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Fratello Crozza

Fratello Crozza, dubito che leggerai mai questo mio testo ma chissà, potrebbe accadere. Pensa che anni fa Luciana Littizzetto ha usato un mio articolo sia per lo show televisivo sia per un corsivo su un quotidiano: una sua amica mi scrisse al proposito e io naturalmente dissi che per me era ok. Un po’ meno ok è stato poi leggere i commenti sotto i due prodotti che ululavano “Grande Luciana, ha scovato anche questa storia, è bravissima, attentissima, divertentissima ecc.”, ma avendo scritto tesi di laurea con cui poi altri hanno ottenuto il relativo diploma ci sono abituata.

Lasciami dire che trovo impagabile il tuo lavoro (e quello dei tuoi colleghi, autori e attori). E’ intelligente in un’epoca, la nostra, in cui l’intelligenza sembra essere divenuta un peccato capitale. E’ coraggioso, diretto ed efficace. E’ pensare ridendo e ridere pensando: per quel che riguarda la mia visione del comico è il massimo e il miglior risultato.

Quel che non posso accettare, invece, e che sembra farsi largo sempre di più nei tuoi testi, è lo svergognamento corporeo – soprattutto delle donne, che ne fanno esperienza concreta da quando vanno all’asilo a quando all’asilo (per anziani) ci tornano. Nel mezzo ci sono vite composte da un susseguirsi di aggressioni verbali e fisiche, persino autoinflitte quando lo svergognamento è interiorizzato, e definirle vite infami non è un’esagerazione. Alcune di noi, infatti, soprattutto quando siamo molto giovani e vulnerabili, decidono di concluderle prematuramente (ricordi Beatrice Inguì?).

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/06/senza-tregua/

E’ chiaro che la satira enfatizza posture, gesti, tic, toni di voce, espressioni ecc. sino a renderle grottesche. E’ ovvio che dalla bocca dei tuoi personaggi escano frasi denigratorie, misogine, squallide sulle donne, rispondano o no queste ultime ai modelli in voga: dopotutto, è quel che fanno le persone da te interpretate nella realtà, punendo simbolicamente le donne con l’oggettivazione che siano “belle” o “brutte”, giovani o vecchie, magre (Lilli Gruber da scortecciare) o grasse (gli 800.000 euro da dare alla ministra Bellanova per un giorno di spesa alimentare…).

E qui arrivo al punto. Quel che hai fatto con l’immagine di Teresa Bellanova – è qui sotto – non è satira.

bellanova

Ho, come te, un profondo rispetto per la storia personale e politica di questa donna. Sempre come te, tale rispetto non mi impedisce di dire che giudico sbagliate alcune sue scelte, tanto più che esse mi riguardano come cittadina italiana. La differenza è che tu userai un registro comico per esprimere ciò. Ma sbattere la sua foto di fronte al pubblico e poi stare in silenzio con un broncetto molto eloquente e invitare (falsamente) i presenti a “non ridere” – anzi, “possono ridere solo le donne”, gli uomini devono imitare la tua faccia allibita – non è satira, è disprezzo insultante per il corpo di una donna di 61 anni (uno meno di te e me, che siamo coetanei, mentre la ministra è coetanea di tua moglie) che ha condotto un’esistenza un po’ diversa da quella di Sharon Stone (sempre 1958).

Teresa Bellanova in piedi nel suo vestito blu a me non fa ridere. Personalmente morirò in bragazze e maglione e non riuscirei ad indossare un abito del genere, ma lei sembra raggiante e a suo agio e assolutamente non buffa. E’ grossa? Ha tutto il diritto di esserlo. Non ha l’obbligo di piacere ne’ a te ne’ a me. Non ha l’obbligo di essere sessualmente appetibile per il primo str… che passa e guarda.

Inoltre, Fratello Crozza, cosa sapete tu e gli autori che con te lavorano delle persone grasse? Prendere per buono quel che dice Panzironi non è un’opzione seria, come sai. E allora, per favore, smettete di suggerire che si ingozzino dalla mattina alla sera, che siano pigre e imbecilli, che se volessero potrebbero essere appunto Panzironi o Sharon Stone. Informatevi. Scientificamente è impossibile stabilire cosa sia un corpo “normale” (troppi fattori in gioco, dall’eredità genetica all’ambiente di riferimento) e quel che socialmente si giudica “bello” è – specificatamente per le donne – un mero costrutto culturale.

Moltissime persone larghe sono in salute, attive e sportive, tutte hanno sogni e talenti, e potrebbero persino essere felici se non venisse sbattuto loro in faccia 24 ore su 24 che vi fanno schifo. Di nuovo per favore, prima di andare in scena con gag del genere pensaci su. Pensa che la prossima Beatrice potrebbe essere davanti allo schermo in quel momento e che quel momento potrebbe per lei essere l’ultimo.

Maria G. Di Rienzo

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Ho finito la pazienza

Mi domando se sia possibile che i titoli per gli articoli di cronaca sulla violenza di genere li scriva tutti un’unica persona, per ogni quotidiano online: non è possibile, giusto? Sarebbe bello, chiaro, così potrei dire che c’è solo un individuo – al minimo superficiale e disinformato, al massimo connivente – a fornire alimento alla violenza giustificandone i perpetratori e chiederne conto direttamente a costui.

Oggi, 19 ottobre 2019:

1. Strangolata dal marito, il messaggio di Roberto all’amico: «Giuro non ero in me».

Avevo accennato alla vicenda qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2019/10/17/cosa-ci-vuole/

Mentre scrivevo due giorni fa la giovane donna era ancora viva. Adesso è morta. Secondo il giornale in questione il suo decesso è dovuto al fatto che “lei voleva separarsi, lui no” e il marito “non accettava di averla persa”, in più non era in sé (raptus). Ma il sé precedente all’uxoricidio non appare tanto gradevole, se dobbiamo dar conto di quello che metteva online, tipo il meme sul femminicidio “Fatti brutta o ti uccido” corredato da faccine sorridenti sue e di altri 480 farabutti, o i messaggi alla moglie in cui le spiega ripetutamente “ai sbagliato” (letterale). Certi uomini devono avere il raptus cronico: è indotto dalle donne, ovviamente, giacché queste ultime si ostinano a voler prendere decisioni sulle proprie vite, quando tutti sanno che solo gli uomini sono titolati a farlo.

Per l’assassinata Giulia Lazzari ci sarà una fiaccolata nel suo Comune, Adria. Potete scommettere che i politici locali saranno presenti, va sempre bene farsi vedere. Quanto ad aver capito qualcosa della vicenda, be’, quello è notoriamente più difficile: “Provo un profondo dolore e un rammarico – dichiara il capogruppo locale della Lega Paolo Baruffaldi – nell’apprendere la notizia della scomparsa di Giulia, barbaramente strangolata dal marito che diceva di amarla. Oggi è tempo di piangere la sua scomparsa e di rimanere vicino alla piccola, a sua figlia vittima anche lei di un gesto sciagurato ed inspiegabile. Restiamole vicino. Lei più di tutti avrà bisogno dell’aiuto da parte di tutta la città. Non lasciamola sola.”

Peccato che femministe e attiviste antiviolenza la sciagura la denuncino e analizzino da decenni, sapendola spiegare benissimo. Ma non c’è peggior sordo eccetera. “Vorrei chiedere di portare rispetto a mia nipote”, ha detto alla stampa la zia di Giulia. E infatti, ripeto, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire: non lo ha avuto da viva e non l’avrà da morta.

2. Accoltellata 11 volte dallo spasimante impazzito, Aliona muore dopo 45 giorni di agonia.

Lei moldava, 33enne, lui albanese 27enne. E’ stata assalita sotto gli occhi di madre e sorella.

Dall’articolo: “L’aggressore ha raccontato al Gip di essere passato quella mattina a casa della ragazza, perché lei ormai da giorni non gli rispondeva più al telefono e ignorava i suoi messaggi sui social. Stando al racconto del ragazzo, quel martedì mattina del 3 settembre, prima di andare al lavoro avrebbe deciso di passare a casa di Aliona. Davanti al rifiuto della giovane di parlargli, lui ha deciso di scavalcare il cancello per entrare nel cortile dell’abitazione, ha perso la testa, e ha inferto 11 coltellate ad Aliona.”

Chi lavora nella stampa nostrana dovrebbe conoscere a sufficienza l’italiano per sapere che:

– spasimante significa innamorato, corteggiatore, pretendente;

– innamorato è chi nutre amore per una persona;

– amore è quel “sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene“.

L’autore del titolo sembra pensare che questo delinquente (e lo dico con cognizione di causa non solo per il femminicidio, visti i suoi precedenti penali), manifesti il suo desiderio di procurare il bene dell’amata a coltellate. A questo punto gli “impazziti” sono almeno due.

3. Felice Maniero arrestato per maltrattamenti: l’ex boss piange davanti ai poliziotti.

Stiamo parlando del condannato (con pene ridotte come collaboratore di giustizia) ex capo della Mala del Brenta. Vista la grande pratica di violenza che ha alle spalle non stupisce abbia malmenato e maltrattato la sua compagna 47enne sino a finire di nuovo in manette. Sono sconcertata invece dalla richiesta di compassione fatta ai lettori dal titolo dell’articolo: pensate, Felicetto piange! Sicuramente non voleva fare del male alla donna, gli è capitato, aveva questi raptus ricorrenti perché lei non gli obbediva abbastanza, o rimbeccava troppo, o metteva dosi di sale inadeguate nelle pietanze… quanto può sopportare un povero uomo?

Be’, lo ignoro. So però quanto posso sopportare io, e il mio pazientissimo limite è ormai stato superato di qualche anno luce.

Maria G. Di Rienzo.

Il fondo (schiena)

La dipendente del centro sportivo di Verona dice alla stampa che, “come donna”, non si sente “per niente a disagio” per la “bella trovata”: l’immagine di cui parla va in giro sui camion pubblicitari mostrando un fondoschiena mezzo nudo con un timbro su una natica che recita “100% palestra” – il resto della donna non c’è, tanto non serve. La scritta che la illustra è ancora meglio: “Vi facciamo un culo così”. E inoltre, aggiunge l’entusiasta Consuelo, a) se aprite una rivista vedrete “tanti ragazzi a petto nudo” (che però non è un equivalente) e b) la palestra si adegua “a quelli che sono gli standard che si vedono in televisione”.

Non pubblico la foto in questione, che potete ammirare sui quotidiani online e che invece di essere una spiritosa novità è semplicemente la trita e noiosissima ripetizione di centinaia di pubblicità simili, in cui il “culo così” è usato per vendere di tutto – dai lubrificanti alle serate in discoteca. Vi dirò solo che somiglia a questa qui sotto del 2016, che pure pubblicizza una palestra e dice anche al pubblico che ci sono “cose migliori dietro cui essere bloccati che l’auto di fronte”.

gym gb 2016

Sarà evidente, non solo a Consuelo, che i reali destinatari del messaggio-fondoschiena sono gli uomini. Alle donne serve ottenerlo nel suo cosiddetto “centro sportivo” solo per soddisfare le esigenze altrui: non hanno bisogno di quel culo se non per mostrarlo agli uomini e riceverne approvazione. Gli sport non si fanno con le natiche (per quanto sicuramente influenzino tutti i muscoli) e avere quel determinato tipo di natiche non favorirà nessuna grande prestazione atletica – a meno che non si voglia considerare tale il numero di pratiche onanistiche maschili correlate.

La “per niente a disagio” di Verona, però, ha perfettamente ragione quando menziona gli standard televisivi: anche questi con lo sport non hanno una mazza a che fare, ma ormai è chiaro che le donne in palestra ci devono andare per cercare di raggiungerli e non per sfrecciare su una pista o salire poi su un podio.

L’anno scorso (Karsay, Knoll & Matthes) furono resi pubblici i risultati di una meta-analisi di 50 studi che hanno esaminato la relazione fra l’oggettivazione di se stesse delle donne e l’uso regolare di mass media sessualizzati inclusi televisione, riviste, social networks e video games. Le donne ne sono uscite come prodotti / oggetti diretti allo sguardo e alla valutazione maschile (di appeal sessuale), condiscendenti, sottomesse, servili, ridotte in pezzi da mettere in mostra.

Le bambine interiorizzano ideali corporei; le giovani donne sviluppano bassa autostima, disordini alimentari e insoddisfazione rispetto alla propria immagine; le adulte vedono ridursi la loro soddisfazione rispetto alle relazioni e al sesso. Non mi sembra un prezzo equo da pagare per il “culo così”, ma vedete voi.

L’esposizione ai contenuti sessualizzati e stereotipati – dalle pubblicità suddette alla pornografia – non ha però solo influenza su come le donne vedono se stesse, dice il rapporto, ma su come le donne sono percepite dagli altri: “(…) dà forma a credenze e attitudini sulla violenza contro le donne, inclusa la percezione che le donne siano responsabili per detta violenza” e “(…) gli uomini esposti a immagini oggettivate di donne in una varietà di media sono più tolleranti sulle molestie sessuali e la violenza interpersonale, e tendono a reiterare i miti sullo stupro”, nonché più propensi “ad agire in maniera aggressiva nei riguardi di una donna che pensano li abbia respinti”. Non occorre che li rigetti davvero, notate, basta che loro ne siano convinti.

Messaggi di chiusura: a Consuelo convinta che non ci sia “niente di sessista” nei manifesti della palestra per cui lavora – senza offesa, potrebbe e dovrebbe informarsi meglio; agli indignati che non capiscono “cosa ci sia da protestare”: leggete, ve l’ho appena detto.

Maria G. Di Rienzo

Cosa ci vuole

Cosa ci vuole alla classe politica e alla società civile italiane per riconoscere non solo di avere un problema con la violenza di genere, ma di contribuire alla sua gravità fomentandolo, sminuendolo, ridicolizzandolo, giustificandolo e persino esaltandolo?

Pesco a caso dalla cronaca di ieri 16 ottobre 2019, infarcita come ogni singolo giorno di episodi di violenza contro donne e bambine:

“Londra, due italiani condannati per stupro: in un video gli studenti ridevano dopo la violenza”

Ho visto il video. Lorenzo Costanzo e Ferdinando Orlando – 25 e 26 anni – si scambiano un “high five” e si abbracciano dopo aver lasciato una coetanea priva di sensi in un club di Soho. Lei era ubriaca e lo stupro perpetrato nello sgabuzzino del locale le ha inflitto lesioni tali da dover essere sottoposta a intervento chirurgico. Secondo i giornali i due amici avrebbero anche ripreso le loro gesta con i telefonini. Ai giudici hanno detto la solita solfa: “lei era consenziente” – e, non detto ma evidente, come tutte le donne era una troia masochista a cui dev’essere piaciuto immensamente essere lacerata da italici maschioni: dopotutto la violenza estrema rivolta alle donne è il fulcro principale dell’odierna pornografia, che purtroppo è a sua volta il mezzo principale con cui i giovanissimi e i giovani si fanno un’idea di cosa sia la sessualità.

Alle donne piace, quindi, ma gli uomini patiscono molto (probabilmente a causa della dittatura femminazista che impera sul mondo): “Non mi aspettavo una cosa del genere, provo un’enorme sofferenza – ha dichiarato il padre di uno dei due studenti – Vedo soffrire mio figlio per una vicenda che alla base non ha alcuna prova evidente.” A chiosa, i giornalisti aggiungono che la ragazza era troppo strafatta di alcolici per riconoscere senz’ombra di dubbio gli aggressori. Così, un corpo di donna macellato (ma solo un po’, via), video e dichiarazioni degli imputati al processo non bastano: tutti conosciamo ormai le statistiche diffuse da una serie di istituti che vanno dalle Nazioni Unite all’Istat, sappiamo che la violenza di genere è una pandemia e che nessuna nazione ne è immune, leggiamo ogni giorno di vicende efferate e ancora continuiamo a discutere comportamenti e abitudini e tipologia corporea e grado di appetibilità sessuale delle vittime, mettendo sistematicamente in dubbio le loro testimonianze e la loro credibilità – perché un uomo che violenta in fondo non è colpevole di nulla… lei ci stava, lo provocava, a lei piaceva, lei è stata imprudente, lei è stata sconsiderata, non poteva tirarsi indietro all’ultimo momento e così via.

“Pesaro, palpeggia una ragazzina in piazza Puccini. Arrestato.”

Anche qui sono in due e sono italiani (lo specifico in caso mi leggessero per sbaglio i fan di Salvini). Il primo, quarantenne, aggredisce sessualmente una ragazza di 14 anni – a lui perfetta sconosciuta – e il secondo gli fa da palo e da padrino manzoniano minacciando gli amici / le amiche di lei che protestavano.

Cosa fa credere a questi signori, e agli studenti di cui sopra, di essere autorizzati a servirsi della prima femmina che vedono? In primo luogo, il fatto che la violenza di genere è normalizzata e si riproduce grazie a regole sociali: gli stereotipi, le attitudini e le diseguaglianze che riguardano le donne in generale. La violenza sessuale è un derivato diretto della violenza strutturale che consiste nella subordinazione delle donne nella vita sociale, politica ed economica. Tradotto in pratica, costoro sentono di non star facendo nulla che non sia lecito e persino prescrittivo per i “veri” uomini. In secondo luogo, l’esposizione continua alla violenza e alle sue giustificazioni rende gli individui più propensi ad usarla, ad avere comportamenti cronicamente aggressivi e convincimenti che normalizzano e persino romanticizzano le violenza stessa. E’ quest’ultimo il caso del titolo n. 3:

Adria, interrogato dai giudici il marito strangolatore – Lui è in cura per la tossicodipendenza da eroina, la moglie è ancora gravissima.”

I due hanno una figlioletta di quattro anni, la donna ha alte probabilità di morire a 23: lui la sospettava di infedeltà e inoltre, spiegano i quotidiani, “non ha l’atteggiamento di chi vuol negare l’accaduto: ha di fatto ammesso di aver messo le mani al collo alla moglie in preda ad un raptus di gelosia che però potrebbe costare la vita alla giovane cameriera e madre della loro bambina.” Come possiamo ritenerlo responsabile di un tentato omicidio, andiamo, che sua moglie possa morire sembra un semplice effetto collaterale del romanticismo se continuate a leggere: “Quando si è avvicinato alla moglie per chiederle un ultimo abbraccio le avrebbe detto di essersi reso conto che il loro rapporto era finito ma le ha detto che l’amava ancora, che l’avrebbe amata per sempre. Poi ad un tratto, qualche istante dopo, avrebbe aggiunto che nessuno mai l’avrebbe avuta se non avesse potuto più averla lui. Quindi le ha stretto le mani intorno al collo e l’ha lasciata esanime sul pavimento. (…) Quando la ragazza è stata portata via con l’ambulanza, stando al cognato, il marito si sarebbe messo a piangere.”

Una triste storia d’amore, insomma, basata però solo sulla testimonianza di lui – ed è il fatto che sia un lui a renderla immediatamente verosimile: pensate, aveva quasi tentato il suicidio e poi ha persino pianto. Maledetto raptus, cos’hai fatto a quest’uomo innocente? Qua nessuno scandaglia la sua vita privata con il setaccio per sminuirne la credibilità; negli articoli al riguardo persino il fatto che sia tossicodipendente è usato come una scusante. Se invece è lei a essere intossicata (come nel caso della ragazza londinese) be’, se l’è andata a cercare.

La nostra società non ha solo normalizzato la violenza maschile: l’ha resa romantica, erotica ed eroica. La propone ossessivamente come strategia per risolvere i problemi (non pochi politici italiani hanno pesanti responsabilità in questo), la spande a palate nei prodotti televisivi e cinematografici, la spaccia come ingrediente innato e imprescindibile della mascolinità, e poi casca dalle nuvole quando vengono alla luce le “chat dell’orrore” gestite e usate da minorenni.

The shoah party: scambiavano video a luci rosse, immagini pedopornografiche, scritte inneggianti a Adolf Hitler, Benito Mussolini, all’Isis e postavano frasi choc contro migranti ed ebrei.”

Ragazzi, fra gestori e utenti della chat vanno dai 13 ai 19 anni ma sono in maggioranza minorenni che “normalmente non si conoscevano tra di loro ma che condividevano l’inconfessabile segreto di provar gusto in maniera più o meno consapevole nell’osservare quelle immagini di orribili violenze: una neonata di nemmeno un anno seviziata da un adulto, oppure una bambina dall’apparente età di 11 anni mentre fa sesso con due ragazzini, forse di poco più grandi di lei.”

La Procura parla di: “detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali”. Se la madre di un tredicenne non avesse scoperto la pedopornografia sul cellulare del figlio e non avesse denunciato, le “scene di una brutalità inenarrabile” avrebbero continuato spensieratamente a circolare. “Abissi di degrado”, tuonano i giornalisti. E’ la “non tanto nuova quotidianità”, rispondo io: dalle cosiddette micro-aggressioni (commenti sessisti / sessualizzati, prese in giro sessiste /sessualizzate, interruzioni aggressive, appropriazione di voci e idee) alle palpate sui mezzi di trasporto e nei luoghi pubblici, dagli assalti nei locali e nelle case allo stupro e all’omicidio – dalla culla alla tomba, passando per il pc e il cellulare, bambine ragazze e donne sono i bersagli privilegiati. La violenza circonda e nutre di veleno maschi e femmine, è nel linguaggio che usiamo, negli “scherzi” (ironia, ironia, e fatevela una risata ogni tanto, prima che la violenza distrugga le vostre vite), nei messaggi dei media che oggettivano le donne e nelle norme di genere che imponiamo proprio a maschi e femmine, tanto per rendere infelici le esistenze di tutti.

La frequente esposizione alla violenza produce un adattamento emotivo: diventa qualcosa di abituale, di “normale”, e l’osservarla è lungi dal fornire uno sfogo mediante aggressioni “simboliche” (che però per chi le subisce nei video sono maledettamente reali): tutte le ricerche effettuate finora dicono l’esatto contrario e cioè che l’esposizione ripetuta alla violenza tende a facilitare l’espressione della stessa. Se poi la violenza è socialmente legata ai concetti di mascolinità, forza, vittoria, sesso, ecc. è inevitabile che spunti di continuo in ogni nostra interazione sociale. Questo è il vero abisso di degradazione collettiva che dobbiamo trasformare e superare.

Fuori i gomiti

Nadiya

L’immagine ritrae la 34enne Nadiya Hussain, originaria del Bangladesh, una delle chef più note in Gran Bretagna. Questa settimana esce la sua autobiografia “Finding My Voice”, il decimo libro che ha scritto in soli tre anni. E’ un testo particolare perché dà conto della violenza sessuale che Nadiya subì a cinque anni, da parte di un amico di un familiare, e di cui ha parlato ai suoi parenti solo di recente. L’abuso le ha lasciato uno strascico di problemi di salute mentale che si è trascinato sino ai giorni nostri, nel mentre lottava per trovare la propria voce e il proprio posto partendo da una posizione scomoda per chiunque, in qualsiasi paese e classe sociale: essere nata femmina.

Quando Nadiya venne al mondo, suo padre ne fu così deluso da urlare “bastarda” alla moglie che aveva appena partorito: “Perciò, io spesso pensavo Non piaccio ai miei genitori perché sono una femmina… Nella nostra società, una bambina è un fardello. Io ho deciso di crescere i miei figli, due maschi e una femmina, in modo diverso, trattandoli esattamente alla pari.”

Nel condividere la sua storia di sofferenza e resistenza tramite il libro, Nadiya spera di raggiungere bambine e ragazze che attraversano le stesse traversie e di incoraggiarle a parlarne: “Se non avessi menzionato l’abuso sessuale sarei stata parte del problema, e non parte della soluzione. Accade continuamente e non ne stiamo parlando. Io sono privilegiata perché sono sotto i riflettori, ma a cosa serve questo se non ne faccio niente di utile?”

Così, Nadiya Hussain invia a tutte voi giovani donne là fuori il suo “mantra”, augurandosi che lo seguirete: “Spingerò i gomiti in fuori e mi farò spazio”.

Maria G. Di Rienzo

Vita da sportive

iwg 7

(7^ Conferenza mondiale sulle donne nello sport – l’8^ si terrà in Nuova Zelanda nel maggio 2022)

In questi giorni la stampa riporta quasi contemporaneamente l’addio al ciclismo della 25enne Maila Andreotti (venti titoli italiani su pista) e la denuncia di dieci bambine (dai 9 ai 14 anni) giocatrici di pallavolo: molestie sessuali e violenze psicologiche sono lo sfondo di ambo le notizie.

Per quel che riguarda la giovane ex ciclista gli articoli possono entrare nei dettagli – massaggiatori e allenatori guardoni, volgari, dalle mani lunghe e verbalmente violenti; delle ragazzine si sa solo che accusano l’allenatore di essere entrato di notte nelle loro stanze, per molestarle, durante un campeggio estivo.

Ho svolto un po’ di ricerche al proposito e ho scoperto che, a livello internazionale, di violenza di genere nello sport si parla da un bel pezzo, ma le parole – tutte giustissime – continuano a non tradursi in fatti concreti:

1998 – La seconda Conferenza mondiale sulle donne nello sport adotta un documento chiamato Windhoek Call for Action (“Chiamata all’azione di Windhoek”, Namibia, ove si tenevano i lavori), ove si chiede a tutti i soggetti coinvolti nelle attività sportive di assicurare “un ambiente sicuro e di sostegno per le ragazze e le donne che fanno sport a ogni livello, intraprendendo misure atte a eliminare tutte le forme di molestia e abuso, violenza e sfruttamento”;

2005 – Al Parlamento Europeo passa una risoluzione che chiede con urgenza a stati membri e federazioni sportive di “adottare misure per la prevenzione e l’eliminazione delle molestie sessuali e degli abusi nello sport”, fra cui “l’informare le atlete e gli atleti e i loro genitori dei rischi di abuso e dei mezzi legali disponibili al proposito” e “il fornire addestramento specifico agli staff delle organizzazione sportive”;

2007 – Il Comitato olimpico internazionale rilascia un comunicato in cui attesta che:

“Molestie sessuali e abusi accadono in tutti gli sport e ad ogni livello”, “Membri dell’entourage dell’atleta che sono in posizioni di potere e autorità appaiono come i principali perpetratori”, “Le ricerche dimostrano che molestie sessuali e abusi hanno un serio e negativo impatto sulla salute psicologica e fisica dell’atleta. Può dare come risultato la compromissione delle performance e condurre all’abbandono dello sport da parte dell’atleta. I dati clinici indicano come gravi conseguenze malattie psicosomatiche, ansia, depressione, abuso di sostanze, autolesionismo e suicidio”;

2016 – Esce la relazione finale dello “Studio sulla violenza di genere nello sport” condotto da apposita Commissione Europea:

La discriminazione subita dalle sportive di ogni età in ogni disciplina “è endemica”, ha spiegato una delle atlete che hanno partecipato allo studio, “a causa dello sbilanciamento nelle opportunità disponibili, nel denaro investivo, nelle attrezzature fornite, nella copertura dei media, nell’importanza posta sugli eventi, nel modo in cui gli allenatori e i dirigenti agiscono, e dei pregiudizi consci e inconsci che si ripetono ogni singolo giorno”. L’industria sportiva nel suo complesso percepisce le donne che ne fanno parte come inferiori, qualsiasi sia il loro ruolo. Devono superare se stesse e andare oltre ogni limite per essere considerate “qualificate” come i loro colleghi uomini: la società considera lo sport “intrinsecamente maschile”. (Per esempio, se cercate su internet qualcosa come “donne nello sport” per immagini, i primi risultati sono “grid girls”, majorettes, reggiseni, disegni e foto dall’alto grado di oggettivazione sessuale.)

Violenze e abusi, ribadisce lo studio europeo, sono conseguenze dirette della classificazione degradata delle donne.

Maria G. Di Rienzo

Belle in eterno

Guardando meglio queste ragazze magnifiche, ho notato che, pur combattenti e in divisa mimetica, non hanno perso per nulla la loro cara e delicata femminilità, sono sempre tutte belle, e tali rimarranno in eterno.

A “guadagnare” questo commento è un’immagine di sei giovani donne curde armate, accompagnata da un breve testo che ricorda la loro morte e le violenze da loro subite, che sta girando sul web. Potrà sembrare banale e persino assurdo che io scelga altrettanto brevemente di parlarne stante la situazione attuale, ovvero l’invasione militare turca nel nordest della Siria. Potrei scrivere di come l’Europa abbia ingozzato di armi mister Erdogan, ne abbia ignorato la gestione dittatoriale del potere e le sue ricadute sul popolo turco, ed ora manifesti un tardivo sdegno – quando i segni di ciò che sarebbe accaduto (la guerra) erano evidenti da un pezzo. Tuttavia vi sono altri/e che possono farlo e lo fanno assai meglio di me.

Quel che voglio dire qui, come donna e come femminista e come essere umano, ai cantori della “bellezza” delle giovani curde scomparse è: perché non potete fermarvi neppure di fronte alla morte?

Credete che i loro parenti, amici, amati ancora vivi riceverebbero consolazione dal leggere le vostre uscite? Mia figlia è morta in modo atroce, ma era giovane e magnifica e delicatamente femminile, adesso che è un cadavere nulla di tutto questo si guasterà con l’età, sarà “bella in eterno”.

Se l’immagine in questione mostrasse sei combattenti di mezz’età, sei donne civili in fuga dal conflitto con bimbi terrorizzati fra le braccia, sei scolarette delle elementari davanti a una scuola distrutta, sei nonne… avrebbero costoro ricevuto in modo identico la vostra compassione? Se le giudicaste brutte la vostra reazione sarebbe stata “chissenefrega”?

Cosa diamine è la femminilità di cui parlate? Si compone di accessori e abbigliamento e trucco? Si può acquisire semplicemente appendendosi una borsetta al braccio e infilando scarpe con il tacco, e perderla in mimetica?

La “bellezza” di cui vaneggiate è un costrutto sociale che funziona come una macina da mulino appesa ai nostri colli di donne: non fa altro che tenerci piegate, che trascinarci in basso, che impedirci il movimento e più spesso di quanto si voglia ammettere ci affonda in un fiume di sofferenze – e lì, sovente, ci uccide.

Maria G. Di Rienzo

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