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Posts Tagged ‘scrittura’

Il terzo romanzo di Trifonia Melibea Obono, “La Bastarda”, segna un primato: è il primo di un’Autrice della Guinea Equatoriale a essere tradotto in inglese.

lawrence e trifonia

(Trifonia Melibea Obono e il traduttore Lawrence Schimel)

Uscito sul mercato internazionale il 17 aprile scorso – distribuito da Feminist Books per gli Usa, Modjaji Books per il Sudafrica, Turn Around per la Gran Bretagna – narra la storia di Okomo, un’adolescente orfana di madre che vive con la nonna e a cui sono proibite molte cose: Okomo non risponde agli standard della femminilità patriarcale ed è perciò un’emarginata, ma scoprirà di non essere la sola a portarsi addosso quest’etichetta. Entrata in contatto con un gruppo “misterioso” di ragazze che fanno una bandiera dell’essere giudicate indecenti, sebbene debbano incontrarsi segretamente, Okomo si innamorerà della loro leader e si ribellerà contro le rigide norme culturali che le sono imposte.

Trifonia Melibea Obobo è nata a Evinayong, nella Repubblica della Guinea Equatoriale, nel 1982. E’ docente universitaria alla Facoltà di Letteratura e Scienze Sociali nel suo paese e fa parte del Centro per gli studi afro-ispanici dell’UNED (università nazionale per l’istruzione a distanza) spagnola.

Chi ha già letto “La Bastarda”, in particolare altre scrittrici, ne è entusiasta:

Alexis Pauline Gumbs (“M Archive: After the End of the World”): “Un romanzo di svolta che dice al mondo, a partire dalla propria prospettiva, che c’è così tanta necessaria vita fuori, oltre, prima e dopo il patriarcato. Per coloro di noi a cui è stato detto che non esistiamo. Che non possiamo esistere. Che non dovremmo esistere. Questa storia innovativa piena di amore e di cura serve da incantesimo per ricordarci che esistiamo, siamo esistite e dobbiamo sostenerci l’una con l’altra per esistere e vivere come siamo.”

Maggie Thrash, (“Honor Girl”): “Sebbene io viva a un mondo di distanza dalla Guinea Equatoriale, ho visto molto di me stessa in Okomo: un “maschiaccio”, smaniosa di essere libera e di sfuggire al gioco truccato della società. Ho fatto il tifo per lei a ogni pagina e ho desiderato per me stessa e per tutte le ragazze che noi si sia abbastanza coraggiose da creare il nostro proprio mondo.”

Maria G. Di Rienzo

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tatiana - foto di rotmi enciso

(“Pathway to Lesbianism”, di Tatiana de la Tierra (1961 – 2012), scrittrice, poeta, attivista, strega dianica (una forma di paganesimo) di origine colombiana, emigrata con la famiglia negli Usa a 8 anni. Trad. Maria G. Di Rienzo. Tatiana creò la prima rivista internazionale che trattava delle donne lesbiche latino-americane, “Esto no tiene nombre” – “Questo non ha nome”. L’impegno a rendere visibili e forti le voci delle lesbiche latino-americane sta al cuore di tutto il suo lavoro, che non abbandonò mai nonostante i problemi di salute.)

Sentiero verso il lesbismo

Il sentiero per il lesbismo implica la rinuncia al sentiero che era già stato scritto. Tutto quel che dovrebbe essere ed essere fatto è rimpiazzato da qualsiasi scopo tu sogni.

Essere una lesbica significa cambiare le mani che hanno potere. E’ vero che quel potere è sempre nostro, ma molte volte permettiamo ad altri di maneggiarlo per noi. Una lesbica reclama il proprio potere.

La cerimonia di iniziazione è un matrimonio con te stessa. Cammina verso l’altare, sola e vestita con l’abito da cerimonia che è la tua pelle. A ogni passo ti lasci alle spalle il destino che non hai mai posseduto e ti avvicini a quello che sarà creato da te.

Trattieniti alla soglia d’ingresso al lesbismo. Prometti di essere fedele a te stessa, bacia e abbraccia il tuo corpo.

Questo è il modo in cui entri nel lesbismo: nuda e innamorata.

foto di Riasko e Enciso

“Mentre sentiva l’avvicinarsi della fine della sua vita, Tatiana de la Tierra rinominò se stessa Suerte Sirena (Sirena Fortunata, o Sirena della Fortuna). Per lei, le cellule cancerogene che stavano invadendo il suo corpo erano la prova della sua metamorfosi definitiva, quella che l’avrebbe resa una sirena affinché nuotasse nell’oceano cosmico.” Audrey Goodnight, 7 aprile 2018.

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alexandra petri

Ispirata dalla recente umoristica discussione su come gli autori maschi ritraggono i loro personaggi di sesso femminile

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/04/molta-strada-da-fare/

e da un articolo di Vulture che riporta brani di famose sceneggiature assai comici (involontariamente) nell’illustrare i ruoli delle attrici, la giornalista del Washington Post Alexandra Petri – in immagine – ha scritto il 4 aprile scorso “Se gli autori di sesso maschile descrivessero nella letteratura gli uomini allo stesso modo in cui descrivono le donne”. Alexandra ha mimato alla perfezione lo stile degli scrittori che cita e i risultati sono esilaranti. Eccone alcuni:

George R.R. Martin

Gli addominali di Jon Snow si muovevano impercettibilmente sotto la sua tunica, sodi e duri e pallidi come mele invernali spiccate dall’albero, accuratamente affettate e sistemate in fila.

Ernest Hemingway

Lui aveva un didietro che sembrava bello. Lei afferrò il didietro con le sue mani. Lui rimase un po’ sconcertato, ma non troppo. Questo è il modo in cui vanno le cose fra donne e uomini.

Raymond Chandler

Marlowe era quel tipo di moretto che avrebbe fatto tirare un calcio in una vetrata colorata a un vescovo, e solo metà del buco sarebbe stato da attribuire a panico eterosessuale. L’altra metà sarebbe stata lo sguardo datovi da lui sotto l’orlo del cappello, quel tipo di sguardo di cui pensate che forse potreste convertirlo in contanti in una stanza di un albergo a buon mercato, prima di notare i grattacapi che gli spuntano dal taschino posteriore.

Leo Tolstoy

Vronsky una volta era stato bello. Le sue mani, un tempo bianche e soffici, erano scarne e devastate dalla fatica del crescere bambini, e la sua faccia appariva emaciata e non attraente. La sua voce aveva acquisito un tono querulo. Le sue braccia, una volta della forma giusta, ora erano della forma sbagliata, a causa del passaggio del tempo e della degradazione morale che viene con esso. C’era un cavallo che aveva sofferto un terribile incidente e in un certo modo Vronsky gli somigliava.

Omero

Odisseo dalle bianche cosce emerse dall’acqua fresco di bagno e luccicante di olio / La sua pelle splendeva come l’alba che si introduceva fra i suoi rapidi piedi calzati di sandali / La dea lo osservava rapita.

Jack Kerouac

I graziosi e pieni pettorali di lui erano a malapena nascosti dalla sua camicia da notte bianca, e Dean mi guardò come se volesse dire: se questa è l’America ne voglio vedere di più.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Nei prossimi giorni sono impegnata, ci risentiamo lunedì.

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immagine di moon shadow girl

(Ne hai di strada da fare, amico…)

La rivista “Electric Literature” riferiva ieri l’esplosione di un esilarante trend cominciato l’ 1/2 aprile 2018. L’autrice per giovani adulti Gwen C. Katz ha riportato su Twitter l’opinione di un altro “scrittore” (le virgolette, come vedrete, sono obbligatorie) convinto che in letteratura non vi sia necessità di punti di vista diversi provenienti da autori/autrici appunto diversi: la prova di ciò è lui stesso, che sa inventare personaggi femminili del tutto credibili e naturali. Lo fa così: Bighellonavo intorno, di certo lui mi aveva notata. E’ difficile mancare di vedermi, mi piace pensare così – un po’ alta (ma non troppo alta), una belle serie di curve se posso dirlo io stessa, pantaloni così impossibilmente stretti che se avessi avuto una carta di credito nel taschino posteriore avreste potuto leggerne la data di scadenza. Il resto del mio abbigliamento non era così degno di nota, solo alcune vecchie cose che avevo in giro. Sapete com’è.

Posso solo immaginare quali pensieri gli stessero girando per la testa. Pensieri spinti. Potevo immaginare cosa vedeva in me. Carnagione pallida, labbra rosse come se avessi appena divorato un ghiacciolo alla ciliegia ricoperto di lucido, due occhi viola come quelli di Elizabeth Taylor.”

Perfetto, non è vero? E così è nata la sfida diretta alle donne: descrivi te stessa come farebbe un autore maschio. Di seguito una manciata delle risposte – in realtà sono molte molte di più, una marea, e più ne leggo più rido…

Jennifer Weiner:

I suoi seni entrarono nella stanza ben prima della sua assai meno interessante faccia, delle sue anche decisamente materne e delle sue cosce rotonde. Egli trovò la voce di lei spiacevolmente udibile. Mentre il suo sguardo scendeva dalla bocca di lei (che ancora parlava!) alla sua scollatura, egli si chiese perché le femministe erano sempre arrabbiate.

Jenny Trout:

Non esisteva, perché era grassa.

Kelechi Okafor:

Mentre si muoveva il suo forte corpo di cacao brillava come un richiamo al continente africano. Il suo girovita si muoveva come un’allettante sirena, invitandomi a schiantarmi contro le rocce che erano le sue natiche brune.

Ashely Nicole:

Rotonda quanto rumorosa, lei riempì immediatamente la stanza. Il mio primo pensiero fu che non avrei voluto scoparla. Il mio secondo pensiero fu ancora più disturbante: sembrava che questo non avesse importanza per lei. Contemplò la rotondità delle proprie tette e diede un contributo all’incontro. Non me lo ricordo.

Jane Casey:

Aveva quarant’anni, ma sarebbe potuta passare per un anno più giovane con rossetto delicato e un po’ di gentile mascara. Il suo vestito si aggrappava alle curve del suo petto che era tenuto a coppa dal reggiseno sotto di esso, ma sopra i seni che erano nudi dentro il suo abbigliamento. Aveva una personalità e degli occhi.

Isla:

Ella si mise di fronte allo specchio e fece scorrere le mani sul suo corpo nudo. Avrebbe potuto essere bella. Se solo fosse stata vent’anni più giovane, con venti chili di meno e seni più larghi. Sospirò. Avrebbe dovuto pagare per un lavoretto alle tette invece che per tutto quel gelato. Ma ora era troppo tardi.

Shing Yin Khor:

Ni hao!!” (“Ciao” in mandarino, ndt.) urlai all’esile ragazza dall’altro capo della strada; lei si girò roteando, fissandomi con esotici occhi a mandorla, perché io l’avevo chiamata con l’inconfondibile voce dei suoi antenati.

Shinobi:

Era una donna gigantesca, più grande di quanto ogni donna abbia diritto di essere. Rideva a voce troppo alta e agitava troppo gli ampi fianchi.

Maria G. Di Rienzo

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Null’altro importa

Nothing else matters (Null’altro importa), Metallica, 1991 (trad. Maria G. Di Rienzo)

metallica

Così vicino, non importa quanto lontano

non potrebbe venire di più dal cuore

avendo fiducia per sempre in chi siamo

e null’altro importa

Non mi sono mai aperto/a in questo modo

la vita è nostra, la viviamo a modo nostro

tutte queste parole che proprio non dico

e null’altro importa

Cerco fiducia e la trovo in te

ogni giorno per noi qualcosa di nuovo

mente aperta per una visione diversa

e null’altro importa

Non mi è mai importato di ciò che fanno

Non mi è mai importato di quel che sanno

ma io so

Così vicino, non importa quanto lontano

non potrebbe venire di più dal cuore

avendo fiducia per sempre in chi siamo

e null’altro importa

Non mi sono mai aperto/a in questo modo

la vita è nostra, la viviamo a modo nostro

tutte queste parole che proprio non dico

e null’altro importa

Cerco fiducia e la trovo in te

ogni giorno per noi qualcosa di nuovo

mente aperta per una visione diversa

e null’altro importa

Non mi è mai importato di quel che dicono

Non mi è mai importato dei giochi a cui giocano

Non mi è mai importato di quel che fanno

Non mi è mai importato di quel che sanno

e io so

P.S. a) Ho cominciato un altro romanzo – un po’ presto, ma non so quanto tempo ho ancora: chi lo sa, in effetti? b) Continuo ad aspettare che la Coop mi faccia sapere se sono indegna di essere socia da più di vent’anni perché sguazzo nel mio corpo come un pesciaccio felice, alla faccia dei suoi insultatori con laurea; c) Dal mio ultimo “revival” sono passati cinque mesi: quello qui sopra è un ringraziamento ai 909 iscritti a questo blog – ho fiducia in voi.

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mary's monster

Questo libro è uscito nello scorso gennaio e Lita Judge che l’ha scritto l’ha presentato così: “Mary Shelley non è stata solo l’autrice di Frankenstein, è stata una giovane radicale che ha contribuito a mettere in moto il movimento femminista definendo le restrizioni che la società imponeva alle donne. Osò sfidare, nel suo libro, il potere tirannico, le guerre ingiuste, la schiavitù e l’abbandono dei poveri. Ha cambiato il corso della letteratura inventando il romanzo di fantascienza dell’era industriale e ha dato alla luce il più emblematico mostro mai creato. Ho scritto “Mary’s Monster” per onorare la sua forza e la sua passione.”

L’ha fatto in parole e immagini corredando il testo con bellissimi acquerelli in bianco e nero. Il 21 marzo 2018 è uscita una sua lunga intervista (realizzata da Princess Weekes, per The Mary Sue) da cui ho tratto e tradotto questo pezzo:

Quali sono stati i miti sull’essere donna che hai dovuto spezzare durante la tua vita? Quale è stato lo shock più grande?

Amavo la scienza quando ero piccola. Ma mi si ripeteva costantemente che le bambine non sono brave in matematica e scienze quanto i maschi. Io sapevo di voler diventare geologa e paleontologa ma mi si diceva di continuo che “ne sarei uscita, come la maggior parte delle ragazze”, implicando che siamo noi ragazze a mollare i nostri interessi. La verità è che ci scoraggiano sino a che non lo facciamo. Io pensai che se avessi dato prova di me stessa nelle scienze come brava e appassionata ciò avrebbe sedato ogni spinta contraria. Ciò che mi ha sconvolta di più è stato che persino dopo essermi fatta strada attraverso l’università, essermi laureata con il voto più alto del mio corso, ed essere approdata al lavoro di geologa, i miei colleghi maschi mi chiamavano “l’assunta per pari opportunità” anziché con il mio nome.

Il femminismo significa molte cose per donne differenti. Cosa significa il femminismo per te? Dove pensi abbia bisogno di miglioramenti? Dove pensi stia funzionando come movimento?

Per me, il femminismo significa lottare per il diritto di vivere la vita che io concepisco per me stessa, invece della vita che altri concepiscono per me. E’ il diritto di mantenere qualsiasi lavoro io abbia scelto – di avere le stesse possibilità, responsabilità, compensi e ruoli guida in un ambiente non tossico.

Mentre lavoravo come geologa sono stata molestata sessualmente da più di un collega. Sono stata minacciata, intimidita, sminuita, trattata brutalmente, toccata e infine assalita sessualmente. L’aggressione comportò danni gravi, ma quel che peggiorò il dolore fu che la maggioranza dei miei colleghi maschi pensava io non dovessi parlarne. Mi fu detto più di una volta che avrei dovuto aspettarmelo se intendevo lavorare “in una professione per uomini”.

Stiamo ora iniziando ad affrontare l’ubiquità delle molestie e delle aggressioni sessuali. Le donne stanno imparando a darsi forza l’un l’altra su questo fronte, invece di indietreggiare nel silenzio. Questa è la prima volta in cui scrivo pubblicamente del mio essere stata assalita. E’ stato il coraggio che ho acquisito dalle altre donne che parlano apertamente a permettermi di farlo. Dobbiamo creare consapevolezza su questo tema in modo incessante per cambiare il clima dei nostri ambienti lavorativi.

Ci sono un mucchio di problemi su scala istituzionale che oggi fronteggiamo come donne, ma quali sono alcune delle cose che potremmo fare subito per migliorare le nostre vite e le vite delle donne che verranno dopo di noi?

Dobbiamo condividere le nostre storie. Io provavo troppa vergogna dopo aver subito l’aggressione mentre facevo la geologa per parlarne. Me ne sono andata da una professione in cui ero estremamente brava, che amavo e per il cui ottenimento avevo lavorato duro, perché non mi sentivo più al sicuro a livello fisico ed emotivo.

Svergognate, cediamo il nostro potere. Silenziose, limitiamo la nostra arma migliore: la nostra capacità di provare empatia l’una per l’altra e di lavorare insieme. Dobbiamo raccontare le nostre storie. Io scrivo di donne che hanno lottato per l’eguaglianza nella speranza che altre sarebbero state ispirate dalla loro forza. Scrivo pure per onorare la loro forza e il loro coraggio. Ma ho anche bisogno di trovare il coraggio per dar voce alla mia propria storia. Noi, come donne, possiamo sostenerci reciprocamente e costruire un mondo più sicuro e più sano, se non permettiamo di essere ridotte al silenzio dallo svergognamento.

lita

(Lita Judge)

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Il brano seguente stava in una mail inviatami il 12 gennaio 2018 alle ore 21.00:

Youcanprint life News n. 89

Essere invidiosi ripaga?

“Lo so, là fuori è pieno di scrittori autopubblicati che hanno successo. I loro romanzi ti guardano dall’alto in basso dalle vette della classifica e tu, che vorresti essere lì, che hai tutte le carte in regola per essere lì, ti ritrovi a raschiare il fondo della classifica. Le recensioni non arrivano, le vendite languono, e alla fin fine a nessuno sembra importare nulla di quello che hai scritto.

Senza contare che la maggior parte di questi romanzi da vette della classifica sono senza infamia e senza lode, spesso delle scopiazzature di altri romanzi dello stesso genere tanto in voga.”

Signori, scrivo e pubblico su carta (senza pagare e senza leccare il didietro a autori famosi per essere pubblicata) da più di trent’anni. Comunicazioni di questo genere cominciano a farmi pentire di aver scelto la vs. piattaforma per l’autopubblicazione e di avervi pagato per il servizio. Scrivere per me non è una competizione, è una passione e un lavoro.

libro e fiori

(Un lavoro d’amore, per essere precisi)

So ormai di fare questo lavoro bene e persino troppo bene secondo un editore che anni fa mi ha rifiutato un romanzo con questa incredibile motivazione.

Me ne frego di chi sta in vetta alle classifiche, di che qualità sia la produzione di chi ci sta, non provo invidia per costoro e non intendo comprare “marketing” o – meno che mai – “editing” da chi promuove una visione della scrittura ridotta a salire una scala per “guardare dall’alto in basso” chi sta in “fondo alla classifica”. Se avessi voluto un podio avrei continuato con il salto in lungo: ero bravina e probabilmente qualche medaglia l’avrei presa, ma scrivevo e scrivo senz’altro meglio di quanto saltavo – inoltre, scrivere mi piace molto di più.

Non smetterò certo di farlo perché “a nessuno sembra importare nulla” su Youcanprint. Importa a me e tanto basta. Maria G. Di Rienzo

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