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Posts Tagged ‘bambini’

Credevo che Biancaneve avesse mangiato mele avvelenate a sufficienza, nella fiaba originale e nelle sue migliaia di riletture/riscritture, nei cinema e nei teatri eccetera. Mi sbagliavo. Mancava questa:

poster del menga

Il testo dice: “E se Biancaneve non fosse più bella e i sette nani fossero non così bassi?” Si tratta del poster promozionale per la parodia a cartoni animati dal titolo “Scarpette Rosse e i Sette Nani”. Il film è di produzione sudcoreana, definito dai suoi creatori “una commedia per famiglie” e narra la storia di “una principessa che non rientra nel mondo di celebrità delle principesse – e nemmeno nelle loro taglie”. Infatti, non riesce neppure a infilarsi le scarpette da bambolina Barbie ovviamente di 20 numeri più piccole: è una tragedia, altro che commedia!

Naturalmente la “bella” Biancaneve è quella a sinistra, il grissino con le gambe a stuzzicadenti allungate dalla bioingegneria o da un’altra magica macchinazione della Cattiva Regina – per renderle verosimili, la figura dovrebbe essere più alta di un terzo. Perciò la Biancaneve di destra è ancora una che potete incontrare per strada, ma Miss Sottiletta è come dev’essere: irraggiungibile per chiunque di noi sia umana.

L’attrice che dà voce alla protagonista di questa pacchianata, Chloë Grace Moretz, si è dissociata dalla campagna pubblicitaria e si è scusata perché “non aveva controllo su di essa”. Una valanga di proteste è venuta, oltre che da squisiti “nessuno” come me, da altri attori e personaggi pubblici, fra cui la modella Tess Hollyday (in immagine dopo questo paragrafo): “Come ha fatto una cosa del genere ad essere approvata da un’intera squadra di marketing? Perché dovrebbe andar bene dire ai bambini che essere grassi è uguale a essere brutti?”

tess

Dopo di che, si è scusata anche la produttrice Sujin Hwang e ha ritirato i poster. Ma ci ha tenuto a farci sapere che il film vuole “sfidare gli standard della bellezza fisica nella società enfatizzando – udite, udite! – la bellezza interiore.”

Una genialata MAI sentita prima. Infatti, dopo la visione della pellicola, ogni bambina o ragazzina bullizzata per il suo aspetto fisico uscirà dal coro di “cicciona” “grassona” “cesso” e “schifosa” che la circonda trillando: Sono bella dentro! Sono bella dentro!, cosa che avrà meno valore di un fico secco per i suoi tormentatori. E poi considererà di affamarsi – persino sino alla morte, di ferirsi o di buttarsi allegramente dal quarto piano: come tantissime fanno già senza aver visto la parodia di Biancaneve ma migliaia di annunci pubblicitari, sfilate di moda, sceneggiati e programmi tv, prodotti cinematografici che hanno ribadito loro quel che valgono se i loro corpi non rispondono agli standard di scopabilità vigenti – NIENTE.

Sveglia, Sujin, non esiste un dentro-fuori tagliabile con l’accetta nelle persone. Il nostro corpo è una spugna imbevuta di sensazioni, di emozioni, di desideri che non sono separabili da noi. Il nostro stato psichico influisce su quello fisico e viceversa. Il mio sangue irrora le mie mani che scrivono romanzi, non potrei farcela ne’ senza di esso ne’ senza la mia immaginazione. Chi io sono fuori e chi io sono dentro sono sempre io. Sempre abbondantemente splendida anche se recente 58enne, tra l’altro. Fottiti. Maria G. Di Rienzo

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Amore fatto a mano

(“Handmade Love”, di Julie R. Enszer – in immagine – poeta, scrittrice, editrice contemporanea, femminista e lesbica: “Ho cominciato a scrivere quando sono arrivata a vedere, a capire, la necessità di un cambiamento radicale e trasformativo nel mondo in cui vivo. Sono diventata una poeta perché sono diventata una rivoluzionaria.” Trad. Maria G. Di Rienzo.)

julie

AMORE FATTO A MANO

All’asilo, portavo con me una cartella

che mia madre aveva fatto di stoffa, con scene di fiabe.

Per tre anni, fu la cosa mia che valutavo di più.

Quando ero spaventata, guardavo la mia borsa e mi raccontavo

fiabe. Riccioli d’Oro, Cappuccetto Rosso,

il Cigno Dorato. Quelle ragazze avevano affrontato la paura ed erano sopravvissute.

Nella mia borsa accuratamente abbottonata, portavo libri, sassi, matite

e altri tesori d’infanzia. A sette anni, presa in giro dai bambini

per la mia borsa fatta a mano e il mio vestito della stessa stoffa, chiesi

abiti comprati in negozio e uno zainetto. Ora la mia valigetta

è di pelle e stracolma di documenti, ma bramo la mia borsa d’infanzia

che è ancora nel mio armadio. A volte quando sono sola

la tiro fuori e la porto in giro per casa piena di oggetti diversi:

carte, penne, pietre e libri, oggetti non così diversi

da quando ero piccola. Io dò valore alle cose fatte a mano.

Credo ci siano due tipi di amore in questo mondo:

ereditato e fatto a mano. Sì, noi ereditiamo l’amore

ma la mia gente, la mia gente fa l’amore a mano.

borsetta

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Rachana Sunar

Rachana Sunar, 22enne – in immagine qui sopra – vive in un villaggio del Nepal occidentale. La sua missione è mettere fine ai matrimoni di bambine. Sfuggita per un pelo a un destino simile, priva di risorse che non siano la sua volontà e la sua passione, la giovane donna va di porta in porta a diffondere il suo messaggio, organizza incontri, impedisce i matrimoni intervenendo di persona o chiamando la polizia (i matrimoni di minori sono illegali, nel suo paese, dal 1963). Come potete intuire, Rachana non si è scelta un compito facile: il 37% delle sue simili, in Nepal, sono già mogli prima dei 18 anni e molti uomini sono seccati dal vedersi sottrarre le bambine-spose da sotto il naso, al punto che mentre la CBS stava girando un documentario sulla storia di Rachana una folla di scalmanati si è minacciosamente presentata a casa sua. Ma ciò non ha spostato di una virgola la sua attitudine: “Se una ragazza ascolta la mia storia, di come ho iniziato il mio viaggio, almeno le sto dando speranza. – ha spiegato – Sì, c’è gente a cui non piace il lavoro che faccio, ma anche se muoio per questa ragione, so che la mia morte ispirerebbe le mie sorelle ad andare avanti. Se io mollo, in questo momento, non c’è nessuno che oserebbe affrontare la questione al posto mio. Sono felice di farlo, anche rischiando la mia vita.”

Il documentario si chiama “The Lost Girls” – “Le ragazze perdute” e, tanto per far capire subito come stanno le cose, si apre con un proverbio nepalese: “Crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. E’ stato diffuso per la prima volta in questo mese di maggio e sta girando abbastanza su internet da essere trovato facilmente, ma siete in difficoltà potete provare qui: http://www.girlsnotbrides.org/

nepal documentary

Di recente, Rachana ha fondato un’ong, Sambad (che significa Dialogo) per aiutare bambine e bambini a scoprire il loro valore e a ricevere un’istruzione di base. Per alcuni di questi piccoli, le lezioni della maestra Rachana – che adorano e ricoprono di doni in carta colorata – saranno l’unica occasione loro offerta nella vita di imparare qualcosa, per molte femminucce sono l’unico momento nella loro attuale esistenza in cui si sentono amate e apprezzate.

Il lavoro della giovane attivista ha generato onde che potrebbero rivelarsi decisive: nel suo distretto è nato un movimento che si propone di far cessare i matrimoni precoci entro il 2020 e lei stessa è riuscita a consegnare personalmente una lettera al Primo Ministro del Nepal in cui chiede al governo di farsi carico della questione. “Vi sosterremo.”, le ha assicurato il Primo Ministro.

La straordinaria forza di Rachana si alimenta dal suo sognare in grande. Dopo aver ricordato come la propria madre si sentisse la persona più sfortunata del mondo ad aver avuto solo lei e sua sorella minore, come la nonna paterna avesse suggerito al figlio di avvelenarle tutte e tre e prendersi un’altra moglie, e che il padre era solito battere sua madre ogni singolo giorno, dice con voce piena di emozione e di determinazione: “Voglio rendere le tutte le madri del nostro villaggio orgogliose di avere figlie.” Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Climate change has created a new generation of sex-trafficking victims”, di Justine Calma per Quartz Media, 2 maggio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

nock ten - evacuazione

Quando il tifone Haiyan colpì le Filippine nel novembre 2013 era, all’epoca, la più grossa tempesta nella storia che avesse colpito la terraferma. Con una velocità del vento che raggiunse le 196 miglia orarie, il “super tifone” rese sfollate più di 4 milioni di persone e quasi spazzo via la città costiera di Tacloban. I suoi residenti, come Kristine, ricordano ancora l’odore di morte che aleggiava nella brezza marina e permeava le strade. “Morirono troppe persone.”, dice Kristine tristemente. Ma la tempesta era solo l’inizio del viaggio doloroso che lei stava per intraprendere.

Dopo che i cieli si furono schiariti, un secondo disastro umanitario accadde nell’Astrodome di Tacloban, un’arena sportiva in cui migliaia di persone si rifugiarono. Un’economia sotterranea prese piedi mentre donne e bambine erano vendute in cambio di cibo e scarsi rifornimenti d’emergenza, o trafficate e forzate al lavoro o alla prostituzione da reclutatori che offrivano impieghi e borse di studio. Kristine racconta che lei fu venduta a uomini diversi ogni notte; crede che alcuni di essi fossero stranieri volontari dell’aiuto umanitario. Gli uomini la stupravano, prendevano di lei foto pornografiche e giravano video: Kristine aveva 13 anni.

Quando tempeste forti e l’innalzamento del livello del mare distruggono le regioni costiere, donne e bambini sono ovunque a maggior rischio. Il cambiamento climatico è il nuovo fattore di spinta per il traffico di esseri umani; i suoi effetti distruggono i mezzi di sopravvivenza e mettono donne e bambini in situazioni post-catastrofe che i trafficanti sfruttano. (…)

La destinazione per molte delle trafficate è Angeles City, la capitale del turismo sessuale nelle Filippine. Wendy, 25enne, ha lavorato come “ragazza da bar” al Club Atlantis nel distretto a luci rosse della città, che nacque per servire gli uomini in servizio alla base aerea statunitense Clark, operativa sino a metà degli anni ’90. Oggi il distretto – Fields Avenue – consiste di bar, luci al neon e stranieri, per lo più uomini americani, europei e australiani, e di ragazze che ballano su palchi in bikini o ancora meno. I clienti possono “pagar da bere alle signore” per passare il tempo con quella di loro scelta, o possono pagare una “tassa” al bar per portarla fuori e passarci la notte.

Dopo il tifone, ricorda Wendy, “Fields Ave sembrava Tacloban, c’erano tutti i miei paesani.” Le sue stesse cugine arrivarono in aereo, con biglietti che credevano gratuiti, forniti dall’assistenza umanitaria, ma come arrivarono furono piazzate a lavorare nei bar. “Ero così angosciata, perché non c’è nulla che tu puoi fare per aiutarle. Sei senza potere. – dice Wendy – Perché accade? Non si ferma mai, una tragedia dopo l’altra.” Dopo Hayan, infatti, un altro tifone chiamato Hagupit colpì Tacloban solo un anno dopo, quando i residenti stavano ancora ricostruendo e riprendendosi.

“Quando degradi l’ambiente, stai degradando lo status delle donne.”, afferma Emma Porio, docente di sociologia all’Università di Manila. Quando le famiglie perdono i mezzi di sussistenza e non riescono a riprendersi nel mezzo di disastri ambientali, la pressione su donne e bambini affinché provvedano all’intera famiglia – qualche volta ad ogni costo – aumenta. “Lo spazio domestico è il “regno” della donna – spiega Porio – ma è anche la fonte principale della sua oppressione.” La responsabilità del provvedere alla famiglia con ogni mezzo necessario rende le donne più vulnerabili alle false offerte dei trafficanti e meno in grado di lasciare un datore di lavoro che abusa di loro dopo essere state trafficate. Wendy oggi frequenta l’università dopo essere stata soccorso della Fondazione Renew, che aiuta le “ragazze da bar” a uscire dalla prostituzione fornendo loro alloggi e altri servizi. Il Global Slavery Index, una stima della moderna schiavitù riconosciuta a livello internazionale, calcola che circa 400.000 persone siano state trafficate nelle Filippine nel 2016. (…)

La soluzione sta nell’investire nelle donne, di modo che esse possano gettare le fondamenta per comunità più resistenti. Sino ad ora, dice l’attivista Antonia Loyzaga, gli sforzi del paese per l’assistenza post-disastro si sono concentrati sulla risposta a breve termine: il fornire cibo, rifugio, cure mediche alle vittime nell’immediato periodo successivo all’accaduto. Ma ciò non tiene in conto i problemi a lungo termine come il traffico di esseri umani.

Loyzaga è di recente andata in pensione dalla sua posizione di direttrice esecutiva dell’Osservatorio Manila, un istituto di ricerca meteorologica, per concentrasi sul promuovere l’eguaglianza di genere all’interno dell’intero contesto del cambiamento climatico. Ora sta lavorando per un approccio ai disastri ambientali che incorpori l’impegno per rafforzare le donne e le famiglie, di modo che siano meno vulnerabili durante una sciagura naturale. “La gente non ha ancora capito che essere resilienti significa ridurre il varco fra i vari settori.”, dice Loyzaga. Risolvere le disparità nell’accesso alle risorse e nei poteri economico e politico, sostiene, aiuterà le donne a maneggiare meglio le minacce poste da un pianeta che si surriscalda. Chi lavora negli ambiti di traffico e migrazione dice che sta diventando sempre più chiaro come il cambiamento climatico aumenti il rischio di violenza contro le donne. (…)

Dopo aver lasciato l’Astrodome di Tacloban, la 13enne Kristine fu trafficata a Manila da un amico di famiglia. Lavorò come domestica per pochi spiccioli e a volte veniva chiusa per giorni e giorni in una stanza. Scappò con l’aiuto di una vicina di casa e ora vive in un rifugio gestito dal Forum Visayan, un’ong che combatte il traffico di esseri umani nelle Filippine.

Ora 16enne, Kristine sta giocando nel rifugio a “Bahay, Bata, Baguio” – “Casa, Bambino, Tempesta”. Per giocare, le ragazze si mettono in gruppi di tre. Due alzano le braccia per costruire un tetto sopra la terza, che fa la “bambina”. Quando la facilitatrice dice “tempesta”, tutti i gruppi si sciolgono, le ragazze corrono in giro per la stanza e formano un nuovo trio, costruendo un’altra casa su una nuova “bambina”. Il gioco è un simbolo, per loro, del fatto che qualunque tempesta arrivi, ogni bambina / bambino merita di trovare un rifugio sicuro.

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(brano tratto da: “Silent Shame – Bringing out the voices of children caught in Lake Chad crisis” – Unicef – 12 aprile 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dada

Dada (nigeriana, in immagine) aveva 12 anni quando Boko Haram entrò nella sua cittadina. Nascoste all’interno della propria casa, lei e sua sorella udirono i colpi di arma da fuoco che risuonavano nelle strade. Quando si fece notte, i membri di Boko Haram arrivarono alla casa, buttarono giù la porta a calci e rapirono entrambe le ragazze.

Furono condotte a un villaggio nella boscaglia composto per la maggior parte di bambine/i. Le ragazze furono messe assieme a centinaia di altre che i membri Boko Haram avevano catturato durante i raid nelle campagne.

Gli uomini prendevano “in mogli” bambine dodicenni, mentre i maschietti erano forzati ad addestrasi al combattimento. Un giorno, radunarono le bambine in cerchio in uno spiazzo e dissero loro di fare bene attenzione. Altri combattenti apparvero trascinando una ragazza e costringendola a giacere sul terreno di fronte al gruppo di bambine terrorizzate.

“Se qualcuno tenta di scappare – dissero come Dada ricorda – questo è il trattamento che vi riserveremo.” Mentre uno avvicinava un coltello alla ragazza, Dada la ricorda urlare: “Perché state facendo questo a me? Ho un bambino!” Gli uomini le segarono la testa dal corpo e gettarono cadavere e testa decapitata nel folto della boscaglia. “Gli occhi della ragazza erano ancora aperti.”, dice Dada pianamente.

Quattro mesi dopo essere stata rapita, Dada era di nuovo seduta nello spiazzo con altre bambine rapite. I membri di Boko Haram si rivolsero a lei e le indicarono un giovane attorno ai 18 anni. Si chiamava Bana ed era un combattente e un capo. “Questo è tuo marito.”, le dissero. Quella notte, Dada fu stuprata per la prima di molte altre volte.

Dada riuscì a fuggire dal campo, attraversando a piedi la savana per giorni, senza cibo, sino a che si imbatté in un accampamento militare in Camerun. La sua pancia aveva continuato a gonfiarsi da un po’ di tempo e lei pensava di avere problemi allo stomaco. Dopo averla sottoposta ad alcuni test medici, i militari le dissero che era incinta.

Oggi sua figlia ha due anni. A Dada piace giocare lei, tenerla in braccio e farle il solletico. “A volte, quando la guardo, divento arrabbiata. – dice Dada – Ma dopo aver riflettuto, mi calmo. Dovunque io vada, non posso stare senza di lei.”

Dada è ora 15enne e vive in un luogo protetto a Maiduguri in Nigeria.

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Nel maggio del 2013 Julian Stevenson, un uomo inglese 48enne che viveva in Francia, sposato e poi divorziato, uccide i suoi due figli durante il primo incontro non “controllato” con loro: usando un coltello da cucina taglia la gola di Matthew, 10 anni, e di Carla, 5 anni. In precedenza li aveva visti in presenza della ex moglie Stéphanie o di un’assistente sociale. Si suiciderà in carcere, ancora in attesa di processo, a fine dicembre dello stesso anno.

Sin dall’annuncio del duplice omicidio, molti media fecero del loro meglio per giustificare e scusare l’assassino. Una delle argomentazioni preferite fu che “il tempo che passava con i bambini era insufficiente per i suoi bisogni”. La preoccupazione principale – spesso espressa in leggi nazionali e protocolli internazionali – per chiunque sia sano di mente dovrebbe riguardare il benessere dei bambini, che sono ovviamente più vulnerabili degli adulti loro genitori: ma articolisti, opinionisti, commentatori ecc. sono in genere assai più angustiati dal fatto che i padri non abbiamo sempre e comunque tutto quel che vogliono. Diventa irrilevante, in tali discorsi, che questi padri esprimano la propria frustrazione con la violenza, perché sotteso a tutte le argomentazioni c’è il convincimento che la violenza sia un ingrediente fondamentale della mascolinità e che gli uomini non possano fare a meno di abusare di donne e bambini.

Così, il 2 aprile u.s., sotto i titoli della stampa nostrana “Tenta di uccidere il figlio e si suicida con il gas”( è accaduto nella zona di Volterra: il bambino, di 9 anni, si è salvato fuggendo dall’auto) e i relativi occhielli “Non accettava che il bambino fosse stato affidato esclusivamente alla madre”, si articola la solita narrazione che piange sui “gridi d’allarme” – leggi le lamentele proprie e le “denunce” farlocche dell’associazione padri separati – espressi dall’uomo via FB, sulla “decisione più terribile: prendersi il suo bimbo e andare via con lui, per sempre” (com’è poetico!), sulle leggi carogne e matriarcali che “non tengono conto delle nuove sensibilità dei padri”. Ma se queste “nuove sensibilità” si concretizzano nello scannare o nel gasare i figli a me sembra che di nuovo non abbiano nulla e che parlare di sensibilità sia fuorviante e persino ridicolo: quel di cui stiamo trattando è possesso e controllo di esseri umani. Sono pratiche legate al dominio e alla relativa legittimazione sociale e infatti molti uomini vivono come affronto, ingiustizia e svirilizzazione qualsiasi restrizione messa al loro spadroneggiamento sui corpi di donne e bambini.

All’uomo che è morto suicida è certamente dovuta pietà umana, ma a questo stesso individuo capace di aprire una bombola di gas nell’automobile in cui sta dormendo un bambino, suo figlio (che lui chiamava il “suo cucciolo”), io non affiderei non solo un cucciolo di cane, ma neppure un cactus. Maria G. Di Rienzo

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Distacco

(“Dissociation” – “Distacco” di Rachel Lichtman per Persephone’s Daughters, 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Rachel è una giovanissima poeta e scrittrice che frequenta l’ultimo anno di liceo. Scrivere la sta aiutando a dare un nome alle sue esperienze, sebbene stia ancora lottando per definire con chiarezza quel che le è accaduto. Questa sua poesia parla esplicitamente di violenza sessuale – perciò, se pensate possa disturbarvi non leggete oltre.)

floating girl di coralineyb

Sono in una stanza con te. Tu sei Senzavolto,

non so perché. Solo che c’è questa sfocatura

nella mia memoria. Non stavo guardano

la tua faccia quando è successo. Io sono la ragazza

che guardava dall’alto la ragazza. Fluttuo sopra di te. Fluttuo

sul soffitto. Io penso,

tu hai unghie. Tu hai dita. Tu tenevi le mani

attorno al mio braccio, sulla mia felpa, sulla cerniera

di metallo.

Le tue dita. Dove sono le mie dita

in questa faccenda? Mi stupri? Tu hai stuprato

chi io ero. Mi hai spinta

nell’angolo della stanza. Io mi curvo per allontanarmi da te. Io mi curvo

per allontanarmi da questo scenario, guardando giù,

il mio corpo che crolla sul pavimento. Non so perché

è così. Sto lasciando colare muco

su tutta me stessa. Tu dici,

santo dio, si sta sporcando tutta di muco. Tu apri di forza

i miei vestiti. Io emetto gemiti. Lamenti. Da qualche parte,

le mie mani ti spingono via. Dico per favore

per favore smetti. Tu non ti fermi. Questo è quel che sento.

Non so perché, se è reale, se è una tormentosa

colonna sonora che continua a fare

No no no per favore smetti. Tu non smetti. Io fluttuo. Io sono

un lenzuolo. Io sono uno scudo per la Bambina nell’angolo. No no no

per favore smetti. La colonna sonora

urla. La colonna sonora urla più forte e

io sono un serpente.

Non posso mutare pelle.

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