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(brano tratto da: “The women behind El Salvador’s historic environmental victory”, di Daniela Marin Platero e Laila Malik per Awid, 11 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

In un’epoca in cui le corporazioni multinazionali portano in tribunale i governi in tutto il mondo, per avere il diritto di estrarre risorse naturali a spese della terra e dei popoli che la abitano, la prospettiva di vittoria sembra a volte fievole.

Ma questo mese, in Salvador, la marea è cambiata. Prendendo una decisione che stabilisce un precedente a livello globale, il paese latino-americano ha bandito l’estrazione mineraria di metalli in tutta la nazione. Era il solo modo di fermare il progetto “El Dorado” di una compagnia canadese-australiana che intendeva cercare oro nella regione centrale del Salvador: la realizzazione del progetto – in un paese che ha risorse idriche scarse e inquinate – avrebbe messo a serio rischio di contaminazione il fiume Lempa, fonte d’acqua per il 77,5% della popolazione salvadoregna.

Il bando è il coronamento di 11 anni di proteste da parte delle comunità locali, in cui le donne sono state le principali attiviste: organizzando marce e blocchi stradali e seminari informativi hanno difeso territori e diritti umani.

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Carolina Amaya (in immagine qui sopra), femminista ecologista e fondatrice del Tavolo Nazionale contro l’estrazione metallifera, dice che il bando chiuderà 25 progetti che si trovavano in fase esplorativa e annullerà i permessi di sfruttamento conferiti alla compagnia transnazionale “Commerce Group”. Amaya, Antonia Recinos – Presidente dell’Associazione per lo sviluppo socioeconomico Santa Marta (prima immagine qui sotto) e Vidalina Morales (seconda immagine qui sotto) sono tre delle donne che hanno passato anni a lottare in prima linea, ispirando e motivando centinaia di altre. Alcune, durante questa lotta, sono cadute: la loro compagna Dora Alicia Sorto, membro del Comitato Ambientalista di Cabañas, è stata uccisa nel 2009, quando era incinta di otto mesi.

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Amaya dice anche che la lista delle cose da fare rimane lunga, incluso l’assicurarsi il pagamento dei risarcimenti dalla compagnia mineraria Oceana Gold che ha distrutto ecosistemi e relative comunità, il lavorare su consultazioni popolari per stabilire comuni liberi dall’attività estrattiva, il rafforzare l’organizzazione della resistenza in vista di possibili cambi di governo e il premere per l’approvazione di protezioni legali quali la legge sull’acqua e la ratificazione di impegni presi per sostenere la protezione di assetti naturali.

Vidalina Morales aggiunge che il sentiero per andare avanti è molto chiaro: “Noi siamo le legittime proprietarie dei nostri territori e dei nostri corpi. Non possiamo continuare a vivere senza proteggere e accudire i nostri beni comuni. Dobbiamo intensificare gli impegni organizzativi a ogni livello e lavorare alla costruzione e alla difesa di progetti alternativi.”

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Molto probabilmente, ormai avrete sentito parlare dei mesi di resistenza all’oleodotto (Dakota Access Pipeline) da parte della tribù Sioux Standing Rock, fiancheggiata da membri di circa 100 altri gruppi nativi statunitensi e canadesi. L’oleodotto attraverserebbe i fiumi Mississippi e Missouri e il lago Oahe con circa mezzo milione di barili al giorno. Il Missouri è la fonte principale di acqua potabile per la gente di Standing Rock.

La risposta a questa resistenza nonviolenta, fatta di presenza, preghiere e cerimonie tradizionali, si è rapidamente militarizzata e gli attacchi ai dimostranti sono diventati molto duri. Tuttavia, le donne hanno dato inizio alla protesta, e le donne sono ancora lì.

Emily Arasim e Osprey Orielle Lake di WECAN – Women’s Earth and Climate Action Network, hanno intervistato e fotografato 15 di queste leader, per EcoWatch, il 29 ottobre scorso. Ecco i loro volti e alcune delle loro parole. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

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LADONNA BRAVE BULL ALLARD

(Standing Rock Sioux di Fort Yates, North Dakota; fondatrice del Campo delle Pietre Sacre.)

In primo luogo e principalmente siamo protettrici dell’acqua, siamo donne che si ergono perché l’acqua è donna e noi dobbiamo stare al suo fianco. Se vogliamo vivere come esseri umani dobbiamo avere acqua, senza acqua moriamo. Perciò quel che facciamo è restare qui, in preghiera, in disobbedienza civile. Lo facciamo con gentilezza, ma resistiamo.

L’abuso nei confronti delle donne è ben noto nella storia americana, nella storia del mondo: e questo ti dice molto di quel che sta accadendo alla nostra Terra. Se rispetti le donne, rispetti la Terra e rispetti l’acqua.

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JASLYN CHARGER

(Cheyenne River Sioux di Eagle Butte, South Dakota; fondatrice del Consiglio Internazionale della Gioventù Indigena.)

Sento la sofferenza di quel che il governo sta facendo alla nostra Madre Terra. La stanno violando, in tutto il mondo le aprono il ventre e tirano fuori i suoi intestini e questo non è giusto. Noi come donne possiamo sentire il suo dolore, siamo connesse a lei. Possiamo sentire le sue grida anche se non ha una voce, la vediamo.

Se avete paura, trovate coraggio, perché c’è qualcuno là fuori che ha bisogno di voi, c’è qualcuno là fuori il cui futuro dipende da voi, e questo è tutto quello che dobbiamo ricordare a noi stesse: perché dobbiamo trovare forza nel nostro dolore, perché non importa quel che ci fanno, se ci lanciano addosso i cani, se ci schiacciano, se ci picchiano a morte – noi continueremo a essere qui.

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CHAMPA SEYBOYE

(Spirit Lake Sioux che vive a Mandan, North Dakota)

Sono qui per dar sostegno all’acqua pulita, a Madre Terra. Ho una figlia e sono qui con mia nonna, i miei zii, le mie sorelle e quel che spero di ottenere è più consapevolezza sulla necessità di avere acqua pulita, è un nostro diritto. Tutti abbiamo diritto ad acqua pulita, non dovremmo essere costretti a lottare con le unghie e con i denti costantemente per avere qualcosa che Madre Terra ci provvede.

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KANDI MOSSETT

(Mandan, Hidatsa, Arikara di New Town, North Dakota)

Voglio aiutare a fermare quest’avida industria petrolifera; l’oleodotto misura 11.000 miglia di lunghezza (oltre 17.700 chilometri, ndt.) e sta danneggiando tutti lungo il corridoio d’acqua sino al Golfo del Messico. Immediatamente, in questa zona, avremo milioni di persone che soffriranno un impatto diretto: non si tratta solo di noi ma di chiunque viva lungo i corsi d’acqua. Questo paese ha detto di voler ridurre le emissioni, be’ se il Dakota Access Pipeline viene costruito produrrà emissioni annue equivalenti a quelle di 30 centrali a carbone.

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PHYLLIS YOUNG

(Standing Rock Sioux)

Io sono la “Donna che si erge accanto all’acqua” e l’altro mio nome è “Donna che ama l’acqua”. La mia gente mi ha dato questi nomi perché proteggere l’acqua è la lotta della mia vita. Io sono cresciuta accanto a questo fiume: quando avevo 10 anni ci hanno fatto spostare e reinsediare altrove e i miei nonni non sono mai stati compensati per la terra che avevano perso. Sono tornata qui, sto vivendo di nuovo lungo il fiume e sto dicendo all’esercito delle corporazioni: “Non mi farete spostare di nuovo. Non mi metterete in un posto a cui non appartengo.”

Noi non vogliamo oleodotti. Non vogliamo petrolio lungo il nostro fiume e attraverso la nostra terra. Vogliamo energie alternative – il sole è nostro fratello. Il sole è il nostro mondo naturale e dobbiamo utilizzare le energie solari e naturali: probabilmente il mondo capitalista sarà devastato da questo, ma è così che dev’essere. Non si tratta solo di noi. Si tratta del mondo intero. Si tratta di Madre Terra che ha sopportato e sofferto così a lungo: ora ha bisogno del nostro aiuto e della nostra protezione.

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LAUREN HOWLAND

(Jicarilla Apache di Dulce, New Mexico; membro del Consiglio Internazionale della Gioventù Indigena)

Sono qui per difendere l’acqua. Sono qui per lottare per i miei figli e i figli dei miei figli – per le generazioni a venire. Sono qui per proteggere queste persone tutt’intorno a noi, questa terra, questa terra sacra.

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SHRISE WADSWORTH

(Hopi del Bear Strap Clan, Shungopavi Village, Second Mesa, Arizona)

Sono qui per mostrare il mio sostegno ai miei fratelli e sorelle, e per accendere ispirazione e motivazione nella mia generazione, affinché esca allo scoperto e abbracci la propria eredità, affinché ognuno di loro abbracci chi è come persona, per mostrare alla mia comunità che anch’essa ha una voce e che tale voce è udita.

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JOYE BRAUN

(Cheyenne River Sioux di Eagle Butte, South Dakota – rappresentante dell’Indigenous Environmental Network e organizzatrice della protesta.)

Mentre stavamo protestando mia figlia ebbe un grave attacco epilettico. Quando venne al campo dopo l’accaduto ci disse cosa aveva visto: serpenti neri che attraversavano la terra e quando a uno era mozzato il capo ne spuntava subito fuori un altro. Disse che le donne si sarebbero fatte avanti in questa lotta, che le donne sarebbero state in prima linea con i loro scialli rossi – e vedete, è quanto sta accadendo ora qui. Dobbiamo essere pronte a lottare e pronte a portare altrove tutto quanto impariamo e insegniamo.

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MICHELLE COOK

(Diné del Walk Around Clan, Oak Springs, Arizona – consigliera legale di Standing Rock)

Stiamo lottando contro l’oleodotto, ma stiamo lottando anche contro l’intero sistema della violenza. L’intero sistema che ci ha chiamati selvaggi, che ha negato la nostra umanità e noi stiamo rispondendo creando una comunità che ha i suoi propri valori. Una comunità che rispetta le donne. Che dà la priorità ai bambini. Che insegnerà ai bambini la conoscenza tradizionale della vita, e questa conoscenza darà vita a loro.

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TARA HOUSKA

(Ojibwe, Couchiching First Nation di International Falls, Minnesota; direttrice nazionale della campagna “Onora la Terra”.)

Quando è troppo è troppo. I popoli indigeni sono stati presi a bersaglio per troppo a lungo e abbiamo dovuto dar via tutto. Siamo stati bersagliati per le nostre terre, per i nostri figli, per le nostre lingue, per la nostra cultura e quel poco che ci resta ora è minacciato dalla contaminazione e dalle distruzione. Ho la speranza che quando fermeremo questo progetto ci sarà un momento in cui la gente capirà che le nazioni indigene sono qui, sovrane, e che non tollereremo più la conversazione così com’è oggi.

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ERYN WISE

(Jicarilla Apache e Laguna Pueblo, New Mexico; membro del Consiglio Internazionale della Gioventù Indigena e coordinatrice media)

Ho fatto un sogno, circa due mesi prima di venire qui: c’era la mia nonna, che è morta, e mi chiedeva un bicchier d’acqua. Quando glielo portavo era pieno di terriccio e petrolio. E lei continuava a tentare di bere da quel bicchiere e io diventavo disperata perché volevo darle dell’acqua e non riuscivo a trovarla. Se non facciamo qualcosa per proteggere l’acqua, allora non ne avremo più.

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WINONA KASTO

(Cheyenne River Sioux, cuoca del Campo di Oceti Sakowin)

Sono una cuoca tradizionale per la gente Lakota, cucino da circa trent’anni. E’ sempre stato importante per me esserci, esserci per le persone, le persone che dobbiamo nutrire affinché restino forti, così potranno restare qui e fare il lavoro che stanno facendo per tutti noi.

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MORNING STAR GALI

(Achomawi Band di Pitt River, California del nordest)

Eccoci qui, a difendere in prima linea, con le donne che tengono questa linea… con una donna che sta fronteggiando accuse di reato, solo perché è stata qui con i suoi bambini, che sono rimasti al campo. Tutte noi siamo qui per le generazioni future, affinché abbiano acqua pulita.

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LEANNE GUY

(Diné, da Navajo, New Mexico; direttrice esecutiva della Southwest Indigenous Women’s Coalition)

Come donne, noi siamo datrici di vita e abbiamo un forte legame con la Madre Terra. La violenza contro di lei è violenza contro le donne. E questa è una parte della nostra lotta: tentare di fermare la violenza, la violenza sessuale e domestica, e la violenza contro l’acqua, contro le nostre terre, contro di noi come popoli.

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DEEZBAA O’HARE

(Diné/irlandese/svedese che risiede a Oakland, California)

Come popoli indigeni noi sappiamo che l’acqua è vita, sappiamo di venire dall’acqua, sappiamo che l’acqua è l’ambiente primario e le donne la portano. Noi portiamo l’acqua dentro noi stesse. Dobbiamo ascoltare il nostro nucleo centrale, il nostro nucleo centrale di responsabilità come umanità, onoriamo noi stessi, onoriamoci l’un l’altro, prendiamoci cura di noi stessi come del mondo attorno a noi. Questa è una preghiera che è stata creata qui e non è solo per la nostra generazione, è per le prossime, e perciò la portiamo con noi, la portiamo avanti per la guarigione e il benessere della Terra. E non dobbiamo fare questo da soli. È tempo che gente di tutte le nazioni si risvegli e ascolti l’acqua. L’acqua è vita.

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Non è un grande evento astronomico, ma sul piano delle associazioni simboliche è intrigante: la prossima luna piena (la Luna del Raccolto) sarà interessata da un’eclissi penombrale parziale il 16 settembre. Questo tipo di eclissi si presenta così:

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E cioè, la “fettina” di luna in ombra sarà il massimo che riuscirete a vedere poco prima delle 21 – molte eclissi appartenenti alla categoria passano del tutto inosservate, anche se ammontano a circa un terzo del totale.

Le mitologie, in giro in per il mondo, tendono a dare un significato negativo alla temporanea “scomparsa” di sole e luna, e per quanto riguarda quest’ultima si associano all’eclissi disastri, carestie, malattie, decessi, deformità per i nascituri se le future madri guardano la luna “mutilata” eccetera.

Generalmente, in passato, si tentava di disperdere il fenomeno facendo rumore: per allontanare il giaguaro che stava ferendo la luna – Inca; per allontanare il drago che la stava consumando – Cina; per differire la possibilità di un terremoto – Giappone (l’associazione potrebbe non essere completamente un mito, data la maggior spinta gravitazionale durante un’eclissi di luna)…

Ancora oggi ci sono persone che fanno un gran chiasso durante un’eclissi di luna, ma la loro visione dell’evento è un po’ diversa: non sfasciano pentole, non battono sugli specchi, non sparano palle di cannone (come si fece in Cina sino al 19° secolo), semplicemente gridano per incoraggiare il sole e la luna a “smettere di litigare”. Si tratta del gruppo etnico Batammaliba che vive nel Togo e nel Benin. Costoro vedono l’eclissi di luna come un segnale dato alla comunità affinché essa si raduni e rancori e faide passino attraverso la discussione collettiva sino a trovare una soluzione, un momento in cui sciogliere i nodi che tengono le persone separate e ritrovare unità.

Anche nella cultura islamica c’è l’attitudine a guardare all’eclissi positivamente, come a una connessione con il divino che merita una preghiera speciale (salutul-kusaf) e una condotta rivolta ad atti di perdono e gentilezza.

Che ne dite, potremmo prendere a prestito questo tipo di atmosfera e dare il benvenuto all’eclissi del 16 settembre prossimo? La Luna del Raccolto già ci spinge alla gratitudine e al riconoscimento per quanto abbiamo ricevuto dalla Terra e dai nostri simili, in più si trova in Pesci, esaltando il simbolismo relativo all’acqua – la sorgente della vita. Noi stessi siamo fatti d’acqua (in media per il 60/65%) e ci è facile associarla allegoricamente alla nostra esistenza: le acque del parto, i fluidi nel nostro corpo, la circolazione del sangue.

Riconciliarsi e muoversi in avanti è più facile se si mima l’acqua, poiché essa prende la forma che le permette di andare oltre gli ostacoli per il sentiero che offre minor resistenza. Operare trasformazioni è più facile se ci si ispira all’acqua che continuamente si rinnova e passa attraverso vere e proprie metamorfosi (liquida, solida, vapore). E potremmo offrire qualche riflessione alle acque del nostro pianeta avvelenate e inquinate dall’abuso industriale, e decidere di essere agenti del cambiamento con le voci e i mezzi che abbiamo. Maria G. Di Rienzo

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La chiamano l’erede di Berta Cáceres (ambientalista e femminista dell’Honduras uccisa nel marzo di quest’anno). Fa parte del popolo indigeno Lenca, ha ventinove anni e cinque bambini. E’ la donna grazie al cui costante impegno la costruzione di una diga sul fiume Chinacla è stata fermata: per questo e per la lotta diretta al riconoscimento delle terre indigene nel dipartimento di La Paz, contro la distruzione ambientale operata in Honduras dalle corporazioni economiche, Ana Mirian Romero ha ricevuto lo scorso giugno a Dublino il premio annuale per i difensori dei diritti umani conferito dall’organizzazione Front Line Defenders.

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La lotta contro la diga idroelettrica è durata cinque anni, sino a che il governo dell’Honduras è stato costretto nel 2015 a riconoscere la sovranità Lenca su terre e fiume: risultato ottenuto grazie al Milpah – Movimento indigeno Lenca di La Paz e al Consiglio indigeno di San Isidro Labrador, le due organizzazioni in cui Ana Mirian Romero svolge un ruolo guida.

Questa è una vittoria che celebrerò per sempre, perché siamo stati in grado di mantenere un fiume libero e incontaminato. – dice Ana – L’acqua è una fonte di vita che sostiene gli esseri umani. Senz’acqua, non saremmo umani. Ora le terre e il fiume sono nelle nostre mani. Noi non combattiamo, noi difendiamo. Difendiamo il fiume perché ci dà sostegno: il nostro cibo, l’acqua che beviamo, le nostre coltivazioni, i nostri animali. Per questo siamo perseguitati e minacciati, ma lo facciamo per il futuro dei nostri bambini.”

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L’Honduras ha un triste primato: è il paese che in rapporto alla propria popolazione ha il più alto tasso di ambientalisti assassinati. Gli attivisti fronteggiano continuamente le aggressioni di polizia, esercito, forze paramilitari e scherani prezzolati delle varie corporazioni economiche. Ad Ana e alla sua famiglia non è stato risparmiato nulla di tutto ciò. Nel tentativo di proteggere i figli dalle minacce di morte Ana e suo marito Rosalio Vasquez Pineda li hanno ritirati da scuola, ma le minacce non sono restate per strada e il 29 gennaio 2016 la loro casa è stata rasa al suolo da un incendio doloso che solo per fortuna non ha fatto vittime. Ma ciò non ha altro effetto su Ana Marin Romero che renderla ancora più convinta e più forte.

Io sono senza paura – dice ancora Ana – perché anche se qualcosa mi accadesse so che le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono con noi. E ricorderò per sempre Berta Cáceres. Ha avuto influenza su molte delle organizzazioni indigene in Honduras e proprio a lei ci siamo ispirati per costituire le nostre. La lotta in Honduras deve avanzare di più e con più forza. Se non facciamo nulla le compagnie commerciali si prenderanno fiumi e terre e non lasceranno in vita un solo albero.” Maria G. Di Rienzo

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Sulis bronzo - scoperta nel 1727

Sulis, bronzo originariamente coperto da lamine d’oro

Quest’anno il Solstizio d’Estate (oggi), il giorno più lungo dell’anno, coincide con la luna piena di giugno. L’ultima volta che ciò è accaduto era il 1948 e non accadrà di nuovo prima del 2054: suona speciale, che ne dite?

Il Solstizio d’Estate è essenzialmente una festa del sole e noi siamo abituate/i ad associare il sole a divinità maschili come da tradizione indoeuropea, ma storicamente l’umanità ha spesso dato all’astro nomi e poteri femminili: Amaterasu, la dea-sole giapponese (è il suo emblema, il sole nascente, quello che sta sulla bandiera del Giappone); Beiwe, la dea lappone ringraziata al Solstizio d’Estate per aver donato la luce necessaria a far crescere le piante; Hathor, la dea egiziana del cielo dipinta sempre assieme al disco solare; Olwen, dea-sole gallese il cui nome significa “ruota dorata”; Saule, dea lituana che percorre il cielo su un carro tirato da due cavalli dalle criniere d’oro, combattendo l’oscurità; Uelanuhi, dea-sole Cherokee che è la fonte di tutto il creato, avendo partorito l’universo e i corpi celesti: è sua responsabilità dividere il tempo in unità misurabili e, aiutata dalla Nonna Ragno e dalla sua tela, conservare il calore che serve all’umanità…

E poi c’è Sulis, detta “La Luminosa”. La sua iconografia è quella di una dea-sole: il suo nome – che ha un’etimologia complessa e svariati significati che si sovrappongono – potrebbe essere derivato dalla parola proto-celtica súil (occhio/sole), le sue sacerdotesse alimentavano un fuoco perpetuo e in suo onore si teneva la festa del Solstizio d’Estate, che successivamente diverrà una festa del fuoco il 1° maggio. Ma Sulis è anche la “Provveditrice di acque guaritrici”, associata strettamente alle fonti termali di Bath in uso sin dal neolitico (da almeno 10.000 anni) e i Celti, che arrivarono in Inghilterra nel 700 prima di Cristo, probabilmente la trovarono già insediata nel luogo sacro dalle acque fumanti, in cui i mortali potevano comunicare con l’aldilà e cercare l’aiuto della dea.

Il sole onorato nel momento in cui raggiunge, nel suo moto apparente lungo l’eclittica, il punto di declinazione massima e l’acqua della luna piena che lavorano insieme per guarire corpi e spiriti, creando una raffigurazione che incarna benedizione e profezia; la potenza della luce solare filtrata dalla potenza guaritrice delle acque: ecco perché penso a Sulis come all’immagine perfetta per questo Solstizio 2016.

bath

Aquae Sulis

Durante l’epoca romana le fonti di Bath furono chiamate “Aquae Sulis” e pur riconoscendo la dea in questo modo i romani – com’era loro consuetudine con le divinità altrui – la fusero con Minerva: Sulis divenne a questo punto la dea della città, dell’artigianato e dell’agricoltura. Tramite la sua associazione con Minerva acquisì il potere di garantire i giuramenti, acchiappare i ladri e trovare gli oggetti perduti. Nelle fonti (assieme a oltre 12.000 monete che coprono tutto il periodo romano) sono state ritrovate numerose “tavolette di maledizione”, in cui si chiede alla dea di punire i malfattori.

Io oggi le chiedo di benedire il viaggio di ciascuna/o di voi e il mio proprio verso la luce, la salute e l’interezza. Maria G. Di Rienzo

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Lee Anne e i gemelli

La signora che vedete nell’immagine, assieme ai suoi due figli più piccoli (ne ha quattro) è LeeAnne Walters, ha 37 anni e sino all’ottobre scorso viveva a Flint, nel Michigan – Usa. E’ la donna grazie alla quale il gravissimo caso di inquinamento da piombo del sistema idrico della città è venuto alla luce. Flint è uno dei posti più miserabili d’America: il 41% dei residenti vive in povertà e la maggioranza dei residenti, che sorpresa, è di colore.

Nell’aprile 2014, un manager incaricato dallo Stato effettua interventi per tagliare i “costi” della città e uno di essi è lo spostare l’approvvigionamento dell’acqua dal sistema idrico di Detroit al fiume Flint. I consiglieri comunali brindano con l’acqua alla decisione, ma i residenti sanno già che il fiume è inquinato: la General Motors l’ha usato per anni come discarica.

Quell’estate, ogni volta in cui LeeAnne fa il bagno ai gemelli i bambini si coprono di piccole bolle rosse. Tutti i membri della famiglia cominciano a perdere capelli e a LeeAnne cadono persino le ciglia. La figlia secondogenita, 14enne, è devastata dai dolori all’addome e più volte ricoverata in ospedale; i gemelli continuano a coprirsi di eruzioni cutanee e uno di essi, Gavin, ha smesso di crescere.

A novembre, dai rubinetti della casa esce solo acqua marrone e LeeAnne decide di ricorrere all’acqua in bottiglia per ogni necessità: una misura che pochi residenti di Flint possono economicamente permettersi.

LeeAnne guida le proteste dei suoi concittadini, che sciamano in consiglio comunale lamentando tutti i sintomi succitati più perdita di vista e di memoria, ma le loro domande cadono nel vuoto: per tutto il 2015 lo stato e l’amministrazione cittadina insisteranno a dire che l’acqua è “sicura”, sì ha un po’ di inquinanti ma basta che a fare attenzione siano anziani e bimbi, l’importante è non berla, “non berrete mica l’acqua del vostro bagno” ha la faccia tosta di scherzare uno dei manifesti affissi comunali affissi in città.

LeeAnne Walters non si arrende, coinvolge i medici, rende pubbliche le analisi del sangue dei suoi figli avvelenati dal piombo, crea i “Guerrieri dell’Acqua” e inscena proteste giornaliere fuori dal Municipio. Dapprima il Comune le manda una pompa da giardino, sostenendo che il problema sta nei “suoi tubi”. Il Governatore del Michigan Snyder e il Sindaco Dayne Walling, continuano a ripetere ai giornali che l’acqua è assolutamente sicura ma cedendo alle insistenze di LeeAnne quest’ultimo le manda infine a casa un impiegato a prendere l’acqua da esaminare: essa risulterà contenere piombo in dose 27 volte superiore a quanto consentito dall’Environmental Protection Agency (EPA). Dal Dipartimento comunale per l’Acqua le arriva pochi giorni dopo una telefonata in cui, con voce tremante, qualcuno le dice di tenere i bambini lontani da quel che esce dai rubinetti, ma LeeAnne dovrà coinvolgere direttamente l’EPA per sapere la verità sui risultati.

Senza Walters – ha detto Mona Hanna-Attisha la capo pediatra del Centro Medico di Flint – non saremmo andati da nessuna parte. Lei è il perno del movimento che si è formato.” La lunga esposizione a pesanti dosi di piombo, ha aggiunto, avrà effetti a lungo termine, fra cui irreversibili conseguenze neurologiche, sui bimbi dell’intera città. Hanna-Attisha ha scoperto che i bambini di Flint sotto i cinque anni con elevate dosi di piombo nel sangue sono raddoppiati – e in alcune aree addirittura triplicati: è come, ha detto in un’intervista alla CNN, avessero assunto ogni goccia d’acqua “bevendo con cannucce verniciate di piombo”.

Alla fine, la resistenza e la persistenza e l’intelligenza di queste donne hanno cominciato a dare frutti: la storia è sotto i riflettori dei media, le indagini ufficiali sono cominciate, una causa legale è stata intentata dai cittadini contro i responsabili e il Presidente Obama ha dichiarato lo stato d’emergenza per la città di Flint, permettendo alla città di accedere ai fondi federali per i soccorsi.

Come detto all’inizio, LeeAnne si è trasferita in Virginia con la sua famiglia, ma resta il perno della vicenda, di continuo coinvolta in incontri con attivisti, ambientalisti, tecnici e politici. Le altre madri di Flint si fidano di lei sola e a lei chiedono consiglio; una l’ha chiamata qualche giorno fa per sapere cosa fare: i test clinici su sua figlia quindicenne hanno rivelato che il fegato della ragazzina, grazie all’avvelenamento da piombo, di anni ne dimostra 75. Uno dei gemellini di LeeAnne, Gavin, a cinque anni pesa la metà del fratello e sbaglia parole che conosceva perfettamente a tre; all’altro gemello, Garrett, è stata diagnosticata l’ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività). La cosa più dura, dice la loro madre, è non sapere quali altri effetti si manifesteranno in futuro.

Julia Lurie di “Mother Jones” le ha chiesto come si sente, ora, ad avere attenzione a livello nazionale: è soddisfatta che la si stia finalmente ascoltando?

LeeAnne è rimasta qualche attimo in silenzio, poi è scoppiata in lacrime: “Ogni volta in cui ricevo una chiamata da un’altra madre il cui figlio è malato – ha risposto infine – non sembra una vittoria.” Maria G. Di Rienzo

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Lacrime di sirena

(“Mermaid Tears” di Stacey Crawford Murphy, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo. Stacey è sposata e ha un bambino, quando non produce poesie è una consulente indipendente sulla preparazione e scrittura di richieste di finanziamento.)

water room

LACRIME DI SIRENA

E se

le canzoni delle sirene

che si suppone dovessero spaventare i marinai

non fossero venute dal mare?

E se le potenti grida

fossero venute dalle gole nude di

donne in terraferma,

donne a casa propria nelle fattorie,

aggrappate al bordo del lavello della cucina,

o raggomitolate su una sponda del letto?

Dalle donne che vagavano per le spiagge nei loro scialli,

tutte lamentandosi,

in lutto

per le alghe ingarbugliate da tempo svanite

dalle loro teste accuratamente tosate?

Non sono mai state le sirene

a salare l’oceano con le loro lacrime.

Quel sapore,

a poco a poco,

è stato trasportato dai fiumi,

fuori dagli occhi di coloro che avrebbero voluto avere code.

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