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Azra Abdul Cader

“Ascoltiamo storie di violenza contro donne e bambine ogni giorno. Non si tratta di un nuovo problema per le donne, ma di uno che si è manifestato in molte forme e condizioni per secoli. Nel mentre il punto cruciale è la mancanza di eguaglianza di genere e di rispetto per donne e bambine come eguali, non possiamo non tenere in considerazione gli effetti che le interpretazioni religiose, le pratiche culturali e le tradizioni che hanno radici nella religione, sistemi di credenze e pratiche hanno sulla violenza e nella giustificazione della violenza contro donne e bambine.

Un trattato internazionale sulla violenza contro le donne deve essere uno strumento efficace nel rendere responsabili gli Stati negli spazi internazionali così come nell’offrire meccanismi che assicurino i diritti umani delle donne a livello locale. C’è bisogno di un cambiamento reale nelle vite delle donne e delle bambine, che sarebbero sostenute tramite uno strumento simile e in grado di contrastare le forze che hanno impedito loro di ottenere giustizia sino a quel momento.

Assieme al trattato dovrebbe arrivare un piano di implementazione che offra opportunità di cambiamento nelle loro vite, prenda in considerazione le loro voci ed esperienze, e sia in grado di opporsi alle forze religiose schierate a impedire la giustizia e a proteggere i perpetratori.”

Azra Abdul Cader – in immagine – Sri Lanka, Centro risorse e ricerca per le donne dell’Asia del Pacifico.

In questo modo Azra, che è un’esperta di difesa dei diritti sessuali e riproduttivi all’interno delle fedi e ha lavorato anche in diversi programmi per le Nazioni Unite, spiega la sua adesione a Everywoman Everywhere – Ogni donna ovunque.

http://everywomaneverywhere.org/

Si tratta di una coalizione globale che a maggio 2018 contava già 2.035 membri di 143 paesi, incluse 770 organizzazioni. Quel che vogliono è stabilire il diritto legale a una vita libera dalla violenza appunto per ogni donna, ovunque sul pianeta. Il che significa un trattato internazionale, sotto forma di convenzione delle Nazioni Unite, legalmente vincolante e quindi tradotto in leggi nazionali non appena firmato e ratificato.

“Nonostante il grido mondiale di protesta che dice “no!” alla violenza contro donne e bambine, – spiega il documento ufficiale di presentazione della campagna – le leggi nella maggioranza delle nazioni dicono “sì”. Prevenzione, protezione e giustizia continuano a essere discrezionali, lasciando miliardi di donne e bambine con scarsa difesa legale, mentre gli attacchi ai loro diritti umani sono facilmente spazzati via con le argomentazioni dell’inevitabilità e del relativismo culturale.”

Anche se i nuovi standard del trattato non dovessero essere immediatamente integrati nell’interpretazione delle leggi interne agli Stati, spiega la coalizione, essi forniranno comunque una struttura che le attiviste per i diritti delle donne potranno usare localmente per chiedere miglioramento delle leggi esistenti e nuovi criteri di responsabilità.

Maria G. Di Rienzo

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Diversi quotidiani nostrani, il 1° giugno u.s., riportavano lo stupro di gruppo di una dodicenne a Castellammare di Stabia da parte di altri tre minori (di età compresa tra i 14 e 16 anni), che si sono premurati di documentare le violenze sui loro cellulari – perché non un’oncia di sdegno sociale ricadrà su di loro, coetanei e non inneggeranno ai “fighi che scopano” mentre la vittima sarà immediatamente rubricata come “incauta” al meglio e “puttana” nel restante 99% dei casi: ormai lo sanno perfettamente. Tra loro e la felicità della violenza sessuale stanno solo orride leggi liberticide imposte dallo strapotere delle femministe naziste e carcerarie, ma si facciano coraggio: ora abbiamo un governo ancora più comprensivo dei precedenti, in pratica il fior fiore dell’ignoranza, della tracotanza e della misoginia da web e da bar sport, perciò non saranno lasciati soli.

La vicenda segue uno schema noto e ripetuto: l’amico / il ragazzo / il compagno di scuola di cui la ragazza si fida la invita a una festa / a fare un giretto insieme ecc. e la conduce in una località isolata dove lo aspettano i compari. Purtroppo, anche i reportage seguono uno schema noto e ripetuto: minimizzano, trivializzano, edulcorano la violenza e suggeriscono che almeno una parte di responsabilità cade sulla vittima.

Uno dei quotidiani di cui sopra, aspirando inutilmente al Pulitzer o al Nobel per la Letteratura, dà la notizia in questo modo (i corsivi sono miei): “Storie riservate, sgarbate, sbagliate. Storie segrete rinchiuse nel dolore più intimo. Inconfessabili, almeno fino a quando la sofferenza irrompe come uno squarcio e la verità chiede rivincita. La liberazione è l’unica chiave per sopravvivere. E la vittima ammette, rivela.” Altri si premurano di definire la denuncia della ragazzina “il racconto-confessione” e lo stupro di gruppo “la sconcertante vicenda”, o di farci sapere che quando è salita sullo scooter del falso amico “era già buio”.

Secondo il Dart Centre per Giornalismo e Trauma, “dare notizia delle violenze sessuali richiede speciale attenzione e aumentata sensibilità etica. Richiede speciali abilità nell’intervistare, comprensione delle leggi, e consapevolezza di base dell’impatto psicologico del trauma.” Naturalmente, proseguono, se si vuol fare del giornalismo corretto, sfidare gli stereotipi e fornire una visione più ampia e equa delle materie di cui si tratta, la speciale attenzione dev’essere sempre presente: nel caso della violenza di genere, però, il rischio a non mettercela è quello di offrire comprensione e sostegno ai criminali, perpetuando una visione del mondo in cui le donne sono vittime predestinate e meritevoli di essere tali e mantenendo salde le premesse che giustificano e scusano tale visione. Ciò danneggia le donne, le ragazze, le bambine ovunque – abbiano esse subito violenza o no.

Ai giornalisti sono stati forniti negli ultimi dieci anni, praticamente in ogni angolo del pianeta, manuali di base su come trattare la violenza di genere sui media: li hanno redatti una valanga di associazioni e gruppi che combattono la violenza contro le donne, commissioni delle Nazioni Unite e del Parlamento Europeo, commissioni statali di varie nazioni, un’altra valanga di ong che si occupano di salute e aiuto umanitario e alcune associazioni di lavoratori del settore fra cui la Federazione Internazionale dei/delle giornalisti/e. Ho appena letto uno studio del 2016 – “Media guidelines for the responsible reporting of violence against women: a review of evidence and issues” – che ha esaminato undici di questi manuali, cercando di capire perché chi lavora nei media non li adotta: secondo lo studio la discrepanza fra la realtà delle esperienze delle donne e la rappresentazione di esse sui media non è diminuita e “si sono dati ben pochi cambiamenti positivi”. Uno dei problemi, pare, è che “la comunicazione delle informazioni relative alla violenza contro le donne considerata come problema sociale non sempre risponde alle aspettative di fare colpo con la notizia.

Così una violazione atroce, uno stupro di gruppo, a danno di una bambina di 12 anni diventa una storia “sconcertante” (da cosa siete presi di sorpresa, signori giornalisti? Conoscete le cifre della violenza di genere in Italia?) e “sgarbata” (chi violenta è un po’ maleducato, in effetti, ma è tutto qui) la cui colpa alla fin fine è della vittima: è lei che confessa e ammette davanti a un tribunale di sessisti, analfabeti di ritorno o per scelta, a cui in tal maniera è confermata la legittimità dell’uso della violenza da parte degli stupratori.

Nemmeno questo “fa colpo” – è così vieto, visto e stravisto da essere nauseante – però fa contenti i prossimi perpetratori e i loro fan. Maria G. Di Rienzo

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Pace

Lisa

(“Peace”, di Lisa Suhair Majaj (nata nel 1960, in immagine). Lisa è una poeta e scrittrice palestinese-americana. E’ cresciuta in Giordania e vive a Cipro. “In tempi difficili, – sostiene – poeti e scrittori hanno sempre fornito salvagenti.”)

PACE

La pace sono due bambini (1) che camminano l’uno verso l’altro da

differenti lati di una barricata. Alle loro spalle ci sono le baracche

di latta dove vivono con i loro genitori nella rabbia e nella

disperazione e nella perdita. Alla barricata solennemente

si mostrano l’un l’altro cos’hanno portato. Un bambino ha una

vanga, l’altro bambino ha un annaffiatoio. Ognuno di loro ha un seme.

Scavano la terra, piantano i semi, spruzzano acqua

con attenzione, poi vanno a casa. Ogni giorno si incontrano di nuovo alla

barricata per vedere se i semi sono cresciuti. Quando i primi

minuscoli germogli emergono loro battono le mani gioiosamente attraverso il

recinto. Quando un bocciolo spunta ridono forte. Quando un

fiore si apre alla luce, petali vellutati come il calore del sole, loro vanno

a casa canticchiando una canzone sul fiore, ognuno nella sua propria

lingua.

kids and flower

(1) “children” può qui indicare indifferentemente due femmine, due maschi, una femmina e un maschio.

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(tratto da: “A Mother’s Day Tribute From a Former Foster Child”, di Jessica Stern per Richmond Mom, 12 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Jessica, sposata e madre di un bambino, è la co-fondatrice di “Connect Our Kids” un’ong non-profit che aiuta i bambini in affido a trovare famiglie permanenti.)

mothers

Mia madre morì di cancro al seno quando avevo 10 anni. Anche se mi aveva insegnato con successo molte cose prima di andarsene, c’era ancora un enorme “lavoro da madre” da fare. Mio padre era un uomo affettuoso, ma vivevamo in povertà. Una settimana dopo il funerale di mia madre, fui trasferita in una famiglia affidataria sino a che mio padre non fu in grado di concepire un piano per muoversi in avanti.

I miei genitori affidatari erano amabili, tuttavia io non ho completamente compreso il loro incredibile ruolo sino all’età adulta. La mia madre affidataria ci svegliava ogni mattina con “Alzatevi e risplendete, sarà una grande giornata.” mentre come di routine apriva le persiane della nostra stanza. Sembrava sprizzare ottimismo sin dalle orecchie. A volte trovavo la cosa noiosa: “Cosa ci sarà di così grandioso in questo giorno particolare?”, ho pensato più di una volta.

Recentemente le ho chiesto come facesse a mantenere un’attitudine così positiva nel mezzo di una situazione davvero deprimente: lei e suo marito si erano presi carico di tre bambine che stavano piangendo la morte della loro madre e sperimentando la devastante perdita di un padre e di cinque fra fratelli e sorelle.

Mi ha risposto: “Che altra scelta c’era? Dovevo mantenere in corsa il treno. Semplicemente non c’era altro modo di condurvi attraverso la giornata.”

Questo è quel che le madri fanno.

(…)

La mia adorata zia è stata un’altra influenza costante mentre crescevo, anche se non ho mai vissuto con lei. Alcuni anni fa, le ho chiesto se ha mai smesso di soffrire la perdita della sua sola sorella, la mia cara madre. Ha replicato: “Non avevo tempo per pensarci. Il mio solo pensiero eravate voi bambini. Perciò mi sono concentrata sulla missione di mantenervi al sicuro e amati.” Lo ha detto come una fiera leader.

Dopo che mio padre fu riuscito a rimettersi leggermente in piedi, ci trasferimmo per ricominciare da zero. Papà voleva ricostruirsi una vita nel paradiso della Florida e prese quattro di noi bambini con lui, mentre il più piccolo restava con nostra zia nel Midwest. Inutile dirlo, “paradiso” era un’esagerazione, ma c’era sole in abbondanza.

Dagli 11 anni in poi, riesco a stento a tenere il conto delle madri locali che sembravano apparire dal nulla a tendermi una mano, non prendendo il posto di mia madre, ma riempiendolo in tutti i momenti giusti. Era come se si passassero l’un l’altra un’invisibile staffetta con le istruzioni arrotolate all’interno.

Non condividevo il loro DNA, ma loro sapevano che avevo bisogno di guida. Sapevano che avevo bisogno di sostegno. Sapevano che avevo bisogno di una madre.

(…)

Tre decenni più tardi, celebro tutte queste bellissime madri che hanno preso tempo dalle loro vite già indaffarate per aiutarmi. Dopo tutto, ogni singolo atto di gentilezza ha dato forma al modo in cui io mi muovo nel mondo.

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La data è il 3 maggio 2018. I titoli dicono “Fa prostituire figlia minorenne e disabile” e “Offre la figlia agli immigrati pedofili”. Gli occhielli parlano di “rapporti sessuali” e “incontri”. Gli articoli cominciano con frasi tipo “una storia di profondo degrado” o “una triste vicenda”.

E tu puoi passare oltre, con in mente uno scenario in un cui una famiglia miserabile sopravvive grazie alla prostituzione della figlia più vulnerabile, ancora bambina ma già “sex worker” (e perciò, secondo la narrativa in auge funzionale ai guadagni dell’industria del commercio sessuale, liberata, trasgressiva e potente – grazie all’illuminato management paterno).

Se però fai lo sforzo di leggere gli articoli per intero scopri che in quel Monteverde, Roma, un uomo italiano di 56 anni pagava migranti senza tetto e rifugiati affinché violentassero sua figlia mentre lui filmava gli stupri. E’ stato scoperto e arrestato grazie a un giovane nigeriano che ha riportato l’offerta ricevuta alla polizia.

La prostituzione non c’entra: il magnaccia i soldi li prende, non li dà. I “rapporti sessuali” e gli “incontri” implicano un consenso che qui non esiste. E il “degrado” sta in un assetto culturale che non solo non riesce a descrivere la violenza esercitata su una minore per quel che è, ma crea padri carnefici che sacrificano insensibilmente le figlie sull’altare della propria soddisfazione sessuale.

Maria G. Di Rienzo

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foodbank

Sarah Chapman è una volontaria e un’amministratrice della Banca del Cibo del distretto londinese di Wandsworth. Stanca del modo in cui i media spesso rappresentano gli utenti della struttura in cui lavora (“messi tutti affrettatamente in un gruppo, così che è più facile svergognarli, biasimarli o ignorarli”), in occasione dell’8 marzo scorso ha raccontato per New Statesman le storie di alcune delle donne che frequentano la Banca (cambiandone i nomi per la loro protezione): sono, afferma, fra le persone più forti che io conosca.

“Sasha è una lavoratrice autonoma, madre, che è fuggita dalla violenza domestica. Ha scelto la libertà e la sicurezza in un rifugio, ma si è lasciata alle spalle un certo grado di sicurezza economica e la sua casa. “Cambia il modo in cui pensi a te stessa – dice Sasha – perché quando ti senti dire sei una stupida per molto molto tempo finisci per crederci. Ma ora è diverso.” Sasha, come la maggior parte dei nostri ospiti, è rimasta sconvolta dallo scoprire che aveva bisogno di una banca del cibo: “Conduci un’esistenza in cui non pensi a questa faccenda. Ma poi le cose vanno storte – e non è male venire qui e prendere qualcosa offerto come aiuto.”

Poi c’è Rose. Suo marito l’ha lasciata e la padrona di casa l’ha sfrattata. Senza tetto, si è rivolta al Comune ma è finita in tre posti diversi nel giro di tre mesi: due pensioni e un alloggio temporaneo. Quello in cui sta ora è distante più di quattro chilometri dall’asilo della sua figlia di quattro anni e – in linea con le politiche comunali – ha semplici attrezzi per cucinare, ma non un frigorifero, un freezer o una lavatrice. Senza soldi per comprare un frigo di seconda mano, Rose riesce in qualche modo a comprare cibo fresco ogni giorno avendo una disponibilità di denaro assai limitata. Le hanno detto che le saranno tolti dei benefici quando la sua bambina compirà cinque anni. “Ma – risponde lei – dio mi ha dato mia figlia e io sono felice per questo.”

E dovremmo anche menzionare Emma, che da sola ha sconfitto l’esercito di scarafaggi che l’ha accolta quando ha cambiato casa e che ha portato il figlio a scuola usando due autobus e un treno per un anno. E Maya, che è scappata dalla violenza domestica e ha vissuto, cucinato e dormito con un bimbo lattante, per due anni, in una sola stanza nel mentre condivideva il bagno con altre quattro famiglie senza tetto. Cerca attività gratuite per il figlioletto affinché costui abbia dello spazio per correre e crescere, studia per essere pronta a lavorare quando lui andrà a scuola, e fornisce sostegno emotivo vitale alle nuove madri attorno a lei.

“Tu puoi non essere in grado di controllare gli eventi che ti accadono, ma puoi decidere di non essere diminuita da essi.”, scrisse Maya Angelou. Questo è ciò che vediamo nelle donne che ci fanno visita.

Tu non sei diminuita dalle durezze che attualmente affronti, o dalle voci che dicono “sfruttatrice”, “i lavoratori pagano”, “lavativa”. Noi sappiamo la verità. Sappiamo che tu sei immensamente forte, piena di risorse, in grado di continuare a camminare anche quando il fardello che porti è così pesante. Tu hai valore. E oggi, sei stata abbastanza coraggiosa da chiedere un piccolo aiuto. E’ un onore essere qui con te.”

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “The disbelieved: rape accusers’ stories retold on stage”, di Helen Pidd per The Guardian, 25 aprile 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. L’immagine è di Christopher Thomond.)

trial

Un processo per stupro finisce con la sentenza di non colpevolezza. L’accusato rilascia una sprezzante dichiarazione sui gradini del tribunale. Ma della donna la cui denuncia ha dato inizio al procedimento legale non sentiamo nulla. A prescindere dal verdetto, lei resta anonima per la sua vita intera, a meno che non sia processata per false accuse. Potrebbe voler raccontare la sua storia ma i media non possono, non vogliono, pubblicarla. Lei non è stata creduta e farle pubblicità equivarrebbe a suggerire che la giuria ha sbagliato.

Un luogo e un lavoro teatrale specifici, nella città di Bolton, forniranno questa settimana (ndt. 26-28 aprile) una tribuna alle “non credute”.

“Trial” – “Processo” della compagnia teatrale Monkeywood Theatre di Manchester, si basa sulle storie di donne reali che hanno sofferto violenza sessuale ed esplora il devastante impatto dell’essere raffigurate come bugiarde. Messo in scena nella sala consiliare di Bolton, che un tempo era un’aula giudiziaria, presenta quattro storie individuali tessute insieme dagli estratti della trascrizione di un vero processo per abuso sessuale.

Tutti i dati che potrebbero condurre a identificazioni sono stati omessi dalla trascrizione per evitare reclami per diffamazione da parte dell’imputato, ma il caso è centrato su dichiarazioni fatte nel tempo da una serie di donne, che dissero di essere state manipolate da lui sin da quando erano bambine.

La compagnia teatrale ha incontrato una delle querelanti, che ora è sulla quarantina e dichiarò alla giuria di essere stata abusata fra gli 8 e i 12 anni. Ha dato il suo benestare affinché la sua storia sia usata e ora lavora con le sopravvissute alla violenza sessuale, come racconta la co-direttrice artistica di Monkeywood Theatre, Sarah McDonald Hughes, che ha scritto uno dei quattro pezzi che compongono “Trial”. (…)

“Nessuno sta dicendo che non sia terribile essere accusati falsamente. Ma se si guarda alla percentuale delle persone che presentano false accuse essa risulta piccolissima, a confronto con il numero di denunce per stupro che terminano con una condanna. – spiega Sarah McDonald Hughes – Questo non è un lavoro teatrale su quante volte gli uomini sono accusati falsamente. Stiamo raccontando storie che percepiamo largamente non narrate e non viste su un palcoscenico, personaggi che non vedete e che, se vedete, sono usualmente ritratti in un determinato modo.” (…)

Qualche sopracciglio potrebbe alzarsi per la scelta di un regista maschio, il membro di Monkeywood Martin Gibbons, il quale ammette di aver lui stesso dubbi sul suo ruolo. Ma per McDonald Hughes non è un problema: “Capisco le ragioni per avere una regista donna, ma questa non è una “questione delle donne”. E’ davvero importante che gli uomini la affrontino. E’ un problema di tutti. All’interno del dibattito su #MeToo, vedi spesso uomini farsi avanti perché possono immaginare che si tratti della loro sorella o della loro figlia e questo mi fa venir voglia di strapparmi i capelli. Dovrebbe importartene perché lei è una persona.”

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