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nassar processo

Larry Nassar (immagine ABC Nightline), ex medico sportivo per la squadra nazionale statunitense di ginnastica è accusato da 140 donne e ragazze di violenza sessuale, per lo più iniziata quando erano bambine e protratta nel tempo. 105 di esse si stanno presentando in tribunale o hanno rilasciato dichiarazioni che sono lette in aula.

Nassar si è dichiarato colpevole di dieci episodi di aggressione sessuale lo scorso novembre, ma ormai – poverino – non ce la fa più: perciò dopo il terzo giorno ha scritto una lettera di sei pagine alla giudice che presiede il tribunale per il suo caso, Rosemarie Aquilina. In detta missiva, Nassar spiega fra l’altro di essere “molto preoccupato dalla sua capacità mentale di fronteggiare le testimoni per i prossimi quattro giorni”. I resoconti della sua attività di molestatore e stupratore sono in effetti agghiaccianti per brutalità e non è facile stare a sentirli, perciò durante l’udienza di giovedì 18 gennaio la giudice gli ha risposto: “Lei può trovare che sia duro stare qui ad ascoltare, ma non è duro quanto ciò che le sue vittime hanno sopportato collettivamente per mano sua per migliaia di ora. Passare cinque o sei giorni ascoltandole è significativamente minore, considerando le migliaia di ore di piacere che lei ha avuto a spese loro, rovinando le loro vite.”

La prima a testimoniare è stata Kyle Stephens, che Nassar ha cominciato a molestare quando aveva 6 anni. E questo è quel che ha gli ha detto in faccia chiudendo la sua dichiarazione: “Le bambine non restano bambine per sempre. Crescono sino a diventare donne forti che ritornano a distruggere il tuo mondo.”

Maria G. Di Rienzo

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Intenzioni goliardiche

Ieri Antonella Rigon (grazie) mi ha segnalato questa notizia riportata dall’Ansa e dal Giornale di Vicenza: “Il gip: ‘La sculacciata in ufficio non è reato’. L’inchiesta aperta dopo la denuncia di un’impiegata – Un impiegato vicentino di 38 anni si è visto archiviare l’indagine che la procura aveva aperto a suo carico dopo la denuncia di una sua collega di lavoro. Quest’ultima, 40 anni, si era rivolta alla magistratura dopo che per tre volte quello che era il suo diretto superiore, in ufficio, le aveva rifilato una sculacciata davanti ad altri impiegati. Per la vittima si trattava di un’umiliazione da codice penale, che integra i reati di violenza sessuale nell’ipotesi lieve e di ingiuria. Ma il pm prima e il giudice poi sono stati di diverso avviso, sulla scorta delle testimonianze dei colleghi: non c’era stata morbosità nè violenza nè punizione, la sculacciata era un gesto goliardico per invitare la segretaria ad essere veloce con le pratiche.”

Ehi, ma denunciate, denunciate, perché non denunciate? Allora va vi bene…

Dunque, secondo la magistratura, il fattore saliente non è l’aggressione di una donna da parte di un uomo, la violazione della sua integrità fisica e delle norme per cui si trova in quell’ufficio (sono sicura che sul contratto d’impiego da lei firmato non c’era la clausola del farsi “scherzosamente” mettere le mani addosso dai superiori gerarchici), non la sua umiliazione e infantilizzazione di fronte a terzi, ma le intenzioni dell’uomo. Se sono “goliardiche” – non mi risulta che i due si trovassero a una festa di laurea, bensì in ambiente lavorativo – è tutto a posto e la gerarchia patriarcale è salva: i sentimenti e le intenzioni degli uomini sono fondamentali, con i sentimenti e le intenzioni delle donne possiamo pulirci il didietro, perché non hanno valore.

Tra l’altro, in un tribunale le dichiarate “intenzioni” del perpetratore di un atto che è e resta un abuso ai sensi di legge, possono fungere al massimo da attenuanti (poiché non sono provabili concretamente) e non determinano la natura e la gravità della violazione ne’ definiscono le sentenze. O meglio, questo accadrebbe se ci trovassimo in un paese civile. L’Italia ogni tanto finge di essere tale: per esempio, ha ratificato da un bel pezzo la Convenzione di Istanbul che all’articolo 40 recita: “ogni forma di condotta non voluta, verbale, non verbale o fisica di natura sessuale che ha lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona (…) è soggetta a sanzione penale o comunque legale.”

Mettere le mani sul didietro di un’altra persona, che non lo vuole e non lo ha chiesto, è morboso, è violento ed è di natura sessuale, che si tratti di una carezza o di un colpo.

Ora, poiché i rapporti di lavoro sono regolati da contratti e legislazioni e se si vuole invitare la segretaria a “essere veloce con le pratiche” o si ritiene che non faccia bene il suo lavoro le misure disciplinari sono dettagliate in essi – e non prevedono mettere in castigo la bambina, sculacciarla, farla stare in ginocchio sui sassi ecc. – questa donna è stata offesa non solo in ufficio, ma tramite la sentenza del tribunale dall’intero consesso sociale.

Il suo paese le è ribadito che il suo corpo non le appartiene, che qualsiasi uomo può fare con / di esso ciò che vuole, che poiché è donna è totalmente priva di tutele e di potere. Non vive in un mondo sensato, reale, decente, ma in quel film porno-pecoreccio in cui la maggioranza degli italiani recita da una trentina d’anni. Mi aspetto e auguro che il sindacato e le associazioni di donne di Vicenza organizzino un po’ di fuochi d’artificio con cui mostrare la miseria di questa rappresentazione. Maria G. Di Rienzo

P.S. Per Antonella e chiunque venga a sapere qualcosa: avvisatemi, Vicenza non è troppo distante per me.

Primo impiego

(“First Job”, di Elizabeth Acevedo – in immagine – poeta contemporanea statunitense, trad. Maria G. Di Rienzo. Elizabeth ha vinto il National Poetry Slam ed è autrice di due raccolte di poesie. Il suo ultimo libro, “Poet X”, uscirà nel giugno 2018.)

elizabeth

PRIMO LAVORO

Mi sveglio con il pane.

Con occhi assonnati e sbadigliando

cammino per i quattro isolati,

timbro il cartellino e pulisco le finestre.

Ho dimenticato di chiudere a chiave la porta.

Metto le ciambelle di pane vecchie di un giorno

accanto alla parte anteriore della vetrina.

Spazzo. Lavo i banconi.

Controllo il registratore di cassa.

Ho dimenticato di chiudere a chiave la porta.

Nel momento in cui sento lo scampanellio d’ingresso

il barbone ha già il suo uccello in pugno e si strofina.

Miguel, che cuoce focaccine nel retro,

mi sente urlare.

Ride mentre fa correre via l’uomo.

Perché ti tremano le mani, ragazza?

Ho dimenticato di chiudere a chiave la porta.

E quindi passo lo straccio. Saluto i clienti.

Faccio il caffè con il filtro. Riscaldo il pane.

Sorrido.

Fingo che la ragazza dentro di me

non sia solo un piccolo scarafaggio

sempre in attesa dello stivale sotto cui cadrà.

Lavorare in Europa

(brani tratti da “Work in the EU: women and men at opposite ends”, rapporto dell’European Institute for Gender Equality – EIGE, 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’EIGE è un istituto di ricerca e centro competenze per l’eguaglianza di genere dell’Unione Europea. Il documento integrale si trova qui:

http://wunrn.com/wp-content/uploads/Work-in-the-EU-Women-Men-EIGE1.pdf )

“Ancora oggi, il genere è un fattore determinante che divide la forza lavoro nel mercato del lavoro dell’Unione Europea (UE). Ciò conduce a un potenziale non sfruttato di talenti, ad aspirazioni non realizzate e opportunità perdute per donne, uomini e la società nel suo complesso.

Le divisioni di genere nel mercato del lavoro si estendono alla distribuzione delle posizioni di comando, alle possibilità di avanzamento di carriera, all’assegnazione di compiti o alla retribuzione.

La segregazione di genere crea e rinforza le diseguaglianze di genere all’interno del mondo del lavoro e fuori di esso. Ha impatto sull’economia dell’UE rendendo il mercato del lavoro meno competitivo e creando maggiori difficoltà alle aziende nel rispondere all’alta domanda di posizioni nella tecnologia informatica e nell’ingegneria. La segregazione crea anche le differenze negli stipendi e per le donne aumenta il rischio di povertà e ne abbassa l’indipendenza economica.

Le ragioni che stanno dietro alla segregazione sono complesse e non possono essere spiegate con un singolo fattore. Una divisione di genere che attraversa i settori di studio, combinata agli stereotipi di genere o a insufficienti opzioni per il bilanciamento lavoro-vita, arrivano insieme a creare le condizioni per la segregazione di genere. Essa si dà quando donne o uomini dominano una determinata professione o un campo di studi. Per esempio, le donne nell’arte e negli studi umanistici e gli uomini nella costruzione e nella tecnologia.

Nel settore Istruzione, Salute e Welfare ci sono meno uomini di quanti ce ne fossero dieci anni fa (30% del 2004 e 26% nel 2014). Nelle professioni che riguardano Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, la quota di donne è aumento di un solo punto percentuale durante lo stesso periodo, dal 13% al 14%.

Durante l’ultimo decennio, non c’è stata una riduzione netta del divario di genere nei salari. In alcuni paesi il divario è persino aumentato. Ciò mette in luce il paradosso di un’occupazione femminile in crescita ma solo al costo di uno sproporzionato ingresso in lavori di bassa qualità e poco pagati. Il divario salariale persiste a causa delle numerose differenze nei modi in cui donne e uomini partecipano al mercato del lavoro – dalla segregazione occupazionale all’ineguale distribuzione di posizioni direzionali o all’intensità del lavoro.

Da una parte, le donne tengono a dominare settori in cui la paga e lo status sono bassi, come l’istruzione o il lavoro sociale, ma persino in questi settori gli uomini tendono a essere pagati di più. Dall’altra parte, donne che lavorano in settori relativi alla scienza e alla tecnologia dominati dagli uomini spesso hanno minor accesso ai ruoli tecnici più prestigiosi e innovativi, il che ha impatto negativo sul progresso delle loro carriere.

I principali colpevoli sono gli stereotipi di genere. Durante le nostre vite, dobbiamo spesso affrontare la pressione sociale da parte di genitori, gruppi di pari o insegnanti a conformarci alle aspettative tradizionali che influenzano scelte di studi e di carriera. Gli stereotipi di genere scoraggiano gli individui a scegliere professioni e a restare in professioni che sono atipiche per il loro genere.

Fare attenzione presto agli stereotipi di genere nel sistema scolastico può incoraggiare le giovani donne e i giovani uomini ad aspirare a professioni non tradizionali. Gli stati membri dovrebbero affrontare gli stereotipi di genere presenti nell’istruzione informale e formale in tenera età, fornendo addestramento alla sensibilità di genere agli insegnanti.

L’orientamento professionale dovrebbe contrastare i pregiudizi di genere, di modo che i/le giovani possano pensare liberamente e prendere decisioni che permettano loro di scegliere il lavoro che preferiscono e condurre vite dignitose.”

(Il documento indica anche svariate risorse e programmi che l’UE ha messo a disposizione degli stati membri per occuparsi della questione.)

Com’erano vestite

(“Rape victims’ clothing goes on display to show it’s not about what you wear”, di Tanveer Mann per Metro, 10 gennaio 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

molenbeek - expo 2

Gli abiti indossati dalle vittime di stupro nel momento in cui furono aggredite sono visibili in una mostra di Bruxelles.

La mostra, che si tiene nel distretto di Molenbeek della capitale belga, si chiama “E’ colpa mia?” e ha lo scopo di spegnere il mito per cui l’abbigliamento provocante sarebbe un fattore nei crimini sessuali violenti.

Gli abiti sono stati prestati dal gruppo di sostegno alle vittime “CAW East Brabant” e includono tute sportive, pigiami e abiti interi.

Lieshbeth Kennes (ndt.: del gruppo succitato) ha detto alla radio VRT1: “E’ quel che noti mentre cammini qui intorno: che erano tutti abiti molto normali e chiunque potrebbe indossarli. C’è anche la maglietta di una bambina con l’immagine del “Mio Piccolo Pony”, alla mostra, il che rende chiara un’amara realtà.”

Kennes ha aggiunto che le vittime sono tuttora biasimate nei casi di assalto sessuale, ove possono essere interrogate a partire dalla presunzione che sono in parte responsabili per quanto è accaduto loro. Per esempio, alcune vittime sono accusate di essere state vestite in modo provocante, di essere state “civette” o persino di star tornando a casa in bicicletta a un’ora tarda della notte.

Lieshbeth Kennes ha detto: “C’è una sola persona responsabile, una persona che può prevenire lo stupro: il perpetratore.”

molenbeek - expo

Intrattenimento

C’è uno sceneggiato in preparazione per Netflix che preferiremmo non vedere. Soprattutto, vorrebbero che la produzione si fermasse 56 fra attiviste contro lo sfruttamento sessuale e sopravvissute al traffico sessuale, che hanno spiegato come lo sceneggiato “Baby” normalizza l’abuso sessuale dei minori:

http://endsexualexploitation.org/wp-content/uploads/Netflix_Baby_Sign-On-Letter_FINAL_01-11-18-1-1.pdf

“Come sopravvissute al traffico sessuale e/o esperte della materia, fornitrici di servizi sociali e attiviste per l’abolizione dello sfruttamento sessuale, – si legge nel documento – scriviamo per esprimere la nostra profonda preoccupazione rispetto all’intenzione di Netflix di sviluppare una serie televisiva per il mercato italiano basandosi sulla storia “Baby”. Come sapete, la trama fa generico riferimento allo “Scandalo delle Baby Squillo” (i.e. “scandalo delle prostitute bambine”), che ha coinvolto nello sfruttamento sessuale commerciale ragazze di 14-15 anni, almeno una delle quali trafficata sessualmente dalla propria madre.

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/10/29/la-normalita-di-viale-parioli/

Per favore vedete di capire che non esistono “prostitute bambine” – esistono solo bambine abusate sessualmente, sfruttate e stuprate. Più di 40 uomini sono stati sospettati di aver acquistato le ragazze e otto trafficanti sono stati arrestati: il capo della banda ha ricevuto una sentenza di 10 anni di carcere. (…)

Non solo Baby è associato allo sfruttamento sessuale avvenuto nelle vite reali di ragazzine di 14-15 anni, ma è già stato presentato come una storia di “formazione” su adolescenti che “sfidano le norme sociali” nel tentativo di erotizzare il sistema di sfruttamento della prostituzione.

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/10/09/non-sono-giocattoli/

Ci sono pochi dubbi sul fatto che il commercio sessuale sarà usato come comodo sfondo per mescolare alla sceneggiatura scene sessualmente esplicite in cui attrici recitano nel ruolo di ragazze adolescenti. Facendo questo, normalizzerete lo sfruttamento sessuale commerciale dei minorenni.

(questa serie tv) è destinata a perpetuare due pericolosi miti che circondano l’abuso sessuale:

Mito n. 1 – La prostituzione delle adolescenti è distinta dal traffico sessuale.

Per la legge (…) non esistono “prostitute minorenni”. Chiunque sia coinvolto in sesso commerciale e sia minore di 18 anni è per legge una vittima di traffico sessuale; la legge perciò afferma che le/i minori non possono acconsentire al proprio sfruttamento sessuale.

Quando la società normalizza l’idea della prostituzione di minori, per esempio per “l’intrattenimento” che essa genera e la assimila, diventa più difficile per le forze dell’ordine ottenere la condanna di trafficanti, magnaccia e compratori di sesso che stanno abusando dei/delle minori. (…)

Mito n. 2 – La prostituzione è un’affascinante, anche se rischiosa, avventura imprenditoriale.

Persino nelle cosiddette cerchie della prostituzione VIP, la prostituzione è raramente un affare conveniente per quelle che sono comprate e vendute. La sopravvissuta alla prostituzione Rebecca Bender ha detto: La maggior parte delle donne che hanno alte tariffe e clientela di alta classe sociale, hanno pure un trafficante che si prende il 100% dei loro soldi. (…)”

La lettera presentata da Lisa Thompson, vicepresidente di NCOSE – National Center on Sexual Exploitation, oltre a contenere precisi – e strazianti – riferimenti a studi e ricerche sulla violenza inestricabilmente legata alla prostituzione, propone a Netflix un codice di condotta.

Se Netflix ha di recente licenziato Kevin Spacey (“House of Cards”) per le molestie sessuali di cui è accusato, ha detto Thompson alla stampa, “produrre uno show che glorifica il traffico sessuale di minori e lo classifica come tagliente intrattenimento è il massimo dell’ipocrisia.”

Maria G. Di Rienzo

Cosa vogliamo

(brano tratto da: “What We Want for 2018: The Biggest Movement Leaders Envision the Changes Ahead”, di Beverly Bell per “Yes! Magazine”, 5 gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta di una serie di brevi interviste a attiviste/i di spicco nei movimenti sociali, a cui è stato chiesto cosa prevedono e desiderano per l’anno nuovo. Io ho trovato particolarmente interessanti due donne.)

chiponda

Melania Chiponda (1) – Attivista femminista, fa campagna per la giustizia climatica ed è stata parte della sollevazione che, in Zimbabwe, ha rovesciato Robert Mugabe.

“La marcia di milioni di persone attraverso lo Zimbabwe, il 18 novembre, per la nostra democrazia, per la pace e la salvezza economica ha avuto successo nel far cadere Mugabe. E’ stata una rivoluzione.

Come femminista africana, ho marciato anche per qualcosa che sta più in profondità: per la liberazione delle donne, per l’eguaglianza delle persone di tutte le razze, religioni, generi, gruppi etnici e classi sociali. Ma da un punto di vista femminista la vera rivoluzione non è ancora avvenuta. Il mio sogno per il 2018 e oltre è di un vero cambiamento, non solo un cambio di guardia da Mugabe al suo ex braccio destro, il crudele Emmerson Mnangagwa.

Se vogliamo correggere il sistema politico e il sistema economico, dovremmo liberarci del capitalismo patriarcale. Io mi sento in trappola ove ogni strada di accesso al potere è dominata in modo schiacciante dai maschi. Un sistema economico più cooperativo ed egualitario non può essere basato sulla supremazia maschile.

In un mondo in cui le donne sono viste principalmente come madri e addette al lavoro di cura, e devono sconfiggere la forte resistenza ideologica e politica degli uomini per partecipare ai sistemi politici ed economici, la mia speranza è che noi si dia inizio a una vera rivoluzione contro il capitalismo patriarcale.

okon

Emem Okon – Direttrice del Centro delle Donne per lo sviluppo e le risorse di Kebetkache, un’organizzazione nigeriana eco-femminista che organizza la lotta contro le compagnie petrolifere.

Come donne del delta del Niger, speriamo questo per il 2018: Niente su di noi senza di noi!

Durante questo nuovo anno mireremo a maggior potere per il movimento eco-femminista mentre ci confrontiamo con le compagnie petrolifere che hanno rubato le nostre terre, degradato il nostro ambiente e la biodiversità, e aumentato la violenza.

Mi aspetto maggior visibilità per le donne mentre agiamo per la protezione, la bonifica e il ripristino del nostro ambiente naturale. Prevedo mobilitazioni di donne ancora più vaste e non vedo l’ora di partecipare alle consultazioni con le donne che stanno facendo pressione sulle compagnie petrolifere affinché conducano le valutazioni di impatto ambientale prima di cominciare le attività sulle terre delle loro comunità. Ho la visione delle aspirazioni di chi appartiene alle comunità: l’avere riconoscimento e rispetto dalle compagnie petrolifere.

Infine, prendo speranza dal sapere che spingeremo per una prospettiva relativa ai diritti delle donne mentre ci impegniamo per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e ne controlliamo il progresso, per assicurarci che nessuno sia lasciato indietro e che il governo e le compagnie petrolifere facciano le cose giuste.

(1) Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/09/13/defendher/

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