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Sottoscrivo e nuoto

“Ciò che è certo è che le sardine si sono riunite per combattere tutte le forme di comunicazione politica aggressive, che strizzano l’occhio alla violenza, verbale o fisica, online o offline”. Così ha ribadito alla stampa Mattia Santori e questa è invero la “cifra” primaria che ha portato in piazza quell’Italia, di cui faccio parte, che non si riconosce nella narrazione a senso unico propinata alla nazione per anni da il 99% dei media.

Anni in cui dalle televisioni colavano (e continuano a colare) interviste fiume senza contraddittorio, in pratica comizi, colme di falsità e incitamenti all’odio e clamorose stupidaggini. Anni di aggressioni online e offline (e anche queste continuano), dalle campagne sul web fatte a colpi di insulti e diffamazioni alle loro concretizzazioni fisiche quando i figuri analfabeti della politica sono andati al governo: gli assalti ai giornalisti e ai magistrati, gli abusi di potere contro il dissenso di semplici cittadini, la crudeltà dei “porti chiusi” sono cose di appena qualche mese fa.

Quel che le sardine originarie si sono chieste, se fossimo davvero così soli e così pochi a provare rigetto e disagio e dolore, ha trovato risposta. Tutto qui. Ma, da destra a sinistra, dai filosofi agli opinionisti ai giornalisti ai rappresentanti di partito, gli osservatori non riescono a darsene pace.

La prima ondata di pistolotti aveva questo tormentone sullo sfondo: chi sta dietro a queste piazze piene? Mentre i loro autori si arrampicavano sugli specchi per disegnare il complotto, il loro stordimento era perfettamente percepibile: da dove saltano fuori italiani e italiane che chiedono il rispetto e la realizzazione della Costituzione e che dichiarano di non amare la violenza, quando gliela propiniamo 24 ore su 24 come panacea universale? Chiunque possa o non possa aver offerto il suo sostegno, il dato confortante è questo: non si è riusciti ad addormentare e ad avvelenare tutto il Paese.

La seconda ha ossessivamente chiesto ai manifestanti di risolvere ogni problema nazionale, dall’Ilva alla manutenzione stradale di Roma, omettendo scientemente che ciascuno di loro sta pagando dei rappresentanti a ogni livello amministrativo per fare tale lavoro.

La terza è divisa in due opposti schieramenti che di comune hanno una fretta dannata:

1) i favorevoli chiedono di capitalizzare immediatamente i numeri delle piazze in partiti o liste civiche, condendo i complimenti con velate minacce di disastri futuri: “E se per una manciata di voti dovessero prevalere proprio quelle forze che mai canteranno “Bella ciao” e che detestano la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista (altro che realizzarla), la necessità della pazienza potrebbe davvero lenire anche un poco il rimorso di non aver trovato il coraggio di correre il rischio, certamente grandissimo, di un impegno elettorale?” Personalmente, non posso provare rimorso per le scelte altrui e non mi sento obbligata a fondare partiti: la società civile fa politica a livello non istituzionale ed è perciò che si chiama così.

2) i contrari stanno freneticamente costruendo “fake news” (finte piazze in cui si canta “odio la lega” o immerse nei rifiuti dopo le manifestazioni) e dipingendo i dimostranti come “bulli etici” che demonizzano l’avversario. In più, ci vogliono vendere Salvini e Meloni (e Di Maio) come rappresentanti dei ceti medio-bassi: “Come è possibile che la gente beneducata, colta, civile, preoccupata delle sorti dei deboli, scenda in piazza per squalificare i leader di quei medesimi deboli?” Io appartengo alla categoria definita economicamente debole, ma ciò non mi rende in automatico un’ignorante intrisa di razzismo, sessismo e omofobia: i leader di cui l’opinionista parla non mi assomigliano ne’ mi rappresentano – a maggior differenza, non maneggio soldi ambigui o proprio sporchi e sono incensurata.

Dal 14 dicembre è uscito questo elenco:

“Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica invece che fare campagna elettorale permanente.

Pretendiamo che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente su canali istituzionali.

Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network.

Pretendiamo che il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini il più possibile alla verità.

Pretendiamo che la violenza, in ogni sua forma, venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica.

Chiediamo alla politica di rivedere il concetto di sicurezza, e per questo di abrogare i decreti sicurezza attualmente vigenti. C’è bisogno di leggi che non mettano al centro la paura, ma il desiderio di costruire una società inclusiva, che vedano la diversità come ricchezza e non come minaccia.

Le sardine nelle istituzioni ci credono, e si augurano che con il loro contributo di cittadini la politica possa migliorarsi.”

Fin qui sottoscrivo e nuoto. Non ho bisogno di altro.

Maria G. Di Rienzo

brunna mancuso 2

Sapete già che non ho la televisione (decisione assai annosa grazie alla quale il mio fegato funziona bene e la mia pressione sanguigna è perfetta) per cui, per capire meglio cosa fosse “Il Collegio” ho dovuto leggere qualche recensione: ne escono frasi chiave quali “lezioni di breakdance e di aerobica” e “docente di innegabile bellezza cosa che non lascia indifferenti i maschi della classe” (così, senza virgola, tanto siamo a scuola). Lo scenario d’insieme mi è quindi chiaro.

Il motivo per cui mi sono informata vi è probabilmente già noto: si tratta della situazione in cui si trova una delle giovanissime attrici, la sedicenne Mariana Aresta, alla quale il padre ha detto di andarsene dall’abitazione familiare dopo che lei aveva messo online una fotografia che la ritrae assieme alla sua ragazza Erica.

“Ci tengo a precisare che mi è venuta contro tutta la famiglia – ha scritto il giorno dopo aver reso pubblico il fatto – eccetto mia madre che riteneva che avrei potuto evitare tutto questo non postando quella foto, ma che è comunque rimasta dalla mia parte, pertanto anche lei è stata “cacciata” di casa.” Il motivo per cui non la vogliono più accanto le è stato spiegato così: “Mi hanno detto che non sono normale”. La ragazza scrive anche che se ne andrà ma che non intende cancellare l’immagine in questione dalla sua pagina Instagram.

Il punto in effetti, come per infinite altre storie simili, non è che Mariana sia lesbica ma che lo abbia tranquillamente reso pubblico. Essere omosessuali, maschi e femmine, è del tutto normale e lo sa persino chi strepita su inesistenti malattie e cure e preghiere e conversioni coatte e complotti “giender”, ma dirlo produce un’incrinatura nella narrazione patriarcale che vuole donne e uomini inscatolati in comportamenti prefissati e prescrittivi: è questo che non va bene, giacché mette in discussione assetti di potere.

Quando una ragazza o una donna affermano apertamente “Sono lesbica” stanno implicitamente dicendo che non hanno bisogno di un uomo nella loro vita, che non è un uomo a definire quel che sono e quel che fanno – e questo per i parecchi maschi che si percepiscono come ombelico dell’universo è davvero incomprensibile e inaccettabile. L’unico spazio che la misoginia del patriarcato riserva alle donne omosessuali è quello della pornografia a uso e consumo maschile: se non ti piace, allora devi tenere la cosa nascosta e privata, non “vantartene”, non “urlarlo dalla finestra” eccetera, perché non desiderare uomini a livello affettivo e sessuale è in tale quadro vergognoso e anormale.

“Possono dei genitori abbandonare un figlio?”, si è chiesta anche la ragazza. No, Mariana, legalmente non è così semplice come la mette tuo padre – non mi piaci, perciò te ne vai da casa mia, perché sei minorenne e secondo il Codice Civile ambo i tuoi genitori hanno responsabilità nei tuoi confronti, da esercitare “di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio”. Ma al di là delle opzioni legali (come l’emancipazione) che puoi discutere con un avvocato o meglio ancora con ArciLesbica (dove troverai giovani e non che hanno percorso la tua stessa strada), pur con la massima comprensione per la sofferenza che patisci di fronte al rigetto dei tuoi familiari e con tutto il rispetto per le tue scelte, vorrei chiederti di riflettere sulle modalità che hai usato per dire al mondo “Non so più cosa fare, aiuto”.

Lo scatto perfetto del tuo volto con gli occhi pieni di lacrime e le ciglia arrotolate dal rimmel che stava sopra questa frase è congruente con la “dittatura dell’immagine” che funge, assieme ad altre cose ma con peso notevole, da palla al piede per la libertà delle donne e che si manifesta anche nello show a cui partecipi. Quando starai un po’ meglio e avrai ritrovato una dimensione più serena e stabile in cui vivere, pensaci su. La cosa più inutile che puoi fare è stringere le catene in cui vogliono metterti con le tue stesse mani.

Maria G. Di Rienzo

Domande legittime

Mary Crow Dog

“Credo che siano odiate al massimo le persone che pongono domande legittime. Perché queste vanno al cuore della nostra psiche. Noi sappiamo che dette persone hanno ragione e perciò, se possiamo, dobbiamo distruggerle. Molta gente è davvero spaventata dal fatto che le richieste sono moralmente giuste, perché quando confronti un imperativo morale con uno immorale dalla tua parte, devi odiare le persone che dichiarano quell’imperativo morale. Li odiamo perché le loro affermazioni sono totalmente giustificate – e noi lo sappiamo.”

Mary Crow Dog, scrittrice e attivista Lakota (1954 – 2013) – trad. MG DR

Galeotto fu Facebook

leghista detto tutto

“Galeotto fu Facebook e chi lo scrisse,

quel giorno cancellai post e carriera”

Se la lingua italiana non gli risultasse un po’ ostica, così potrebbe parafrasare Dante il cremonese Pietro Burgazzi, consigliere leghista e ora non più segretario locale del partito.

La sua stimata e venerabile “opinione” è che le “sardine nere per difendere i diritti di clandestini e immigrati” sono puttane. Non simpatiche e liberate e trasgressive “sex worker”, badate bene, proprio troie e basta, che è visione condivisa nella Lega sulle donne in genere – in particolar modo su quelle disobbedienti ai dettami patriarcali, quelle che si situano in schieramenti politici avversari e naturalmente quelle di carnagione più scura.

Com’è consueto in questi casi, anche Burgazzi non ha capito perché così tante persone abbiano trovato rivoltante la sua esternazione. Dopotutto, quando si trova fra simili, il sentimento di disprezzo verso le donne è concorde. Citando dai giornali, ha subito pubblicato “lo screenshot di un commento sessista contro le donne di destra di un utente social” con il commento: “Questa è l’intelligenza della sinistra, poi cercano nei nostri post postille per attaccare la destra”.

Secondo la stampa la sua pagina social è “infarcita di post simili” a quello sulle giovani in manifestazione, il che rende quello in discussione semplicemente uno dei tanti e non proprio una “postilla” – la quale è una breve annotazione a un testo, messa ai margini o fra le righe a mo’ di chiarimento, e non descrive quanto pubblicato da Burgazzi.

Tuttavia, se vogliamo scandagliare le pagine FB di cittadini qualsiasi, come ha fatto il signore suddetto, vedremo che il sessismo e l’odio per le donne sono ampiamente trasversali agli schieramenti politici. Per questo prima dicevo “tra simili”, intendendo una vastissima porzione dei possessori della coppia di cromosomi XY. Ciò non gli consente comunque di giustificarsi dicendo più o meno che “la sinistra fa le stesse cose”, giacché: a) la responsabilità è personale; b) un aderente a un partito di sinistra o una persona che si dice di sinistra non equivalgono, come “peso” mediatico e relativa ricaduta sociale, a qualcuno che rivesta cariche di partito; c) storicamente, rispetto alle lotte femministe, la sinistra ha spesso manifestato ritardi e incomprensioni, ma è anche vero che solo la sinistra ha appoggiato molte di tali lotte.

Però voglio venire incontro a Burgazzi dimostrandogli che può trovare affinità anche con persone da cui si sente distantissimo. Dia per esempio un’occhiata a quel che fa il sig. Bello FiGo, un giovane di colore dalla profondità di pensiero e dalla modestia davvero uniche. I quotidiani riportano la sua prodezza più recente con questo titolo: “L’ultima provocazione di Bello FiGo: video hot nell’Università di Pisa”. Il video lo ho girato senza autorizzazione nelle aule di Economia all’Università di Pisa e lo ha chiamato “Trombo a facoltà” – geniale, eh? Che novità, che provocazione! E’ la solita pagliacciata con modelle seminude sculettanti attorno a un uomo, la solita sceneggiata sessista, la solita fiera dell’oggettivazione femminile che abbiamo visto (e che continuiamo nostro malgrado a vedere) migliaia di volte su ogni media a disposizione.

Il razzismo non dovrebbe tenere distanti questi due. Dovrebbero invece trovarsi al bar, a ribadire davanti a una birra che le donne sono tutte zoccole e mera carne da trombare, restando completamente ignari – proprio come gli allegri redattori con il loro entusiasta hot! hot! hot! – di come questo alimenti la violenza contro le donne.

Maria G. Di Rienzo

Non è un obbligo

“Lucia Borgonzoni: Discriminata perché donna. Bonaccini mi fa passare per la velina. Irrispettoso.

La replica immediata del candidato Dem: Da me nessun attacco personale. L’unica critica è che sul territorio c’è più Salvini che lei.”

La candidata della Lega si è così lamentata in televisione aggiungendo (ovviamente) “non c’è una donna del Pd a dire che è una vergogna”. La donna del Pd presente in studio, Anna Ascani, ha immediatamente espresso (altrettanto ovviamente) la sua solidarietà.

Lucia Borgonzoni ripete, forse senza neppure saperlo, la sceneggiata che a suo tempo fu di Carfagna e altre. Della lotta contro il sessismo ha capito solo che potrebbe esserle utile in campagna elettorale per sminuire i suoi avversari politici: sminuendo, nel contempo e ancora forse senza esserne consapevole, l’istanza stessa. La situazione è presentata come “questi, ma soprattutto queste, denunciano le discriminazione quando fa loro comodo, ma se è una donna di destra a subirla fanno orecchie da mercante”. Non è vero – e gli esempi al proposito possono essere rinvenuti facendo una rapida ricerca sui quotidiani, o persino nello spazio minimale del presente blog – ma in questo modo il sessismo diventa una mera carta da giocare (esattamente come lo presentano molti uomini e in particolare quelli della sua sponda) per costringere altre donne, del tutto estranee alle vicende contestate, a scusarsi.

A considerare Borgonzoni una seconda scelta o qualcuno di “minore”, invece, è proprio il suo partito: nei manifesti che pubblicizzano la sua candidatura il suo volto neppure c’è, c’è quello del signor Salvini. E qui bisognerebbe porre delle domande alla sensibile Lucia: ha protestato, lei, per le donne e per le ragazze che Salvini mette regolarmente alla gogna sui social media qualora lo contestino? Ha seguito l’ossessiva campagna di Salvini contro Laura Boldrini e l’ha stigmatizzata? Ha trovato disgustosi e sessisti gli insulti e le vere e proprie diffamazioni di cui è stata bersaglio Carola Rackete? Conosco già le risposte. Se fossero affermative, Borgonzoni non si sarebbe mai candidata con la Lega.

A questo punto, mi resta solo da dire qualcosa alle donne che, come Anna Ascani, vengono introdotte di forza nel giochino truccato dalle Lucie di turno: la solidarietà non è un precetto religioso, ne’ una prescrizione medica salvavita. Non siamo obbligate a esprimerla ove non ve ne sia necessità alcuna e non per rigore intellettuale, ma per intelligenza politica. Se Borgonzoni posa da discriminata e noi la assecondiamo, stiamo riducendo il sessismo, il maschilismo, la misoginia, il patriarcato e la violenza che tutto ciò produce alla “lagna delle donne”, stiamo togliendo profondità e senso alla lotta per l’eguaglianza e insultando quelle che dal partito di Borgonzoni hanno ricevuto veri e propri assalti.

La prossima volta, chiedete alla leghista o alla sovranista o alla neofascista che si lamenta ad arte da dove vengono le discriminazioni che le donne subiscono. Chiedete se è d’accordo con le posizioni e le proposte allucinanti dei suoi colleghi di partito o dei suoi alleati – l’ex ministro Fontana, il senatore Pillon, il vecchietto onnipresente pluripregiudicato e stramiliardario che saluta i fan perché deve andare “a puttane” – e quale che sia la sua replica chiedetele se restando con costoro crede di far avanzare o arretrare la condizione femminile nel nostro Paese.

Maria G. Di Rienzo

Il sentiero

Nessuno mi ha insegnato

se questo fosse il sentiero giusto

o se dovessi prenderne un altro

Se ne raggiungo il termine laggiù

mi fermerò

dicendo “E’ la fine”

Sono in piedi di fronte a un labirinto chiuso

Chiedo quale sia la mia via

ma l’eco non ha risposte

Potrei restare sullo stesso sentiero di ieri

come appesa su quella ragnatela

Da qualche parte nel mondo

nell’angolo più profondo

devo trovare la me stessa che ha perso la via

Prima che giunga l’oscurità che ingoia il sole

devo trovare la mia strada

che è intrappolata in una lunga muraglia

Insegnatemi, mie nascoste paure:

se questo sentiero termina, ve ne sarà un altro?

Devo sciogliere i nodi che mi legano i piedi

ma le mie mani intorpidite sono troppo doloranti

Da qualche parte nel mondo

nell’angolo più profondo

devo trovare la me stessa che ha perso la via

Prima che giunga l’oscurità che ingoia il sole

devo trovare la mia strada

che è intrappolata in una lunga muraglia

” (Il sentiero), Kim Yun-a – cantautrice, pianista, chitarrista del gruppo coreano indie-rock “Jaurim”.

https://www.youtube.com/watch?v=J3VZ78hWhQw

signal

La canzone fa parte della colonna sonora di “Signal”, uno sceneggiato trasmesso dalla rete tvN nel 2016 e che in questi giorni appare nelle classifiche dei migliori lavori televisivi coreani dell’ultimo decennio (io concordo). Se vi capita di poterlo vedere, fatelo: la storia è innovativa e potente ed è resa con un’armonia perfetta fra intreccio, regia e recitazione. Gli attori sono stati tutti sublimi, ma il mio Oscar personale va alla protagonista femminile Kim Hye-su (1970, straordinaria anche al cinema, vedasi “Coin Locker Girl”), a cui “Il sentiero” si riferisce.

Maria G. Di Rienzo

Una donna che legge

feminist reading - viktorija

“Una donna che legge in un bar, o seduta su una panchina al parco, o su un mezzo di trasporto pubblico corre sempre il rischio che qualcuno – quasi certamente un uomo – si chini su di lei chiedendo: “Quindi, una lettrice eh?” oppure forse “Hai mai letto qualcosa di mmm… mmm… Patrick O’ Brian?” (1) o, più probabilmente, qualcosa di totalmente estraneo ai romanzi.

E’ come se presumessero che sono annoiata, o triste, o che sto ammazzando il tempo sino a che un uomo non assorba la mia attenzione. Di solito, io sto leggendo per lavoro – difficilissimo spiegare questo al tizio che interrompe senza suscitare ulteriori interruzioni! – e non posso esimermi dal notare che ciò non accade mai quando sto usando il laptop, dove potrei dopotutto star facendo qualcosa di socialmente utile, che magari comporta l’uso di un foglio di calcolo o di una carta di credito. Ma se sto leggendo: chi lo sa?

C’è qualcosa nel topo di biblioteca di sesso femminile, con il volto oscurato dal romanzo, nascosta pur essendo in piena luce, forse ponderante sulle più grandi questioni della vita, forse fantasticante, che può servire da affronto. L’onere di facilitare scorrevoli relazioni umani è da lungo tempo posto sulle donne e leggere da sole è un’occupazione non compatibile con il sé sociale.”

Tratto da “Without women the novel would die: discuss”, di Johanna Thomas-Corr per The Guardian, 7 dicembre 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. L’occhiello recita: “Le donne sono il sistema di sostegno alla vita della narrativa: comprano infatti l’80% dei romanzi”.

(1) scrittore e saggista inglese, 1914-2000.

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