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Posts Tagged ‘attivismo’

(brano tratto da: “Higui will be liberated by all of us together”, di Gabriela De Cicco per Awid, 19 giugno 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

higui

La 43enne Eva Analía de Jesús (in immagine, ndt.), chiamata Higui da familiari e amici, è una lesbica visibile che lavora abitualmente come giardiniera e pulitrice, e passa il suo tempo libero giocando a calcio, la sua grande passione.

Il 16 ottobre 2016 fu assalita da una gang di dieci uomini appena uscita dalla casa della propria famiglia a San Miguel, nella provincia di Buenos Aires, Argentina. Gridando: “Sei una lesbica, sei una puttana. Ti farò sentire come una donna. Ti impaleremo, lesbica.”, gli uomini l’hanno picchiata sino a farle perdere i sensi. Prima di svenire, difendendosi dal tentato stupro, Eva ha ferito uno dei suoi aggressori, a cui la ferita è stata fatale.

Higui ha subito un tentativo di “stupro correttivo” perché è lesbica, un tentato omicidio per la stessa ragione e ha esercitato il suo diritto all’autodifesa, come ha dichiarato la sua avvocata Raquel Hermida: i suoi aggressori sono tutti a piede libero, mentre lei ha passato 240 giorni in galera. Il 12 giugno è stata rilasciata in attesa di processo.

In Argentina c’è un femicidio ogni 18 ore, ma i colpevoli restano liberi e le indagini sono spesso portate avanti in modo inaccurato. Il governo nazionale desidera allo stesso tempo rimuovere e calpestare ogni cosa relativa ai diritti umani. Il sistema penale argentino è uno degli spazi segnati dal patriarcato e dalla supremazia maschile dove lesbiche, persone transessuali e donne devono lottare per vedere i loro diritti riconosciuti e rispettati. In tale sistema le dichiarazioni di una lesbica povera (come Higui, ndt.) non hanno alcun valore.

La sua voce e le esperienze che attraversa sono zittite e qualche volta cancellate del tutto, così da non essere udite. La storia di Higui si è diffusa perché, mentre era in prigione, ha incontrato la visitatrice di una seconda prigioniera, che ha portato la sua storia all’esterno: Higui era a stento conscia quando è stata portata alla centrale di polizia, era stata incarcerata senza che le si offrisse assistenza medica di alcun tipo, ed era stata accusata di omicidio.

Le fotografie del suo corpo martoriato, prese il giorno dopo l’aggressione, e la sua storia hanno cominciato a fare rapidamente il giro dei social media e le attiviste lesbiche hanno agito con immediatezza. Si è formato un Comitato Giustizia per Higui in cui sua madre e le sue sorelle hanno collaborato con le lesbiche e i movimenti per la giustizia sociale. Il Comitato e il Fronte per la libertà e l’assoluzione di Higui (creato da una maggioranza di organizzazioni femministe e lesbiche) hanno organizzato un’enorme protesta nazionale per chiedere il suo rilascio. Anche l’ultima dimostrazione di massa di #NiUnaMenos in Argentina ha sollevato il caso e lo ha diffuso all’estero.

Il grido è stato così forte, l’alleanza fra lesbiche e femministe così potente, che il 12 giugno 2017 Higui è stata fatta uscire di prigione. Il lavoro per la sua assoluzione è già cominciato, perché con l’accusa di omicidio rischia dagli 8 ai 25 anni di galera.

Questo è stato un trionfo del sapersi organizzare, dell’andare frontalmente contro l’eteropatriarcato, perché, come diciamo sempre quando ci incontriamo e manifestiamo: “Higui la libereremo noi tutte insieme.”

higui la liberiamo

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le nonne protestano

Forse pensavano che piazzandolo in un villaggio agricolo con poco più di 80 residenti non avrebbero incontrato alcuna resistenza: sto parlando del THAAD – Terminal High Altitude Area Defense, una sistema antimissilistico messo a punto contro gli Scud nel lontano 1991, durante la guerra del Golfo, che oggi ha ovviamente un’efficacia limitata. Tuttavia, ogni THAAD costa 800 milioni di dollari e la sua costruzione, in carico alla Lockheed Martin Space Systems, prevede subappalti a ditte come Aerojet, BAE Systems, Boeing, Honeywell, MiltonCAT, Oliver Capital Consortium, Raytheon, Rocketdyne… bisognerà pure far funzionare l’economia statunitense: facendolo pagare ai governi “alleati”, ovviamente.

Così, la decisione di installare il sistema a Soseong-ri in Corea del Sud, presa dalla deposta Presidente precedente, è oggi avallata dal Presidente in carica (che durante la campagna elettorale aveva detto al proposito di avere tutt’altra intenzione). L’unico fattore che nessuno aveva preso in considerazione studiando il progetto sono le vecchiette. Non sono tante, sapete, una dozzina circa. Hanno dai 60 agli oltre 80 anni e bloccano l’unica strada che porta all’area dell’installazione 24 ore su 24, costringendo l’esercito Usa a trasportare in loco i materiali tramite elicotteri.

soseong-ri

Affrontano la polizia faccia a faccia. Agitano ombrelli e bastoni da passeggio contro gli elicotteri che passano sulle loro teste, urlando loro di andarsene. Sono pronte, dicono, a continuare la lotta ad oltranza. Sono delle feroci comunarde altamente politicizzate? No, vogliono la tranquillità che avevano prima, e che considerano giustamente un loro diritto.

“Non posso dormire. – racconta ai giornalisti l’87enne Na Wi-bun, che vive a un chilometro dall’installazione – Prendo sonniferi, ma riesco a dormire solo due ore. Il rumore del generatore non si ferma mai.”

“Prima, di giorno eravamo nei campi e negli orti e la sera andavamo al centro civico comunale dove noi nonne passavamo il tempo insieme. – conferma l’81enne Do Geum-ryeon – Ora per noi non esistono più giorno e notte.” Lo scorso aprile la polizia ha malmenano quest’anziana, mentre con altre cercava di contrastare il passaggio dei camion militari statunitensi attraverso il villaggio. I lividi non l’hanno dissuasa: “Anche con il mio ultimo respiro intendo dire a queste persone che il THAAD devono portarselo via.”

“Sì, se ne deve andare. – dice la 67enne Kim Jeom-sook, una coltivatrice di meloni il cui nonno morì nella guerra di Corea (1950-1953) – A volte guardo in alto e sono terrorizzata all’idea che quelle casse appese agli elicotteri ci cadano in testa. Inoltre, il sistema non serve a niente: se la Corea del Nord volesse bombardarci potrebbe colpire ovunque e creare un mare di fuoco.”

Pace, ripetono instancabili le vecchiette. Pace nel nostro villaggio e pace fra le Coree e pace nel mondo intero. Maria G. Di Rienzo

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cosima 1 e 2

Cosima Herter (a destra nell’immagine) è la persona reale a cui si ispira il personaggio di Cosima (Tatiana Maslany, a sinistra) nello sceneggiato Orphan Black, nonché consulente scientifica di quest’ultimo. Quest’anno, i titoli della quinta e ultima stagione delle serie Cosima Herter li ha scelti a partire da una poesia di Ella Wheeler Wilcox (1850 – 1919), “Protest” – “Protesta”.

Il 10 giugno u.s., in un lungo e appassionato articolo per il sito ufficiale della rete televisiva BBC America, ha spiegato il perché. Dopo aver raccontato che ogni volta in cui come scrittrice prova scarsa di fiducia in se stessa o mancanza di ispirazione si rivolge abitualmente alla poesia e che quella citata in particolare la commuove da quando era adolescente, Cosima Herter dice:

“Sentivo che, per la stagione conclusiva di Orphan Black, i titoli dovevano essere meno specificatamente scientifici o teorici (…) ma inclusivi di alcuni dei temi più importanti – almeno per me – che fanno da sottotesto all’intero show: l’autonomia corporea, l’avere una propria agenda politica e personale, la resistenza continuata all’oppressione e all’autorità ideologica, il coraggio, la speranza e il cambiamento. (…)

Io sono stata la prima e l’unica figlia della mia famiglia a essere nata in Canada. I miei genitori, nati in America e figli loro stessi di immigrati della classe lavoratrice, si trasferirono in Canada come obiettori di coscienza poco prima che mia madre mi mettesse al mondo nel 1970. Mi è stato insegnato a mettere in discussione l’autorità, sono stata guidata a pensare in modo critico, spinta ad aprire cuore e mente a idee che stavano fuori dal convenzionale e generalizzato sistema educativo. “Volevo qualcosa di meglio per i miei figli.”, mi diceva spesso mia madre, ora deceduta. Si lamentava del fatto che avrebbe voluto altri bambini “Ma tu, Cosima, sei stata l’ultima.” Mi raccontò che io ero nata con un parto cesareo e che mentre lei era anestetizzata era stata sterilizzata senza che ne fosse consapevole o che avesse dato il proprio consenso. Quando fu conscia di cos’era accaduto, la spiegazione che le diedero fu che aveva “già troppi bambini e a stento poteva dar loro sostentamento nelle sue condizioni” (economiche, ndt.) Io ero la quarta figlia. Nonostante la faccenda fosse illegale, mia madre ebbe la sensazione di non potersi opporre, che non vi fosse luogo ove presentare una lamentela e nessuno a cui appellarsi per avere aiuto. Non poteva protestare.

La donna con cui vivo è immigrata in Canada da bambina; l’inglese è la sua seconda lingua e proviene da una fede con una lunga e violenta storia di persecuzione. (…) Abbiamo passato più di una notte tentando di riconciliare le storie delle nostre famiglie con i nostri attuali privilegi dell’avere la possibilità di vivere in un luogo relativamente sicuro, dell’avere il diritto civile di amare una compagna che abbiamo scelto, dell’avere autonomia corporea, diritto di voto, di possedere cose, di accedere all’istruzione, di essere donne indipendenti, di riunirci in dimostrazioni pubbliche contro la tirannia e l’avidità.

Questi sono privilegi nati dalle schiene di coloro che hanno protestato prima di noi – e di quelli che continuano a protestare – che si sono riuniti in dimostrazioni e ancora si riuniscono sotto la minaccia del carcere e della morte, che si sono sollevati insieme nel convincimento che la protesta è importante, che hanno rifiutato di rimanere in silenzio, che hanno osato parlare contro le ingiustizie.

“La protesta – mi ha sussurrato una sera (la donna di cui sopra, ndt.) non riguarda semplicemente il presente. La protesta riguarda l’avere fiducia in un futuro diverso, meno oppressivo, che dev’essere ancora immaginato.” E’ la ragione per cui lei e io abbiamo le opportunità che abbiamo. E’ la ragione per cui lei e io ci uniamo a manifestazioni pubbliche per lottare al fianco delle nostre sorelle e fratelli. E’ la voce della nostra angoscia e la voce della nostra speranza. La protesta non è solo il tentativo di frantumare le strutture esistenti di diseguaglianza, ma la perseveranza verso un futuro differente.” Maria G. Di Rienzo

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Esattamente un mese fa, il 7 maggio, in Messico un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella casa di Miriam Elizabeth Rodriguez Martinez (in immagine qui sotto) e l’ha uccisa.

miriam elizabeth

Miriam era molto nota come attivista dedita alla ricerca delle persone “scomparse” nello stato messicano di Tamaulipas. Aveva cominciato questo lavoro nel 2014, quando a “scomparire” era stata sua figlia: Miriam riuscì a ritrovarne i resti nella città di San Fernando.

A molti chilometri di distanza, sempre il 7 maggio, in Nicaragua la polizia ha arrestato Aydil del Carmen Urbina Noguer (in immagine dopo questo paragrafo) mentre era assieme alla figlia 16enne e l’ha pestata per bene. L’arresto e la successiva detenzione di oltre due giorni e mezzo erano illegali. Durante questo periodo di 64 ore le sono state negate le cure mediche di cui aveva bisogno dopo la battitura, l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari e l’assistenza legale. Aydil è un’avvocata e un’attivista per i diritti umani.

aydil

I brani seguenti sono tratti da “Rethinking Activists’ Safety at a Time of Escalating Risk”, di Adelaide Mazwarira e Alexa Bradley per Jass, 31 maggio 2017:

“In tutto il mondo, le donne attiviste sono sempre più a rischio, minacciate, aggredite e persino uccise perché osano opporsi a potenti interessi, siano essi di stato o di istituzioni private come le compagnie economiche transnazionali o di cartelli della droga. Poiché queste donne stanno lavorando per proteggere diritti umani, giustizia economica, la loro terra, acqua, territori e la democrazia stessa molti le chiamano “difensore dei diritti umani” o semplicemente “difensore”. Per il loro coraggio e la loro capacità di guida queste donne devono fronteggiare attacchi nelle strade, criminalizzazione e stigmatizzazione nei tribunali e sui media, e a volte rigetto e abuso nelle loro stesse comunità e case per essere andate oltre le tradizionali norme di genere. (…)

Una varietà di tendenze e dinamiche di potere stanno convergendo in ciò che molti indicano come “lo spazio in via di restringimento per la società civile”. I governi stanno sempre di più usando la retorica della sicurezza nazionale e la minaccia del terrorismo per limitare la partecipazione dei cittadini e reprimere il dissenso. E una serie di “poteri ombra”, entità non statali incluse le corporazioni, i gruppi religiosi fondamentalisti, i narco-trafficanti, che una volta erano dietro le quinte, ora stanno avendo un’influenza crescente nei settori del potere formali in cui i governi prendono le decisioni e in cui si formano le leggi, e rivendicano i loro interessi senza ostacolo alcuno, anche quando detti interessi comportano l’uso della violenza. E dominano lo spazio pubblico e i media promuovendo narrazioni favorevoli ai loro interessi. Manipolando norme sociali, idee e credenze fra cui quelle relative a razza, classe, etnia e genere, costoro sono in grado di screditare il lavoro delle difensore (e dei movimenti sociali) etichettandole come “terroriste”, “ostacoli allo sviluppo”, “passatiste”, “distruttrici delle famiglie” per legittimare e di fatto normalizzare la violenza, la diseguaglianza e la repressione. Sebbene i contesti differiscano, la convergenza del capitalismo estrattivo (la corsa al controllo e allo sfruttamento delle risorse), del militarismo (guerra al terrore, guerra alle droghe) e dei fondamentalismi (forze conservatrici all’interno di religioni, culture e tradizioni) è diventata il fertile terreno su cui violenza e repressione aumentano.” Il documento continua attestando che ai consueti mezzi della repressione per le donne si aggiungono quelli correlati al genere – assalto sessuale e stupro.

Per cui: ogni volta in cui le donne promuovono iniziative politiche e sociali eccetera smettete per favore di chiedere “cosa c’entra il femminismo”, il femminismo è questo; ogni volta in cui una donna viene ammazzata per quello che è (femmina) e per quello che fa (attivismo) smettete per favore di fare i finti tonti e gli stronzi puri e semplici chiedendo “cos’è il femminicidio”, perché molte di queste donne muoiono per salvare anche i vostri culi. Maria G. Di Rienzo

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Ogni anno, alla scuola Ethical Culture Fieldston di Riverdale, New York, l’insegnante di arte Nancy Fried propone ai suoi studenti della classe di scultura di creare abiti “sostenibili” senza usare stoffa: i risultati sono poi esposti al pubblico di genitori, parenti e amici durante una sfilata.

Le giovani menti sino ad ora avevano usato – benissimo – di tutto e di più: dalla carta di caramelle ai segnalibri, dai giornali usati alle lattine gettate via. Ma quest’anno Karolina Montes e Zoë Balestri hanno superato ogni aspettativa.

le due studenti

I vestiti che indossano nell’immagine qui sopra sono fatti di volantini e preservativi di Planned Parenthood (“Genitorialità pianificata”) associazione che, sostenendo la salute riproduttiva delle donne e sostenendo le loro decisioni in merito, è sgradita all’attuale amministrazione statunitense: infatti le ha tagliato i fondi pubblici.

Gli abiti creati da Karolina e Zoë sono in pratica un manifesto sul diritto alla contraccezione e all’interruzione di gravidanza, sulla necessità dell’educazione sessuale e persino di un’industria della moda che risponda a principi etici. Giovani femministe crescono, alleluia!

Maria G. Di Rienzo

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Rachana Sunar

Rachana Sunar, 22enne – in immagine qui sopra – vive in un villaggio del Nepal occidentale. La sua missione è mettere fine ai matrimoni di bambine. Sfuggita per un pelo a un destino simile, priva di risorse che non siano la sua volontà e la sua passione, la giovane donna va di porta in porta a diffondere il suo messaggio, organizza incontri, impedisce i matrimoni intervenendo di persona o chiamando la polizia (i matrimoni di minori sono illegali, nel suo paese, dal 1963). Come potete intuire, Rachana non si è scelta un compito facile: il 37% delle sue simili, in Nepal, sono già mogli prima dei 18 anni e molti uomini sono seccati dal vedersi sottrarre le bambine-spose da sotto il naso, al punto che mentre la CBS stava girando un documentario sulla storia di Rachana una folla di scalmanati si è minacciosamente presentata a casa sua. Ma ciò non ha spostato di una virgola la sua attitudine: “Se una ragazza ascolta la mia storia, di come ho iniziato il mio viaggio, almeno le sto dando speranza. – ha spiegato – Sì, c’è gente a cui non piace il lavoro che faccio, ma anche se muoio per questa ragione, so che la mia morte ispirerebbe le mie sorelle ad andare avanti. Se io mollo, in questo momento, non c’è nessuno che oserebbe affrontare la questione al posto mio. Sono felice di farlo, anche rischiando la mia vita.”

Il documentario si chiama “The Lost Girls” – “Le ragazze perdute” e, tanto per far capire subito come stanno le cose, si apre con un proverbio nepalese: “Crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. E’ stato diffuso per la prima volta in questo mese di maggio e sta girando abbastanza su internet da essere trovato facilmente, ma siete in difficoltà potete provare qui: http://www.girlsnotbrides.org/

nepal documentary

Di recente, Rachana ha fondato un’ong, Sambad (che significa Dialogo) per aiutare bambine e bambini a scoprire il loro valore e a ricevere un’istruzione di base. Per alcuni di questi piccoli, le lezioni della maestra Rachana – che adorano e ricoprono di doni in carta colorata – saranno l’unica occasione loro offerta nella vita di imparare qualcosa, per molte femminucce sono l’unico momento nella loro attuale esistenza in cui si sentono amate e apprezzate.

Il lavoro della giovane attivista ha generato onde che potrebbero rivelarsi decisive: nel suo distretto è nato un movimento che si propone di far cessare i matrimoni precoci entro il 2020 e lei stessa è riuscita a consegnare personalmente una lettera al Primo Ministro del Nepal in cui chiede al governo di farsi carico della questione. “Vi sosterremo.”, le ha assicurato il Primo Ministro.

La straordinaria forza di Rachana si alimenta dal suo sognare in grande. Dopo aver ricordato come la propria madre si sentisse la persona più sfortunata del mondo ad aver avuto solo lei e sua sorella minore, come la nonna paterna avesse suggerito al figlio di avvelenarle tutte e tre e prendersi un’altra moglie, e che il padre era solito battere sua madre ogni singolo giorno, dice con voce piena di emozione e di determinazione: “Voglio rendere le tutte le madri del nostro villaggio orgogliose di avere figlie.” Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “The woman who will turn off her phone when the war in Syria is over”, di Sara Rosati per El Paìs, 4 maggio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Souad Benkaddour – nell’immagine – è originaria del Marocco e vive a Madrid.)

souad

La prima rifugiata siriana che Souad Benkaddour, 53enne, ha aiutato era una donna incinta con tre bambini arrivata alla stazione degli autobus Méndez Álvaro di Madrid nel settembre 2015. Souad spiega che in effetti lei era in viaggio per Segovia con la sua famiglia quando un vicino di casa la chiamò per sapere se avrebbe potuto fungere da traduttrice per la donna. “Lo dissi a mio marito e lui fece un’inversione a U.”, racconta Souad.

Allora non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stata d’aiuto a più di 500 persone provenienti da Siria, Palestina, Iraq e Bangladesh, o che il suo telefono sarebbe divenuto il numero di soccorso per così tanti rifugiati. Souad e i suoi vicini hanno reso possibile a quella donna siriana, Fayrouz, e ai suoi tre figli di continuare il viaggio verso la Germania. La donna e i bambini avevano attraversato il confine marocchino all’enclave spagnola di Melilla, lungo la costa nordafricana, nascondersi sotto i camion.

Souad e i suoi vicini scoprirono poco dopo che c’erano dozzine di rifugiati che dormivano nel parco antistante la suddetta stazione degli autobus e decisero di lavorare insieme per toglierli dalla strada. Era all’incirca il periodo in cui centinaia di migliaia di siriani bussavano alle porte d’Europa per fuggire dalla guerra. Molti attraversavano Tunisia, Algeria e Marocco per entrare in Europa tramite Melilla, ma per la maggior parte di loro la Spagna era il punto di partenza per altri luoghi – paesi che percepivano come in grado di offrire più sostegno e opportunità. Secondo l’Eurostat, solo 2.975 siriani hanno chiesto asilo in Spagna nel 2016, a paragone dei 300.000 nell’intera Unione Europea.

Centinaia di ong hanno raccolto denaro per aiutarli lungo la via, ma migliaia di persone comuni come Souad li hanno pure aiutati. Assieme ai suoi vicini, ha costruito un ingegnoso sistema di scambio di favori che sta ancora funzionando. Prima che partisse, Souad disse a Fayrouz di dare il suo numero a chiunque avesse bisogno di aiuto e cominciò a ricevere dalle 20 alle 30 chiamate al giorno.

La sua storia personale ha qualche somiglianza con quelle delle persone che assiste. Nella città marocchina di Al Hoceima, dov’è nata, Souad dice di non essere stata libera di agire come voleva: “Volevo poter sperimentare successi e fallimenti senza barriere.”, spiega. Aveva compreso di aver talento nell’aiutare gli altri e offriva sostegno alle ragazze marocchine incinte che avevano a che fare con famiglie intolleranti, mentre sognava di emigrare in un paese in cui le donne fossero libere di vivere le proprie vite. Quando giunse in Spagna all’età di 38 anni prese un profondo respiro: “Sentivo di poter essere me stessa, sentivo di essere libera.”

Sebbene siriani e marocchini presentino alcune somiglianze culturali, Souad non ne aveva mai incontrato uno prima del 2015: “Adesso so persino distinguere da quale città vengono.” C’è una condizione, comunque, per essere aiutati da Souad e dai suoi vicini: un rifugiato che ottenga assistenza deve, in cambio, assistere un’altra persona. “Spiego loro che quando arriveranno a destinazione ci sarà qualcuno ad aspettarli e che in futuro mi aspetto da loro che vadano ad accogliere qualcun altro.”, dice Souad.

La rete che Souad ha creato arriva sino alla Croce Rossa, che la chiama ogni volta in cui una corriera carica di rifugiati lascia Granada per andare a Madrid. L’Asla, la società di trasporti degli autobus, pure si rivolge a lei quando un rifugiato alla biglietteria ha bisogno di un traduttore. La passione con cui si è dedicata alle sofferenze dei rifugiati ha qualche volta interferito con la sua vita familiare. All’epoca, Souad passava ogni giorno della settimana alla stazione degli autobus e il suo telefono squillava 24 ore su 24. Quando lo spegneva, trovava dozzina di chiamate perse non appena lo riaccendeva: “Non potevo rispondere a tutte le chiamate. C’è stato un momento in cui ho dovuto imparare a bilanciare quel che stavo facendo con le necessità della mia famiglia.”

Nel marzo 2016 la Turchia firmò un accordo con l’UE e le chiamate cominciarono a diminuire, a causa della drastica diminuzione del numero di rifugiati in grado di entrare in Europa. In pochi mesi, le centinaia di arrivi giornalieri alla stazione Méndez Álvaro si erano ridotte a una cinquantina. Ora, Souad non va più alla stazione ogni giorni, ma sta ancora ricevendo chiamate, traducendo, organizzando l’accoglienza e aiutando in ogni modo a lei possibile: “Non ho rimpianti nel dare tempo e vita a questa causa.”

Souad non è sicura se definirsi un’attivista – semplicemente si sente a posto quando aiuta altre persone. Agisce per istinto e in modo indipendente. E sebbene centinaia di persone abbiano avuto il suo sostegno, a volte si chiede se non avrebbe potuto aiutarne di più. Ma questi dubbi pignoli sono zittiti dalla prossima telefonata: “Salam Alaikum, Souad. Abbiamo bisogno di te.” E lei risponde con naturalezza, come se la cosa fosse la più normale del mondo. “Spegnerò il telefono quando la guerra in Siria finirà.”, conclude.

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