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Diversamente da altre città statunitensi, a New Orleans la “Super Domenica” non si riferisce alla finale del campionato di football americano ma al Carnevale: nella domenica più vicina al 19 marzo circa 50 gruppi di origine nativa sfilano in sgargianti costumi, rigorosamente fatti a mano, cantando e danzando e tenendo rituali. Si crede che l’orgine di questa celebrazione risalga al periodo in cui gli schiavi fuggitivi di colore trovavano rifugio presso le tribù indiane, adattandosi ai loro usi e costumi e passando queste conoscenze alle generazioni successive.

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Circa tre anni fa, la fotografa Akasha Rabut si trovava a New Orleans per seguire la “Super Domenica” e notò due donne in motocicletta. Costoro le dissero di far parte di un club, fondato nel 2005 e chiamato “Caramel Curves” (“Curve color caramello”): “Il mondo dei club di motociclisti – racconta la fotografa – è generalmente un dominio maschile, per cui ho trovato davvero interessante che donne afro-americane vi fossero coinvolte. Ho cominciato a fotografarle perché volevo documentare questo fenomeno culturale.”

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Le “Caramel Curves”, scoprì Akasha, sono delle celebrità locali e usano le loro parate per raccogliere fondi destinati a scopi sociali come la costruzione di centri comunitari. Anche la loro capacità organizzativa ha affascinato la fotografa: “Sono in 28, e ciascuna di loro ha la sua propria vita e il suo proprio lavoro, ma in qualche modo riescono puntualmente ad incontrarsi ogni domenica.”

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Tanto per far capire subito chi sta guidando le motociclette in corsa, le “Caramel Curves” verniciano la gomma delle ruote, così da produrre fumo rosa al loro passaggio.

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Non vi dico altro se non di dare una buona lunga occhiata alle fotografie di Akasha Rabut. Personalmente trovo le “Curve color Caramello” fantastiche e adorabili. Maria G. Di Rienzo

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Dichiarazione

(“Declaration”, di Jamie Dedes – in immagine – poeta e attivista contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. “La poesia – dice Jamie – è necessaria alla vita come l’acqua. Con essa prendiamo posizione, solleviamo la consapevolezza collettiva, mostriamo il dovuto rispetto all’intuizione e all’istinto. La poesia libera le nostre speranze e i nostri sogni da sotto i ciottoli e stabilizza come un’ancora il nostro potere.” Ndt: il testo è privo di maiuscole.)

Jamie Dedes

DICHIARAZIONE

noi, i nessuno, la piccola gente

fustigata dai capriccci degli affamati di potere,

che ci inchiodano a una croce di narcisismo e avidità

che ci gettano nella spazzatura della storia

noi, i feriti e nobili senza nome,

con tutte le nostre ossa, sangue, cuore e spirito

dichiariamo inequivocabilmente –

che non troviamo salvezza nel caos,

nessuna gioia nel dividere mari di sangue,

nessuna grazia nell’ucciderci l’un l’altro

adesso noi offriamo non le nostre guance, ma le nostre schiene

lasciando i bulli alla loro nuda illusione,

alle loro anime rudimentali; rinunciando

alle spade che ci hanno messo fra le mani, noi impegniamo

i nostri muscoli all’aratro e reclamiamo

il nostro diritto di nascita a tutto ciò che è sano e buono

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(brano tratto da: “If You See a Woman Being Harassed and Do Nothing You Are Part of the Problem”, di Anjali Sarker – in immagine – per World Pulse, 11 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Anjali, che non ha ancora trent’anni, è Vice Direttrice di un laboratorio per l’innovazione sociale, l’inventrice di “Toilet+” – una soluzione sanitaria sostenibile per i poveri delle zone rurali, ha una laurea in amministrazione aziendale ottenuta nel suo paese, il Bangladesh, e una laurea in innovazione sociale presa all’Università di Lund in Svezia. La sua passione per i diritti delle donne e per l’impresa sociale e sostenibile, racconta Anjali, ha avuto una spinta decisiva quando compì sette anni; quel giorno, i suoi genitori le portarono a casa quel che lei descrive come “il più bel regalo possibile”, una sorellina appena nata che lei vide e festeggiò come un “piccolo angelo”. Presente c’era anche un suo zio, che presentò le sue condoglianze al padre di Anjali per quella “maledizione”: un’altra femmina invece di un prezioso maschio.)

Anjali

Qualche anno fa, un mio amico maschio mi schiaffeggiò e mi strattonò tenendomi per i vestiti in una strada affollata di Dhaka, mentre stavamo discutendo. Era un comune ragazzo della mia età e frequentavamo la stessa università. Ma poiché lui era un maschio, ha osato abusare fisicamente di me in piena luce del giorno e di fronte a una folla.

Prima di farlo mi aveva sottratto il cellulare, per assicurarsi che io non potessi chiamare la mia famiglia. Ero paralizzata dalla paura. I miei sensi smisero di funzionare. Con la coda dell’occhio vidi un gruppo di guardie giurate che stavano a qualche metro di distanza, a guardare la scena. Nessuno si scomodò per interromperla e dire “Che diavolo sta succedendo qui?”.

Ora, ogni volta in cui noto un uomo adulto camminare verso di me, la mia mente entra in uno speciale modulo d’allerta. Comincio a valutare la sua espressione, struttura fisica, età, movimento e velocità di camminata per determinare cosa fare se mi verrà troppo vicino. Il mio cervello ha messo in moto questo algoritmo così tante volte che mi basta una frazione di secondo per avere un risultato e agire: a volte attraverso la strada, altre volte comincio a correre. So che nessuno interverrà per aiutarmi.

Non sono un caso isolato. In quel di Nuova Delhi, il 40% delle donne sono state molestate in spazi pubblici come autobus o parchi durante lo scorso anno. Circa due terzi delle donne in Gran Bretagna attestato di essere state vittime di attenzione sessuale indesiderata in pubblico. La cifra è ancora più alta per le donne israeliane. Quel che è peggio, ci sono spesso testimoni agli abusi ma sono troppo scioccati, spaventati o indifferenti per intervenire.

Il 20 marzo 2016, una 19enne è stata brutalmente stuprata e uccisa a Comilla, una piccola città del Bangladesh. Dieci giorni prima, una donna aveva subìto uno stupro di gruppo su un autobus in India, e il suo figlioletto di 14 giorni era stato ucciso dagli stupratori davanti agli occhi dell’altra sua bimba di tre anni. In tutto il mondo, moltissime donne si chiedono ogni giorno se saranno in grado di tornare a casa sane e salve. Sembra che per donne e bambine la sicurezza non sia un diritto, ma un privilegio. (…)

Spesso le persone non sanno cosa fare quando sono testimoni delle molestie o temono per la propria sicurezza. Ma ci sono modi per ridurre i rischi. Grazie a internet, idee creative che motivano i testimoni a farsi avanti distano solo un click. Distrazione e interventi indiretti, come il chiedere informazioni o che ore sono, parlare ad alta voce al telefonino, o semplicemente schiarirsi la gola per fare rumore, sono modi facili per stare al fianco della vittima. Gruppi di donne come Polli Shomaj in Bangladesh e le Gulabi Gangs in India hanno mostrato con successo che i passanti possono davvero fare la differenza. Ogni volta in cui uno uomo comincia a indirizzare messaggi lascivi a una donna e gli altri girano le teste, a lui arriva un incoraggiamento: “Goditela. Nessuno ti fermerà.” A questo punto può sentirsi più baldanzoso e fare un passo oltre: lo sguardo osceno può diventare il fischio, il fischio la palpata, la palpata il tentativo di stupro.

Quando un assalto ha come risultato l’omicidio e diventa una notizia sensazionale sui media, la gente prova shock e compassione per la vittima. Ma questa stessa gente dimentica che il perpetratore non è diventato uno stupratore nel giro di una notte. Quando aveva 10 anni e ha cominciato a fischiare alle ragazze che passavano per strada, forse nessuno gli ha detto che quel comportamento era sbagliato. E oggi qualcuna ne paga il prezzo.

Donne, uomini, vittime, perpetratori, testimoni – siamo tutti parte del discorso e abbiamo un ruolo da giocare in esso. Tuttavia, spesso la discussione si concentra solamente sulle liste di cose da fare / non fare per le donne e getta su di loro il fardello della colpa. Se noi siamo nella posizione di poter agire e non agiamo, il sangue macchia anche le nostre mani.

Perciò, invece di puntare il dito contro le donne, per favore, potremmo porci questa semplice domanda? “La prossima volta in cui vedrò qualcuno subire molestie, cosa intendo fare?”.

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(“The future is female”, di Waad Janbi, marzo 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Waad è una giovane femminista saudita che sta studiando filmografia negli Usa. Dopo aver partecipato alla Marcia delle Donne il 21 gennaio scorso, ha eseguito un montaggio di immagini della protesta su cui scorre questa sua poesia, scritta anni fa: “Quando ho marciato per i diritti delle donne era la prima volta in cui marciavo per qualcosa, in assoluto. E vedere tutte quelle donne, estranee con differenti retroscena, unirsi per una causa mi ha dato la sensazione che la mia poesia non raccontasse solo la mia storia, che non si trattava solo di me, ma di tutte le donne che potevano collegarsi in modo o nell’altro alla mia storia. Il senso di potere che ho provato durante la manifestazione mi fa desiderare che altre lo provino. Poiché scrivo poesia e sto studiando come creare film, mi è sembrato che entrambi fossero gli attrezzi giusti per farlo.” Non riesco a mettere il link al lavoro di Waad – devo ancora scoprire perché WordPress ne accetta alcuni e ne rifiuta altri – ma se digitate su YouTube “Spoken Word – The future is female – Women March 2017” lo troverete.)

future is female

IL FUTURO E’ FEMMINA

Io so che tipo di ragazzo sei.

So dove stai andando e che sentiero sceglierai.

Perché è facile distinguere maschi come te.

Tu sei il ragazzo che era solito tirarmi la treccia e rovesciare succo di mirtilli sui miei vestiti –

lo stesso ragazzo che mi ha detto, quando ho compiuto 15 anni, che mi amava da quando ne avevamo cinque.

Tu sei l’uomo equivoco alla tv

che parla di donne con arroganza e ci ordina di vestire modestamente,

altrimenti i nostri corpi saranno recipienti per il suo sperma.

Tu sei, sicuramente, il guardiano della mia scuola.

La sua bacchetta non lascia mai la sua mano e non manca mai le nostre cosce.

Io so che tipo di maschio sei.

Se una donna respinge il tuo approccio verso di lei,

tu diventi pazzo e la accusi di adulterio.

Anche se lei ha fatto proprio il contrario.

Tu ti assicuri che comprare prodotti che dicono di essere “solo per uomini”.

Ecco quanto è fragile la tua mascolinità.

Tu sei il giovanotto che mi ha detto di non aver mai conosciuto una donna con la mia integrità e indipendenza –

e poi mi hai chiesto di cucinare per vedere se potevi sposarmi.

Tu sei il vecchio che sbircia le mogli di altri

ma mette catene alle porte per le proprie figlie.

Io so che tipo di uomini siete.

Ma voi non sapete che tipo di donna sono io.

Non mi avete ancora incontrata.

E forse tu stai stringendo una bionda tinta, con la faccia coperta di trucco.

La stai tenendo, ma i tuoi occhi stanno seguendo

una brunetta con labbra che sono il doppio di quelle normali.

E forse, dopo aver fottuto entrambe

ti posi all’angolo per fottere la tua sigaretta

e forse qualche libro che farà di te un genio

e ti permetterà di collezionare altre donne come loro nel tuo contenitore di cuori.

Non mi hai ancora incontrata.

E quando lo farai, non sarai attratto

dal mio corpo rozzo e non in forma

o dal mio taglio di capelli “da ragazzo”.

Il mio trucco da cinque minuti non ti farà girare la testa.

Non mi guarderai due volte quando ti passerò accanto.

Le tue sopracciglia si alzeranno in segno di disapprovazione

quando sentirai la mia stramba risata.

E ti chiederei perché mi incastro da sola non appena comincio a parlare.

Sarai confuso da una donna mediorientale che è fiera dei suoi difetti

e che discute liberamente della fascinazione e attrazione che prova per il suo genere.

Apprezzerai tua madre, la tradizionalista conservatrice, quando mi sentirai lodare altre culture e criticare il nostro mondo arabo.

Quando mi incontrerai, ti chiederai perché ci sono donne come me, al mondo.

Donne che sono fatte d’acciaio.

Donne che mangiano con le mani e non rifiutano mai il dessert.

Donne che gridano per i loro diritti e l’eguaglianza.

Donne che preferiscono leggere invece di passare ore in cucina.

Donne che ondeggiano al suono della musica e non attendono il tuo applauso.

Donne che salgono sugli aerei con una piccola borsa – in essa c’è qualche abito e un mucchio di libri.

Donne come me, che disturbano la bilancia mondiale e la rovinano.

E quando infine mi incontri, e non intendo quando mi vedi e quando ci scambiamo frasi di cortesia:

quando mi incontri e ascolti quel che ho da dire.

Quando percepisci i miei pensieri e vedi oltre la mia apparenza che ti confonde.

Quando scopri che la tua anima si muove al suono della mia musica contro la tua volontà.

Quando la mia canzone raggiunge quella parte abbandonata della tua mente.

Quando rispondo solo con una smorfia al tuo complimento pacchiano.

Quando i tuoi tentativi di ballare con me falliscono.

Quando capisci che non conoscevi la vera bellezza sino a che non mi hai incontrata.

Quando mi incontrerai in questo modo, mi adorerai.

Amerai il mio estremismo espresso nella musica, nei miei scopi, nei miei principi radicali,

amerai il modo in cui porto i capelli corti e colorati, e la mia preferenza per i vestiti neri.

Il caos riempirà la tua vita.

Odierai tutte le donne che sono cadute nelle tue trappole.

Maledirai tua madre, perché ti aveva detto che le donne forti sono un mito o una vergogna.

E quando mi incontrerai, dopo tutto questo, io non sarò capace di differenziarti dagli altri.

Come vedi, io so che tipo di ragazzo sei.

Ma tu non sai che tipo di donna sono io.

E questo è il motivo per cui tu perdi sempre con me, e io ti sconfiggo sempre.

Solo che la vita non è una gara, e fino a che non siamo entrambi certi di questo,

tu devi solo spostarti e lasciarmi passare.

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malebogo malefhe

Malebogo Malefhe, in immagine, è la vincitrice del premio “International Women of Courage” del 2017, conferito a donne che affrontano rischi considerevoli e mettono in gioco le loro vite per portare cambiamenti positivi nelle loro comunità.

Malefhe, oggi 37enne, giocava nella nazionale di basket del suo paese, il Botswana. Nel 2009, l’uomo con cui aveva una relazione da dieci anni le piantò otto pallottole in corpo e poi si uccise. Malefhe sopravvisse, ma con lesioni alla spina dorsale così gravi da non poter più camminare: “Ho dovuto imparare ad usare di nuovo il mio corpo. Ho dovuto imparare a vivere di nuovo. Mi sentivo come se fossi caduta in un pozzo senza fondo e mi ci è voluto un bel po’ di coraggio per risalire. E quando l’ho fatto, ho guardato alla mia vita e mi sono detta: Posso usare la mia storia per aiutare le donne. Quando la gente viene a sapere che uso una carrozzella perché il mio fidanzato mi ha sparato, di solito chiede: Cosa gli avevi fatto? Io sto lavorando per assicurarmi che a nessuna donna vittima di violenza domestica sia mai più fatta questa domanda.”

Così Malebogo Malefhe è diventata un’attivista antiviolenza; conosce le radici della violenza di genere: “Abbiamo norme culturali che limitano le donne, come il prezzo della sposa – la dote. Incatena le donne agli uomini e fa pensare a questi ultimi che quando hanno pagato la donna è di loro proprietà. Sempre per tali norme culturali alle donne non è permesso dar voce a un’opinione contraria a quella dei loro mariti.”, conosce il contesto in cui avviene: “Io dico alle donne di riconoscere i segnali premonitori, di andarsene quando ancora possono farlo e di denunciare. Potrebbero non avere la mia stessa opportunità di sopravvivere. Alcune perdono le loro vite, altre finiscono rinchiuse in istituti perché hanno perso la loro salute mentale a forza di subire pestaggi e abusi.”, conosce il fondamento che permette a una donna di sollevarsi e lo chiama “amore di sé”: “Con altre donne che lavorano contro la violenza incontro una volta al mese un gruppo di ragazzine. Vengono da piccoli villaggi e sono povere, molte hanno già abbandonato la scuola. Noi insegniamo loro il valore dell’avere i propri scopi. Per farlo, devono guardare dentro se stesse e capire cosa vogliono fare delle proprie vite.”

Malefhe non ha abbandonato neppure lo sport: gioca a basket con altre persone in carrozzella e sta cercando di convincere le donne con disabilità a partecipare alle Paralimpiadi. Maria G. Di Rienzo

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(Intervista alla regista brasiliana Livia Perez – in immagine – tratta da: “What Role Did Brazilian Mainstream Media Play in the Murder of a Teenage Girl? This Filmmaker Wants to Know.”, di Fernanda Canofre per Global Voices, 30 marzo 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Ndt: Il pluripremiato documentario di cui si parla, “Quem Matou Eloá?” – “Chi ha ucciso Eloá?”, è uscito nel 2016 e sta facendo, meritatamente e giustamente, il giro del mondo nei festival e nelle rassegne: è stato acclamato in Francia, Uruguay, Messico, proiettato nelle scuole in Corea del Sud e nelle prigioni brasiliane. Tratta del rapimento e della morte di una ragazza 15enne, la Eloá del titolo, per mano del suo ex fidanzato 22enne. La cosa accadde nell’ottobre del 2008 e per un’intera settimana occupò i media brasiliani. Potete vedere il documentario, che dura poco più di 24 minuti, con sottotitoli in inglese, qui: http://portacurtas.org.br/filme/?name=quem_matou_eloa

E’ scioccante notare la simpatia per il rapitore che sprizza da tutti i servizi televisivi (“un bravo ragazzo senza precedenti penali che sta soffrendo una crisi amorosa”) ma la cosa più folle e atroce, per me, è stato vedere il momento in cui la polizia ha rimandato Nayara, l’amica minorenne della ragazza che era stata sequestrata con lei e poi rilasciata, nell’appartamento a negoziare con il perpetratore: era la casa di Eloá, in cui le amiche stavano studiando insieme quando Lindemberg Alves fece irruzione armato di pistola (“Ho un sacco di proiettili e sono intenzionato a usarli”), quella stessa pistola con cui avrebbe sparato alla sua ex ragazza in testa e ai genitali.

Global Voices (GV): Cosa ti ha portato ad occuparti della storia di Eloá?

Livia Perez (LP): Il tipo di crimine di cui Eloá è stata vittima è quello che investe migliaia di donne brasiliane. La sua storia è la storia di moltissime brasiliane. Il Brasile è il quinto paese al mondo per numero di donne assassinate e, nonostante questo, la stampa non fa la minima luce sulla violenza contro le donne quanto riporta questo tipo di crimine. La mia motivazione principale è stata questa: far riconoscere il crimine commesso contro Eloá come femicidio.

GV: Qual è stata la parte più dura da maneggiare mentre lavoravi alla storia?

LP: La sfida più grande è stata non riprodurre i vizi del giornalismo tradizionale nell’estetica del film o meglio, il riflettere su come come raccontare questo crimine usando immagini diffuse dai media del mainstream e nel contempo criticarle o proporre altre prospettive.

Quem Matou Eloá

(Questa è l’immagine di Eloá che piange alla finestra, con il suo sequestratore alle spalle. L’immagine era disponibile anche con il suo viso non sfumato, ma ho scelto di non usarla perché sono d’accordo con Livia Perez.)

GV: Nel tuo film non ci sono interviste con l’amica di Eloá che è sopravvissuta al sequestro, ne’ con i parenti e neppure con l’investigatore responsabile del caso – cose che i documentari sui crimini normalmente fanno. Cosa ti ha fatto scegliere l’angolatura che usi?

LP: E’ proprio perché il film tratta questo caso specifico come base. Devi guardare allo scenario in senso relazionale, non individuale. Non ero interessata a usare la stessa narrativa dei media, a rendere sensazionalistico un crimine ritraendolo come isolato e unico. La scelta di una narrativa concentrata sull’attitudine dei media mi ha permesso di mettere in discussione le posizioni di polizia e società sui femicidi.

GV: La storia dell’omicidio di Eloá è stata trasmessa in diretta televisiva e il modo in cui i diversi canali hanno tentato di minimizzare la situazione dell’ostaggio appare quantomeno surreale. Ma c’è una parte di questo che vorresti far emergere dal resto?

LP: E’ mia opinione che siano state commesse molte irregolarità, a cominciare dalla diffusione delle notizie sul rapimento le quali, mano a mano che i giorni passavano, hanno fatto sentire il sequestratore più potente. Fra le assurdità, incluso il giornalista che si fa passare per un “amico di famiglia” e l’avvocato che spera “tutto si risolverà bene e con un matrimonio” fra vittima e perpetratore, penso la cosa più problematica sia stata il fatto che i media erano in grado di parlare al telefono con il rapitore, perché sono finiti a mediare una situazione rischiosa di cui non erano esperti. Almeno tre organi di stampa sono riusciti a intervistare il rapitore mentre la crisi dell’ostaggio era ancora in corso, usando la stessa linea telefonica che la polizia usava per le negoziazioni. E’ stata anche nociva la costruzione di una narrativa romantica per il crimine e l’eccessiva enfasi sulla personalità del criminale, cose che i media fanno per attrarre e mantenere l’attenzione del pubblico.

GV: Un recente sondaggio ha attestato che per il 57% della popolazione brasiliana è d’accordo con l’idea che “un bandito buono è un bandito morto”. Tuttavia, nei casi di femicidio, molte persone simpatizzano con l’assassino anziché con la vittima. Perché secondo te?

LP: Sono completamente contraria al discorso “un bandito buono è un bandito morto” e ripudio il ricorso ai vigilantes o il populismo penale. Quel che accade a questi crimini è che sono riportati in modo sessista: cioè, i perpetratori dei femicidi sono ritratti come persone da compatire e le vere vittime sono accusate, biasimate e ignorate. Ciò crea questa assai pericolosa inversione di valori e quel che è peggio essa viene promossa da compagnie e gruppi che usufruiscono di concessioni pubbliche, come nel caso dei canali televisivi. E’ accaduto per il rapimento e l’omicidio di Eloá, per il rapimento e l’omicidio di Eliza Samudio, durante il reportage sullo stupro di gruppo di un’adolescente in una favela di Rio de Janeiro…

GV: Dal 2015, “femicidio” è un termine legale nel codice penale brasiliano. Perciò, è un crimine definito nella nostra legislazione, ma continuiamo a essere il quinto paese al mondo per omicidi di donne. Cos’è che non funziona?

LP: Penso ci manchi uno sforzo collettivo per contrastare quest’alto tasso di femicidi. Per come la vedo io, l’inizio potrebbe essere una riforma dei massa media o l’effettiva implementazione dell’art. 8, comma III, della legge “Maria da Penha” (1), che indica le responsabilità dei mass media nello sradicare e prevenire la violenza domestica e familiare.

GV: L’America Latina – una delle regioni con le più alte percentuali di femicidio del pianeta – si è sollevata l’anno scorso in proteste contro la violenza di genere, con campagne come #NiUnaMenos. Come vedi tale sviluppo?

LP: Queste sollevazioni sono fondamentali e danno speranza, in un’America Latina che è ancora assai sessista. Ora, io penso che dobbiamo integrare il femminismo nel dibattito politico e che abbiamo ancora una lunga battaglia da fare per conquistare rappresentanza.

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2012/09/10/una-societa-piu-umana/

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(brano tratto da: “Making Women Proud: Rosa Palomino Chahuares and the Women of UMA”, un più lungo articolo di Angelica Rao per Cultural Survival, marzo 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Ci sono alcune persone in questo mondo che davvero illuminano una stanza con la loro presenza. Quando incontri Rosa Palomino Chahuares ti è chiaro che lei è una di esse. Ha un sorriso e una luce nello sguardo che danno energia e ispirano, e il suo indefesso lavoro di una vita intera, diretto a sostenere i diritti delle donne indigene nelle comunità rurali Aymara, ti ricorda che potenziale hai per sconfiggere le avversità quando sei impegnata, ottimista e ti curi davvero della tua causa. “Penso sia questo a distinguerci da altri gruppi, il nostro ottimismo. – dice Chahuares – Noi restiamo sempre positive e crediamo che cose buone accadranno.”

Chahuares ha lavorato in radio e ha fatto attivismo per i diritti delle donne sin da quando aveva 16 anni, promuovendo la lingua e la cultura Aymara e contestando il patriarcato in contesti ove gli uomini rispondono aggressivamente alla parola “femminismo”. Nel 2014 ha ricevuto un premio dal Ministero della Cultura e fa attualmente parte del consiglio d’amministrazione della Rete dei Comunicatori Indigeni del Perù. E’ anche membro dell’UMA – Unione Donne Aymara di Abya Yala, un gruppo assai noto a chi si occupa di diritti umani e media, e non senza ragione: il programma radio delle donne di UMA, Wiñay Pankara (“Sempre in fiore”) porta alla luce la realtà che le donne vivono nelle comunità Aymara, sottolineando gli sforzi di quelle che stanno lavorando per migliorare la situazione. “La comunicazione è la spina dorsale della società. – ebbe a dire Chahuares in un’intervista del 2014 – Wiñay Pankara ha aperto uno spazio nella popolazione Aymara. Le donne hanno perso la loro paura e si sono rafforzate partecipando nei media. Noi donne ora sappiamo cosa sono i nostri diritti, cos’è la nostra cultura, la nostra saggezza. Parlare in radio fa sì che le autorità ci rispettino. Tutti possono ascoltare come partecipiamo e le nostre parole. Anche i nostri figli ci ascoltano, mentre diciamo loro in che stato la Terra si trova.” (…)

Chahuares e le sue compagne attiviste per i diritti delle donne fronteggiano una misoginia profondamente radicata ogni giorno. E’ per esempio accaduto che un gruppo di giovani uomini, che pure lavoravano in radio a un loro programma culturale Aymara, la investissero del loro risentimento per le femministe. Per nulla allarmata dal discorso, Rosa ha mantenuto il suo sorriso e la sua compostezza mentre gli uomini le dicevano che sono le donne le vere “machistas”, che sono le madri a crescere i figli e a renderli quali sono e che le donne sono quelle meno disposte ad aiutare le proprie simili. Chiaramente non era la prima volta che lei sentiva cose simili: quando rispose, lo fece usando il concetto Aymara di “chacha warmi”, che rappresenta la relazione simbiotica e di mutua comprensione fra uomini e donne così come storicamente è intesa nelle comunità Aymara. E’ questo suo talento nel convogliare con facilità messaggi controversi a gruppi ostili a fare di Chahuares una così grande comunicatrice in radio e una figura di spicco per i diritti delle donne in Perù. (…)

A 65 anni, il sogno di Rosa Palomino Chahuares continua a essere che le donne dell’UMA possiedano la propria stazione radio (Ndt. Anche se avessero i fondi, glielo impedirebbe l’attuale legislazione sulle trasmissioni radiofoniche in Perù, che è molto restrittiva). Non le importa se non riuscirà a vederlo realizzato durante la propria vita: “Posso lasciare questo mondo felice, sapendo che le mie due figlie e le altre donne dell’UMA porteranno avanti la lotta a cui io ho dato inizio così tanti anni fa.”

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