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Posts Tagged ‘mutilazioni genitali femminili’

Il 30 giugno scorso è uscito il rapporto distintivo del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, “State of World Population 2020”: dà conto delle centinaia di migliaia di bambine e ragazze al mondo che sono sistematicamente danneggiate a livello fisico e psicologico con la piena consapevolezza e il pieno consenso delle loro famiglie e comunità.

Fatma Mamoud Salama Raslan

(illustrazione di Fatma Mahmoud Salama Raslan, contenuta nel rapporto)

“Contro la mia volontà – Sfidare le pratiche che feriscono donne e bambine e minano l’eguaglianza” identifica 19 “pratiche” – dall’appiattimento dei seni con i ferri da stiro ai test di verginità – che sono mere violazioni di diritti umani, ma si concentra in particolare su tre casi persistenti e diffusi nonostante la condanna nei loro confronti sia in pratica universale: le mutilazioni genitali femminili (mgf), i matrimoni di bambine e la preferenza per il figlio maschio.

Duecento milioni di donne viventi hanno subito mutilazioni genitali, 650 milioni sono state date in spose da bambine, 140 milioni mancano invece all’appello a causa degli aborti selettivi o di abbandono / omicidio subito dopo la nascita.

L’orrore nel dettaglio potete scandagliarlo in inglese, spagnolo, francese, arabo e russo qui: https://www.unfpa.org/swop

La causa che sta alla radice di tutto questo, scrivono al Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, è la diseguaglianza di genere: “Le pratiche dannose perpetuano il dominio degli uomini sulle donne, dei maschi sulle femmine. Il loro fulcro è assegnare minor valore a donne e bambine. Non solo rinforzano la subordinazione femminile, sono veri e propri attrezzi per il controllo della sessualità e della fertilità delle donne.

Decenni di trattati e altri accordi hanno inequivocabilmente definito tali pratiche violazioni dei diritti umani e i governi, le comunità e gli individui hanno il dovere di mettervi fine. L’approvazione di leggi è importante, ma è solo il punto d’inizio. Devono essere fatti sforzi per cambiare la mentalità. I programmi per il cambiamento delle norme sociali sono efficaci nello sradicare le pratiche dannose, ma non devono concentrarsi in modo ristretto solo su di esse. Dovrebbero affrontare istanze più vaste, inclusa la posizione subordinata di donne e bambine, i loro diritti umani e i modi per portare più in alto il loro stato e il loro accesso alle opportunità.”

Lei NON è

un prodotto da commerciare

un oggetto del desiderio

un fardello di cui liberarsi –

E’ UNA BAMBINA

recita uno degli slogan all’interno del rapporto.

Maria G. Di Rienzo

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un 25 nov 2019

* Una donna/ bambina su tre fa esperienza di violenza fisica o sessuale durante il corso della sua vita, per la maggior parte inflitta da un partner con cui è in intimità;

* Solo il 52% delle donne sposate o con un compagno possono liberamente prendere le proprie decisioni su relazioni sessuali, contraccettivi e cura della salute;

* In tutto il mondo, circa 750 milioni di donne e bambine attualmente in vita sono andate spose prima del loro 18° compleanno, nel mentre 200 milioni di donne e bambine sono state sottoposte a mutilazione genitale (MGF);

* Una donna su due in tutto il mondo è stata uccisa dal proprio partner o da un familiare nel 2017, mentre solo un uomo su venti è stato ucciso nelle medesime circostanze;

* Il 71% di tutte le vittime di traffico al mondo sono donne e bambine e tre su quattro di queste donne e bambine sono sfruttate sessualmente;

* La violenza contro le donne è grave quanto il cancro quale causa di morte e incapacità fra le donne in età riproduttiva e maggiormente grave come causa di problemi di salute degli incidenti automobilistici e della malaria messi insieme.

Nazione Unite, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, 25 novembre 2019 (trad. Maria G. Di Rienzo): la ricorrenza è stata istituita dall’Assemblea generale delle NU vent’anni fa.

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(“I will not allow any man to treat me like they generally treat women”, intervista a Nelly Cooper di Malin Ekerstedt per Kvinna till Kvinna, 8 gennaio 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Nelly Cooper è la fondatrice dell’organizzazione “West Point Women for Health and Development Association” – WPWHDO, che è attiva nell’area dei bassifondi di West Point a Monrovia, in Liberia. Nell’immagine, di Iván Blanco, Nelly sta tenendo una lezione sui diritti delle donne e la salute riproduttiva.)

Nelly Cooper

Come sei diventata un’attivista?

Perché non mi piace che brutte cose accadano alle persone. Mi fa arrabbiare e mi spinge all’azione. Non permetto a nessun uomo di trattarmi come in genere trattano le donne.

Poi, c’è stata la guerra. Ho visto accadere un mucchio di malvagità, gente marginalizzata e brutalmente maltrattata e donne di cui si è abusato. Io non sono stata stuprata, ma ho visto altre essere stuprate: da donne di 60/70 anni a bambine di due. Ovunque mi trovassi, protestavo contro i maltrattamenti. Non pensavo ai pericoli che correvo. C’è qualcosa dentro di me, devo aiutare le persone.

A cosa stai lavorando in questo momento?

La mia organizzazione lavora in molte aree. Facciamo attivismo contro la violenza di genere e le mutilazioni genitali femminili. Le mutilazioni sono ancora comuni in Liberia. E’ triste dirlo, ma spesso sono un attrezzo che le donne usano per aver potere su altre donne.

Lavoriamo sull’empowerment con le ragazze giovani e forniamo loro istruzione e formazione professionale, e facciamo funzionare un programma sanitario per le donne che sono state violentate o che sono state picchiate in cui le accompagnamo negli ospedali.

Gestiamo anche un programma di risoluzione/mediazione dei conflitti, dove le donne dell’organizzazione agiscono come mediatrici nei conflitti fra membri della comunità, mariti e mogli, giovani, per risolvere le questioni in modo pacifico.

E poi lavoriamo con gli uomini che hanno abbandonato le loro famiglie, cosa che qui è molto comune. Andiamo a parlare con loro e tentiamo di convincerli a sostenere economicamente le donne che stanno crescendo i figli di entrambi.

Queste sono solo alcune delle cose che facciamo. Ci sono così tanti problemi, così tanto a cui dare una mano.

Quali sono le tue speranze per il futuro?

Spero di vedere il mio paese diventare una comunità libera dalla violenza. E vedere che le donne hanno uguale accesso, come gli uomini. Gli uomini non dovrebbero continuare a marginalizzare le donne, ma accettare che siamo tutti/e eguali.

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(tratto da: “A UN Expert on Women Who Refused to Be Silenced”, un più ampio servizio di Barbara Crossette per Passblue, luglio 2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Nafis Sadik

Negli annali globali delle difensore dei diritti umani delle donne durante l’ultimo mezzo secolo, il nome di Nafis Sadik si situerà sempre molto in alto, sebbene si possa sapere poco di lei fra il vasto pubblico. Come dirigente del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, Sadik organizzò un disparato assembramento di organizzazioni governative e non governative nel 1994, a Il Cairo, convincendole ad adottare un nuovo – e rivoluzionario – consenso internazionale sui diritti delle donne, in particolare per quel che riguardava il controllo dei loro corpi e delle loro vite personali.

Nafis Sadik, medica pakistana e musulmana, continua questa lotta, particolarmente nei paesi in via di sviluppo, dove l’avanzamento dei diritti delle donne incontra il disdegno ufficiale o la letargia. Ora 83enne, in maggio era a Kuala Lumpur per tenere una delle conferenze nell’incontro organizzato da Women Deliver ( http://www.womendeliver.org ) ed alcuni dei suoi commenti sono stati bruschi, e persino acidi. Dev’essersi chiesta, guardando la dichiarazione finale relativa all’incontro, perché si era presa la briga di fare il viaggio. Vecchie, e ora vuote, promesse continuano ad essere calpestate da almeno due decenni dopo che Il Cairo aveva terminato la conversazione su una nota alta. Il contrattacco sui diritti delle donne ha chiesto sino ad ora un prezzo così grande che le attiviste non vogliono una commemorazione della “Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo” de Il Cairo nel 2014, temendo ulteriori passi indietro.

Nata nel 1929 nell’India coloniale del nord, Sadik fuggì con la propria famiglia nella nuova nazione pakistana nel 1947. Dopo la laurea in medicina cominciò a lavorare come ginecologa e ostetrica: l’aver a che fare di prima mano con le sofferenze di troppe donne pakistane diede a Sadik il suo incrollabile impegno a lungo termine sulla salute riproduttiva. Nel 1970, fu nominata direttrice generale del Consiglio nazionale pakistano per la pianificazione familiare, dove il suo ostinato attivismo a favore delle donne attirò l’attenzione dell’allora Fondo delle Nazioni Unite per le attività popolari, oggi Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA). Ne divenne la direttrice esecutiva nel 1987 e mantenne la posizione sino al 2000.

“Ho deciso che se ho un pulpito dovrei usarlo.”, disse Nafis Sadik alla stampa, all’epoca “Non voglio infastidire i governi, ma desidero essere del tutto franca e voglio dir loro esattamente in che situazione il loro paese si trova.” Miniera di dati, Sadik si è sempre presentata agli incontri con ufficiali di governo armata di statistiche che era impossibile negare. Ma l’atmosfera da “club degli uomini” è sempre stata un problema, anche alle Nazioni Unite: “I governi sono uomini, e controllano le istanze relative alle donne. In ogni conferenza, sin da quella de Il Cairo, salute e diritti sono sempre finiti fra parentesi, il che significa “non c’è accordo”. Io continuavo a chiedere ai delegati: Com’è che mettete sempre le questioni delle donne in queste parentesi? Oh, mi rispondevano, è perché i paesi occidentali sono molto interessati ad esse. Allora, dicevo io, voi invece non siete interessati alle vite e alla salute delle donne del vostro paese? Sì, certo, replicavano loro, ma è un buon attrezzo per mercanteggiare.”

Parlando all’incontro di Kuala Lumpur, Sadik ha esternato la propria esasperazione per il passo lento che il cambiamento ha per milioni di donne: “Continuo a trovare politici e leader di nazioni che pensano ai servizi essenziali per le ragazze e le donne come a una questione di carità, di beneficenza, o da delegare ai servizi sociali. In apparenza credono che la gravidanza e il parto siano delle cose che, semplicemente, succedono. Presumo che, nelle loro teste, la morte e la disabilità delle donne siano anche cose che semplicemente “succedono”, al ritmo di 320.000 decessi di madri l’anno, e un numero molto più alto di infezioni e traumi. Sono riluttanti ad estendere informazioni e servizi alle giovani in materia di Hiv/Aids e naturalmente ottengono l’effetto contrario a quel che dicono di proporsi, perché quel che le ragazze non sanno le uccide. In questo stato di negazione, il matrimonio è visto come un porto sicuro per le giovani e le giovanissime: niente di più sbagliato. Ogni anno, 70.000 adolescenti muoiono di gravidanza o di parto, per la maggior parte in Asia del sud e nell’Africa sub-sahariana. In questi paesi, la mortalità materna è la causa più comune di decesso per le ragazze fra i 15 e i 19 anni.

Sadik racconta che fra chi fa le politiche e i benintenzionati outsider si è sentita dire ripetutamente che le donne nei paesi in via di sviluppo non vogliono la pianificazione familiare, non ne hanno bisogno. “Andate in un villaggio qualsiasi, rispondo loro, e dite di essere un medico e parlate con loro. Potete scommettere con me quel che volete, questo è quel che vi chiederanno: C’è un metodo per prevenire la prossima gravidanza che posso tener nascosto a mio marito, che non devo prendere ogni giorno? Questa è la loro preoccupazione principale in India, in Pakistan, in Africa. Andate nei villaggi, gli dico, e fate la prova.”

In numerose occasioni si è tentato di mettere il bavaglio a questa donna, soprattutto quando parla con onestà di educazione sessuale o di mutilazioni genitali femminili (MGF). A Il Cairo, portò con sé un filmato della CNN che mostrava la brutalità e la prevalenza della pratica in Egitto, cose che gli anfitrioni della Conferenza cercavano di negare: “I fatti sono fatti.”, disse Sadik, e lo proiettò. Negli ultimi anni alle Nazioni Unite veniva attaccata con le accuse di “immischiarsi nella politica” e di “non essere sensibile alla diversità delle culture”. “La sensibilità di chi? – rispondevo – Che mi dite della sensibilità delle donne che stanno morendo? E loro: Lo sai, è meglio non toccare le MGF. Gli africani venivano a dirmi: Noi siamo africani, tu sei un’asiatica, perché stai facendo questo? Io replicavo: Perché lavoro alle Nazioni Unite e ho forti sentimenti sulla questione. Allora dicevano: Dovremmo essere noi ad occuparci della cosa. E io ribattevo: Benissimo, cominciate ad occuparvene.” Grazie alla sua ostinazione, molte organizzazioni non governative e molti governi hanno compiuto passi significativi per mettere fine alla pratica.

“Ha tutto a che fare con il controllo delle donne.”, conclude Nafis Sadik, “Il controllo, nient’altro.”

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Bogaletch Gebre è cresciuta nella regione etiope detta Kembatta-Tembarro dove, dice, “le donne non hanno più valore delle mucche che mungono”, le bambine sono analfabete e i “rapimenti di spose” sono comuni. Non sa esattamente quanti anni ha, solo che è nata nei ’50. Sua sorella maggiore è morta a causa delle mutilazioni genitali femminili, un’altra pratica comune in Etiopia: “Era in gravidanza avanzata, aspettava due gemelli. Ha cominciato a perdere sangue e non hanno potuto farle partorire i bambini, perché a causa delle cicatrici l’apertura era troppo stretta. Chiamano la pratica rimozione della sporcizia. Ti dicono che manterrà la donna pulita. Ma il suo significato reale è rendere una giovane donna docile e obbediente, e controllare la sua sessualità. Quando è toccato a me, sono quasi morta a causa dell’emorragia.”

Bogaletch Gebre (sin.) e Almaz Someno

Quando Bogaletch era piccola il suo sogno era imparare a leggere. Non c’era speranza di frequentare le elementari, così imparò intrufolandosi in una piccola scuola parrocchiale fra un viaggio e l’altro per raccogliere acqua. Dopo di ciò, insistette tanto sulla propria istruzione che riuscì a farsi mandare a studiare nella capitale, Addis Abeba, dove vinse una borsa di studio per specializzarsi in microbiologia e fisiologia in Israele. Una volta là, ne vinse un’altra per la specializzazione in parassitologia all’Università del Massachusetts e fatto questo si spostò all’Ucla, in California, dove si laureò in epidemiologia.

Mentre viveva negli Usa, mise in piedi un’organizzazione chiamata “Sviluppo tramite l’istruzione” e cominciò a correre nelle maratone per raccogliere denaro che sarebbe servito a mandare libri in Etiopia: ne ha spediti a casa 300.000. Tenete presente che in precedenza, a causa di un’incidente stradale in cui aveva sofferto serie ferite alla schiena, i medici le avevano detto che non sarebbe neppure più riuscita a camminare normalmente. Ma Bogaletch Gebre è fatta così. Se il destino si mette di traverso lo scavalca. Nel 1997 è tornata in Etiopia con un’idea in mente: far sì che nessuna ragazza attraversasse l’orrore e rischiasse la morte per le mutilazioni. Con un’altra sorella, Fikrte, ha fondato l’ong “Kembatti Mentti Gezzimma”, ovvero “Le donne di Kembatta si ergono insieme”. La visione in grande sono i diritti umani delle donne, ma la prima cosa che Bogaletch ha affrontato sono state le mutilazioni genitali femminili. Sapeva che era un tabù persino parlarne, sapeva che non sarebbe bastato dire “smettiamo” per cancellare una pratica così radicata, perciò: “Ho cominciato raccontando la mia storia e la storia di mia sorella, e le donne hanno cominciato a capire e piangevano, perché anche loro conoscevano qualcuna che era morta, perché le loro bambine erano morte, ma non si erano mai permesse, prima, di entrare direttamente in relazione con le cause.”

Il modo in cui l’associazione opera per il cambiamento sociale è la “conversazione comunitaria”, che porta a discutere insieme giovani, anziani, leader comunitari e religiosi, cristiani e musulmani. Bogaletch Gebre usa il Corano e la Bibbia per dimostrare che le mutilazioni non sono un obbligo religioso: nessuno dei due libri le menziona. “Mi appello alla loro stessa fede: Come cristiani e musulmani noi stiamo dicendo: Dio, tu sei perfetto, ma quando hai creato la donna hai fatto un errore. Ci riteniamo in grado di correggere Dio?” Il punto di svolta arrivò nel 2002, con la prima celebrazione pubblica di un matrimonio in cui la sposa non aveva subito mutilazioni. I due giovani portavano entrambi dei cartelli: quello di lei attestava che non era stata “tagliata”, quello di lui dichiarava che era felice di sposare una donna intera. Le celebrazioni tradizionali per le ragazze mutilate sono state trasformate in “festeggiamenti dell’intero corpo femminile”. Quando l’Unicef condusse una ricerca nella regione Kembatta-Tembarro, nel 2008, scoprì che il 97% della sua popolazione era contraria alle mutilazioni genitali femminili: nella regione erano praticamente “universali” solo un decennio prima. L’Unicef sta raccomandando il modello usato da Gebre e le sue amiche in altre regioni africane. Lei è una donna pratica e non si fa illusioni, sa quanto diffuse sono ancora le mutilazioni genitali femminili nella stessa Etiopia: “Dovremmo essere in grado di mettere fine alla faccenda in 10/15 anni. Ma il cambiamento richiede impegno. Non accade per miracolo.”

Il mese scorso, Bogaletch Gebre ha vinto un premio (http://www.kbprize.org/) per la sua “guida ispirata” nel far avanzare i diritti delle donne e nell’affrontare istanze sociali come le mutilazioni, i matrimoni forzati e l’Hiv/Aids. Con i 150.000 euro del premio spera di aprire un liceo scientifico. Come ex docente universitaria di biologia ci tiene a smantellare il mito che le ragazze non possono occuparsi di scienza. Maria G. Di Rienzo

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(“Kenya: A Cruel Cut in the Name of Tradition”, di Gladys Kiranto per World Pulse, 2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Gladys Kiranto

Il terrore di quel che doveva accadere mi aveva sopraffatto. Non potevo più fuggire e sapevo che per risparmiare a mia madre i pestaggi e forse la morte dovevo sottomettermi alla volontà di mio padre. Dovevo essere “circoncisa” e non potevo fare nulla per evitarlo. All’epoca non sapevo nulla del rischio di sanguinare a morte, della trasmissione di malattie infettive, del danno permanente inflitto alla vita di una ragazza: tutte cose che derivano dalle mutilazioni genitali femminili (MGF).

Avevo solo 12 anni quando mio padre mi tolse da scuola e mi disse che era venuto il momento di essere circoncisa. Chiesi aiuto a mia madre. Lei rispose che come donna non poteva contrastare quel che mio padre voleva. “Tutto quel che puoi fare è fuggire.”, mi disse. Parlai con mia sorella Esther: “La mamma ha ragione.”, replicò, “Ti costringeranno.” Esther mi aiutò dandomi un po’ di denaro e una mattina presi l’autobus e andai da una sorella più anziana che viveva a Nairobi. Pensavo di averla scampata.

Ma mio padre cominciò a chiedere: “Dov’è Naingol’ai?” (Il mio nome Maasai) Mia madre negò di sapere dove io fossi e mio padre la minacciò e la picchiò. “Se Naingol’ai non ritorna entro una settimana, ti picchierò fino a che morirai.”, le disse. Mia madre era molto spaventata, e mi scrisse una lettera implorandomi di tornare. Io diventai molto ansiosa all’idea di perderla e feci ritorno a casa. La trovai in un angolo buio della capanna, ferma come una pietra. Pensai che fosse morta, pensai di essere arrivata troppo tardi.

Mio padre l’aveva picchiata così forte con il suo tradizionale bastone Maasai – la sua testa, le sue gambe, le sue mani… era ferita ovunque. I suoi occhi erano così gonfi che non riusciva a vedere. Io ero in uno stato di profonda angoscia. “Grazie per essere tornata.”, mi sussurrò mia madre, esausta e sofferente. Tre giorni dopo, le cerimonie per la circoncisione cominciarono.

Io vengo da una famiglia Maasai molto grande, perché mio padre ha sei mogli ed io sono una dei suoi 50 figli. C’erano trenta ragazze che dovevano essere circoncise. Sei di loro erano mie sorelle, le altre erano vicine di casa. Ci diedero degli abiti nuovi e la maggioranza delle ragazze era eccitata, ignorando completamente quel che stava per accadere. Alcune delle donne di maggiore età scherzavano, dicendo che se fossero state giovani di nuovo sarebbero scappate via. Nessuna disse perché.

Sebbene le mutilazioni genitali femminili siano illegali in Kenya dagli anni ’90, la polizia non impediva la pratica. Gli insegnanti non menzionavano le MGF e la ragione per cui erano proibite. Ci si aspettava che accadesse a tutte le ragazze nella nostra comunità. Secondo le credenze tradizionali, le mutilazioni trasformano una ragazza in una donna adatta al matrimonio. La pratica dovrebbe “purificare” la ragazza e garantire che sarà una moglie fedele.

La cerimonia iniziò con due giorni di canti e danze. Poi, il terzo giorno, alle 6 del mattino, fummo portate fuori. Erano presenti tutti i nostri familiari e vicini; i bimbi piccoli saltavano in giro giocando e ridendo. Le ragazze che dovevano essere circoncise giacevano su una pelle di mucca, due o tre ciascuna. Arrivò una donna con un coltello e ci tagliò. La procedura prese un minuto a ragazza. Senza anestetico, senza che la lama fosse pulita o disinfettata. Piangere durante questa cerimonia sarebbe stato vergognoso, per cui nessuna gridò. Inizialmente la sofferenza sembrava di breve durata: il dolore che arrivò in seguito fu terribile.

Fummo spostate in una grande casa e altre donne si presero cura di noi, usualmente sorelle maggiori. Eravamo troppo deboli per camminare da sole o per andare in bagno senza aiuto. Per una settimana intera non vi furono che lacrime e dolore. Nulla alleviava la sofferenza. Le ragazze gridavano notte e giorno, incapaci di mangiare o di dormire. Io persi molto sangue. Fu un sollievo quando persi conoscenza.

Io sono stata abbastanza fortunata da sopravvivere. Molte ragazze muoiono di emorragia dopo essere state mutilate. Altre muoiono dalle infezioni relative alla procedura. L’Hiv/Aids si diffonde sovente tramite le mutilazioni. In più, le MGF aumentano il rischio di complicazioni durante il parto e la mortalità infantile, perché il tessuto cicatriziale rallenta il travaglio. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, circa 92 milioni di bambine africane, decenni o poco più, sono state mutilate.

La mia storia non finisce con la cerimonia. E’ costume sposarsi subito dopo il taglio. Io dovevo sposarmi il mese successivo. Una mattina, un uomo di circa 60 anni, che aveva già cinque mogli, venne a casa mia. Io chiesi a mia madre: “Quello chi è?” Lei rispose: “E’ l’uomo che vuole sposarti. Ha portato cibo, bevande e coperte e sta parlando ora con tuo padre.” Io ero furibonda: “Non voglio assolutamente sposare questo sconosciuto!”

Tre settimane più tardi, l’uomo tornò. Fu stabilita la data del matrimonio e l’ammontare della dote. Sapevo che dovevo fuggire di nuovo, questa volta in modo permanente. All’alba cominciai il mio viaggio vero la Riserva Maasai Mara Game. Sapevo che là si poteva trovare lavoro e forse qualcuno mi avrebbe aiutata. Camminai l’intero giorno, sino al tramonto. All’arrivo incontrai un uomo del mio distretto che era disponibile a darmi una mano e mi fu dato un lavoro. Di nuovo, fui fortunata.

Nel frattempo, a casa, mia madre non aspettò che mio padre ricominciasse a pestarla come mezzo per farmi tornare. Prese con sé il mio fratellino più piccolo (fortunatamente tutti gli altri erano abbastanza grandi e avevano già lasciato la casa) e scappò dai suoi genitori. Suo fratello maggiore parlò a mio padre e calmò la situazione. Infine, mio padre promise che non avrebbe più bastonato mia madre: tuttavia, disse che io non ero più sua figlia e che non voleva rivedermi. Ero stata “espulsa”. Non vidi mio padre per sette anni. Durante quel periodo ci furono cambiamenti in meglio. I miei fratelli rifiutarono di mutilare le loro figlie, nonostante le pressioni di mio padre. Alla fine, persino lui si persuase e cambiò idea. Quando ci incontrammo dopo tutti quegli anni mi disse: “Vieni a casa Naing’olai. Sei la benvenuta.” Mi rispettava perché avevo mantenuto la mia posizione.

Nel 2009 fondai un’organizzazione, “Tareto Maa”, basata sulla mia visione personale e sulla determinazione di mettere fine a questa pratica barbarica a cui ero stata sottoposta anch’io. Volevo offrire protezione alle bambine e alle ragazze che non avevano alcun luogo dove andare per chiedere aiuto. Parlai con moltissime persone nella mia comunità che concordavano nel sostenere l’obiettivo di proteggere le ragazze dalle circoncisioni e dai matrimoni in età infantile. All’inizio, ci furono sette ragazze a chiedere rifugio. Entro 18 mesi erano ventisette, tutte ospitate in case private. Presto non ci furono più spazi per le ragazze che venivano a chiedere protezione e dovemmo mandare indietro le nuove. Non dimenticherò mai le loro lacrime e la loro disperata domanda: “Perché hai aiutato altre bambine, ma non puoi aiutare me?”

Entro l’ottobre 2010, avevamo raccolto abbastanza fondi per un rifugio, che aprimmo nel gennaio dell’anno successivo. Attualmente, abbiamo con noi 96 ragazze. Le nostre campagne all’interno delle comunità locali hanno pure avuto successo. Numerose famiglie stanno cominciando a ripensare le pratiche delle mutilazioni e dei matrimoni precoci. Ma la lotta non è certo terminata. Troppe ragazze sono ancora a rischio e c’è molta strada da fare.

Io voglio offrire alle ragazze la protezione di cui io e tante altre come me avevamo bisogno nella nostra infanzia. Credo ci possa essere un rito di passaggio alternativo, per una ragazza che diventa donna, una pratica in cui lei è di beneficio alla sua famiglia essendo in salute ed istruita. “Tareto Maa” lavora per trasformare in realtà questo sogno.

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