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Posts Tagged ‘sceneggiato’

Quando ricevo richieste di incontri pubblici, il 99% delle volte il tema che mi si chiede di trattare è (ovviamente) la violenza contro le donne: il restante 1% riguarda il concetto di violenza in sé, o storia e pratica della nonviolenza. Dopotutto, sono una trainer alla nonviolenza e anche questo è logico. Ogni volta, che io acconsenta o meno per le più svariate ragioni, mi salta in mente la stessa identica battuta: “Mai nessuno che mi chieda di parlare di Shakespeare!”

will

Sarei in grado di farlo, vi state chiedendo? Direi di sì. Al Bardo io riconosco di dovere molto: la lettura delle sue opere mi ha accompagnata sin da quando ero poco più che decenne – e oggi la mia biblioteca le contiene al completo (molti libri sono di terza mano a dir poco e sono stati acquistati su bancarelle, ma chi se ne frega, le parole ci sono tutte). Lavorando in passato per un paio di riviste sono riuscita a scrivere qualche articolo sul prediletto autore, e in questo blog l’ho nominato/citato abbastanza spesso, ma oggi è una nuova serie tv di produzione statunitense che mi fornisce l’opportunità di farlo: “Will”, la cui prima puntata è stata trasmessa dalla rete TNT il 10 luglio scorso.

A livello di immagine televisiva, William Shakespeare è da quasi quarant’anni – per me – l’attore Tim Curry, ovvero colui che lo impersonò splendidamente nello sceneggiato storico “Vita di Shakespeare” (1978 – l’anno successivo fu trasmesso dalla tv italiana). Perciò, mi sono avvicinata a “Will” in maniera curiosa ma segnata da un certo grado di scetticismo: probabilmente, pensavo, lo avrei giudicato inferiore all’ideale già presente nella mia testa. Sia detto per inciso che le recensioni di matrice britannica da me lette sino a questo momento lo stroncano (c’è un po’ di “veleno” nazionalista che trapela da ciascuna, avviluppato in frasi cesellate tutte traducibili con: Come osano questi americani del menga fare un simile scempio del NOSTRO Shakespeare?), quelle made in Usa sono ambivalenti e caute, “attendiste” nel migliore dei casi.

tim curry as shakespeare

Parte dell’imbarazzo è dovuto al fatto che lo sceneggiato non è una ricostruzione storica e non si preoccupa di essere strettamente fedele ai pochi dati noti sulla vita del drammaturgo, sebbene li usi, è vera e propria “fiction” o meglio: è Shakespeare visto attraverso la prima ondata punk (seconda metà anni settanta, prima metà anni ottanta). Il punk non è stato, e non è, solo musica. Politica, critica sociale, nuove forme in ogni tipo di arte grafica (fumetti, manifesti, volantini, murales), emozioni crudamente autentiche e rivolta contro gli standard “estetici”… quest’ultima espressa sino al punto di cercare di far apparire se stessi rivoltanti agli occhi altrui: poiché sappiamo già di farvi schifo, era uno dei significati, (perché giovani, perché privi di prospettive/aspettative dal vostro punto di vista, perché i nostri sogni vi sembrano patetici, perché siamo situati al fondo della scala gerarchica, perché non ci adattiamo, ecc.) ecco qua, siamo vestiti di stracci e abbiamo i capelli tinti in colori scioccanti e tenuti incollati per aria dal sapone, dozzine di orecchini persino sul naso e portiamo i tampax al collo come pendenti di collane, vi basta? E’ in tutto questo che lo sceneggiato immerge la storia del Bardo.

La scena iniziale vede Will (l’attore Laurie Davidson, nella foto all’inizio di questo articolo) salutare la sua famiglia – che non è proprio concorde e felice riguardo alla sua partenza – e dirigersi a Londra per mettere a frutto le sue capacità di attore e scrittore di teatro; mentre la scena si allarga al paesaggio esplode il giro iniziale di “London Calling” (The Clash): Londra sta chiamando le città più distanti / Ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta arrivando / Londra sta chiamando il mondo sotterraneo / Uscite dagli armadietti, voi ragazzi e ragazze.

Similmente, The Jam (uno dei miei gruppi preferiti) segneranno la panoramica su Londra con “In the City” e l’approccio alla zona dei teatri con “That’s Entertainment”: Un’auto della polizia e una sirena urlante / Un martello pneumatico e cemento che va in pezzi / Un neonato che piange e un cane randagio che ulula / Lo stridore dei freni e la luce di un lampione che va a intermittenza / Questo è intrattenimento, questo è intrattenimento

Aver preso tali canzoni piuttosto che altre non è un caso. Sono specchi per la realtà delle cose e quando qualcuno chiede a Will “cosa fa” (cioè qual è il suo mestiere) lui risponde: Tengo uno specchio davanti alla natura.

Naturalmente siamo e restiamo alla fine del 1500: gli edifici, le piazze, gli attrezzi di scena e i costumi – a parte le tinte clamorose e un paio di braghe in pelle un po’ strano per l’epoca – non dicono niente di diverso, ma per esempio i poster che annunciano le rappresentazioni teatrali hanno lo stesso stile di quelli che annunciavano i concerti punk e il pubblico a teatro indossa simboli e colori che ne fanno l’audience “tipo” dei concerti suddetti. A un certo punto, l’attore-impresario Richard Burbage (Mattias Inwood) si lancia persino su di loro dal palco, come un perfetto punk rocker durante il “pogo”.

Vi dirò: non solo le modalità narrative scelte non mi disturbano per niente, le trovo al contrario intriganti e piacevoli. Recitazione e ritmo sono buoni e in alcune scene volano anche un po’ più in alto, come accade nella taverna in cui il novellino William è sfidato a un “duello di ingegni” dall’acclamato e dotto drammaturgo e scrittore Robert Greene: in pratica una sfida poetica in cui i due si insultano reciprocamente in versi. Nella realtà storica Greene si lamentò per iscritto in un pamphlet (postumo, per cui alcuni dubitano della sua autenticità) del “corvo parvenu che si fa bello con le nostre penne” e “crede di essere l’unico scuotiscena del paese” (gioco di parole fra Shakescene e Shakespeare – “scuotilancia”) rendendolo riconoscibile al lettore pur senza nominarlo direttamente. Nello sceneggiato Greene non è identificato in modo chiaro – e il personaggio storico era di sicuro troppo snob per attaccare qualcuno in una bettola dopo aver alzato il gomito – ma la cascata di rime con cui spara su Shakespeare, che proprio per le rime gli risponde azzittendolo, è composta dalla suddetta invettiva e i due attori rendono la scena assolutamente brillante.

Tuttavia non c’è solo luce all’intorno, nel momento in cui William Shakespeare va a vivere a Londra dalla natia e campagnola Stratford. Scelta rara e inaspettata per una serie televisiva di questo tipo, “Will” ha scelto di mostrare in modo verosimile la portata della persecuzione religiosa nell’Inghilterra elisabettiana. Shakespeare era di famiglia cattolica e l’essere cattolici in quel momento era illegale: il prezzo del reato si concretizzava più spesso che no nell’essere sbudellati vivi in piena piazza, sul palco pubblico delle esecuzioni. Per cui, alla fine della prima puntata abbiamo lasciato il nostro personaggio con una serie di problemi e minacce che gli pendono addosso e vanno dall’infatuazione per la figlia di Burbage (Will è sposato, ha tre figli e non si sente bene all’idea) alla possibilità di essere denunciato per la sua fede.

La cosa migliore di lui fino a questo momento è, come già citato, il modo in cui risponde alle domande: Chi sei? – Nessuno, per ora. Impagabile.

Maria G. Di Rienzo

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Probabilmente non l’avrei notato – ne’ i film ne’ le serie successive all’originale hanno mai avuto per me lo stesso fascino dello Star Trek che seguivo da bambina – ma…

star trek michelle

… vedere la bravissima Michelle Yeoh nei panni di una capitana d’astronave, nel trailer del prossimo sceneggiato della CBS (uscirà questo autunno) è irresistibile!

La storia è ambientata 10 anni prima dell’epoca del capitano Kirk e del sig. Spock ecc., seguirà in 15 puntate le avventure di una nave spaziale chiamata “Discovery” e avrà come protagonista principale un Primo Ufficiale di sesso femminile – l’attrice Sonequa Martin-Green – il cui viaggio personale consiste nell’arrivare a comprendere che “per capire qualsiasi cosa classificata come aliena deve prima imparare a capire se stessa”.

Il trailer, se YouTube non mi fa scherzi, potete vederlo qui:

https://www.youtube.com/watch?v=f8mesUEFjas

Incrociando le dita, trovo promettente si apra sull’immagine di due donne di colore che attraversano un deserto e non con fanfare che sottolineano l’eroismo di qualche astronauta bianco e maschio o con le evoluzioni eccezionali di un’astronave nello spazio, sembra più “umano” e più attento a cogliere le differenze. In effetti, la serie avrà anche un personaggio dichiaratamente omosessuale, – è la prima volta per Star Trek – un ufficiale scientifico di nome Stamets.

Una curiosità: le orecchie a punta questa volta le porta James Frain (uno dei “cattivi” di Orphan Black) nel ruolo del padre del mitico sig. Spock – naturalmente è un padre un po’ stronzo, come potrete desumere dal trailer. Non seguo l’attore in modo particolare ma ogni volta in cui mi imbatto in lui in sceneggiati e film fa la carogna.

Ad ogni modo, sono di nuovo pronta ad “attraversare lo spazio alla ricerca di nuovi mondi e nuove civiltà.” Maria G. Di Rienzo

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Joongang Daily, April 15th 2017: ” ‘Saimdang’ to end series earlier than planned. The SBS series “Saimdang, Memoir of Colors” will end earlier than originally planned, its distributor said Thursday, as the fantasy period drama suffered from low ratings. The Wednesday-Thursday drama starring actress Lee Young-ae premiered on Jan. 26 on SBS as a 30-episode series. SBS said it will end on May 3 or May 4, a week earlier than scheduled.”

saimdang poster

I don’t want to boast or claim anything, but it took me just the two first episodes to say “This is gonna be a flop”. I thought I would have been touched by Saimdang’s history: the documentary I had previously seen about her was promising – with a mother that encouraged her daughter’s studies – but the drama disappointed me even if the female lead is a great actress (I don’t think the same of the male lead Song Seung-heon…) and even if we could see, at last, a supporting character wearing a size larger than zero while doing a meaningful job…. but the italian footage in present day sucked too much and said too much about the shallowness of the script.

The following notes are dedicated to all those k-drama fans’ sites where users wrote really incorrect (and even stupid) things about Italy as they were commenting “Saimdang”:

a) The lines of the italian “actors” do not match the english translation so I guess they don’t match the korean translation either;

b) The subtitles say the villa is in Tuscany and the city is Bologna, but Bologna belongs to another region (Emilia Romagna) and the scene of the “crazy korean woman” has been clearly shot in Florence (Ponte Vecchio and surroundings);

c) The villa’s name, “Siesta di luna”, is not italian, let alone the italian spoken in the year 1551: siesta is the spanish word for nap (it would be “sonnellino” for us), and it is a word that has been absorbed by our language much later. Besides, no owner would have named his/her villa “Sonnellino della Luna” in that age – the surname of the family or something picked by topography or mythology would have been chosen;

d) Obviously our country has laws about the so called “beni culturali” – historical buildings and artefacts such as paintings, etc. No guardian or civil servant or estate agent (the man in the drama states in italian “I’m not the owner”) is allowed to give what can be found in an ancient villa as a gift to a visitor but even so, the korean lady wouldn’t have been able to carry those objects out of Italy lawfully due to the strict control measures at the airport;

e) Yes, our country has a great burden of misogyny, domestic violence, femicide and street harassment: but it’s unbelievable that every single stranger Lee Young-ae meets in Italy speaks to her in what we can call “banmal” (we usually speak in the third person to adult people we don’t know: lei – not tu) and calls her “bella” (beautiful): that made me feel like shouting “are you mad or what” and “have you done proper research” to the scriptwriter.

I remember two similar huge missteps: a drama where a young woman, boasting her fresh studies in Italy, states that “pasta” (spaghetti etc.) is made with tomatoes and can trigger allergies – it’s the common sauce or gravy for pasta that uses them, pasta is made with flour, water and salt; and a documentary about traditional garments where was asked to an italian stylist about hanbok while she was wearing one: she said more or less “Yes the fabric it’s beautiful but I will have to modify the dress if I really want to use it, because now I cannot walk”: the korean translation and the english translation of it were fakes like “OMG it’s really great!”

Finally, for the historical part of drama: 1) it was boring beyond expectations and its pace so predictable I guessed almost every scene coming; 2) hardly explored what art meant to Saimdang, what she was trying to express and leave behind, who she really was, because most of the time the focus was on a fictional and broken and crossed and impossible love story – and triangles and even quadrangles added no flavour to it. Maria G. Di Rienzo.

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Adorabili compagne/i di viaggio cibernetico: la connessione è ripristinata (con il legittimo dubbio che il provider si ingarbugli di nuovo nei propri errori nel prossimo futuro, ma intanto va). Potrebbe essere l’unica buona (ehm…) notizia che ricevete oggi, per cui allegria! E visto che domani è il mio compleanno… no, non dovete darmi quello strano anello d’oro che avete ripescato dal fiume, tesssori… e intendo occuparmi egoisticamente solo di me stessa, vi scrivo una pappardella bella lunga oggi. Qualcuna/o stenterà a crederlo, ma c’è gente che si fida delle mie recensioni di sceneggiati, per cui ecco cos’ho visto di recente che posso consigliare anche a voi (con l’eccezione della stagione n. 4 di Orphan Black, la peggiore del mazzo: è riuscita a buttare nello scarico del wc tutto quanto di buono aveva fatto in precedenza).

Vera

Il primo premio del mio gradimento va senz’altro a “Vera”, una serie poliziesca britannica basata sui romanzi di Ann Cleeves. La protagonista Vera Stanhope – interpretata da Brenda Blethyn, nell’immagine sopra – capo ispettrice nel Northumberland, è uno dei personaggi più realistici (e di conseguenza per me più amabili e affascinanti) che io abbia mai visto in uno sceneggiato televisivo. Donna di mezz’età con una storia di abbandono familiare alle spalle, arruffata e scapigliata, irascibile, acuta e penetrante e calcolatrice, che si cura profondamente del proprio lavoro e dei propri colleghi. Puoi pensare di entrare in una centrale di polizia e trovarla là che maneggia incartamenti, fa ipotesi, programma sopralluoghi e interrogatori… e dopo averle esposto il tuo caso chiederle se le va di prendere un caffè con te: “Sure, pet” (“Certo, tesoruccio”) ti risponderà Vera con il suo caratteristico intercalare.

Inoltre, le trame di Ann Cleeves sono solide, hanno credibilità e ritmo e la giusta dose di anticipazione, per cui è un vero piacere scoprire pian piano la verità – che è sempre fatta di luci e ombre, come nella vita reale – assieme alla capo ispettrice. Da notare: nessuna battuta sull’aspetto di costei – e vorrei vedere uno che ci si prova…, nessun “consiglio” 3F (fitness – fashion – femininity : forma moda femminilità) le viene ammannito e il suo corpo è lei stessa e basta, non una bandiera da sventolare o un manichino da vendere.

Dal lavoro della medesima autrice è stata tratta un’altra serie poliziesca altamente consigliabile, Shetland”, ambientata nell’omonimo arcipelago scozzese. Oltre a condividere tutti i tratti positivi di “Vera” in termini di plot, anche qui il protagonista è piacevolmente inusuale rispetto agli standard americanizzati di produzioni simili. L’ispettore Jimmy Perez (interpretato da Douglas Henshall) è probabilmente l’unico uomo che vedrete in televisione condividere amore, cure e fatiche della crescita della figliastra con il precedente marito della madre di lei, deceduta, in una relazione d’amicizia che riesce a superare gelosie e asprezze. Di “Shetland” ho anche apprezzato molto il modo in cui ha trattato lo stupro sofferto dalla “mano destra” dell’ispettore, la sergente McIntosh. Di solito, quale espediente narrativo, lo stupro è usato in modo infame per titillare la morbosità degli spettatori, per punire un personaggio femminile “troppo” orgoglioso e sicuro di sé e rassicurare con ciò l’audience maschile o per motivare tale personaggio nelle sue decisioni e scelte (per la serie: una donna dev’essere stuprata per avere uno scopo). In “Shetland” non accade nulla di simile: noi sappiamo ciò che è accaduto ma non lo vediamo nei dettagli, ciò che vediamo invece, realisticamente, è la lotta dolorosa di una giovane donna per riprendere signoria e controllo sulla propria vita.

Nell’ambito dei gialli inglesi una rapida menzione onorevole va anche a “Happy Valley”. (Nella foto l’attrice Sarah Lancashire nei panni della protagonista, la sergente Catherine Cawood)

sarah lancashire - happy valley

La “Valle Felice” è quella del fiume Calder nel nord dell’Inghilterra e si tratta di un eufemismo realmente usato dalla polizia locale per alludere ai problemi di droga dell’area. Dietro la serie c’è la scrittrice e regista Sally Wainwright e forse per questo le donne in essa sono esseri umani a tutto tondo. Catherine Cawood, divorziata, vive con la sorella (ex alcolista ed eroinomane) e con il nipotino. Quest’ultimo è purtroppo il frutto di uno stupro da cui la figlia di Catherine non si riprese mai, giungendo a suicidarsi. Per entrambe le due stagioni della serie la sergente deve vedersela in un modo o l’altro con il violentatore della figlia, rimesso in libertà dopo 8 anni di carcere e deciso a “vendicarsi” di lei che ce l’ha mandato, mentre cerca di risolvere vari casi. Discorso uguale a “Vera” (e a “Shetland”) per le 3F: sono felicemente invisibili.

Il secondo premio del mio gradimento va a uno sceneggiato norvegese da poco terminato, “Okkupert” (“Occupati”). Nell’immagine qui sotto vedete la magnifica attrice Raghnild Gusbranden, che interpreta la capa dei servizi segreti norvegesi. (3F? Nei, takk – e cioè No, grazie in norvegese).

raghnild gusbranden - okkupert

Okkupert” descrive un prossimo futuro in cui la Russia, con l’approvazione e l’appoggio dell’Unione Europea, occupa la Norvegia affinché quest’ultima riprenda la produzione di petrolio, dismessa da quando il Partito Verde ha vinto le elezioni nel paese (dopo che un uragano di enormi proporzioni causato dal cambiamento climatico ha devastato la Norvegia). La crisi energetica europea è grave: il Medioriente, a causa dei continui tumulti, non le fornisce petrolio e nemmeno lo fanno gli Usa, che sono entrati in un regime di autosufficienza abbandonando la Nato. L’idea del governo norvegese è sostituire i combustibili fossili con l’energia nucleare derivata dal torio (è assai meno pericoloso dell’uranio, in effetti, ma – questa è l’unica pecca che trovo nella storia – mi suona stridente l’idea che diventi il vessillo di un partito ecologista). L’occupazione è sinistramente “morbida”, strisciante, ufficialmente paludata dal gergo e dalle consuetudini della politica (un teatrino di convenzioni e trattati e accordi senza effettiva rilevanza) e sempre più violenta mano a mano che il governo e la popolazione norvegese oppongono ad essa atti di resistenza. La trama è fitta e avvincente, ma non ve la racconto nei dettagli sia per non rovinarvi il piacere di vedere lo sceneggiato, sia perché dovrei scrivere sino a domani mattina… per quel che riguarda l’avvincente, vi basti sapere che al termine di ogni puntata mi spostavo dal salotto in qualsiasi altra stanza borbottando: “Dannazione, la Norvegia è ancora occupata!”

Noto di passaggio che fra le produzioni televisive nordiche potreste apprezzare anche la serie poliziesca islandese “Ófærð” (“In trappola”) in cui un incendio apparentemente casuale che provoca la morte di una ragazza si collega, sette anni più tardi, al torso di un cadavere mutilato ripescato dal mare. Qui sotto c’è lo straordinario Andri Olafsson, e cioè l’attore Ólafur Darri Ólafsson, capo della polizia locale: in tutto tre persone, il “locale” è la piccola città di Seyðisfjörður.

olafur darri olafsson

Ah: nessuna scherzosa battuta o saggio consiglio su come diventare una sardina ne’ per il detective, ne’ per qualsiasi altro personaggio maschio o femmina. Anche qui impera il rispetto per i corpi, la nozione che i corpi umani sono esseri umani, stupendamente vari.

Terza postazione per una serie fantastica spagnola, El Ministerio del Tiempo” (“Il Ministero del Tempo”). La premessa è che in Spagna sia custodito un segreto cruciale: un’istituzione governativa autonoma che risponde solo al Primo Ministro e che si occupa di raddrizzare gli incidenti causati dai viaggi nel tempo. Il Ministero del Tempo custodisce e controlla le porte che conducono dall’oggi a varie epoche del passato, assicurandosi che nessuno cambi la Storia a proprio beneficio. Per chiunque si interessi come me sia di Storia sia di narrazione fantastica questo sceneggiato è una doppia delizia. Si dipana principalmente seguendo le avventure di una delle squadre di intervento del Ministero, formata dal soldato Alonso de Entrerríos (originario del 1.600), dalla studente Amelia Folch (19° secolo, “capa” della pattuglia) e dal paramedico Julián Martínez reclutato nel tempo presente. I tre attori sono rispettivamente Nacho Fresneda, Aura Garrido e Rodolfo Sancho – che è brillato di recente anche nella serie gialla “Mar de plástico”.

ministerio

La struttura delle puntate è bilanciata in modo sapiente e sfaccettato, la tensione drammatica (ad esempio la tentazione di cambiare il passato per riavere la moglie morta da parte di Julián Martínez) ha sempre il suo contrappeso “leggero” (i comici tentativi dello spadaccino delle Fiandre Alonso de Entrerríos di trovare senso e posto nel 2016); le figure femminili sono variegate e trattate con la massima cura narrativa: hanno spessore e profondità che età, aspetto e sessualità non oscurano e noi spettatrici e spettatori possiamo finalmente trovare normale il rispetto dato alle loro capacità e competenze. Per cui… buona visione a voi e tanti auguri a me, ci risentiamo il 5 giugno! Maria G. Di Rienzo

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sfd 2

Deprivazióne s. f. [dall’ingl. deprivation “privazione, l’essere privato di qualche cosa” ]. –

1. Il fatto di privare o più propriamente d’essere privato di qualche cosa, e specialmente di cosa necessaria...

sfd

Ecco, da martedì scorso, una volta conclusa la cinquantesima e ultima puntata di “Six Flying Dragons” noi spettatori – in tutto il mondo – ci sentiamo così, deprivati. E non riuscendo a staccarci di colpo da una storia avvincente che avrebbe sopportato un’altra cinquantina di episodi senza risentirne ne’ da personaggi che abbiamo amato intensamente… guardiamo video con nostalgia e scriviamo post balenghi come questo o simpatici come quello di Kiyulking tradotto in calce. Finiremo di sicuro per trovare un’altra “droga”, ma nel frattempo condividete con noi qualche surrogato e perdonateci. Maria G. Di Rienzo

Tema di Lee Bang-won:

https://www.youtube.com/watch?v=h9PAttWtwQs

lee bang won

Tema di Dang-sae / Lee Bang-ji:

https://www.youtube.com/watch?v=ZjYu_cFairI

Canzone delle montagne verdi”

청산별곡, 靑山別曲, Cheongsan Byeolgok, canzone del periodo di Goryeo (918 – 1392) di autore anonimo:

살어리 살어리랏다 .

Vivere, vorrei vivere

靑山(쳥산)애 살어리랏다

nelle verdi montagne vorrei vivere

멀위랑 ᄃ래랑 먹고

mangiando grappoli selvatici e frutti acerbi

靑山애 살러리랏다.

nelle verdi montagne vorrei vivere

얄리얄리 얄랑셩 얄라리 얄라

Yali Yali Yallasyeong Yallari Yalla

우러라 우러라 새여

Piangete, piangete, uccellini

자고 니러 우러라 새여.

Svegliatevi e piangete, uccellini

널라와 시름 한 나도

Con più preoccupazioni di voi

자고 니러 우니로라.

nello svegliarmi piango anch’io

얄리얄리 얄라셩 얄라리 얄라

Yali Yali Yallasyeong Yallari Yalla

https://www.youtube.com/watch?v=GxEl0P-l7NY

I sei draghi:

https://www.youtube.com/watch?v=uf6V-D4CmD0

boon yi

Gente: Perché ti piace “Six Flying Dragons”?

Io, interiormente: Oltre alla complessa rappresentazione di numerose donne rilevanti, ogni personaggio mostra di avere motivazioni (sovente egoistiche o che puntano a oltrepassare limiti) e ogni morte è vissuta con commozione sino all’ultimo secondo: nessun personaggio in “Six Flying Dragons” è trascurabile e ogni attore ha interpretato la propria parte incredibilmente bene, ad di là di quanto rilevante fosse il suo personaggio nella serie. Inoltre, tutti i personaggi sono mostrati come moralmente “grigi” e nessuno di essi è davvero altruista o monodimensionale nei propri scopi. “Six Flying Dragons” non è solo uno sceneggiato storico, è uno sceneggiato umano che fa luce sull’avidità e il conflitto così come sulle distanze a cui le persone sono disposte a spingersi per assicurare potere alle “radici del trono”, sollevando continuamente nel contempo la domanda se “mostri” si nasca o si diventi.

Io, esteriormente: Byun Yohan è carino. – Kiyulking”

byun yo-han

(Eccolo qua, nello sceneggiato era lo spadaccino Dang-sae / Lee Bang-ji)

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poster six flying dragons

Quelli che vi hanno portato via la terra si oppongono all’idea della riforma agraria insistendo sul fatto che la politica è complessa. Ma cos’è la politica? La politica sembra complessa dall’esterno, ma in effetti è molto semplice. La politica concerne la redistribuzione. Alla fine, la politica non è altro che questo: da chi prendiamo qualcosa e come lo distribuiamo, da chi lo togliamo e a chi lo diamo.” Jeong Do-Jeon, al termine della puntata n. 32 di Six Flying Dragons – Sei draghi in volo (육룡이 나르샤) di martedì 19 gennaio u.s.

sambong

(Jeong Do-Jeon, detto Sambong, interpretato dall’attore Kim Myung-Min)

Alle spalle, mentre parla, lo studioso confuciano ha una montagna di libri e incartamenti: sono i registri della proprietà terriera nel regno di Goryeo (918–1392) e il vero e proprio monumento della sofferenza della popolazione, che si consumerà in fiamme poco dopo. Il fatto è storico: nel settembre 1390 i registri furono bruciati a Gaegyong. Il fuoco andò avanti per diversi giorni e la povera gente – dicono i resoconti – “lo guardava piangendo di gioia”.

Sì, era da un po’ che non vi affliggevo con la recensione di uno sceneggiato televisivo, ma la vostra fortuna è finita 😉 : arrivata a questo punto della storia (che conta in tutto cinquanta episodi, è trasmessa dalla sudcoreana SBS e finirà il 22 marzo prossimo) non posso non condividerla: è davvero ben scritta, ben diretta e recitata con enorme passione.

Cominciamo dal titolo. Non è la prima volta che vi parlo dei sei draghi volanti

https://lunanuvola.wordpress.com/2011/10/09/lalbero-dalle-radici-profonde/

e l’immagine qui sotto è il libro che contiene in versi le loro storie, lo Yongbieocheonga (용비어천가) pubblicato da re Sejong nel 1445 per promuovere l’utilizzo del nuovo alfabeto (hangul) da lui inventato.

song of dragons.jpg

In questo originale i sei draghi sono i sei antenati del re; lo sceneggiato ricrea lo schema prendendone due, il generale Yi Seong-gye – poi re Taejo e suo figlio Yi Bang-won – poi re Taejong, vi aggiunge la figura storica di Jeong Do-jeon e tre personaggi di fantasia: Lee Bang-ji (il miglior spadaccino in circolazione), sua sorella Boon-yi e il giovane guerriero Moo-hyul. Regista e sceneggiatori sono gli stessi di “Queen Seondeok” del 2009 e di “Tree with Deep Roots” del 2011, due ottimi lavori.

L’epoca in cui si muovono i sei draghi è quella del passaggio dal regno di Goryeo a quello di Joseon, ovvero un cambiamento drastico di dinastia, di sistema, di rapporto dello stato con la religione: nel bene e nel male è una vera e propria rivoluzione nel modo di guardare al mondo e al proprio posto in esso. La questione della terra – a chi appartiene, chi ha il diritto di tassare i raccolti e quanto e perché – è centrale allo svolgimento della storia. A Goryeo i diritti sulla terra erano gestiti in modo da rendere il paese un paradiso per l’1% della popolazione (i nobili) e un inferno di povertà, fame, malattia e sfruttamento per il restante 99%. Sulla carta niente impediva a un cittadino comune e persino a uno schiavo di possedere del suolo coltivabile e di lasciarlo in eredità ai propri figli: logicamente, però, doveva pagare le tasse relative. Esse potevano essere riscosse dal governo o da un individuo o un’agenzia autorizzata dal governo (nobile, burocrate, tempio buddista): di solito, un giorno arrivava un nobile a dire al contadino che il campo su cui lavorava era in origine di proprietà dei suoi antenati e gli mostrava un falso documento di registrazione. Il contadino, che ovviamente non aveva imparato le migliaia di caratteri cinesi necessari a leggerlo, non aveva modo di contestarlo ed era inutile che andasse dal locale ufficiale di governo a lamentarsi, perché il nobile aveva già allungato a quest’ultimo la mazzetta necessaria a comprarne la complicità. Oppure, uno dopo l’altro, 5-6-7 nobili sostenevano di aver ricevuto dal governo il diritto di tassare quella terra e sventolavano sotto il naso dell’agricoltore i documenti del caso: la percentuale di raccolto che finiva per essere consegnata agli esattori ammontava all’80-90%. Come dice Boon-yi (l’attrice Shin Se-kyung) nello sceneggiato: “Ognuno di noi restava con due cucchiai di riso dopo aver faticato un anno intero.” Chiaramente, molti smettevano di lavorare la terra, diventavano mendicanti o si davano al banditismo.

Alla fine la doverosa riforma agraria non fu implementata nella forma in cui era stata pensata da Jeong Do-Jeon e altri studiosi confuciani, con la distribuzione ai contadini a seconda della densità demografica, ma il rogo dei documenti fece collassare molti nobili corrotti e le tasse calarono al 10%. Re Gongyang (il 34° e ultimo re di Goryeo) ebbe a lamentarsi che il sistema tradizionale di diritti sulla terra fosse stato abolito proprio durante il suo regno – che durò tre anni appena: il re fu deposto dal generale Yi Seong-gye e la dinastia Joseon ebbe inizio.

Ma Storia a parte, che per me è un forte interesse ma può non esserlo per chi legge, cos’ha di speciale questo sceneggiato? In primis, i personaggi femminili. Non occorre conoscere le produzioni sudcoreane, basta aver visto la tv a casa propria e mi si capirà: nessuna delle protagoniste di “Sei draghi in volo” è l’amorosa scervellata, la damigella in periglio, la bieca spezzacuori maschili, l’agnello del sacrificio. E c’è di più: nessuna vede le altre donne con cui è in relazione come competitrici per l’attenzione degli uomini. Quello che dovrebbe essere il “triangolo” fra Boon-yi, Yi Bang-won e Min Da Kyung, la donna sposata da costui allo scopo di ottenere il sostegno del potente clan Min, è un’alleanza fra individui intelligenti e motivati che sanno perfettamente cosa stanno facendo (la rivoluzione) e perché (vogliono giustizia, equilibrio, riparazione, felicità). Yeon-hee, il primo amore del fratello di Boon-yi, sopravvive a un brutale stupro e diventa una scaltra doppia agente che raccoglie informazioni per Jeong Do-Jeon e infine si vendicherà personalmente del suo aggressore; la sua capa al Hwasadan, formalmente un raffinato bordello, è un’astuta politicante che influenza vari nobili e comanda uno squadrone di spadaccine che non hanno niente di ridicolo o di sessualizzato; Gab Boon, che da bambina si è vista rapire la madre e a cui il fratellino, per mancanza di latte materno, è morto fra le braccia, trova la forza di vivere nelle sue amicizie (Boon-yi, Lee Bang-ji, Moo-hyul e la sua numerosa famiglia) e nella sua abilità di artista di strada; la madre scomparsa di Boon-yi e Bang-ji – la cercano disperatamente durante le prime puntate – è viva e vegeta e vittima di nulla: è in realtà la capa di una potente organizzazione politica; l’amante del re Gongyang, che a prima vista sembra la figurina di un carillon, è invero Chuk Sa Gwang, l’ultima erede di una micidiale forma di arte marziale… E tutte sono sfaccettate, profonde, complesse, ritratte in modo umano e credibile. Penso che le attrici stiano dando il meglio di se stesse proprio perché ruoli simili sono rari: qui, non devono giocare alle belle statuine e ognuna di loro ha l’opportunità di recitare davvero.

La seconda cosa pregevole dello sceneggiato… sono i personaggi maschili. Naturalmente lo scavo psicologico per loro è più scontato, ma non è usuale vedere per esempio un giovane uomo stravolto dal dolore nell’ascoltare il resoconto di uno stupro, senza traccia di biasimo per la vittima, semplicemente addolorato e furioso: e quando si trova faccia a faccia con lo stupratore mentre costui racconta ridendo ai convitati come ha inseguito la ragazzina nei campi, come lei “tremava e piangeva”, questo stesso giovanotto urla “Basta!” e rovescia la tavola: è il dolcissimo guerriero Moo-hyul, limpido come l’acqua, amico leale, pronto a innamorarsi a un battito di ciglia e convinto che le donne siano esseri umani degni di rispetto.

Persino i “cattivi” lasciano una traccia di rimpianto, quando sono finalmente sconfitti, esiliati o ci lasciano le penne. E’ il caso di Gil Tae-mi, lo “spadaccino con l’ombretto” di cui chiunque impugni una spada ha terrore. Niente della sua “effeminatezza”, dei suoi cosmetici o gioielli o gesti vezzosi, lo degrada, lo umilia, ne abbassa la considerazione negli altri. E quando viene ucciso da Lee Bang-ji, che gli strappa con ciò il titolo di “miglior schermitore dei tre regni”, raggiunge durante il duello una statura tragica da Oscar.

gil tae mi1

(Gil Tae-mi:

dev’essere sorpreso perché la fornitura di cipria dalla Cina ritarda un po’…)

Infine. La musica. Tolti i due/tre pezzi che sottolineano i tormenti amorosi dei protagonisti (e che annoiano un po’ la cinica sottoscritta) ci sono degli strumentali altamente evocativi e un paio di canzoni per cui l’aggettivo “bellissime” non è sprecato. Vi lascio con una di esse, il link è alla fine della traduzione. Maria G. Di Rienzo

Muiiya

Danza di spade e vista di fiori,

la melodia di Dohwajeon (la residenza del primo ministro) è allegra in modo agghiacciante.

Tutti i grandi lavori degli scorsi 500 anni sono stati fatti per niente.

I padri sono infilzati dalle spade,

i figli lacerati a morte dalle tasse.

Il lamento del dolore echeggia attraverso il Manwoldae (palazzo reale di Goryeo)

in ceneri volanti (dei corpi cremati).

C’è qualche differenza?

Sto chiedendo al mondo di decidere fra vita e morte

C’è qualche differenza tra la politica e le spade?

Tu, l’uccellino senza nome nel cielo,

perché cinguetti così tristemente?

Non potrai trovare dove i fiori selvatici sono caduti, in ogni modo

C’è qualche differenza?

Sto chiedendo al mondo di decidere fra vita e morte

C’è qualche differenza tra la politica e le spade?

Tu, l’uccellino senza nome nel cielo,

perché cinguetti così tristemente?

Non potrai trovare dove i fiori selvatici sono caduti, in ogni modo

https://www.youtube.com/watch?v=KmasA7N2BAc

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Arang e il Magistrato. (Hangul: 아랑사또전)

Regia: Kim Sang-ho; Sceneggiatura: Jung Yoon-jung; Rete televisiva: MBC; Protagonisti principali: Shin Min-a (Arang) e Lee Jun-ki (il Magistrato Kim Eun-oh).

 

La storia di base è una leggenda assai nota: il fantasma di una giovane assassinata appare ad ogni nuovo Magistrato della città di Miryang chiedendo giustizia, sino a che uno di essi non si assume il compito di punire l’omicida. Il film basato in precedenza su questa premessa era inguardabile per i miei gusti: un horror cupo, a volte insensato, zoppicante nello svolgimento della trama, che non offriva sollievo neppure nel finale. Lo sceneggiato è tutt’altra faccenda – riesce ad essere intenso e lieve allo stesso tempo – e rielabora la vicenda a partire da questa premessa: il fantasma di Arang è privo di memoria e quel che cerca non è la vendetta ma la verità sulla propria morte. Non è il capolavoro dell’anno, a volte è scontato, ha qualche scena superflua o troppo lunga per i miei gusti, ma se ho deciso di continuare a vederlo dopo 6 puntate significa che mi trasmette qualcosa di gradevole.

In primo luogo è piacevole a livello visuale. Mi godo i colori, le sfumature, le nebbie sovrannaturali, il gioco di luci ed ombre, gli scenari e i costumi come se guardassi un quadro in movimento. In secondo luogo, i due protagonisti principali sono due attori e non due imbecilli tirati fuori da gruppi di idol-boys e idol-girls (sapete, quel tipo di intrattenitori anoressici ed ossigenati che sculettano a ritmo sui palcoscenici di Corea e che qualcuno, insultando Tersicore, Jimi Hendrix e l’intelligenza umana, osa chiamare “musicisti”). Shin Min-a e Lee Jun-ki almeno sanno recitare, il che rende credibile e fruibile uno scenario che potrebbe crollare facilmente, sospeso com’è fra realtà e magia, se gli attori non fossero capaci di bilanciarsi in esso. In terzo luogo, Arang è completamente diversa da come la leggenda la tramanda. Di base è determinata, positiva, persino allegra, ostinata al punto di riuscire ad estorcere un patto con gli dei dell’Aldilà (che le permetteranno di cercare la verità dandole di nuovo forma umana). Le scene in cui, da spettro, si difende a cazzotti dall’aggressione di altri fantasmi sono esilaranti e molto rare nei drama: di solito l’eroina frigna e urla in attesa dell’apparizione dell’eroe che la salverà. Anche il Magistrato, che possiede il raro dono di vedere i fantasmi, è differente da come ce lo aspettavamo a norma di leggenda: un nobilotto autocentrato – ma falsamente indifferente – che si vanta di non aver mai detto: grazie, scusa e ti voglio bene. Sebbene Arang finisca per piacergli, il motivo per cui decide di aiutarla è che la ragazza potrebbe essere collegata alla madre scomparsa che lui sta cercando: Arang porta infatti nei capelli lo stesso “binyeo”, un fermaglio tradizionale, da lui regalato alla madre.

Mi stanno bene anche gli ingredienti classici della commedia: la sciamana ciarlatana e il servitore sempliciotto, le punzecchiature e le allusioni sessuali, il trio comico degli amministratori cittadini. Mi stanno bene gli elementi pseudo-horror: la continua sparizione di fanciulle, la malvagia mangiatrice-di-anime mandante dei loro omicidi (che sembra essere la mamma del Magistrato…), l’esecutore incallito degli stessi che è diventato tale in cambio di una vita da nobile (ma potrebbe sbarrare di meno gli occhi, per favore? Abbiamo capito che in fondo è tormentato e infelice, se continua ad enfatizzarlo rischia di passare al comico anche lui).

La cosa principale che mi disturba, invece, sono le scene in cui Arang viene trascinata per il polso dal Magistrato e da lui trattata come una marmocchia di quattro anni. Dopo averci regalato un’eroina inusuale con cui riusciamo subito a simpatizzare e con cui per una ragazza è finalmente positivo identificarsi (Arang è indipendente, forte, spiritosa, onesta e fondamentalmente buona anche nei suoi commenti maliziosi o nei suoi scoppi di rabbia), lo show se ne pente e cerca di infantilizzarla un po’ e di mostrare che un uomo le è comunque “superiore”, vuoi mai che qualche confuciano molto conservatore si risenta nel vedere una donna troppo in gamba. La “bambinizzazione” delle donne è comunque un classico nei drama coreani: dall’altezza, per cui se la protagonista arriva al petto del suo corrispettivo maschile e deve montare su un rialzo per baciarlo è il massimo, alla vocetta da asilo – ascoltate le attrici parlare fuori scena e vi accorgerete che quel tono da ochette lagnose non è il loro tono usuale; per non parlare delle stanze di trentenni zeppe di orsetti di peluche e di specchi e cuscini a forma di cuoricino, o dei broncetti e delle bizze che secondo gli sceneggiatori coreani sarebbero i modi in cui una donna adulta risponde alle frustrazioni. Ma se in “Arang e il Magistrato” questo andazzo è appena accennato e il resto fa sì che lo si sopporti, esso è pervasivo e sommamente distruttivo nella delusione dell’anno, quel “Faith” (Hangul: 신의) di cui passo a parlarvi.

 

Fede”, o “Il Grande Medico”, della rete televisiva SBS, si è annunciato con tre trailer successivi molto misteriosi, in cui ad un panorama si susseguivano scene di incursioni notturne e battaglie, con poco dialogo o niente dialogo del tutto. Il primo della serie si apriva con brevi scene sfocate di altri sceneggiati prodotti dalla coppia assai rinomata che ha assemblato “Faith”: il regista Kim Jong-hak e la sceneggiatrice Song Ji-na.

In effetti questi due hanno creato veri e propri capolavori, alcuni dei quali hanno superato il 50% di share e sono stati rubricati come “drama nazionali”: nel caso di “Sandglass” (“Clessidra”), uno sceneggiato del 1995, negozi ed uffici chiudevano in anticipo per permettere ai loro dipendenti di correre a casa a vederlo. Io li ho conosciuti grazie a “Legend” (태왕사신기, noto anche come “Story of the First King’s Four Gods”, 2007) che ho trovato straordinario per congruenza narrativa, scenari, recitazione e messaggio. Pensate che passava persino l’Alison Bechdel Test: è capitato due o tre volte, infatti, che vi fossero due donneche parlavano insiemedi qualcosa di diverso da un uomo. Ed è stato davvero piacevole sentire un Re rivolgersi al suo esercito in questo modo: “Non morite. Non ho bisogno di uomini che gettino via la loro vita per me. Vivete e restate al mio fianco.”, o sentirlo dire prima della sua volontaria scomparsa: “Questa è la risposta che darò al cielo: io credo nell’umanità.”

(Gwanggaeto il Grande, il 19° monarca di Goguryeo, ha davvero lasciato dietro di sé una frase simile, probabilmente dopo aver effettuato una “separazione tra stato e tempio”: “Ora non è più l’uomo che aspetta, ma il cielo. Ora, ogni volta in cui mi giro, il cielo è dietro di me.”)

Quindi, le mie aspettative per il nuovo sceneggiato di Kim Jong-hak e Song Ji-na erano – doverosamente – alte, nonostante sapessi che il protagonista principale sarebbe stato quel Lee Min-ho faccia-da-saponetta che nei suoi fan-club internazionali viene chiamano Lee Min-hot … e questo dovrebbe già darvi la misura di quanto valga come attore: vale quanto il suo gradevole (de gustibus) aspetto. Quando avrà 40 anni dovrà giocoforza cambiare mestiere, perché un sacco di bei giovanotti incapaci di recitare come lui lo avranno rimpiazzato nel cuore delle sgallettate di tutto il mondo. La sua co-star, Kim Hee-seon, la conoscevo come partner di Jackie Chan nel film “The Myth”: non mi era sembrata eccezionale (d’altronde il film non richiedeva un’abilità sublime per il suo ruolo) ma nemmeno un’incapace.

Alcuni dettagli, protagonisti a parte, mi rendevano però dubbiosa. L’impianto narrativo, largamente abusato e malamente gestito nei drama recenti, basato su un “viaggio nel tempo”; l’aspetto del guerriero Choi Young (Lee Min-ho) in pratica identico al re di “Legend” per pose, acconciatura e costume; una delle co-protagoniste quasi uguale alla Kiha di “Legend” (lo stesso ramo, tipo corallo rosso, nei capelli acconciati allo stesso modo e la stessa capacità di controllare il fuoco con la propria volontà)… E dopo aver visto le prime puntate le impressioni negative sono diventate giudizi negativi: a livello visivo “Faith” è fatto con i rimasugli di “Legend”, e ne copia persino i dialoghi; a livello di storyline non riesce ad essere credibile. Non è perché c’è una porta temporale e un protagonista che scaglia fulmini di “chi” o “ki” (energia vitale) dalle mani: in “Legend” c’era un Re discendente di una creatura celeste, quattro semi-dei e un “cattivo” capace di usare il fuoco in maniere impossibilmente perverse, eppure tutto si teneva e collegava logicamente e noi spettatori siamo caduti nell’incantesimo e lo abbiamo creduto reale per 24 puntate – e ci siamo mangiati le dita perché ne avremmo volute di più.

In “Faith” abbiamo un protagonista, che già non è Laurence Olivier, ingessato in un ruolo in cui deve mostrarsi indifferente, freddo, non desideroso di vivere e interessato solo a dormire (perché dormendo entra in un altro mondo in cui parla con il papà defunto ecc.). Una “maschera” del genere deve trasmettere emozioni e idee con lo sguardo, con i gesti, con il corpo, mantenendo però una facciata superficiale di impassibilità: è recitazione per solutori più che abili, non per un Lee Min-ho qualsiasi.

Ma il disastro tocca punte abissali con la protagonista femminile, una dottoressa trascinata contro la propria volontà dall’epoca attuale ai tempi di Koryo (918-1392) per salvare la Regina gravemente ferita. Che una medica chirurga lasci il pronto soccorso per la chirurgia plastica, con l’idea di far soldi, è per me vomitevole ma accettabile dal punto di vista logico. Che una professionista trentenne si comporti come una bambina di cinque anni non riesco a mandarlo giù nemmeno con l’aiuto di un digestivo. Il personaggio della medica Yoo Eun-Soo si può descrivere con una sola parola: ebete. Trascinata in giro come un sacco (ma tenendola per il polso, ovvio) e all’occorrenza malmenata dal virile (???) guerriero protagonista che, inoltre, le consiglia o addirittura le ordina di continuo di stare zitta (non completamente a torto, tutto sommato, visto che dice solo stupidaggini), la nostra “eroina” mette il broncio, batte i piedini, si malmena la capigliatura tinta e frigna. Quando le è richiesto di descrivere il “Cielo” da cui proviene ad un giovanissimo sovrano in esilio comincia a parlargli dei gruppi di idol-girls “belle come bambole”. E’ la prima cosa che verrebbe in mente a chiunque provenisse dal 2012 e dovesse descriverlo, non è vero? Lo sceneggiato ci chiede di credere che questa tizia sia adulta, laureata, nonché affidabile quando ha in mano un bisturi. Non è un po’ troppo?

Aggiungete allo show un Re Tentenna, una Regina Innamorata di Lui Senza Speranza (e tante scene in cui, per espressività, tutti e due sembrano aver ingoiato un palo), Tre Cattivi di cui due così Cattivi da non poter smettere la smorfietta malvagia neppure al cesso, mentre il terzo, l’Assassino con Flauto, mantiene la stessa espressione vuota sotto un’indegna parrucca “alla Legolas” anche se il mondo crolla attorno a lui (fa bene: se dovesse provare a mostrarci altro non riusciremmo ad evitare di rotolarci per terra dalle risate). Il plot? Be’, i Cattivi vogliono uccidere la Regina e detronizzare il Re: sono abbastanza potenti da riuscirci in due puntate ma lo sceneggiato ne prevede 24. Così si impegnano in complessi giochi d’astuzia mentale, scommesse, minacce, promesse, avanzate, ritirate, elucubrazioni, complotti… Auguri, siamo alla sesta puntata con un rating attorno al 13% e il 14° posto in classifica su base nazionale. Kim Jong-hak, Song Ji-na: vi siete accorti che qualcosa non funziona?

 

Terza e ultima stroncatura: Gaksital (“Bridal Mask” = Maschera nuziale della sposa. Hangul: 각시탈). Questo sceneggiato è tratto da un fumetto di Huh Young-man, rielaborato da Yoo Hyun-mi, ed è diretto da Yun Seong-sik. La rete televisiva è la KBS. A Gaksital mancano due puntate a completare la serie di 28.

La premessa tratta dal fumetto è questa: nella Corea sotto occupazione giapponese un eroe popolare, vestito di bianco e con la maschera che nel teatro di strada tradizionale rappresenta la Sposa, eccezionalmente abile nelle arti marziali e armato solo di un “flauto” di metallo (credo sia l’attrezzo con cui si soffia nelle stufe per ravvivare il fuoco), vendica le brutalità commesse dagli occupanti ai danni della gente comune. Non so quanto il drama sia fedele al fumetto, ma gli elementi per una storia avvincente e di successo, a partire dal romantico scenario “Davide contro Golia”, ci sono. I rating sono lusinghieri: Gaksital viaggia ormai attorno al 20% e si posiziona da un po’ al secondo o terzo posto in classifica. Ma a mio avviso questo è solo il segno che gli elementi della storia continuano a tenere, mentre la sua rappresentazione televisiva è crollata da tempo sotto la recitazione da pupazzo a molla di Joo Won (il protagonista principale, un altro pollo da allevamento idol) e quella sempre fuori dalle righe di Park Ki-woong (il giapponese suo amico del cuore e poi nemico giurato, nonché partecipe di un triangolo amoroso vieto, inutile, nauseante, e visto solo già 50.000 volte.) La principale protagonista femminile, il cuore del triangolo, è Jin Se-yun, una ragazza di 19 anni che ha dovuto piangere per almeno 20 puntate di fila e il cui personaggio, privo di una pur minima evoluzione e vuoto come un guscio, è servito solo ad essere trascinato di qua e di là dai due uomini nei loro giochi a rimpiattino. Tuttavia, il difetto principale di Gaksital non è questa noia, è l’inaccuratezza. Il drama ci chiede di credere, ad esempio, che nella Corea coloniale qualcuno – il protagonista, unico ufficiale coreano nel corpo di polizia giapponese – possa nel giro della stessa giornata essere arrestato come terrorista, torturato, licenziato, assolto dalle accuse e riammesso in servizio. E non una sola volta. Senza che un modulo qualsiasi sia stato compilato, una denuncia formalizzata o sia apparsa un’aula di tribunale. E senza che le torture gli lascino più di qualche livido, e forse un leggero malumore, il giorno successivo.

Ci chiede inoltre di credere a delle trasformazioni impossibili anche per il più perfetto dei voltagabbana. Il protagonista, che assumerà l’identità di Gaksital alla morte del fratello maggiore cui tale identità apparteneva, non si limita a fare il poliziotto, come dice, perché un giorno così potrà comprare una bella casa per la sua mamma: disprezza i suoi connazionali, gode malignamente delle loro sofferenze e usa contro di loro una violenza da psicopatico. Poi, folgorato sulla via di Damasco dall’aver personalmente ucciso il vero Gaksital, suo fratello, e scoperto di dover vendicare la morte del padre, dopo un paio di piagnistei diventa estremamente sensibile alle indegnità subite dal popolo coreano. Come contraltare, il suo amico giapponese, un dolce e gentile maestro elementare, alla morte del proprio fratello diventa un torturatore che più bastardo e crudele non si può (ci vogliono sempre due piagnistei per la trasformazione). Affinché svolga al meglio questa metamorfosi gli danno l’incarico di Sovrintendente in polizia, senza che abbia frequentato un corso o un’Accademia, senza che possa vantare alcuna abilità necessaria al ruolo, ma è praticante di kendo e figlio di un pezzo grosso: forse è sufficiente, nel paese dei sogni, benché non lo fosse nella Corea coloniale. Visto che da un pezzo la storia ha smesso di avere senso, ed è diventata il tira e molla fra i due amici-nemici, ho una mezza idea di come finirà: si uccideranno a vicenda in un ultimo epico scontro. Tanto meglio per Mok Dan (il personaggio interpretato da Jin Se-yun), potrà finalmente dedicarsi alla lotta anticolonialista, se così crede, per propria scelta e non per servizio: non perché suo padre ne è uno dei partigiani, non perché le piace la figura di Gaksital, non perché è innamorata dell’uomo che porta quella maschera, ma perché vuole vivere da donna libera in un paese libero. Naaah, sarebbe troppo bello. Se non muore durante lo scontro dei due titani probabilmente, visto che è cattolica, la manderanno a piangere in convento. Sic transit, Maria G. Di Rienzo.

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