Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘bambini’

Distacco

(“Dissociation” – “Distacco” di Rachel Lichtman per Persephone’s Daughters, 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Rachel è una giovanissima poeta e scrittrice che frequenta l’ultimo anno di liceo. Scrivere la sta aiutando a dare un nome alle sue esperienze, sebbene stia ancora lottando per definire con chiarezza quel che le è accaduto. Questa sua poesia parla esplicitamente di violenza sessuale – perciò, se pensate possa disturbarvi non leggete oltre.)

floating girl di coralineyb

Sono in una stanza con te. Tu sei Senzavolto,

non so perché. Solo che c’è questa sfocatura

nella mia memoria. Non stavo guardano

la tua faccia quando è successo. Io sono la ragazza

che guardava dall’alto la ragazza. Fluttuo sopra di te. Fluttuo

sul soffitto. Io penso,

tu hai unghie. Tu hai dita. Tu tenevi le mani

attorno al mio braccio, sulla mia felpa, sulla cerniera

di metallo.

Le tue dita. Dove sono le mie dita

in questa faccenda? Mi stupri? Tu hai stuprato

chi io ero. Mi hai spinta

nell’angolo della stanza. Io mi curvo per allontanarmi da te. Io mi curvo

per allontanarmi da questo scenario, guardando giù,

il mio corpo che crolla sul pavimento. Non so perché

è così. Sto lasciando colare muco

su tutta me stessa. Tu dici,

santo dio, si sta sporcando tutta di muco. Tu apri di forza

i miei vestiti. Io emetto gemiti. Lamenti. Da qualche parte,

le mie mani ti spingono via. Dico per favore

per favore smetti. Tu non ti fermi. Questo è quel che sento.

Non so perché, se è reale, se è una tormentosa

colonna sonora che continua a fare

No no no per favore smetti. Tu non smetti. Io fluttuo. Io sono

un lenzuolo. Io sono uno scudo per la Bambina nell’angolo. No no no

per favore smetti. La colonna sonora

urla. La colonna sonora urla più forte e

io sono un serpente.

Non posso mutare pelle.

Read Full Post »

fearless girl

Come probabilmente saprete, la statua della “Fearless Girl” – “Ragazza (bambina) Impavida”, in immagine – è apparsa l’8 marzo scorso a fronteggiare il famoso toro alla carica di Wall Street, in quel di Manhattan, New York.

Chi l’ha installata è una società commerciale che si chiama “State Street Global Advisors” e fornisce servizi finanziari e strategie di investimento alla propria clientela, che va dalle fondazioni non-profit ai governi, passando per corporazioni economiche e organizzazioni religiose. La statua fa parte della nuova campagna di “State Street Global Advisors” tesa a incoraggiare le aziende a mettere più donne nei loro consigli d’amministrazione. La società è un gigante nel mondo finanziario e non l’hanno creata le femministe: il motivo per cui si muove in questa direzione è il fatto, statisticamente provato, che le aziende con consigli d’amministrazione in cui il numero di donne e uomini più o meno si equivale funzionano meglio e guadagnano di più.

Nei pochi giorni trascorsi dalla sua comparsa, tuttavia, la Ragazza Impavida è diventata una delle mete favorite per le donne di qualsiasi età. Si erge in una posa che esprime coraggio, sfida, sicurezza e autostima e, poiché è una ragazzina, suggerisce alle bambine che loro stesse sono legittimate a assumere questi tratti.

Già la sera del 9 marzo, però, tre giovani uomini hanno deciso di mostrare a chi era presente cosa una femmina deve aspettarsi facendolo. Uno di loro ha mimato lo stupro della statua, circondato dalle risate e dagli incitamenti degli altri.

maskio analphabeta

A scattare la fotografia è stata l’architetta Alexis Kaloyanides, 34enne, giunta là assieme a colleghe/i di lavoro durante una passeggiata: “Era una bellissima serata, c’erano circa 15 o 20 persone già sul posto. Abbiamo cominciato a parlare della statua e abbiamo visto una bimba di 5 o 6 anni posare orgogliosamente accanto ad essa, era proprio un momento piacevole. Poi sono arrivati questi tre uomini.” E uno di loro è corso alla statua della Ragazza e ha cominciato a strofinarsi su di essa e a mimare il coito. I presenti gli hanno immediatamente urlato di smetterla, trovando la performance rivoltante, e lui ha riso di nuovo e se n’è andato con i suoi amici.

Kaloyanides ha preso la decisione di condividere l’immagine online perché, dice, il comportamento di quell’uomo non è qualcosa su cui farsi una risata e non dovrebbe essere preso per un semplice scherzo: “Serve solo a perpetuare la mentalità del “gli uomini sono fatti così” e del “è ok, è solo buffo, lascia perdere”. Questo giovane uomo ha una madre, forse una sorella, forse una fidanzata o una moglie – chi lo sa? Io sono stanca di dover inventare scuse e riderci sopra. Io almeno non lo farò mai più. (…) Costui ha finto di fare sesso con l’immagine di una bambina. Stronzi come lui sono la ragione per cui abbiamo bisogno del femminismo.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“Meet Fartuun Adan, Somalia” – Nobel Women’s Initiative, 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

fartuun adan

Fartuun Adan è nata e cresciuta in Somalia e là ha vissuto durante la guerra sino al 1999, quando emigrò in Canada con le sue bambine. Nel 2007 ritornò per onorare la memoria del marito morto aprendo il “Centro Elman per la pace e i diritti umani” e, più tardi, “Sorella Somalia” – il primo centro di assistenza alle vittime di stupro che si trova a Mogadiscio. (http://www.sistersomalia.org/)

Nel 2007 sei tornata in Somalia dopo aver vissuto in Canada. Cosa ti ha fatto tornare?

Ho sempre voluto fare ritorno. Era qualcosa a cui pensavo costantemente, ma all’epoca le mie figlie erano molto giovani e non potevo partire. Nel 2007 erano ormai cresciute e in grado di prendersi cura di se stesse. Volevo tornare per dare riconoscimento al lavoro che mio marito aveva fatto da vivo. Era un attivista molto impegnato in Somalia e un mucchio di gente lo conosceva e lo ricorda ancora oggi.

Che tipo di lavoro hai fatto appena arrivata?

Quando sono tornata ho cominciato a lavorare con i bambini soldati e per i diritti umani. Non era facile, ma sentivo di dovermene occupare. All’epoca c’erano le forze della milizia e quelle del governo somalo in conflitto, e dappertutto vedevi bimbi con fucile a tracolla. Perciò abbiamo aperto il Centro per riabilitare i bambini e difendere i loro diritti.

Nel 2011 hai aperto a Mogadiscio il primo centro antistupro in assoluto, “Sorella Somalia”. Cosa ti ha ispirata a farlo?

Abbiamo iniziato questo lavoro quando visitavamo i campi degli sfollati e incontravamo moltissime donne che erano state violentate e nessuna aveva presentato denuncia. Alcune di queste donne non potevano permettersi neppure i costi delle cure mediche relative all’aggressione subita. Ci prendevamo cura delle donne e chiedevamo aiuto per loro ai governi locali. Le donne potevano venire al nostro Centro e avere cure mediche, potevano restarci e potevano finalmente riposare.

Quali sono gli ostacoli e le sfide che affronti nel dar sostegno a queste donne?

La sfida è che non c’è giustizia. Quando suggeriamo di andare alla polizia, le donne dicono no. Chiedono: “Chi mi proteggerà se lo faccio, dove andrò dopo?”. E’ una grossa sfida perché io non ho risposte per questo. Non posso dire: “Ti proteggerò io.” Parlare apertamente di ciò che hanno subito può arrecare rischi ancora più gravi a queste donne. Cambiare il sistema è difficile. Ma se continuiamo a parlare prima o poi dovranno ascoltarci. Noi non ci arrendiamo mai. Attualmente la portata della questione non è più negata dalle ong, dalle comunità e persino dal governo: tutti sanno che la violenza sessuale sta accadendo. Adesso che siamo d’accordo nel riconoscere che un problema esiste, come lo risolviamo? Cosa possiamo fare? Questo è lo stadio in cui ci troviamo al momento.

Cosa ti dà la forza di continuare a svolgere questo lavoro?

Sono una madre e ho figlie. Quando incontro le ragazze e vedo quanto soffrono mi chiedo “Cosa farei se ciò accadesse a mia figlia?”. Perciò faccio ciò che posso, in qualunque modo. Ogni sera quando torno a casa mi chiedo: “Cos’ho compiuto oggi, a chi ho dato una mano?” e questo mi dà la sensazione di aver raggiunto qualcosa. Quando so di aver contribuito al cambiamento, questo mi motiva al cento per cento.

Read Full Post »

Ragazze

(“Girls” – di Linsey Jayne Morse, poeta contemporanea, editrice, attivista contro la violenza di genere. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

legata

Le ragazze

apprendono in tenera età

che la bellezza esteriore è l’oasi

acquatica che bramano nel deserto.

Si insegna loro

a far sorrisi di stucco parigino,

a essere ipocrite dietro porte chiuse.

Feriscono se stesse in segreto (1), affamate

di passione.

Ogni giovane signora

finge ottimismo

e posa, accetta il suo posto

che sta al di sotto delle fantasie maschili,

e sopra ciò che è sgradevole.

Imparano a gettare da parte chi è debole, a evitare chi è forte

e a non fidarsi di nessuno

in un mondo fatto di facciate,

mascara

e lacca per capelli.

(1) letteralmente: “si tagliano”, in una pratica autolesionista

N.B. L’immagine è quella che l’Autrice stessa ha scelto per illustrare i suoi versi.

Read Full Post »

“Quando una bambina vi dice che un uomo l’ha toccata in modo inappropriato, o che l’ha molestata…

Quando una donna vi dice che un uomo l’ha stuprata, o l’ha molestata sessualmente…

Perché come prima cosa mettiamo in discussione la veridicità di quell’esperienza, per la cui condivisione da parte della bambina o della donna possono esserci voluti grande coraggio, il rendersi vulnerabili e il mettersi a nudo? Perché stiamo subito a ponderare quanto danno questo può portare all’uomo in questione?

Quando un bimbo maschio vi dice che un uomo l’ha toccato in modo inappropriato, o che lo ha molestato, o che lo ha stuprato… Cosa ci induce a credere immediatamente al bambino, ad arrabbiarci e a cominciare a fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa giustizia al bimbo stesso?

Perché non possiamo credere immediatamente anche alle nostre bambine e donne, e fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa loro giustizia? Perché?

Perché tutte le volte, in tutte le circostanze, non svergogniamo il perpetratore e forniamo guarigione, cura e sostegno ai/alle sopravvissuti/e – tutti/e?

Come mai la reputazione di un uomo diventa una questione così critica, quando è accusato di aver perpetrato violenza sessuale contro donne e bambine, che noi volontariamente e talvolta ciecamente trascuriamo l’umanità di quelle donne e bambine?

Che tipo di società abbiamo creato per noi stessi?

Dov’è la protezione del valore e della dignità di donne e bambine?

Io voglio per donne e bambine una Giamaica differente. E spero che l’Esercito del Tamburello (#TambourineArmy) creerà la Giamaica differente di cui c’è bisogno.”

Così una delle “capitane” di questo nuovo gruppo di attiviste, Stella Gibson, spiega ciò che sta a cuore alle sue aderenti.

esercito-del-tamburello

Il nome scelto non è casuale. Dalla fine del 2016, quando un pastore 64enne della chiesa moraviana (confessione protestante) è stato beccato mentre assaliva sessualmente una ragazza di 15 anni all’interno di un’automobile, molti altri casi simili sono venuti alla luce. Il 9 gennaio scorso, le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale da parte dei sacerdoti hanno protestato di fronte alla chiesa suddetta e nel battibecco che è nato fra i dimostranti e il leader moraviano Paul Gardner, quest’ultimo si è preso un colpo di tamburello in testa. Gardner e il suo vice presidente hanno dato le dimissioni pochi giorni dopo, in quanto sono entrambi indagati per abuso sessuale di minori.

L’Esercito del Tamburello mira a costruire “una della più grandi coalizioni di organizzazioni e individui in Giamaica che lavorino per rimuovere la piaga dell’abuso sessuale, dello stupro e di tutte le altre forme di violenza sessuale contro bambine/i e donne”. Una delle strategie che il gruppo sta usando è l’hashtag #SayTheirNames (Dì i loro nomi) tramite il quale le donne sono incoraggiate a farsi avanti e a raccontare le storie degli abusi subiti nominando i perpetratori. Ma non usano solo le loro tastiere: il 6 febbraio 2017 hanno organizzato una campagna di protesta vestendo di nero, l’11 marzo prossimo terranno la Marcia di Potere delle Sopravvissute, stanno già tenendo Circoli di Guarigione per le vittime di violenza e stanno creando connessioni ovunque sia possibile per far pressione sui legislatori affinché la legge contro i reati sessuali sia resa più efficace.

Buon lavoro, amiche. Chissà che il tamburello risuoni (metaforicamente) su moltissime altre teste. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“Experience: I regret transitioning”, testimonianza raccolta da Moya Sarner per The Guardian, 3 febbraio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’esperienza narrata è giustamente protetta dall’anonimato.)

Quando ero una bambina che viveva nelle Midlands (Ndt: zona centrale della Gran Bretagna) ero solita dire: “Quando cresco voglio diventare un maschio.” Facevo persino la pipì in piedi. Amavo giocare a pallone, ma quando ebbi all’incirca sette anni i miei amici dissero che dovevo smettere, perché ero femmina. Io risposi loro che non vedevo che differenza facesse e uno di essi si tirò giù i pantaloni e me la mostrò.

Un senso di nausea mi avvolse completamente: qualcosa di me, e del mio corpo, era sbagliato. Queste sensazioni divennero più forti mentre crescevo. Quando vidi che il mio petto cambiava ne fui inorridita; sviluppai un disordine alimentare nel tentativo di ritardare la pubertà, mi tagliai corti i capelli e cominciai a fasciarmi il petto. Ero depressa e tentai di uccidermi. A quattordici anni, fui ricoverata in un ospedale psichiatrico per un paio di mesi.

I miei genitori erano scioccati e tentarono di convincermi ad abbracciare la vita come donna. Fecero in modo che qualcuno mi insegnasse a truccarmi, convinti che se avessi imparato a apparire più somigliante alle altre ragazze mi sarai sentita di più uguale a loro.

Fu solo quando ebbi 15 anni che scopri l’esistenza della possibilità di transitare da un sesso all’altro. Tutti i pezzi andarono a posto: ecco chi ero. Capii che potevo avere il corpo che volevo. Quando andai dal mio medico di base, a 17 anni, mi fu detto che ero troppo vecchia per usufruire dei servizi destinati ai bambini e troppo giovane per essere vista come adulta; non riuscii ad avere il mio primo appuntamento che tre mesi dopo il mio 18° compleanno.

Dopo altri mesi di attese e appuntamenti, nessuno dei quali incluse consulenza sulla materia, cominciai finalmente con il gel al testosterone e più tardi passai alle iniezioni. Fu una cosa enorme quando, all’università, la mia voce diventò profonda e la mia figura cominciò a cambiare: le mie anche si fecero più strette, le mie spalle più larghe. Sembrava giusto. Essendo presa per un uomo mi sentivo più sicura negli spazi pubblici, mi si prendeva più sul serio quando parlavo e mi sentivo più fiduciosa in me stessa.

Poi mi sottoposi all’operazione chirurgica per la rimozione dei seni. Fu fatta malissimo e mi lasciò cicatrici terribili. Ero traumatizzata. Per la prima volta mi chiesi “Cosa sto facendo?”. Rimandai i passi successivi, l’isterectomia e l’operazione ai genitali, dopo essermi informata sulla chirurgia plastica per il pene e aver compreso che avrei dovuto sottopormi a un nuovo intervento ogni dieci anni per rimpiazzare il dispositivo erettile.

Le questioni relative alle persone transessuali cominciavano ad apparire sui media e io capii che la gente sarebbe sempre stata in grado di riconoscermi come una persona che aveva effettuato la transizione. Io volevo solo essere maschio, ma sarei sempre stata trans.

Allo stesso tempo, ci fu un cambiamento significativo in come mi sentivo rispetto al mio genere. Riflettendo sul modo differente in cui ero trattata quando mi si vedeva come un uomo, capii che le altre donne sperimentavano a causa di ciò gli stessi impedimenti. Io avevo presunto che il problema stesse nel mio corpo. Ora vedevo che non era l’essere femmina a impedirmi di essere me stessa: era la perpetua oppressione che la società opera sulle donne.

Una volta capito questo, gradualmente sono arrivata alla conclusione che dovevo uscire dalla transizione. Ho smesso il testosterone e, mano a mano che il mio corpo ha ripreso la produzione dei suoi propri ormoni, sono diventata una femmina che sembra un maschio. Avrò sempre la voce profonda e i seni non mi ricresceranno, ma le mie anche e le mie cosce si sono allargate. Essere maschio era più confortevole per me, ma continuare a prendere ormoni significava che io avrei continuato a considerare il mio corpo un problema – e io non credo che il problema stia là. Quel che sembra la via più facile non è sempre la cosa più giusta.

Ho preso la miglior decisione possibile in circostanze avvelenate e se non avessi cominciato i trattamenti quando l’ho fatto potrei non essere viva oggi. Ma mi rattrista molto pensare alla mia fertilità: vorrei essere un genitore, un giorno, ma è probabile che l’assunzione di testosterone lo renda assai difficile. Io adesso ho quasi trent’anni e non lo saprò sino a che non tenterò di avere figli.

Sono felice per quelle persone che sono state aiutate dalla transizione, ma penso ci dovrebbe essere più enfasi sulla consulenza e che la transizione dovrebbe essere vista come ultima risorsa. Fosse questo accaduto a me, potrei non averla intrapresa. Ero così concentrata nel tentativo di cambiare genere che non mi sono mai fermata a pensare a cosa il genere significa.

Alla fine, sento di aver speranza nel futuro. Ho visto di avere un’immensa capacità di cambiare e crescere, anche in circostanze molto difficili. Questo è ciò che io sono.

Read Full Post »

(“I Love My Daughter; Stop Telling Me I Need A Son”, di Anjana Vaidya per World Pulse, 24 gennaio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Anjana, nell’immagine con la figlia, è un’assistente allo sviluppo e una sociologa nepalese.)

anjana-con-la-figlia

Dopo la nascita di mia figlia, tutti si aspettavano che avremmo tentato di concepire un maschio. Quando mia figlia raggiunse l’adolescenza, i messaggi non erano più sottesi:

“Prendi questo calendario cinese. Se lo segui strettamente, puoi avere il figlio che vuoi. E’ sicuro che avrai un maschio questa volta.”

“Hai già una figlia molto intelligente. Se metti al mondo un maschietto, certamente sarà più intelligente della ragazza.”

“Al giorno d’oggi, la tecnologia è così avanzata che puoi scegliere il sesso del nascituro… perché non hai un figlio maschio?”

La verità è che prima della nascita di mia figlia, mio marito ed io abbiamo deliberatamente preso la decisione congiunta di avere un solo figlio, che fosse femmina o maschio. Ci siamo giurati di aver cura di questa creatura con tutto il cuore e di concentrarci sul dare il nostro meglio a lui o a lei. Eravamo felici mentre aspettavamo che arrivasse.

Alla 10.10 del 3 dicembre 2001, la mia piccola principessa entrò in questo mondo senza complicazioni. Avevo contato i giorni e le notti per nove mesi con entusiasmo, gioia e amore. Mi sono goduta ogni momento della gravidanza. Non ho appena l’ho partorita, non vedevo l’ora di tenerla fra le braccia.

Ho partorito in una grande clinica governativa adibita alla maternità e avevo sentito storie di bimbi scambiati per negligenza. C’erano più di venti neonati l’uno accanto all’altro e mi sembravano tutti uguali. Perciò chiesi all’infermiera di mettere la mia tika (un piccolo cerchio di velluto aderente portato in fronte in maggior parte dalle donne sposate) sulla fronte della mia bimba, così sarebbe stato più facile riconoscerla. Volevo assicurarmi non fosse scambiata con un altro neonato.

Come tutta risposta, l’infermiera alzò le sopracciglia e scoppiò a ridere. “E’ una femmina!”, disse. Naturalmente, avevo già visto la mia bambina. Sapevo che era femmina. Ciò che l’infermiera intendeva dire è che nessuno potrebbe desiderare di portarsi via una femmina.

Questo fu solo l’inizio dei messaggi diretti a mia figlia per farle sapere che bambine e donne sono prive di valore nella nostra società. Dopo un paio d’ore, prima ancora che la mia famiglia fosse informata della nascita, fui trasferita in corsia. Un’infermiera e un’inserviente mi aiutarono in silenzio a cambiare stanza. Senza guida o consigli, a 21 anni di età, ho insegnato a me stessa come allattare la mia bambina per la prima volta. Potevo vedere le altre neo-madri mie vicine circondate da familiari. Questi ultimi stavano profondendosi in congratulazioni per i maschietti appena nati, dando avvisi su come nutrire e reggere i piccoli, e aiutando le donne a maneggiare i dolori post parto.

Dopo un po’, mio marito e mia suocera arrivarono con dolci da offrire all’infermiera e alle inservienti. La mia famiglia era travolta dall’entusiasmo, ma gli estranei si sentivano ancora dispiaciuti per me. Le inservienti sembravano a disagio nell’accettare i dolci. Alcune “consolarono” direttamente mio marito e me, dicendo che non dovevamo preoccuparci e che avremmo dovuto tentare di avere un maschio dopo due o tre anni. Per la prima volta in vita mia ho provato commiserazione per una società che non dà il benvenuto a una bambina in questo mondo. Due giorni dopo fui dimessa dall’ospedale. Amici e parenti cominciarono a farmi visita e anche loro volevamo consolarmi. Guardavano il viso della piccola dicendo che assomigliava a un maschietto e poi predicevano che il mio prossimo figlio sarebbe stato maschio.

Quando mia figlia celebrò il suo quinto compleanno, la gente cominciò a consigliarmi di pianificare la nascita di un maschietto. Lo stesso consiglio veniva persino da quelli che sapevano della nostra decisione di non avere altri figli: non credevano che facessimo sul serio. Mano a mano che il tempo passava, i commenti di amici e parenti diventarono solo più chiassosi. Ogni volta, io chiarivo che noi amiamo davvero nostra figlia e siamo felici di averne una sola. Niente altri bambini per noi.

Perché la gente non è in grado di riconoscere che una figlia può essere la forza, l’orgoglio e il potere di una famiglia – e che potrebbe anche contribuire a far crescere l’albero familiare? Una persona non è solo un figlio o una figlia, è un essere umano. Ed è un diritto fondamentale che noi si abbia tutti e tutte eguali opportunità di vivere una vita dignitosa, con eguale accesso a ogni risorsa di base.

Il desiderio frenetico di avere figli maschi prevarrà sino a quando la nostra società praticherà una distribuzione diseguale e sbilanciata delle risorse. Prevarrà sino a che i contributi delle femmine non saranno riconosciuti e apprezzati. Prevarrà sino a che continueranno gli aborti dei feti femminili, i delitti d’onore, i casi criminali relativi alla dote. Il desiderio frenetico di avere maschi viene da secoli di tradizioni insite in una cultura che stabilisce ruoli e responsabilità in base al sesso anziché in base alle capacità.

Gli esseri umani hanno creato queste tradizioni e questa cultura, e io sono assolutamente sicura che possono essere cambiate. Ci vuole sempre qualche tempo per trasformare le mentalità, ma io credo che accadrà. Nel frattempo, pago il prezzo richiesto dalla mia società per la mia scelta di restare madre di un’unica figlia. A volte è un prezzo alto. Sono valutata meno e trattata un po’ peggio delle mie pari che hanno figli maschi.

A me non frega un fico secco della gente che mi valuta sulla base del sesso della mia prole, ma non tollererò di vedere mia figlia – o qualunque altra ragazza – svalutata, maltrattata e deprivata. E’ ora che le voci di donne e bambine siano udite e che i nostri contributi ricevano riconoscimento e rispetto. Questo cambiamento comincia con gli individui e si diffonde tramite le famiglie alle nostre comunità, alla nazione e al mondo intero. Cominciamo ora, con te e me.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: