Feeds:
Articoli
Commenti

Il re degli ormoni

cordelia

Del lavoro della neuroscienziata Cordelia Fine (in immagine) è possibile trovare, in italiano, “Maschi=Femmine – Contro i pregiudizi sulla differenza fra i sessi” (ed. Ponte alle Grazie), brutto titolo non rispondente all’originale “Delusions of Gender”, se posso permettermi, per un ottimo testo.

Cordelia è nata nel 1975 a Toronto in Canada, ha trascorso la sua infanzia negli Usa e in Scozia, ha conseguito una caterva di diplomi universitari e lauree in psicologia, criminologia, neuroscienze, e vive a Melbourne in Australia con il marito e due figli.

Il suo ultimo libro si chiama “Testosterone Rex: Unmaking the Myths of Our Gendered Minds”, pubblicato da Icon, e spero vivamente sarà tradotto anch’esso. Cordelia lo apre con la citazione della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie conosciuta come “Dovremmo essere tutte femministe” e chiosa: “In aggiunta all’essere arrabbiata io sono anche fiduciosa, perché credo profondamente nella capacità degli esseri umani di ricostruirsi per essere migliori.”

testosterone-copertina

Il “Re Testosterone” di cui parla è la narrativa che spaccia per “naturale” la diseguaglianza (economica, politica, sociale) fra i sessi: se l’ormone in questione stimola nei maschi maggior crescita di peli e voce più profonda diventa ovvio, per tale narrativa, che esso produce altre caratteristiche stimate come “mascoline” tipo il comandare, l’usare violenza e l’essere – o il dire di essere – perennemente in calore. Purtroppo per qualcuno e per fortuna per altri/e, si tratta di una gigantesca menzogna.

Cordelia Fine la smonta nel suo libro in maniera scientifica, sistematicamente e senza lasciare ombra di dubbio. Nessun ormone può influenzare in maniera così diretta e inequivocabile i comportamenti e il testosterone, spacciato per una sorta di “ormone alfa” che dà ordini a tutto ciò che lo circonda, può invece lavorare solo in strutture relazionali: persino la formazione di qualcosa di incontrovertibilmente binario come i genitali maschili e femminili è dovuta a un sistema di collegamenti e interazioni. Pretendere che lo stupro o il divario di genere nei salari siano il risultato naturale del lavoro del “Re Testosterone” non è solo falso, è patetico e ipocrita.

In altre parole, essere maschi o essere femmine non è sufficiente a fare di ognuno/a di noi la versione di uomo o donna costruita culturalmente dalla società. Ma non appena nasci e ti si identifica come l’uno o l’altra, sei inondato/a da informazioni su come diventare quella versione: giocattoli, vestiti, libri, televisione, film, famiglia, religione, e un altro milione di suggerimenti palesi o sottesi te lo diranno o meglio, te lo imporranno… sino a spingerti a credere che quella sia l’unica versione possibile e “naturale” di te e che se non ti sta bene c’è in te qualcosa di sbagliato.

Mantenere questa visione equivale a mantenere relazioni di potere sbilanciate e favorevoli a una sola parte: dire che lo vuole la natura o che lo vuole dio non fa differenza, resta una falsità, un’indegnità e un’ingiustizia.

Nel finale, la scienziata suggerisce che forse è il momento di essere meno gentili e un po’ più decise a smontare le narrative funzionali all’oppressione: “come hanno fatto le femministe della prima e della seconda ondata.” Maria G. Di Rienzo

Goblin

“Il Dio del cielo e della terra semplicemente chiede. Il Fato è la domanda che ho posto. Voi potete trovare la risposta.”

Così 천지신명 (la pronuncia resa in italiano è “cion-gi-scin-miong”), la suprema divinità di un pantheon coreano antecedente buddismo, cristianesimo e confucianesimo, crea una delle scene più significative dello sceneggiato “Goblin” (도깨비 – “docchebi”, accento sulla finale) attualmente trasmesso dal canale via cavo “tvN” e decisamente sulla cresta dell’onda: 15,3% di share, con picchi di 18.

goblin-poster

Secondo la mitologia a cui fa riferimento le cose per gli esseri umani vanno così:

A crearti è la Nonna Samshin, la Dea del Parto che protegge madri e bambine/i. La sua protezione ti segue sino ai 10 anni.

Dopo di ciò, passi sotto la vigilanza di sette divinità che sono le sette stelle del Grande Carro dell’Orsa Maggiore (칠성신 – “cil-song-scin”): con il tempo, queste figure si sono fuse con quella del dio supremo succitato.

Quando incontri un Messaggero dell’Aldilà (저승사자 – gio-sung-sa-gia) muori.

Nel tribunale dell’Aldilà ciò che hai fatto durante la tua vita è giudicato dal Grande Re 염라 (“iom-ra”), che comanda i Messaggeri. Se sei stato giusto puoi andare in Cielo o reincarnarti, se non lo sei stato soffri eterno dolore (in alcuni casi ti reincarni in una forma inferiore e in altri ancora diventi un Messaggero come forma di espiazione).

goblin

(da sinistra, il Messaggero dell’Aldilà e il Goblin)

Se hai un desiderio fortissimo o un rancore altrettanto intenso che ti spingono a voler vivere anche dopo la morte, resti a vagare in questo mondo come spirito (fantasma).

Questa mitologia comprende creature come i draghi e il nostro 도깨비: un essere fatato non necessariamente maligno come i goblin del folklore anglosassone (tradurre è sempre un po’ tradire) ma che da buon folletto può creare oro e compiere altri incantesimi. In più il “docchebi” non nasce tale: in origine era una creatura umana e subisce la trasformazione a causa di diverse circostanze – per esempio, come nel caso dello sceneggiato, il subire un grave tradimento intriso da molto sangue versato.

La storia del drama, in sé, non mi attira in modo particolare. Il folletto vive in eterno, trafitto dalla propria spada, e per raggiungere pace e oblio deve trovare la propria “moglie”, una donna umana che lo ami, perché in virtù di questo amore lei è in grado di sfilare la spada dal suo corpo: capite bene quanti fazzoletti si inzuppano di lacrime per il triste destino di entrambi…

goblin-sword

Ma la scrittrice che ha vergato la sceneggiatura, Kim Eun-Sook, lo ha fatto in modo superbo, utilizzando il meglio della letteratura e della poesia del suo paese. Con uno “script” del genere, persino un guitto (parlo degli idol-boys e delle idol-girls gettati in modo improvvido nelle produzioni cinematografiche e televisive) non può fare altro che diventare un attore. Perciò sto guardando le puntate di “Goblin”, per ascoltare più che per vedere.

Maria G. Di Rienzo

Terrorismo quotidiano

La paura, nelle situazioni di abuso domestico, è peculiare – cioè ha caratteristiche proprie e specifiche e non è un semplice sottoprodotto della violenza. Il controllo emotivo e psicologico che risulta dalla paura, definito dalle ricerche in merito terrorismo quotidiano, nutre il modo in cui l’abuso continua a “funzionare”:

1) Subire abusi in ambiente domestico, da un partner intimo, dà forma alla natura della paura immediata durante gli incidenti violenti. Questa paura diventa cronica con il tempo, opera un trauma profondo e ha effetti negativi sulla salute e il benessere in generale. Chi abusa adotta una serie di tattiche e comportamenti per mantenerla costante;

2) L’isolamento – ma forse sarebbe più corretto definirlo “intrappolamento” – sociale e fisico che sovente accompagna gli abusi rinforza la paura e rende il cercare aiuto più difficoltoso. Le vittime sperimentano un’enorme umiliazione legata anche alla sensazione di essere impotenti;

3) La paura è la principale ragione-chiave per il silenzio e il non abbandono dell’abusante e dell’ambiente domestico;

4) Tenere una persona uno in stato di paura cronica non richiede di usare violenza fisica continuamente e persino del tutto;

5) Usare questa paura e “giocarci” sono azioni comuni per coloro che abusano e sono rese possibile dalla loro conoscenza intima della persona di cui stanno abusando;

6) I violenti raccontano storie “verosimili” e “razionali” sugli abusi che perpetuano, recitano il ruolo della vittima, e spessissimo gettano il biasimo per le loro azioni sulle persone di cui stanno abusando: come risultato, molte di queste ultime fanno esperienza di una sorta di “bispensiero” in cui stentano a riconoscere come violazioni dei loro diritti ciò che loro accade;

7) I ruoli di genere all’interno delle relazioni intime (in altre parole, a chi è demandato il lavoro domestico, di cura, emozionale) rendono più facile l’abuso per i perpetratori e più difficile la fuga alle loro vittime. La violenza non accade in un vuoto sociale, ma in una società che ha ancora forti aspettative sui comportamenti e i ruoli che uomini e donne devono tenere nelle loro relazioni: questo scenario indebolisce la reazione di chi subisce abusi e rende più agevole per chi abusa continuare a farlo senza essere contrastato;

8) Altre diseguaglianze sociali, in special modo quelle che riguardano l’orientamento sessuale, il reddito, la classe sociale, l’appartenenza etnica, la disabilità, esasperano gli effetti della violenza domestica e la paura a essi collegata;

9) Nemmeno la paura si crea in un vuoto sociale. I nostri sentimenti sono influenzati da quelli di chi abbiamo intorno e dalle nostre supposizioni su come costoro si sentono. Nel caso della violenza domestica, sulla paura ha influenza come la società vede e giudica questa stessa violenza (prescrizioni morali e religiose ad esempio), hanno influenza familiari e amici, personale medico e dei servizi sociali, personale delle forze dell’ordine, giudici e avvocati, eccetera.

Cosa succede con tutte queste classi di individui nominate al punto 9)? Che troppi di essi non hanno formazione specifica sulla violenza, ne’ in generale ne’ su quella domestica e di genere, perciò rispondono alle vittime basandosi sui propri pregiudizi sociali, umiliandole di nuovo e creando in loro la sensazione di essere RESPONSABILI di ciò che subiscono, completamente SOLE e persino PAZZE.

Dopo una vita vissuta nell’abuso domestico inflittole dal marito e una prima coltellata ricevuta da costui nel 1995, Rosanna Belvisi è stata massacrata definitivamente il 15 gennaio: questa volta, le coltellate coniugali erano 23.

I giornali riportano che, “per il Questore di Milano Antonio De Iesu, questo caso «è emblematico di un quadro famigliare malato, con rapporti violenti che non vengono alla luce». È la storia di una donna che è stata lasciata sola, senza aiuti per uscire da una vita di terrore. «La normativa in materia adesso c’è – ha ricordato De Iesu – le vittime di stalking devono ricorrere ai centri antiviolenza e avvisare le questure, che hanno il potere di “ammonire” gli uomini violenti». Eppure poche lo fanno. (rileggete i 9 punti precedenti e non sarà difficile capire perché, ma come vedremo c’è dell’altro, nda.) «Il sistema funziona. – dice sempre il Questore – Ma a Milano riceviamo centinaia di chiamate per violenze nei confronti di donne che invece non denunciano fino a quando è troppo tardi». Per questo, «la cosa più importante è sensibilizzare le donne: devono chiedere aiuto».”

Ma quando lo fanno, che tipo di aiuto ricevono dalle istituzioni che ora “hanno la normativa” in base a cui agire? E’ proprio sicuro che il sistema funzioni? Mi segua, signor De Iesu: siamo nella Questura della mia città, è il 5 novembre scorso, e io sto presentando un esposto per “stalking condominiale”. E’ violenza generalizzata, non di genere o domestica, ma sempre violenza è (l’art. 612 del Codice Penale può essere applicato a tutte quelle situazioni capaci di “creare inquietudine a chi le subisce” e io ho sviluppato in 6 mesi di tortura uno “stato d’ansia reattivo con conseguenti episodi di tachicardia e dispnea ansiogena tali da ricorrere all’uso di terapia farmacologica”). Il mio scritto espone i fatti dettagliatamente, ho testimoni e vi sono altre vittime. Il funzionario, una volta finito di registrarlo, alza la testa e dice: “Tanto dirà che lei è pazza e si è inventata tutto.” La funzionaria n. 2 mi chiama al telefono il 13 gennaio, giorno in cui la persona che tramite l’esposto chiamo ad assumersi le sue responsabilità si degna di presentarsi al colloquio: il signore le ha detto che lui non fa nulla, e quindi nulla è accaduto. Ha fatto la vittima, si è detto davvero dispiaciuto, eccetera eccetera. Sottilmente, la funzionaria suggerisce che forse mi sono sbagliata. Allibita, poiché ci sono altri sei adulti in tre appartamenti differenti che “si sbagliano”, riassumo il caso e le faccio notare le contraddizioni in cui il tipo continua a cadere. Risposta piccata: “Può presentare querela, se vuole, ma tanto non otterrà nulla lo stesso.”

Non so cosa la funzionaria pensi io voglia “ottenere”, ma in realtà è molto semplice: non sono compensazioni e risarcimenti e neppure scuse – voglio che si smetta di farmi del male.

E vede, signor Questore, quest’uomo è per me un estraneo. Si immagini cosa vuol dire emergere dal “terrorismo quotidiano” che ho esposto sopra e andare a denunciare un marito, un compagno, il padre dei tuoi figli, il quale dirà similmente “si è inventata tutto”, “esagera”, “è ipersensibile” “ha frainteso”, “è eccessivamente emotiva”, “è esaurita” (a forza di vessazioni non è difficile raggiungere questo stato)… immediatamente creduto e legittimato. E nel terrorismo quotidiano si ripiomba. Il tuo timore più grande si avvera: anche se parli, le tue parole non hanno valore. Non è successo niente. Lo ha detto un uomo, perciò dev’essere andata così. Perché si sa, non è vero, che le donne mentono, le donne non sono in grado di distinguere bene una carezza da un cazzotto, le donne sono perfide, le donne non sono affidabili. Come possono le parole di una donna essere vere e quelle di un uomo false qualora due versioni siano in conflitto?

Perciò, la “cosa più importante” non è “sensibilizzare le donne”: il clima culturale che le opprime dev’essere sfidato, chi deve essere reso più consapevole e più capace è l’apparato istituzionale e i consigli per un diverso comportamento, se vogliamo che la musica cambi, devono essere dati AI PERPETRATORI, NON ALLE VITTIME.

Sensibilizziamo gli uomini, signor Questore.

Maria G. Di Rienzo

Una scelta consigliata

“La sorellanza – e cioè un amore fondamentale proveniente dalle donne e che le lega emotivamente – è, come la maternità, una capacità e non un destino. Deve essere scelta, esercitata da atti volontari.”, Olga Broumas

olga

(Olga, poeta e scrittrice, è nata nel 1949 in Grecia. Vinta una borsa di studio per frequentare l’università negli Stati Uniti là è poi rimasta, a mietere premi e riconoscimenti per il suo lavoro cominciando nel 1977 con la raccolta di versi “Beginning with O”, che contiene diverse esplicite poesie dirette alle donne che ha amato. Docente universitaria di scrittura creativa dal 1995, trascorre le estati a Cape Cod dove trent’anni fa ha fondato una scuola per artiste. MG DR)

women-together

Dillo!

“Papà, papà, se sono stata stuprata vorresti sapere dove stavo passeggiando?

Vorresti sapere cosa avevo addosso?

Vorresti sapere chi era lui?

E’ differente se avevo trent’anni o dodici? O se avevo bevuto un bicchiere?

Se la vittima è tua figlia, a chi dare la colpa si complica?

Noi non taceremo più!

Parla, fai sentire la tua voce.

Chi è contrario annegherà in un mare di verità e la nostra guarigione coprirà la Terra.

Dillo! Dillo! Sono stata stuprata.”

war-on-women

Questo è il testo di “Say it” – “Dillo”, una canzone del gruppo punk hardcore “War on Women” – “Guerra contro le donne”. Il nome della band, spiega la cantante Shawna Potter, è stato scelto perché: “Non intendo girare intorno al fatto che una guerra contro le donne esiste. Non lo sto implicando o suggerendo, lo sto affermando.” Shawna è la principale autrice dei testi nei quali, si basino essi su esperienze sue o altrui, cerca di descrivere “la realtà dei modi in cui le persone sono colpite dalla violenza di genere”. E così scrive di diritto all’interruzione di gravidanza, di accesso alla contraccezione, del sopravvivere alla violenza sessuale, del femminicidio epidemico a Juárez in Messico, di diseguaglianze di genere: “Come? Il divario nei salari (fra donne e uomini, nda.) non è abbastanza grande per farci passare il tuo ego?”, dice uno dei suoi pezzi.

Il gruppo è misto (vi suonano donne e uomini che hanno alle spalle carriere soliste e non), è stato fondato nel 2010 e l’anno successivo è uscito l’EP del loro debutto “Improvised Weapons”, a cui è seguito l’album che porta il loro stesso nome. Le loro canzoni attaccano le attitudini sessiste e il patriarcato istituzionalizzato con umorismo, intelligenza, onestà e potenti riff di chitarra.

Sulla scena tipica del loro genere musicale, dominata da gruppi maschili sin dal suo formarsi negli anni ’80, spiccano non solo per la loro formazione e la loro dichiarata missione “Stiamo portando il nostro messaggio femminista attraverso il pianeta”, ma anche per l’attitudine con cui creano le loro performance assieme al pubblico: al microfono, Shawna chiama le donne e ogni persona LGBTI a farsi avanti, a stare sotto il palco e accanto alla band.

war on women concerto.jpg

“Stanotte è la vostra notte. – grida – Prendete spazio e voi altri uomini fate spazio, allargatevi, voglio che femmine e queer prendano spazio sapendo che stiamo facendo questo insieme, cooperando.” Se avete mai partecipato come spettatori a un concerto hardcore saprete che di solito sotto il palco c’è un simpatico scatenamento di entusiasti (“pogo”) di sesso maschile: se le donne e le ragazze ballano lo fanno in seconda fila e spesso si limitano a battere un piede a ritmo mentre reggono le borse e altri oggetti personali dei loro amici in prima fila. I “War on Women” desiderano che ci scateniamo tutti insieme, consapevoli che per farlo bisogna dare spazio gli uni agli altri.

Maria G. Di Rienzo

Se donna è una parola

(“WOMAN”, di Rae Liberto, infermiera e poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo)

anime-gemelle

DONNA

Se donna è una parola

allora le tue cosce sono versi

di una poesia che non posso scrivere

Ho tentato di portarne un piccolo morso

con me

Se in mezzo è un luogo

io vivo là senza parole

con un pezzo di poesia

nascosto nella mia guancia

Lora

(“On surviving the Christmas holidays as a lesbian in Bulgaria” di Lora Novachkova – in immagine – per Open Democracy, 9 January 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Lora, femminista anarchica, si è laureata all’Università di Vienna con una specializzazione in Studi di genere.)

lora

Mi trovo di nuovo in Bulgaria per le vacanza di Natale e Capodanno e sono in un luogo che si suppone essere “casa mia”, con i membri della mia famiglia omofobica che sono convinti di amarmi incondizionatamente.

L’anno scorso, all’incirca nello stesso periodo, ho dato le dimissioni dal mio lavoro come direttrice dei programmi del settore “Diritti e Movimenti LGBTI” del Centro Risorse della Fondazione Bilitis, a causa di un grave esaurimento nervoso. Ero frustrata dal vivere a Sofia, un città coperta di svastiche, e ho deciso che era ora di smettere di aver paura di essere assalita per strada. Mi sono trasferita in Spagna, dove posso di nuovo tenere per mano la mia compagna in pubblica. Tuttavia, non appena è stato il momento di far visita a “casa”, l’illusione è svanita e al suo posto è subentrata l’amara riflessione del dover fronteggiare l’omofobia della mia famiglia così come dell’intera società in cui sono cresciuta.

In maggioranza le persone LGBTI in Bulgaria sono costrette a condurre una doppia vita, o a emigrare per poter esprimere il loro orientamento sessuale più o meno liberamente. Sebbene sia difficile avere le statistiche nazionali sulle attitudini verso le persone LGBTI, i risultati di un sondaggio dell’Unione Europea del 2015 hanno mostrato che il 68% della popolazione si oppone ai matrimoni fra persone dello stesso sesso, che sono stati banditi dal governo nel 1991. La stragrande maggioranza dei bulgari vede questi desideri come malattia o devianza ma mai, per niente, come qualcosa di “naturale” (qualsiasi cosa questa parola significhi).

Ricordo il Natale del 2011, quando mi fu gentilmente chiesto dai miei familiari, che sono cristiani ortodossi come la maggioranza dei bulgari, di consultare un imam per rompere la “malvagia maledizione” che aveva fatto di me una lesbica, perché la mia famiglia crede che la mia omosessualità sia il risultato di magia nera. Ironicamente, i miei genitori non riuscirono a spiegare al tipo di cosa erano preoccupati e si aspettavano che lui lo “vedesse” in qualche modo. E’ una pratica assai diffusa, in Bulgaria, consultare imam di origine turca quando c’è il sospetto di essere sotto l’influenza di magia nera. Normalmente, vai a casa dell’imam e gli lasci una donazione per il suo lavoro. Non so se quello in questione fosse in grado di “vedere” il “problema”, ma pare che il suo lavoro non raggiunse il risultato sperato. Perciò, la procedura dovette essere ripetuta nel 2014.

Questa volta consultammo una “vrachka”, un’indovina di sesso femminile in grado anche di rompere incantesimi. Mi chiese perché, dopo aver avuto un ragazzo per alcuni anni, ho cominciato a uscire con le ragazze. Pensò che la mia risposta non fosse convincente, ma non sentivo il bisogno di arrivare a farle capire qualcosa.

Mentre facevo ricerche per la mia tesi di laurea, in cui indagavo le interconnessioni fra l’omofobia sociale e quella familiare in Bulgaria, mi sono imbattuta in storie simili raccontate da molte altre lesbiche. Io visitai questi “consulenti” perché ero per lo più curiosa come ricercatrice ma anche se non l’avessi fatto i miei genitori avrebbero comunque visto la mia omosessualità come l’influenza di un oscuro incantesimo. Un consulto psicologico è anche, tristemente, non la risposta perché in Bulgaria queste istituzione non possono garantire uno spazio sicuro a causa della natura del soggetto. Ovviamente, in tale contesto omofobico, ci sono un mucchio di psicologi incompetenti che fanno affari non etici rinforzando l’omofobia e traumatizzando le giovani persone LGBTI che dovranno poi affrontarne le conseguenze per tutta la vita. Poiché in Bulgaria non ci sono telefoni amici o qualsiasi altra risorsa pubblica per venire incontro alle necessità delle persone LGBTI, siamo in pratica lasciati a gestire il processo da soli, nei modi in cui possiamo farlo. In simili circostanze (senza l’aiuto di specialisti), la reazione familiare diventa assolutamente cruciale nella percezione che un individuo ha di se stesso.

Tornando alle mie riflessioni sul Natale, non è stato un periodo allegro. Lo sforzo mentale di sopprimere la rabbia verso l’ignoranza della propria famiglia è duro, e dover recitare il ruolo di una persona felice di essere tornata a “casa” non lo rende meno pesante. Per me, questo mondo ha perso il suo significato quando un paio d’anni fa tornai in Bulgaria da Berlino con la mia ragazza e ci fu richiesto di non venire a “casa”. Stavamo insieme da tre anni, e avevamo trascorso metà di questo tempo a Sofia, ma ciò non ha indotto i miei genitori a volerla conoscere. Mia madre non ha mai messo piede nel nostro appartamento. Mio padre osò farlo, ma solo quando lei non c’era. Quando lo incontravo, dovevo raggiungere il posto dove si trovava da sola. La legittimazione per la “mancanza di simpatia” della mia famiglia nei suoi confronti è che lei è più vecchia di me di tredici anni. Come sappiamo, l’omofobia raramente arriva da sola. Più spesso che no, si intreccia con il sessismo, con i pregiudizi sull’età, eccetera.

La scorsa estate i miei genitori mi fecero visita in Spagna. Ero sinceramente entusiasta della loro visita perché per me significava che, per la prima volta, avrebbero incontrato una mia compagna. Chiedemmo perché accettavano di incontrare lei, ma non la mia ex partner con cui ero stata tre anni. Sarebbe stato meglio non chiedere. Mio padre spiegò che l’età della mia compagna precedente lo aveva indotto a concludere che lei era veramente una lesbica, ma poiché la mia compagna attuale ha nove anni meno di me, loro vedevano la nostra relazione come l’esperimento di una persona giovane. Ero sconvolta, offesa e volevo urlare, ma invece ho dovuto sopportare perché quello era solo il primo giorno e dovevano passarne altri quattro. Dopo di ciò, volammo in Bulgaria, dove mi avvisarono di non portarla.

Questo accadde in estate e ora è inverno, nulla è cambiato. La mia compagna e io siamo nella stessa città per Natale e Capodanno, ma ne’ io ne’ lei possiamo portare l’altra a “casa”. Mi chiedo: quante coppie omosessuali smettono di tenersi per mano non appena atterranno all’aeroporto di Sofia?

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: