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suonatrice di cornamusa

Il 25 gennaio scorso, il “Consiglio consultivo nazionale scozzese su Donne e Bambine” – composto da 16 membri e guidato dalla presidente Louise Macdonald – pubblica il suo primo rapporto annuale, che include 11 raccomandazioni su istruzione, cura dell’infanzia, sistema legale, eccetera. Lo trovate per intero qui:

https://onescotland.org/wp-content/uploads/2019/01/2018-First-Report-and-Recommendations.pdf

L’organismo è stato creato per informare il Primo Ministro su quali siano le cose da fare per contrastare le diseguaglianze di genere in Scozia. (Ho appena scorso gli impegni pubblici di Conte sul sito del nostro governo: non fatevi illusioni, non c’è nulla del genere all’orizzonte.)

Il rapporto si apre con un estratto di “Hopscotch” (è il nome inglese del gioco che noi chiamiamo “campana”), una poesia di Nadine Aisha Jassat che dà conto di tutti gli insulti sessisti, misogini e razzisti che gli uomini rivolgono abitualmente per strada a lei e ad altre donne:

Tua mamma se la fa con i pakistani.

Io ho quattordici anni.

Troia.

Lei ne aveva 43.

Sgualdrina.

Non si tratta solo di me.

E’ come se queste parole fossero dei martedì,

ce n’è una ogni settimana.”

Nella premessa c’è anche il “manifesto” del Consiglio, che val la pena di leggere: “Per generazioni, la nostra storia è stata scritta da un solo genere. Un’unica prospettiva, un’unica visione, solo la metà della popolazione. Metà della Storia manca. Per anni e anni abbiamo lottato per il cambiamento. Ma adesso è il momento di cambiare sul serio, per disegnare un futuro dove la diseguaglianza di genere sia una curiosità storica. Con le voci di tutte/i vogliamo creare una Scozia dove siamo tutte/i uguali – con un futuro di eguaglianza. Insieme, siamo la generazione uguale.

Le raccomandazioni si basano sullo studio estensivo che il Consiglio ha svolto sulla Scozia, ma Louise Mcdonald è convinta (a parer mio a ragione) che i suoi risultati entreranno in risonanza con le donne ovunque: “Sappiamo dalla crescita di movimenti globali come #MeToo e #TimesUp che c’è una vera brama di cambiamenti radicali per l’eguaglianza di donne e bambine. Le raccomandazioni del Consiglio si concentrano sul cambiamento di sistema, perché è cambiando sistemi che i comportamenti cambiano e ciò conduce a cambiamenti nelle attitudini e nella cultura.”

Le barriere e le problematiche evidenziate durante la ricerca vanno dalla misoginia quotidiana (molestie, violenza domestica, bullismo, violenza sessuale) alla svalutazione del lavoro femminile e allo sproporzionato impatto sulle donne delle misure di austerità economica.

Le misure richieste al Primo Ministro affrontano tali questioni punto per punto. Indicano, ad esempio, come strutturare un modello procedurale per le vittime di violenza di genere, di modo che non siano soggette a vittimizzazione secondaria e abbiano pieno accesso a una consulenza legale qualificata; disegnano la creazione dell’Istituto “Cos’è che funziona?” per sottoporre a test i metodi con cui cambiare l’atteggiamento dell’opinione pubblica sull’eguaglianza di genere e i metodi per introdurre eguaglianza nel sistema scolastico, nonché per raccogliere dati su come i media hanno impatto sulle attitudini rivolte a donne e bambine; vogliono due mesi di congedo – non retribuiti in caso di non utilizzo – per i neo-padri e 50 ore settimanali di servizi gratuiti per l’infanzia, diretti a bambini/e fra i sei mesi e i cinque anni d’età.

“Fondamentalmente – spiega ancora Louise Mcdonald – la cosa riguarda il potere. Chi ce l’ha. Chi è disposto – e chi non è disposto – a condividerlo e a cederlo. Al di là delle raccomandazioni specifiche che facciamo nel rapporto, stiamo anche chiedendo a tutti in Scozia di agire in modo diverso. Perché non si tratta solo di cosa facciamo, ma di come lo facciamo. Ognuno di noi deve assumersi responsabilità personale e impegnarsi a non essere più un testimone silenzioso ogni volta in cui si imbatte nella diseguaglianza di genere. Come Consiglio, noi crediamo questa sia l’istanza fondamentale più urgente della nostra epoca. Crediamo anche che ognuno di noi possa operare una differenza. Nessuno ha la “risposta perfetta” ma insieme troveremo soluzioni più velocemente.”

Maria G. Di Rienzo

P.S. “Scotland the Brave”, e cioè “Scozia la coraggiosa” è una sorta di “inno non ufficiale” per il Paese (ed è spesso usato per le marce militari). La melodia, per cornamusa, cattura immediatamente l’attenzione e risulta struggente e combattiva al tempo stesso. Qui sotto c’è la performance di “Scotland the Brave” eseguita da una – bravissima – donna scozzese a Perth.

https://www.youtube.com/watch?v=Dt4qzw7viIc

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(brano tratto da: “Breaking Out of the Domination Trance”, di Riane Eisler per Kosmos – inverno 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta della trascrizione dell’intervento di Eisler al Summit 2018 sulla Sicurezza in Irlanda. Riane Eisler è presidente del “Center for Partnership Studies”, femminista, avvocata per i diritti umani di donne e bambine/i, autrice di libri tradotti in tutto il mondo: l’immagine la ritrae con uno di essi. Il suo sito è rianeeiesler.com )

riane

(…) In numero sostanziale stiamo cominciando a emergere da quella che io chiamo la “trance del dominio”, una trance perpetuata da tutte le nostre istituzioni, i nostri sistemi di credenze, da ambo le nostre narrative – popolare e scientifica, e persino dal nostro linguaggio, perciò stiamo solo cominciando a vedere qualcosa che, una volta articolato, può apparire ovvio: che i modi in cui una società costruisce i ruoli e le relazioni fra le due forme base della sua specie – maschile e femminile – così come costruisce le relazioni durante la prima infanzia, sono in effetti istanze sociali che hanno impatto diretto sul fatto che tutte le nostre istituzioni sociali (dalla famiglia all’istruzione, dalla religione alla politica e all’economia) siano egualitarie o diseguali, autoritarie o democratiche, violente o nonviolente. (…)

Nessuna società è un sistema di assoluto dominio o assoluta cooperazione; si tratta di un continuum cooperazione-dominio. Ma voglio darvi brevemente qualche esempio di società contemporanee che sono vicine all’estremità del dominio della bilancia sociale. Sono società molto differenti se le osserviamo solo attraverso le lenti delle categorie sociali convenzionali: la Germania nazista di Hitler, un società di destra occidentale e laica; la Corea del Nord di Kim Jong-un, una società di sinistra orientale e laica; i Talibani dell’Afghanistan, una società orientale religiosa; i regimi teocratici a cui aspirano i fondamentalisti religiosi occidentali.

Nonostante tutte le loro differenze, queste società condividono la configurazione chiave del dominio:

* Consistono di gerarchie di dominio, non solo nello Stato ma anche nella famiglia e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Sostengono un sistema di valori basato sul genere. Danno un rango superiore al maschile sul femminile, con rigidi stereotipi su femminilità e mascolinità e, tramite questi, svalutano qualsiasi cosa considerata “tenera” o femminile a livello culturale, come l’avere cura, il prestare assistenza e la nonviolenza, che sono considerate cose totalmente non appropriate per i “veri uomini”, vanno bene solo per gli “effeminati” o per le deboli sorelle, e non sono parte del sistema di valori guida in ambito sociale ed economico.

* La terza componente chiave delle configurazioni sociali del dominio – e queste componenti si sostengono l’una con l’altra – è la violenza condonata e idealizzata socialmente. Dal pestaggio di figli e moglie ai pogrom allo stato di guerra cronico, mantenere i rigidi ordinamenti superiore-inferiore del dominio (uomo sopra donna, uomo sopra uomo, razza sopra razza, religione sopra religione e così via) richiede un alto grado di violenza incorporata, inclusa la violenza contro donne e bambini che, qui, stiamo lavorando per lasciare indietro.

Al contrario, la configurazione chiave del sistema di cooperazione consiste di:

* Una struttura democratica ed egualitaria sia nella famiglia che nello Stato o tribù, e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Relazione paritaria d’eguaglianza fra donne e uomini e, con questo, alta valutazione delle caratteristiche e delle attività cosiddette “tenere” o femminili sia nelle donne sia negli uomini, così come nelle politiche sociali ed economiche.

* Un basso livello di violenza incorporata; c’è qualche forma di violenza, ma non è necessaria a mantenere gerarchie di dominio. I sistemi orientati alla cooperazione hanno anche gerarchie, ma sono gerarchie relative alla concretizzazione, dove il potere – come vediamo sempre di più mentre tentiamo di muoverci verso la cooperazione – non è potere sugli altri, ma potere di fare e potere con gli altri.

Di nuovo, le culture che si orientano verso il lato della cooperazione possono per altri aspetti essere molto diverse. Possono essere società tribali, come per i Teduray delle Filippine; società agrarie, come per i Minangkabau di Sumatra; possono essere società tecnologicamente avanzate come Svezia, Finlandia e Norvegia.

Voglio sottolineare che l’archeologia, lo studio delle mitologie, gli studi sul DNA, la linguistica e altre discipline stanno documentando ora che per la maggior parte dell’evoluzione culturale umana le società sembrano essersi orientate primariamente sulla bilancia sociale verso la cooperazione.

Non sto parlando solo delle migliaia di anni in cui gli esseri umani hanno vissuto in società che raccoglievano-cacciavano cibo, il che è ormai documentato assai scrupolosamente, sto parlando delle nostre primissime società agricole.

Per esempio, la città turca di Çatalhöyük, dove andando a ritroso di 8.000 anni non vi sono segni di distruzione dovuta a guerre; non vi sono segni di grosse disparità fra abbienti e meno abbienti negli oggetti rinvenuti nelle case e nelle tombe e, come ha notato Ian Hodder (l’archeologo che attualmente sta scavando a Çatalhöyük), questa era una società in cui le differenze sessuali non si traducevano in differenze di status o di potere. (…)

Il nostro compito è inaugurare un’intera nuova visione del mondo in cui le questioni che direttamente hanno effetto sulle vite, e troppo spesso sulle morti, della maggioranza dell’umanità – donne e bambini – siano riconosciute come fattori chiave per costruire un futuro più equo, più sostenibile e più sicuro.

La prima pietra angolare: Relazioni nell’infanzia

Sappiamo dalla neuroscienza che quel che i bambini sperimentano e osservano nelle loro famiglie e nelle altre relazioni precoci interessa niente di meno che il modo in cui il nostro cervello si sviluppa e queste esperienze e osservazione sono direttamente modellata dal grado in cui un ambiente culturale si orienta verso la cooperazione o verso il dominio.

Considerate che quando relazioni familiari basate su violazioni croniche dei diritti umani sono considerate normali e morali, esse forniscono modelli per condonare violazioni simili in altre relazioni. E se queste relazioni sono violente, i bambini apprendono che la violenza di chi ha potere su chi ne ha meno è accettabile nel maneggio dei conflitti o problemi e per mantenere o imporre controllo. Non apprendono questo solo a livello emotivo e mentale, ma a livello neurale.

Questo è il motivo per cui le relazioni nell’infanzia sono così importanti e il motivo per cui abbiamo bisogno di una campagna globale per mettere fine alla pandemia di tradizioni di abuso e violenza nei confronti dei bambini.

La seconda pietra angolare: Relazioni di genere.

Come una società costruisce i ruoli e le relazioni delle due forme base dell’umanità – donne e uomini – non ha effetto solo sulle individuali opzioni di vita per donne e uomini, ha effetto sulle famiglie, sull’istruzione, sulla religione, sulla politica, sull’economia: ciò che consideriamo di valore o non di valore e ciò che crediamo sia morale o sia immorale.

Mentre il movimento globale delle donne si diffonde, più uomini hanno cura dei piccoli, più donne entrano in posizioni guida economiche e politiche, ma è tutto troppo lento. Ci stiamo mettendo troppo anche a cancellare la pandemia globale di discriminazione, abuso e violenza contro le donne che ho documentato in molti miei lavori.

Ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno – e, di nuovo, ciò accadrà solo se lo faremo accadere – è una campagna globale per relazioni di genere eque e nonviolente. Ciò ci porta alla terza pietra angolare per costruire una società di cooperazione.

La terza pietra angolare: Relazioni economiche.

Le quattro fondamenta sono interconnesse e si rinforzano reciprocamente, perciò voglio cominciare con i nostri sistemi di valori sul genere e su come la svalutazione delle donne e del “femminile” abbia impatto diretto sulla generale qualità della vita in una società. C’è evidenza empirica di ciò in numerosi studi, i quali confermano come i Paesi che hanno un basso divario di genere sono anche i Paesi che hanno più successo economico.

Una ragione ovvia è che le donne sono metà della popolazione. Ma ce n’è un altra: sino a che metà dell’umanità a cui sono associati valori come cura, compassione e nonviolenza resta subordinata e esclusa dall’amministrazione sociale, così lo saranno questi valori.

Di conseguenza, gli attuali sistemi economici – siano capitalisti o socialisti – non sono capaci di affrontare le sfide senza precedenti che abbiamo di fronte a livello economico, ambientale e sociale. Sia il capitalismo sia il socialismo non solo vengono dall’era industriale, e noi siamo ormai ben avanti nell’era post-industriale, ma entrambi sono emersi in epoche che li hanno orientati notevolmente di più, nel continuum, verso il lato del dominio

Perciò, mentre possiamo voler conservare qualsiasi elemento di cooperazione vi sia nelle teorie capitaliste e socialiste, dobbiamo andare oltre entrambe verso quella che io chiamo “economia di cura”. Capisco che la gente resta allibita nel sentire “cura” e “economia” nella stessa frase, ma non è questo un terribile commento su come siamo stati socializzati ad accettare che i sistemi economici debbano essere diretti da valori insensibili?

Questo deve cambiare e un primo passo per il cambiamento è come misuriamo la salute economica. Perché ora sappiamo che se il valore del lavoro di cura nelle case fosse incluso nel PIL costituirebbe non meno del 30/50% di esso. In effetti, investire nella cura è molto redditizio, non solo in termini umani e ambientali ma puramente finanziari. Le nazioni nordiche erano così povere all’inizio del ventesimo secolo da soffrire di carestie, ma le loro successive politiche di cura furono un investimento chiave: oggi queste nazioni non solo hanno i più bassi tassi di divario di genere, ma regolarmente hanno alti posti in classifica nei rapporti sulla competitività economica del World Economic Forum.

Svezia, Norvegia e Finlandia hanno ora generalmente alti standard di vita per tutti, senza divari enormi fra abbienti e meno abbienti; hanno molta più equità di genere sia nella famiglia che nella società, perciò le donne sono circa metà del Parlamento nazionale. Per quel che riguarda la violenza, sono state pioniere sugli studi di pace e hanno emesso le prime leggi che proibiscono le punizioni fisiche ai bambini nelle famiglie.

Quel che vediamo qui è un forte movimento verso la configurazione della cooperazione – e una grossa parte di questa configurazione avviene perché avendo le donne status più alto queste nazioni danno maggior valore a caratteristiche e attività stereotipicamente femminili come sostegno, nonviolenza, cura; hanno congedi di maternità/paternità pagati generosamente, servizi per l’infanzia di alta qualità e universalmente accessibili; assistenza dignitosa agli anziani e altre politiche di cura. E questa configurazione sociale di cooperazione sostiene uno stile di vita più equo, pacifico, prosperoso e sostenibile. Ciò mi porta alla quarta pietra angolare: perché avreste mai saputo qualcosa di tutto questo dalle nostre narrazioni convenzionali?

La quarta pietra angolare: Narrative e linguaggio.

Le vecchie storie che abbiamo ereditato da tempi di dominio più rigido idealizzano la conquista e la dominazione – di persone o della natura – come mascoline, desiderabili e inevitabili. Queste storie non sono solo incapaci di adattamento, sono inaccurate. Noi esseri umani abbiamo un’enorme capacità di consapevolezza, cura e creatività, ma esse sono inibite o distorte in ambienti che privilegiano il dominio sulla cooperazione.

Per cui sta a noi, a voi, cambiare queste vecchie storie e questo è un tema portante in tutti i miei libri, perché noi umani viviamo di storie!

Dobbiamo anche operare cambiamenti nel linguaggio. Stante la nostra eredità culturale di dominio, non dovrebbe sorprenderci che le sole categorie in cui la nostra lingua descrive le relazioni di genere siano patriarcato e matriarcato. E questo cosa ci dice? Che le nostre uniche alternative sono: o comandano gli uomini o comandano le donne. La lingua che abbiamo ereditato da epoche di dominio più rigido non ha parole per descrivere relazioni di genere egualitarie, e questa è la ragione per cui il nuovo linguaggio della cooperazione è così essenziale.

(Ndt. Quel che io ho tradotto come “cooperazione” si poteva anche rendere come “mutualità”.)

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kazuna yamamoto

Kazuna Yamamoto, in immagine, ha 21 anni e studia relazioni internazionali (scienze politiche) alla International Christian University di Tokyo. Nello scorso dicembre, la rivista settimanale “Spa!” ha pubblicato un servizio che consisteva nella classifica di cinque università giapponesi basata su questo criterio di “eccellenza”: quanto ci vuole a convincere, durante feste e festini con alcolici, le studentesse di ciascun ateneo a fare sesso. L’articolo ha avuto “grande diffusione”, dice il resto della stampa.

Kazuna ha risposto con una petizione online che chiedeva la rimozione del pezzo e che ha ricevuto 40.000 firme in sei giorni. Questa settimana la casa editrice della rivista si è “scusata”, sostenendo che stava solo cercando di sottolineare una sorta di “fenomeno sociale” per cui gli uomini sono disposti a pagare le universitarie affinché partecipino alle loro allegre bevute e che, nel farlo, ha probabilmente usato termini “non corretti”. Un suo portavoce si è detto persino disposto a incontrare Kazuna Yamamoto – non sappiamo se per chiederle quanto vuole per andare a festeggiare al bar con la redazione.

La giovane ha comunque rigettato le scuse: “Non sono sul merito. – ha detto in un’intervista telefonica a Thomson Reuters Foundation – Dicono che sono dispiaciuti per le parole fuorvianti, ma non si stanno scusando per l’idea in se stessa, per il modo in cui stanno trattando le donne e oggettivando le donne. In Giappone l’oggettivazione e la sessualizzazione delle donne sono ancora così normali che la gente non comprende davvero perché ciò è un problema.”

L’anno scorso, sempre nell’ambito universitario giapponese, un’indagine scoprì che una facoltà di medicina manipolava i test d’ingresso delle applicanti femmine per tenerle fuori e aumentare il numero di medici maschi. Nell’ultima valutazione (2018) del “Global Gender Gap report” (rapporto sul divario di genere redatto dal World Economic Forum), il Giappone si situa al 110° posto su 149 nazioni prese in esame: il che significa alta discriminazione, alto tasso di violenza domestica e violenza di genere, alto divario sui salari ecc. – ovvero i risultati normali del rappresentare normalmente le donne come giocattoli sessuali invece che come esseri umani.

Noi non abbiamo di che stare allegre: l’Italia, nella medesima lista, si situa all’82^ posizione. Per fortuna, giovani attiviste come Kazuna stanno spuntando dappertutto.

Maria G. Di Rienzo

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“Sono una giardiniera organica, la nipote di una contadina originaria di Praga, Maria Nedvedova, che crebbe tredici figli e vendeva verdura alla gente che viveva nei pressi del fiume Hudson negli anni ’90. Spingeva un carretto con sopra gli ortaggi e suonava una campanella mentre camminava. Io sono una giardiniera e un’ambientalista grazie a lei e da lei ho appreso che la terra è importante e che la natura dev’essere rispettata.

Pratico il buddismo tibetano da decenni e sono una poeta gay e femminista che ha cominciato a scrivere e pubblicare nel 1970. Il mio lavoro è apparso accanto alle poesie di Audre Lorde e sedevo sul divano accanto a Adrienne Rich la notte di Capodanno, nell’anno in cui si dichiarò lesbica. Lei è una maestra per me e il suo lavoro ancora mi guida in molti modi.

A settant’anni, sono un’ecologista radicale. Due anni fa mi sono rotta il femore e ora sono zoppa ma continuo a fare giardinaggio e a lottare per quel che è giusto nel mondo. Se non lo facessi, sarei travolta. Non ha importanza quanto sia stata marginalizzata nella mia vita, ho sempre sentito il bisogno di tentare di fare la cosa giusta.” Charlene Langfur (trad. Maria G. Di Rienzo – quella che segue è una sua poesia)

buddhist garden statue

“Un buon posto per un piccolo giardino”

Chi non vuole più entroterra?

Fiori porpora sul muro e non è tutto,

spruzzate di campanule anche, azzurro

che salta fuori dal nulla, sorprese

in un mondo piatto

Sì, grandi idee sull’eternità

nel giardino, il sollevarsi, i fiori

a forma di stella, semi diretti dal vento,

nuovi germogli dopo un inverno con molta neve,

uccellini nella luce della luna,

scriccioli, piccolini e sì, tutto ciò

è palpabile, il mondo, la terra, mappe degli appezzamenti

centinaia di loro come risultato dell’umana sottigliezza

sì e ciò ci cambia, le rose,

il senso che tutto è possibile

persino in un mondo spezzato,

ambizioni in cucina, progettare i letti delle piantagioni,

numeri su carta, le misure

del suolo entroterra,

file ordinate di alti

girasoli, gialli, giganti,

petali grandi come mani, semi commestibili

in una brocca di vetro nel sole,

i piselli odorosi sui pali da giardino,

chiari fiori bianchi del colore delle perle,

verdi viticci su cui arrampicarsi con

nettare nei fiori per accendere l’anima.

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Il 27 dicembre 2009 ho creato questo blog, “Lunanuvola”. In realtà volevo chiamarlo “Luna Solitaria” (come il titolo del mio primo post, la traduzione di una poesia), ma il nome era già in uso.

Sono quindi nove anni che scrivo e traduco in questo luogo virtuale.

Il nove è un numero davvero interessante. Non solo perché, per esempio, comunque lo si moltiplichi il numero risultante può essere ridotto di nuovo a nove:

2 X 9 = 18, 1 + 8 = 9

4 X 9 = 36, 3 + 6 = 9

6 X 9 = 54, 5 + 4 = 9

9 X 9 = 81, 8 + 1 = 9

9 X 10 = 90, 9 + 0 = 9

20 X 9 = 180, 1 + 8 + 0= 9… e possiede altre particolarità matematiche, ma perché si trascina dietro una valanga di simbolismi – dalle nove Muse ai draghi cinesi alla mitologia nordica, che descrive l’universo come diviso in nove mondi, tutti connessi dall’albero cosmico Yggdrasil.

Per quel che riguarda il novenne blog, ho trovato particolarmente rispondenti due associazioni simboliche. La prima fa riferimento alla branca della filosofia induista che sostiene vi siano nove sostanze o elementi universali: Terra, Acqua, Aria, Fuoco, Etere, Tempo, Spazio, Anima e Mente. Penso di poterli tracciarli tutti e nove all’interno dei vari testi che ho scelto di pubblicare. Quando ho scritto ho sempre gettato nelle parole tutta me stessa; quando ho tradotto, ho scelto consapevolmente brani che rivelassero almeno in parte la stessa attitudine.

La seconda associazione concerne la carta numero nove dei Tarocchi, l’Eremita. Non solo per la “luna solitaria”. L’Eremita simboleggia l’esame di se stessi e la riflessione – vale a dire, esattamente quel che sto facendo in questo momento.

Gli ultimi due anni sono stati un inferno. Non riesco a descriverli in modo più lieve di questo, farlo sarebbe una falsità: il controllo della mia vita è passato dalle mie mani a quelle del mio (nostro) torturatore, che ha deciso se potevo restare in casa o no (di media sono scappata da una a quattro volte al giorno, nella maggior parte dei casi senza sapere dove andare e senza un soldo), se potevo lavorare o no (è impossibile essere creativi o precisi o diffondersi in analisi mentre sopra la tua testa piovono colpi e ululati rabbiosi), se potevo dormire o no e per quanto – e quando dovevo svegliarmi.

Il mio equilibrio – salute, serenità mentale, progettualità – è andato in frantumi. Tranquillanti a parte, crisi di batticuore e respiratorie a parte, mi porto in faccia i segni dell’abuso sotto forma di una dermatite da stress: gli antibiotici non sono serviti, gli antistaminici neppure, le analisi del sangue non rilevano infezioni. Quindi, mi hanno detto i medici, a meno che io non mi sottoponga a un intervento di chirurgia laser – per cui, manco a dirlo, non ho il denaro – sarò “Scarface” per il resto della mia esistenza.

(A proposito: per le persone che mi hanno chiesto di fare conferenze, seminari ecc. e che leggono questo blog – pensateci su. Non sono un mostro, ma non sono neanche più normale. Se decidete di sciogliere gli impegni presi per me va bene, basta che me lo comunichiate.)

Da fine novembre l’individuo ha cominciato a portar via roba dal suo appartamento e non ci dorme più. Ma non si è effettivamente trasferito: i mobili non sono venuti giù per le scale, i bidoni dell’immondizia sono regolarmente posizionati nei giorni di ritiro, il contatore dell’elettricità non è spento e il tipo passa ogni due/tre giorni a fare un po’ della sua solita baraonda: gli piace particolarmente “giocare a bowling” sul pavimento di pietra del corridoio, ci tira oggetti metallici, sferici o no, per lunghi periodi di tempo – il suo record ha sfiorato le quattro ore, intervallate da monologhi urlati e bastonate varie. Abbiamo parlato con l’amministrazione, più volte; lo abbiamo formalmente denunciato. Ha lo sfratto da più di un anno. I segnali indicano che se ne sta andando, però non riusciremo a rilassarci sino a che non saremo certi della sua partenza.

Ciò, detto mie care e miei cari – penso con particolare affetto ai “seguaci” – avevo pensato ancora una volta di chiudere il blog, di salutarvi con questo pezzo e di dedicare le mie attualmente scarse energie solo al mio nuovo romanzo (sono così stanca che per la prima volta in vita mia procedo per righe… è pazzesco) ma chi mi sta attorno insiste affinché io non lo faccia, con le più svariate motivazioni. Tutte sensate, tra l’altro.

Le voci dissidenti con argomentazioni di peso e valore sono così scarse, dicono i miei sostenitori, che anche la sparizione di questo blog sarebbe un danno. I danni da riparare nel nostro mondo sono abbastanza vasti e gravi da oscurare lo 0,000001 di differenza che io opero, tuttavia è vero anche che non lo fanno in modo perfetto. La crepa che ho aperto in una muraglia di cemento armato nel 2009 ne ha generate altre, lo so, e sono grata per ognuna di esse – giacché dietro a ognuna di esse c’è un essere umano che ha deciso di non vergognarsi più, di non tacere più, di avere legittimazione e diritto a uno spazio.

stone mask israele

La maschera che vedete in immagine ha 9.000 anni – il nove. L’hanno riscavata nel 2018 in Israele. E’ fatta di calcare rosa-giallo, è stata lavorata accuratamente con attrezzi di pietra e ha quattro fori lungo i bordi, probabilmente per tenerla legata al volto di qualcuno o a un palo rituale.

Il periodo è il Neolitico e le maschere simili sono legate alla “rivoluzione” agricola, ovvero al momento in cui i nostri antenati e le nostre antenate smisero di vagare raccogliendo il cibo per strada e cominciarono a coltivarlo. Sapete già che la ricerca storica indica le donne come ideatrici di questo cambiamento epocale. Torneremo a ciò fra un attimo, nel frattempo (e non è un argomento scollegato) parliamo degli auguri del Presidente Mattarella alla nazione. Hanno fatto un sacco di “rumore” attestando semplicemente l’ovvio: un paese è una comunità di persone; il rispetto reciproco è garanzia di sicurezza; la solidarietà è preziosa; lo stato sociale è una conquista da tutelare; il cambiamento avviene lavorando insieme. Che un discorso simile sia salutato come straordinaria novità positiva dà la misura di quanto scollegati, atomizzati, spaventati e confusi sono in genere, da anni, i cittadini italiani. Nel suo menzionare le aree problematiche del nostro vivere insieme, Mattarella ne ha però dimenticata una – e in questa omissione ha implicitamente cancellato la spada di Damocle che pende su metà della popolazione italiana: la violenza di genere. Il paese di cui è Presidente ha punteggi scandalosi, al proposito, in qualunque ricerca o analisi misuri impatto, danni e risposte dello Stato. Ma noi donne non siamo una priorità politica, ormai, per nessuno: da destra a sinistra, lungo l’intero spettro, siamo prese in considerazione esclusivamente per la nostra rispondenza alla soddisfazione maschile – e i parametri normativi di questa soddisfazione intridono l’intera nostra esistenza dalla culla alla tomba. Dai social media ai manifesti pubblicitari siamo circondate da immagini fasulle (sexy, hot, bellissima) e incoraggiate a somigliare a queste ultime come se ciò fosse lo scopo principale del nostro essere femmine e l’unico traguardo alla nostra portata. Spesso le donne che accettano tale scenario raggiungono titoli e dicasteri, in politica, per gentile concessione dei colleghi alle loro scollature e ai loro tacchi (e alla loro disposizione a essere mere marionette nelle sedi decisionali) e quindi sono impreparate e inefficaci sulle questioni di genere quanto i loro sodali di sesso maschile.

Per cui, il prossimo cambiamento epocale, una trasformazione che muti radicalmente il modo in cui stiamo nel mondo e il modo in cui abbiamo relazioni con altre/i (come accadde nel Neolitico) dobbiamo crearlo proprio noi. Abbiamo, guarda caso, nove punti interconnessi da affrontare in cui la nostra presenza e la nostra voce sono irrinunciabili: l’effetto che ognuno di essi ha sulla qualità e persino sulla durata delle nostre vite è enorme e senza le nostre prospettive udite e agite al proposito nessuno dei problemi relativi sarà mai risolto.

In ordine alfabetico:

ambiente

diritti civili

diritti riproduttivi

istruzione/educazione

lavoro

rappresentazione mediatica

rappresentanza politica

socializzazione di genere

violenza di genere.

Voglio lavorare con voi per il cambiamento, sorelle e fratelli. E’ la ragione per cui questo spazio resta aperto nonostante i miei travagli personali. Forse, per un periodo, sarò meno prolifica del solito. Ma datemi tempo e fiducia e resteremo insieme. Maria G. Di Rienzo

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(“Meet Suhad Babaa, Israel/Palestine”, Nobel Women’s Initiative, 1° dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

suhad

Suhad Babaa è la direttrice esecutiva di “Just Vision” – “Solo Visione”, un’organizzazione che usa il mezzo del documentario per riformare le narrazioni sull’occupazione israeliana della Palestina e sostenere il lavoro della società civile palestinese e israeliana. Recentemente, Suhad è stata la produttrice del film di Just Vision del 2017 “Naila and the Uprising” (“Naila e la Sollevazione”), che segue la vita e il lavoro di Naila Ayesh e altre donne leader della Prima Intifada.

Come hai sviluppato interesse nel costruire pace in Palestina e Israele?

Io dico sempre che la mia storia mi precede: mio padre è palestinese, mia madre è coreana, e entrambi sono cresciuti nel mezzo di guerra, conflitto e dopoguerra. Crescendo in California, in una casa dove convivevano fedi diverse, ho sempre faticato un po’ con le questioni relative all’identità e con l’impatto di guerra e conflitto sulla nostra famiglia, all’interno di uno scenario fatto di razza, etnia e religione.

Dopo l’11 settembre, ho osservato il governo statunitense cominciare a lanciare la sorveglianza sulle comunità musulmane in tutto il paese. E’ stato allora che mi sono posta domande sul modo in cui ciò che stava accadendo nel Medioriente aveva un impatto sulle nostre stesse pratiche e ancor di più sulle storie che stavamo ricevendo e che influenzavano il modo in cui l’opinione pubblica e il governo avrebbero agito.

Ho finito per trasferirmi in Israele e Palestina dopo l’università e ho lavorato sul campo con incredibili attivisti. Ma le loro voci negli Usa non si sentivano, ne’ erano amplificate localmente. Volevo davvero sostenere il loro lavoro, perciò è stato logico che io sia arrivata a Just Vision, ove il nostro mandato è amplificare le voci dei leader della società civile palestinese e israeliana.

Puoi parlarci del movimento per la pace in Palestina e Israele e del ruolo che in esso hanno le donne?

C’è una lunga eredità di resistenza nonviolenta in Palestina, inclusa la mobilitazione di massa della Prima Intifada – la prima sollevazione che accadde alla fine degli anni ’80. Quando abbiamo iniziato le ricerche per il nostro film documentario più recente sull’istanza, “Naila e la Sollevazione”, ci siamo imbattuti in qualcosa di importante.

Mentre andavamo in profondità, abbiamo capito che parte del motivo per cui il movimento aveva avuto tanto successo era che le donne giocavano un ruolo determinante nel processo decisionale. Sapevamo che la Prima Intifada era stata così efficace, in parte, perché era stata in grado di organizzarsi trasversalmente a genere, classe, partiti politici ed età in Israele e in Palestina. Ma non sapevamo che non solo le donne erano le partecipanti: erano in effetti quelle che chiamavano all’azione.

Le donne sono sempre state in prima linea in Palestina, che si trattasse della Prima Intifada o di Budrus, dove c’era una grande rappresentanza di donne. E perciò la questione per noi, come organizzazione, era assicurarci che fossero visibili. Perché noi crediamo che la loro visibilità conduca alla legittimazione il che nel tempo, alla fine, conduce all’aumento dei loro ruoli guida.

Perché è importante per le donne essere narratrici?

Io penso che sia sempre importante che le comunità possano raccontare le proprie storie. Just Vision è una squadra guidata da donne, sia per intenzione sia per caso. Ma mette in moto le nostre capacità di dar copertura a storie come quella che abbiamo narrato nel documentario “Budrus” e di capire il ruolo che le donne hanno svolto nella città di Budrus. Le donne sono spesso al timone dei movimenti storici, pure restano invisibili nei libri di Storia. E questo ha profonde conseguenze su come vediamo e comprendiamo la Storia, il nostro presente, il nostro futuro e chi sono i nostri leader.

In che modo aumentate la copertura giornalistica e il sostegno ai movimenti per la pace della società civile in Palestina e Israele?

C’è un bel po’ di copertura giornalistica su Israele e Palestina, ma sovente queste storie rinforzano una narrativa di violenza o di sforzi falliti dall’alto in basso. Ciò rende invisibili o criminalizza gli attivisti sul campo e la questione sembra quindi intrattabile. Semplicemente, non è vero. Quando esaminiamo la diseguaglianza, alcune delle oppressioni più profondamente radicate, sappiamo che quel che ci vuole è il potere popolare: comunità galvanizzate per far pressione sui loro leader politici che o non hanno agito o hanno fatto sistematicamente le cose sbagliate. Questo è anche il caso di Israele e Palestina.

Il lavoro di Just Vision consiste nell’essere complementare alla copertura dei media mainstream e nello sfidarla, presentando storie che sono poco documentate, critiche e che, allo stesso tempo, hanno il potere di ispirare, mobilitare e motivare le persone.

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L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – più esattamente il suo centro per lo sviluppo che comprende il Social Institutions and Gender Index, in sigla Sigi – ha reso noto ieri, 7 dicembre, il suo rapporto 2018 sulla discriminazione di genere che colpisce donne e bambine in tutto il mondo. L’Indice Sigi ha valutato 180 nazioni (60 non sono state in grado di fornire dati sufficienti e non sono state incluse nella classificazione finale) su quattro dimensioni della vita di una donna: i suoi diritti all’interno della famiglia, la sua integrità fisica (diritti alla salute, sessuali e riproduttivi), il suo accesso a risorse (possesso della terra, diritti sul lavoro) e la sua rappresentazione politica (diritti civili).

Il nocciolo della notizia è che i diritti umani delle donne avanzano con lentezza da lumaca artritica, o non avanzano affatto. Per esempio, il titolo che il Guardian dà al pezzo scritto (molto bene) al proposito da Kate Hodal è: “Non un mondo da lasciare ai nostri figli”. Citazione dall’articolo: “41 paesi riconoscono solo gli uomini come capifamiglia; 27 paesi richiedono ancora, per legge, che le mogli obbediscano ai loro mariti; 24 paesi richiedono alle donne di avere il permesso del marito o di un tutore legale di sesso maschile (tipo fratello o padre) per poter lavorare.”

Il rapporto chiarisce in modo inequivocabile che più deboli sono i diritti garantiti alle donne e alle bambine nelle quattro aree succitate, più esse sono vulnerabili a svariate forme di violenza di genere, ma sottolinea anche che le norme sociali possono notevolmente vanificare le legislazioni al proposito (esse hanno infatti visto globalmente un aumento, ma non sono riuscite a raddrizzare le situazioni in modo soddisfacente).

Sebbene lo Yemen si piazzi per la seconda volta – il rapporto precedente risale al 2014 – al primo posto nella classifica della discriminazione di genere, seguito da Pakistan, Iran, Giordania, Guinea, Libano, Bangladesh, Iraq, Afghanistan e Filippine, la ricercatrice Rachel George del britannico Overseas Development Institute ha giustamente sottolineato come i dati del Sigi aiutino “a chiedere il conto” anche ai paesi occidentali, i quali “non devono credere che la situazione non li riguardi”: “Ogni singolo paese ha qualche forma di discriminazione che va avanti in qualche modo e alcune di esse sono pervasive, perciò tenere tutti sotto esame è estremamente importante.”

Sullo stesso tasto ha premuto Bathylle Missika, capo della divisione di genere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: “Sappiamo che far evolvere le norme sociali è difficoltoso, sono necessarie diverse angolazioni di lavoro su leggi e norme e non è perché hai le prime poi hai anche le altre. Questo è quel che la gente deve capire: non esiste un approccio definitivo quando si tratta dell’implementazione del numero cinque – eguaglianza di genere – degli obiettivi di sviluppo sostenibile. E’ un approccio che investe la società nella sua interezza e gli interventi devono essere diretti all’intero ciclo della vita delle donne.”

La questione è: quanto gliene importa al governo della nazione X che organismi internazionali di alto livello gli dicano “Guarda i dati, stai trattando le donne in maniere che vanno dall’ignobile al terrificante.”? Pochissimo, poiché le ricerche non implicano sanzioni e può comunque rispondere di aver firmato il tal trattato e varato la tal legge, o che cambiare sarebbe “non rispettoso” della “cultura” del suo paese (capite, se da trecento anni impaliamo bambine ciò da orrore si muta in un’onorevole tradizione non discutibile). Ecco dove entra in scena l’attivismo.

Sono i gruppi femministi e quelli della società civile attenti ai diritti umani che devono prendere queste ricerche e dar loro una dimensione fatta di dimostrazioni, petizioni, disobbedienza civile e resistenza. Il cambiamento è sempre e solo nelle nostre mani.

Maria G. Di Rienzo

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