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Il “biasimo della vittima” è l’espressione della convinzione che chi subisce un abuso qualsiasi sia, in toto o in parte, responsabile per ciò che è accaduto. E’ molto forte nei confronti delle vittime di violenze sessuali (giacché in maggioranza costoro sono donne e il biasimo trae alimento dal sessismo e dalla misoginia) ma in effetti, in Italia, il biasimo della vittima entra ormai come fattore di peso in qualsiasi dibattito / controversia – senza essere minimamente riconosciuto per tale e rigettato. La tendenza a dar la colpa a chi ha patito un danno, anziché a chi quel danno ha provocato, cresce in un determinato territorio quando la sua popolazione è in uno stato di allerta sociale a causa di minacce percepite o reali e questo è giusto il caso del nostro Paese.

Il biasimo della vittima ha un profondo e devastante impatto su chi sopravvive alla violenza, perché il processo di guarigione comincia proprio quando una/un sopravvissuta/o narra a voce alta le proprie esperienze: racimolare il coraggio per dire la verità e poi veder negata tale verità – con accuse varie che scandagliano il comportamento e le intenzioni “nascoste” delle vittime e con l’asserzione che esse avrebbero “frainteso” le azioni loro dirette – costituisce un ulteriore trauma.

Il supposto “fraintendimento” è la cifra del dibattito che circonda, per esempio, la vicenda della scuola elementare di Foligno accaduta in questi giorni: un maestro supplente umilia in particolare i suoi alunni di colore (ma sembra adottare comportamenti di abuso nei confronti dei bambini in modo generalizzato). Nella fattispecie, costringe un bimbo di origine nigeriana a dare le spalle al resto della classe dichiarando che “è troppo brutto per essere guardato in viso” e dà della “scimmia” alla sorellina di costui. Pare – lo verificheranno le indagini – che gli insulti e le beffe fossero costanti.

Di fronte alle proteste il maestro in questione, Mauro Bocci, segue uno schema che è diventato come dicevo consuetudinario e comporta:

1. Il posare da vittima. Il signore dichiara di non essere stato capito e ne consegue che i bambini, i loro genitori e noi opinione pubblica siamo un po’ scemi e non possiamo fidarci ne’ del nostro intelletto ne’ delle nostre sensazioni;

2. Il posizionarsi in una posizione superiore rispetto alle vittime reali. Il signore suggerisce la motivazione principale di questa incomprensione da parte nostra: lui è un genio, come educatore, infatti stava mimando il razzismo per compiere un “esperimento sociale” (di cui non aveva avvisato nessuno, ne’ direzione scolastica ne’ genitori, ma perché mai l’Einstein della formazione dovrebbe rispondere alle regole che valgono per i comuni mortali?).

3. Il ripulire i propri spazi mediatici. Prima che le loro azioni strabordino in abusi fisici, spesso i perpetratori si allenano sul web sentendosi protetti e invulnerabili dietro la tastiera. Quando sono sotto i riflettori cercano di cancellare “i vecchi post più volgari e razzisti” e poi chiudono del tutto le loro pagine (come riportano i quotidiani a proposito del sig. maestro).

4. Lo spostare il focus dalle azioni compiute alle intenzioni che le avrebbero animate. In questo caso della riverniciatura si occupa il legale del maestro: “Le sue intenzioni erano diametralmente opposte alle accuse di razzismo. È il suo profilo a dirlo. È un padre di due bambini, ha anche una nipotina adottata di altra nazionalità e una certa sensibilità proprio verso i temi che riguardano la sfera umana.”

Il quarto punto vi è molto familiare, vero? I padri, dall’inizio dei tempi, non hanno mai usato violenza, non hanno mai abusato dei loro figli, non hanno mai malmenato – stuprato – ucciso donne. Se hanno contribuito a mettere al mondo delle creature devono essere per forza sensibili come delicate fronde di felce. Figuriamoci se il padre in questione, che ha persino una nipotina straniera (e non ha ancora sputato in faccia ne’ a lei ne’ ai parenti che l’hanno adottata, è un santo!), può essere razzista, andiamo.

Sinceramente, però, a me di dare un’esatta definizione e misura del razzismo di questa persona importa poco. Io rigetto e biasimo le sue azioni, non la sua persona, perché le sue azioni hanno causato dolore in altri esseri umani. Dovrebbe bastare a chiedere scusa – e basta, non “chiedo scusa ma non mi avete capito”, non “chiedo scusa ma sono un genio dalla profonda sensibilità che stava operando un esperimento sociale”, piuttosto: “Chiedo scusa, ho sbagliato, intendo riflettere e impegnarmi affinché ciò non si ripeta mai più.”

Riconoscimento dei propri errori, rispetto per i propri simili, assunzione di responsabilità. Avrei aggiunto empatia, ma probabilmente sarebbe chiedere troppo.

Maria G. Di Rienzo

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L’addestramento comincia presto. Ti buttano giù dalla branda quando sei così piccola che hai appena capito di stare al mondo. In compenso, dopo un po’ di umiliazioni, capisci anche rapidamente in che razza di mondo sei. Arrivata agli 11 anni, l’età delle protagoniste delle storie che sto per raccontare, dev’esserti chiaro cosa significa essere femmina. I tuoi istruttori ce la mettono tutta affinché tu comprenda che è una condizione vergognosa.

1. Gran Bretagna, Bristol, scuola media Cotham. Un’alunna torna a casa tirandosi il maglione sotto le ginocchia. I suoi jeans sono intrisi di sangue in modo assai visibile. Sebbene abbia chiesto di poter andare al bagno durante la lezione, sapendo che le erano venute le mestruazioni, l’insegnante (donna) ha rifiutato di lasciarla andare. La ragazzina è scossa e ferita, la madre protesta con la scuola – potrebbe finire lì, se la direzione scolastica volesse, se facesse le sue scuse all’allieva e garantisse un trattamento diverso a lei e alle altre ragazze, come una brutta vicenda ridimensionata dalla comprensione e dal rispetto. Ma dopo un paio di mesi la cosa si ripete.

Questa volta l’insegnante è maschio e nega ripetutamente il permesso di uscire di classe all’allieva. Segna “demeriti” accanto al suo nome scritto sulla lavagna ogni volta in cui lei reitera la richiesta. Non solo: la minaccia dicendo che se osa chiedere di andare al bagno durante la lezione un’altra volta, lui le assegnerà il demerito definitivo e lei sarà mandata per punizione nella classe di studio supplementare. Di nuovo, la ragazzina torna a casa cercando di coprire come può le macchie di sangue. La sua reazione comprensibile e spontanea è che non vorrebbe più tornare a scuola.

E’ a questo punto che la madre, oltraggiata, rende pubblica la storia: “Come può accadere una cosa simile al giorno d’oggi, in quest’epoca, quando ci sono un mucchio di informazioni disponibili e si suppone che noi si sia più aperti nel parlare degli aspetti della salute femminile, incluso il ciclo mestruale?”. La donna è sbalordita perché quando lei stessa e le sue due sorelle erano scolare non è capitato loro nulla del genere. Come molte di noi, pensava di essersi lasciata alle spalle almeno l’equazione mestruazioni = sporcizia/vergogna.

Il portavoce dell’istituto spiega quindi alla stampa come il non lasciar uscire di classe gli alunni durante le lezioni sia “un regolamento” che trova la sua ragione nel fatto di non lasciare i minori “incustoditi”: inoltre, loro hanno permesso all’organizzazione umanitaria “Red Box Project” di installare distributori gratuiti di assorbenti ed è davvero “spiacevole” che la scuola sia ritratta in modo negativo quando “sta tentando di fare buon lavoro in questo campo”. Giusto, sta tentando, non c’è ancora riuscita. Ma c’è di meglio (le sottolineature sono mie): “Rispetto a questo specifico incidente abbiamo comunicato in diverse occasioni con la madre e la ragazzina e abbiamo rilasciato una tessera-bagno, come da regolamento scolastico, così che ciò non succeda di nuovo. La tessera-bagno può essere mostrata con discrezione all’insegnante, che non richiederà ulteriori spiegazioni.”

Il portavoce assicura che simili tessere sono già in uso per diversi studenti che hanno delle particolari “condizioni”. Sì, è davvero tutto risolto. Hanno parlato con madre e figlia e non hanno capito una beata mazza. La ragazzina andrà con fare furtivo alla cattedra, si toglierà il tesserino di tasca contorcendosi affinché nessun altro lo veda e lo farà apparire davanti agli occhi del docente dando le spalle al resto delle classe. I due si scambieranno uno sguardo d’intesa in perfetto silenzio e l’allieva uscirà fra i bisbigli o i pensieri inespressi dei compagni e delle compagne: “Ok, Sally – nome a caso – ha le sue cose.” “Non è che è malata invece?” “Ma le mestruazioni non sono una malattia, giusto?” “Chissà perché c’è bisogno di tutta questa manfrina.” “Sì, non possono semplicemente lasciarci pisciare o mettere un tampone quando ne abbiamo bisogno, porca miseria?”

“Mia figlia è solo una fra le migliaia di ragazze nelle scuole di Bristol e del paese, – ha detto ancora la madre – perciò questo non sta accadendo solo a lei e non è accettabile. La preoccupazione principale dovrebbe riguardare il benessere delle ragazze che hanno il diritto fondamentale a prendersi cura di se stesse e non essere concentrata sul fatto che i bambini abusino di una sorta di sistema di permessi.” Ne’ la signora ne’ sua figlia hanno ricevuto scuse dalla scuola, nonostante fosse stato fatto intendere alla ragazzina che la “colpa” era sua.

2. Stati Uniti, New York, scuola media non nominata. La madre di una undicenne riceve una chiamata da un’amica: “Tua figlia è su Snapshot.” La ragazzina stava tornando da scuola, in compagnia di un altro alunno, quando un nutrito gruppo di adolescenti si è fatto avanti. Il supposto “amico” dell’undicenne comincia a filmare non appena costoro appaiono in fondo alla strada.

I bulli circondano la ragazzina e la molestano sessualmente. Lei reagisce: “Non voglio fare niente. Non so chi siete.” “Puoi sapere chi siamo se ti metti il mio cazzo in bocca.”, risponde uno degli assalitori. Il suo negarsi scoccia i giovani farabutti, per cui: uno sputa in una bottiglia d’acqua, gliela rovescia in testa e poi gliela tira contro; un secondo le getta addosso uno zainetto; entrambi la prendono a pugni. La ridicolizzano, la insultano, si congratulano l’un l’altro per quel che stanno facendo, ridono a crepapelle. Il compagno “amico”, quattordicenne, posta il tutto per l’edificazione di ulteriori stronzi. Se la madre non avesse ricevuto la telefonata summenzionata, non avrebbe saputo niente. La figlia non le aveva parlato dell’accaduto. L’aggressione fisica, la sessualizzazione coatta, l’oggettivazione del suo corpo, la spettacolarizzazione della sua sofferenza e della sua paura, il tradimento della sua fiducia, le avevano già reso chiaro di chi era la colpa.

La madre ha fatto regolare denuncia alla polizia. Il cineasta in erba è stato arrestato, accusato di aggressione e condotta pericolosa. Gli altri li stanno ancora identificando e uno è latitante. L’intera famiglia della vittima, dopo aver ricevuto ripetute minacce dai bulli e dai loro genitori, intende spostarsi dal quartiere. La ragazzina, bersaglio principale delle intimidazioni, è stata mandata per precauzione da parenti in Virginia.

L’addestramento comincia presto. Fa a pezzi la tua vita e ti costringe a buttare energie nella guarigione e nella ricostruzione di prospettive. Ma in che altro modo sapresti cosa significa veramente essere femmina?

Maria G. Di Rienzo

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(“Happiness for me is speaking out and standing up for myself” – Kvinna till Kvinna, ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. L’immagine di Francine Kasimba è il particolare di una foto di Bertin Mungombe.)

Francine

Francine Kasimba è cresciuta circondata da otto sorelle nella Repubblica democratica del Congo. Nonostante avesse così tante sorelle, le è sempre stato detto che sua madre non aveva figli. La ragione? Solo i maschi contavano.

Oggi Francine, a 17 anni, è la presidente della sezione giovanile dell’ong CEDEJ-GL, partner della Fondazione Kvinna till Kvinna, nella città di Uvira. L’organizzazione lavora in diversi modi per rafforzare i diritti delle donne nel paese. Promuove discussioni di gruppo in forma di forum affinché le persone possano parlare delle istanze che le preoccupano. Sia donne sia uomini sono i benvenuti a partecipare e ci sono anche gruppi specifici per la gioventù. CEDEJ-GL usa anche il teatro per suscitare consapevolezza sui ruoli di genere.

Francine era attiva in uno di questi gruppi giovanili. Parlando ad altri della stessa età ha acquisito maggior fiducia in se stessa. Dopo un po’ ha ottenuto un lavoro all’interno dell’ong. Oggi, è la presidente del gruppo giovanile a Uvira, nella zona orientale della Repubblica democratica del Congo lacerata dal conflitto. I gruppi di discussione offrono alla gente lo spazio per parlare dei loro problemi e bisogni: Francine aiuta i partecipanti a trovare soluzioni per essi.

Ora Francine sa di avere il potere di spingersi così distante – nonostante le sia stato detto per tutta la vita che le femmine non hanno valore: “La felicità per me è parlare apertamente e affermare me stessa. Mostro che sono una ragazza, che ho idee e che ho talento.”, dice.

Un soggetto su cui Francine si è concentrata nei gruppi di discussione che ha diretto sono i diritti sessuali e riproduttivi. Ha scelto di occuparsi di come le gravidanze adolescenziali non desiderate possono essere prevenuti tramite il controllo delle nascite, materia che è stata molto discussa nei gruppi giovanili dell’ong.

CEDEJ-GL ha lavorato per i diritti sessuali e riproduttivi anche in altri modi. Nel paese la violenza sessuale nelle scuole è un enorme problema. Per contrastarla, l’organizzazione ha dato inizio a gruppi di discussione nella scuole, a cui le/gli studenti possono rivolgersi per avere sostegno. Ha anche educato gli insegnanti sui diritti umani delle donne e si è assicurata che quelli che abusavano della loro scolaresca fossero sospesi.

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Io chiaramente non sono un oggetto, per favore non trattarmi come se lo fossi

Io sono umana e perciò non diversa da te

E non ho bisogno che tu mi porti i libri a lezione, perché ai tuoi occhi le ragazze sono deboli:

io sono più che capace di sbrigarmela da me

Io sono una ragazza rivestita di forza e dignità e allegria senza paura per il futuro

Io sono femmina

Lucy, 12 anni, residente a Redcar, Yorkshire del Nord, Inghilterra.

La poesia di Lucy è stata letta al pubblico, l’11 ottobre scorso (Giorno Internazionale della Ragazza / Bambina), durante la presentazione dei risultati dei seminari tenuti con le alunne di due scuole dal progetto “Girl-Kind” – l’invito è qui sotto.

girl-kindLe ragazze avevano in precedenza nascosto nella sala piccole bottiglie di vetro con l’etichetta “Alla sconosciuta / Allo sconosciuto che trova questo”. I messaggi all’interno dicevano: “Sei amata/o”, “Sei splendida/o”, “Sii te stessa/o, sei straordinaria/o”.

Due delle organizzatrici dei seminari, Sarah Winkler-Reid, docente universitaria di Antropologia Sociale, e Sarah Ralph, docente universitaria di Studi su Media e Cultura, hanno scritto dell’esperienza per “The Conversation” il 25 ottobre u.s. e questo è un piccolo estratto:

“Non si può negare che crescere essendo femmina è sempre stato complicato. Oltre alle richieste provenienti dalla scuola, dalla famiglia e dagli amici, ci sono pure una miriade di aspettative su come le ragazze dovrebbero o non dovrebbero essere.

La preoccupazione per le vite delle giovani donne è un tema ricorrente sui media, nei dibattiti pubblici e fra i legislatori, ma non è che ne sentiamo parlare molto spesso dalle ragazze stesse.

Il progetto Girl-Kind si è sviluppato come risposta all’attuale rappresentazione negativa delle ragazze sui media del mainstream e più in generale al focus centrato sui “problemi” dei lavori con le ragazze, che presume dall’esterno quali istanze le ragazze affrontino senza chiederle a loro per prime.”

Maria G. Di Rienzo

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Sul votare

(“Poem on Voting x”, di Hollie McNish – in immagine sotto – poeta contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. Autrice della raccolta “Plum” del 2017, Hollie esegue le sue performance anche su YouTube, dove conta milioni di visitatori.)

hollie

POESIA SUL VOTARE X

Se non hai bisogno del trasporto pubblico

Se non ti sei mai affidato al servizio sanitario nazionale

Se non sei mai stato seduto in una scuola statale

Se non hai mai dovuto racimolare l’affitto

Se non hai mai fatto un lavoro di merda

sorridendo a perfetti idioti fra i denti stretti

Se non hai mai cucinato o passato lo straccio

o messo i soldi da parte per la spesa settimanale

io non capisco

in che modo il tuo curriculum vitae possa uscire vincitore

per determinare decisioni sui piani di studi, gli alloggi, la salute, i trasporti o il lavoro

(Ndt. Neanch’io, cara Hollie.)

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(“Stop Teaching Boys To Be Abusers”, di Tegan Jones, scrittrice e editrice freelance le cui passioni sono “l’eguaglianza di genere, la giustizia ambientale e la Resistenza”, 25 settembre 2018. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

sharpening pencil

Quando ero in prima media, un ragazzo di nome Vince sedeva dietro di me durante le lezioni di educazione civica. La maggior parte delle volte, durante quei giorni, si chinava in avanti e mi toccava il collo o mi strofinava le spalle.

Gli dissi di smettere. Allontanai le sue mani a schiaffi. Poi mi lamentai con l’insegnante, il signor Hardy, che a malincuore sgridò il ragazzo. Ma dopo un po’ di mie lamentele, il sig. Hardy mi disse che avrei dovuto maneggiare la situazione da sola. “Non ti sta facendo male.”, disse.

Dopo diversi mesi di sopportazione delle appiccicose mani di Vince sulla mia pelle, lo minacciai con una matita appuntita. “Toccami ancora e ti infilzo.”, dissi.

Lui rise. Aveva ragione a farlo. Era un ragazzo molto grosso che faceva apparire ogni altro studente in classe un nano. Io ero la ragazza più piccola di tutti. Perciò mi ha toccata di nuovo. E io ho infilato l’appuntito pezzo di grafite nella sua mano.

Naturalmente, mi presi una punizione. Fui sul punto di essere sospesa. Ma Vince non mi toccò più. Io la considerai una vittoria.

Tuttavia, rimasi sempre arrabbiata con il sig. Hardy. Perché aveva rifiutato di aiutarmi? Era troppo pigro? Pensava che io stessi mentendo? Aveva paura della stazza di Vince? (Il sig. Hardy non era molto più alto di me a 11 anni.)

Con il tempo, sono giunta a credere che il sig. Hardy si sentisse dispiaciuto per Vince. Era un emarginato, un ragazzo senza amici. Non aveva imparato a gestire la propria igiene personale e non riusciva a entrare in relazione con gli altri ragazzini. Ai suoi occhi, punire Vince che tentava di interagire con una ragazza sembrava probabilmente una crudeltà non necessaria. Specialmente perché era dell’opinione che la mia sicurezza non fosse in pericolo. “Non ti sta facendo male”, aveva detto.

Ma il tocco più lieve più causare il dolore più grande. Questo è qualcosa che tutte le donne sanno.

La maggior parte degli uomini, d’altra parte, ne sono ignari. Oppure non gliene importa. Invece di proteggere le donne da chi ne abusa, preferiscono difendere gli uomini che sembrano incapaci di tenere le mani in tasca.

Guardate quel giudice in Alaska che di recente ha lasciato andare un rapitore senza condannarlo a un periodo di prigionia, sebbene costui avesse strangolato la sua vittima sino a farle perdere i sensi e poi si fosse masturbato su di lei. Il giudice Michael Corey ha detto al criminale che “per una volta gliela faceva passare”, sebbene originariamente avrebbe potuto essere condannato dai 5 ai 99 anni di galera. “Questo non deve più succedere.”, ha detto il giudice Corey.

Ma che mi dice della donna a cui è GIA’ successo? La vittima, descritta dalla stampa come una donna nativa di 25 anni, dovrà vivere con questo orrore per il resto della vita. E’ stata rapita da una stazione di servizio e quasi uccisa – perciò dubito che tornerà presto a un’esistenza normale.

Ma è viva. Lui non l’ha effettivamente uccisa. Secondo il rapporto dell’investigatore, lui aveva solo “bisogno di credere che stesse per morire per potersi appagare sessualmente.”

Oh, è tutto qui?

Matt Lauer aveva solo bisogno che ragazze ignare guardassero il suo pene. Bill Cosby aveva solo bisogno di palpeggiare donne prive di sensi. Brock Turner aveva solo bisogno di andare a letto con qualcuna. Quando guardi la cosa in questo modo, cominci a capire perché così tanti uomini corrono a difendere questi perpetratori. Come il senatore dello Iowa Steve King ha detto in difesa dell’accusato di abusi e nominato alla Corte Suprema Brett Kavanaugh: “C’è un solo uomo, in questa stanza, che non sia stato soggetto a simili accuse?”

Naturalmente, lui intendeva accuse “false”. Ma si può quasi sentire il sottotesto: c’è un uomo in questa stanza che non si sia mai esposto in modo indecente a una donna o due? Chi non si è mai eccitato un po’ al punto di immobilizzare una donna? E’ solo il modo in cui vanno le cose.

Io non so cosa ci voglia alla nostra società per insegnare agli uomini che ci sono conseguenze se aggrediscono sessualmente una donna. Una cosa la so, però: infilzare funziona.

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Siamo in India, Triveniganj, nell’area sportiva di un collegio statale femminile. E’ sabato sera (6 ottobre u.s.) e molte ragazze stanno giocando in quello spazio. La loro età va dai 10 ai 14 anni.

Un gruppo di ragazzi si avvicina e comincia a lanciare loro commenti osceni, insulti e inviti a sfondo sessuale. Non è la prima volta, i tipi quelle cose le scrivono persino sui muri della scuola e le allieve hanno già tentato di denunciare alla polizia la situazione: senza essere prese sul serio.

Sabato reagiscono alle molestie, rispondono con fermezza e inizialmente il gruppo di delinquenti in erba si ritira. Venti minuti dopo ritornano, alcuni in compagnia dei genitori, armati di canne di bambù e sbarre di ferro.

“Ci hanno trascinate in giro tirandoci per le code di capelli, ci hanno assalite con i bastoni, ci hanno prese a calci e pugni. – ha dichiarato Gudia, una delle 36 ragazzine finite in ospedale dopo l’aggressione – Eravamo totalmente indifese e non avevamo nulla con cui proteggerci. Molte delle mie amiche erano distese per terra, gridavano e piangevano per il dolore dei colpi.”

Gudia sa bene perché è successo: “Erano arrabbiati perché avevamo protestato contro le loro richieste sessuali.”

La polizia ha per il momento arrestato 6 giovanotti e una donna adulta; una recinzione più alta sarà piazzata intorno all’area e – in modo impagabile – il magistrato del distretto ha assicurato alla stampa che, per contrastare la “paura psicologica” di cui le vittime dell’assalto a suo parere “sono affette”, manderà alla scuola dei “bei film di intrattenimento”.

Lo stesso giorno in cui la notizia raggiunge la stampa internazionale, lunedì 8 ottobre, sono resi pubblici i risultati di una ricerca di Plan International UK (che si occupa di aiuto umanitario ai bambini) sulle ragazze inglesi in età scolastica:

– il 66% delle intervistate ha attestato di aver fatto esperienza di attenzione sessuale indesiderata o di contatti sessuali / fisici indesiderati negli spazi pubblici;

– bambine di 8 anni hanno descritto l’aver testimoniato o l’aver fatto esperienza di molestie;

– più di una ragazza su tre ha ricevuto attenzione sessuale indesiderata come l’essere palpata, il sentirsi indirizzare commenti, fischi eccetera;

– un quarto delle ragazzine hanno detto di essere state filmate o fotografate da estranei senza che fosse richiesto il loro permesso;

– la maggioranza delle intervistate indossava l’uniforme della propria scuola quando si sono dati gli episodi summenzionati.

Dall’India al Regno Unito ci sono 7.544 chilometri di distanza. Ma la “cultura” della violenza è identica, le giustificazioni per essa sono identiche, la sofferenza delle donne e delle bambine è identica.

E’ interessante come le ragazze inglesi, alla pari delle indiane, sappiamo con chiarezza perché tutto ciò accade e abbiano aggiunto commenti di questo tipo: “Le molestie fanno parte della cultura maschile. Quando ne ho parlato a mio padre lui ha detto: Lo sai come sono fatti gli uomini.”

Perciò che puoi fare, figlia mia, se non subire, sopportare, al massimo limitare i danni, acconsentire, sorridere, essere insultata, molestata, picchiata, stuprata, persino uccisa… e “rispettare” con ciò la loro “cultura”?

Grazie, no. Se è maleducato opporsi a tutto questo, io sono e sarò cafona sin che vivo, al massimo livello che la mia mente e il mio corpo consentono.

Maria G. Di Rienzo

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