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Nella casa del nonno

cynthia-guardado

(“A Morning en la Casa de Mi Abuelo”, di Cynthia Guardado – in immagine qui sopra – poeta contemporanea originaria del Salvador, insegnante d’inglese di scuola superiore, attivista per il cambiamento sociale. Fa parte di un circolo femminile di scrittura chiamato “Las Lunas Locas” – “Le Lune Pazze” di cui dice: “Essere circondata da donne mentre scavo in me stessa per scrivere poesia, in uno dei miei momenti di maggiore vulnerabilità, è forse l’esperienza dall’energia più forte che ho incontrato da quando ho cominciato a scrivere versi.” Trad. Maria G. Di Rienzo.)

UNA MATTINA NELLA CASA DI MIO NONNO

(per mia madre)

Mia madre pulisce il gabinetto di suo padre,

nella sua mano una spazzola vecchia come il cucco

strofina il pavimento di cemento

della stanza da bagno di lui. Domani

lui le dirà che lei non erediterà

questa casa ne’ la terra che la circonda.

Domani sarà il compleanno di lei;

lui le dirà che deve pensare

ai suoi figli maschi prima che alle sue figlie.

Loro sono delle aggiunte allo stesso modo di

sua moglie che ha sempre atteso

come Era, con la melagrana in mano.

hera

Lasciateli andare

let-toxic-people-go

Lasciar perdere la gente tossica (1) non è un atto di crudeltà, è un atto di cura di sé.

(1) Nel senso delle persone che vi tormentano, vi sfruttano, vi umiliano, vi aggrediscono ecc.

E: Curarmi di me stessa non è autoindulgenza, è auto-preservazione, ed è un atto di lotta politica. Audre Lorde

(trad. MG DR)

Fango

soltan

La donna nell’immagine è Soltan Achilova, 67 anni, giornalista corrispondente dal Turkmenistan per Radio Free Europe / Radio Liberty, mentre mostra i lividi dovuti all’attacco da lei subito il 25 ottobre scorso. Soltan stava fotografando un supermercato nella capitale del paese, Ashgabat, quando assalitori rimasti “ignoti” l’hanno picchiata – subito dopo essere uscita da un interrogatorio durato ore, da parte della polizia, su quel che stava facendo – e le hanno rubato la borsa e la macchina fotografica. Il supermercato è di proprietà dello stato e Soltan stava riprendendo le lunghe file di persone che attendevano di potervi accedere.

Nel 2014, la stessa cosa accadde mentre stava riprendendo immagini di un mercato: anche in questo caso gli aggressori sono rimasti “ignoti”, nonostante dopo averla malmenata l’avessero portata in una centrale di polizia, dove la sua macchina fotografica fu sequestrata e le immagini in essa cancellate.

L’8 novembre 2016 la faccenda si è ripetuta. La giornalista si trovava in una clinica per motivi di salute. Ha dapprima dovuto testimoniare un attacco a un’altra anziana (Soltan pensa che le due assalitrici l’abbiano scambiata per lei), gettata a pugni sul pavimento e lì pestata al grido “Questo è quel ti meriti per le fotografie!”. Più tardi, in serata, le assalitrici hanno trovato Soltan alla caffetteria della clinica e si sono scagliate contro di lei urlando: “Questa è quella che fa le fotografie e getta fango sul Turkmenistan!”. La giornalista ha subito il pestaggio e anche questa volta le delinquenti non hanno un nome.

Radio Free Europe / Radio Liberty ha potuto dar conto della vicenda solo il 14 novembre, venendone a conoscenza da parte di terzi, perché dal giorno dell’ultimo assalto ne’ il telefono ne’ la connessione internet di Soltan Achilova hanno funzionato per due settimane: probabilmente erano immersi in quel fango putrido che è la violenza.

Maria G. Di Rienzo

Assorbenti messaggeri

immagina-se

Immaginate se gli uomini fossero disgustati dallo stupro quanto lo sono dalle mestruazioni.

no

– Saresti così carina se…

– NO.

Queste sono opere di Elonë, una giovane donna di Karlsruhe in Germania. Elonë scrive i suoi messaggi sugli assorbenti igienici e li appiccica in luoghi pubblici a pali, muri, semafori, eccetera.

La sua missione è attirare l’attenzione su stupri, molestie, sessismo e sul biasimo fatto ricadere addosso alle vittime di tutto ciò; il suo desiderio è che le donne si sentano umane, a proprio agio e intere in se stesse, in special modo quando si tratta di discutere questioni simili.

Altre donne, ispirate dalle sue azioni, stanno cominciando a usare gli assorbenti-messaggeri nelle loro città. Non so se in Italia qualcuna abbia già preso in prestito l’idea di Elonë, ma a me sembra ottima e assai condivisibile. Maria G. Di Rienzo

Milia

(“Meet Milia Eidmouni, Syria” – Nobel Women’s Initiative, 26 novembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo.)

milia

Milia Eidmouni è una giornalista freelance che ha lasciato Damasco per la Giordania a causa di pressioni politiche. Assieme alla collega Rula Asad ha fondato la Rete delle giornaliste siriane. Il lavoro di Milia promuove una migliore comprensione del ruolo delle donne siriane nella sollevazione e rompe gli stereotipi che circondano le donne giornaliste nella regione.

Com’è essere una giornalista in Siria?

Nessuno ti protegge. Non c’è protezione o sicurezza per i cittadini giornalisti che stanno scrivendo della guerra. Come donna giornalista non puoi andare sui fronti perché ti dicono: “Ah, sei una donna, vai con uomo così ti protegge.”

Come si collega il tuo lavoro di giornalista al promuovere giustizia in Siria?

Sto facendo del mio meglio per promuovere la giustizia addestrando altri reporter. In Siria, pochi giornalisti sono istruiti su come scrivere delle istanze delle donne. Dare visibilità alle storie taciute è come noi contribuiamo alla giustizia.

Puoi dirci di più della Rete delle giornaliste siriane?

La Rete ha tre scopi: migliorare le capacità nello scrivere di giustizia di genere e diritti delle donne; suscitare consapevolezza nell’opinione pubblica tramite campagne e creare un codice di condotta professionale per rompere gli stereotipi sulle donne nei media.

Cosa manca dalla conversazione sulle donne siriane?

I media stranieri tentano di ritrarre le donne siriane come unidimensionali: lei è una vittima, la madre di un detenuto, la moglie di un prigioniero, un ostaggio in un paese ostile che attende aiuto umanitario. Ma sin dal Primo Giorno, le donne sono state parte della sollevazione. Sono scese in strada, hanno lavorato negli ospedali da campo, hanno creato centri comunitari per sostenersi l’una con l’altra nelle loro comunità locali. Le rifugiate stanno pure rompendo stereotipi e cambiando l’immagine delle donne siriane. Nessuno parla delle difficoltà che affrontano (in Giordania) dopo quattro o cinque anni da rifugiate.

In che modo il giornalismo dei cittadini sta dando forma al mondo in cui il mondo vede il conflitto in Siria?

Durante la rivoluzione, moltissimi cittadini in Siria hanno scritto e pubblicato online quel che stavano testimoniando. Ogni cittadino può contribuire alla giustizia tramite la documentazione, scrivendo le proprie testimonianze, promuovendo pace e giustizia nella propria comunità. I media giocano un grosso ruolo: possono cambiare mentalità e attitudini nelle comunità.

Grazie a tutte

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Mie care, grazie. Anche se Roma è troppo distante – per le mie tasche – e non ho potuto godere della vostra compagnia. Ho notato, non da sola, che la copertura giornalistica/televisiva di una manifestazione così grande e riuscita è andata per la maggior parte dall’insufficiente al patetico, passando per il banale.

Qualcuno è riuscito persino a non accorgersi proprio del tutto che si trattava di una manifestazione organizzata da donne e composta principalmente da donne:

La Stampa 26 novembre: A Roma migliaia in piazza contro la violenza sulle donne.

Sono centomila, secondo gli organizzatori i partecipanti al corteo contro la violenza sulle donne partito da piazza della Repubblica a Roma e che sta percorrendo via Cavour. A fornire il dato ai cronisti è Tatiana Montella, della Rete «Io decido», che insieme alla Dire (Nda: sarebbe D.i.Re, giusto?) associazione che raccoglie i 77 centri antiviolenza italiani e all’Udi, Unione donne d’Italia (Nda: Unione Donne in Italia, dall’ultimo statuto, sempre se non sbaglio) ha organizzato la manifestazione dal titolo «Non una di meno».” C’è persino, pensate, “Un richiamo anche al movimento femminista: «Siamo femministe, siamo sempre quelle, siamo milioni di forza ribelle».”

Le femministe – scorie di un lontano passato – passavano di là, insomma, e si sono aggregate all’ultimo momento agli organizzatori (maschi) e ai partecipanti (maschi).

Ma non importa, avete vinto per voi stesse e per tutte noi una splendida giornata. Godiamoci questo momento perché da domani, lo sapete meglio di me, il lavoro continua ed è duro come sempre.

Maria G. Di Rienzo

roma-26-nov-2016

P.S.: Ho rubato le immagini della manifestazione a http://comune-info.net/

ma so che mi perdonano a priori, anche perché adesso colgo l’occasione di fare un po’ di pubblicità a questo loro lavoro:

un-movimento-a-pedali

L’idea di andare verso la libertà in bicicletta – e della libertà che la bicicletta costruisce in molti modi – merita una vostra occhiata:

http://comune-info.net/2016/11/un-movimento-pedali

Regina delle banane

lehua

(“Banana Queen”, di Lehua Taitano – in immagine qui sopra -, trad. Maria G. Di Rienzo. Lehua M. Taitano, nativa Chamorro di Yigo, nell’isola di Guam che fa parte dell’Arcipelago delle Marianne, si definisce “poeta, scrittrice e artista queer”. E’ l’autrice di due raccolte di poesie, A Bell Made of Stones e Sonoma, e di una di racconti brevi intitolata appalachiapacific e vincitrice del premio letterario Merriam-Frontier nel 2010. Guam è uno dei “territori non autonomi” ancora esistenti: in pratica, una colonia degli Usa. La vita del popolo Chamorro si è a lungo basata su gruppi familiari estesi matrilineari: questo concetto di “clan” deriva da una comune antenata di sesso femminile ed è in uso ancora oggi. Il suo perno è la parola inafa’maolek che significa “farsi del bene l’uno con l’altro” ed è spesso tradotta come “interdipendenza”.

Secondo una leggenda Chamorro, il mondo fu creato da due gemelli, un maschio e una femmina che si chiamavano Puntan e Fu’uña. In punto di morte, Puntan chiese alla sorella di creare l’universo con le parti del suo corpo: così Fu’uña prese i suoi occhi e ne fece il sole e la luna, usò le ciglia per creare arcobaleni eccetera. Finito il lavoro, mutò se stessa in una roccia sull’isola di Guam e da tale roccia emersero gli esseri umani.)

REGINA DELLE BANANE

Nel mezzo di Ovunque

è ciò che ho detto

a questo che chiedeva

Dove.

Invece di Nessun Luogo

come lui pretendeva.

Trovalo, disse,

su questa mappa qui.

Fallo.

Tutta la cartografia nel suo

mondo non poteva

farne altro

che una tana di moscerino.

Injun (1), disse quest’altro.

Dev’essere così, con un nome

come Quello.

(Tutto quel a cui stanno tentando di arrivare

è: l’aroma con cui cui dovremmo chiamare

la tua fica.)

Tu non sembri proprio –

quest’altro ancora

disse

– una Guamanita.

(Guamaniana. Guamese. Guamariana.)

Straniera, disse un altro ancora.

Banane.

Non aveva sentore

della mia avversione, che è la più vera

delle allergie, con crampi.

Con un nome

come Quello,

lui disse, io penso che tu dovresti essere

la Regina delle Banane.

(                                     )

Dovrei io estrarre

ogni insulto come

una freccia e smontare

ciascuno di essi e in caso

come.

Inoltre, quale ferita

è più profonda, la punta

o la cocca dell’arco.

Ad ogni modo le mie faretre

sono profonde come scafi di navi e

le rocce dell’oceano sono l’acciottolio

di piume che cantano e si frantumano

in ossa di pesce.

Le onde fremono e

ogni

vertebra è una vocale

ogni

costola è una coniugazione,

sino a che ogni

bianco frammento

si salda a maglia in una minuta

poesia, in un natante

scheletro di ogni cosa che io

potrei mai

dire.

(1) Termine spregiativo per “pellerossa”

guam-oceano

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