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“Quando una bambina vi dice che un uomo l’ha toccata in modo inappropriato, o che l’ha molestata…

Quando una donna vi dice che un uomo l’ha stuprata, o l’ha molestata sessualmente…

Perché come prima cosa mettiamo in discussione la veridicità di quell’esperienza, per la cui condivisione da parte della bambina o della donna possono esserci voluti grande coraggio, il rendersi vulnerabili e il mettersi a nudo? Perché stiamo subito a ponderare quanto danno questo può portare all’uomo in questione?

Quando un bimbo maschio vi dice che un uomo l’ha toccato in modo inappropriato, o che lo ha molestato, o che lo ha stuprato… Cosa ci induce a credere immediatamente al bambino, ad arrabbiarci e a cominciare a fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa giustizia al bimbo stesso?

Perché non possiamo credere immediatamente anche alle nostre bambine e donne, e fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa loro giustizia? Perché?

Perché tutte le volte, in tutte le circostanze, non svergogniamo il perpetratore e forniamo guarigione, cura e sostegno ai/alle sopravvissuti/e – tutti/e?

Come mai la reputazione di un uomo diventa una questione così critica, quando è accusato di aver perpetrato violenza sessuale contro donne e bambine, che noi volontariamente e talvolta ciecamente trascuriamo l’umanità di quelle donne e bambine?

Che tipo di società abbiamo creato per noi stessi?

Dov’è la protezione del valore e della dignità di donne e bambine?

Io voglio per donne e bambine una Giamaica differente. E spero che l’Esercito del Tamburello (#TambourineArmy) creerà la Giamaica differente di cui c’è bisogno.”

Così una delle “capitane” di questo nuovo gruppo di attiviste, Stella Gibson, spiega ciò che sta a cuore alle sue aderenti.

esercito-del-tamburello

Il nome scelto non è casuale. Dalla fine del 2016, quando un pastore 64enne della chiesa moraviana (confessione protestante) è stato beccato mentre assaliva sessualmente una ragazza di 15 anni all’interno di un’automobile, molti altri casi simili sono venuti alla luce. Il 9 gennaio scorso, le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale da parte dei sacerdoti hanno protestato di fronte alla chiesa suddetta e nel battibecco che è nato fra i dimostranti e il leader moraviano Paul Gardner, quest’ultimo si è preso un colpo di tamburello in testa. Gardner e il suo vice presidente hanno dato le dimissioni pochi giorni dopo, in quanto sono entrambi indagati per abuso sessuale di minori.

L’Esercito del Tamburello mira a costruire “una della più grandi coalizioni di organizzazioni e individui in Giamaica che lavorino per rimuovere la piaga dell’abuso sessuale, dello stupro e di tutte le altre forme di violenza sessuale contro bambine/i e donne”. Una delle strategie che il gruppo sta usando è l’hashtag #SayTheirNames (Dì i loro nomi) tramite il quale le donne sono incoraggiate a farsi avanti e a raccontare le storie degli abusi subiti nominando i perpetratori. Ma non usano solo le loro tastiere: il 6 febbraio 2017 hanno organizzato una campagna di protesta vestendo di nero, l’11 marzo prossimo terranno la Marcia di Potere delle Sopravvissute, stanno già tenendo Circoli di Guarigione per le vittime di violenza e stanno creando connessioni ovunque sia possibile per far pressione sui legislatori affinché la legge contro i reati sessuali sia resa più efficace.

Buon lavoro, amiche. Chissà che il tamburello risuoni (metaforicamente) su moltissime altre teste. Maria G. Di Rienzo

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(“Experience: I regret transitioning”, testimonianza raccolta da Moya Sarner per The Guardian, 3 febbraio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’esperienza narrata è giustamente protetta dall’anonimato.)

Quando ero una bambina che viveva nelle Midlands (Ndt: zona centrale della Gran Bretagna) ero solita dire: “Quando cresco voglio diventare un maschio.” Facevo persino la pipì in piedi. Amavo giocare a pallone, ma quando ebbi all’incirca sette anni i miei amici dissero che dovevo smettere, perché ero femmina. Io risposi loro che non vedevo che differenza facesse e uno di essi si tirò giù i pantaloni e me la mostrò.

Un senso di nausea mi avvolse completamente: qualcosa di me, e del mio corpo, era sbagliato. Queste sensazioni divennero più forti mentre crescevo. Quando vidi che il mio petto cambiava ne fui inorridita; sviluppai un disordine alimentare nel tentativo di ritardare la pubertà, mi tagliai corti i capelli e cominciai a fasciarmi il petto. Ero depressa e tentai di uccidermi. A quattordici anni, fui ricoverata in un ospedale psichiatrico per un paio di mesi.

I miei genitori erano scioccati e tentarono di convincermi ad abbracciare la vita come donna. Fecero in modo che qualcuno mi insegnasse a truccarmi, convinti che se avessi imparato a apparire più somigliante alle altre ragazze mi sarai sentita di più uguale a loro.

Fu solo quando ebbi 15 anni che scopri l’esistenza della possibilità di transitare da un sesso all’altro. Tutti i pezzi andarono a posto: ecco chi ero. Capii che potevo avere il corpo che volevo. Quando andai dal mio medico di base, a 17 anni, mi fu detto che ero troppo vecchia per usufruire dei servizi destinati ai bambini e troppo giovane per essere vista come adulta; non riuscii ad avere il mio primo appuntamento che tre mesi dopo il mio 18° compleanno.

Dopo altri mesi di attese e appuntamenti, nessuno dei quali incluse consulenza sulla materia, cominciai finalmente con il gel al testosterone e più tardi passai alle iniezioni. Fu una cosa enorme quando, all’università, la mia voce diventò profonda e la mia figura cominciò a cambiare: le mie anche si fecero più strette, le mie spalle più larghe. Sembrava giusto. Essendo presa per un uomo mi sentivo più sicura negli spazi pubblici, mi si prendeva più sul serio quando parlavo e mi sentivo più fiduciosa in me stessa.

Poi mi sottoposi all’operazione chirurgica per la rimozione dei seni. Fu fatta malissimo e mi lasciò cicatrici terribili. Ero traumatizzata. Per la prima volta mi chiesi “Cosa sto facendo?”. Rimandai i passi successivi, l’isterectomia e l’operazione ai genitali, dopo essermi informata sulla chirurgia plastica per il pene e aver compreso che avrei dovuto sottopormi a un nuovo intervento ogni dieci anni per rimpiazzare il dispositivo erettile.

Le questioni relative alle persone transessuali cominciavano ad apparire sui media e io capii che la gente sarebbe sempre stata in grado di riconoscermi come una persona che aveva effettuato la transizione. Io volevo solo essere maschio, ma sarei sempre stata trans.

Allo stesso tempo, ci fu un cambiamento significativo in come mi sentivo rispetto al mio genere. Riflettendo sul modo differente in cui ero trattata quando mi si vedeva come un uomo, capii che le altre donne sperimentavano a causa di ciò gli stessi impedimenti. Io avevo presunto che il problema stesse nel mio corpo. Ora vedevo che non era l’essere femmina a impedirmi di essere me stessa: era la perpetua oppressione che la società opera sulle donne.

Una volta capito questo, gradualmente sono arrivata alla conclusione che dovevo uscire dalla transizione. Ho smesso il testosterone e, mano a mano che il mio corpo ha ripreso la produzione dei suoi propri ormoni, sono diventata una femmina che sembra un maschio. Avrò sempre la voce profonda e i seni non mi ricresceranno, ma le mie anche e le mie cosce si sono allargate. Essere maschio era più confortevole per me, ma continuare a prendere ormoni significava che io avrei continuato a considerare il mio corpo un problema – e io non credo che il problema stia là. Quel che sembra la via più facile non è sempre la cosa più giusta.

Ho preso la miglior decisione possibile in circostanze avvelenate e se non avessi cominciato i trattamenti quando l’ho fatto potrei non essere viva oggi. Ma mi rattrista molto pensare alla mia fertilità: vorrei essere un genitore, un giorno, ma è probabile che l’assunzione di testosterone lo renda assai difficile. Io adesso ho quasi trent’anni e non lo saprò sino a che non tenterò di avere figli.

Sono felice per quelle persone che sono state aiutate dalla transizione, ma penso ci dovrebbe essere più enfasi sulla consulenza e che la transizione dovrebbe essere vista come ultima risorsa. Fosse questo accaduto a me, potrei non averla intrapresa. Ero così concentrata nel tentativo di cambiare genere che non mi sono mai fermata a pensare a cosa il genere significa.

Alla fine, sento di aver speranza nel futuro. Ho visto di avere un’immensa capacità di cambiare e crescere, anche in circostanze molto difficili. Questo è ciò che io sono.

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(“I Love My Daughter; Stop Telling Me I Need A Son”, di Anjana Vaidya per World Pulse, 24 gennaio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Anjana, nell’immagine con la figlia, è un’assistente allo sviluppo e una sociologa nepalese.)

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Dopo la nascita di mia figlia, tutti si aspettavano che avremmo tentato di concepire un maschio. Quando mia figlia raggiunse l’adolescenza, i messaggi non erano più sottesi:

“Prendi questo calendario cinese. Se lo segui strettamente, puoi avere il figlio che vuoi. E’ sicuro che avrai un maschio questa volta.”

“Hai già una figlia molto intelligente. Se metti al mondo un maschietto, certamente sarà più intelligente della ragazza.”

“Al giorno d’oggi, la tecnologia è così avanzata che puoi scegliere il sesso del nascituro… perché non hai un figlio maschio?”

La verità è che prima della nascita di mia figlia, mio marito ed io abbiamo deliberatamente preso la decisione congiunta di avere un solo figlio, che fosse femmina o maschio. Ci siamo giurati di aver cura di questa creatura con tutto il cuore e di concentrarci sul dare il nostro meglio a lui o a lei. Eravamo felici mentre aspettavamo che arrivasse.

Alla 10.10 del 3 dicembre 2001, la mia piccola principessa entrò in questo mondo senza complicazioni. Avevo contato i giorni e le notti per nove mesi con entusiasmo, gioia e amore. Mi sono goduta ogni momento della gravidanza. Non ho appena l’ho partorita, non vedevo l’ora di tenerla fra le braccia.

Ho partorito in una grande clinica governativa adibita alla maternità e avevo sentito storie di bimbi scambiati per negligenza. C’erano più di venti neonati l’uno accanto all’altro e mi sembravano tutti uguali. Perciò chiesi all’infermiera di mettere la mia tika (un piccolo cerchio di velluto aderente portato in fronte in maggior parte dalle donne sposate) sulla fronte della mia bimba, così sarebbe stato più facile riconoscerla. Volevo assicurarmi non fosse scambiata con un altro neonato.

Come tutta risposta, l’infermiera alzò le sopracciglia e scoppiò a ridere. “E’ una femmina!”, disse. Naturalmente, avevo già visto la mia bambina. Sapevo che era femmina. Ciò che l’infermiera intendeva dire è che nessuno potrebbe desiderare di portarsi via una femmina.

Questo fu solo l’inizio dei messaggi diretti a mia figlia per farle sapere che bambine e donne sono prive di valore nella nostra società. Dopo un paio d’ore, prima ancora che la mia famiglia fosse informata della nascita, fui trasferita in corsia. Un’infermiera e un’inserviente mi aiutarono in silenzio a cambiare stanza. Senza guida o consigli, a 21 anni di età, ho insegnato a me stessa come allattare la mia bambina per la prima volta. Potevo vedere le altre neo-madri mie vicine circondate da familiari. Questi ultimi stavano profondendosi in congratulazioni per i maschietti appena nati, dando avvisi su come nutrire e reggere i piccoli, e aiutando le donne a maneggiare i dolori post parto.

Dopo un po’, mio marito e mia suocera arrivarono con dolci da offrire all’infermiera e alle inservienti. La mia famiglia era travolta dall’entusiasmo, ma gli estranei si sentivano ancora dispiaciuti per me. Le inservienti sembravano a disagio nell’accettare i dolci. Alcune “consolarono” direttamente mio marito e me, dicendo che non dovevamo preoccuparci e che avremmo dovuto tentare di avere un maschio dopo due o tre anni. Per la prima volta in vita mia ho provato commiserazione per una società che non dà il benvenuto a una bambina in questo mondo. Due giorni dopo fui dimessa dall’ospedale. Amici e parenti cominciarono a farmi visita e anche loro volevamo consolarmi. Guardavano il viso della piccola dicendo che assomigliava a un maschietto e poi predicevano che il mio prossimo figlio sarebbe stato maschio.

Quando mia figlia celebrò il suo quinto compleanno, la gente cominciò a consigliarmi di pianificare la nascita di un maschietto. Lo stesso consiglio veniva persino da quelli che sapevano della nostra decisione di non avere altri figli: non credevano che facessimo sul serio. Mano a mano che il tempo passava, i commenti di amici e parenti diventarono solo più chiassosi. Ogni volta, io chiarivo che noi amiamo davvero nostra figlia e siamo felici di averne una sola. Niente altri bambini per noi.

Perché la gente non è in grado di riconoscere che una figlia può essere la forza, l’orgoglio e il potere di una famiglia – e che potrebbe anche contribuire a far crescere l’albero familiare? Una persona non è solo un figlio o una figlia, è un essere umano. Ed è un diritto fondamentale che noi si abbia tutti e tutte eguali opportunità di vivere una vita dignitosa, con eguale accesso a ogni risorsa di base.

Il desiderio frenetico di avere figli maschi prevarrà sino a quando la nostra società praticherà una distribuzione diseguale e sbilanciata delle risorse. Prevarrà sino a che i contributi delle femmine non saranno riconosciuti e apprezzati. Prevarrà sino a che continueranno gli aborti dei feti femminili, i delitti d’onore, i casi criminali relativi alla dote. Il desiderio frenetico di avere maschi viene da secoli di tradizioni insite in una cultura che stabilisce ruoli e responsabilità in base al sesso anziché in base alle capacità.

Gli esseri umani hanno creato queste tradizioni e questa cultura, e io sono assolutamente sicura che possono essere cambiate. Ci vuole sempre qualche tempo per trasformare le mentalità, ma io credo che accadrà. Nel frattempo, pago il prezzo richiesto dalla mia società per la mia scelta di restare madre di un’unica figlia. A volte è un prezzo alto. Sono valutata meno e trattata un po’ peggio delle mie pari che hanno figli maschi.

A me non frega un fico secco della gente che mi valuta sulla base del sesso della mia prole, ma non tollererò di vedere mia figlia – o qualunque altra ragazza – svalutata, maltrattata e deprivata. E’ ora che le voci di donne e bambine siano udite e che i nostri contributi ricevano riconoscimento e rispetto. Questo cambiamento comincia con gli individui e si diffonde tramite le famiglie alle nostre comunità, alla nazione e al mondo intero. Cominciamo ora, con te e me.

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kafa

Questo è il logo di “KAFA (BASTA) violenza e sfruttamento”, un’ong femminista e laica della società civile libanese che cerca di creare una società libera dalle strutture patriarcali sociali, economiche e legali che discriminano le donne. KAFA è stata fondata nel 2005, i suoi scopi sono eliminare ogni forma di violenza e sfruttamento contro le donne e costruire una sostanziale eguaglianza di genere. Perciò, gestisce due centri di sostegno alle donne a Beirut e nella valle della Beqāʿ nonché un rifugio per le vittime di violenza (la cui ubicazione è protetta) e lavora per contrastare prostituzione e traffico di esseri umani.

I centri di sostegno accolgono le donne qualsiasi siano la loro provenienza o storia e forniscono loro non solo informazioni: corsi, istruzione, aiuto psicologico e legale, persino attività di svago – gratuitamente. Data la situazione in Siria, negli ultimi anni hanno ricevuto com’è ovvio molte donne da quel paese. Il 25 gennaio scorso, Kvinna till Kvinna ha pubblicato un articolo di Ida Svedlund e Cecilia Samuelsson che racconta la storia di una loro, “Leila” (il suo nome è stato cambiato per garantire la sua sicurezza).

Leila ha oggi 39 anni ed è fuggita dalla Siria tre anni fa, quando la sua città è stata bombardata e suo marito è morto; ha cinque figli, tre femmine e due maschi. “La fuga mi ha esaurito completamente ed ero già traumatizzata dalla guerra. I bambini non stavano meglio, la più piccola si bagnava di notte, ma grazie all’aiuto che è stato dato loro da KAFA questo non succede più e tutti oggi stanno molto meglio.” Leila ha trovato una casa in affitto e ha lavorato per qualche tempo come domestica, ma le pesanti molestie del padrone di casa e di suo figlio sono diventate intollerabili al punto da costringerla a licenziarsi. La sua situazione economica, già precaria, si fece difficile: “Il primo anno le Nazioni Unite ci davano un po’ di cibo, poi hanno smesso.”

A questo punto le femministe (che come certo saprete sono bieche, misandriche, anacronistiche, frustrate, inutili…) di KAFA sono intervenute di nuovo, offrendole un salario per entrare come educatrice in uno dei loro programmi: “Il progetto coinvolge al momento circa trenta donne. – spiega la coordinatrice Hind – E’ mirato a prevenire la violenza di genere e i matrimoni di bambine, due problemi che si sono aggravati a causa della povertà, dei conflitti e delle migrazioni forzate dagli stessi. Tramite il progetto stimiamo di riuscire a raggiungere almeno 3.000 donne.”

Leila terrà i suoi incontri in diversi punti della valle della Beqāʿ: “Parlerò di che possibilità ci sono di avere qui istruzione e lavoro e tratterò di soggetti come i matrimoni precoci, la violenza contro le donne e la salute, e qualsiasi altra cosa le donne vogliano discutere. – spiega Leila – La violenza di genere è assai diffusa in Siria come in Libano. Frequentando KAFA ho imparato a riconoscere la violenza psicologica, so che le parole possono ferire come ti ferisce la violenza fisica. Perciò, ora sono molto attenta a scegliere i termini quando parlo ai miei bambini. Il lavoro dell’organizzazione contro i matrimoni di bambine mi tocca profondamente. Io mi sono sposata quando avevo 17 anni e sono diventata madre molto presto. E’ un destino che non auguro alle mie figlie. Penso che i loro studi abbiano la precedenza.”

Leila adesso riesce anche ad avere del tempo per sé. Ha cominciato a praticare lo yoga, una cosa che le piace davvero: è un corso offerto da KAFA, ovviamente, “un luogo in cui mi sento sicura e apprendo così tante cose. Sono davvero grata per questo.”

Mannaggia, ma quando troveranno il tempo per odiare gli uomini, spettegolare sugli uomini e lamentarsi di non essere notate dagli uomini queste femministe libanesi?

Maria G. Di Rienzo

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Bambina cara

BAMBINA CARA – poesia ispirata da Tupelo Hassman (1) – di Adira Bennett (pseudonimo di E.K.), artista e scrittrice femminista. Adira lavora in un laboratorio di biologia forense e spera di arrivare un giorno a “carezzare ogni cane al mondo”. Trad. Maria G. Di Rienzo

mia-e-il-coniglietto

Bambina, tu non sei un frutto.

Non sei una ciliegia o una pesca

o la mela dell’Eden o la perla di un occhio. (2)

Non sei una ninfa, una fata,

una strega cattiva, un’arma o il centro del bersaglio.

I riflessi di plastica fusa

di te/me/noi sono drappeggiati attraverso

i cantieri e i cartelloni pubblicitari:

aliene di seta senza pori nella pelle;

patinati modelli in forma di aeroplano della

vergognosamente segreta creatura-donna

ma Bambina, tu non sei

un riflesso. Tu non sei un modello di aeroplano

o un segreto. Tu non sei una metafora,

un sorriso, un banchetto o un gingillo.

Tu non sei cosa, tu sei chi,

tu sei tu, tu sei la tua natura selvaggia,

tu sei la tua luce lunare e i tuoi errori,

tu sei intera, tu sei bella, dimentica

il rosa, tu sei rosso. Bambina, Dio (3)

non vuole mai perderti di vista.

Lei ha marchiato i tuoi geni con delle X

per poterti tesoreggiare ogni tuo singolo giorno.

(1) Più esattamente al libro di Hassman tradotto in italiano nel 2013 come “Bambina mia” – Ed. 66th and 2nd.

(2) “perla dell’occhio” è l’espressione italiana equivalente a “apple of eye”, dove apple sta ovviamente per mela.

(3) Le frasi seguenti chiarificano che “God” – “Dio” è femmina.

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(“An Indonesian Village’s First Female Chief Ended Illegal Logging With Spies and Checkpoints”, di Carolyn Beeler per Public Radio International, 30 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Una strada maestra che attraversa il distretto di Sedahan Jaya nel Borneo occidentale è solo una striscia di terra marrone. Ma è meglio della pozza di fango in cui soleva mutarsi dopo intense piogge. “La strada era in condizioni così cattive quando i bambini andavano a scuola che tornavano a casa con le gambe coperte di fango. – dice Hamisah, una residente locale – Questo era davvero triste per me.”

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Hamisah (in immagine), 43enne, ha due figli maschi e vive in una delle piccole case annidate lungo tale strada. Dal suo cortile, si possono scorgere alcune delle colline del parco nazionale di circa 400 miglia quadrate Gunung Palung: è da là che venivano le inondazioni, a causare problemi maggiori delle gambe infangate. Molti dei circa 900 residenti del villaggio di Hamisah sono contadini e lavorano nelle risaie dal verde iridescente che si situano sotto il parco.

“C’erano sempre inondazioni quando i contadini stavano per mietere il riso, perciò perdevamo i nostri raccolti.”, dice Hamisah. Il problema, aggiunge, era peggiorato dal disboscamento illegale nel parco. “A causa del taglio illegale, alcune colline non hanno più molti alberi, perciò la terra non può assorbire l’acqua della pioggia. – spiega Hamisah – Perciò, ogni anno, c’erano grosse inondazioni.”

Ho parlato con Hamisah nella stanza d’ingresso della sua casetta di legno, dove lei aveva disteso uno spesso tappeto porpora perché ci sedessimo insieme. Discuteva enfaticamente e gesticolando, apparendo vivace e professionale pur nel soffocante caldo tropicale e anche se si alzava ogni pochi minuti per scacciare le galline dalla porta d’ingresso.

Hamisah non è mai andata alle superiori e la gente dice che era timida. Ma le inondazioni e i problemi che esse causavano alla usa comunità l’hanno spinta in avanti: “Ho pensato che per me era il momento di essere coraggiosa e di presentare la mia candidatura a capo del villaggio.”

Non c’era mai stato prima un capo di sesso femminile nella zona, ma Hamisah si era costruita del sostegno. Aveva conosciuto un bel po’ di persone tramite il suo lavoro di assistente sanitaria, lavorando in una clinica locale alla cura delle persone con tubercolosi.

“Forse perché sono una donna, una madre, molta gente veniva da me se aveva problemi. – dice Hamisah – Io ascoltavo e tentavo di suggerire soluzioni. Così, dopo un po’, alcuni hanno cominciato a dirmi che avrei dovuto presentare la mia candidatura.” Lei lo fece, nel 2013, e vinse diventando la leader di Sidorejo nel distretto di Sedahan Jaya.

Hamisah si mise subito al lavoro per fermare la deforestazione illegale e cominciò dalle donne del villaggio. All’epoca, fra i disboscatori illegali, ce n’era solo uno che effettivamente viveva nel villaggio e lei parlò alla moglie di costui dei pericoli che correva: e se si fosse tagliato con la sega, chiese, e se un albero gli fosse caduto addosso? “Feci in modo che sua moglie gli parlasse di questo e lo incitasse a smettere.” Funzionò. L’uomo appese la sega al chiodo e trovò lavoro nell’edilizia.

“Negli altri casi, chiesi alle donne che futuro volevano per i loro bambini, per le foreste e per alcuni tipi di flora e fauna di cui avevano cura. – prosegue Hamisah – Questa è la mia strategia: dire alle donne perché dobbiamo proteggere il villaggio.”

Tuttavia, quelli che tagliavano gli alberi nelle foreste che circondano il villaggio venivano in effetti da fuori di esso. Ma poiché Hamisah aveva i residenti locali dalla propria parte, ne reclutò alcuni affinché fermassero i disboscatori che attraversavano il villaggio per raggiungere le foreste. Hamisah chiama le/i suoi aiutanti “spie”. Una è una negoziante di nome Selamat, che lavora in un chiosco distante pochi minuti di strada dalla casa di Hamisah: “Mi chiese di prestare attenzione a chi guidava mezzi portando una sega. Io dissi di sì, perché volevo essere d’aiuto.” Quando Selamat individuava un disboscatore, doveva chiamare la “spia” successiva lungo la strada, un uomo di nome Ridwan, che avrebbe fermato l’automobile e tentato di convincere il guidatore a tornare indietro.”

Ridwan ha raccontato uno dei blocchi che ha effettuato nell’agosto 2014: “Il tipo era molto arrabbiato, mi disse che non avrebbe venduto il legno e che voleva solo costruire una casa. Ha tirato fuori ogni tipo di argomenti ma alla fine se n’è andato.”

La rete creata da Hamisah ha fermato cinque disboscatori illegali nel suo primo anno e mezzo da capo del villaggio. Ridwan dice che attorno al villaggio nessuno tenta più di tagliare alberi e attribuisce in larga parte il fatto alla guida di Hamisah: “Lei non è come un uomo che si arrabbia subito, lei ha più disciplina. E’ diretta e dura, ma è il tipo di leader che riesce a far cooperare chiunque con lei e a seguirla.”

Il villaggio ha ottenuto anche cure sanitarie meno costose nella clinica dove Hamisah lavora perché ha fermato il disboscamento illegale. La clinica infatti incentiva la conservazione delle foreste offrendo sconti agli abitanti dei villaggi che lo hanno impedito o diminuito.

Il villaggio di Hamisah è un piccolo luogo. Solo sei disboscatori sono stati fermati sino ad ora. Nel frattempo, le foreste indonesiane vengono ancora perdute su larga scala e molta di questa perdita avviene in modo legale. Tutta questa deforestazione ha reso il paese uno dei primi emissori di gas a effetto serra del mondo.

Hamisah sa questo, ma attesta di essere felice per quel che è riuscita ad ottenere: “E non solo io sono felice. Tutte le donne qui intorno si sentono vincitrici perché abbiamo fermato i disboscatori.”

Hamisah dice che la sua esperienza è la prova che se lei può fare la differenza nella sua comunità, chiunque altro può. E che tante piccole differenze possono sommarsi sino a diventare qualcosa di grande.

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La notizia è in cronaca oggi, 21 gennaio 2017: “Aggredita dai compagni nel collegio San Carlo di Milano.”

Il soggetto è una bambina di 7 anni che durante un periodo di ricreazione è stata rincorsa da altri quattro alunni, è caduta – non si sa come, cioè se sia stata spinta o se sia incespicata – ed è finita in infermeria e poi in ospedale: ha una costola incrinata e altre contusioni. La sua famiglia parla anche di “danni psicologici (…) destinati ad avere ripercussioni sul lungo periodo”.

I quattro bambini, tutti maschi, le avrebbero indirizzato “frasi pesanti” e sarebbero “già noti per le continue prevaricazioni e angherie messe in atto nei confronti dei compagni”: due di loro sono stati sospesi. Nonostante questo provvedimento abbastanza grave e insolito per alunni delle elementari, la scuola minimizza: è stato un episodio circoscritto, i bambini stavano giocando normalmente, le contusioni riportate dalla bimba sono di “lieve entità” e – qui arriva il meglio – si è trattato di un “eccesso di vigoria di quattro compagni maschi”.

Perché i maschi sono tutti così, che ci volete fare: robusti come macigni e dotati di notevolissima forza fisica, carichi di prorompente vitalità, inarrestabili come una mareggiata o un terremoto, carichi di un’energia impetuosa che somiglia a quella di un ordigno – lo sfiori e esplode, mostrandoti ciò di cui è capace e qual è il suo ruolo nel mondo.

Contenerli, educarli, istruirli su rispetto e senso del limite? Impossibile. Sarebbe “propaganda giender” e niente niente dopo ti diventano froci. Meglio che comincino a spaccar coetanee a 7 anni. Chissà cosa saranno in grado di fare da adulti.

Maria G. Di Rienzo

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