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see no stranger

“All’inizio, era la meraviglia. Fuori in campagna, distante dalle luci della città, l’aria notturna era chiara abbastanza per fissare lo sguardo sulla lunga scintillante galassia che si estendeva attraverso il cielo. Me ne stavo nel campo dietro la nostra casa e parlavo alle stelle come se fossero mie amiche, proprio come parlavo alle mucche al di là della staccionata o ai cavalli dall’altra parte della strada.

Una volta, mentre giocavo in un ruscello, vidi una farfalla danzare sull’acqua e tesi il mio dito e le chiesi di venire da me – e la farfalla venne. Restò posata sul mio dito per un bel po’ di tempo, abbastanza da permettermi di osservare da vicino le sue ali e di complimentarla per esse prima che volasse via.

Allora, non c’erano dubbi al proposito: la Terra sotto di me, le stelle sopra di me, gli animali attorno a me, erano tutti parte di me. E la meraviglia fu il mio primo orientamento verso tutti loro, la cosa che mi collegava ad essi: tu sei una parte di me che io ancora non conosco.”

Estratto da “See no Stranger” (copertina in immagine) di Valarie Kaur, trad. Maria G. Di Rienzo.

Valarie Kaur è attivista per i diritti civili, avvocata, regista, fondatrice del Progetto Amore Rivoluzionario e tanto altro. In passato avevo parlato di lei qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2011/06/28/saltare-nel-vortice/

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Fauja Singh

Ha deciso di appendere le scarpe da corsa al chiodo, come si dice, anche se continuerà ad allenarsi per quattro ore ogni giorno “per essere d’esempio agli altri”. Ma prima, sentiva di dover partecipare a quella maratona. Era troppo importante. Fauja Singh, soprannominato il “Tornado con turbante”, ha in effetti corso la sua ultima maratona nel Punjab, in gennaio: si trattava di un’iniziativa in favore dei diritti e della sicurezza delle donne in India. “Sono pieno di dolore nel sentire che le mie figlie, le mie nipoti e le mie bis-nipoti non sono più al sicuro in questo paese.”, ha detto alla stampa. Perché infatti il signor Singh, di fede Sikh, è nonno e bisnonno. Ha cominciato a correre a 89 anni ed ora va per i 102. Possano le potenze celesti non solo conservarcelo ancora a lungo ma darci altri cento, mille, diecimila Tornadi come lui. Maria G. Di Rienzo

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Fu l’ultima, e la più persistente, oppositrice alla colonizzazione britannica dell’India: più esattamente, del Punjab di cui era regina. Si tratta della Maharani Jindan Kaur, una donna sikh che, a poco più di vent’anni, organizzò due guerre contro gli inglesi e sebbene sconfitta in entrambe continuò ad essere “una spina nella corona” della regina Vittoria d’Inghilterra. Il film documentario sulla sua vita, diretto da Michael Singh nel 2010, si chiama infatti “La regina ribelle – Una spina nella corona”.

“Prevalentemente,” dice in una sua recensione del film Herpreet Kaur Grewal, giovane sikh nata in Gran Bretagna, “se si parla di donne asiatiche si parla di delitti “d’onore”, matrimoni forzati e violenza domestica: e sono tutte cose serissime contro cui dobbiamo continuare a lottare. Ma non vi è alcun modello che possa ispirare le ragazze nei media, nell’arte o nei libri di storia con cui entrano in contatto, soprattutto se come me sono figlie di migranti. Quando ho visto il film sono rimasta colpita da quanto poco sapevo della mia stessa storia. Sono cresciuta a Londra in una famiglia di sikh del Punjab e sebbene guardassi ai miei genitori, alla loro onestà, alla loro fatica, quando pensavo a cosa volevo essere io costruivo un ibrido fra la detective dei gialli per ragazzi Nancy Drew, l’agente televisiva dell’FBI Dana Scully e Bruce Springsteen. Il tratto comune che io trovo in questi tre personaggi è l’aver abbattuto delle barriere per aprire un mondo di possibilità. Non c’era niente del genere nella mia cultura d’origine, o almeno questo era quel che credevo: dopo aver visto “Rebel Queen” mi sono sentita riconnessa ad un passato negletto. Un passato in cui ci sono donne come Mai Bhago, una santa guerriera nelle fila del 10° profeta sikh, il guru Gobind Singh Ji, o Bibi Dalair Kaur, un’altra guerriera del 17° secolo. Non erano solo sikh: la guerriera più nota in India è probabilmente Lakshmibai di Jhansi, una regina hindu che pure combattè contro la colonizzazione. E più vicino al nostro tempo ci sono state donne come Rokeya Hossain, l’autrice del romanzo utopico “Il sogno della sultana”, scritto nel 1905, in cui si descrive un mondo alternativo dove le donne dominano la sfera pubblica. Molte artiste d’origine asiatica, al presente, documentano le difficoltà relative all’avere un’identità “mista”, ma non si raccontano abbastanza storie come quella della Maharani Jindan, storie di quel che è accaduto prima che la mia famiglia dovesse lottare con il fatto di essere asiatica in una società di bianchi. Non siamo venuti all’esistenza nel momento in cui siamo immigrati, questo è quel che voglio dire.”

Non sono riuscita, ancora, a vedere il filmato per intero, ma alcuni spezzoni e trailer sì, e credo di avvicinarmi a capire come deve essersi sentita Herpreet: le sequenze e la vicenda stessa dell’ultima regina del Punjab sono davvero ammalianti. La rivolta di Jindan comincia con la morte del marito nel 1839, quando gli inglesi rifiutano di riconoscerne il figlio Duleep Singh come erede al trono e rivendicano il Punjab (che all’epoca comprendeva una zona più vasta di quella che oggi viene designata con tal nome). Sati e purdah – il destino delle vedove di immolarsi alla scomparsa del coniuge – non significano niente per lei: il Punjab è il suo regno, e lei presiede ogni consiglio di corte, dirige l’attività dei ministri, incontra i capi dell’esercito. Lo storico Peter Bance la definisce “una donna di fegato”, e aggiunge: “Tenne testa agli inglesi molto attivamente.” Altrettanto attivamente, gli inglesi cercarono di sottrarle il consenso del popolo che la proteggeva. Definita come un “serio ostacolo” al governo britannico dell’India, fu messa in moto contro di lei la macchina della propaganda per darle la reputazione peggiore possibile. La campagna denigratoria la definiva la “Messalina del Punjab”, “seduttrice ribelle”, “donna disonesta fuori controllo”, eccetera. Gli intrighi con vari potenti a corte fecero il resto. Fu chiesto a Jindan di cooperare e farsi da parte, ma poiché essa rifiutò e poiché la sua influenza sul figlio era notevole, gli inglesi decisero di separarli. Jindan fu trascinata fuori dalla corte di Lahore per i capelli e gettata in prigione: prima nella Fortezza di Sheikhupura e poi nel Forte Chunar ad Uttar Pradesh. Il figlio Duleep, che aveva allora 9 anni, fu portato in Inghilterra e convertito al cristianesimo. Là condusse l’esistenza tipica di un gentiluomo britannico e scambiava lettere con la regina Vittoria.

Dalla seconda prigione, Jindan riuscì a fuggire travestendosi da servetta. Viaggiò da sola per 800 miglia per raggiungere un santuario in Nepal, dal quale scrisse una lettera al governo britannico in cui si vantava di essere scappata “per magia”. Ma non riuscì più a radunare il suo popolo attorno a sé ed a riconquistare il suo regno. Parecchio tempo dopo, le fu permesso di andare in Gran Bretagna per rivedere il figlio (Jindan morirà due anni più tardi, nel 1863, e sarà sepolta a Londra). La riunione bastò, secondo le parole di quest’ultimo, a cancellare tutto il “lavaggio del cervello” che gli era stato fatto: lui era un sikh, figlio del re e della regina del Punjab, e tale sarebbe rimasto sino alla morte.

Così comincia il bel film che documenta tutto questo: “Una donna indiana che porta una crinolina assieme ai suoi abiti tradizionali, ed un intreccio di perle e smeraldi nei capelli sotto il cappellino, cammina nei Giardini di Kensington nel 1861. E’ l’ultima regina sikh del Punjab ed il suo nome è Jindan Kaur.” Maria G. Di Rienzo

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Di Valarie Kaur, 14.6.2011 (americana sikh, autrice di filmati, attivista, dirige “Groundswell” – movimento di fedi diverse per la giustizia. Il suo film “Divisi cadiamo” registra il razzismo, l’odio e la guarigione negli Usa dopo l’11 settembre). Trad. Maria G. Di Rienzo

 

 

“Tati Vao Na Lagi, Par Brahm Sharnai…”

Mio nonno mi insegnò questa preghiera quando ero bambina. La mormorava mentre si legava il turbante, lavorava in giardino e ci portava a scuola in auto tutte le mattine. Consideravo questa preghiera, questo shabad delle scritture sikh, come il segreto della sua mancanza di paura. Quando fossi cresciuta, mi dicevo, sarei diventata confidente e coraggiosa come lui.

La preghiera era sulle mie labbra quando avevo vent’anni e mi stavo nascondendo in camera da letto. Un uomo della mia comunità era appena stato ucciso. Una donna pugnalata. E un’altra inseguita da una folla inferocita. I crimini dell’odio contro i musulmani eruppero attraverso gli Usa dopo l’11 settembre, ma non vennero riportati dai media.

La mia famiglia si è sistemata nel paese circa 100 anni fa, ed io sono un’americana sikh di terza generazione. Ma in quel momento, i nostri turbanti e la nostra pelle scura ci marchiavano automaticamente come sospetti, stranieri per sempre, e potenziali terroristi.

Ero terrorizzata e confusa. Mi sentivo come se una tromba d’aria stesse crescendo fuori dalla finestra della mia stanza. Volevo fare qualcosa, ma il copione diceva che una giovane donna di colore senza diploma universitario doveva tenere la testa bassa.

Sono arrivata a pensare alle crisi come questa come ai “momenti del vortice”. In questi momenti, il copione che ci hanno dato da seguire non suona vero. C’è dissonanza che risuona nelle nostre orecchie, le nostre mani tremano, nei nostri cuori si desta qualcosa, e abbiamo una scelta: continuare a sostenere lo status quo o seguire la nostra bussola morale – e saltare.

Non avrei potuto saltare da sola. Ma con la preghiera di mio nonno in mente, ho afferrato la camera da presa e ho cominciato un viaggio attraverso il paese per testimoniare i crimini dell’odio contro sikh, musulmani ed altri americani. All’inizio, mi pareva di volare. Mi sentivo invincibile con la mia videocamera e presto cominciai ad usarla per riprendere le storie delle persone che lottavano per la giustizia.

Fino ad un giorno. Nel 2004, sono stata arrestata di forza mentre filmavo una protesta a New York. Dietro le sbarre, reggendomi un braccio intorpidito che era stato malamente storto da un poliziotto, ho fatto esperienza di ciò che le donne sanno da secoli: sfidare lo status quo richiede un prezzo. Quando saltiamo nel vortice, cadiamo. Le donne e le ragazze che in tutto il mondo si oppongono all’oppressione nelle loro famiglie, o comunità, o paesi, pagano un prezzo – talvolta con le loro vite.

Dieci anni più tardi, sono una trentenne. Barack Obama è presidente, Osama bin Laden è appena morto. Non riesco ancora a scrivere senza provare dolore nel polso che mi era stato slogato.

Ma questo dolore mi ha mostrato che mettere fine ai cicli della violenza richiede la guarigione dei corpi e delle menti delle vittime e degli oppressori. Richiede l’umanizzare i nostri oppositori, di modo che noi si lavori per trasformarli, anziché per distruggerli e sostituirci a loro.

Ora so che il modo in cui operiamo il cambiamento è importante quando il cambiamento stesso. Non avrei mai appreso questo, senza cadere nel vortice. Oggi lavoro con straordinari compagni e compagne a disseppellire storie sepolte, attraverso i filmati, i reportage e le cause legali, per contribuire a guarire una nazione ancora divisa. I vortici si sono moltiplicati. Le istanze in gioco sono moltissime ed il bisogno di umanità nelle nostre lotte per la giustizia non è mai stato così grande.

Alcune settimane fa, ho condiviso la mia storia con le ragazze della scuola S. Domenico, un liceo femminile a nord di San Francisco. Alla fine del mio discorso, ho chiesto loro di condividere i loro “momenti del vortice”. Una ha alzato una mano: “Sono saltata nel vortice quando ho detto ai miei genitori di essere bisessuale. E’ stata dura, e all’inizio non hanno capito. Era il costo da pagare. Ma ora sto imparando ad essere libera.”

“Il mio vortice è stato venire dalla Cina in questo paese come migrante.”, ha detto un’altra ragazza.

“Il mio vortice è stato dire di essere ebrea in un liceo cristiano.”, ha detto un’altra ancora.

Ecco cos’ho imparato nel girovagare per gli Usa in 150 città, ascoltando assemblee scolastiche, congregazioni religiose e consigli d’amministrazione. C’è una fonte là fuori, una fonte di persone giovani che si stanno appellando alla loro fede o alla loro bussola morale per saltare nei vortici, piccoli e grandi.

Nessuna area della società ne è immune: le campagne spaziano dalla riforma delle leggi sull’immigrazione alla libertà religiosa e all’eguaglianza delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, ma sono legate in una sola lotta per la giustizia, un movimento che guarisce e ripara il mondo. Stiamo diventando consci dell’interconnessione fra le cause più disparate, un tempo percepite ed agite come divise. E molti di noi stanno trascinando la propria fede e le proprie tradizioni nella lotta.

Come donne e ragazze, quando uniamo le braccia e saltiamo nel vortice insieme, cambiamo il mondo.

Quando mio nonno morì, io ero arrabbiata con lui perché mi aveva lasciata prima di insegnarmi il segreto del suo coraggio. La notte precedente il funerale, compresi infine il significato della preghiera che mi cantava da bambina.

“Tati Vao Na Lagi, Par Brahm Sharnai…” Significa: “I venti roventi non possono toccarmi, il Divino mi fa da rifugio.”

Fu la sua ultima lezione per me: quando salti nel vortice, cadi. Ma con la verità nel tuo cuore, sarai riparata dai vorticosi venti bollenti – e ti solleverai per cambiare il mondo.

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