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Posts Tagged ‘scrittura’

Magici portali

(“Tula [“Books are door-shaped”]” – Tula: i libri sono fatti a forma di porta, di Margarita (Margaret) Engle, in immagine. Poeta, giornalista, romanziera, Margarita è nata nel 1951 da madre cubana e padre statunitense. E’ autrice di molti libri per bambine/i, compreso quello di cui ho parlato qui: https://lunanuvola.wordpress.com/2015/09/02/il-tamburo-nella-luna/ )

margarita

I libri sono fatti a forma di porta

portali

che mi trasportano

attraverso oceani

e secoli,

aiutandomi a sentirmi

meno sola.

Ma mia madre crede

che le ragazze che leggono troppo

siano poco femminili

e brutte,

per cui i libri di mio padre sono chiusi

in una vetrinetta trasparente. Io fisso

allettanti copertine

e titoli misteriosi,

ma raramente mi è permesso

di toccare

l’incanto

delle parole.

Poesie.

Storie.

Opere teatrali.

Tutte sono proibite.

Le ragazze non dovrebbero pensare,

ma non appena la mia mente appassionata

comincia a correre, liberi pensieri

entrano in fretta

a rimpiazzare

quelli intrappolati.

Immagino tempi distanti

e luoghi lontani.

Fantasmi.

Vampiri.

Antichi guerrieri.

La fantasia si muove all’interno

l’ingarbugliato labirinto

di una solitaria confusione.

In segreto, apro

un invisibile libro nella mia mente

e passo

attraverso la sua magica forma di porta

in un universo

di pericolosi cattivi personaggi

e eroi mozzafiato.

Molti degli eroi sono uomini

e ragazzi, ma alcune sono ragazze

così alte

forti

e intelligenti

che salvano altri bambini

dai mostri.

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copertina virgo

Questa è la copertina del mio ultimo romanzo (e-book). Potete accattarvelo per la miserabile somma di 4 euro qui:

https://www.youcanprint.it/fiction/fiction-generale/la-sottana-della-vergine-9788892694415.html

E questa è la prefazione:

Ogni mio libro ha preso forma da un piccolo impulso originario: un’immagine particolarmente intensa, uno scambio di battute particolarmente efficace, un brano musicale particolarmente evocativo.

“La Sottana della Vergine” non fa eccezione. Si è in pratica costruito attorno a una frase (la leggerete alla fine del libro). Sempre come al solito, i personaggi hanno fatto un po’ quel che volevo io e un po’ quel che volevano loro stessi; ogni tanto uno/a di loro irrompeva nella mia mente per strillare con indignazione: “Ti pare che IO potrei dire la tal cosa o agire in quella maniera?”

Così, dovevamo negoziare. Inoltre, io dovevo negoziare la mia scrittura, la mia ispirazione e i tempi relativi con una situazione personale assai difficile.

E l’atto del negoziare, del discutere insieme delle esigenze e dei problemi di ciascuno è diventato un altro fulcro del romanzo.

Siamo su una Terra futura, salvata in apparenza dall’autodistruzione dall’intervento di una razza aliena che “adatta” biologicamente il pianeta per potervi vivere. Agli esseri umani è offerta la scelta di ibridarsi per condividere quelli che sono divenuti spazi inospitali o di sopravvivere in piccole nicchie separate dal resto. La struttura sociale che gli umani ricreano per se stessi, nell’assoluta indifferenza degli alieni, è altrettanto compartimentalizzata e strettamente gerarchica. Le varie aggregazioni in essa presenti interagiscono in modo assai conflittuale.

La vicenda si snoda attorno a un personaggio che sta al punto più basso della scala sociale, uno “schiavo sessuale” e mutante genetico il cui comportamento è controllato nei minimi dettagli e persino a livello chimico e i cui tentativi di sfuggire a precetti basati su violenza e pregiudizi sembrano destinati al fallimento in modo inevitabile. Un Signor Nessuno per eccellenza, privo di talenti specifici, di aspettative, di sogni… e quasi privo di desideri, tranne quello di incontrare di nuovo “l’alieno” in cui si è imbattuto per caso anni prima. Ma sarà un desiderio che cambierà la Storia. Maria G. Di Rienzo

P.S. Le didascalia “Edizioni Fie dea Serva” (dialetto veneto per “Figlie della Serva”) è quella che usavo per “firmare” le mie autoproduzioni fotocopiate nei lontani anni ’80-’90. Per chi non avesse familiarità con l’espressione “figlio/a della serva”, i dizionari la descrivono come modo figurativo e colloquiale per indicare una persona considerata inferiore (per nascita, ma non solo) e trattata di conseguenza sgarbatamente, con minor considerazione o emarginata.

La mia scelta di usarla non derivò solo dal fatto che io sono davvero una “figlia di serva” – mia madre lavorò come domestica per anni – e che sono stata trattata spesso nella maniera descritta sopra, ma anche dal famoso aneddoto sulla “servetta di Tracia” che ride del filosofo Talete quando costui cade in un pozzo poiché cammina guardando le stelle (Teeteto, Platone): “lo prese in giro, dicendogli che si preoccupava tanto di conoscere le cose che stanno in cielo, ma non vedeva quelle gli stavano davanti, tra i piedi.”

Seguendo un’onorata tradizione dei movimenti per il cambiamento sociale, ho in questo modo mutato gli insulti in identità e orgoglio.

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Free Women Writers – Libere Donne Scrittrici, è un gruppo che lavora per migliorare le vite delle donne afgane tramite l’attivismo, la narrazione e l’istruzione. Traggo dal loro sito:

“Secoli fa, Rabia Balkhi fu uccisa da suo fratello, un re, per l’essersi innamorata di uno schiavo, l’aver osato scrivere poesia e sognare un mondo diverso. Lei simboleggia le donne dell’Afghanistan perché ha spezzato molte tradizioni misogine facendo sentire la sua voce e perché ha scosso l’inumano sistema classista del suo tempo amando uno schiavo. E’ perché lei alzò la voce allora che noi possiamo alzarla oggi. Lei esemplifica la nostra lotta per l’eguaglianza di genere, la giustizia sociale e l’istruzione. Il nostro primo libro lo abbiamo intitolato “Figlie di Rabia” per onorare questa donna coraggiosa che fu anche la prima poeta nota a scrivere versi in persiano: è una collezione di testi di donne afgane in difesa dei nostri diritti umani ed è stato pubblicato nel 2013. (…)

Oggi siamo estremamente entusiaste di condividere con voi la nascita del nostro secondo libro. Si chiama “You Are not Alone – Non sei sola” ed è una guida per le donne che si trovano a fronteggiare la violenza di genere.

You-Are-Not-Alone

(la copertina)

Il libro deriva da anni di ricerca, di interviste con le sopravvissute alle violenza e dalle nostre esperienze di donne e sopravvissute. Tramite esso condividiamo le lezioni apprese in quattro anni di lotte per la libertà e per la sicurezza. Smantelliamo anche i molti miti che continuano a circondare le conversazione sulla violenza di genere.

Ma la cosa più importante è che lo abbiamo scritto per rassicurare te che, se sei una sopravvissuta alla violenza, non è colpa tua. Tu non meriti di vivere nella violenza. Non hai fatto nulla per causarla. Non sei responsabile delle azioni compiute da chi abusa di te. Tu hai il diritto di vivere felicemente e di essere amata, apprezzata e rispettata.

Tu non sei definita dalla violenza che hai fronteggiato o che continui a fronteggiare. Tu sei un completo essere umano nato con l’inalienabile diritto di avere il controllo sul tuo corpo e di vivere una vita priva di violenza fisica, sessuale, emotiva e priva di intimidazioni. E non sei sola nel tuo viaggio verso la libertà.”

L’originale in persiano è leggibile online: https://www.freewomenwriters.org/

Una traduzione approssimativa (secondo le Autrici) del testo in inglese può essere richiesta a: akbarnoorjahan@gmail.com

Maria G. Di Rienzo

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Urvashi Butalia

Il 28 agosto prossimo Urvashi Butalia (in immagine) andrà a Weimar, in Germania, per ricevere un premio conferito dal Goethe-Institute alle persone che “hanno mostrato eccezionale competenza nella lingua tedesca così come nello scambio culturale internazionale”. E’ la terza a ricevere questa onorificenza.

E’ una bella notizia per lei, ma anche per noi tutte: perché Urvashi è una scrittrice / editrice femminista da più di trent’anni. Nelle motivazioni del riconoscimento, il Goethe-Institute definisce il suo libro “L’altro lato del silenzio” “uno dei testi più influenti negli studi sull’Asia del sud ad essere stato pubblicato (…) che sottolinea il ruolo della violenza contro le donne in un’esperienza collettiva di tragedia”.

Urvashi ha co-fondato con Ritu Menon la prima casa editrice femminista indiana, Kali for Women, nel 1984 ed è attualmente l’editrice di Zubaan Books, fondata nel 2003 e concentrata nel diffondere libri per adulti e bambini che sfidano tabù sociali e stereotipi di genere.

Urvashi Butalia non mai perso energia, determinazione e speranza: negli anni ’80 dello scorso secolo il suo lavoro ha tracciato le proteste anti-dote e le campagne contro stupro e violenza domestica e, verso la fine del decennio, le dimostrazioni contro il riaffacciarsi del “sati” (la tradizione per cui la vedova brucia viva sulla pira del defunto marito) e la legislazione che indeboliva significativamente i diritti delle donne musulmane nei casi di divorzio; negli anni ’90 il lavoro si è concentrato sull’ascesa del femminismo fra le donne Dalit (la casta degli “intoccabili”) e la crescente preoccupazione per le pratiche di feticidio e infanticidio femminile; dal 2000 in poi Urvashi è stata giusto nel mezzo di tutte le lotte dei movimenti popolari del suo paese per l’accesso alla sanità, per la riforma agraria, per il mantenimento delle foreste, e ha scritto di come la violenza contro le donne sia ritenuta sempre più accettabile – dall’interno delle loro case a qualsiasi spazio pubblico – da fondamentalisti e politici di vari gruppi, così come sono in aumento i tentativi di limitare ogni loro libertà nel nome della “sicurezza”.

Urvashi ha narrato nelle interviste che, quando era bambina, i pasti preparati dalle donne erano serviti per primi ai maschi della famiglia e le femmine dovevano mangiare i loro avanzi. La sua nonna paterna “vedeva la nuora come qualcuno da schiacciare, un’arrampicatrice che era arrivata senza dote” e controllava questo processo. Ma quando nel pomeriggio schiacciava un pisolino, le bambine rubavano le chiavi dei contenitori del cibo: “Mia madre ci incoraggiava a farlo. – racconta ancora Urvashi – Diceva di non poter assolutamente permettere che le sue figlie facessero la fame nella sua stessa casa. Io non avevo una parola per questo, non conoscevo la parola “femminismo” allora, ma ho imparato da mia madre che non c’è nulla di naturale nella discriminazione e che deve essere combattuta.”

Maria G. Di Rienzo

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Non ho ancora finito, ma nel frattempo vi regalo l’introduzione del romanzo. Adesso potete cominciare a tenere rituali, accendere candele propiziatorie, indirizzare preghiere alle vostre divinità e fare scongiuri affinché io riesca a pubblicarlo (scherzo, ovviamente)…

Iota Virginis

Questa qui sopra è una stella della costellazione della Vergine, Syrma, che simbolicamente gioca uno dei ruoli principali nello svolgersi della vicenda. Come, lo apprenderete leggendo.

La Sottana della Vergine

(di Maria G. Di Rienzo)

“Il Cielo si muove, l’Umanità attende.” – Motto dei Santuari

PROLOGO

Sino alla fine dei suoi giorni, li avrebbe sempre visti così: una fila di goccioline splendenti e tremolanti, appese a un reticolato metallico dopo la pioggia, oppure come la trama di una stoffa fantastica, tessuta con piccole farfalle gemmate che vibravano al vento. Seginus li amava tutti. Era il loro custode e maestro nei primi anni di apprendimento, la loro guida nel periodo in cui prestavano servizio: come il titolo relativo al suo ruolo diceva, era il loro Indicatore. Sapeva molto bene di essere stato condizionato a quella funzione e che il suo indistruttibile affetto per ogni piccolo a lui affidato scorreva nel suo sangue assieme alla medicina celestiale chiamata Benevol – a cui era assuefatto come ogni altro Indicatore – ma che importanza avevano le fonti che sollecitavano il suo sentimento, quando esso lo riempiva di gioia perfetta? E persino di poesia? Il sottile ronzio dei finissimi tralci del Vitalizer, che correvano sulla pelle dei bambini nudi avvolgendoli come in bozzolo, per esempio, gli ispirava sempre nuovi versi; quel giorno, ancor prima di sedersi davanti al comando a tastiera, aveva creato una poesia su quel rumore quasi impercettibile: “Un suono bianco riempe l’aria / Nella rete d’argento / piume e fiocchi di neve danzano”.

I nomi delle piccole “piume” scorrevano davanti ai suoi occhi, evocati nell’aria dal comando del Vitalizer, assieme ai valori di controllo: livello di attenzione, benessere fisico, emozioni specifiche, umore generale… cose che lui avrebbe calibrato in modo opportuno durante la lezione, tramite altre medicine celestiali. Come il suo, (Gamma Bootis – Seginus, gigante bianca nella costellazione di Boote) erano tutti nomi di stelle – una consuetudine comune ai Santuari. In genere, quando madri o parenti in preda alla disperazione li consegnavano a un Santuario i bimbi erano poco più che neonati a cui non era stato dato un nome proprio, e anche quelli che arrivavano più grandicelli, di solito catturati da una banda di gangari, se non erano innominati cambiavano appellativo. Il compenso conferito dai Santuari per l’acquisto dei bambini era stabilito dal Consorzio degli Alveari e restava identico per chiunque li offrisse, comunque li avesse ottenuti.

I “fiocchi di neve” erano invece le lettere ornate color gesso che si levavano parimenti nel vuoto, componendo i messaggi dei suoi scolari resi temporaneamente ciechi e muti ma altamente ricettivi dalla macchina che li controllava: consci della sua presenza gli stavano inviando un silenzioso coro di “Buongiorno Seginus”.

Alpha Coronae Borealis – Gemma, Alpha Delphini – Sualocin, Alpha Vulpeculae – Lucida, Beta Crucis – Mimosa, Delta Centauri – Ma Wei, Delta Orionis – Meissa, Epsilon Corvi – Minkar, Gamma Geminorum – Alhena, Nu Hydrae – Sherasiph, Pi Herculis – Fudail, Zeta Arae – Korban… e il discolo per eccellenza, il peggiore della classe che Seginus sorvegliava con cura particolare e per cui, anche se non lo avrebbe mai ammesso, provava emozioni contrastanti e disturbanti: Iota Virginis – Syrma. Il Vitalizer gli mostrò che l’intera serie dei suoi valori era attorno alla media e l’Indicatore si rallegrò alla prospettiva di tenere una lezione in tranquillità.

Rispose ai saluti, regolò la sonnolenza di Alhena con due cc. di Vigilante, la propensione alla distrazione di Sualocin con un cc. di Cavevos e cercò di scuotere dall’apatia cronica Mimosa con la dose massima di Sollicitus. Lucida non sembrava aver l’intenzione di lasciar libero il proprio estro con battutine e sarcasmi, e per il momento l’Indicatore si astenne dall’ordinare al Vitalizer il rilascio di Gravitax nelle sue vene.

“Questa è l’ultima lezione del primo ciclo, un Riepilogo. – annunciò e dalle creature avviluppate si levarono candidi silenziosi assensi – Da domani cominceremo lo studio dell’accoglienza e di altre materie correlate come la personificazione. Oggi, invece, parleremo di tutto quello che avete già imparato. Dunque, dove ci troviamo… Meissa?”

– In classe. (una fioritura di hi-hi e ah-ah circondò la risposta levitante sopra il corpo di Meissa, che si corresse immediatamente) Volevo dire nel Santuario di Frassineta, che è una località del vivario dipendente dall’Alveare di Torrate, sede dell’Humanocorp.

“Benissimo. Ma anche la prima frase non era sbagliata, birbanti. Cos’è un Santuario, Korban?”

– E’ un luogo che ha acquisito carattere sacro per la sua connessione ai Doni Celesti. La terminologia “Doni Celesti” è usata oggi sia per i prodotti dei divini Silnuharuhr, sia per indicare loro stessi. (le lettere si stagliarono precise e senza esitazioni: Korban era uno dei migliori della classe) In origine, ogni Santuario era una zona delimitata da segnalazioni luminose in cui i mezzi di trasporto alieni lasciavano cadere la manna, cioè cibo, attrezzi, medicinali, eccetera per gli esseri umani.

“Infatti, – convenne Seginus – gli esseri umani non erano più in grado di produrre nulla di utile alla vita e si stavano lentamente e orribilmente estinguendo quando i divini simbionti apparvero con gli exaglobuli nel mezzo dei nostri cieli… ed è così che nacque il motto dei Santuari: il cielo si muove, l’umanità attende… Come sapete, i danni subiti dall’ecosistema del nostro pianeta erano troppo profondi per essere sanati ovunque: solo piccole aree protette e accuratamente separate dal resto, chiamate appunto “vivari”, conservano oggi parte della fauna e della flora originarie della Terra.” Lanciò di nuovo un’occhiata ai valori di Syrma e per un attimo aggrottò la fronte, perplesso: nessuno di essi era cambiato. Scosse le spalle: finché dura, pensò, meglio lasciarlo stare.

“Cosa accadde, quindi… Minkar?”, chiese invece. Il corpicino sembrò tendersi in uno spasmo fra i fili d’argento, ma nessuna lettera apparve. L’Indicatore inviò a Minkar un cc. di Vigilante e uno di Gravitax. Attese poco più di dieci secondi.

– I divini Silnuharuhr, la specie simbionte che soccorse gli umani, decisero per la Riformazione della Terra., rispose Minkar.

“Esatto. La Riformazione è stato un lungo e dettagliato processo portato avanti tramite invasione biologica, e cioè tramite l’ingresso in un ecosistema di organismi ad esso storicamente estranei. Naturalmente usiamo “invasione” in senso scientifico, senza alcuna connotazione negativa… Non ci sono Malcontenti, qui, vero?” Obbedienti risatine vennero vergate dagli scolari. Lucida vi aggiunse un Abbasso i terroristi che cadde nell’indifferenza generale.

“L’organismo invasore può essere un virus, un batterio, una pianta, un insetto o un animale di altra specie. – proseguì Seginus – Precedentemente all’arrivo dei divini simbionti, queste invasioni accadevano a causa di cambiamenti climatici su larga scala o crisi geologiche e hanno fatto parte del processo evolutivo. A volte non avevano successo e la specie esotica si estingueva, altre volte trovavano il nuovo ambiente di loro gradimento e si insediavano senza che il bilanciamento dell’ecosistema ne fosse troppo sconvolto, altre ancora alteravano invece quest’ultimo completamente, provocando l’estinzione delle specie native. Gli agenti della Riformazione hanno viaggiato nei fiumi e nelle correnti oceaniche, sono stati trasportati dal vento, sono stati trasferiti da animali da un luogo a un altro durante le migrazioni stagionali e l’operazione, necessaria al risanamento del pianeta e al suo adattamento per rendere possibile la vita su di esso dei divini Silnuharuhr, ha avuto successo nell’ibridare le varie specie – pochi organismi non hanno risposto al trattamento in modo positivo – conservandole così tramite il rinnovamento e la trasformazione.

L’ibridazione è il processo con cui si incrociano piante o animali geneticamente differenti e che dà come risultato una nuova creatura con un diverso, in questo caso preferibile, insieme di caratteristiche. All’interno della stessa specie l’ibridazione è facile e produce progenie fertile. Incroci fra specie diverse sono più difficili e generalmente producono progenie sterile a causa della difficoltà di appaiamento dei cromosomi durante la meiosi… e cioè quando dalla cellula madre si formano quattro cellule figlie…”

– Noi siamo la progenie sterile!, intervenne Gemma, iscrivendo le parole in un cuoricino.

Seginus sorrise, benigno: “Noi siamo geld, non abbiamo un sesso determinabile e siamo effettivamente infecondi, ma da quasi cinque secoli nasciamo in quella porzione di umanità che non ha accettato di sottoporsi ai trattamenti per l’ibridazione e abita nei vivari: siamo quindi una variazione genetica… più esattamente, 4 tipi di individui geneticamente diversi… della specie umana non determinata dall’intervento dei Doni Celesti. E’ ormai scientificamente dimostrato che la nostra comparsa è stata un sottoprodotto del multiforme inquinamento che in passato ha devastato il pianeta. La nostra percentuale è circa 1/25 e considerato l’alto tasso di sterilità presente anche negli abitanti dei vivari che non sono geld, si può con facilità ipotizzare che gli esseri umani non ibridati scompariranno nel giro di altri trecento o quattrocento anni.” E noi con loro pensò, ma prudentemente non aggiunse, l’Indicatore.

– Gli sta bene, tanto ci odiano., saltò fuori ancora Lucida, i cui valori stavano mostrando una preoccupante impennata di disappunto e disturbo. Seginus esitò, mentre la frase si completava a lettere sempre più grandi e imprecise, dagli orli sfaldati: – Ci abbandonano per soldi! Ce n’è di quelli che ci uccidono appena nati!, poi decise che era meglio somministrare Quietis all’intera classe riservando a Lucida la dose massima, tre cc., più un cc. di Gravitax.

I suoi scolari avevano fra gli 11 e i 12 anni: erano ancora emotivamente fragili e una discussione sui loro genitori sarebbe degenerata in rabbia e pianto collettivi nel giro di pochi minuti. Ma ora le sostanze celestiali scorrevano nei loro organismi, calmandoli e cullandoli come in un caldo abbraccio, rendendoli sereni e pacificati. Certo, per qualche minuto sarebbero stati anche troppo torpidi e refrattari agli stimoli esterni per replicare alle domande dell’Indicatore, tuttavia restavano abbastanza presenti a se stessi per ascoltarlo.

Seginus scorse in velocità i loro valori per assicurarsene… e quando arrivò a Syrma ebbe un sussulto. Boccheggiò, incredulo. Il Vitalizer continuava a mostrargli gli stessi identici livelli medi dell’inizio della lezione – e ciò era impossibile: Quietis rallentava i battiti cardiaci, inibiva l’adrenalina, induceva un certo grado di sonnolenza… Avviò con dita tremanti la scansione che rilevava gli eventuali, rarissimi, guasti o stalli del sistema e come aveva già intuito il Vitalizer stava funzionando alla perfezione. Si alzò in fretta dalla postazione al centro del mosaico sul pavimento, che raffigurava una stella a sei punte, e raggiunse la rete dei tralci argentei. Syrma vi fluttuava come tutti gli altri a occhi chiusi, le labbra atteggiate a un lieve sorriso, le gambe appena ripiegate all’altezza delle ginocchia. Seginus allungò una mano a toccarlo… e lo attraversò. L’immagine si aprì e si richiuse quando ebbe ritratto il braccio.

“Bastardo! – l’esclamazione dell’Indicatore non provocò nulla di più di qualche fronte aggrottata, dato lo stato degli scolari – Ha messo al suo posto un simulacro!” Un minuto dopo, le campane del Santuario presero a suonare con vivo dispetto.

star chart

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Smile!

Creature, devo prendere qualche altro giorno di pausa dal blog.

Causa 1: cambio computer (non esaltatevi, è di seconda mano anche quello “nuovo”);

Causa 2: sono in dirittura d’arrivo per l’ultimo romanzo e ho bisogno di tempo per correggere, rivisitare, limare ecc.;

Causa 3: sono stanca (probabilmente alcuni di voi ricordano il perché) e ho necessità di “ricaricare le pile”.

Però vi amo – come il mio alieno sorriso qui sotto dovrebbe esemplificare – e torno presto. Maria G. Di Rienzo

alien smile

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