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Posts Tagged ‘attivismo’

(tratto da: “Polish police forcefully removes feminist and anti-fascist activists to clear way for far-right march on Army Day”, di Chloe Farand per The Independent, 15 agosto 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Entrambe le immagini sono di Anek Skarzynski. Il 15 agosto è una festa nazionale in Polonia, in cui si celebra la vittoria contro la Russia durante la guerra polacco-sovietica del 1920.)

protesta varsavia

“La polizia ha disperso un raduno femminista e rimosso di forza le attiviste per sgombrare la strada a a una marcia di estremisti di destra. Una trasmissione in diretta ha mostrato le attiviste dello Sciopero delle Donne Polacche e gli attivisti di Obywatele RP, gruppo che mira a difendere i principi della democrazia in Polonia, partecipare a un sit-in nel centro di Varsavia, per bloccare il percorso all’estrema destra.

Molte delle donne portavano cartelli con la fotografia di Heather Heyer, la donna americana uccisa da un’automobile che ha investito la folla di contro-dimostranti durante un raduno dei suprematisti bianchi a Charlottesville, Virginia, durante il weekend. Le riprese mostrano le attiviste vestite di nero e sedute a terra, con striscioni che recitano: “Se non sei oltraggiato/a non te ne importa nulla. Heather Heyer, vittima del fascismo, agosto 2017”, oppure “Via i fascisti dalle strade”. Tenendo in mano rose bianche, il gruppo si proponeva di prevenire la marcia degli estremisti nel centro di Varsavia durante il Giorno delle forze armate polacche.

protesta varsavia2

Tuttavia, la polizia è stata filmata mentre rimuove di forza i dimostranti dalla strada, li porta in una via secondaria e registra i loro nomi. Mentre fanno ciò, nuovi dimostranti arrivano e prendono il posto degli altri, ricreando il sit-in. Gli agenti sono ripresi anche mentre custodiscono in massa gli estremisti di destra durante la loro marcia.

Secondo l’agenzia di stampa polacca Fakt, membri del Campo nazionale radicale, conosciuto in Polonia come ONR, facevano parte della marcia dell’estrema destra. Si tratta di un gruppo anti-comunista e nazionalista descritto come influenzato dal fascismo italiano, che rigetta la democrazia parlamentare. (…) Di recente i gruppi polacchi di estrema destra sono diventati sempre più attivi, soprattutto durante le festività nazionali.”

Il primo commento sotto questo articolo, su The Independent, dice così: “Quindi la storia qui è che un minuscolo gruppo di femeniste (letterale) stava ostacolando il resto della Polonia… Cosa viene dopo, il lamentarsi dei chirurghi che rimuovono il cancro?”

Parafrasando Bob Dylan: “Quante strade deve percorrere una donna prima di essere ascoltata? La risposta, amico mio, soffia nel vento.”

Maria G. Di Rienzo

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(“Grassroots Organizations are Often the First to Sound the Alarm”, di Agar Nana Mbianda per Women Thrive Worldwide, 7 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

women thrive logo-red

Difendere i diritti umani e coloro i cui diritti umani sono stati violati è un compito pericoloso in tutto il mondo. I difensori dei diritti umani sono spesso la sola forza che sta fra la gente comune e i poteri in carica. Donne e ragazze sovente hanno bisogno di sostegno non solo per i loro sforzi quotidiani diretti a migliorare le loro entrate e il loro status ma, soprattutto, necessitano di sostegno per la loro ricerca di cambiamento.

Le organizzazioni di base della società civile possono amplificare le voci di donne e ragazze con cui lavorano su base giornaliera. Nel caso di Women Thrive, i nostri circa 300 membri in oltre 50 paesi usano campagne di sensibilizzazione come mezzi per influenzare il cambiamento politico, sviluppando consapevolezza sull’importanza dell’eguaglianza di genere. Uno dei membri della nostra Alleanza, il “Forum International des Femmes de l’Espace Francophone” (FIFEF), lavora nella Repubblica Democratica del Congo dal 2012, con lo scopo di migliorare le condizioni di vita socio-politiche delle donne e delle ragazze denunciando gli abusi, la violenza e le diseguaglianze a cui sono soggette. Hanno anche creato un forum internazionale per la difesa e l’avanzamento di donne e ragazze con altri paesi francofoni, aumentando la conoscenza dei loro bisogni e delle loro voci.

FIFEF è stata la prima organizzazione della società civile a far luce sul traffico di circa 500 ragazze e donne congolesi in Libano. Dal 2 al 5 dicembre 2013 hanno organizzato una campagna di sensibilizzazione che ha incluso marce per la pace, dibattiti con gli altri portatori di interesse primario e incontri con le famiglie delle trafficate per ascoltare le loro preoccupazioni. FIFEF ha fatto pressione sulle ambasciate e ha contattato i media per attirare attenzione e mostrare l’impatto che il traffico di esseri umani ha sulle comunità e sulla nazione.

La lotta contro il traffico di esseri umani è la lotta contro coloro che predano sulle fragilità sociali e fisiche come mestiere. Una delle sopravvissute trafficate ricorda: “Appena arrivate, siamo state vittime di stupro e siamo state picchiate. E ci è stato detto che eravamo schiave, persino peggio che schiave.” E’ stato grazie agli sforzi di FIFEF che il 30% di queste ragazze e donne è stato portato a casa.

Essendo FIFEF la prima organizzazione a lavorare sulle istanze delle donne e sulle istanze di genere a Kolwezi City, la sua coordinatrice Denise Nzila è ben consapevole delle molte sfide che il gruppo deve affrontare ma è impegnata con la sua squadra a “lottare per raggiungere gli scopi che conducono alla liberazione delle donne. Io so che vinceremo la partita, amiamo il nostro lavoro… grazie alle donne e alle ragazze.” La campagna di successo di FIFEF è un esempio importante del perché le organizzazioni della società civile devono essere coinvolte nei più grandi spazi decisionali, giacché il loro lavoro può avere un considerevole impatto sul cambiamento sociale e politico. Dal 2013, FIFEF ha contribuito al rimpatrio di alcune ragazze trafficate, tuttavia molte restano in Libano sotto il giogo della schiavitù. Quindi sorge la domanda: FIFEF ha le risorse necessarie per questo lavoro? E ha accesso a fondi che permetterebbero all’organizzazione di avere maggiore impatto sull’istanza?

Noi di “Women Thrive” crediamo che finanziare i gruppi di base della società civile sia un passo cruciale per il cambiamento sociale e politico. Inoltre, questi gruppi possono essere sostenuti con strategie e azioni che li aiutino a produrre risultati migliori e a diffondere le notizie sul loro attivismo e le loro potenzialità. Rinforzando le iniziative in queste aree, continuando a costruire relazioni associative con loro e coinvolgendoli nelle piattaforme decisionali, i governi potrebbero fare grandi passi nella promozione dell’eguaglianza di genere e nella lotta contro la schiavitù moderna.

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suzan

La parola “impossibile” non c’è, sul mio vocabolario.

“Sono cresciuta in una famiglia istruita e di mente aperta”, dice Suzan Aref Maroof, “ma la cultura è quel che è.” Rimasta vedova all’età di 27 anni, con tre figli, ha dovuto apprendere di prima mano come alle donne sia impedito di partecipare alla vita economica o politica. Per proteggere l’onore e la reputazione della famiglia Suzan è stata costretta a rimanere nascosta nella casa dei suoi genitori per otto anni. Ha pensato seriamente al suicidio, ma ha convinto il padre che sarebbe stata meglio libera, piuttosto che morta. Dopo di ciò, Suzan ha fondato un’organizzazione con lo scopo di sostenere le donne come lei. “Voglio un paese (ndt. l’Iraq) forte che abbia le sue fondamenta nei contributi di donne e uomini.”, dice. Sino ad ora, ha aiutato più di 50.000 donne a trovare impieghi e a sfuggire alla violenza, e ha fatto campagna con successo per alzare l’età legale per il matrimonio dai 16 anni ai 18.

(tratto da: “16 Women Who Are Standing Up to Violence” di Kristin Williams, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Poster Tunisi

“Cinque minuti dopo la tua nascita, decideranno il tuo nome, la tua nazionalità, la tua religione, la tua sessualità e la tua comunità… e tu lotterai tutta la vita per cose che non hai scelto e che difenderai stupidamente.”

Questo diceva il manifesto della seconda edizione del Festival Internazionale dell’Arte Femminista di Chouftounhonna – Tunisia – nel maggio 2016.

Lo spettro delle arti presenti al festival è ampio e variegato: dalla pittura alla ceramica, dal teatro all’improvvisazione poetica, dai fumetti alla fotografia ai collage… passando praticamente per qualsiasi sfumatura specifica vi venga in mente.

Chouftounhonna è un’iniziativa di “Chouf Minorities”, un’organizzazione femminista che l’ha ideata per “permettere alle donne tunisine e alle minoranze sessuali un ambiente sicuro in cui le persone possono esprimersi liberamente e lavorare sullo sviluppo delle proprie potenzialità”.

Quest’anno la terza edizione si terrà nei giorni 7-8-9 settembre 2017. La data in cui chiedere di presentare i propri lavori è purtroppo passata (30 marzo) ma almeno avete un’idea in più su dove trascorrere i giorni di ferie che vi restano (molte artiste tengono seminari, approfittatene!). Maria G. Di Rienzo

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Se oggi avete quindici minuti di tempo vi suggerirei di dare un’occhiata al documentario che si trova qui:

https://vimeo.com/221782946

Si chiama “We’re Here, We’re Present: Women in Punk” e segue il recente tour di Alice Bag e del trio garage punk Leggy (Veronique Allaer – chitarra e voce, Kerstin Bladh – basso e voce, Chris Campbell – batteria). E’ diretto da Amanda Siberling e ha i sottotitoli in inglese, per cui anche chi non è troppo sicuro in materia dovrebbe riuscire a capire qualcosa.

alice

Alice – in immagine qui sopra – fondatrice della band Bags nella seconda metà degli anni ’70, nata nel 1958 come Alicia Armendariz, è innanzitutto ancora una musicista punk (alla sua età alle donne si consiglia di sparire dal palcoscenico): ma è anche una scrittrice, un’insegnante elementare bilingue, un’attivista femminista, una sopravvissuta alla violenza domestica, una donna latino-americana. Ha fatto irruzione nella scena punk di Los Angeles, all’epoca composta in maggioranza da maschi bianchi, traducendo ogni propria caratteristica e ogni propria differenza in un manifesto politico.

In questo mese Gabrielle Diekhoff ha realizzato un’intervista con la creatrice del documentario per Bust Magazine, in cui Amanda Siberling dice che pur conoscendo Alice Bag come “leggenda” del punk “Arrivare a conoscerla a un livello più personale è stato straordinario. Quando è sul palco, sono travolta dalla sua bravura, ma quando scende da là è impegnata ad assicurarsi che tutti stiano bene e siano a proprio agio. Penso che in qualche modo si ritragga quando qualcuno la definisce una leggenda, ma c’è definitivamente qualcosa di leggendario in una persona che passa più di trent’anni della sua vita a creare cambiamenti significativi tramite la sua musica, la sua scrittura e il suo attivismo.”

Maria G. Di Rienzo

leggy

(Leggy)

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tappeto sangue

Benvenute/i. Questo è il crash course che vi ho promesso ieri. Che ne dite se lo intitoliamo: “E così vuoi occuparti di violenza contro le donne.”?

“So You Want to Be a Rock ‘n’ Roll Star” – “E così vuoi essere una stella del rock’n’roll” – è una canzone del gruppo statunitense “The Byrds” che risale al 1967 ed è stata rifatta numerose volte (Patti Smith, Pearl Jam, Nazareth, Tom Petty and the Heartbreakers, ecc.).

Il pezzo fu ispirato dal grande clamore che all’epoca circondava un “gruppo rock” creato a tavolino, appositamente per gli schermi televisivi: The Monkees (finiranno anche sulla tv italiana), i quali come musicisti/artisti erano pura “immagine” e zero sostanza.

Chris Hillman e Jim McGuinn dei Byrds descrissero la cosa in questo modo:

E così vuoi essere una stella del rock’n’roll

Allora ascolta ciò che ti dico ora

Basta che ti compri una chitarra elettrica

e passi un po’ di tempo a imparare a suonare

E quando avrai i capelli pettinati al modo giusto

e i pantaloni belli stretti

tutto andrà bene…

Cioè: anche se non hai niente da dire in testo e in musica, avrai le sembianze del rocker e, prosegue il pezzo, gli agenti non ti mancheranno, la compagnia a cui hai consegnato l’anima venderà le sue merci di plastica, entrerai nelle classifiche ecc. – senza neppure sapere qual è il costo dei tuoi soldi e della tua fama. Tenete a mente quest’ultima frase, è importante.

Che gliene fregava a The Byrds, si chiederà qualcuno/a, il rock non è in fondo riducibile a due chitarre, basso e batteria? (Senza entrare nel merito, che so, delle tastiere dei Genesis o del flauto dei Jethro Tull…) No, perché quelli erano gli strumenti con cui erano costruite narrative. La musica rock è stata rappresentazione e veicolo per movimenti culturali e sociali, dando vita durante gli anni a innumerevoli “sottoculture” e “controculture” – mods, hippies, punks sono solo tre esempi; inoltre, ereditando la tradizione folk della canzone di protesta, è stata per lungo tempo associata all’attivismo politico e alla rivolta giovanile contro i conformismi e le ipocrisie degli adulti. Perciò nel 1967, creare una band “artificiale” che assumeva gli aspetti esteriori di un gruppo rock, senza trarre nulla dalle radici e dalla storia di questa musica, equivaleva ad annacquarla sino a farne del mero divertimento prefabbricato, privandola delle potenzialità dirette al cambiamento sociale che aveva già dimostrato di saper sfruttare.

Allo stesso modo, creare un’associazione per combattere la violenza contro le donne (ma vale anche per un’associazione ambientalista, antirazzista e così via) non può prescindere da questi quattro pilasti: radicamento storico, conoscenza come processo continuo, coinvolgimento delle portatrici di interesse primario (le vittime di violenza), orizzonte. Significa che dovete sapere da dove venite, essere curiosi e critici delle strade che incontrate, scegliere i vostri compagni di viaggio e sapere dove volete andare.

Potete non essere femministe, ma non potete prescindere dal fatto che il femminismo ha sollevato per primo la questione della violenza di genere, l’ha affrontata e analizzata e contrastata a 360°, ha creato al proposito movimento, legislazioni e strutture, lo sta ancora facendo in tutto il mondo, e se pensate di poter saltare a piè pari tutto questo ed essere al contempo efficaci vi state sbagliando di grosso. La laurea in legge o in psicologia, il lavorare al pronto soccorso o alla stazione di polizia, l’occuparvi di cronaca e indagine per un giornale possono darvi alcuni strumenti in settori specifici, ma non fanno in alcun modo di voi degli “esperti” di violenza sulle donne. Per vedere la questione nelle sue reali dimensioni è più importante ascoltare le attiviste della rete antiviolenza e le vittime di violenza, che organizzare conferenze patrocinate dal Comune dove voi parlate della vostra tesi su Lombroso e dei miti greci. Quel che fate dev’essere teso ad avere un impatto, per quanto minimo, sulla situazione in cui avete scelto di intervenire – la gratificazione del vostro ego viene dopo, non è motivo di stigma, però neppure conditio sine qua non. Ultimo, ma assolutamente non minore, dovete avere in mente una visione condivisa; prima, molto prima, di andare a registrarvi come onlus sedetevi insieme e cercate di dare una risposta collettiva a queste domande: che aspetto avrebbe un mondo privo di violenza contro le donne e come intendete crearlo?

In sintesi, la violenza di genere è un sistema di violazioni dei diritti umani che tocca globalmente una donna su tre. Esiste in un continuum che va dalle molestie in strada al femicidio / femminicidio, passando per abusi domestici, mutilazioni genitali, aggressioni sessuali, stupro, prostituzione e di recente per le “vendette pornografiche” su internet. Ha dimensioni politiche, sociali, economiche, che condividono la stessa radice: la diseguaglianza di genere. La violenza è da essa generata e al contempo da essa alimentata. Gli stereotipi di genere incoraggiano e normalizzano la violenza e gli abusi. Perciò, dovete avere ben chiaro che lavorando contro la violenza non state chiedendo agli uomini di essere gentili con le donne, state chiedendo la piena e completa eguaglianza sociale, economica e politica fra donne e uomini.

Ha senso creare un nuovo gruppo solo se, oltre ad essere ben consapevoli di quanto sopra, il vostro lavoro intende fondarsi sulle esperienze delle vittime e sulla ricerca; intendete promuovere soluzioni pratiche e realistiche; volete essere inclusive e lavorare con persone / gruppi diversi, sapendo che vi sono donne vittime di violenza che sperimentano forme multiple di oppressione; siete in grado sfidare la tolleranza sociale che circonda la violenza di genere e di cercare di prevenire quest’ultima, non solo di proporre metodi d’intervento dopo che essa è già accaduta.

Cosa succede se queste semplici basi non sono presenti? Certo, nessuno vi impedisce di diventare una onlus e, se ci sono fra voi nomi famosi o vostro zio ha gli agganci giusti, neppure di finire in televisione la prossima volta in cui un uomo squarta una donna (caso efferato e clamoroso, perciò “coperto” dai media) o quando ci sono 6 femminicidi in una settimana (troppi casi perché i media possano evitare di occuparsene), ma non avrete niente di utile da dire… e neppure, come dicevano i Byrds, avrete sentore del costo della vostra fama.

Occupare con stereotipizzazioni, osservazioni superficiali e magari vere e proprie stupidaggini quello che potrebbe essere uno spazio di denuncia e aumentata consapevolezza, un richiamo per attiviste/i e l’inizio per altre persone di una diversa percezione sociale sui ruoli di genere, ha un costo – per le vittime di violenza che dite di voler “aiutare”. Le avete appena riaffondate nella stessa melma da cui dite di impegnarvi a farle uscire, però avete scattato un bellissimo selfie con il Ministro Pincopallo, volete mettere?

Tra l’altro, quando condite con citazioni sulla violenza i vostri siti e l’unica frase che riuscite a recuperare da una donna è un verso di canzone in cui la vittima di violenza depreca se stessa… be’, è il momento in cui dovreste capire che qualcosa non sta funzionando. Non vi state nemmeno avvicinando a capire cos’è la violenza di genere, se apertamente o sotto sotto disprezzate e biasimate le sue vittime. E se non volete fare lo sforzo di imparare, prendete una decisione difficile ma giusta e coraggiosa e tornate a occuparvi di gossip. Qua il red carpet è rosso perché è inzuppato di sangue, e se in qualsiasi modo giustificate tale sangue questo – l’attivismo antiviolenza – non è posto per voi. Maria G. Di Rienzo

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La vita è piena di scelte difficili, non è vero?

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22 luglio 2017, La Repubblica: “Forlì, colpisce la moglie con l’acido e fugge con i figli piccoli”.

“(…) La donna, albanese di 37 anni, è stata portata in ospedale e secondo le prime informazioni non sarebbe grave, anche se ha riportato ferite e ustioni. L’uomo, kossovaro, è attivamente ricercato.” (Sarebbe “kosovaro”, per essere precisi.)

La notizia è solo l’ultima e nemmeno la più grave (grazie all’intervento dei vicini la vittima è sopravvissuta all’attacco e non è in pericolo di vita) di quelle relative alla violenza contro le donne che raggiungono i media. Per ottenere questa palma di solito la donna deve morire, altrimenti ci vogliono dettagli che colpiscano emotivamente chi legge per la loro efferatezza – e qui c’è l’acido – o (ma lo scalpore su questo è sempre più teatrale e sempre meno frutto di reale interesse) che riguardino un pericolo o un danno per i bambini – e qui c’è la scomparsa dei figli, presumibilmente portati via dal padre aggressore.

A chi ha composto l’articolo, per un commento informato sullo stato della violenza di genere nella sua zona, sarebbe bastato rivolgersi al Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia – Romagna: 13 associazioni, in collegamento fra loro dal 1996 e costituite come associazione formale nel 2009 per condividere ancora meglio “formazione, buone prassi, confronto metodologico, progetti e campagne di sensibilizzazione per il contrasto della violenza alle donne e ai loro bambini” e porsi come “soggetto maggiormente autorevole nei confronti delle istituzioni”. Ho il vago sospetto, però, che l’articolista non sappia neppure della sua esistenza e preferisce riportare questo:

“Sulla vicenda è intervenuta, con una nota, l’associazione antiviolenza e antistalking “Butterfly” di Riccione, secondo cui “è ora di dire basta a queste minacce e a questa violenza inaudita nei confronti delle donne. Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza”. Con l’associazione, osserva la presidente (…) “stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne, minacce del tipo ‘Ti sfiguro con l’acido’. Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita”.

Il sito del gruppo succitato attesta che “L’Associazione Butterfly nasce nel 2014 con lo scopo di difendere, rivalutare e divulgare principi anti violenza per la tutela delle persone, un aiuto concreto che accompagna a un nuovo percorso di vita. (…) L’attività è svolta da un gruppo di donne volontarie che mettono a disposizione le loro professionalità ed esperienze al sostegno di tutti coloro che hanno subito o subiscono violenze domestiche, psicologiche, economiche, maltrattamenti, stalking e abusi. (…) L’esigenza è stata quella di confrontarsi con le problematiche che il territorio già affrontava inerenti alla violenza, con particolare riferimento alle donne e bambini, ma si è sviluppato in un secondo momento la necessità di poter aiutare anche gli uomini violenti con un percorso e progetto in via di sviluppo.” L’italiano zoppica e la visione non risulta troppo chiara. Ci sono in effetti alcuni problemi relativi alla nota citata da La Repubblica. L’approccio dell’associazione è – dichiaratamente e per qualifiche dispiegate – quello della criminologia (citano un noto profiler italiano, ex carabiniere, come “guida” metodologica). La formazione al genere, e quindi alla violenza di genere, sembra mancare.

1) Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza. Sì, però a parte il fatto che “un episodio” non può essere “incessante” (casomai è il flusso della violenza a esserlo), “inesorabile” riferito a un accadimento e non a una persona significa (cit. Treccani) “cosa a cui è impossibile sottrarsi, contro cui non c’è rimedio, che non si può in alcun modo allontanare, mutare, fermare”. Vedere la violenza in questo modo significa trattarla da fenomeno atmosferico, non sapere in realtà come si origina e quindi non sapere come arrestarla e trasformarla.

2) Stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne: per favore, no. Le parole sono importanti, convogliano senso. Le donne non appartengono agli uomini (ne’ gli uomini appartengono alle donne) come “loro” suggerisce. Usare per esempio “nei confronti delle donne con cui hanno relazioni” avrebbe trasmesso un significato di eguaglianza fra i due soggetti, concetto di cui abbiamo disperatamente bisogno per minare la violenza alle basi.

3) Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola.

Immagino che chi fa parte dell’Associazione legga almeno i giornali, ma in caso contrario ecco alcuni recenti titoli in cronaca:

13 luglio 2017 – Donna uccisa in strada nel Casertano, fermato il compagno. Entrambi italiani.

13 luglio 2017 – Femminicidio, a Bari una 48enne uccisa in casa: fermato il compagno di 32 anni. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Cagliari, massacra la fidanzata la crede morta e si uccide. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Siena, uccide a coltellate la ex il giorno prima di vederla in tribunale. La vittima è di origini rumene, l’assassino è italiano.

17 luglio 2017 – Roma, abusa della figlia di 10 anni: arrestato dalla polizia. Entrambi italiani.

Considerare la donna “oggetto di vessazioni” appartiene in sé alla cultura patriarcale che, purtroppo, non spira come un vento malefico da inquietanti spiagge lontane sulla bella e incontaminata Italia. Quella spazzatura che è la violenza di genere nel nostro paese la produciamo proprio nel nostro paese, e qui dobbiamo smaltirla.

4) (…) mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita.

Immagino a questo punto che per quelle già “brutte” non faccia poi quella gran differenza: una vita non possono averla comunque, giacché avere una vita consiste nell’essere considerate “belle” (scopabili) dagli uomini. A che mulino porta acqua questo tipo di ragionamento? Quanta violenza c’è nell’imposizione dei canoni di “bellezza” alle donne? Cosa sta alla radice di questa ossessione per cui la “bellezza” dev’essere per le donne l’unico scopo e allo stesso tempo l’unico premio di un’intera esistenza, se non il loro controllo? Cos’è e cosa genera questo tipo di controllo, se non altra violenza?

Maria G. Di Rienzo

(P.S. Domani: Corso accelerato intensivo per chi desidera mettere in piedi un’organizzazione antiviolenza.)

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