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Posts Tagged ‘bambini’

Le donne sudafricane stanno in questi giorni condividendo su Twitter le loro esperienze di violenza subita con l’hashgtag #AmINext (Sono io la prossima). A innescare il flusso è stato l’ennesimo stupro seguito da femicidio: a perdere la vita una giovane universitaria di Cape Town, Uyinene Mrwetyana – in immagine – che era uscita per andare a ritirare un pacco all’ufficio postale ed è stata ritrovata cadavere (il presunto stupratore – assassino, 42enne, è stato arrestato).

uyinene mrwetyana

Il Sudafrica è uno dei luoghi peggiori al mondo per viverci da donna: il tasso di femicidi nel paese è cinque volte tanto la media globale – una tendenza costante dall’anno 2000 – e l’80% delle aggressioni sessuali denunciate negli anni 2016/2017 erano stupri.

I messaggi al riguardo delle donne su Twitter sono strazianti, una valanga di dolore e coraggio a cui il paese dovrebbe dare una risposta a livello politico e sociale. Eccone alcuni:

Sihle Bolani, 2 settembre 2019:

Mia figlia ha 14 anni. Alla sua età, io ero già stata stuprata. La guardo ogni giorno e vedo semplicemente una bambina. Oggi, sto pensando a quanto giovane ero e a come anch’io avevo l’aspetto della bambina che ero. Ma gli uomini sono feroci, violenti, distruttivi e pieni di odio.

Dakalo, 2 settembre 2019:

Il mese scorso, una collega ha dato soldi alla sua figlia adolescente perché andasse in città, a comprarsi un vestito nuovo per il ballo d’esame della scuola. Non ha mai fatto ritorno. Il suo corpo è stato trovato in una siepe non distante dall’ospedale.

Niki, 2 settembre 2019:

Le mie nipotine hanno 4 anni. Quando avevo quell’età, il mio stupratore aveva già cominciato ad addestrarmi. Aveva già messo le mani nelle mie mutande e mi aveva già infilato la lingua in bocca. Avevo – quattro – anni.

Mahlodi Makobe, 3 settembre 2019:

Il mese scorso volevo fare denuncia per le molestie sessuali, la poliziotta che mi “assisteva” mi ha detto che non dovrei essere sorpresa se gli uomini non riescono a tenere le mani distanti da me perché “ke pakile” (ndt. “sei formosa”). Mi sono sentita così sconfitta. Siamo proprio sole.

Avere leggi che puniscono la violenza sessuale è importantissimo, ma non sufficiente. Formare all’eguaglianza di genere legislatori, magistrati e membri delle forze dell’ordine è indispensabile. Aprire una stagione di discussione pubblica su diritti umani, dignità e rispetto per ogni essere umano altrettanto. Altrimenti, ovunque, il risultato è quello che avete appena letto.

Maria G. Di Rienzo

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(“No Boys Have Been Born In This Polish Village For Over A Decade”, di Francesca Volpe per Bust, agosto 2019. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

all girls - foto di Kasia Strek

Quando un piccolo villaggio in Polonia ha inviato una squadra di sole ragazze alla gara regionale per giovani vigili del fuoco volontari, l’assenza dei ragazzi ha attratto l’attenzione dei media polacchi. Da allora, scienziati e troupe televisive sono sciamati a Miejsce Odrzanskie cercando risposte al perché nessun bimbo maschio sia nato nel villaggio da oltre 10 anni, come riporta il New York Times (Ndt.: le immagini di questo articolo sono particolari di quelle pubblicate sul NYT).

Miejsce Odrzanskie, una comunità agricola, si situa sul bordo della più piccola e meno popolata provincia della Polonia. Le ragioni per l’inusuale divario di genere nella popolazione restano ignote, mentre molti residenti considerano una semplice coincidenza la nascita di 12 bimbe dopo l’ultima nascita di un maschietto.

Il villaggio aveva approssimativamente 1.200 abitanti subito dopo la seconda guerra mondiale. Oggi la popolazione si è ridotta a 272. In aggiunta, il collasso del comunismo nel 1989 e l’integrazione del paese nell’Unione Europea nel 2004 hanno dato come risultato un largo numero di migranti polacchi in zone più popolate dell’Europa.

Nell’intervista concessa al New York Times, la sindaca Krystyna Zydziak fa notare che ogni famiglia del villaggio ha un parente che vive all’estero: “Alcuni sono preoccupati di chi andrà a riempire il fabbisogno di lavoro in agricoltura.”, aggiunge. Ma, per il momento, le numerose donne giovani e adulte che lavorano nei campi alleviano le preoccupazioni. La ventenne Adrianna Pieruszka (Ndt.: in immagine qui sotto) lavora nei campi di grano dei suoi genitori, guidando il trattore, durante le vacanze estive. Ad ogni modo, il suo interesse per l’agricoltura non si avvicina nemmeno alla sua passione per il dipartimento locale dei vigili del fuoco.

adrianna - foto di kasia strek

Il dipartimento volontario dei vigili del fuoco è diventato in qualche modo un aggregatore sociale, dato che non ci sono ristoranti o bar e neppure un supermercato nel villaggio. La brigata giovanile si è formata nel 2013 dopo che un gruppo di ragazze chiese al vigile del fuoco professionista Tomasz Golasz di addestrarle per una competizione. Ora, sei anni più tardi, la squadra ha vinto dozzine di gare in tutta la Polonia. “Queste ragazze vivono intensamente il loro impegno. C’è in loro così tanta passione e determinazione. – ha detto Golasz – Per due mesi, prima di ogni gara, vengono ad allenarsi ogni giorno o a giorni alternati dopo la scuola.”

Nel mentre il decennio di assenza di parti di bimbi maschi continua a rendere perplessi gli scienziati e l’opinione pubblica, alla maggior parte delle ragazze non fa ne’ caldo ne’ freddo. La decenne Malwina Kicler, che da tre anni si allena come vigile del fuoco volontaria, spiega al New York Times: “I ragazzi sono rumorosi e dispettosi. Almeno adesso abbiamo pace e tranquillità. I ragazzi puoi sempre incontrarli da qualche altra parte.” Touché.

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“Abbiamo ragazze e donne messe sotto crescente pressione affinché siano “belle”, con bambine di otto anni che si preoccupano del loro peso. In una società che usa l’aspetto di una donna per determinarne il valore ciò non è sorprendente.

L’oppressione relativa al corpo è così prevalente nella nostra società che noi la notiamo a stento.

Anche il capitalismo contribuisce a perpetrare questa forma di oppressione: ogni giorno ci sono venduti programmi dietetici, libri sulle diete e modificatori corporei.

Lo svergognamento del corpo è diventato un enorme affare.” Kate Dickinson, attivista.

Dai giornali italiani, 19-20 luglio 2019:

“Si era sottoposta a un intervento di bendaggio gastrico perché voleva dimagrire, ma è morta.”

“Brindisi, giovane mamma muore dopo 10 ore in sala operatoria per un bendaggio gastrico.”

Annalisa Z., 35enne, sposata e con un figlio di 6 anni, si è sottoposta a “un intervento di chirurgia estetica che consiste nel restringimento dello stomaco. Entrata alle 9 del mattino in sala operatoria, da lì non è più uscita. Nel tardo pomeriggio i medici hanno avvertito i familiari che la donna non ce l’aveva fatta.”

annalisa

Questa è l’immagine di Annalisa che alcuni quotidiani hanno pubblicato e che io ho modificato nei colori per renderla meno immediatamente riconoscibile: l’ho ritenuto un minuscolo gesto di rispetto. Nello stesso spirito, ho omesso il cognome intero.

Avrei potuto evitare di mettere la foto qui, certo, ma era necessario. Perché io non riesco a capire per quale motivo questo corpo non fosse “normale” e che ragioni ci fossero per sottoporlo a un intervento altamente rischioso (donne e uomini muoiono come mosche di interventi di “chirurgia estetica” allo stomaco e non solo in sala operatoria – vedi nota a piè di pagina). Io vedo una giovane donna affascinante, dal sorriso leggermente sarcastico o con una traccia di sfida, che mostra il piacere del proprio unico stile.

Non so quale specifico percorso l’abbia portata in sala operatoria, ma ritengo dei fallimenti a livello umano ancor prima che professionale i medici che su questa strada ha incontrato.

So, invece, di cosa fanno esperienza ogni donna, ragazza e persino bimba che non rispondano agli standard irrealistici del modello corporeo imposto in quest’epoca e reiterato da tutti i media sul mercato, da pubblicità e prodotti “culturali” e dalla mandria di sfigati che spalmano insulti sui social media.

Completi estranei ti urlano per strada di perdere peso e di vergognarti.

Amici e parenti dicono le stesse cose, in tono meno aggressivo (non sempre) e assicurano di farlo “per la tua salute” (di cui non sanno una mazza).

Se discuti animatamente o litighi con qualcuno, per qualsiasi motivo, il tuo interlocutore (o la tua interlocutrice) non potrà astenersi dal farti notare che sei grassa, che non ti scopa nessuno (e se hai una relazione fissa compatirà il tuo povero partner), che non avendo – per lui/lei – valore a livello di attrazione sessuale non ne hai assolutamente come persona.

Chiunque tu frequenti su base quotidiana o comunque ripetuta – compagni di scuola, insegnanti, colleghi, superiori, commessi, operatori sanitari, baristi, autisti di autobus ecc. – pensa di essere autorizzato a esprimere sul tuo corpo giudizi non richiesti: e dopo averti oltraggiata si aspetta che sia tu a scusarti.

E persino ove ci si arrampica sugli specchi per essere “inclusivi”, i corpi di donne non conformi sono sempre e costantemente bullizzati ed esclusi.

Questo ha un nome: abuso emotivo e psicologico. Trauma.

Questo ha conseguenze. Disturbi alimentari, depressione, crollo dell’autostima, autolesionismo, suicidio. Non sono “solo parole”, vedete. E’ vetriolo. Sfregia, deturpa e infine uccide.

Maria G. Di Rienzo

Nota: 20 luglio 2019 – “Chieti, operata per ridurre il peso, muore dopo venti giorni”. Dopo il primo intervento “al quale era seguito un controllo” che dichiarava tutto a posto, la donna lamentava una febbre cronica che gli antibiotici non hanno trattato. Operata una seconda volta “per accertare l’eventuale presenza di infezioni” si è aggravata ed è morta. Però da adesso in poi non avrà più i “problemi di obesità” citati dagli articoli sul suo decesso (abominevoli): una bella fortuna, eh?

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Si alzi il cielo.

Dobbiamo volare sopra la terra, sopra il mare.

Il destino si rivela e se moriamo, si ergono le anime.

Dio, per favore non cogliermi, fino alla vittoria.

(“Till Victory” – Patti Smith)

Nella mia rassegna stampa (internazionale) oggi è spuntato di nuovo questo filo rosso: pornografia / abusi e stupri di bambine.

In Malesia un dodicenne aveva preso l’abitudine di assorbire un po’ di video pornografici su internet e poi mettere in pratica quel vedeva su una bimba di quattro anni, a cui sua madre faceva da babysitter: l’ha stuprata tre volte prima che se ne accorgessero, nonostante la bambina si lamentasse del dolore ai genitali.

In Gran Bretagna, un 48enne similmente aficionado dei video pornografici online deriva da essi l’idea di una “sfida”: filmare segretamente ragazzine (minorenni) sotto la doccia e farla franca. Diciamo che ha raggiunto questo nuovo traguardo per la virilità parzialmente, visto che l’hanno beccato con un bel po’ di filmati sul cellulare.

Insomma, non c’è dubbio che la pornografia sia divertente, innocua e sano svago per tutti: basta con il perbenismo! Avete idea di che danni fa all’industria del sesso? (Sì, purtroppo nessuno.)

E poi c’è l’Italia: “Roma, militare accusato di abusi sulla figlia di 9 anni in caserma: in macchina conservava le mutandine da bambina”. Non solo, aveva in auto anche due dvd molto particolari: un cartone animato dai contenuti pedopornografici, “Il parco delle sevizie”, e un filmato dal titolo “Violenza paterna”.

La figlia di costui – maresciallo 38enne dell’esercito – ha oggi 14 anni ed è ospite di una casa famiglia assieme ai due fratelli. I bambini sono infatti stati allontanati anni fa dai genitori, entrambi militari, perché non accuditi e testimoni di continua violenza. Adesso, la ragazzina ha raccontato il resto e il processo a carico di suo padre è in corso. Come da copione, l’uomo la accusa di raccontare balle: “Sono solo fantasie, ritorsioni di mia figlia perché la sgridavo”.

Ma il tizio che vorrei scuotere come uno shaker (in maniera pacifica e nonviolenta, ovviamente), nella speranza che le sue sinapsi tornino a funzionare, è lo psicologo della struttura in cui la fanciulla si trova.

“Prima di raccontare il dramma vissuto la bambina viveva di camuffamenti. – ha detto costui – Sosteneva che non voleva stare dal padre perché in caserma la lasciava troppe ore davanti alla tv. Perché si annoiava. In quel periodo, essendo all’oscuro di tutto, l’ho anche spronata ad avvicinarsi al padre, per ricucire il rapporto.”

La ragazzina non ce l’ha comunque fatta a DIRE. Spesso, lo psicologo dovrebbe saperlo, per le vittime va così. Ha dovuto usare disegni e lettere per spiegare la situazione. Perché l’uomo che le ha fatto del male, un male la cui cicatrice resterà comunque con lei per sempre, è quello di cui si fidava di più, quello che amava di più, quello a cui doveva la vita. Perché quando da bambina subisci abusi da parte dei tuoi genitori ti senti in torto, sbagliata e cattiva. Taci sia per non sbandierare la tua colpevolezza e vergognarti ancora di più, sia perché se osi aprire solo di un millimetro la bocca al proposito sei a rischio di ritorsioni e immediatamente etichettata come bugiarda.

Adesso che non è più “all’oscuro di tutto”, all’esimio specialista è sorto qualche dubbio sul suo operato? Immagina come si è sentita la sua paziente mentre lui la “spronava” ad accettare un uomo violento, a “riavvicinarsi” al suo carnefice? Era preoccupato che la ragazzina urtasse i delicati sentimenti paterni di un genitore incapace e pericoloso a cui era già stata sottratta?

Prima di raccontare il dramma vissuto la bambina viveva di camuffamenti – Id est, raccontava menzogne, giusto? Dopotutto una femmina è difficile da prendere sul serio, sin dalla più tenera età.

Ma vedete, è strano. Se dici “mio padre mi ha fatto questo” sei una fantasiosa stronzetta che al massimo cerca di vendicarsi per la giusta disciplina imposta dal farabutto con potestà genitoriale, non ti ascolta nessuno e niente niente è colpa di tua madre che ti ha fatto venire la PAS (ciò è a discrezione di psicologi – giudici serenamente ignoranti, visto che dal punto di vista scientifico la cosiddetta “sindrome” in questione ha credibilità ZERO). Se dici “non voglio vederlo perché… mi annoio” – e, ripetiamo, sei stata tutelata con l’allontanamento da tale individuo – inganni immediatamente il terapeuta maschio che ti ascolta: sei sempre una stronzetta, intendiamoci, ma solo superficiale e bisognosa di incoraggiamento a ricucire rapporti.

Poiché ho subito da bambina questo stesso trattamento, e sono passati molti molti anni, il vederlo ancora all’opera è per me insopportabile. E’ il momento in cui mi chiedo se tutto quel che è stato fatto, in decenni di attivismo femminista, per cancellare questa infamia è stato inutile. Mi chiedo persino se io stessa sono inutile. E’ come tentare di risalire un abisso aggrappandosi a una corda fatta di filo spinato. FA MALE. Ma non è stato inutile, non lo è tuttora, e io non mollo la presa, non mollo, scordatevelo. Fino alla vittoria.

Maria G. Di Rienzo

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(“Women never invented anything”, Radical Girlsss, 1.5.2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Radical Girlsss è “un movimento multietnico, laico, femminista radicale di giovani donne e ragazze” formatosi all’interno della Rete Europea delle Donne Migranti – European Network of Migrant Women.)

RADICALGIRLSSS

Per tutte le nostre vite, come ragazze, come giovani donne, ci è stato detto di continuo che le donne non hanno mai inventato, non hanno mai creato, non sono mai esistite.

Quando eravamo bambine e abbiamo cominciato a leggere, i libri ci hanno insegnato che i maschietti potevano fare qualsiasi cosa – esplorare e conquistare, combattere l’ingiustizia, salvare altri e se stessi. Quegli stessi libri non hanno mai mostrato che le bambine erano in grado di fare lo stesso. Ci hanno fatto credere che il nostro ruolo fosse lo starcene ad aspettare che un ragazzo arrivasse a salvarci. Perché nei libri e nelle fiabe le solo donne con del potere sono le streghe e ci si dice che le streghe sono cattive. Sono destinate a essere brutte, meschine e sempre sole.

Quando eravamo bambine e siamo andate a scuola per la prima volta, ci siamo guardate attorno e tutto quel che abbiamo visto erano maschietti – che correvano in giro, occupavano lo spazio come se appartenesse a loro, esploravano e conquistavano proprio come nei libri che leggevamo. Le femminucce? Eravamo inchiodate ai lati, sempre discrete, sempre calme, perché da una bambina ci si aspetta questo, giusto? Graziose, con bei vestitini che ci impediscono di correre, belle acconciature che ci impediscono di vedere. Tenere e dolci, incapaci di difendere noi stesse quando i bambini arrivavano a sollevarci le gonne o a imporre baci, non in grado di ricevere aiuto perché gli adulti guardavano invariabilmente da un’altra parte e dicevano: “I maschi sono fatti così”.

Quando eravamo bambine e abbiamo cominciato a parlare, abbiamo imparato il francese, una lingua in cui le donne non ci sono, una lingua che ha regole del tipo “la forma maschile ha la precedenza sulla forma femminile”. Quando siamo cresciute e abbiamo imparato altre lingue abbiamo capito che non si tratta solo del francese. Nella maggior parte delle lingue le donne non esistono.

Quando eravamo bambine e amavamo andare a lezione, amavamo anche apprendere la storia e la letteratura, le scienze e le arti. Ma ci è stato detto solo quel che hanno creato gli uomini. Quel che gli uomini hanno fatto per la storia, quel che gli uomini hanno inventato… nessuno ci ha mai detto di Alice Guy, che ha inventato il cinema quale lo conosciamo oggi, ne’ di Nelly Bly che ha rivoluzionato il giornalismo contro ogni avversità, ne’ di Emmy Noether che è stata cruciale per lo sviluppo della matematica, ne’ di Mary Andersen, Maria Telkes, Grace Hopper, Stephanie Kwolek, Ann Tsukamoto…

Non abbiamo mai saputo che le donne hanno inventato zattere di salvataggio, refrigeratori, macchine per fare il gelato, sistemi per elaborazione di dati, tecnologia delle telecomunicazioni, trasmissione senza fili, video sorveglianza, seghe circolari, riscaldamento centrale, razzi di segnalazione, vetro trasparente, ponti sospesi, sottomarini…

Non abbiamo mai saputo di aver scoperto la struttura del DNA, il codice genetico dei batteri, la composizione chimica delle stelle, la terapia per il virus del papilloma umano, i cromosomi X e Y.

Non abbiamo mai saputo di Enheduanna, la prima scrittrice conosciuta, di Fatima el Fihriya che ha fondato la più antica delle università, di Trotula da Salerno che fu una delle prime a parlare di salute delle donne e ginecologia.

Non abbiamo mai imparato delle donne coraggiose e forti che lottarono contro la colonizzazione in ogni singolo continente: Fatma N’Souer in Algeria contro i francesi, Manuela Saenz in Sudamerica contro gli spagnoli, Tarenorerer in Australia contro gli inglesi.

Non abbiamo mai saputo di aver combattuto guerre e viaggiato, esplorato e scoperto, non abbiamo mai saputo di aver guidato popoli e eserciti, di aver ispirato e creato. Non abbiamo mai saputo di aver volato e navigato, di essere state pilote e pirate… non l’abbiamo mai saputo perché nessuno ce l’ha detto.

Per tutte le nostre vite, come bambine e ragazze, come giovani donne, ci è stato detto che andava così, che “le donne non hanno mai inventato nulla”. Non abbiamo mai visto esempi femminili forti e complessi nei libri di storia, in televisione, alla radio, in politica, nei musei, al cinema… non ci siamo trovate da nessuna parte.

Si dice spesso che le bambine cominciano a considerarsi inferiori ai bambini attorno ai sei anni. E perché non dovremmo, quando tutto è fatto per limitare il nostro universo? In un mondo in cui tutto è maschile, dai nomi delle nostre strade ai personaggi dei libri che amiamo, dagli dei ai presidenti, in che modo potremmo sognare noi stesse come forti, ispiratrici, complete?

Pensiamo a tutte queste donne che sono state cancellate… Tutte queste donne che a noi è impedito ammirare o aspirare a divenire. Le loro stesse esistenze sono annientate per indurci a credere che non possiamo realizzare nulla, che esistiamo solo per essere belle e prenderci cura degli altri… avremmo voluto conoscerle tutte prima, imparare i loro nomi. Tutte queste donne che hanno fatto la storia ma sono state dimenticate. Artiste, scienziate, attiviste, eroine, sopravvissute che sono scomparse dalla nostra memoria collettiva a causa del sessismo.

Come donne, crediamo di avere il dovere di raccontare le loro storie, di tutte loro. Alle nostre sorelle, alle bambine attorno a noi e al mondo. Perché parlare di loro è parlare di noi stesse. E’ riprenderci le nostre voci e i nostri posti. E’ riprenderci le nostre vite.

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La vulgata fornisce più o meno questo scenario: c’è una bellissima fanciulla, maggiorenne vaccinata e diplomata, che davanti allo specchio si interroga sul proprio futuro. Ha svariati scenari a disposizione: laurearsi e poi conseguire un dottorato di ricerca; andare in tour mondiale con una compagnia teatrale; entrare in una compagnia di danza classica come prima ballerina; lavorare nel settore artistico/creativo di una grande azienda produttrice di tessuti; accettare l’offerta di una squadra professionista di pallacanestro; fare / consegnare pizze nel ristorante della zia; lavorare come inserviente in un asilo nido… aggiungeteci quel che vi pare.

La ragazza si guarda attentamente, sospira (perché le donne sospirano di default in prossimità di specchi, giusto?) e dice “No, studiare è stancante, mandare a memoria tutte le battute di una commedia pure, “Giselle” non la faccio più perché mi annoia, in azienda avrei poche ferie, giocare a pallacanestro mi mette a rischio infortuni, vicino al forno delle pizze è troppo caldo e i bambini piccoli non mi piacciono. Per cui, visto che sono molto attraente e molto compassionevole, e ci sono in giro un mucchio di uomini infelici a cui non viene dato abbastanza amore, farò la sex worker.” Visto? E’ la scelta di una professione come un’altra, anzi di una professione assai migliore di altre, dove non ci si stanca, ci si diverte, non si è a rischio di nulla, il guadagno è ottimo e si è trattate con il massimo rispetto. Niente niente, poi può persino arrivare il “cliente” ricchissimo e strafigo che ti compra bei vestiti e gioielli e alla fine si innamora di te e ti porta a vivere nella sua villa fronte mare.

Nella realtà, però, le cose vanno un po’ diversamente. Come, per esempio, lo racconta la storia di Bridget Perrier (in immagine).

bridget

Bridget, canadese del gruppo etnico Anishinaabe, fu adottata quando aveva 5 settimane da una famiglia non indigena, nel 1976. A otto anni fu molestata da un amico di famiglia e a undici “riconsegnata” all’assistenza sociale. La misero in una casa-famiglia dove ragazze più grandi la iniziarono al commercio sessuale. Lo stesso anno, fu reclutata dalla tenutaria di un bordello. A 12 anni Bridget era una “sex worker”. A 14 fu punita per aver tentato di far soldi all’esterno del bordello: la tennero prigioniera per 43 ore, durante le quali fu stuprata e torturata. Fuggì, ricevette cure mediche (punti interni ai genitali) e l’uomo che aveva abusato di lei fu condannato a due anni, dicasi due, di galera. Bridget finì per “lavorare” agli ordini di un magnaccia che ovviamente otteneva la sua obbedienza a botte.

A 16 anni, mise al mondo il suo primo figlio, un bimbo che a nove mesi sviluppò una forma particolarmente maligna di leucemia e ne morì a cinque anni. La sua morte, dice Bridget, fu la prima terribile spinta a cercare di uscire da quella situazione. Nel 1999 mise al mondo la sua seconda figlia e quello fu il punto di svolta. Poiché era una senza tetto entrò nel programma di assegnazione temporanea di alloggi, sostenuta dai servizi di welfare si diplomò alle superiori e poi prese un diploma in assistenza sociale. Subito dopo fondò assieme ad altre donne “Sex Trade 101”, un’organizzazione che combatte il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e dà sostegno alle sopravvissute come lei.

Oggi di anni Bridget Perrier ne ha 43 e dice: “La gente pensa di noi che siamo in frantumi, ma non è vero. Io ho una buona resilienza, ho solo subito moltissime fratture.”

Maria G. Di Rienzo

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C’è una scuola statale, in Gran Bretagna, che si chiama “Oxford Spires Academy”, che non ha nulla di altisonante oltre il nome e dove gli/le studenti parlano fra loro più di 30 lingue. Ci lavora la professoressa e scrittrice Kate Clanchy (in immagine sotto questo paragrafo) che ha trascorso gli ultimi dieci anni insegnando poesia a bambini e ragazzi – in maggioranza rifugiati o migranti – per aiutarli a guadagnare fiducia in se stessi e a dar forma alle loro proprie narrazioni.

teacher kate

L’anno scorso, guidati da questa donna, gli alunni e le alunne hanno pubblicato un’antologia dal titolo “Inghilterra: Poesie da una scuola”, che ha ottenuto risonanza e lodi a livello nazionale. I due migliori studenti della scuola, una femmina e un maschio, sono anche vincitori di concorsi di poesia.

“Non c’era un grande piano al proposito. – ha spiegato Clanchy – Il successo è arrivato mentre andavamo avanti. E’ il modo in cui alcune scuole diventano famose per il cricket: noi siamo molto bravi a fare poesia.”

L’insegnante racconta di essersi trovata ad avere una scolaresca fatta di “rifugiati dalla guerra e rifugiati dalla povertà”, i cui retroscena di esperienze difficili e in cui avevano sperimentato o testimoniato violenza, davano origine a una serie di memorie e narrazioni taciute, spesso intrise di vergogna. Clanchy ha pensato giustamente che le ferite non curate si infettano – perciò, ha cominciato a guarirle con la poesia: “Penso sia particolarmente importante per i migranti raccontare le loro storie e avere il controllo su di esse. Le loro storie gli sono sottratte non appena arrivano, perché entrando nel paese devono attenersi a una versione precisa e da quella non possono deviare. Molto spesso le narrano in una lingua diversa, mentre hanno paura, e le loro storie finiscono per essere distorte in diversi modi. La poesia ha un’importanza speciale in moltissime tradizioni, per esempio in Afghanistan, soprattutto per le donne: si parlano l’una con l’altra in versi, fanno giochi e gare con la poesia. Perciò, se tu dai modo a queste persone di raccontare le loro storie con la poesia permetti loro di parlare e di essere ascoltate. I miei studenti rifugiati arrivano in una scuola accogliente in cui possono parlare, in cui la poesia permette loro di parlare e l’intera istruzione che ricevono li autorizza a parlare, a essere ascoltati, ad ascoltare gli altri. La scuola è la comunità, e la scuola è l’Inghilterra.”

Nel 2013, l’insegnante creò un club di poesia per un piccolo numero di “ragazze straniere molto riservate”, appena arrivate a scuola, che si riuniva al giovedì per parlare e scrivere. Nei successivi cinque anni, il gruppo produsse lavori che sono stati inondati da premi e riconoscimenti in tutta la nazione.

Da allora, racconta Clanchy, lei ha potuto vedere le ragazze fiorire. Una è avvocata; una si è diplomata con il massimo dei voti e ora studia lingue, inglese e scrittura creativa all’università; sempre all’università ce n’è un’altra che ha vinto una borsa di studio per rifugiati e un’altra ancora che si sta laureando in scienze politiche. Le restanti due stanno studiando per diventare insegnanti.

“Non c’è bisogno che la poesia sia il loro focus e non devono necessariamente diventare scrittrici: la poesia dà solo loro un diverso tipo di fiducia in se stesse. E’ nelle loro vite e ancora la leggono e la creano, le ha aiutate ad acquisire sicurezza e cambiamento. Penso sia semplicemente qualcosa che hanno il diritto di avere.”

Maria G. Di Rienzo

Quella che segue è una composizione di Amineh Abou Kerech, che è arrivata in Gran Bretagna e alla scuola suddetta dalla Siria, nel 2014. Oggi scrive poesia nella propria lingua e in inglese: in ciò che sto per tradurvi Amineh parla al Mediterraneo.

I giorni passano, ma il passato non si muove

In passato

andavo al mare

per camminare sulla sabbia dorata

per ricevere ciò che il mare mandava dalle acque profonde, fuori nello spazio vuoto: conchiglie, ostriche, ogni cosa bella che veniva dall’interno del suo cuore abissale,

e guardare tutto come fosse un dipinto appeso al muro.

Mare, come e perché hai cominciato a mandare pezzi

da dentro di te: barche rotte, gente morta, vestiti,

scarpe, giubbotti di salvataggio lacerati e rivoltati?

Ma il Mare non ha risposto. Io ho detto:

Tu hai rubato sogni. Giù sui fondali

hai rubato bambini, come se fossi affamato, hai continuato a mangiare

senza mai dire sono sazio.

Ma il Mare ancora non ha risposto. Io ho detto:

Mare, dimmi quanto grande è la tua terra,

quanto profonda è la tua acqua, quanto vasto è il fondale che

può sistemare milioni di esseri umani morti.

E ancora il Mare non ha risposto. Io ho detto:

Mare, spero che un giorno tornerai a questo mondo

come una madre che salva il suo piccolo dal pericolo.

E il Mare non aveva nulla da dire.

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