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Quando nei giorni scorsi avete letto dello stupro di gruppo subito da una 15enne a Bari (cinque aggressori, un solo maggiorenne) vi siete chiesti chi ha spiegato a questi giovani maschi cos’è il sesso e come farlo? Io sì.

In primo luogo la pornografia.

Stante il facilissimo accesso a quella online essa è diventata una delle forme principali di “educazione sessuale” per le nuove generazioni. Quel che vedono e a cui si abituano è un contesto in cui non vi è consenso, rispetto o piacere reciproco, ne’ sicurezza. Lo scenario prevede maschi aggressivi totalmente in carico dell’iniziativa e dei suoi sviluppi, legittimati a usare i corpi delle donne in ogni modo loro aggradi coprendoli nel contempo di una valanga di insulti: schiaffi, pugni, calci, strangolamenti, penetrazioni così violente da causare lacerazioni ecc. sono ingredienti comuni della pornografia cosiddetta “mainstream”, cioè la maggioranza della pornografia prodotta e accessibile. Le donne che subiscono questi assalti recitano passività e/o godimento, di modo da indurre nello spettatore il concetto che alle “cagne” piace da morire essere umiliate, picchiate e “sfondate” sino a dover ricorrere alla chirurgia per ricostruire ani e vagine. Ad essere resa “erotica” è la violenza contro le donne, non c’è modo di girarci intorno blaterando che sono tutte fantasie – le donne che vedete brutalizzate nella pornografia sono reali e soffrono danni reali. Le ragazze e le donne con cui partner maschi vogliono copiare gli scenari suddetti anche.

In secondo luogo l’attitudine socio-culturale che il nostro paese riserva alle donne.

Qualsiasi età abbiano, dalla pupattola alla vecchietta; qualsiasi cosa facciano, dalla pulitrice alla ministra; qualsiasi opinione abbiano e rendano pubblica; qualsiasi talento mostrino; di qualsiasi vicenda siano protagoniste; stiano sul podio come vincitrici di medaglie olimpiche o in una cassa di legno perché ammazzate dal marito/fidanzato “geloso” – la narrazione comincia, finisce e ruota attorno alla loro appetibilità sessuale. Bella – bella – bella, scollature spacchi e tacchi, tanga e bikini, o brutta – brutta – brutta, aggettivo spesso meglio specificato come “non scopabile”.

In terzo luogo il reiterare nei confronti delle donne ogni stereotipo sessista ripescabile da un barile puzzolente vecchio migliaia di anni.

Magari i ragazzini si sentono moderni e trasgressivi a ripetere che le donne sono stupide e inferiori, forse credono di dire una gran novità (o addirittura una “verità scomoda”), ma si tratta di un assunto patriarcale più decrepito dei loro bisnonni, smentito costantemente dalla Storia e falso come le immagini create con Photoshop su cui si fanno le pippe.

In quarto luogo gli adulti maschi loro modelli di riferimento, che sono troppo spesso una manica di stronzi.

L’affascinante attore che picchia la moglie, il grande atleta che ammazza la compagna, i fratelli maggiori che maltrattano fidanzate e quando costoro diventano “ex” postano le loro foto di nudo su Facebook – per “vendetta”, dicono, ma è soprattutto il riconoscimento dei loro pari che desiderano: guardate che gnocca ho trombato, amici, adesso che non vuole darmela più io la getto a voi come carne andata a male a un branco di cani sbavanti.

Non è che scuola e famiglie offrano agli adolescenti molte alternative, lo so. Quello che mi stupisce è che, per esempio, parecchi dei loro genitori e parecchi di loro stessi sono pronti a dubitare di tutto quel (poco) che hanno imparato a scuola. Possono sostenere che l’Olocausto non è mai avvenuto, l’allunaggio nel 1969 nemmeno, i rettiliani e le sirene esistono e recitando delle sequenze numeriche o degli incantesimi in latinorum si guarisce da ogni tipo di malattia e si vincono lotterie… perché l’hanno visto su internet. L’unica cosa di cui non dubitano mai è questa: le donne sono tutte troie e si meritano ogni singola schifezza sia loro inflitta. Be’, non è che internet dica loro molto di diverso, vero?

Maria G. Di Rienzo

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missing

“Missing Children Europe” (“Bambini Scomparsi/Mancanti Europa”, da ora in sigla MCE) è una federazione che mette in rete 30 organizzazioni non governative con sedi in 26 paesi europei: “Forniamo i collegamenti fra la ricerca, le politiche e i gruppi che lavorano sul territorio per proteggere i bambini da ogni tipo di violenza, abuso o abbandono causati dal loro essere dispersi.”

Di recente, MCE ha pubblicato il rapporto annuale per il 2016, da cui traggo un po’ di “numeri”:

* 250.000 bambini spariscono ufficialmente (nel senso che la loro scomparsa è denunciata) ogni anno nell’Unione Europea, il che fa un bambino ogni due minuti. La definizione di scomparsi include quelli che fuggono di casa, quelli rapiti da un genitore o da criminali, i bambini migranti non accompagnati ecc.;

* 89.000 minori migranti non accompagnati hanno chiesto asilo all’interno dell’Unione Europea nel 2015. 11.800 di loro avevano meno di 14 anni;

* MCE ha ricevuto oltre un milione di chiamate da quando ha aperto la linea telefonica di soccorso al numero 116 000;

* Una bambina/un bambino su cinque, in Europa, è vittima di qualche forma di violenza sessuale. Dal 70% all’85% dei casi il perpetratore è qualcuno che la vittima conosce e di cui si fida;

* 2 milioni di bambine/i sono trafficati in Europa a scopo di sfruttamento sessuale ogni anno;

* Il 75% del materiale relativo all’abuso infantile trovato online dalla Internet Watch Foundation riguarda vittime di sesso femminile. L’81% delle vittime identificate ha meno di dieci anni.

* Le immagini di abuso infantile su internet sono in crescita e mentre le vittime sono sempre più giovani, i tipi di violenze che subiscono sono sempre più gravi.

Mi sono attenuta fin qui al linguaggio “neutro” della ricerca, ora faccio un’inutile domanda retorica da quella bastarda femminista che sono: di che sesso pensate siano, in strabordante maggioranza, i perpetratori?

Maria G. Di Rienzo

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laura

Laura Poitras (in immagine) è la regista che ha vinto l’Oscar con il documentario “Citizenfour” su Edward Snowden e ha denunciato il programma globale di spionaggio dell’Agenzia nazionale per la Sicurezza britannica. Negli ultimi sei anni ha lavorato a un film su Julian Assange (WikiLeaks), passando da semplice sostenitrice (dice di ammirarlo tuttora) all’essere ammessa al “cerchio interno” dell’organizzazione.

Adesso il film è pronto, il suo titolo è “Risk” – “Rischio”, ma Assange non vuole più che sia reso pubblico. Il fatto è che Poitras si rifiuta di tagliare le parti del documentario che riguardano le denunce per violenza sessuale presentate contro l’eroe della trasparenza. In uno di questi pezzi, Assange parla con la pari laburista Helena Kennedy QC di come maneggiare le accuse: lui dice che si tratta di una “cospirazione delle femministe radicali” e liquida come “lesbiche” le donne che lo hanno denunciato (il ragionamento sotteso è mooolto intelligente: se non ti piace essere assalita sessualmente da uno splendido toro da monta come lui è ovvio che non devi essere una “normale” donna eterosessuale, quelle vanno pazze per l’essere aggredite…).

Kennedy gli risponde che presentare la faccenda così non è utile. “Non in pubblico, no.”, conviene Assange. E poi spiega che è controproducente, per le donne, denunciare: “Arrivare davvero in tribunale sarebbe molto duro per queste donne… sarebbero denigrate da un largo segmento della popolazione mondiale. Penso non sia nel loro interesse procedere in tal modo.”

Infatti: è così che si chiudono le bocche alle donne vittime di violenza, facendo loro subire ulteriori insulti e disprezzo che le spingeranno ancora di più ai margini nelle società in cui vivono, suggerendo che mentono per antonomasia e che chi le sostiene e le aiuta (le femministe) sta in realtà ordendo vili cospirazioni. In altre parole, siamo tutte zoccole e false e streghe maligne dalla nascita, basta riconoscerlo e vivere una vita di pentimento e contrizione – tenendosi però umilmente a disposizione degli imprescindibili e non controllabili bisogni sessuali maschili: poi andremo a confessarci per l’aver provocato i nostri violentatori.

Il film mette in luce altri aspetti non proprio gradevoli del carattere di Assange e del modo in cui tratta le persone che lavorano con lui, ma è il suo odio per le donne a farlo crollare come individuo, ai miei occhi, in miserabili coriandoli. Maria G. Di Rienzo

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Jeanette Edwards, docente di Antropologia Sociale all’Università di Manchester (GB), ha di recente diretto una ricerca sugli aspetti etici della chirurgia plastica per conto del “Nuffield Council on Bioethics”, un’organizzazione indipendente che esamina e rende note questioni etiche in biologia e medicina: in oltre vent’anni di attività l’istituto ha raggiunto una reputazione internazionale per il modo in cui stimola i dibattiti che ruotano attorno alla bioetica.

Presentando i risultati della ricerca suddetta, la prof. Edwards ha detto: “Siamo rimasti sconcertati da alcune cose che abbiamo visto, incluse le applicazioni per cellulare e i giochi online che riguardano la chirurgia cosmetica e mirano a bambine che possono non avere più di nove anni. C’è un bombardamento giornaliero fatto tramite pubblicità e i canali dei social media come Facebook, Instagram e Snapchat che promuove incessantemente irrealistici e spesso discriminatori messaggi su come le persone, in special modo bambine e donne, “dovrebbero” apparire.”

I giochini (di cui vedete due immagini in questo pezzo) hanno nomi tipo “Principessa della chirurgia plastica”, “Piccolo dottore della pelle” e “Sistemami la faccia” – ove il verbo usato per quest’ultimo si riferisce usualmente a edifici o automobili, oggetti, e come sostantivo è il famoso “pimp” che si traduce con magnaccia”, “pappone”, ecc.

La narrativa che introduce i giochi è abominevole: “Ti diremo come mantenere bella la tua pelle e maneggiare ogni sorta di problemi delle pelle. Una faccia pulita gioca un ruolo molto importante nella bellezza. Ma a volte abbiamo brufoli, ferite, lentiggini e altri problemi della pelle.” Quest’ultimo “problema” sta attorno al mio naso e sulle mie braccia da tutta la vita ed è la prima volta che lo sento definire tale: le lentiggini, attestano la scienza e la medicina, NON SONO una malattia della pelle ma una particolarità genetica. (1)

Il messaggio è molto chiaro: se non rispondi agli standard arbitrari della bellezza femminile ideati per la soddisfazione maschile sei “malata”. Come mai ti sei ammalata? Be’, dev’essere colpa delle altre donne, possono essere davvero cattive, sai: “Aiuto! Le principesse sono state maledette da una strega malvagia! La strega le ha fatte diventare brutte! Solo tu puoi aiutarle! – questa manfrina urlata a punti esclamativi appartiene a “Principessa della chirurgia plastica” – Opera della fantastica chirurgia e dai alle principesse ciò che sognano. Viso, naso, occhi, labbra, fai ogni chirurgia plastica che riesci a immaginare!”

vomitevole

Prima che gli alfieri della “libertà di espressione” si agitino troppo, sarà utile sottolineare che il “Nuffield Council on Bioethics” non ha chiesto il bando delle schifezze illustrate sopra, ma ha chiesto ai loro produttori di condurre proprie ricerche e capire sino a che punto quel che fanno contribuisce a creare e mantenere ansia, depressione e bassa autostima relative all’immagine del corpo. Mark Henley, chirurgo plastico e membro del gruppo che ha effettuato la ricerca, ha detto al proposito: “Un bando su queste applicazioni ci starebbe, ma quel che vogliamo molto di più è che la società riconosca quanto sono rivoltanti.” In Gran Bretagna, il “telefono amico” nazionale per i bambini – collegato ai servizi sociali – ha ricevuto nel 2016 1.600 telefonate di bambine preoccupate di essere brutte: il 17% in più dell’anno precedente.

Maria G. Di Rienzo

(1) Da non confondere con le efelidi, che compaiono per l’esposizione al sole e poi spariscono, le lentiggini sono minuscole macchie cutanee permanenti, presenti nelle persone con carnagione molto chiara e/o capelli biondi o rossi.

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(“Research Report”, di Eunsong Kim, giovane poeta, saggista e femminista contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo.)

screen age

Rapporto sulla ricerca

Vivremo in un futuro riempito di foto di adolescenti nude.

Ogni ragazza crescerà con un giovane amore, un odioso voltafaccia

e una vita di meme su internet. Ogni ragazza comprenderà

il tradimento e la vergogna come nessun adulto ha fatto o potrebbe fare.

Con il passar del tempo, la pratica sarà estesa ai ragazzi e ad altri

e noi saremo in grado di cercare la nudità, la nudità di chiunque.

Ci saranno classifiche, ci saranno prodotti artistici dei fan, ci saranno

persecuzioni che condurranno a suicidi. Noi saremo tutti imbarazzati e ammaliati.

Alcuni di noi vivranno vite da completamente vestiti e si proteggeranno dal web.

Alcuni di noi vivranno incollati agli schermi, a guardare le proprie immagini adolescenti

di continuo e per sempre.

Perciò, in che modo dovremmo fare i nostri investimenti?

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(brano tratto da: “Why algorithms aren’t working for women”, una molto più lunga intervista a Liz Rush di Susan Cox per Feminist Current, 7 aprile 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Liz Rush, in immagine, è una femminista e un’ingegnera informatica.)

liz

Susan Cox (SC): Allora, cos’è esattamente un algoritmo?

Liz Rush (LR): Per dirla semplicemente, è una serie di regole o passi che devono essere fatti per calcolare o risolvere problemi al computer. E’ come una ricetta. Ci sono passi differenti che tu fai in un determinato ordine e quando hai finito, il piatto pronto è il risultato.

SC: Che effetto hanno gli algoritmi sulla società moderna?

LR: Gli algoritmi sono ovunque, ma sono per lo più invisibili a noi. Sono nel tuo feed di FB, in quel che vedi su Twitter, in ogni sorta di cose su Internet – persino nei motori di ricerca. Questo contesto con cui tu interagisci su base giornaliera è completamente informato da potenti algoritmi che apprendono meccanicamente. Quel che vedi è filtrato da algoritmi che sono stati personalizzati e modificati in base a quel che una compagnia commerciale o un programma pensano tu voglia vedere. Questo è un concetto che noi chiamiamo “la bolla filtro” e si riferisce agli algoritmi che interessano i confini di ciò che vediamo su Internet. Quando tu usi Google e cerchi un termine, non ti sono dati solo i migliori risultati che più si avvicinano a quel termine. Vengono presi in conto la cronologia delle tue ricerche, la tua relazione con le statistiche demografiche e le tue abitudini per gli acquisti online, e si prendono nel conto anche le persone che si trovano nella stessa città in cui tu fai la ricerca. Perciò, se tu e io cerchiamo la stessa cosa, avremo molto probabilmente risultati simili perché siamo interessate agli stessi argomenti, siamo entrambe donne bianche, siamo entrambe “millennial”, eccetera.

SC: Quindi i risultati non sono basati unicamente sul trovare il contenuto più rilevante e accurato in base ai termini di ricerca?

LR: Loro hanno un algoritmo che determina quali siti web saranno mostrati nei risultati della ricerca, basati sui contenuti di quei siti e da una varietà di altri fattori che determinano se loro pensano o no che corrispondano al tuo input. Ma i dati stanno diventando sempre più intrecciati con quelli personali tuoi e di altra gente. Per esempio, quando vedi la schermata di Google con i risultati è il momento in cui vedi un algoritmo che apprende meccanicamente: sta tentando di capire cosa stai cercando basandosi sulla tua storia e sulle storie di utenti simili a te. E se trovi quel che cercavi, cerca di capire se è corretto o no. Ma ovviamente puoi osservare come un algoritmo possa apprendere pregiudizi, tipo se cerchi “Perché le donne sono così…”. Molto spesso non ne risulta un’immagine lusinghiera delle donne, o delle persone di colore, o di una minoranza qualsiasi.

SC: Perciò il sessismo e il razzismo possono diventare incorporati nell’algoritmo stesso?

LR: La discussione sul fatto che un algoritmo possa essere sessista o razzista solleva un mucchio di opinioni roventi, perché la verità in materia è che quando scrivi un algoritmo scrivi una ricetta: e in se stessa non è necessariamente razzista o sessista o classista. Ma, quando l’algoritmo apprende da un feedback pieno di pregiudizi, o usa dati iniziali che sono allo stesso modo pieni di pregiudizi, allora il razzismo o il sessismo diventano parte dei risultati. Se per esempio cerchi lavori online per donne, troverai lavori meno pagati di quelli che troveresti per gli uomini. Questo schema è stato confermato più volte. Per cui, la questione centrale degli algoritmi è: al di là delle intenzioni della persona che scrive l’algoritmo, se il disegno di quest’ultimo permette all’auto-rinforzamento del pregiudizio di continuare – di propagarsi – allora i risultati avranno quella determinata intenzione, se non corretti.

SC: Noi spesso guardiamo alla tecnologia come a qualcosa di neutro rispetto ai valori – solo freddo e duro calcolo. Non pensiamo che Google abbia dei contenuti perché si suppone si tratti di un mero riflesso di una parola online. Tu stai dicendo che Google ha invece un ruolo attivo e significativo nel dare forma a quel che vediamo online?

LR: Assolutamente sì. Tu senti la parola “algoritmo” e pensi alla matematica, alla scienza, ai computer. E credi che i computer siano “neutri” perché in fondo sono solo “zero e uno”. Ma la realtà è che sono persone a disegnare questi sistemi e fanno delle scelte etiche su come i sistemi dovrebbero funzionare. Un esempio sono gli algoritmi nei nostri dispositivi medici. C’è un algoritmo nei pacemaker che aiuta a determinare il tuo battito cardiaco. Ma i pacemaker sono stati progettati, originariamente, solo per gli uomini: erano troppo grandi per stare nel petto di una donna in moltissimi casi. Perciò, se l’algoritmo che determina quando il tuo cuore deve battere non è stato disegnato per il tuo corpo, quell’algoritmo avrà un impatto su di te.

google algoritmi

SC: Perché quando faccio una ricerca su Google relativa alle donne i risultati sono così pornificati? In special modo considerando che Google sta tenendo in conto la cronologia delle mie ricerche e i miei interessi? Io non ho mai cercato video porno o altre cose del genere.

LR: Sì. E’ proprio stressante. Quando cerchi la parola “donna”, la ricerca non si basa solo sui tuoi dati. Loro sanno che la stragrande maggioranza degli utenti che cercano la parola “donna” seguiranno link che portano alla pornografia.

SC: Molti risultati della ricerca di immagini per qualsiasi cosa riferita alle femmine sono, di base, pornografia soft. E anche se usi l’opzione “ricerca sicura” essa non ha alcun effetto su questo, neppure nel caso dei bambini quando cerchi il termine “ragazza” o “bambina”.

LR: E’ orrendo. Come adulti, noi possiamo razionalizzare la situazione e dire: “Okay, lo so che la pornografia è un enorme motore per Internet e tutte queste tecnologie.” Ma se sei una 12enne che usa Internet per la prima volta, tentando di trovare un videogame su Nancy Drew, le possibilità che tu veda accidentalmente pornografia sono estremamente alte, perché gli algoritmi hanno questo processo incorporato del tentare di ottimizzare gli utenti che seguono i link dei risultati, così come gli annunci pubblicitari. E la pornografia è un grande fattore chiave per gli affari.

SC: C’è il fatto che le compagnie commerciali guadagnano direttamente grazie agli algoritmi che promuovono sessismo e razzismo. Per esempio, di recente un gruppo di maschi ha stuprato una ragazzina di 15 anni e ha mandato la cosa in diretta su Facebook Live. Come accade per tutti i contenuti di FB, c’erano pubblicità sul sito, proprio accanto al video. Significa che FB stava traendo profitto dallo stupro.

LR: Si difendono dicendo che non controllano i contenuti, e questo è vero. Nessuno ha controllato e detto “Sì, questo video dovrebbe essere condiviso”. Ma, in effetti, è stata una decisione presa da un algoritmo, quella che il video apparisse nei feed di altri utenti: e più gente ci clicca sopra, più apparirà nei feed di altre persone, e in questo modo abbiamo l’effetto virale. E chiunque lo guardi vede le pubblicità, così la compagnia ne beneficia.

C’è un’ossessione per l’ottimizzazione negli algoritmi: alcuni sono così altamente ottimizzati che non c’è modo di uscire dal ciclo continuo del feedback. Prendendo ad esempio lo stupro diffuso in diretta, se una donna lo vede e lo riporta a FB e ci sono altri trenta uomini che in quello stesso momento lo stanno guardando e condividendo, l’algoritmo valuterà l’attività dei trenta uomini. Quando lo scopo commerciale è tenerti agganciato a un contenuto, c’è un inerente conflitto di interessi fra lo scopo e l’assicurarsi che il contenuto sia appropriato.

SC: Se qualcuno avesse salvato il video dello stupro diffuso in diretta su Facebook Live e lo avesse caricato da qualche altra parte, allora si troverebbe nei risultati delle ricerche su Google, e anche quest’ultimo ne profitterebbe?

LR: Sì: di base, starebbe su Internet per sempre. Immagini e video sono rispecchiati automaticamente sui server in giro per il mondo. Non è che ci sia un solo sito web e che tu puoi dire “per favore, togli questa roba” e la roba sparisce. La conversazione si complica, poi, perché molte organizzazioni che lottano per i diritti alla privacy su Internet sono finanziate da ditte che producono pornografia. Per esempio Porn Hub e YouPorn dichiarano di star lottando per la tua privacy online, implicando che nessuno dovrebbe venire a sapere che tipo di pornografia cerchi o guardi. E’ una strategia che usano per apparire sul lato etico della tecnologia e allinearsi alla sinistra, ai progressisti e al discorso sulla libertà di parola. Ma fanno questo, anche, per assicurarsi che noi si sia meno inclini a discutere di istanze importanti che riguardano l’etica della pornografia su Internet.

SC: E la quindicenne dello stupro in diretta su FB? Che ne è della sua privacy? Lei sembra scomparire quando gli algoritmi sono ottimizzati per promuovere la pornografia e la conversazione è centrata sulla privacy e la libertà di chi la pornografia la usa.

LR: La sua privacy scompare e c’è di più: quando una storia come questa viene alla luce, le ricerche su di essa sono spinte al massimo, il che traumatizza di nuovo le vittime.

SC: E più ci sono ricerche di un determinato contenuto, come lo stupro della ragazzina, questo significa che l’algoritmo apprenderà a promuoverlo ancora di più nei risultati delle ricerche, giusto?

LR: Giusto.

SC: Cosa possiamo fare per smettere di abbandonare a se stesse queste vittime?

LR: Cominciamo con il non vittimizzarle ulteriormente nelle tecnologie in espansione. Per esempio, gli algoritmi di riconoscimento facciale e i database relativo stanno diventando motivi di preoccupazione. L’attuale dibattito al proposito si concentra per lo più sulla criminalità e il diritto alla protesta. Per cui l’argomento sta diventando una tendenza dominante nelle discussioni, per una buona ragione e cioè che siamo preoccupati per la privacy e il diritto di associarsi liberamente.

Ma la macroscopica omissione in questa conversazione è l’impatto di tale tecnologia sulla pornografia e sulla cultura. Abbiamo due fronti di cui preoccuparci:

1) che il software per il riconoscimento facciale sia usato sulle vittime della pornografia per identificarle. In passato una donna poteva trovare una sua foto intima pubblicata senza il suo consenso, ma in modo anonimo. Con gli algoritmi per il riconoscimento facciale, sta diventando sempre più possibile identificarle qualcuno in un’immagine;

2) ho lavorato per una compagnia commerciale dove, all’epoca, ero l’unica impiegata di sesso femminile. E il nostro presidente era terribilmente esaltato all’idea di creare un’applicazione che avrebbe cercato pornostar basandosi su un’immagine che tu avresti fornito, tipo quella di un’amica, di una collega, di una sorella che un algoritmo avrebbe tentato di far combaciare con il database delle immagini delle pornostar. E nonostante io abbia detto: “Non dovremmo creare un’applicazione simile per nessun motivo.” la mia voce non è stata presa sul serio. C’è voluto che un altro maschio che lavorava là dicesse “Assolutamente no.” perché le mie preoccupazioni fossero ascoltate. Come usiamo la tecnologia è sempre una scelta.

SC: Le poste in gioco mi sembrano molto alte. Mi pare che stiamo parlando di seri pericoli per la privacy e la sicurezza delle donne.

LR: E’ così. Anche se tu usi precauzioni relative alla sicurezza online, i servizi che usi creano dati e questi dati possono essere utilizzati per identificarti: i tuoi network, con chi sei connessa online e come interagisci con tutto ciò.

SC: Ciò può essere pericoloso in special modo per una donna che sta tentando di sfuggire a molestie, a uno stalker, a un ex partner violento, giusto?

LR: Esattamente. Nel mondo della sicurezza, lo chiamano il “modello minaccia dell’ex fidanzato”. Quando pensiamo alla sicurezza online ci vengono in mente hacker e grandi agenzie governative. Ma la verità è che la più grande minaccia alla sicurezza online non è un hacker, ma qualcuno che conosci, come un ex partner o un violento. Questa è una minaccia che è stata presa seriamente da chi disegna sistemi di sicurezza, ma non dalla comunità che disegna algoritmi. Di recente ciò è venuto alla luce quando una giornalista, Ashley Feinberg, è stata in grado di rintracciare gli account Instagram e Twitter del direttore dell’FBI James Comey: lo ha fatto basandosi su chi lui seguiva e interagendo con le applicazioni.

Ciò significa che anche se hai bloccato lo stalker sull’applicazione, lui può eventualmente connettere i punti per identificarti tramite i dati di raccomandazioni e connessioni accessibili senza il tuo consenso negli algoritmi. Se ci pensi, uno dell’FBI dovrebbe avere tutte le risorse a disposizione per l’Internet più sicuro che ci sia, ma persino uno così è stato tracciabile. Pensa a che significa per una donna che sta solo cercando di distanziarsi da un ex che abusava di lei.

SC: Grazie per aver condiviso la tua opinione da esperta. C’è qualcosa che le donne possono fare per proteggere se stesse?

LR: Non voglio alimentare paure su Internet, tuttavia raccomando a tutte di osservare le basi per la sicurezza personale:

https://hackblossom.org/cybersecurity/

Ma il vero modo di cominciare a cambiare questa tecnologia è assicurarsi che noi tutte si sia coinvolte. Significa avere più conversazioni al proposito, imparare di più e prendere davvero sul serio il fatto che la tecnologia che usi ha impatto su di te e sul mondo attorno a te.

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Little Red di Beatriz M. Vidal

Tanto per ripeterci: c’è una relazione diretta fra l’oggettivazione sessuale delle ragazze / bambine e le aggressioni dirette contro di esse. L’ultima conferma viene da una ricerca dell’Università del Kent pubblicata nel gennaio scorso: Eduardo A. Vasquez, Kolawole Osinnowo, Afroditi Pina, Louisa Ball, Cheyra Bell. “The sexual objectification of girls and aggression towards them in gang and non-gang affiliated youth.” Psychology, Crime & Law, 2017.

Dal sommario: “I risultati sono congruenti con l’affermazione che, fra altri effetti negativi, la percezione delle donne come null’altro che oggetti sessuali evoca aggressioni nei loro confronti. La ricerca ha anche dimostrato che il sessismo nei media è collegato direttamente sia all’oggettivazione sessuale delle ragazze sia agli assalti contro di esse. Il collegamento oggettivazione – aggressione si manifesta nei comportamenti già all’inizio dell’adolescenza e c’è la consistente possibilità, dato il rinforzo che riceve nel corso degli anni, che diventi maggiormente forte e difficile da cambiare”.

Il rinforzo consiste nel trattamento riservato alle donne da una cultura sessista e misogina: immagini sessualmente oggettivate di donne, adolescenti e bambine possono essere regolarmente viste su ogni tipo di media e in ogni tipo di pubblicità. Fanno persino parte dei programmi televisivi, dei film, dei video musicali ecc. diretti specificatamente alle / agli adolescenti; in questo modo le ragazze imparano a pensare ai loro corpi come oggetti del desiderio di altri e a trattarli da tali, i ragazzi imparano a pensare alle ragazze come a “cose” che esistono per il loro utilizzo e la loro gratificazione.

E’ questo lo scenario che sta dietro alla notizia pubblicata da alcuni quotidiani il 4 marzo 2017: “Ricattata a 12 anni con le foto osé: i compagni le pubblicano su Instagram ma non sono imputabili”. Ma è uno scenario che nella narrazione giornalistica svanisce, nonostante l’accenno alle “pose provocanti” mimate dalla ragazzina su quel che “aveva visto fare in televisione”.

Il focus è sul suo comportamento – ingenua, innamorata “come solo a 12 anni si può essere”, si è messa davanti allo specchio con il telefonino perché voleva “accontentare il suo fidanzatino” e “tenerlo legato a lei per sempre”. Poverina, sembra dire tale quadro, non sapeva che i maschi sono inafferrabili come il vento, sono api impollinatrici che vagano da un fiore all’altro e per “natura” hanno assoluto bisogno di schiacciare nel fango le femmine che dicono di amare. Quest’ultima non è una metafora: dopo aver pubblicato le immagini su internet, il “fidanzatino” e i suoi amici ricattano la ragazzina con la minaccia di mandarle ai genitori di lei e perciò la 12enne si sottopone a torture pubbliche nei giardinetti, dove deve leccare i piedi a questo branco di stronzetti/e (ci sono anche due sue coetanee) o mettere il viso nelle pozzanghere.

“Prima era ammirata e invidiata da tutte le sue compagne – assicura uno degli articoli al proposito – e all’improvviso è diventata lo zimbello dell’intero istituto.” Lasciando perdere il “tutte”, una generalizzazione a cui non credo, per cosa l’articolista pensa fosse ammirata e invidiata? Perché aveva l’attenzione del “figo” della scuola e avere l’attenzione di un uomo è il principale e solo traguardo a cui una donna deve tendere, con tutto quel che ha e sa, con ogni mezzo necessario (direbbe Malcom X), a qualsiasi costo. Per questa ragazzina il costo è stato altissimo ed è andato vicino a prendersi la sua stessa vita: faccio schifo, non valgo nulla, mi sento brutta, voglio ammazzarmi scriveva sui bigliettini che poi nascondeva nel cuscino. Per fortuna si è confidata con un’amica più grande che l’ha convinta a raccontare la vicenda alla madre e poi alla polizia e così si conclude l’articolo succitato: “Partono le indagini, i tre bulli vengono facilmente identificati e ascoltati. Al comando arrivano anche le loro famiglie, disperate, ma i ragazzi hanno meno di 14 anni e per la legge non sono imputabili. I loro nominativi sono stati segnalati ai servizi sociali e adesso dovranno cominciare un percorso di recupero, ma la cosa più importante è che L., che nel frattempo ha cambiato scuola, ha ricominciato a vivere la sua vita. Il profilo di Instagram è stato oscurato, i suoi voti sono tornati a salire e quelle foto sono solo un brutto ricordo che, prima o poi, sparirà per sempre. Ma ci vorrà ancora del tempo.”

Come no. Tradita, umiliata, tormentata, costretta poiché vittima di violenza a cambiare lei scuola – mentre sono certa che i bulli maschi e le bulle-serve femmine sono ancora tutti/e là… ogni ferita diventerà una sbiadita cicatrice, basta lasciar passare il tempo. Ma le cicatrici di ingiurie così profonde non scompaiono. Infatti, la società che sta attorno alla ragazzina continuerà a insegnarle che essere sexy per lo sguardo maschile è molto più importante dei suoi desideri, della sua salute, della sua soddisfazione, del suo benessere, dei suoi risultati scolastici, delle sue passioni e delle sue competenze. Quel che è peggio, continuerà a insegnarlo al suo “fidanzatino” e a centinaia di migliaia di altri “fidanzatini” e altre ragazze. E’ troppo presto, signor giornalista, per finire una brutta fiaba con “e tutti vissero felici e contenti.” Maria G. Di Rienzo

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