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Posts Tagged ‘sceneggiato’

(tratto da: “The Relentless Torture of The Handmaid’s Tale”, di Lisa Miller per The Cut, 2 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La seconda stagione de “Il Racconto dell’Ancella” è appena cominciata, pure ogni nuovo episodio porta con sé nuovo terrore. Ho pensato che forse ero solo traumatizzata dal primo episodio, in cui le nostre protagoniste preferite sono inesorabilmente torturate – colpite da scariche elettriche tramite pungoli per bestiame, prese a calci, minacciate con cani, incatenate a una stufa a gas e ustionate, lasciate vive sulla forca ma coperte di urina – fino a che ho sopportato l’episodio numero due.

Là mi sono imbattuta, all’interno di un paesaggio dalla luce dorata che evoca il profondo sud, in una vasta marea di donne schiave, a stento in vita, costrette a scavare in rifiuti tossici sino a che muoiono. Durante una scena di agghiacciante tortura psicologica il sottile, fastidioso suono di Kate Bush che canta “Il lavoro di una donna” accompagna le immagini di donne letteralmente terrorizzate a morte; altrimenti, la colonna sonora è principalmente un costante gemito in tono minore, come il suono del vento che attraversa una finestra rotta, punteggiato dal pianto e dai colpi di tosse delle donne, e da urla.

Ho premuto il tasto che toglie l’audio e quello per l’avanzamento veloce così spesso durante questa seconda stagione che sono costretta a chiedermi: Perché sto guardano questa cosa? Sembra tutto così ingiustificato, come un pestaggio senza fine. Davvero, le hanno tagliato la lingua? Davvero, hanno messo in fila tutti i giornalisti contro un muro – inclusa una mamma che portava scarpe comode da gravidanza (quanto manipolativo è ciò?) – e li hanno fucilati? Davvero, l’hanno nutrita a forza, le hanno messo ceppi alle caviglie; le hanno lasciato assaggiare la libertà e poi gliel’hanno portata via? Davvero, davvero, davvero? Ci sono film che trattano di genocidi e schiavitù storici che obbligano a una necessaria analisi della brutalità nella vita reale. Ma questo. Questo è un mondo inventato.

Rispondo a me stessa: per quel che riguarda la prima stagione, ero d’accordo con il consenso della critica. Questa è “televisione importante”. Una parabola femminista, adattata dal romanzo di una donna, che è stata premiata con otto Emmy – la maggior parte dei quali conferiti a donne – e che tratta dei potenziali eccessi del patriarcato, non così inconcepibili ora, nell’era di Pence e Trump.

All’epoca su Slate, facendo la recensione, Willa Paskin sottolineò che guardare la prima stagione l’aveva fatta sentire “quasi virtuosa”, scrisse, “come l’immergersi in un oceano d’inverno”. Anch’io ero stata agganciata dal rigoglioso orrore della stagione iniziale. Sembrava fedele al romanzo originale di Margaret Atwood, ma molto più intimo, come se si stesse guardando una scena del crimine attraverso uno spioncino.

Volendo avvolgermi ancora in quel senso di virtù, solidale con le donne sullo schermo, ho continuato a guardare. Ma la mia voce interiore rifiuta di restare in silenzio. Sarebbe femminista guardare donne ridotte in schiavitù, degradate, picchiate, amputate e stuprate? Come, esattamente, sto partecipando a una rivoluzione femminile stando seduta sul mio comodo divano a consumare questo? “Il racconto dell’Ancella” ha saltato il fosso, nella sua seconda stagione, trasformandosi da intrattenimento con princìpi a pornografia di tortura?

Non sono la sola persona a notare l’amplificata violenza della seconda stagione, una conseguenza ovvia, probabilmente, dell’aver ricevuto prima del previsto così tanti premi e così tante lodi, e dell’essere uscita dalla mappa della trama originale di Atwood. La stagione successiva doveva chiaramente essere più grande della prima, più epica, più ambiziosa a livello visuale, più intensa. Ma “sembra che lo show stia solo scegliendo a caso cose orribili da far succedere alle donne per ottenere l’effetto shock.”, ha detto Laura Hudson durante una tavola rotonda a The Verge (ndt.: rete di media informatici), “Perché guardarlo? Io non ho bisogno di vedere donne brutalizzate per capire che Gilead è un posto malvagio o che lo è la misoginia; credetemi, ho capito.”

Il romanzo di Atwood era un esercizio mentale: un intellettuale affresco di “supponiamo che” girante per lo più attorno ai dettagli personali di vite comuni. Ciò che aveva reso l’adattamento televisivo così affascinante, per me, era la collisione della fantascienza con le descrizioni di gente ordinaria in case con cucina, che forzava “noi” a trasporci in “loro”. (…)

La prima stagione finiva dov’era terminato il libro di Atwood, con June seduta da sola nel retro di un furgone, incerta sul proprio destino. Con la seconda, gli sceneggiatori sono sulla propria frontiera narrativa e il sentiero che creano è deludente quanto prevedibile. Nel finale del primo episodio, l’attrice Elisabeth Moss (ndt.: June) taglia la graffetta metallica che indica il suo status di Ancella dalla sua stessa orecchia con un paio di forbici. E’ straziante da vedere. E quando ha finito, e i suoi seni sono coperti dal suo proprio sangue, si solleva come una Furia vendicatrice per dichiarare la propria liberazione.

season 2

Ma poiché questo è il primo episodio e ci sono dio sa quanti altri episodi e stagioni a venire, noi capiamo che sarà intrappolata di nuovo – e picchiata e torturata e stuprata di nuovo, che la violenza nei suoi confronti continuerà e continuerà. (ndt.: E’ quel che è effettivamente accaduto nel terzo episodio, non ancora in onda quanto l’Autrice ha scritto il presente articolo.)

E’ una storia sessista vecchia quanto la Bibbia: il coraggio dell’eroina è intensificato dalla sua vittimizzazione, perché la cultura misogina esalta le donne che soffrono. Che June sia incinta, e sia una madre angosciata (ndt: la figlia le è stata sottratta), sono cose che aumentano il suo eroismo secondo lo show. Gli sceneggiatori della seconda stagione sanno bene come i fondatori di Gilead che non c’è tropo più sacro della maternità. In un esasperante e grottesco rovesciamento, l’allegoria femminista di Atwood si è trasformata in una vetrina degli abusi delle donne: tornando alla scena descritta sopra, ho notato che la macchina da presa indugiava sul sangue sgocciolante di June. E là ho deciso, io ho chiuso. (ndt.: ho chiuso anch’io, prima ancora di leggere questo.)

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fangar - linda

Lo sceneggiato islandese “Fangar” – “Prigioniere”, è stato di recente reso disponibile online con sottotitoli in italiano (nell’immagine l’attrice Thora Bjorg Helga che interpreta il personaggio principale, Linda). Sono sei intense puntate da cinquanta minuti l’una che raccontano, attorno alla storia che fa da traino, la vita delle donne in carcere – in special modo le madri – senza alcun romanticismo o abbellimento. Le protagoniste non sono raffigurate in modo da accattivarsi la simpatia degli spettatori e la loro umanità emerge nel corso del vicenda in modo lento ma inesorabile: tutte hanno alle spalle esperienze che possiamo riconoscere, tutte ci assomigliano un poco.

Perché, se avete tempo e voglia, dovreste vederlo? Perché “Fangar” ha alle spalle sette anni di lavoro, numerosi colloqui diretti con le 12 incarcerate nella prigione di Kópavogur (chiusa un paio di anni fa, è stata poi usata come set per i filmati) ed è il frutto della collaborazione di uomini e donne che avevano in mente questo: “Non volevamo fare uno sceneggiato tipico sulla prigione. Abbiamo sviluppato la storia, facendo ricerche su come gli uomini usano il loro potere per ridurre al silenzio le donne e abusare di loro. Ci sono stati vari scandali di questo tipo in Islanda. Abbiamo deciso di raccontare la storia dal punto di vista di una famiglia, tre generazioni di donne all’interno di una famiglia.”

Le generazioni in questione comprendono la 30enne già citata Linda, sua sorella maggiore Valgerdur (Halldóra Geirhardsdóttir) che è una donna politica e una deputata, con una figlia quattordicenne (Katla Njálsdóttir), e la madre delle due, Herdis (Kristbjörg Kjeld), casalinga ingenua che avrà parecchie drammatiche “rivelazioni” nel corso della vicenda.

Linda, dedita agli stupefacenti, finisce in galera per un violento assalto al proprio padre, che lo riduce in coma. Le sue motivazioni non ci appaiono chiare – all’inizio sappiamo solo che cercava soldi nello studio dell’uomo, così come non sembra del tutto comprensibile l’abbandono totale di lei da parte della famiglia. Scopriremo pian piano che questa gente così “per bene” (una volta rimesso, per fare un esempio, il padre di Linda riceve una lettera di congratulazioni persino dal Presidente del paese) protegge accuratamente un segreto: negandolo, non vedendolo, ignorandolo, fingendo – come troppe famiglie fanno ovunque – che sia tutto perfettamente a posto e se la Linda di turno insinua o dice esplicitamente il contrario è perché è drogata e pazza e violenta…

Non vi rovinerò lo sherlockiano piacere di vederlo emergere svelandolo ora, ma sono certissima che gli indizi vi hanno già messo sulla strada giusta. Buona visione. Maria G. Di Rienzo

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“Angeli spezzati” (“Broken Angels” – 2003) di Richard Morgan è l’unico libro in mio possesso della trilogia che vede come protagonista Takeshi Kovacs e da cui è stato di recente tratto lo sceneggiato televisivo “Altered Carbon” – titolo originale del primo romanzo, da noi uscito come “Bay City”.

copertina altered carbon

E’ uno di quei libri di sf che io rileggo quando ho bisogno di distrarmi, perché la narrazione non richiede il mio coinvolgimento emotivo nonostante la profusione di violenza grafica (troppo dettagliata e compiaciuta per aver parvenza di verità) e non riesco a provare empatia per nessuno dei personaggi… però c’è questa faccenda di un’antica civiltà marziana, sullo sfondo, sufficiente allo scopo di portare la mia mente lontana dal quotidiano.

Perciò, quando la serie televisiva è risultata disponibile online con sottotitoli in italiano ho dato un’occhiata. Naturalmente il libro è stato adattato (come ho detto altre volte, è inevitabile che la storia sia alterata quando cambi il mezzo con cui la racconti e non ho problemi con ciò) e nello sceneggiato sono state riversate citazioni dagli altri due – io ho riconosciuto battute e scenari provenienti appunto da “Angeli spezzati”. Nonostante sia immediatamente visibile dagli effetti speciali e dalla scenografia che i produttori non hanno lesinato sulle spese, regia e recitazione avrebbero avuto bisogno di maggior attenzione.

Ci troviamo nella San Francisco del futuro, ora chiamata appunto Bay City, in un’epoca in cui la coscienza umana può essere digitalizzata in “pile”, situate alla base del cranio di qualsiasi disponibile “custodia” (corpo umano nato naturalmente o sviluppato in modo artificiale in “vasche”). La morte è diventata per gli esseri umani il semplice passaggio da una custodia all’altra. Takeshi Kovacs è un mercenario e per così dire un professionista della violenza riportato in vita 300 anni dopo l’uccisione della sua precedente custodia. Di nuovo rivestito di carne umana, gli viene offerta questa scelta: può passare il resto della vita in carcere o tentare di risolvere il caso dell’omicidio dell’uomo più ricco della Terra (omicidio che non lo ha davvero ucciso, giacché la sua pila è stata semplicemente trasferita in una seconda custodia).

Il primo problema della serie è la sceneggiatura: per esempio, in pratica ogni singolo episodio contiene almeno una parte in cui uno dei personaggi si impegna in un lento, estenuante monologo sulle sue motivazioni – segno che visivamente lo show non è riuscito a mostrarle o suggerirle; le scene di nudi o di sesso sono per la maggior parte gratuite, dirette a solleticare l’audience di sesso maschile e usate come riempitivi quando la narrazione stenta a procedere (il che significa troppo spesso); lo stesso vale in maggioranza per le scene di violenza – vi pare che mostrarci oltre mezz’ora di tortura continuata del protagonista, su meno di un’ora di filmato, serva a spiegarci qualcosa o faccia proseguire la storia in qualche direzione?

Il secondo problema sono i protagonisti principali, che falliscono in pieno nel loro primo scopo: essere interessanti per noi spettatori.

protagonisti principali

Nonostante Takeshi Kovacs abbia un retroscena intrigante e fitto di eventi, l’attore Joel Kinnaman che incarna la sua “custodia” attuale deve aver ricevuto unicamente l’istruzione di mostrarsi distaccato e stoico – il risultato è che è noioso in qualità quaresimale. Quando ricorda il proprio passato e si trova quindi nella custodia originale, incarnata dall’attore asiatico Will Yun Lee, le cose vanno un po’ meglio: almeno quest’ultimo riesce dove Kinnaman non sa che pesci prendere, e cioè a mostrare le emozioni e le riflessioni dietro la facciata “da duro”.

La protagonista principale di sesso femminile, la poliziotta Kristin Ortega interpretata da Martha Higareda, deve aver similmente ricevuto una sola indicazione sul suo personaggio: ricordati che sei una “testa calda”. Perciò la povera Martha dà in escandescenze ogni due minuti, rotola gli occhi in ogni direzione per mostrare il suo scontento e i suoi discorsi sono farciti di battute dozzinali o scadenti. I dialoghi sono comunque un problema condiviso da chiunque reciti nello sceneggiato, costretto a esprimersi in una maniera complicata e goffa che impedisce agli spettatori di capire immediatamente le informazioni loro dirette e anzi li allontana dal plot per puro tedio.

E sull’intreccio finiamo. Takeshi Kovacs risolve il caso? Sì. Si è trattato di un complotto familiare fra ricchi viziati. Nel mezzo, come un utensile rompiballe, è saltata fuori persino la sorella di Takeshi, che lui credeva morta. Vuole il fratello tutto per sé, perciò uccide, ferisce, dà di matto e lo attacca e lo aggredisce, che come sappiamo sono i modi migliori per suscitare in una seconda persona amore e comprensione. Però fa questo per lo più stando nuda il che, se si guarda la tv nella speranza di esaltare fantasie onanistiche, aiuta sempre.

Come al solito ero troppo ottimista quando negli ultimi anni ho visto crescere l’interesse dell’industria cinematografica / televisiva nei confronti di sf di notevole qualità (Il racconto dell’Ancella, Ghost in the Shell, ecc.): non fanno altro che prendere personaggi e scenari e triturare intenzioni e significati in una storia lineare al livello pancake (frittella) statunitense, ben schiacciata e dolce dolce per un pubblico che continua a essere identificato come composto esclusivamente da cervi in autunno (periodo della riproduzione).

Maria G. Di Rienzo

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Quando apprende che la tv britannica (Channel 4) manda in onda dal 17 settembre una serie basata sui lavori di Philip K. Dick, cosa fa un’avida lettrice/autrice di fantascienza come me? Guarda di corsa la prima puntata, ovvio. E rimane seduta un paio di minuti, dopo la sua fine, a chiedersi se fare di peggio era effettivamente una possibilità.

In tutto le puntate di “Electric Dreams” saranno dieci e poiché i registri e gli sceneggiatori variano guarderò anche le altre: se avessi letto che regia e script erano nelle stesse mani per l’intera serie avrei gettato la spugna appunto dopo “The Hood Maker” – “Il fabbricante di cappucci”. Confesso di non ricordare benissimo il racconto da cui la prima puntata è tratta e suppongo – forse malignamente – che la resa penosa (in ambientazione, scenografia e recitazione) contribuisca a offuscare la mia memoria. Il nucleo della trama è il conflitto fra i telepati, diventati nel futuro descritto un’odiata e sfruttata ma consistente minoranza, e la maggioranza delle persone “normali”. Quando uno scienziato che ha contribuito alle sofferenze dei telepati eseguendo spietati esperimenti su di loro prende a costruire e distribuire anonimamente cappucci difensivi che impediscono il contatto telepatico, ciò segna l’inizio della loro ribellione: non resterà anonimo a lungo e sarà ucciso dagli stessi telepati nel finale.

primo episodio electric dreams

I due attori protagonisti – in immagine – sono l’agente di polizia Ross (Richard Madden, ex Robb Stark di “Games of Thrones”) e la telepate Honor (Holliday Clark Grainger, ex Lucrezia de “I Borgia”). Sono ufficialmente messi insieme come partner per la prevenzione delle sommosse: lei individua manifestanti pericolosi o violenti ma ha comunque la proibizione di “leggere” la mente dei poliziotti. In realtà Ross non corre alcun rischio perché è uno dei rari refrattari alla telepatia e il vero scopo per cui è stato ordinato loro di lavorare in coppia è che lui scopra cosa stanno tramando i telepati. A Richard Madden devono aver detto: il tuo personaggio è un rozzone, parla con un accento da campagnolo analfabeta e dopo dieci minuti che sta accanto a una donna comincia a vederla in orizzontale anche se è il soggetto della sua inchiesta; a Holly Grainger invece è stato consigliato di aver sempre le labbra tremanti e gli occhi traboccanti di lacrime e di parlare esclusivamente in dolci sussurri. In questo modo è chiaro che i due si innamoreranno nei dieci minuti successivi e che nel finale lui le offrirà di fuggire insieme. Ma ormai la rivolta è iniziata. Honor lascia Ross intrappolato nell’incendio appiccato dai suoi compagni telepati e si getta da un balcone – presumibilmente, la camera mostra lo sguardo di lei e non il suo corpo.

Leggendo uno/a pensa: be’, ma sono un sacco di emozioni, dev’essere stato almeno commovente… ahinoi, no. L’elettroencefalogramma del filmato è piatto come una sogliola. Se penso alle vere emozioni, alle sorprese, alle rivelazioni, persino agli shock che la lettura delle opere di Philip K. Dick mi ha dato, spero solo che non si stia rivoltando nella tomba.

Maria G. Di Rienzo

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Quando ricevo richieste di incontri pubblici, il 99% delle volte il tema che mi si chiede di trattare è (ovviamente) la violenza contro le donne: il restante 1% riguarda il concetto di violenza in sé, o storia e pratica della nonviolenza. Dopotutto, sono una trainer alla nonviolenza e anche questo è logico. Ogni volta, che io acconsenta o meno per le più svariate ragioni, mi salta in mente la stessa identica battuta: “Mai nessuno che mi chieda di parlare di Shakespeare!”

will

Sarei in grado di farlo, vi state chiedendo? Direi di sì. Al Bardo io riconosco di dovere molto: la lettura delle sue opere mi ha accompagnata sin da quando ero poco più che decenne – e oggi la mia biblioteca le contiene al completo (molti libri sono di terza mano a dir poco e sono stati acquistati su bancarelle, ma chi se ne frega, le parole ci sono tutte). Lavorando in passato per un paio di riviste sono riuscita a scrivere qualche articolo sul prediletto autore, e in questo blog l’ho nominato/citato abbastanza spesso, ma oggi è una nuova serie tv di produzione statunitense che mi fornisce l’opportunità di farlo: “Will”, la cui prima puntata è stata trasmessa dalla rete TNT il 10 luglio scorso.

A livello di immagine televisiva, William Shakespeare è da quasi quarant’anni – per me – l’attore Tim Curry, ovvero colui che lo impersonò splendidamente nello sceneggiato storico “Vita di Shakespeare” (1978 – l’anno successivo fu trasmesso dalla tv italiana). Perciò, mi sono avvicinata a “Will” in maniera curiosa ma segnata da un certo grado di scetticismo: probabilmente, pensavo, lo avrei giudicato inferiore all’ideale già presente nella mia testa. Sia detto per inciso che le recensioni di matrice britannica da me lette sino a questo momento lo stroncano (c’è un po’ di “veleno” nazionalista che trapela da ciascuna, avviluppato in frasi cesellate tutte traducibili con: Come osano questi americani del menga fare un simile scempio del NOSTRO Shakespeare?), quelle made in Usa sono ambivalenti e caute, “attendiste” nel migliore dei casi.

tim curry as shakespeare

Parte dell’imbarazzo è dovuto al fatto che lo sceneggiato non è una ricostruzione storica e non si preoccupa di essere strettamente fedele ai pochi dati noti sulla vita del drammaturgo, sebbene li usi, è vera e propria “fiction” o meglio: è Shakespeare visto attraverso la prima ondata punk (seconda metà anni settanta, prima metà anni ottanta). Il punk non è stato, e non è, solo musica. Politica, critica sociale, nuove forme in ogni tipo di arte grafica (fumetti, manifesti, volantini, murales), emozioni crudamente autentiche e rivolta contro gli standard “estetici”… quest’ultima espressa sino al punto di cercare di far apparire se stessi rivoltanti agli occhi altrui: poiché sappiamo già di farvi schifo, era uno dei significati, (perché giovani, perché privi di prospettive/aspettative dal vostro punto di vista, perché i nostri sogni vi sembrano patetici, perché siamo situati al fondo della scala gerarchica, perché non ci adattiamo, ecc.) ecco qua, siamo vestiti di stracci e abbiamo i capelli tinti in colori scioccanti e tenuti incollati per aria dal sapone, dozzine di orecchini persino sul naso e portiamo i tampax al collo come pendenti di collane, vi basta? E’ in tutto questo che lo sceneggiato immerge la storia del Bardo.

La scena iniziale vede Will (l’attore Laurie Davidson, nella foto all’inizio di questo articolo) salutare la sua famiglia – che non è proprio concorde e felice riguardo alla sua partenza – e dirigersi a Londra per mettere a frutto le sue capacità di attore e scrittore di teatro; mentre la scena si allarga al paesaggio esplode il giro iniziale di “London Calling” (The Clash): Londra sta chiamando le città più distanti / Ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta arrivando / Londra sta chiamando il mondo sotterraneo / Uscite dagli armadietti, voi ragazzi e ragazze.

Similmente, The Jam (uno dei miei gruppi preferiti) segneranno la panoramica su Londra con “In the City” e l’approccio alla zona dei teatri con “That’s Entertainment”: Un’auto della polizia e una sirena urlante / Un martello pneumatico e cemento che va in pezzi / Un neonato che piange e un cane randagio che ulula / Lo stridore dei freni e la luce di un lampione che va a intermittenza / Questo è intrattenimento, questo è intrattenimento

Aver preso tali canzoni piuttosto che altre non è un caso. Sono specchi per la realtà delle cose e quando qualcuno chiede a Will “cosa fa” (cioè qual è il suo mestiere) lui risponde: Tengo uno specchio davanti alla natura.

Naturalmente siamo e restiamo alla fine del 1500: gli edifici, le piazze, gli attrezzi di scena e i costumi – a parte le tinte clamorose e un paio di braghe in pelle un po’ strano per l’epoca – non dicono niente di diverso, ma per esempio i poster che annunciano le rappresentazioni teatrali hanno lo stesso stile di quelli che annunciavano i concerti punk e il pubblico a teatro indossa simboli e colori che ne fanno l’audience “tipo” dei concerti suddetti. A un certo punto, l’attore-impresario Richard Burbage (Mattias Inwood) si lancia persino su di loro dal palco, come un perfetto punk rocker durante il “pogo”.

Vi dirò: non solo le modalità narrative scelte non mi disturbano per niente, le trovo al contrario intriganti e piacevoli. Recitazione e ritmo sono buoni e in alcune scene volano anche un po’ più in alto, come accade nella taverna in cui il novellino William è sfidato a un “duello di ingegni” dall’acclamato e dotto drammaturgo e scrittore Robert Greene: in pratica una sfida poetica in cui i due si insultano reciprocamente in versi. Nella realtà storica Greene si lamentò per iscritto in un pamphlet (postumo, per cui alcuni dubitano della sua autenticità) del “corvo parvenu che si fa bello con le nostre penne” e “crede di essere l’unico scuotiscena del paese” (gioco di parole fra Shakescene e Shakespeare – “scuotilancia”) rendendolo riconoscibile al lettore pur senza nominarlo direttamente. Nello sceneggiato Greene non è identificato in modo chiaro – e il personaggio storico era di sicuro troppo snob per attaccare qualcuno in una bettola dopo aver alzato il gomito – ma la cascata di rime con cui spara su Shakespeare, che proprio per le rime gli risponde azzittendolo, è composta dalla suddetta invettiva e i due attori rendono la scena assolutamente brillante.

Tuttavia non c’è solo luce all’intorno, nel momento in cui William Shakespeare va a vivere a Londra dalla natia e campagnola Stratford. Scelta rara e inaspettata per una serie televisiva di questo tipo, “Will” ha scelto di mostrare in modo verosimile la portata della persecuzione religiosa nell’Inghilterra elisabettiana. Shakespeare era di famiglia cattolica e l’essere cattolici in quel momento era illegale: il prezzo del reato si concretizzava più spesso che no nell’essere sbudellati vivi in piena piazza, sul palco pubblico delle esecuzioni. Per cui, alla fine della prima puntata abbiamo lasciato il nostro personaggio con una serie di problemi e minacce che gli pendono addosso e vanno dall’infatuazione per la figlia di Burbage (Will è sposato, ha tre figli e non si sente bene all’idea) alla possibilità di essere denunciato per la sua fede.

La cosa migliore di lui fino a questo momento è, come già citato, il modo in cui risponde alle domande: Chi sei? – Nessuno, per ora. Impagabile.

Maria G. Di Rienzo

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Probabilmente non l’avrei notato – ne’ i film ne’ le serie successive all’originale hanno mai avuto per me lo stesso fascino dello Star Trek che seguivo da bambina – ma…

star trek michelle

… vedere la bravissima Michelle Yeoh nei panni di una capitana d’astronave, nel trailer del prossimo sceneggiato della CBS (uscirà questo autunno) è irresistibile!

La storia è ambientata 10 anni prima dell’epoca del capitano Kirk e del sig. Spock ecc., seguirà in 15 puntate le avventure di una nave spaziale chiamata “Discovery” e avrà come protagonista principale un Primo Ufficiale di sesso femminile – l’attrice Sonequa Martin-Green – il cui viaggio personale consiste nell’arrivare a comprendere che “per capire qualsiasi cosa classificata come aliena deve prima imparare a capire se stessa”.

Il trailer, se YouTube non mi fa scherzi, potete vederlo qui:

https://www.youtube.com/watch?v=f8mesUEFjas

Incrociando le dita, trovo promettente si apra sull’immagine di due donne di colore che attraversano un deserto e non con fanfare che sottolineano l’eroismo di qualche astronauta bianco e maschio o con le evoluzioni eccezionali di un’astronave nello spazio, sembra più “umano” e più attento a cogliere le differenze. In effetti, la serie avrà anche un personaggio dichiaratamente omosessuale, – è la prima volta per Star Trek – un ufficiale scientifico di nome Stamets.

Una curiosità: le orecchie a punta questa volta le porta James Frain (uno dei “cattivi” di Orphan Black) nel ruolo del padre del mitico sig. Spock – naturalmente è un padre un po’ stronzo, come potrete desumere dal trailer. Non seguo l’attore in modo particolare ma ogni volta in cui mi imbatto in lui in sceneggiati e film fa la carogna.

Ad ogni modo, sono di nuovo pronta ad “attraversare lo spazio alla ricerca di nuovi mondi e nuove civiltà.” Maria G. Di Rienzo

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Joongang Daily, April 15th 2017: ” ‘Saimdang’ to end series earlier than planned. The SBS series “Saimdang, Memoir of Colors” will end earlier than originally planned, its distributor said Thursday, as the fantasy period drama suffered from low ratings. The Wednesday-Thursday drama starring actress Lee Young-ae premiered on Jan. 26 on SBS as a 30-episode series. SBS said it will end on May 3 or May 4, a week earlier than scheduled.”

saimdang poster

I don’t want to boast or claim anything, but it took me just the two first episodes to say “This is gonna be a flop”. I thought I would have been touched by Saimdang’s history: the documentary I had previously seen about her was promising – with a mother that encouraged her daughter’s studies – but the drama disappointed me even if the female lead is a great actress (I don’t think the same of the male lead Song Seung-heon…) and even if we could see, at last, a supporting character wearing a size larger than zero while doing a meaningful job…. but the italian footage in present day sucked too much and said too much about the shallowness of the script.

The following notes are dedicated to all those k-drama fans’ sites where users wrote really incorrect (and even stupid) things about Italy as they were commenting “Saimdang”:

a) The lines of the italian “actors” do not match the english translation so I guess they don’t match the korean translation either;

b) The subtitles say the villa is in Tuscany and the city is Bologna, but Bologna belongs to another region (Emilia Romagna) and the scene of the “crazy korean woman” has been clearly shot in Florence (Ponte Vecchio and surroundings);

c) The villa’s name, “Siesta di luna”, is not italian, let alone the italian spoken in the year 1551: siesta is the spanish word for nap (it would be “sonnellino” for us), and it is a word that has been absorbed by our language much later. Besides, no owner would have named his/her villa “Sonnellino della Luna” in that age – the surname of the family or something picked by topography or mythology would have been chosen;

d) Obviously our country has laws about the so called “beni culturali” – historical buildings and artefacts such as paintings, etc. No guardian or civil servant or estate agent (the man in the drama states in italian “I’m not the owner”) is allowed to give what can be found in an ancient villa as a gift to a visitor but even so, the korean lady wouldn’t have been able to carry those objects out of Italy lawfully due to the strict control measures at the airport;

e) Yes, our country has a great burden of misogyny, domestic violence, femicide and street harassment: but it’s unbelievable that every single stranger Lee Young-ae meets in Italy speaks to her in what we can call “banmal” (we usually speak in the third person to adult people we don’t know: lei – not tu) and calls her “bella” (beautiful): that made me feel like shouting “are you mad or what” and “have you done proper research” to the scriptwriter.

I remember two similar huge missteps: a drama where a young woman, boasting her fresh studies in Italy, states that “pasta” (spaghetti etc.) is made with tomatoes and can trigger allergies – it’s the common sauce or gravy for pasta that uses them, pasta is made with flour, water and salt; and a documentary about traditional garments where was asked to an italian stylist about hanbok while she was wearing one: she said more or less “Yes the fabric it’s beautiful but I will have to modify the dress if I really want to use it, because now I cannot walk”: the korean translation and the english translation of it were fakes like “OMG it’s really great!”

Finally, for the historical part of drama: 1) it was boring beyond expectations and its pace so predictable I guessed almost every scene coming; 2) hardly explored what art meant to Saimdang, what she was trying to express and leave behind, who she really was, because most of the time the focus was on a fictional and broken and crossed and impossible love story – and triangles and even quadrangles added no flavour to it. Maria G. Di Rienzo.

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