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Posts Tagged ‘attivismo’

“Voglio dire alle ragazze, a cui si insegna la paura: voi siete nate libere e siete nate coraggiose. Voi siete nate libere e libere dovete vivere.” Maria Toorpakai, in immagine.

Maria Smiling

Maria è la protagonista del documentario “Girl Unbound: the war to be her” – “Ragazza Slegata (o Senza Limiti): la guerra per essere lei”, presente la settimana scorsa al festival cinematografico di Human Rights Watch a Londra. Potete vedere il trailer qui:

https://www.youtube.com/watch?v=i_BFUMoDjRM

Maria e la sua famiglia vivono in Pakistan in una regione, il Waziristan, controllata dai talebani. Per poter praticare sport, nello specifico lo squash, che i talebani proibiscono alle donne, Maria si finge un maschio con l’aiuto del padre. La copertura regge sino a che Maria, con i suoi eccezionali risultati, diventa un’atleta professionista: non appena il suo genere viene rivelato lei e la sua famiglia sono soggetti a costanti minacce di morte e la giovane è costretta a fuggire all’estero, dove comunque rappresenta il Pakistan in tornei internazionali. Ma non intende rinunciare alla possibilità di dar forma liberamente alla propria identità e al proprio destino nel paese in cui è nata…

Ania Ostrowska, per “The F Word”, ha intervistato il 13 marzo u.s la regista del documentario Erin Heidenreich: “Si sarebbe potuto fare un film anche su suo padre, che ha un passato davvero interessante, o su sua sorella Ayesha che è un’attivista politica, ma penso sia più facile per il pubblico collegarsi alla storia di Maria, che ha un carattere di universalità. – dice la regista – La cosa mi è diventata chiara la prima volta in cui sono andata in Pakistan a incontrare la sua famiglia. Una famiglia che appare e agisce in modi così diversi dalla mia, o da molte famiglie occidentali, e che ha alcune delle idee più progressiste che ci siano. Perciò ho pensato: con questo si può entrare in relazione ovunque. Era importante, per me, non solo raccontare la storia di Maria ma fare in modo che essa attraversasse i confini, non volevo che il risultato per gli spettatori fosse “guarda quella famiglia che vive in quel paese così distante”. Ho lavorato al documentario per circa tre anni, seguendo Maria a Seul in Corea, Hong Kong e Toronto in Canada, e registrando i progressi del suo viaggio interiore. La cosa che mi ha veramente colpita, lavorando con lei, è il modo in cui ha distrutto coerentemente e costantemente gli stereotipi di genere in ogni momento della sua vita. E lo sta ancora facendo.” Maria G. Di Rienzo

Maria in auto con il padre

(Un’immagine dal documentario)

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(“Meet Fartuun Adan, Somalia” – Nobel Women’s Initiative, 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

fartuun adan

Fartuun Adan è nata e cresciuta in Somalia e là ha vissuto durante la guerra sino al 1999, quando emigrò in Canada con le sue bambine. Nel 2007 ritornò per onorare la memoria del marito morto aprendo il “Centro Elman per la pace e i diritti umani” e, più tardi, “Sorella Somalia” – il primo centro di assistenza alle vittime di stupro che si trova a Mogadiscio. (http://www.sistersomalia.org/)

Nel 2007 sei tornata in Somalia dopo aver vissuto in Canada. Cosa ti ha fatto tornare?

Ho sempre voluto fare ritorno. Era qualcosa a cui pensavo costantemente, ma all’epoca le mie figlie erano molto giovani e non potevo partire. Nel 2007 erano ormai cresciute e in grado di prendersi cura di se stesse. Volevo tornare per dare riconoscimento al lavoro che mio marito aveva fatto da vivo. Era un attivista molto impegnato in Somalia e un mucchio di gente lo conosceva e lo ricorda ancora oggi.

Che tipo di lavoro hai fatto appena arrivata?

Quando sono tornata ho cominciato a lavorare con i bambini soldati e per i diritti umani. Non era facile, ma sentivo di dovermene occupare. All’epoca c’erano le forze della milizia e quelle del governo somalo in conflitto, e dappertutto vedevi bimbi con fucile a tracolla. Perciò abbiamo aperto il Centro per riabilitare i bambini e difendere i loro diritti.

Nel 2011 hai aperto a Mogadiscio il primo centro antistupro in assoluto, “Sorella Somalia”. Cosa ti ha ispirata a farlo?

Abbiamo iniziato questo lavoro quando visitavamo i campi degli sfollati e incontravamo moltissime donne che erano state violentate e nessuna aveva presentato denuncia. Alcune di queste donne non potevano permettersi neppure i costi delle cure mediche relative all’aggressione subita. Ci prendevamo cura delle donne e chiedevamo aiuto per loro ai governi locali. Le donne potevano venire al nostro Centro e avere cure mediche, potevano restarci e potevano finalmente riposare.

Quali sono gli ostacoli e le sfide che affronti nel dar sostegno a queste donne?

La sfida è che non c’è giustizia. Quando suggeriamo di andare alla polizia, le donne dicono no. Chiedono: “Chi mi proteggerà se lo faccio, dove andrò dopo?”. E’ una grossa sfida perché io non ho risposte per questo. Non posso dire: “Ti proteggerò io.” Parlare apertamente di ciò che hanno subito può arrecare rischi ancora più gravi a queste donne. Cambiare il sistema è difficile. Ma se continuiamo a parlare prima o poi dovranno ascoltarci. Noi non ci arrendiamo mai. Attualmente la portata della questione non è più negata dalle ong, dalle comunità e persino dal governo: tutti sanno che la violenza sessuale sta accadendo. Adesso che siamo d’accordo nel riconoscere che un problema esiste, come lo risolviamo? Cosa possiamo fare? Questo è lo stadio in cui ci troviamo al momento.

Cosa ti dà la forza di continuare a svolgere questo lavoro?

Sono una madre e ho figlie. Quando incontro le ragazze e vedo quanto soffrono mi chiedo “Cosa farei se ciò accadesse a mia figlia?”. Perciò faccio ciò che posso, in qualunque modo. Ogni sera quando torno a casa mi chiedo: “Cos’ho compiuto oggi, a chi ho dato una mano?” e questo mi dà la sensazione di aver raggiunto qualcosa. Quando so di aver contribuito al cambiamento, questo mi motiva al cento per cento.

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bangladesh 8 marzo 2017

Sii audace. Abbi il coraggio di mettere in questione tutte le argomentazioni basate su autorità, storia, religione e costume. Non dare nulla per scontato. Assicurati di analizzare quel che viene detto e fai un mucchio di domande. Contesta “l’unica versione”. Sii critica sulla realtà, ma anche con te stessa. Leggi, leggi molto.

filippine 8 marzo 2017

Sii creativa. I problemi potrebbero essere complessi, perciò preparati a pensare fuori dagli schemi! Immagina nuovi modi di trattare le istanze su cui stai lavorando. Inventa nuovi modi di vedere, di avvicinarsi, disegna nuove lenti per guardare la realtà.

italia2 - 8 marzo 2017

Sii persistente. Per favore, non mollare. Abbi cura di te stessa e impara a scegliere le tue battaglie, ma torna sempre più forte e più fiera! Il non agire è comunque una posizione politica che favorisce lo status quo, per cui prendi il controllo e credi nel potenziale di dar forma a soluzioni nuove e migliori.

istanbul 8 marzo 2017

Testo di Lucía Berro Pizzarossa, 30 anni, uruguaiana, attivista per i diritti riproduttivi. (Trad. Maria G. Di Rienzo.) Le immagini, dall’alto in basso, ritraggono lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo 2017 in: Bangladesh, Filippine, Italia, Turchia e Usa.

new york 8 marzo 2017 - foto di kristen blush

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(“Meet Mariamah Achmad, Indonesia” – Nobel Women’s Initiative 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

mariamah-achmad

Mariamah “Mayi” Achmad, indonesiana del Kalimantan occidentale, è la Coordinatrice per l’istruzione alla consapevolezza ambientale della Fondazione Palung e dirige l’organizzazione ecologista “Sekolah Lahan Gambut”. Ha un diploma in gestione forestale e lavora per educare i villaggi rurali alla protezione della biodiversità.

Cosa ti ha spinta a diventare un’attivista?

Sono cresciuta in un bellissimo villaggio rurale con un lungo fiume e molte mangrovie. La foresta forniva alla mia famiglia e alle persone nel mio villaggio legno, lavoro e acqua potabile. All’epoca mio fratello lavorava come disboscatore. Quando il governo mise fuorilegge il disboscamento io mi sentivo arrabbiata, perché pensavo che i nostri mezzi di sussistenza ci fossero stati tolti. Ma ho capito che il vero problema erano le compagnie multinazionali a cui era permesso di controllare larghe aree e di usare la terra a proprio beneficio. Mio fratello non poteva tagliare un albero, ma una di queste compagnie venne al mio villaggio, tagliò il legno delle mangrovie per fare carbone e distrusse i loro acquitrini per produrre gamberetti. Ho preso il diploma in gestione forestale perché sapevo che non c’era abbastanza consapevolezza su come maneggiare la foresta e le nostre risorse naturale. E’ stato come se la foresta mi avesse chiamata.

Quanto grave è l’attuale problema di deforestazione dell’Indonesia?

L’Indonesia soffre degli effetti del surriscaldamento globale, ma allo stesso tempo siamo diventati uno dei paesi che producono più emissioni di anidride carbonica. Centinaia di migliaia di incendi nelle foreste accadono qui ogni anno, molti sono iniziati deliberatamente per aver terra da coltivare, in particolare per le piantagioni che producono olio di palma.

Le nostre umide foreste torbiere sono state prosciugate e disboscate e la torba è molto infiammabile, specialmente nella stagione secca. Quando la torba prende fuoco può bruciare invisibile sotto il terreno e solo la pioggia può spegnerla. L’uso di pesticidi e fertilizzanti e le attività minerarie – sia legali sia illegali – hanno inquinato i fiumi. Nel 2013, l’intera regione del Kalimantan è finita nella lista dei 10 luoghi più inquinati del mondo.

Che impatto ha questo sulle persone?

Il fumo denso delle foreste che bruciano può causare asma, bronchite, malattie cardiache e cancro ai polmoni, e interessa specialmente gli agricoltori che vivono vicini alle piantagioni di palma da olio. A queste comunità manca anche l’accesso a servizi sanitari e istruzione. Nelle zone urbane fanno campagne per insegnare alla gente come maneggiare lo smog, ma la mia squadra e io siamo state in aree rurali piene di fumi dove i membri delle comunità, inclusi i bambini, continuavano a svolgere le attività quotidiane senza usare neppure mascherine.

Ho colleghe che hanno documentato problemi di salute riproduttiva per le donne come risultato dell’uso di acqua inquinata. C’è un costo sociale, pure. Con la perdita della foresta, la comunità perde i suoi mezzi di sussistenza. In passato, la foresta forniva tutto ciò di cui le persone avevano bisogno gratuitamente. Ora devono pagare, il che significa trovarsi un lavoro e usualmente il lavoro lo trovano alle piantagioni per l’olio di palma: dove l’orario è lunghissimo e la paga irrisoria.

In che modo la tua organizzazione “Sekolah Lahan Gambut”, contrasta tale realtà?

Molti dei nostri membri sono giovani donne. Le istruiamo affinché vadano nelle zone rurali a ricordare alle persone quanto importanti sono le foreste, perché le stiamo perdendo e cosa loro possono fare per dare una mano. Lavoriamo nelle scuole, usando le tecniche del racconto e dello spettacolo di marionette per educare gli studenti sull’importanza delle foreste pluviali e torbiere e della biodiversità in generale. Io porto gli studenti nelle foreste in uscite didattiche nelle foreste, che sono anche habitat per specie animali in pericolo. Facciamo anche campagne sui media e abbiamo creato un sito web e programmi radio per diffondere il messaggio.

Cosa dovrebbe accadere?

Dobbiamo far pressione sul governo affinché mantenga la decisione di revocare alle compagnie multinazionali i permessi di bruciare le foreste. Dobbiamo far pressione affinché smettano di aprire queste aree e assicurare le loro riforestazione ove siano state disboscate o bruciate. Le politiche del governo devono sostenere le comunità, non le compagnie commerciali. Io spero di fare in modo che le persone ricordino tutto ciò che le foreste ci hanno dato e che è nostra responsabilità proteggerle.

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Il sobborgo chiamato “Maria Auxiliadora” si arrampica dal 1999 su una delle colline che circondano Cochabamba, in Bolivia. A prima vista, non ha nulla che lo distingua da altre zone periferiche abitate dalla classe lavoratrice, ma le famiglie che vogliono viverci devono osservare le regole stabilite dalla comunità: non si vendono alcolici, la violenza domestica non è permessa, i ruoli guida (presidente e vicepresidente) sono sempre ricoperti da donne.

maria-auxiliadora-community

(la costruzione del sobborgo)

Le cinque fondatrici ebbero l’idea di creare “Maria Auxiliadora” mentre lavoravano in un comitato che si occupava di violenza domestica e salute riproduttiva, come metodo da offrire alle famiglie per sfuggire alla pressione dei contratti d’affitto precari stipulati con latifondisti che abusavano di loro. La terra del sobborgo è proprietà collettiva di chi ci abita e non può essere venduta per profitto, perciò prezzi e case restano accessibili e stabili. (Nel 2008, il quartiere ottenne la “nomination” ai premi conferiti dall’agenzia Habitat delle Nazioni Unite, ottenendo così riconoscimento internazionale per i suoi successi “nel ridurre la violenza domestica e nel promuovere la leadership femminile in una cultura patriarcale”.)

Le 420 famiglie che ci abitano usufruiscono dell’aiuto di un comitato apposito se le coppie sperimentano problemi relazionali, ci sono seminari aperti che istruiscono le persone sui diversi tipi di violenza di genere e domestica, come l’abuso psicologico ed economico. Dalla sua creazione, la comunità di “Maria Auxiliadora” ha espulso quattro uomini perché continuavano a picchiare i propri familiari – in uno dei casi, il marito aveva strappato a morsi un sopracciglio della moglie.

Uno dei residenti maschi, Gumercindo Parraga Camacho, vive nel quartiere da 15 anni ed è stato presente a tutti e quattro gli episodi: “Siamo andati insieme, l’intera comunità, e abbiamo cacciato il marito. E’ stato un lavoro comunitario, collettivo. Ho visto come le attitudini si sono trasformate, nel tempo. All’inizio gli uomini erano risentiti dal fatto che le posizioni di leader fossero riservate alle donne, ma adesso lo accettano. Si dice che gli uomini siano più abili delle donne in questi ruoli, ma io la penso altrimenti: le donne sono migliori nel discutere e convincere.”

Teodocia Vallejos, un’altra residente, vende farina e olio da cucina: in precedenza faceva turni di 16 ore in un ristorante economico. Dice che i seminari e il sostegno della comunità l’hanno aiutata a superare l’abuso psicologico che riceveva dal coniuge: “Ero timida. Lui mi gridava addosso e tutto quel che io facevo era piangere. Ero solita stare zitta, ma adesso ho imparato. Ho partecipato a un bel po’ di seminari per diventare la donna che sono oggi.”

“Le donne me lo dicono: – aggiunge Rose Mary Irusta Perez, una delle fondatrici di “Maria Auxiliadora” – quando vivevamo altrove picchiarmi per lui era un’abitudine, ma con le regole che ci sono qui ha smesso di bere e non ha più alzato un dito su di me.”

Ultimamente ci sono state frizioni sulla questione della proprietà collettiva della terra e ciò ha reso il comitato antiviolenza meno attivo, ma Rose Mary è convinta che la comunità supererà anche questo momento: “Fino a che sarò qui viva e vegeta continueremo a andare avanti, perché non dovremmo?” Maria G. Di Rienzo

Fonti: The Guardian, Nazioni Unite – Habitat, La Razón.

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“Quando una bambina vi dice che un uomo l’ha toccata in modo inappropriato, o che l’ha molestata…

Quando una donna vi dice che un uomo l’ha stuprata, o l’ha molestata sessualmente…

Perché come prima cosa mettiamo in discussione la veridicità di quell’esperienza, per la cui condivisione da parte della bambina o della donna possono esserci voluti grande coraggio, il rendersi vulnerabili e il mettersi a nudo? Perché stiamo subito a ponderare quanto danno questo può portare all’uomo in questione?

Quando un bimbo maschio vi dice che un uomo l’ha toccato in modo inappropriato, o che lo ha molestato, o che lo ha stuprato… Cosa ci induce a credere immediatamente al bambino, ad arrabbiarci e a cominciare a fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa giustizia al bimbo stesso?

Perché non possiamo credere immediatamente anche alle nostre bambine e donne, e fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa loro giustizia? Perché?

Perché tutte le volte, in tutte le circostanze, non svergogniamo il perpetratore e forniamo guarigione, cura e sostegno ai/alle sopravvissuti/e – tutti/e?

Come mai la reputazione di un uomo diventa una questione così critica, quando è accusato di aver perpetrato violenza sessuale contro donne e bambine, che noi volontariamente e talvolta ciecamente trascuriamo l’umanità di quelle donne e bambine?

Che tipo di società abbiamo creato per noi stessi?

Dov’è la protezione del valore e della dignità di donne e bambine?

Io voglio per donne e bambine una Giamaica differente. E spero che l’Esercito del Tamburello (#TambourineArmy) creerà la Giamaica differente di cui c’è bisogno.”

Così una delle “capitane” di questo nuovo gruppo di attiviste, Stella Gibson, spiega ciò che sta a cuore alle sue aderenti.

esercito-del-tamburello

Il nome scelto non è casuale. Dalla fine del 2016, quando un pastore 64enne della chiesa moraviana (confessione protestante) è stato beccato mentre assaliva sessualmente una ragazza di 15 anni all’interno di un’automobile, molti altri casi simili sono venuti alla luce. Il 9 gennaio scorso, le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale da parte dei sacerdoti hanno protestato di fronte alla chiesa suddetta e nel battibecco che è nato fra i dimostranti e il leader moraviano Paul Gardner, quest’ultimo si è preso un colpo di tamburello in testa. Gardner e il suo vice presidente hanno dato le dimissioni pochi giorni dopo, in quanto sono entrambi indagati per abuso sessuale di minori.

L’Esercito del Tamburello mira a costruire “una della più grandi coalizioni di organizzazioni e individui in Giamaica che lavorino per rimuovere la piaga dell’abuso sessuale, dello stupro e di tutte le altre forme di violenza sessuale contro bambine/i e donne”. Una delle strategie che il gruppo sta usando è l’hashtag #SayTheirNames (Dì i loro nomi) tramite il quale le donne sono incoraggiate a farsi avanti e a raccontare le storie degli abusi subiti nominando i perpetratori. Ma non usano solo le loro tastiere: il 6 febbraio 2017 hanno organizzato una campagna di protesta vestendo di nero, l’11 marzo prossimo terranno la Marcia di Potere delle Sopravvissute, stanno già tenendo Circoli di Guarigione per le vittime di violenza e stanno creando connessioni ovunque sia possibile per far pressione sui legislatori affinché la legge contro i reati sessuali sia resa più efficace.

Buon lavoro, amiche. Chissà che il tamburello risuoni (metaforicamente) su moltissime altre teste. Maria G. Di Rienzo

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(“Sustaining the Sisterhood After the March” di SanPatagonia, pseudonimo di una giovane argentina studente universitaria e attivista femminista: “una cercatrice, una pellegrina, un’anima… una donna”. 30 gennaio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il 21 gennaio mi sono unita in spirito alla Marcia globale delle Donne dalla Patagonia, in Argentina. Tramite Twitter, ho marciato virtualmente in solidarietà con le marce fisiche che si tenevano in tutto il mondo.

Eravamo tutte unite sotto lo stesso cielo con la stessa convinzione che siamo eguali e meritiamo parità e rispetto. Non c’era paura nei nostri passi. Non c’era violenza nelle nostre azioni. Ho testimoniato forza, coraggio e migliaia di voci pronte ad alzarsi.

In quel giorno ci siamo sollevate come una sola persona. Ma c’è un vecchio proverbio che dice: “Dio è nei dettagli”. (Ndt.: io lo conoscevo come “Il diavolo è nei dettagli”)

Io sono un’attivista per l’eguaglianza da quando ho memoria e ogni vittoria che ho celebrato è stata breve e dolceamara – un piccolo passo che può sempre essere riportato indietro.

Sei giorni dopo la marcia ho saputo che una donna di 28 anni della mia città era morta. Suo marito l’ha picchiata a morte. La brutalità della nostra società e il profondo disprezzo per la vita di una donna restano intatti. Proprio l’anno scorso, avevamo marciato per un’altra donna assassinata dal marito.

Mi sorge la stessa domanda, allora e adesso: marciamo e siamo milioni – e poi? Come possiamo educare al cambiamento reale se non abbiamo la volontà di contribuire al cambiamento fra di noi su base giornaliera?

Per due anni di fila, il movimento NiUnaMenos si è sollevato nel mio paese come un urlo imponente per fermare il femicidio e la violenza di genere. L’anno scorso, la marcia nazionale di Ni Una Menos si tenne nello stesso giorno dedicato alla previdenza del cancro e le donne che vestivano di nero furono criticate perché in quel modo mandavano un messaggio negativo nel giorno dedicato al cancro.

Quanto perdute siamo in questi trucchi cosmetici per predarci l’un l’altra in tal modo? Come donne, spesso contribuiamo ai nostri passi indietro. Le critiche più dure, i più profondi e significativi silenzi e le più aspre opinioni tendono ad arrivarci dalle nostre sorelle nella lotta.

Troviamo oltraggiose le uscite dei politici, ma votiamo per loro – quando andiamo a votare del tutto. Condanniamo i picchiatori ma pure siamo disposte a chiamarci fuori se li conosciamo o se fanno parte delle nostre famiglie. Votiamo persino per i picchiatori, di tanto in tanto, anche se le accuse contro di loro sono pubbliche.

Lasciamo sapere ai ragazzi che possono fare qualsiasi cosa e alle ragazze che devono stare attente perché non sono ragazzi.

Usiamo i nostri social network per giudicare le donne che non si sposano o non hanno bambini.

Quando una donna si veste come le pare, senza badare all’età o al tipo di corpo, la chiamiamo pazza; quando una donna osa essere ambiziosa o compie un subitaneo cambiamento nella sua vita o nella sua carriera, la chiamiamo deviata.

Mentre scrivo, sono passati 9 giorni dalla Marcia delle Donne. Tre reporter della CNN spagnola se la stanno prendendo con Ariel Winter (Ndt.: attrice statunitense) per la scelta dell’abito che indossa alla serata dei SAG Awards (Ndt: SAG sta per Screen Actors Guild – Gilda attori dello schermo, conferisce premi per le migliori interpretazioni dei membri dell’associazione).

Posso sentire una donna che dice, sdegnata: “Non si adatta al suo corpo.”

Perché facciamo questo? Il segmento proposto dovrebbe essere divertente e spassoso, ma tutto quel che io vedo è una giovane donna che lavora come attrice e indossa una veste lunga verde. Tutto ciò le appartiene, è suo. Però i suoi detrattori agiscono come se lei appartenesse a loro, il suo corpo, le sue scelte, la sua immagine pubblica. La rete televisiva legittima l’abuso.

Non sento alcuna voce protestare dal pubblico.

Queste cose non accadono a causa di nessun nuovo presidente. Dobbiamo saper essere responsabili.

Il cambiamento non è garantito. Quando marciamo, compiamo i primi passi nella nostra lotta per l’equità. Ma dobbiamo continuare a fare passi in avanti. Dobbiamo sfidare noi stesse a compiere piccole azioni ogni giorno e a rendere la nostra visione realtà.

sciopero-internazionale-8-marzo-2017

P.S. della traduttrice: Ni Una Menos ha chiamato allo sciopero internazionale delle donne per l’8 marzo. A tutt’oggi, oltre che ovviamente dall’Argentina, hanno risposto positivamente coalizioni femministe da: Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Costa Rica, Cecoslovacchia, Ecuador, Francia, Germania, Gran Bretagna, Guatemala, Honduras, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Messico, Nicaragua, Perù, Polonia, Russia, Salvador, Scozia, Stati Uniti, Svezia, Togo, Turchia e Uruguay. Ne riparleremo.

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