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Posts Tagged ‘attivismo’

(tratto da: “This British Human Trafficking Survivor Was Forced to Have Sex 25 Times a Night — But Now Fights Modern Slavery”, di Imogen Calderwood per Global Citizen, 18 ottobre 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Soho red light district

(Il distretto “a luci rosse” di Soho, Londra. Immagine di Chris Goldberg.)

Sophie aveva appena compiuto 24 anni quando partì da Leeds per l’Italia insieme all’uomo che credeva fosse il suo migliore amico e il suo ragazzo. Pensava che si sarebbe trattato di una settimana di vacanza. Invece, sparì per sei mesi.

Il suo ragazzo l’aveva ingannata e la forzò a cominciare a prostituirsi affinché guadagnasse soldi per lui. La sottopose ad atti di bullismo, la picchiò e la costrinse a fare sesso con estranei. Sophie (uno pseudonimo) divenne ciò che non avrebbe mai immaginato.

Dopo sei mesi, Sophie riuscì a fuggire e ora dirige un programma di sostegno per le sopravvissute, le donne in Inghilterra che sono state identificate come trafficate. Questa è la sua storia:

“Kas disse, c’è qualcosa che puoi fare per me. C’è qualcosa che puoi fare per dimostrare che mi ami. Ho contratto un debito che dev’essere pagato. Tu lo ripagherai per me. Ti troverò un posto in cui lavorerai, per strada. E all’improvviso capii, come se fossi stata colpita fisicamente, che il lavoro nelle strade di cui parlava era la prostituzione.

E’ difficile immaginare di essere totalmente sotto controllo da parte di qualcuno. Io non pensavo neppure di mettere in discussione l’autorità di Kas su di me e gli credevo completamente quando diceva la mia parola è legge, devi fare quel che ti dico. Tutto quello a cui pensavo era il tentare di non fare nulla che potesse irritarlo. Persino il più piccolo, in apparenza il più insignificante degli errori lo rendeva furioso. Ero sempre spaventata.

(Un giorno) senza preavviso, si slanciò attraverso la stanza. Mi afferrò alla gola e prese a sbattere la mia testa sulla parete a piastrelle della doccia. Io cominciai ad annaspare e a tentare di riprendere il respiro. Stavo ancora boccheggiando quando mi afferrò di nuovo alla gola, sbatté di nuovo la mia testa sulla parete e gridò: Tenta di fare una sola fottuta cosa e vedrai cosa farò a te. Se tenti di andare da qualche parte, o di dirlo a qualcuno, ti uccido.

Sopravvivere diventò il separare la mia mente dal mio corpo. Se provavo a pensare ad altro ciò mi sconvolgeva e mi rendeva più difficile scollegarmi da quella che una volta era la mia realtà, ma ora era il mio passato. Quel che volevo, e quel che provavo, non avevano più importanza, perché il mio solo scopo era diventato guadagnare denaro per Kas.

Lavoravo sette notti a settimana, dalle 8 di sera sino alle 5-6 del mattino. Avevo una media di 25 clienti a notte e non ci volle molto perché il mio spirito andasse in pezzi. Ero così stanca che nulla sembrava avere importanza, non mi curavo di essere viva o morta.

Avevo clienti di tutte le età, dagli appena ventenni agli oltre sessantenni o persino più vecchi. E alcuni di loro avevano un bell’aspetto, cosa che non mi ero aspettata. Certamente non avrei immaginato che alcuni di loro fossero tipi normali, con fidanzate, o con mogli e figli.

Non mi sono mai, mai abituata al fatto che la maggioranza degli uomini che mi sceglievano sembravano considerare la cosa normale e chiaramente non provavano alcuna vergogna al riguardo. A volte uno mi chiedeva quanti anni avevo e quando glielo dicevo se ne usciva con ah, hai la stessa età di mia figlia. Il che era raccapricciante per me, ma sembrava non disturbare per niente gli uomini. Era un mondo bizzarro e surreale e sebbene nulla in esso mi fosse familiare, nulla mi sorprendeva davvero.

La mia vita si era ridotta a una manciata di funzioni basilari. Dormivo, mi alzavo, mangiavo, facevo sesso con estranei, tentavo di schivare la polizia o di essere aggredita da qualcuno, tornavo a casa, davo tutti i soldi che avevo guadagnato a Kas.

Un giorno, in uno dei suoi rari momenti di buonumore, mi disse che si era innamorato di me la prima volta in cui mi aveva vista. Come puoi amarmi? Cosa c’è da amare in me? Sono come uno zombie. Non parlo a meno che non mi si rivolga la parola, sorrido solo quando tu mi dici di farlo. Come puoi amare una persona del genere? Ma lui si limitò a ridere e disse: Sei pazza, donna. E’ tutto nella tua testa.

E per un momento, mi sono chiesta se forse mi amava veramente e se io non riuscivo a capirlo perché ero abituata a pensare di non poter essere amata.

E’ facile considerare le ragazze che lavorano sulle strade come lavative o drogate, senza mai pensare al perché si stanno prostituendo. E la verità è molte di loro sono state trafficate e lavorano per lunghe, miserabili ore che distruggono l’anima, a beneficio di uomini crudeli e violenti. Sono costantemente spaventate, non solo per quel che può accadere loro se non fanno quel che gli si dice, ma anche per le minacce assai reali dirette alle loro famiglie e alle persone che amano.

Robin, una poliziotta, mi chiese: Capisci cosa ti è successo? Di essere stata trafficata? Per quanto strano possa sembrare, non avevo mai pensato alla faccenda in quei termini.

Penso ancora a Kas, per qualche ragione, la maggior parte dei giorni. E a volte mi chiedo se sta facendo la stessa cosa ad altre ragazze e prego di no. Se dovessi trovarmelo davanti ora, avrei ancora paura di lui. Ma solo perché sono stata condizionata a temerlo. Sono più forte di prima, e non sono più sola, perciò so che non può ferirmi. E penso che avrei la forza di dirgli di lasciarmi in pace.”

Sophie ha creato nel 2012 la “Sophie Hayes Foundation”, che fornisce servizi di sostegno a donne e bambine che sono state trafficate. La sua testimonianza è tratta dal suo libro “Trafficked: My Story” ed è stata condivisa come parte di un evento organizzato da Equality Now a Soho, il distretto “a luci rosse” di Londra, il 18 ottobre 2017: in Gran Bretagna il 18 ottobre è il Giorno Anti-Schiavitù. Potete ascoltare la voce di Sophie e le voci di altre sopravvissute qui:

https://www.equalitynow.org/stories-of-human-trafficking-survivor-sex-trafficking

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(“We need personal, everyday action to end violence against women”, di Nana Nyarko Boateng – in immagine – per Open Democracy, 2 ottobre 2017. Nana Nyarko Boateng è una scrittrice e editrice ghanese. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

nana

L’attivismo può essere sia soffice come un cuscino, sia duro come una roccia. Ci sono modi non detti di essere un’attivista. Non è mai il momento sbagliato per sostenere la giustizia e c’è sempre spazio per bilanciare il potere. Questo sembra ovvio sino a che non si parla degli sforzi per metter fine alla violenza contro le donne come un lavoro che solo determinate persone possono fare. Le domande sui migliori modi di prevenire e rispondere alla violenza emotiva, fisica, sessuale o economica contro le donne restano. Pure, la chiave deve stare nell’azione quotidiana, in qualsiasi situazione noi ci si trovi.

Non importa quanto intensi siano i tentativi di normalizzare la violenza contro le donne, è cruciale riconoscere il potere del tuo attivismo personale. Anche quando la vittima si adatta al proprio dolore, fa crescere cicatrici, o accetta la morte, noi non possiamo abbandonare la nostra capacità di influenzare positivamente le nostre e le altrui esperienze.

L’attivismo personale è quello che si manifesta e offre salvezza alla moglie picchiata o minacciata di violenza dal marito ubriaco, anche prima che la polizia arrivi. E’ ciò che difende una lesbica dall’abuso fisico e verbale, al di là di quel che dice la legge. E’ ciò che protesta contro le paghe più basse per le donne che fanno gli stessi lavori degli uomini, anche prima di un’azione legale.

Di solito abbiamo idee grandiose sull’attivismo, pensando che grandi raduni, proteste per le strade, o gli hashtag che creano i titoli sui giornali siano le sole azioni di valore. Ma spesso le espressioni di attivismo collettivo come queste si basano sull’attivismo personale che è necessario a confrontare la presenza quotidiana della violenza nelle nostre comunità.

Si tratta di piccole cose come il rifiutarsi di vedere o condividere un video sessuale che svergogna come “puttana” una celebrità, una collega di lavoro o una che va in chiesa. E’ l’essere sensibili al dolore delle vittime, non ridendo mai alla battuta sullo stupro. E’ il rifiutarsi di mangiare in un ristorante noto per il maltrattamento delle cameriere. E’ dichiararsi contrari al picchiare la donna che ha rubato al supermercato.

Spesso, sono le piccole cose che hanno impatto sulle persone in grandi modi. Il nostro attivismo personale ha effetto in ultima analisi su come il mondo diventa. Noi dovremmo usare ogni opportunità per allineare le nostre parole ad azioni concrete che vanno verso la giustizia. Non possiamo scegliere di essere attiviste solo quando ci comoda. L’attivismo è coerente nell’essere incondizionato.

Le azioni quotidiane che difendono, proteggono e sostengono donne, bambini e gruppi vulnerabili sono ciò che ispira altri a farsi avanti per qualcuno discriminato pubblicamente e a restare con questo qualcuno sino a che la sua sicurezza e salvezza siano assicurate; a non scusare mai la violenza contro le donne; a ripensare comportamenti tollerati o accettati e a lottare per il cambiamento.

Tali azioni quotidiane possono spronare altri a considerare e sperimentare più modi positivi di usare il loro potere in situazioni potenzialmente di abuso. Possono spingere altri a mettere in discussione la loro inattività e spezzare il silenzio che circonda la sistemica ingiustizia. E possono ispirare altri ancora a nutrire il loro potere interiore e a superare la paura di sfidare lo status quo.

L’attivismo personale spinge altre persone ad amare e accettare se stesse, a credere di avere valore e a sentire che meritano i loro diritti umani. E’ tramite l’attivismo personale che ci colleghiamo, rafforziamo il nostro impegno e uniamo il nostro potere per avere un maggiore impatto. E ciò influenza positivamente le vite degli altri, così come la nostra.

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(tratto da: “Police raid offices of women’s groups in Poland after protests”, Associated Press in Warsaw per The Guardian, 5 ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

polonia proteste

Gruppi per i diritti delle donne hanno denunciato i raid della polizia nei loro uffici in diverse città polacche, che hanno avuto come risultato nel sequestro di documenti e computer, il giorno seguente alle marce antigovernative organizzate dalle donne per protestare contro la restrittiva legge nazionale sull’aborto.

I raid sono avvenuti mercoledì (Ndt.: il 4 ottobre) nelle città di Varsavia, Gdańsk, Łódź e Zielona Góra. Hanno preso di mira due organizzazioni, il Centro per i Diritti delle Donne e Baba, che aiutano le vittime di violenza domestica e hanno partecipato alle proteste antigovernative questa settimana.

Le attiviste per i diritti delle donne hanno detto giovedì che la perdita dei file ostacolerà il loro lavoro e accusano le autorità del tentativo di intimidirle. I pubblici ministeri respingono l’accusa, dicendo che il tempismo relativo ai raid occorsi un giorno dopo le manifestazioni è stato una coincidenza.

Alcuni temono che il partito al potere “Legge e Giustizia”, guidato da Jarosław Kaczyński, stia seguendo i passi della vicina Ungheria, dove gruppi non governativi hanno subito persecuzioni sotto il Primo Ministro Viktor Orbán.

“Questo è un abuso di potere perché, anche se ci fossero sospetti di reato, un’indagine potrebbe essere condotta in modo da non avere impatto negativo sul lavoro delle organizzazioni.”, ha detto ad Associated Press Marta Lempart, la leader dello Sciopero delle Donne Polacche che ha organizzato le proteste.

Ai gruppi delle donne è stato detto dalla polizia che i pubblici ministeri stavano cercando prove per un’indagine sui sospetti reati del Ministero della Giustizia del precedente governo. All’epoca, il Ministero aveva fornito fondi ai gruppi di donne.

“Temiamo che questo sia solo un pretesto o un segnale d’allerta affinché noi non ci si impegni in attività non in linea con il partito al potere.”, ha attestato il Centro per i Diritti delle Donne in un comunicato.

Anita Kucharska-Dziedzic, che dirige Baba, ha detto che la polizia è entrata nel suo ufficio di Zielona Góra, nella Polonia occidentale, alle 9 del mattino di mercoledì e ha lavorato sino alle 6 di sera rimuovendo file. Ha anche detto ad Associated Press che il suo gruppo ignora reati commessi dai funzionari del Ministero con cui è stato in contatto e che ora avrà problemi nel portare avanti i suoi progetti a causa della perdita dei file. E’ inoltre preoccupata perché i documenti contengono informazioni private sulle vittime di abuso domestico che hanno cercato l’assistenza del gruppo.

(…) Jacek Pawlak, portavoce per i pubblici ministeri a Poznań, da dove l’indagine parte, ha detto che i raid sono parte di un’indagine in corso ma non ha divulgato di che si tratta. Ha detto che non si è trattato di un tentativo di minacciare le organizzazioni delle donne.

Le dimostrazioni di questa settimana si sono date nel primo anniversario della Protesta Nera di massa, con le donne vestite di nero che arrestarono il piano presentato in Parlamento per il bando totale dell’aborto. Nonostante questo successo, le attiviste per i diritti delle donne hanno marciato perché l’aborto è ancora illegale nella maggioranza dei casi e hanno chiesto la liberalizzazione per legge.

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(tratto da: “How to spend EUR 500 million: women’s rights groups on European UN grant”, di Cindy Clark per AWID, 21 settembre 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

euro

In anni recenti, le attiviste per i diritti delle donne hanno avuto difficoltà ad accedere alle risorse globali. Alcuni paesi come Egitto, Russia e India hanno varato nuove leggi repressive che impediscono ai gruppi di ricevere fondi da donatori esteri. Perciò le attiviste hanno dato il benvenuto questa settimana alla notizia della collaborazione fra Unione Europea e Nazioni Unite per il finanziamento del lavoro contro la violenza su donne e bambine, con l’impegno iniziale di 500 milioni di euro. Questo è un investimento storico.

Ma le lotte per i diritti delle donne richiedono più di un impegno finanziario di alto livello. E’ cruciale che questo denaro abbia impatto su coloro che ne hanno più bisogno. Si tratta dell’opportunità di creare una reale differenza nelle vite delle donne e delle bambine nel mondo. Ma non è chiaro in che modo questi fondi saranno spesi e in che grado saranno assorbiti dagli enti delle Nazioni Unite – grandi organizzazioni internazionali che hanno sede nelle capitali mondiali, che sono ben distanti dall’equità di genere al loro interno e che spesso effettuano operazioni assai distanti dalle realtà di base. Perché questi soldi creino un cambiamento positivo nelle vite di donne e bambine, le femministe e le attiviste per i diritti delle donne devono giocare un ruolo centrale nell’aiutare a definire, implementare e tracciare i programmi che saranno stabiliti tramite tali fondi.

“Niente per noi, senza di noi” è stato uno slogan comune durante le marce dei movimenti femministi ed è valido anche oggi. Un processo trasparente e persistente di consultazione con i gruppi della società civile, in particolare i gruppi femministi e per i diritti delle donne, dovrebbe essere stabilito per tutte le fasi di sviluppo di ogni programma. Le organizzazioni femministe e per i diritti delle donne dovrebbero anche essere finanziate direttamente, invece che tramite molti intermediari o per niente (il che è attualmente la norma).

Importante: vediamo di non scoprire l’acqua calda. Le Nazioni Unite hanno in funzione meccanismi di finanziamento come il “Trust Fund to End Violence Against Women”. Simili infrastrutture dovrebbero essere rinforzate, piuttosto di creare nuovi meccanismi e strutture burocratiche per maneggiare le risorse annunciate.

Le organizzazioni e le attiviste per i diritti delle donne hanno ricchezza di competenze da condividere con l’Unione Europea e le Nazioni Unite per lavorare di più contro la violenza su donne e bambine. Inoltre, dobbiamo insistere: niente per noi, senza di noi.

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“Le bambine e i bambini non possono fare sesso con gli adulti. Il sesso richiede consenso e i bambini, per definizione, non possono dare consenso, perciò non si tratta di sesso. E’ stupro, è abuso sessuale, è qualsiasi numero di termini che accuratamente descrivono un crimine. Un atto perpetrato su vittime innocenti, impossibilitate a difendersi dalla violenza inflitta loro e che soffriranno per anni, persino per decenni, del trauma causato dalla scelta di un adulto di commettere quella violenza.

Nessuna bambina ha mai scelto di essere abusata. Nessuna bambina ha mai fatto nulla che abbia causato o incitato l’abuso. Nessuna bambina ha mai voluto essere abusata. Nessuna bambina ha mai partecipato volontariamente al proprio abuso. Nessuna bambina è mai stata in alcun modo responsabile degli abusi commessi contro di lei dagli adulti.

Il sesso è una scelta fatta da ogni persona coinvolta. Stupro e abuso sono una scelta fatta solo dal perpetratore. La vittima non ha scelta.

La tragedia dell’abuso, tuttavia, è che moltissime vittime si sentono responsabili per ciò che è stato fatto loro. La vergogna, che va riferita solo a chi abusa, è posta invece sulla bambina / sul bambino di cui si è abusato e viene incorporata nella visione a lungo termine che essi hanno di se stessi e del loro valore come persone. Le parole sono importanti.”

Jane Gilmore, agosto 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

jane

Jane, in immagine, è una giornalista indipendente australiana. In aggiunta al suo lavoro, ogni giorno “corregge” pubblicamente gli articoli che riguardano la violenza di genere, sostituendo ai termini e alle frasi che la giustificano quelli di una cronaca corretta.

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(“Interview with Azeb Girmai of Environmental Development Action (ENDA)”, Wedo, 23 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

azeb

WEDO: Cosa ti ha spinto a essere coinvolta nel lavoro che fai?

Azeb: Ho lavorato in Etiopia con un’organizzazione per lo sviluppo, l’Environmental Development Action (ENDA), partecipando ad azioni sul clima e sulla giustizia climatica. Il mio retroscena è quello ambientalista e la mia esperienza professionale si è data nel lavoro con le comunità etiopi sulla giustizia climatica, particolarmente nel contesto di donne e ambiente. E’ importante esaminare il nesso fra le donne e l’ambiente, poiché è un’intersezione largamente ignorata. Le donne stanno portando il peso del cambiamento climatico e della degradazione ambientale, e lo stanno portando da lungo tempo.

Nulla è cambiato; le donne sul territorio stanno lottando dal basso, specialmente nelle aree di disparità economica, accesso all’acqua e a servizi sanitari, istruzione e cambiamento climatico. Tutte queste istanze si intersecano nel contesto dei diritti delle donne. La gente di frequente prende le iniziative per il potenziamento delle donne come cambiamento sostanziale (per i diritti delle donne), ma non molti passi sono stati in effetti compiuti in termini di cambiamento strutturale.

WEDO: Puoi parlarci un po’ delle intersezioni fra genere, povertà e cambiamento climatico? Perché è importante fare queste connessioni?

Azeb: Perché stanno al cuore del problema. Le istanze relative alle donne sono al cuore delle istanze climatiche e ambientali, in particolar modo in Africa. L’ambiente è la loro sopravvivenza e non hanno niente di cui vivere. Le donne sono tipicamente quelle che usano la terra per scopi agricoli che alimentano l’economia, e le donne rurali povere sono il tipico segmento demografico assunto per tali ruoli. Se il loro ambiente non è integro, a causa delle siccità dovute al cambiamento climatico o agli egualmente devastanti disastri ambientali, le loro vite e i loro mezzi di sostentamento sono cancellati con facilità e non vi è nulla a cui possano appoggiarsi.

Questo specifico sistema di vita dove le donne dipendono dall’ambiente per la loro sopravvivenza è già reso vulnerabile dai sistemi politici, sociali ed economici all’interno dei loro paesi. Quando ci aggiungi gli effetti del cambiamento climatico, ciò non fa che aumentare i problemi già esistenti. Ci sono numerosi programmi, politiche e convenzioni delle Nazioni Unite che hanno come bersaglio questa crisi, ma niente di tutto ciò si sta traducendo in un cambiamento efficace per le donne sul territorio.

Diamo un’occhiata alla Dichiarazione di Pechino del 1995 che fu un formale tentativo verso il miglioramento delle vite delle donne e dei loro diritti. Quanti anni sono ormai passati? Dall’epoca della sua implementazione, la vita nelle zone rurali è rimasta in pratica identica. Forse l’istruzione ha avuto un avanzamento sotto certi aspetti e delle bambine hanno l’opportunità di andare a scuola, ma anche considerando questo è importante affrontare le divisioni di classe e sottolineare che queste opportunità non sono equamente disponibili. Mio padre è stato fortunato a ricevere un’istruzione e perciò io mi trovo dove sono oggi. Ma ho ancora zie e cugine nelle aree rurali a cui mancano tali risorse e opportunità.

WEDO: Quali sono le implicazioni del non utilizzare i termini “giustizia climatica e ambientale” quando si definiscono le istanze ambientali?

Azeb: Il modo in cui la comunità internazionale può affrontare il cambiamento climatico, tramite discorso o convenzione, è usando la lente della giustizia. Se manchiamo di essere intenzionali nel chiedere giustizia climatica e ambientale, nel riconoscere su chi / dove i suoi impatti sono avvertiti più duramente da coloro che hanno pochissime risorse, le donne sul territorio continueranno a pagare ogni giorno perché non hanno abbastanza acqua, cibo, energia, eccetera. Circa l’80% delle donne vive nelle zone rurali, perciò l’ambiente è la loro casa e l’ambiente è scosso. Fallire nel contestualizzare adeguatamente le istanze ambientali all’interno della cornice della giustizia riduce l’urgenza al mitigare il problema, perché permette la cancellazione del collegamento fra vita umana e ambiente. Permette ai paesi responsabili del frenare rispetto a questo problema di restare soddisfatti. E’ impossibile per loro immaginare. Sono così tanto distanti.

Respingiamo ogni responsabilità per l’ingiustizia climatica e ambientale anche quando educhiamo male i nostri figli. Scuole e Università altamente stimate, nelle nazioni sviluppate, perpetuano materiali in cui si dice che la gente povera e i paesi in via di sviluppo soffrono non a causa del cambiamento climatico ma perché le nostre strutture politiche sono difettose – il che è altamente problematico. Questa retorica mantiene le nazioni sviluppate soddisfatte, perché passa strategicamente il biasimo e la responsabilità ai sistemi e alle strutture sociali esistenti nelle nazioni africane. I governi occidentali la usano come scusa e biasimano i nostri governi. Non sto tentando di giustificare i nostri leader o di dire che non hanno responsabilità, ma l’onere sta anche sulle nazioni sviluppate che hanno compromesso le risorse della Terra e hanno contribuito immensamente a creare questi problemi per favorire il loro sviluppo industriale e i loro agi personali.

WEDO: Qual è la tua prospettiva femminista sulla giustizia/ingiustizia climatica? Cosa vedi come responso alternativo femminista all’ingiustizia climatica?

Azeb: Onestamente, credo sia il momento di rivedere le nostre strategie. In qualche modo siamo diventate intorpidite; continuiamo a pensare che una soluzione si presenterà e non sta accadendo. Dobbiamo impegnarci e creare strategie a livello di base. Chiari piani d’azione tratti dalle convenzioni hanno tentato di affrontare queste istanze per parecchi anni ma per la maggioranza della comunità internazionale la loro narrativa non è riuscita a creare collegamento o è svanita. Per fare un esempio, ENDA compilò una revisione della piattaforma d’azione su donne e ambiente della Convenzione di Pechino, in cui scoprì che per quanto riguarda il governo etiope le questioni tendono a fermarsi a livello federale. Le convenzioni vanno e vengono. Le autorità locali non sanno nulla di esse. A livello internazionale usciamo e teniamo incontri, ma parliamo solo fra di noi e non c’è collaborazione a livello locale. Le comunità locali sono interamente escluse da questo processo e raramente sanno cosa stiamo facendo.

Il mio messaggio a chi prende decisioni a livello internazionale è questo: includete le donne locali nei processi decisionali e impegnatevi con loro. Non devono dover aspettare noi. Sono perfettamente in grado di impiegare strategie per contrastare i problemi, ma è necessario che siano rispettate, sostenute e riconosciute per il lavoro che stanno già facendo.

WEDO: Cosa vuoi veder cambiare o accadere in futuro? Come appare a te un futuro di giustizia climatica?

Azeb: E’ facile da dire, ma alla fine di tutto vorrei vedere le donne usare la loro autonomia per risolvere collettivamente queste istanze. Voglio che prendano la loro vita nelle loro proprie mani. Attualmente, alle donne non è data la piattaforma per prendere queste importanti decisioni e sono dipendenti da politiche di poca efficacia o che non hanno impatto sostanziale. C’è stata Parigi e abbiamo urlato che non è abbastanza, non sta facendo nulla per queste donne. Persino il trattato non vincolante che ne è uscito era troppo per gli Stati Uniti, che si sono chiamati fuori. Ne prendiamo atto e continuiamo sulla nostra strada.

Molti programmi locali sono in sofferenza e pochissimi hanno fondi sufficienti perché il denaro raramente è destinato a organizzazioni locali. Naturalmente, le donne in un modo o nell’altro sopravviveranno. Sono sicuramente delle sopravvissute, ma ciò non basta. Anche queste piccole iniziative non hanno la capacità sufficiente a cambiare quel che vogliamo cambiare.

WEDO: Perché è importante per le donne essere incluse nel discorso delle soluzioni sul clima? Le organizzazioni ambientalisti e i decisori come possono rendere gli spazi/i discorsi più intenzionali e inclusivi?

Azeb: Si tratta di diritti umani. In generale, tutte le donne dovrebbero essere coinvolte, anche le donne americane. Essere inclusivi è molto importante. Perché, come ho detto, il cambiamento climatico riguarda l’ambiente e le donne sono le più collegate a quest’ultimo. E’ la loro sopravvivenza. Devono essere coinvolte. Dovrebbero essere preparate a quel che dovranno affrontare e su come attraversare queste situazioni. Gli antiquati meccanismi di sopportazione non sono più sufficienti. Le donne conoscono la soluzione, ma hanno bisogno di sostegno e legittimazione da parte delle nostre istituzioni e da chi crea le politiche.

Tutti noi, in special modo le organizzazioni ambientali e i decisori, dobbiamo dedicarci in modo realistico al lavoro che abbiamo davanti. Colleghiamo le ovvie istanze climatiche al cambiamento climatico e ai nostri popoli, e accettiamo la nostra responsabilità collettiva di fare meglio.

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posto di blocco

Per recensirlo mi basterebbe una frase: “E’ uno dei film più belli che io abbia mai visto.”, ma non gli renderebbe giustizia e riconoscimento: cose che le vittime del massacro di Gwanju (Corea del Sud, 18-27 maggio 1980) di cui il film tratta non hanno ancora pienamente ricevuto. Ma la pellicola, da quando è uscita nel paese d’origine il 2 agosto 2017, ha superato tutte le aspettative in brevissimo tempo, per tre settimane consecutive è stata in testa al box office diventando il 10° film più visto in Corea ed è la produzione che concorrerà agli Oscar nella sezione “Miglior film in lingua straniera”.

Si tratta di “Un tassista” (택시운전사), del regista Jang Hoon, che ora è online con sottotitoli in inglese e il titolo “A taxi driver”. Si basa sulla vera storia del giornalista tedesco Jürgen Hinzpeter, scomparso l’anno scorso a 79 anni, e del tassista Kim Sa-bok (morto di cancro nel 1984) che lo portò a Gwanju durante le sollevazioni per la democrazia.

All’epoca il governo della Corea del Sud era una dittatura militare con a capo Chun Doo-hwan, che aveva preso il potere nel 1979. Chun dichiarò la legge marziale per l’intera nazione, chiuse le università e il Parlamento, fece arrestare i leader dell’opposizione e operò una stretta censura sui mezzi di comunicazione. Le proteste contro il regime, per lo più organizzate e guidate dagli studenti universitari e liceali, erano soffocate con estrema violenza. Il 18 maggio la popolazione di Gwanju scese in massa nelle strade e i soldati aprirono il fuoco. La cittadina fu circondata da posti di blocco e resa irraggiungibile: persino le linee telefoniche furono tagliate. Nessuno all’esterno sapeva cosa stesse accadendo. Le voci sulla sollevazione e sull’impossibilità di documentarla raggiunsero il giornalista Hinzpeter a Tokyo: il giorno dopo prese un volo per Seul e fra mille pericoli condivisi con il tassista che guidava per lui filmò ciò che è visibile ancora oggi in strazianti montaggi documentari. In effetti, la pellicola ha ricreato fedelmente alcune delle sequenze riprese da Hinzpeter (che mi sono tornate in mente durante la visione con effetto “colpo al cuore”).

gwanju maggio 1980

(Gwanju, maggio 1980)

Il film si apre presentandoci il sig. Kim di Seul – l’attore Song Kang-ho in una delle sue migliori performance – tassista indipendente, vedovo con una figlioletta 11enne e poco propenso a occuparsi di altro che non sia il racimolare i soldi per l’affitto arretrato. Quando apprende per caso che uno straniero pagherebbe una cifra considerevole per un viaggio di andata e ritorno prima del coprifuoco a Gwanju, “ruba” l’incarico al tassista designato giungendo all’appuntamento prima di lui. Il ruolo del giornalista che lo ingaggia è ricoperto in modo altrettanto superbo dall’attore tedesco Thomas Kretschmann, ma nessuno dei co-protagonisti fallisce nel renderci i propri personaggi e parte del merito va senz’altro alla sceneggiatrice Um Yoo-na, che ha saputo disegnare umanità a tutto tondo anche per quelli che incontriamo di sfuggita o per poche battute.

Una volta a Gwanju, il tassista è costretto a riconsiderare il proprio disinteresse per la politica: non è solo la telecamera di Jürgen Hinzpeter, sono i suoi occhi a vedere i soldati massacrare giovani e vecchi a bastonate, sparare su una folla inerme e poi prendere di mira chi tenta di soccorrere i feriti (la cifra finale degli assassinati non è ufficiale, le stime arrivano a circa 2.000 persone). Sebbene, scosso in ogni fibra e preoccupato per la figlia rimasta sola, dapprima abbandoni la situazione, una volta tornato a Seul da solo non riuscirà a restarci. Non passerà neppure da casa prima di dirigersi di nuovo a Gwanju. Il film ha molte scene memorabili, ma a me resterà impressa per sempre quella apparentemente banale della telefonata che il tassista fa alla sua bambina prima di tornare al fianco di Hinzpeter: “Papà ha lasciato indietro un cliente. – le dice cercando di trattenere le lacrime – Qualcuno che ha davvero bisogno di prendere il mio taxi.”

Ne ha davvero bisogno perché il filmato delle atrocità perpetrate a Gwanju deve raggiungere l’esterno, come promesso allo studente che i due là incontrano e che poi ritroveranno cadavere all’ospedale, come promesso ai tassisti della cittadina che – fatto storico – si mettono di mezzo fra la linea di fuoco e i dimostranti per permettere la rimozione dei feriti, come promesso alla folla di cittadini che li ha accolti e festeggiati e ha offerto loro cibo, sorrisi, ringraziamenti e applausi.

“Dietro a un ospedale – ebbe a scrivere il vero Jürgen Hinzpeter – parenti e amici mi mostravano le loro persone care, aprendo parecchie delle bare che giacevano là in file e file. Mai nella mia vita, neppure filmando in Vietnam, avevo visto una cosa del genere.”

E alla fine, nella realtà e nella fiction, il filmato riesce a passare l’ispezione doganale: è nascosto in una grossa scatola di biscotti avvolta in carta dorata e addobbata con fiocchi verdi come in uso per i regali di nozze. Un oggetto così vistoso da passare inosservato, una delle piccole efficaci commoventi astuzie che i protagonisti usano durante tutto il film per sfuggire a una violenza feroce e persistente, per sopravvivere e testimoniare. Maria G. Di Rienzo

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