigene in spazi politici e scenari internazionali… senza passare dal truccatore, dal parrucchiere o dallo stilista. E ha vinto.

Harriet Sherwood, corrispondente da Dublino per The Guardian, ha intervistato Ailbhe Smyth (‘We will not stop’: Irish abortion activist vows to step up fight, 5 marzo 2018), che potete vedere nell’immagine sottostante durante una manifestazione.

Ailbhe Smyth

Ailbhe Smyth ha 71 anni e la sua prima campagna per avere l’accesso all’interruzione di gravidanza in Irlanda risale al 1983. Andava porta a porta, allora, a prendersi sputi in faccia e insulti quali “assassina di bambini”. Smyth è la leader della “Coalizione per l’abrogazione dell’ottavo emendamento”, quello che iscrive il bando all’aborto nella Costituzione irlandese. Be’, senza passare da truccatore, parrucchiere e stilista, Ailbhe ha ottenuto che tale emendamento sia sottoposto a referendum popolare il 25 maggio prossimo.

Ogni anno, circa 3.500 donne irlandesi vanno ad abortire nel Regno Unito – con tutti i costi, le difficoltà logistiche e lo stress emotivo che ciò comporta, mentre altre 2.000 comprano prodotti abortivi su internet e li prendono senza assistenza medica.

“Sappiamo che la maggioranza delle persone vuole il cambiamento. – ha detto l’attivista a The Guardian – L’Irlanda è un paese diverso oggi, con una società più egualitaria. Questo (ndt.: il referendum) è il prossimo logico passo. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. La realtà è che le interruzioni di gravidanza avvengono, ma che non possiamo continuare a esportarle.”

Il fatto che occorra andare a modificare la Costituzione è dovuto all’intervento precedente della chiesa cattolica: “Non c’era permesso di abortire in Irlanda. Avevamo già una legge assai restrittiva contro di esso, era un crimine punito con l’ergastolo. Ma le forze di destra, che hanno il loro radicamento nella chiesa cattolica si sono mosse affinché il bando fosse iscritto nella Costituzione, di modo da sigillarlo a doppia mandata. – ha proseguito Ailbhe – Ho combattuto su questa istanza per tutta la mia vita da adulta e continuerò a combattere sino a che avrò voce. Se non abbiamo la capacità e il diritto di prendere le decisioni sulle nostre vite di donne, non abbiamo eguaglianza. E se per un grosso colpo di sfortuna non dovessimo vincere questa battaglia, torneremo sulle strade. Forse non il giorno immediatamente successivo, ma quello dopo di sicuro. Non ci fermeremo ora.”

Rose Cunningham e Ailbhe Smyth dimostrano che non si va da nessuna parte quando non si hanno convinzione e determinazione, ne’ un orizzonte o un sogno o una visione alternativa della realtà. Per fortuna a loro non manca nulla di tutto questo.

Maria G. Di Rienzo

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Esattamente un mese fa, il 7 maggio, in Messico un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella casa di Miriam Elizabeth Rodriguez Martinez (in immagine qui sotto) e l’ha uccisa.

miriam elizabeth

Miriam era molto nota come attivista dedita alla ricerca delle persone “scomparse” nello stato messicano di Tamaulipas. Aveva cominciato questo lavoro nel 2014, quando a “scomparire” era stata sua figlia: Miriam riuscì a ritrovarne i resti nella città di San Fernando.

A molti chilometri di distanza, sempre il 7 maggio, in Nicaragua la polizia ha arrestato Aydil del Carmen Urbina Noguer (in immagine dopo questo paragrafo) mentre era assieme alla figlia 16enne e l’ha pestata per bene. L’arresto e la successiva detenzione di oltre due giorni e mezzo erano illegali. Durante questo periodo di 64 ore le sono state negate le cure mediche di cui aveva bisogno dopo la battitura, l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari e l’assistenza legale. Aydil è un’avvocata e un’attivista per i diritti umani.

aydil

I brani seguenti sono tratti da “Rethinking Activists’ Safety at a Time of Escalating Risk”, di Adelaide Mazwarira e Alexa Bradley per Jass, 31 maggio 2017:

“In tutto il mondo, le donne attiviste sono sempre più a rischio, minacciate, aggredite e persino uccise perché osano opporsi a potenti interessi, siano essi di stato o di istituzioni private come le compagnie economiche transnazionali o di cartelli della droga. Poiché queste donne stanno lavorando per proteggere diritti umani, giustizia economica, la loro terra, acqua, territori e la democrazia stessa molti le chiamano “difensore dei diritti umani” o semplicemente “difensore”. Per il loro coraggio e la loro capacità di guida queste donne devono fronteggiare attacchi nelle strade, criminalizzazione e stigmatizzazione nei tribunali e sui media, e a volte rigetto e abuso nelle loro stesse comunità e case per essere andate oltre le tradizionali norme di genere. (…)

Una varietà di tendenze e dinamiche di potere stanno convergendo in ciò che molti indicano come “lo spazio in via di restringimento per la società civile”. I governi stanno sempre di più usando la retorica della sicurezza nazionale e la minaccia del terrorismo per limitare la partecipazione dei cittadini e reprimere il dissenso. E una serie di “poteri ombra”, entità non statali incluse le corporazioni, i gruppi religiosi fondamentalisti, i narco-trafficanti, che una volta erano dietro le quinte, ora stanno avendo un’influenza crescente nei settori del potere formali in cui i governi prendono le decisioni e in cui si formano le leggi, e rivendicano i loro interessi senza ostacolo alcuno, anche quando detti interessi comportano l’uso della violenza. E dominano lo spazio pubblico e i media promuovendo narrazioni favorevoli ai loro interessi. Manipolando norme sociali, idee e credenze fra cui quelle relative a razza, classe, etnia e genere, costoro sono in grado di screditare il lavoro delle difensore (e dei movimenti sociali) etichettandole come “terroriste”, “ostacoli allo sviluppo”, “passatiste”, “distruttrici delle famiglie” per legittimare e di fatto normalizzare la violenza, la diseguaglianza e la repressione. Sebbene i contesti differiscano, la convergenza del capitalismo estrattivo (la corsa al controllo e allo sfruttamento delle risorse), del militarismo (guerra al terrore, guerra alle droghe) e dei fondamentalismi (forze conservatrici all’interno di religioni, culture e tradizioni) è diventata il fertile terreno su cui violenza e repressione aumentano.” Il documento continua attestando che ai consueti mezzi della repressione per le donne si aggiungono quelli correlati al genere – assalto sessuale e stupro.

Per cui: ogni volta in cui le donne promuovono iniziative politiche e sociali eccetera smettete per favore di chiedere “cosa c’entra il femminismo”, il femminismo è questo; ogni volta in cui una donna viene ammazzata per quello che è (femmina) e per quello che fa (attivismo) smettete per favore di fare i finti tonti e gli stronzi puri e semplici chiedendo “cos’è il femminicidio”, perché molte di queste donne muoiono per salvare anche i vostri culi. Maria G. Di Rienzo

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Domani e dopodomani, al Teatro Melico Salazar di San José, Costa Rica, Guadalupe Urbina intende esporre in musica il viaggio della propria vita: “Dalla Guadalupe che lasciò la provincia di Guanacaste cantando canzoni di protesta sulla proprietà della terra e la segregazione razziale, alla Guadalupe urbana che “prese possesso” della capitale. La Guadalupe di oggi non può più fare sempre quel che le piace. Questa donna è un poco stanca e il suo corpo richiede attenzione.” L’ultima frase si riferisce ai tre cicli di trattamento medico che la cantautrice ha già affrontato per combattere la presenza di tumori.

guadalupe

Nata nel 1959 da una famiglia contadina (il padre era migrato in Costa Rica dal Nicaragua), ultima di 10 figli, ha vissuto in Europa e viaggiato in Africa. Ha due figli, Antonio e Angela. Attualmente dirige la Fondazione “Voz Propia” che appoggia i/le giovani con aspirazioni artistiche e fa parte della comunità autogestita Longo Mai.

Il movimento che porta questo nome ha origini in Austria, Svizzera, Germania e Francia: giovani della “generazione del ’68” fondarono la prima comunità autogestita in Francia nel 1973 – “Longo maï” in provenzale significa “Possa durare a lungo”. Nel 1979, quando molti nicaraguensi fuggivano dal regime del terrore di Somoza, decisero di comprare terra in Costa Rica per renderla disponibile ai rifugiati, di modo che essi vivessero in modo indipendente e dignitoso. Longo Mai oggi comprende circa 2.200 acri, metà dei quali costituiti da foresta pluviale protetta.

Guadalupe ha ricevuto vari premi internazionali per il suo talento e le sue ricerche sulla musica popolare e la narrazione orale. Dalle tradizioni mesoamericane ha derivato quel che potremmo definire il suo “sentiero spirituale”, che segue le molte dimensioni dell’archetipo femminile. Pittrice, scrittrice, poeta, autrice teatrale, il suo ultimo album in studio – con 11 brani originali – è del 2016: “Cantos Simples del Amor de la Tierra”.

“L’arte ci permette di muoverci, di essere commossi, connessi e rinnovati. – dice Guadalupe – La metafora è il linguaggio che ci permette di entrare in relazione con la soggettività. L’arte, usando linguaggio metaforico, può esprimere in maniera più completa l’esperienza, la conoscenza e la rivitalizzazione delle risonanze che è così cruciale nel rompere l’isolamento per costruire movimenti. La canzone ha un potere unico; è il potere di muovere il tuo corpo e i tuoi sentimenti, di trasportarti inevitabilmente in un luogo che ti dà autorità perché evoca, raccoglie e soprattutto libera ciò che tu hai necessità di liberare.” Maria G. Di Rienzo

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(Madremonte, dipinto di Guadalupe Urbina)

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(brano tratto da: “Intergenerational Resistance”, di Soraya Membreno per Bitch Media, 1° febbraio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Soraya Membreno è figlia di migranti nicaraguensi e vive negli Usa. E’ poeta, saggista ed editrice.)

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(Il posto di una donna è nella rivoluzione)

Mia nonna ha compiuto 75 anni questo fine settimana. Le ho augurato buon compleanno al telefono mentre stava seduta nella sua cucina di Miami, con il resto della mia famiglia che parlava a voce alta sullo sfondo. Come accade con le nonne, la conversazione è caduta su di me molto velocemente. La nonna aveva sentito dire che avevo partecipato a proteste negli ultimi anni e ha chiesto se lo stavo facendo ancora. Io ho risposto di sì, preparandomi a sentire il discorso già fattomi da mia madre con crescente frequenza sulla sicurezza e le misure precauzionali.

Invece, ho avuto un risolino e uno scorcio inaspettato in una storia condivisa di cui ignoravo l’esistenza. “Quindi sarai una marciatrice anche tu, allora.”, disse, più l’attestazione di un dato di fatto che una domanda.

Non avevo mai sentito mia nonna pronunciare la parola “politica”, ma quel giorno mi narrò la storia della sua prima marcia. Era una studente all’Universidad Nacional Autonoma de Nicaragua (Università Nazionale Autonoma del Nicaragua – detta “la UNAN”), la prima università del paese ad ottenere l’autonomia del governo che, sino a quel momento aveva avuto totale giurisdizione su docenti, curriculum e bilancio. L’università ottenne tale indipendenza nel 1958, nel 22° anno del regime di Somoza che vide un dittatore arricchirsi a spese del resto della nazione. Dopo le elezioni chiaramente truccate del 1947 e con la vicina rivoluzione cubana che apriva la strada, il clima politico cominciò a cambiare.

La UNAN divenne l’epicentro del dissenso e l’origine delle dimostrazioni organizzate dagli studenti. Dopo poco meno di un anno, tuttavia, una protesta attirò l’attenzione della guardia nazionale che immediatamente entrò nel campo universitario, aprendo il fuoco contro quattro studenti. Mia nonna ricorda di essere stata al fianco di uno di essi, ricorda ancora come cadde sotto il peso del corpo di lui. Al telefono lo menziona solo di passaggio: devi capire, mi ha spiegato più tardi, che quello era solo il primo di molti cadaveri. La scintilla fu accesa quel giorno, ma il regime di Somoza non sarebbe stato rovesciato sino al 1979, dopo essere stato al potere per 43 anni. (…)

“Ho 75 anni, – mia nonna scrolla le spalle, calma e totalmente impassibile – ho visto di peggio. La cosa che devi ricordare è questa: se credi in quel che vuoi dire, devi trovare un modo di dirlo. La situazione non è peggiore di altre, è solo il tuo turno.”

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(“Meet Sandra Moran, Guatemala” – Nobel Women’s Initiative, 9 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Sandra Moran si è unita al movimento per i diritti umani quando era al liceo e più tardi ha fuso l’attivismo con la musica, suonando con la band “Kin Lalat” – musica per la rivoluzione. Durante la guerra civile in Guatemala, Sandra ha vissuto in esilio in Messico, Nicaragua e Canada, partecipando al lavoro di solidarietà con il suo paese da dove si trovava in quel momento. Sandra è la prima deputata apertamente omosessuale del Parlamento guatemalteco.

sandra

Hai cominciato a essere un’attivista in giovane età. Cosa ti spinse a farlo, all’epoca?

Sono nata in tempo di guerra. Sin da bambina vedevo gente per le strade, che lottava per qualcosa ed era perseguitata dalla polizia. Mentre ero alle superiori è stato il momento in cui ho cominciato a capire cosa significava partecipare alle proteste e cercare giustizia.

Perché, più tardi, hai dovuto abbandonare il paese?

All’università ho cominciato a organizzarmi con altre persone in modo più consapevole e mi sono unita a un movimento rivoluzionario. La preoccupante situazione per cui chi chiedeva giustizia veniva perseguitato si stava intensificando. Fui perseguitata io stessa. C’erano state sparizioni di persone, omicidi di studenti, e io dovetti andarmene nell’ottobre del 1981.

In che modo l’esilio ha avuto effetto sul tuo attivismo?

Era difficile a livello personale, perché sradicare te stessa è duro: lasciare la tua cerchia sociale e la tua famiglia, e non avere nulla per ricominciare da zero in un ambiente ostile. Ho cominciato a lavorare al sostegno dei rifugiati in Messico. Successivamente, ho cominciato a suonare musica politica per generare solidarietà con il Guatemala. Il mondo della musica cominciò a diventare più importante per me quando mi trasferii in Nicaragua e mi unii a un movimento rivoluzionario musicale di origini guatemalteche chiamato “Kin Lalat”. Poi, di fronte all’impossibilità di restare in Nicaragua o in Messico, siamo andati in Canada.

In che modo sei giunta a concentrarti sui diritti delle donne nel tuo lavoro?

Eravamo in Canada e facemmo tutto il possibile affinché l’attivista del Guatemala Rigoberta Menchú Tum vincesse il Nobel per la Pace. Io cominciai a concentrarmi di più sulle donne e migliorai la mia comprensione dei diritti delle donne. Perché, sino a quel momento, ero stata parte di una lotta più generalizzata.

E quando sei tornata in Guatemala, hai giocato un ruolo nell’assicurare un focus di genere nello sviluppo degli accordi di pace.

Quando feci ritorno in Guatemala, nel 1994, era il momento in cui un’assemblea di donne della società civile si era organizzata, così mi unii ai loro sforzi. Più tardi, come settore delle donne, ci assicurammo che gli accordi di pace del 1996 includessero il riconoscimento dei diritti delle donne e dei problemi che le donne affrontavano.

Tu vivi in una società machista dove vi sono principi molto conservatori. Pure, mentre facevi campagna per la tua elezione in Parlamento, hai detto pubblicamente di essere lesbica.

Sapevo che mi avrebbero dato addosso. Per me, la trasparenza non riguarda solo come si maneggia il denaro – il Guatemala è in piena lotta contro la corruzione – ma anche chi tu sei realmente. L’identità lesbica in Guatemala è tabù. Era necessario mostrarla non solo per rompere quel tabù ma, cosa ancor più importante, per dare l’opportunità alla comunità LGBT di avere una rappresentante. Sapevo che quell’identità sarebbe stata usata contro di me. Perciò, dicendo apertamente chi sono, ho sottratto loro il potere di usarla contro di me.

Ora che sei deputata, in che modo la società ha ricevuto il tuo lavoro sui diritti delle donne e delle persone LGBT?

Durante lo scorso settembre c’è stata una campagna molto pesante contro di me, per impedirmi di diventare la presidente del primo forum delle parlamentari. La ragione era che io, come lesbica, non ero “abbastanza donna” per rappresentare i membri donne del Parlamento. E’ stata una campagna pubblica, guidata da un cittadino che raccoglieva firme contro di me ed è esplosa sotto i riflettori. Per fortuna, ho ricevuto molto sostegno da gruppi e organizzazioni, anche a livello internazionale, e ho inoltrato una denuncia per discriminazione all’Ispettore generale per i diritti umani e alla Procura.

Quali sono le cose che vuoi cambiare, come membro del Parlamento?

A livello legale, per esempio, stiamo lavorando sulle questioni relative all’abuso sessuale di bambine e ragazze, e sul fatto che uno dei risultati della violenza sessuale contro le minori di anni 14 è spesso la gravidanza. E poiché è raro che l’aborto sia un’opzione praticabile per troppe di loro, diventa una gravidanza forzata.

Poi c’è la discussione sul riconoscimento dei diritti della comunità LGBT, il che implica cambiamenti favorevoli per le persone transessuali, matrimoni omosessuali o unioni civili, così come azioni per prevenire la terribile violenza che investe la comunità. Questa non è riconosciuta come un problema, perché per un mucchio di gente essere parte della comunità LGBT è una cosa malvagia che richiede un castigo, perciò la violenza è vista come naturale, come una punizione necessaria. E queste sono le cose di cui abbiamo necessità di discutere in tutte le nostre comunità, pubblicamente.

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I rischi che fronteggiano hanno molte forme, incluse le molestie, le campagne diffamatorie e la violenza fisica – non solo contro di loro, ma spesso anche contro le loro famiglie. Sperimentano l’esaurimento a causa del loro impegno e il ruolo vitale che giocano è sovente non visibile all’opinione pubblica. Pure, rifiutano di smettere di lottare perché credono che i nostri diritti umani dovrebbero essere protetti e rispettati.”

Chi sono? Sono le difensore dei diritti umani delle donne e così sono presentate nella campagna organizzata da Global Fund for Women, JASS (Just Associates), e MADRE:

https://www.globalfundforwomen.org/defendher/

Mentre crescono estremismo politico e restrizioni dirette ai gruppi della società civile, le difensore si trovano davanti attacchi sistematici che hanno lo scopo di ridurle al silenzio. – continua la presentazione – Dozzine di esse sono state uccise o imprigionate per aver parlato di sesso, per aver difeso i fiumi, per aver portato alla luce la corruzione. Tramite la campagna DefendHer stiamo rendendo visibili il loro ruolo e i rischi da esse affrontati nella speranza che ottengano sostegno e che si rispettino la loro sicurezza e le loro voci. Questa campagna presenta le storie di 14 incredibili difensore dei diritti umani e dei gruppi in tutto il mondo che, nonostante minacce e rappresaglie stanno lavorando per: mettere fine alla violenza contro le donne; far avanzare i diritti delle persone LGBTI; proteggere il pianeta e i diritti delle comunità indigene e molto altro.”

defendher

(Illustrazione originale per la campagna dell’artista femminista María María Acha-Kutscher, https://lunanuvola.wordpress.com/2015/07/03/mujeres )

Poiché l’appello dice chiaramente “diffondete le loro storie, passate parola e accendete conversazioni sul loro lavoro”, ma tradurre tutti i pezzi mi costringerebbe a comprare occhiali nuovi, eccovi un sommario su chi sono queste donne:

Marta Alicia Alanis, lavora in Argentina, fa parte dei Cattolici argentini per l’autodeterminazione e della Campagna nazionale per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito.

Nelle sue parole: “Le donne dovrebbero poter scegliere di diventare madri. Non dovrebbe essere un’imposizione dovuta alla mancanza di accesso a educazione sessuale o contraccettivi, o al destino, o alla semplice sfortuna.”

Alia Almirchaoui, dell’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq (di cui ho parlato spesso). E’ un’irachena di colore sopravvissuta alla violenza e dalla violenza sta difendendo le sue simili. Nelle sue parole: “Nessuna persona è migliore di un’altra. Io sono qui per difendere la diversità all’interno della società.”

Khadrah Al Sana, dell’organizzazione israeliana Sidreh, che difende la sicurezza delle donne beduine. Nelle sue parole: “Le donne devono vivere in dignità e non devono essere separate dalla società in cui vivono: ognuno ha un ruolo importante nella vita e le donne dovrebbero poter dare e ricevere benefici in questo mondo.”

Bai Bibyaon Ligkayan Bigkay, filippina del gruppo etnico Lumad, lavora nelle associazioni indigene femminili e miste (Sabokahan, Pasaka, Bai). Sta difendendo i territori nel raggio del monte Pantaron e chiedendo il ritiro dei gruppi militari e paramilitari.

Nelle sue parole: “Voglio che le giovani generazioni abbiamo una vita migliore di quella che ho fatto io, voglio che godano i frutti dei nostri sacrifici. Il solo ostacolo che la mia età (70 anni) mi pone è qualche limitazione fisica, ma il mio spirito di lotta ha un’energia altissima.”

Azra Causevic, dell’associazione Okvir per i diritti delle persone omosessuali, bisessuali, transgender ecc. di Bosnia ed Erzegovina: vuole una vita dignitosa, libera dalla violenza per tutti.

Nelle sue parole: Dobbiamo difenderci l’un l’altro sempre, in ogni situazione in cui vediamo ingiustizia, proprio perché sappiamo come ci sente a essere dei sopravvissuti.”

Melania Chiponda, Zimbabwe, della WoMin African Gender and Extractives Alliance. Lavora per i diritti delle donne sulla terra e per mettere fine agli abusi sessuali perpetrati dalle forze di sicurezza. Nelle sue parole: “Se porti via la terra alle donne nelle aree rurali, porti via la loro sopravvivenza. Perciò lottiamo. Perché non abbiamo più nulla da perdere.”

Leduvina Guill, nicaraguense dell’ong Wangki Tangni, difende il diritto di donne e bambine a vivere vite senza violenza. Nelle sue parole: “Combattere la violenza contro le donne è cruciale, perché si tratta delle loro vite; come difensora salvi le vite delle donne. I diritti sono molto importanti, le donne soffrono così tanto quando non hanno diritti.”

Magdalena Kafiar, fa parte del FAMM (Forum giovani donne attiviste indonesiane) ed è ministra della chiesa evangelica. Lavora per la difesa dei diritti delle donne e della terra. Nelle sue parole: “Ormai conosco il pericolo, ma mantengo lo spirito dentro di me e mi muovo in avanti. Devo lottare continuamente per rivelare le ingiustizie in Papua.”

Miriam Miranda, della Organización Fraternal Negra Hondureña (OFRANEH), Honduras. Lotta per il rispetto e la sicurezza delle culture indigene, per l’accesso alla terra e alle risorse, per i diritti delle donne. Nelle sue parole: “La lotta, come la vita stessa, dovrebbe essere gioiosa.”

Irina Maslova, dell’organizzazione Silver Rose, Russia. Agisce nell’ambito della protezione dei diritti umani per tutti, compresi gruppi svantaggiati e donne nelle prostituzione. Nelle sue parole: “La rivoluzione comincia dal basso, quando coloro che sono esclusi da questa vita devono lottare per il loro diritto di rientrarci.”

Honorate Nizigiyimana, dell’organizzazione Développement Agropastoral et Sanitaire (Dagropass), Burundi. Lavora per la pace e la sicurezza delle donne nel suo paese. Nelle sue parole: “Sebbene io sia la più anziana della mia famiglia, sono ancora considerata una persona di poco valore. E’ la cultura attuale del Burundi. Sono questi comportamenti che mi hanno condotta a pensare alla promozione dei diritti delle donne.”

Tin Tin Nyo, dell’Unione donne birmane. Lavora in Thailandia per i diritti delle donne e la loro rappresentazione nelle negoziazioni di pace. Nelle sue parole: “La nostra arma più potente è la nostra voce. Abbiamo verità e sincerità. Queste sono le armi che dobbiamo usare per tutte le donne che sono senza voce e senza aiuto.”

Ana Sandoval, Guatemala, del gruppo di Resistenza Pacifica “La Puya”. Lavora per i diritti comunitari sulla terra e per la chiusura della miniera Progreso VII. Nelle sue parole: “Alla fine, tutte le lotte hanno il medesimo obiettivo: la difesa della vita.”

Menzione di gruppo: Forze unite per i nostri “desaparecidos” in Coahuila e Messico.

Le donne sono Yolanda Moran, Angeles Mendieta, Blanca Martinez. Vogliono giustizia e verità per le famiglie delle persone “scomparse”. Dice Blanca Martinez: “Noi crediamo che bisogna battersi per i propri diritti e difenderli, nessuno li difenderà per noi se non lo facciamo.”

Maria G. Di Rienzo

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Il 17 e 18 giugno 2016 più di 80 attiviste provenienti da Costa Rica, Salvador, Honduras, Guatemala, Panama e Nicaragua si sono riunite nella capitale di quest’ultimo paese, Managua, per un simposio femminista dell’America Centrale. Le organizzatrici erano le donne del gruppo Programa Feminista La Corriente – http://lacorrientenicaragua.org/

L’evento, come potete vedere dall’immagine sottostante, si chiamava “Corpi che sfidano e costruiscono nuove realtà”.

simposio femminista 2016

Il fulcro dei dialoghi era il dare una cornice alla difficile realtà sperimentata dalle donne dell’America Centrale per migliorare l’attivismo teso a cambiarla. I numeri del femminicidio nella regione continuano a essere molto alti; i fondamentalismi religiosi sono in crescita (“Sembra che i nostri Paesi non siano governati da Costituzioni, ma dalla Bibbia”, ha detto una delle partecipanti); i diritti delle donne fanno passi indietro (ad esempio con la criminalizzazione dell’aborto terapeutico); le gravidanze di adolescenti aumentano a causa della mancanza di educazione sessuale e riproduttiva, e la situazione è peggiorata dall’impazzare della violenza di genere sui social media e dallo sciovinismo dei giovani uomini che la agiscono in condizioni di impunità.

Le attiviste hanno discusso varie strategie e tecniche, sottolineato la necessità per chiunque sia impegnata in lotte e campagne a lungo termine – che richiedono alti prezzi in termini di esaurimento emotivo – ad avere cura di sé e a ricevere sostegno, e l’intenzione di creare nuovi spazi di dialogo fra femministe di differenti generazioni: “Le giovani possono imparare dalle veterane e queste ultime possono essere influenzate dall’energia e dalle idee nuove di quelle che sono appena arrivate.” Inoltre, ha concluso il simposio, c’è l’urgente necessità di documentare il lavoro del movimento delle donne: “Dobbiamo lavorare per maneggiare meglio la conoscenza femminista, diffondere, socializzare e condividere Storia. Il patriarcato è enorme, violento e predatorio perché troppo poco è stato fatto per smantellare i suoi miti.”

Ma il commento forse più bello e più azzeccato è stato quello di Esperanza White, attivista femminista del Nicaragua: “Sono commossa e rallegrata da quel che sto pensando… e cioè che la nostra forza come donne sta nelle differenze fra noi. Lesbiche, indigene, disabili, di origini africane, transessuali, eterosessuali… corpi differenti con una stessa anima e gli stessi problemi.”

Riguardate la fotografia. Sono tutti là, corpi diversi, corpi giovani e corpi anziani, corpi chiari e corpi scuri, con ogni possibile sfumatura nel mezzo. Corpi non addomesticati dall’oggettificazione sessuale e dalla recita patriarcale di una “femminilità” fasulla. Corpi come questi sono in se stessi una sfida e una gloria e una promessa. Maria G. Di Rienzo

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Maria Fernanda

Maria Fernanda Pineda Calero ha 16 anni, è già all’università dove studia ingegneria civile, un campo che ha scelto perché, oltre a piacerle, è specificatamente dominato dagli uomini e Maria vuole fare a pezzi tutti gli stereotipi sulle donne “incapaci” che incontra. Ama il calcio, ama ballare e ama immensamente i libri della scrittrice femminista Marcela Lagarde. Si definisce femminista lei stessa e in futuro spera di diventare, oltre che ingegnera, un’attivista sempre più efficace.

Sì, perché Maria è anche la Coordinatrice di “Sono nata per volare”, un gruppo rivolto alle ragazze organizzato dalla “Asociación de Mujeres Constructoras de Condega” (“Associazione delle Donne Costruttrici di Condega” – che è la città del Nicaragua dove Maria Fernanda è nata e vive).

Maria si è unita al gruppo quando aveva 12 anni e nelle sue stesse parole “portava addosso il peso di una cultura dove il machismo è molto presente”; non rispettata dal patrigno, non ascoltata dalla madre che la subissava di proibizioni perché femmina (fra cui il divieto di giocare a pallone) e bullizzata a scuola, aveva bisogno di sentirsi dire da altre donne che aveva valore e che per lei c’era posto.

In “Sono nata per volare”, Maria e altre ragazze hanno affrontato argomenti inerenti la salute sessuale, il genere e il femminismo, cose – racconta sempre Maria – “di cui nessuno parlava”. Dopo aver appreso che le donne hanno diritti umani, Maria dice di aver imparato a riconoscere la discriminazione di genere nella sua vita quotidiana e ha cominciato a vedersi in modo differente. Il gruppo le ha dato la fiducia in se stessa necessaria ad affermarsi, in casa e a scuola e ovunque: “Adesso possono dirmi quel che vogliono di me, ma io so che non è la verità. Io sono ciò che sono, non permetto a insulti e prese in giro di metterlo in discussione. Voglio che la gente sappia questo: l’essere donna non mi rende in alcun modo inferiore. Io ho la stessa identica capacità degli uomini di fare qualsiasi cosa.”

Attualmente, “Sono nata per volare” comprende 84 ragazze provenienti sia da zone urbane sia da zone rurali del Nicaragua. La sua azione si sta però dirigendo in modo più intenso alle zone rurali perché è là che le ragazze restano incinte a 13/14 anni (il 27% delle adolescenti nicaraguensi affronta una gravidanza). La conoscenza che il gruppo offre a queste fanciulle, dice Maria, è cruciale per il loro futuro.

Prendete me. Adesso, avere un fidanzato non è una mia priorità. Appoggiarmi a qualcuno neppure. Qualche volta mi chiedo quanti figli avrei adesso se non avessi partecipato ai seminari quando avevo 12 anni.”

Maria G. Di Rienzo

girl flying

P.S. Be’, ma naturalmente il femminismo è qualcosa di vecchiotto e puzzolente maneggiato da signore di una certa età benestanti e bianche, no? Peccato che solo su questo miserabile blog ci siano circa 1.000 storie giovani e anziane, di colore e povere o appartenenti alla classe lavoratice: tutte storie femministe, come quella di Maria Fernanda.

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(tratto da: “Women’s Solutions For Climate Change”, un più ampio e dettagliato intervento di Diana Duarte, direttrice per le comunicazioni di MADRE, tenutosi alla 10^ Conferenza “Connettersi per il Cambiamento” del Marion Institute il 13 novembre 2014. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

diana duarte

MADRE è un’organizzazione internazionale per i diritti umani delle donne. Diventiamo partner delle donne nei movimenti di base per fare due cose. Uno – affrontare minacce immediate e migliorare le condizioni nelle loro comunità; due – lavorare per i loro diritti umani. Quando queste due cose si combinano, quando si collegano per il cambiamento, questo è il modo in cui creiamo giustizia sociale duratura. Voi siete venuti qui oggi per apprendere degli innovatori che si uniscono per creare cambiamenti positivi nelle loro comunità. E io sono qui per dirvi come le donne nei movimenti di base, in tutto il mondo, si stanno organizzando per affrontare una delle più grandi crisi dei nostri tempi: il cambiamento climatico.

Il mondo ha già raggiunto un punto di svolta nella sua capacità di assorbire gli impatti dannosi del rampante esproprio delle risorse. Anni di industrializzazione e di emissioni di gas a effetto serra non controllate hanno già cominciato a rilasciare una cascata di pericoli. Le tempeste sono più forti. Le siccità più lunghe e severe. Ci sono più inondazioni. Le linee costiere sono erose dall’alzarsi del livello dell’acqua.

Abbiamo bisogno di azione, subito. Abbiamo bisogno di politiche vincolanti da parte dei governi mondiali per ridurre ed eliminare le emissioni di gas a effetto serra. Questo significa cambiare i modi in cui produciamo e consumiamo il nostro carburante, il nostro cibo, i materiali di base della vita. Abbiamo bisogno di vivere in modo più sostenibile, nelle nostre comunità e globalmente. Vi dico tutto questo per trasmettere il concetto che viviamo in un momento di incredibile urgenza. Per creare le strategie migliori di cui abbiamo bisogno dobbiamo ricordare i modi in cui ogni cosa è connessa: persona con persona, istanza con istanza, crisi con crisi. Non possiamo permetterci le conseguenze dell’ignorare queste connessioni.

Una volta, mi trovavo ad un conferenza sul clima delle Nazioni Unite e dissi ad un altro partecipante che venivo da un’organizzazione per i diritti umani delle donne. Lui chiese: “E allora perché sei qui, esattamente? Che connessione c’è fra il cambiamento climatico e le donne?” Penso sia importante prenderci il tempo di rispondere a questa domanda. In primo luogo, il cambiamento climatico non è neutro al genere. Le donne e gli uomini hanno ruoli sociali distinti, ruoli che le attiviste per i diritti delle donne hanno spesso sottolineato e sfidato. Ma questi ruoli differenti, così come esistono oggi, significano che donne e uomini subiscono dal cambiamento climatico un impatto diverso.

In quasi ogni società, le donne sono responsabili dell’assicurare cibo, acqua e – in particolar modo nel sud globale – combustibili e piante medicinali. E queste risorse dipendono dalla stabilità del clima. Ciò mette le donne al cuore dell’economia e dell’ambiente in tutto il mondo. In breve, la vita delle donne si basa di più sugli ecosistemi che sono minacciati dal cambiamento climatico. E’ generalmente riconosciuto che sono i poveri ad essere colpiti per primi e più gravemente dal cambiamento climatico. Pochi, tuttavia, riconoscono che la maggioranza dei poveri sul pianeta sono donne.

Pochi riconoscono come povertà e discriminazione di genere interagiscono con il cambiamento climatico producendo risultati mortali per donne e bambine. Considerate, ad esempio, che il diseguale accesso alle risorse all’interno delle comunità, o persino all’interno delle famiglie e delle case, sottrae la rete economica di sicurezza di cui le donne hanno necessità durante e dopo una calamità naturale. Considerate, anche, che gli studi hanno provato come le calamità naturali uccidano un numero 3 o 4 volte maggiore di donne rispetto agli uomini. A volte è perché mentre le acque dell’inondazione si stanno alzando, le donne sono in casa a prendersi cura di bambini e anziani e non riescono a scappare al momento dell’allarme. A volte è perché alle donne sono negate istruzione e accesso alle informazioni, il che mette gli avvisi precauzionali fuori dalla loro portata.

Ma le donne non sono solo vittime dei danni climatici. Sono potenti fonti di soluzioni. Le donne, storicamente, hanno sviluppato i tipi di soluzioni sostenibili locali ai problemi ecologici che ora noi dobbiamo adattare e replicare per confrontarci con il cambiamento climatico. Queste soluzioni includono l’agricoltura sostenibile, la preservazione della biodiversità, l’assicurare provviste di acqua eccetera. Le donne hanno costruito case resistenti al vento in Bangladesh. Sono diventate un sindacato per mettere in comune le loro conoscenze come agricoltrici di sussistenza in Sudan. E in tutto il mondo stanno divisando strategie per combattere le cause del cambiamento climatico.

Quando fronteggiamo un problema su larga scala, come il cambiamento del clima, è facile presumere che esso richieda soluzioni su larga scala. E, in effetti, abbiamo bisogno di un responso globale coerente. Ma le pratiche di sostenibilità – in agricoltura, industria, energia, forma delle comunità e persino governi – accadono in posti specifici.

Solo due settimane fa, sono tornata da un viaggio in Nicaragua. Ci sono andata per un’occasione speciale, un forum annuale organizzato da un’associazione locale di donne indigene che è nostra partner e si chiama “Wangki Tangni”. Il forum ha portato oltre 1.000 donne in una piccola città chiamata Waspam, nel nord del Nicaragua. Molte di queste donne avevano viaggiato per giorni per arrivarci, alcune a piedi, altre su barche lungo il fiume Rio Coco. Ho incontrato una donna che aveva viaggiato per due giorni in canoa, con la sua figlioletta di un mese legata sul petto, solo per poter partecipare al forum. Perché le donne sentivano che era così importante esserci? Lo abbiamo chiesto ad alcune di loro. Parecchie erano leader nei loro villaggi e facevano lavoro organizzativo per migliorare le condizione delle loro comunità e famiglie. Volevano incontrare altre donne attiviste della regione, per condividere storie ed esperienze. E volevano la possibilità di presentare le loro richieste alle autorità locali che partecipano al forum.

Ma di continuo, ci dicevano anche questo: il cambiamento climatico è una chiara minaccia presente nelle loro vite e fra la loro gente. La vedono negli schemi irregolari del tempo atmosferico che rendono i raccolti imprevedibili e mettono in pericolo le loro riserve di cibo. La vedono nelle tempeste intensificate che hanno colpito la costa nordatlantica del Nicaragua. Queste tempeste tropicali hanno spazzato via le coltivazioni, rendendo la sicurezza relativa al cibo ancora più precaria. Solo la settimana scorsa, piogge torrenziali hanno reso sfollate 33.000 persone in Nicaragua.

Durante il forum, le donne hanno raccontato delle soluzioni che hanno trovato. Per esempio, con il sostegno di MADRE, le nostre partner hanno stabilito una banca dei semi. Da un raccolto all’altro, raccolgono e preservano sementi. Ciò conserva la biodiversità locale e protegge lo stoccaggio delle sementi dagli uragani devastanti associati al cambiamento climatico. In questo modo, le donne indigene a livello di base modellano il potenziale di un intervento su piccola scala traendone risultati assai più grandi. L’impatto non è solo nel promuovere il benessere delle donne, la sicurezza locale sul cibo e le alternative all’agricoltura industrializzata: mostra anche che tipo di risposta ci serve al cambiamento climatico, e cioè una che sia controllata dalla comunità e democratica. In altre parola, la banca dei semi ci dà anche un indizio su ciò che è possibile quando le persone sono in controllo diretto delle loro provviste alimentari.

Se non riconosciamo la leadership delle donne indigene, a livello locale e globale, è una connessione che va persa, quel tipo di connessione che non possiamo permetterci di perdere mentre il tempo erode le nostre opportunità di evitare le conseguenze peggiori del cambiamento climatico. Le voci di queste donne devono essere udite ai tavoli ove si disegnano politiche sul clima. Dobbiamo assicurarci che le politiche ambientali siano informate da una prospettiva che vede come genere e clima siano in relazione. E ciò è critico per tre ragioni:

Primo – come ho già detto, gli impatti del clima sono specifici rispetto al genere. Le politiche che riconoscono ciò sono più capaci di proteggere la popolazione, in particolar modo la sua parte più vulnerabile (neonati, bimbi, malati, disabili, anziani) di cui le donne si curano direttamente.

Secondo – se ignoriamo il genere nelle politiche relative al clima, non solo perdiamo la possibilità di proteggere i più vulnerabili: li mettiamo ad un rischio ancora maggiore. Pensate a quei meccanismi di allerta che operano solo in spazi pubblici ove alle donne l’accesso è negato.

E infine, terzo – senza un’analisi di genere, le politiche sul cambiamento climatico perdono un’opportunità cruciale intrinseca alla minaccia che affrontiamo. Il nostro responso globale alla crisi climatica è la nostra possibilità di re-immaginare le nostre economie e le nostre società. Di fatto, è l’unico aspetto positivo della crisi. Ma afferrare tale opportunità richiede azioni che siano visionarie, olistiche, eque e coraggiose. Chi disegna le politiche ambientali e gli attivisti ecologisti e gli altri portatori d’interesse primario devono consultarsi con le donne locali come esperte, non solo come vittime. Devono anche sostenere le richieste delle donne per mettere fine alle molteplici forme di discriminazione che sono loro d’impedimento.

Questa è una parte essenziale del lavoro di MADRE. Da decenni, ormai, lavoriamo con una comprensione dei modi in cui le condizioni locali sono interessate da decisioni prese molto distante, spesso da politici con scarsa conoscenza dei popoli e dei luoghi su cui decidono. Il cambiamento climatico ci chiama a dare potere all’attivismo locale affinché abbia voce nelle politiche globali.

Di recente ho letto un libro di una scrittrice che si chiama Rebecca Solnit. Il titolo del libro è “Speranza nell’oscurità” e comincia con una citazione di Virginia Woolf che dice: Il futuro è oscuro, il che tutto sommato è la miglior cosa che il futuro può essere, penso. Pensando al cambiamento climatico è facile sentirsi travolti e spaventati. Vediamo che il futuro è oscuro e ci preoccupiamo delle cose terribili che ci aspettano dietro l’angolo. Ma il futuro è oscuro anche perché non sappiamo cosa viene dopo – e noi abbiamo il potere di dar forma a questo dopo.

Vorrei condividere con voi un brano ispirativo del libro di Rebecca Solnit: “Dico tutto ciò a voi perché la speranza non è un biglietto della lotteria a cui aggrapparsi stando sul divano e sentendosi fortunati. Dico questo perché la speranza è un’ascia con cui tirar giù ostacoli, perché prenderà tutto quel che avete per spingere il futuro lontano da guerre infinite, dall’annichilimento dei tesori della Terra e dall’orribile affossamento delle persone povere e marginalizzate. La speranza significa solo che un altro mondo sarebbe possibile, non promesso, non garantito. La speranza chiama all’azione; l’azione è impossibile senza la speranza.”

C’è speranza al cuore di ogni parola che vi ho detto qui oggi. Quando le donne si organizzano per proteggere le loro comunità dal cambiamento climatico è a causa della loro costante e irrefrenabile speranza nelle possibilità del futuro.

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(Estratto di un’intervista a Jessica Lagunas, “The Daily Femme”, 21.3.2011, trad. Maria G. Di Rienzo. Jessica Lagunas è nata in Nicaragua ed è cresciuta in Guatemala, dove ha studiato grafica e design. Attraverso una varietà di media – installazioni, video, dipinti, scrittura – esplora la condizione delle donne nella società odierna, soprattutto l’ossessione per l’immagine corporea e per la bellezza.)

 

Le tue “video performance” e le installazioni artistiche mandano un messaggio femminista molto forte. Cosa ti ha condotta a queste particolari forme d’arte e al femminismo?

Crescere in Guatemala mi ha esposto alle diseguaglianze di genere ed all’ingiustizia verso le donne, ma all’inizio non sapevo molto del femminismo. Quando mi trasferii a New York con mio marito divenni più cosciente rispetto ad esso; la mia conoscenza del femminismo era empirica, da autodidatta. In quel periodo lessi un gran numero di libri, tutto quel che trovavo, in modo disorganizzato, ed ebbi l’opportunità di assistere a conferenze di Gloria Steinem e di Naomi Wolf, il cui libro “Il mito della bellezza” ebbe un’enorme influenza sui miei primi lavori. Nelle mie opere sono interessata a guardare all’interno, per scoprire parti di me stessa in modo onesto e rispettoso, e diventare una persona migliore. Uso mezzi differenti, come le installazioni, i video, i ricami, i collage, cerco il media con cui l’idea verrà rappresentata meglio.

Ispirandoti alla favola di “Cappuccetto Rosso” hai prodotto una serie di quattro video in cui continuamente ed in modo esagerato ti metti il mascara, e lo smalto per le unghie, e il rossetto, e ti depili il pube. Cosa puoi dirci al proposito?

Voglio indagare l’ossessione delle donne per la loro immagine e i loro corpi. Uso l’esagerazione in modo molto consapevole, per mostrare l’assurdità della pressione che la società esercita su di noi affinché si appaia in un certo modo. Non sarebbe stato lo stesso, nei video, se avessi usato una quantità “normale” di trucco. Attraverso la ripetizione dei gesti volevo mettere in questione il potere della seduzione che si suppone sia dato dal truccarsi. Quando vedi l’enorme ammontare di immagini di donne dovunque, dai cartelloni alle facciate degli edifici, in ogni tipo di pubblicità, capisci che la pressione sulle donne perché siano desiderabili e si curino della loro apparenza arriva ad ossessionarle. E la pressione non viene solo da quel che si vede nelle riviste, in televisione e online, ma anche dalle famiglie, dagli amici e, ironicamente, dalle donne stesse. L’immagine ipersessualizzata della donna proiettata dai media è del tutto irreale, pure è diventata lo “standard” della bellezza. Mi sono chiesta quante donne sono cresciute considerando questo un ideale e credendo che si tratti del solo aspetto accettabile.

Ho usato il mio corpo perché sentivo che era il media migliore per esprimere l’idea dell’ossessione. Mi piace fare da me le performance perché attraverso queste esperienze imparo molte cose su me stessa, e perché mi aiutano a maneggiare e risolvere cose di cui sono curiosa. La maggior parte delle volte – in modo inaspettato – la mia attitudine o la mia visione dell’istanza di cui mi occupo nelle performance cambia. Per quanto riguarda questi video, il risultato è che ho smesso completamente di usare cosmetici. Ne sono disgustata.

C’è movimento femminista nell’arte e nella società guatemalteche, e come si manifesta?

Mi è difficile dirlo, perché manco dal paese da nove anni. Resto in contatto tramite le amiche, internet. Non penso tuttavia vi sia un movimento femminista nell’arte in Guatemala, piuttosto ci sono gruppi come “Lesbiradas”, un collettivo di donne lesbiche che però sono più attiviste sociali, e c’è “La Cuerda”, un quotidiano femminista che ha circa 12/13 anni e vende 20.000 copie. Ci sono alcune femministe che hanno spazi nei giornali locali e il cui focus sono i diritti umani delle donne. La violenza e l’oppressione, anche se non le soffri personalmente, sono cose che in Guatemala vedi e senti tutti i giorni, sempre attorno a te; non vedi e senti solo amiche o conoscenti, proprio le donne in generale. Accade a tutti i livelli della società.

Il tuo ultimo lavoro, “Storie intime”, è un libro che raccoglie i 25 racconti scritti da donne delle tua famiglia sulle loro prime esperienze relative alle mestruazioni. Perché questo particolare argomento era importante per te e cosa vuoi mostrare con questi racconti?

Principalmente, volevo onorare le donne della mia famiglia che hanno condiviso le loro storie sulle prime mestruazioni, in special modo entrambe le mie nonne che sono state molto generose nell’aprirsi. Con questo progetto volevo anche dar voce alle storie dimenticate, o “vergognose”, che ci viene richiesto di tacere. Mentre facevo ricerche sulle mestruazioni, parlandone con una delle mie nonne notai immediatamente che discuterne la metteva a disagio, perciò le chiesi di scrivere. La sua lettera fu così rivelatrice, e la sua esperienza era stata così diversa dalla mia, che chiesi a mia madre e all’altra nonna di fare lo stesso. Ciò che scrissero era talmente sorprendente, soprattutto l’ignoranza altrui che circondava alcuni aspetti di ciò che stava accadendo loro, che fui spinta a fare la stessa richiesta alle mie zie, e alle cugine, e alle nipoti, per scoprire come gli assetti culturali e geografici avevano influenzato le loro esperienze. E per quanto l’argomento sia tabù, tutte si prestarono in modo volonteroso.

Dopo aver letto le loro lettere, ho capito che i loro ricordi e sentimenti non erano mai stati menzionati, e che tutte ci siamo sentite parecchio sole in questo viaggio. Desidero che la prossima generazione della nostra famiglia non si senta così: il progetto è dedicato a loro, di modo che possano avere le nostre voci ed il nostro sostegno, e sapere che le mestruazioni sono un’esperienza naturale della vita di una donna. Ricordo ancora un paio di lettere le cui autrici pensavano che avrebbero sanguinato a morte… Attraverso il progetto sono anche interessata a che uomini e donne comincino a dialogare sull’argomento, di modo che il tabù si rompa.

Tu hai detto: L’intento della mia arte è che le donne, guardandola, diventino più consapevoli. Per me, è la cosa più importante. In che modo il tuo lavoro raggiunge questo scopo?

Mi piacerebbe che le donne pensassero criticamente a perché fanno quel che fanno. Spero che il mio lavoro, a qualche livello, le renda più consce di se stesse. Voglio che la mia arte sia uno specchio per le donne, in cui possano guardarsi onestamente. Forse vedranno qualcosa di diverso da quel che era stato insegnato loro, forse rideranno o piangeranno guardando l’immagine riflessa, forse si sentiranno più forti e agiranno. Questo momento di autocoscienza, l’essere consapevoli rispetto ad un’istanza o una situazione, o vedere le cose in modo diverso: questo è quel che mi interessa, perché dopo si ha il potere di scegliere. Vorrei sottolineare che io non sono contraria all’essere “femminili” o al vestirsi bene per qualche occasione speciale: sono contraria all’ossessione per l’immagine ed alle insicurezze che essa causa, al metterci due ore per riuscire ad uscire di casa, al non andare alla festa dell’amica perché non abbiamo un vestito abbastanza bello, al rimuginare costantemente su come “mettere a posto” il nostro corpo. Ho perso il conto delle donne che mi hanno detto: “Mi ricordo dei tuoi video ogni volta che uso del trucco.” E’ il miglior complimento che potessero farmi.

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