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Dumplin’, il film

Dumplin Movie

Esattamente come l’immagine promette, sto per dirvi “tutto quel che avete bisogno di sapere sul film Dumplin’ ” (produzione Netflix).

E’ tratto dal bestseller dallo stesso titolo di Julie Murphy (che ho già lodato in queste pagine).

E’ un film su una ragazza grossa, ma il suo focus NON è il tentativo di costei di cambiare aspetto.

L’amicizia fra donne vi è rappresentata in luce forte e attraente.

I personaggi hanno più di un lato di se stessi da mostrare e si evolvono in sintonia con la storia.

A fungere da “fate madrine” per la protagonista, incoraggiandola a essere sempre e fieramente se stessa, sono alcune “drag queens”.

Nella colonna sonora la parte del leone, o meglio della leonessa, ce l’ha Dolly Parton (cantante country-pop), che ha anche composto musica specificatamente per il film.

La regia è di una donna, Anne Fletcher e la sceneggiatura pure, di Kristin Hahn.

A interpretare la giovane Willowdean Dumplin’ Dickson è Danielle Macdonald, mentre la co-protagonista principale, sua madre Rosie Dickson, è interpretata da Jennifer Aniston (entrambe in immagine qui sotto).

dumplin

Un accenno alla trama, il più possibile privo di spoilers: Willowdean, soprannominata “raviolo” dalla madre (ma nella traduzione italiana verrà fuori qualcosa come “polpetta”) è figlia di un ex reginetta di bellezza che ora funge da giudice in concorsi simili. Rosie non presta grande attenzione alla figlia, se non per farsi scarrozzare in auto da un evento all’altro, e in famiglia Willowdean trova apprezzamento e affetto più dalla zia Lucy, che le fa conoscere sia la musica di Dolly Parton sia Ellen, la ragazza che diventerà la sua migliore amica. La morte della zia e la prima cotta di Willowdean per un ragazzo innescano un processo di riflessione / ribellione che porterà “Raviolo” a iscriversi a uno dei concorsi organizzati dalla madre. Altre ragazze non conformi a standard di bellezza artificiosi e imposti seguiranno il suo esempio…

Maria G. Di Rienzo

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Ci siamo sbagliati

“A volte la cosa più difficile da dire è che ci siamo sbagliati.” Mark Dobson, il consigliere comunale che per primo propose una zona legale “a luci rosse” a Leeds, in Gran Bretagna, dice ora che è stato un errore. Una donna che si prostituisce, di nome Laura, ha detto a The Times che il chiudere un occhio da parte delle autorità ha espanso il mercato, aumentato il numero delle lavoratrici e fatto crollare i prezzi. Laura chiede 20 sterline * per il sesso orale e 40/50 sterline per un rapporto completo: attualmente guadagna 60/70 sterline a notte, di cui 10 sono spese per il cibo e il resto per eroina e crack.” (da “The Times” dell’8 dicembre 2018, via Feminist Current)

Leeds Red Light District

Sono aumentati anche i casi di violenza, è aumentata l’immondizia per strada, sono aumentate le molestie – da cui la costante protesta, a maggioranza femminile, dei residenti, i cui messaggi dichiarano l’indisponibilità ad accettare una società che vende e compra corpi umani.

Ma la cosa più stupefacente è l’enorme senso di “empowerment” che la testimonianza di Laura trasmette. Mostra egregiamente che prostituirsi è solo un lavoro come un altro, normalissimo e ben pagato… che ti permette persino di stordirti a suon di stupefacenti, ogni giorno, per riuscire a continuare a farlo. Cos’avranno mai da protestare, quelle befane con i cartelli?

Maria G. Di Rienzo

* Il cambio sterlina / euro è 1,11, per cui le cifre in euro diventano di poco superiori.

Ho capito. Il giornalismo italiano non ha compreso in passato, non comprende al presente e non comprenderà in futuro la formazione a: genere e violenza di genere, femicidi / femminicidi, violenza domestica, sessismo. Gli articoli che al 9 dicembre trattano dell’assassinio a colpi di pistola di Vincenza Palumbo e dei suoi due bambini di 6 e 4 anni, da parte del marito che si è poi suicidato con la stessa arma, lo confermano. Ma scusatemi: almeno la logica elementare potrebbe entrare in cronaca? Esempio preclaro da La Repubblica:

Titolo – “Catania, tragedia della follia: uccide la moglie e i due figli piccoli, poi si spara” – E’ impazzito, ha ammazzato moglie e figli e si è ammazzato, giusto? L’occhiello informa che nella casa sono stati “trovati farmaci antidepressivi”.

Ecco, pensa chi legge, era depresso, la depressione è diventata raptus ed è finita così: però dovrebbe leggere l’articolo per intero per venire a conoscenza del fatto che non si sa ancora a chi appartenessero i farmaci, essere medico o fare ricerche per sapere che depressione e raptus non sono in rapporto diretto di causa/effetto e essere, come l’articolista, un “paragnosta figlio di paragnosta” per essere sicuro che la vicenda sia una “tragedia della follia”: allo stato attuale delle indagini non è possibile dirlo.

Incipit dell’articolo, sottolineature mie – “Tragedia della follia a Paternò, grosso centro in provincia di Catania. Un consulente finanziario di 34 anni, Gianfranco Fallica, in preda a un raptus innescato sembra dalla gelosia o dalle difficoltà economiche, ha sterminato la famiglia e si è ucciso.”

Ripeto, che l’individuo fosse folle non è stato diagnosticato da nessuno. Però l’unica cosa presentata per certa è il “raptus”: che lo scatenino la gelosia, le difficoltà finanziarie, la multa per alta velocità, la visita della guardia di finanza in ufficio o una pernacchia vagante non ha importanza, anzi, ai fini del risultato è equivalente. Capite, se un uomo è depresso per qualsiasi motivo, qualsiasi motivo ulteriore di stress lo condurrà all’omicidio di moglie e figliolanza. Una prece.

Paragrafo di “approfondimento” (le virgolette sono obbligatorie, visto il testo) dal titolo ‘Lo strazio dei parenti’ –

” “Maledetto maledetto. Cosa gli hai fatto…”. Una voce di donna squarcia il silenzio di via Libertà: è quella della mamma di Vincenza Cinzia Palumbo.” Questa è l’unica menzione dei parenti della moglie uccisa, per la precisione di una sola parente, la madre, ridotta al ruolo di prefica ululante. In mezza riga, all’inizio, è stato attestato che quella stessa moglie era casalinga e occasionalmente aiutante nel ristorante della famiglia d’origine. Ed è tutto, su di lei, TUTTO. Un’altra vittima predestinata, perché donna, e quindi identica alle cento e mille venute prima di lei, qualcuno su cui non c’è niente da dire. La sua morte è persino noiosa, visto come si ripetono a oltranza decessi simili, non vorrete mica che un giornalista si interessi a quella che era la sua vita?

Per l’assassino/suicida invece, parte il lungo pistolotto della “testimonianza” del cugino, con reminiscenze dell’infanzia e lacrime sul ciglio. In sequenza, siamo informati che Gianfranco Fallica era:

un ragazzo d’oro,

un grande lavoratore,

molto legato alla famiglia,

– anzi, di più, tutto dedito alla famiglia,

una persona splendida,

un bravo ragazzo.

Inoltre il suo parente non ha mai avuto l’impressione che fosse geloso della moglie e non crede proprio che fosse depresso.

Ne consegue che, come anche il sindaco di Paternò – ove il fatto è accaduto – ripete, si tratta di “una tragedia inspiegabile”. Pensoso, nel finale, sempre il sindaco si chiede “cosa scatta nella mente per compiere un gesto del genere”.

Il fatto è che da decenni attiviste, ricercatrici, femministe, autorità accademiche di sesso femminile (e non) continuano a spiegare non solo perché succede, ma cosa si potrebbe fare per evitare che succeda. Purtroppo, l’azione di contrasto alla violenza comporta per gli uomini individualmente e per la società nel suo complesso l’assumersi responsabilità. E questo non può essere preso in considerazione in assoluto, è roba da “odiatrici di uomini” e “femminaziste” e maledette puttane linguacciute. Così, mentre loro si lambiccano sulle tragedie inspiegabili e lamentano i raptus, noi continuiamo a morire e a morire e a morire.

Maria G. Di Rienzo

Vedere e capire

(“Meet Suhad Babaa, Israel/Palestine”, Nobel Women’s Initiative, 1° dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

suhad

Suhad Babaa è la direttrice esecutiva di “Just Vision” – “Solo Visione”, un’organizzazione che usa il mezzo del documentario per riformare le narrazioni sull’occupazione israeliana della Palestina e sostenere il lavoro della società civile palestinese e israeliana. Recentemente, Suhad è stata la produttrice del film di Just Vision del 2017 “Naila and the Uprising” (“Naila e la Sollevazione”), che segue la vita e il lavoro di Naila Ayesh e altre donne leader della Prima Intifada.

Come hai sviluppato interesse nel costruire pace in Palestina e Israele?

Io dico sempre che la mia storia mi precede: mio padre è palestinese, mia madre è coreana, e entrambi sono cresciuti nel mezzo di guerra, conflitto e dopoguerra. Crescendo in California, in una casa dove convivevano fedi diverse, ho sempre faticato un po’ con le questioni relative all’identità e con l’impatto di guerra e conflitto sulla nostra famiglia, all’interno di uno scenario fatto di razza, etnia e religione.

Dopo l’11 settembre, ho osservato il governo statunitense cominciare a lanciare la sorveglianza sulle comunità musulmane in tutto il paese. E’ stato allora che mi sono posta domande sul modo in cui ciò che stava accadendo nel Medioriente aveva un impatto sulle nostre stesse pratiche e ancor di più sulle storie che stavamo ricevendo e che influenzavano il modo in cui l’opinione pubblica e il governo avrebbero agito.

Ho finito per trasferirmi in Israele e Palestina dopo l’università e ho lavorato sul campo con incredibili attivisti. Ma le loro voci negli Usa non si sentivano, ne’ erano amplificate localmente. Volevo davvero sostenere il loro lavoro, perciò è stato logico che io sia arrivata a Just Vision, ove il nostro mandato è amplificare le voci dei leader della società civile palestinese e israeliana.

Puoi parlarci del movimento per la pace in Palestina e Israele e del ruolo che in esso hanno le donne?

C’è una lunga eredità di resistenza nonviolenta in Palestina, inclusa la mobilitazione di massa della Prima Intifada – la prima sollevazione che accadde alla fine degli anni ’80. Quando abbiamo iniziato le ricerche per il nostro film documentario più recente sull’istanza, “Naila e la Sollevazione”, ci siamo imbattuti in qualcosa di importante.

Mentre andavamo in profondità, abbiamo capito che parte del motivo per cui il movimento aveva avuto tanto successo era che le donne giocavano un ruolo determinante nel processo decisionale. Sapevamo che la Prima Intifada era stata così efficace, in parte, perché era stata in grado di organizzarsi trasversalmente a genere, classe, partiti politici ed età in Israele e in Palestina. Ma non sapevamo che non solo le donne erano le partecipanti: erano in effetti quelle che chiamavano all’azione.

Le donne sono sempre state in prima linea in Palestina, che si trattasse della Prima Intifada o di Budrus, dove c’era una grande rappresentanza di donne. E perciò la questione per noi, come organizzazione, era assicurarci che fossero visibili. Perché noi crediamo che la loro visibilità conduca alla legittimazione il che nel tempo, alla fine, conduce all’aumento dei loro ruoli guida.

Perché è importante per le donne essere narratrici?

Io penso che sia sempre importante che le comunità possano raccontare le proprie storie. Just Vision è una squadra guidata da donne, sia per intenzione sia per caso. Ma mette in moto le nostre capacità di dar copertura a storie come quella che abbiamo narrato nel documentario “Budrus” e di capire il ruolo che le donne hanno svolto nella città di Budrus. Le donne sono spesso al timone dei movimenti storici, pure restano invisibili nei libri di Storia. E questo ha profonde conseguenze su come vediamo e comprendiamo la Storia, il nostro presente, il nostro futuro e chi sono i nostri leader.

In che modo aumentate la copertura giornalistica e il sostegno ai movimenti per la pace della società civile in Palestina e Israele?

C’è un bel po’ di copertura giornalistica su Israele e Palestina, ma sovente queste storie rinforzano una narrativa di violenza o di sforzi falliti dall’alto in basso. Ciò rende invisibili o criminalizza gli attivisti sul campo e la questione sembra quindi intrattabile. Semplicemente, non è vero. Quando esaminiamo la diseguaglianza, alcune delle oppressioni più profondamente radicate, sappiamo che quel che ci vuole è il potere popolare: comunità galvanizzate per far pressione sui loro leader politici che o non hanno agito o hanno fatto sistematicamente le cose sbagliate. Questo è anche il caso di Israele e Palestina.

Il lavoro di Just Vision consiste nell’essere complementare alla copertura dei media mainstream e nello sfidarla, presentando storie che sono poco documentate, critiche e che, allo stesso tempo, hanno il potere di ispirare, mobilitare e motivare le persone.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – più esattamente il suo centro per lo sviluppo che comprende il Social Institutions and Gender Index, in sigla Sigi – ha reso noto ieri, 7 dicembre, il suo rapporto 2018 sulla discriminazione di genere che colpisce donne e bambine in tutto il mondo. L’Indice Sigi ha valutato 180 nazioni (60 non sono state in grado di fornire dati sufficienti e non sono state incluse nella classificazione finale) su quattro dimensioni della vita di una donna: i suoi diritti all’interno della famiglia, la sua integrità fisica (diritti alla salute, sessuali e riproduttivi), il suo accesso a risorse (possesso della terra, diritti sul lavoro) e la sua rappresentazione politica (diritti civili).

Il nocciolo della notizia è che i diritti umani delle donne avanzano con lentezza da lumaca artritica, o non avanzano affatto. Per esempio, il titolo che il Guardian dà al pezzo scritto (molto bene) al proposito da Kate Hodal è: “Non un mondo da lasciare ai nostri figli”. Citazione dall’articolo: “41 paesi riconoscono solo gli uomini come capifamiglia; 27 paesi richiedono ancora, per legge, che le mogli obbediscano ai loro mariti; 24 paesi richiedono alle donne di avere il permesso del marito o di un tutore legale di sesso maschile (tipo fratello o padre) per poter lavorare.”

Il rapporto chiarisce in modo inequivocabile che più deboli sono i diritti garantiti alle donne e alle bambine nelle quattro aree succitate, più esse sono vulnerabili a svariate forme di violenza di genere, ma sottolinea anche che le norme sociali possono notevolmente vanificare le legislazioni al proposito (esse hanno infatti visto globalmente un aumento, ma non sono riuscite a raddrizzare le situazioni in modo soddisfacente).

Sebbene lo Yemen si piazzi per la seconda volta – il rapporto precedente risale al 2014 – al primo posto nella classifica della discriminazione di genere, seguito da Pakistan, Iran, Giordania, Guinea, Libano, Bangladesh, Iraq, Afghanistan e Filippine, la ricercatrice Rachel George del britannico Overseas Development Institute ha giustamente sottolineato come i dati del Sigi aiutino “a chiedere il conto” anche ai paesi occidentali, i quali “non devono credere che la situazione non li riguardi”: “Ogni singolo paese ha qualche forma di discriminazione che va avanti in qualche modo e alcune di esse sono pervasive, perciò tenere tutti sotto esame è estremamente importante.”

Sullo stesso tasto ha premuto Bathylle Missika, capo della divisione di genere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: “Sappiamo che far evolvere le norme sociali è difficoltoso, sono necessarie diverse angolazioni di lavoro su leggi e norme e non è perché hai le prime poi hai anche le altre. Questo è quel che la gente deve capire: non esiste un approccio definitivo quando si tratta dell’implementazione del numero cinque – eguaglianza di genere – degli obiettivi di sviluppo sostenibile. E’ un approccio che investe la società nella sua interezza e gli interventi devono essere diretti all’intero ciclo della vita delle donne.”

La questione è: quanto gliene importa al governo della nazione X che organismi internazionali di alto livello gli dicano “Guarda i dati, stai trattando le donne in maniere che vanno dall’ignobile al terrificante.”? Pochissimo, poiché le ricerche non implicano sanzioni e può comunque rispondere di aver firmato il tal trattato e varato la tal legge, o che cambiare sarebbe “non rispettoso” della “cultura” del suo paese (capite, se da trecento anni impaliamo bambine ciò da orrore si muta in un’onorevole tradizione non discutibile). Ecco dove entra in scena l’attivismo.

Sono i gruppi femministi e quelli della società civile attenti ai diritti umani che devono prendere queste ricerche e dar loro una dimensione fatta di dimostrazioni, petizioni, disobbedienza civile e resistenza. Il cambiamento è sempre e solo nelle nostre mani.

Maria G. Di Rienzo

Otra Mas

(brano tratto da: “Lucia Perez Montero’s murder inspired Black Wednesday; now her rapists have been let off”, di Raquel Rosario Sanchez per Feminist Current, 5 dicembre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

lucia perez montero

L’8 ottobre 2016, il corpo di Lucia Perez Montero – in immagine – fu trasportato all’ospedale Playa Serena in Argentina. La 16enne era ancora viva, ma non per molto. In precedenza, quel giorno, erano stata riempita di droghe e stuprata violentemente. Dopo l’aggressione, i tre uomini coinvolti nella sua morte lavarono il corpo di Lucia, la vestirono e la portarono a un centro riabilitativo, dove il personale cominciò a trattare il suo caso come overdose di droga, sino a che scoprirono il trauma sessuale. (…)

Il 19 ottobre, più di 100.000 persone scesero nelle strade argentine per protestare contro l’omicidio di Lucia. Le femministe chiamarono l’evento – la prima protesta di massa contro la violenza sulle donne in Argentina – “Mercoledì Nero”.

Matias Farias, Juan Pablo Offidani e Alejandro Maciel erano accusati di “abuso sessuale aggravato dall’uso di narcotici risultante in una morte in probabile contesto di femicidio, occultamento di prove aggravato dalla serietà dell’avvenimento precedente e possesso di narcotici con l’intenzione di venderli”. Ma nonostante la legge argentina abbia incluso il concetto di “femicidio” nel suo Codice Penale sin dal 2012, il 26 novembre scorso, il giorno dopo il Giorno Internazionale per mettere fine alla violenza contro le donne, tre giudici di sesso maschile – Facundo Gomez Urso, Aldo Carnevale e Pablo Viñas – hanno considerato i tre sospetti non colpevoli delle prime due accuse. La famiglia di Lucia aveva chiesto che gli uomini rispondessero di “abuso sessuale seguito da morte”, ma Farias e Offidani sono stati giudicati colpevoli solo di aver fornito droghe a una minorenne in zona scolastica e condannati a otto anni di carcere più una multa. Maciel, che era stato accusato solo dell’occultamento del crimine, è stato assolto.

I giudici sapevano che Lucia incontrò Farias il giorno prima del suo assassinio e che probabilmente comprò uno spinello da lui. La mattina seguente – un sabato – Farias e Offidani andarono a prendere Lucia a casa sua e la portarono alla residenza di Farias, che sarebbe diventata la scena del crimine. L’autopsia rivelò che il corpo di Lucia conteneva così tanta cocaina da stordirla completamente e che la ragazza morì di infarto causato da “eccessivo dolore”. Nonostante ciò, il verdetto dei giudici – che ha discusso ipotizzando in lungo e in largo sulla vita sessuale di Lucia, il suo uso di droghe e la sua promiscuità – dichiara che gli eventi occorsi l’8 ottobre consistevano in “sesso consensuale”.

Guillermo Perez, il padre di Lucia, ha definito la sentenza “una vergogna”. Il giorno dell’udienza finale ha detto: “Sono scioccato, ma perché non dovrei esserlo? Non mi sarei mai aspettato una sentenza del genere, non ha senso. L’autopsia di mia figlia ha rivelato tutto quel che le è stato fatto. Aveva lesioni alla vagina, ogni cosa di questo tipo. E adesso dicono che non possono provarlo? E’ un’assurdità.”

Rispondendo alla stampa sull’assoluzione dei perpetratori dalle accuse di abuso sessuale e femicidio, Marta Montero, la madre di Lucia, ha detto: “Quindi non l’hanno stuprata, non l’hanno uccisa, non l’hanno intossicata? Allora cos’è stata la morte di mia figlia, un regalo? Loro lo faranno di nuovo. Ci sono molte altre ragazze in giro. Il fatto che un tribunale si occupi solo delle sostanze stupefacenti e non dia riconoscimento alla vita di una persona, al femicidio di Lucia, è vergognoso. Il messaggio che stanno mandando alla società è questo: continuate pure (a uccidere ragazze), va tutto bene. Non vi accadrà nulla. E’ come se la morte di Lucia non esistesse neppure.” La famiglia intende ricorrere in appello. (…)

Le femministe locali sono indignate. Diana Maffía, direttrice dell’Osservatorio argentino sul genere, ha scritto su Twitter: “Una delle maniere patriarcali di produrre verdetti è il “leggere” la scena del crimine. Nel femicidio di Lucia Perez, una sedicenne, le sue ferite fisiche sono state giudicate compatibili con una relazione sessuale consensuale. Lei non è viva per testimoniare. Tuttavia, il suo cadavere ha parlato.”

Con le motivazioni espresse nella loro sentenza, questi tre giudici maschi hanno essenzialmente dichiarato che Lucia Perez Montero “non era stuprabile”: “Tutto era normale e naturale, tutto era perfettamente voluto e aveva il consenso di Lucia Perez. In questo caso non c’è stata violenza fisica o psicologica, subordinazione o umiliazione e meno che mai oggettivazione.” Il disumanizzante verdetto ritrarre Lucia Perez Montero come una tossica promiscua e dichiara che la sua “forte personalità” la immunizzava dal poter diventare vittima di un’aggressione sessuale. (…)

Un altro sciopero nazionale è in preparazione per protestare contro la sentenza. Persino l’OAS – Organizzazione degli stati americani ha ripudiato il verdetto, dichiarando che esso mostra pregiudizi nei confronti di Lucia e viola i diritti umani delle donne. Susana Chiarotti, che rappresenta l’Argentina nel Comitato specialisti sul genere dell’OAS, ha dichiarato a “Pagina 12”:

“E’ chiaro che secondo i giudici Lucia non era la vittima perfetta. Come avrebbe dovuto comportarsi? Al minino, la volevano vergine, timida e schiva… e possibilmente proveniente dal 18° secolo. Si è usato un doppio standard per analizzare la vittima rispetto al modo in cui gli accusati sono stati analizzati. I giudici hanno studiato meticolosamente la vittima e la sua intera vita privata è stata sottoposta a giudizio: le testimonianze dei suoi amici e familiari, i suoi gruppi su WhatsApp, i suoi messaggi e le sue chat. Non c’era diritto alla privacy per lei. La sua vita privata, la sua vita sessuale e affettiva sono state esposte senza restrizioni. Tuttavia, quando il pubblico ministero ha tentato di discutere l’uso della pornografia da parte dell’imputato principale, i giudici si sono indignati e hanno richiamato l’art. 19 della Costituzione, intendendo che lui aveva diritto alla sua intimità. A differenza di lei.”

Questo errore giudiziario rivela qualcosa d’altro con cui ci si deve confrontare. Noi non possiamo simultaneamente legittimare la violenza contro le donne come erotica, nel modo in cui lo fanno le argomentazioni liberali in difesa della pornografia, e poi sentirci oltraggiati quando tale messaggio filtra nella “vita reale”. I giudici nel caso di Lucia hanno scelto di credere a un’argomentazione che calza il patriarcato come un guanto: e cioè che nessuna forma di violenza contro le donne è troppo aggressiva o brutale da non poter essere reinterpretata come “sesso consensuale”.

L’assoluzione degli uomini che hanno ucciso Lucia Perez Montero e il misogino verdetto che l’ha vista disumanizzata e ridotta a un oggetto dimostrano che la nozione per cui la violenza contro le donne può essere semplicemente una bizzarra preferenza sessuale danneggia in modo diretto donne e bambine, nel mentre agisce come un disinfettante culturale che legittima il loro abuso.

La morte di Lucia Perez Montero ha generato oltraggio e rabbia in un continente che sta finalmente cominciando a lavorare per affrontare la realtà della violenza maschile contro donne e bambine. Sebbene lo slogan collegato alla lotta per porre termine alla violenza maschile sia diventato “Ni Una Menos” (Non una di meno), il femicidio di Lucia è solo uno degli innumerevoli casi simili. In verità, ciò che stiamo testimoniando è l’opposto: “Otra Mas” (Un’altra).

Navigator

“Il neoliberismo è la filosofia politica (della sinistra e della destra) che si è sviluppata in occidente durante gli anni ’80 a guisa di “buon senso” populista. Ha diversi problemi:

1) vede l’individuo come agente autonomo, motivato principalmente dall’interesse personale;

2) ci dice che l’economia del libero mercato priva di regole allevia le diseguaglianze sociali;

3) descrive la libertà personale nei termini della capacità dell’individuo di “scegliere” in un mercato di scelte.

Cosa c’è di sbagliato nella visione neoliberista ed economicistica dell’essere umano? E’ riduttiva. Oltre a essere agenti individuali, gli esseri umani sono collocati in contesti psicologici, sociali e politici che rendono la nostra autonomia e le relazioni reciproche con altri assai più complesse di quanto questa ideologia permetta. (…) Il neoliberismo, con il suo focus sull’individualismo e la scelta personale ignora l’esistenza del patriarcato come struttura sociale.”

Heather Brunskell-Evans, consulente accademica su genere e sessualità; portavoce dell’organizzazione pro diritti umani delle donne FiLiA; membro del consiglio d’amministrazione di OBJECT, gruppo attivista femminista.

Il neoliberismo ne ignora volutamente parecchie, di strutture sociali – in primis le divisioni di classe e la piramide della proprietà privata: perciò, come l’accademica sottolinea, riduce la condizione umana alle “scelte” che il singolo essere umano compie. Di conseguenza, se sei povero/a, disoccupato/a, sottopagato/a, eccetera, è colpa tua. Non ti sei orientato bene nel pescare il pasticcino dal vaaaaasto plateau che la società ti offriva.

Da questa ignoranza salta fuori il “navigator” del Ministro del Lavoro Di Maio, il cui principale impegno politico sembra essere il mostrare ossessivamente la propria smagliante dentatura in tv e autoscatti (non si è ancora accorto che un “sorriso” perenne non produce fiducia nell’osservatore, ma inquietudine). Dalla stampa:

“Chi si rivolgerà ai centri dell’impiego avrà dall’altra parte la figura del “Navigator” che “lo prenderà in carico”, spiega il ministro. Una figura che “selezioneremo con un colloquio” e “deve essere in grado di seguire chi ha perso il lavoro, formarlo e reinserirlo nel mondo del lavoro”. La platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza, secondo Di Maio, ammonterà a 5 milioni di persone.

“La figura del Navigator”, in sostanza, “si prenderà in carico” la persona in cerca di lavoro.”La formerà e la orienterà in modo che l’azienda la possa assumere senza doverla formare”. “La formazione – ha dichiarato – non necessariamente deve essere formata nei centri per l’impiego; può esserlo in un centro privato, in una azienda. L’importante è che la persona che orienta il disoccupato venga pagato in base al numero delle persone orientate”. (…)

In poche parole, spiega il ministro, il “tutor o Navigator” associato a un individuo che abbia diritto al reddito di cittadinanza “lo raggiungerà dovunque egli sia”, lo spingerà a seguire le prassi necessarie per trovare un lavoro o formarsi e “prenderà un bonus se farà assumere quella persona”.

Lo stesso “tutor o Navigator” poi, “sarà lui a farmi la scheda, come ministro del Lavoro”, per segnalare eventuali inadempimenti. Naturalmente, riconosce Di Maio, per creare la platea sufficiente di “tutor o Navigator” per seguire i percettori della misura, “ovviamente faremo un piano di assunzioni straordinarie”.”

Lo sradicamento della povertà a livello globale è il primo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile indicati dalle Nazioni Unite. La “data di scadenza” è il 2030 – una marea di commentatori / commentatrici di politica, economia, finanza ecc. dichiara (ovviamente) l’obiettivo irraggiungibile per tale data. I dati che la scheda delle NU fornisce al proposito sono questi:

– 783 milioni di persone vivono sotto la linea internazionale della povertà di un dollaro (Usa) e novanta centesimi al giorno.

– Nel 2016, circa il 10% dei lavoratori ha vissuto con le proprie famiglie sulla base di meno di un dollaro e novanta a persona al giorno.

– Globalmente, ci sono 122 donne fra i 25 e i 34 anni che vivono in povertà estrema per ogni 100 uomini dello stesso gruppo d’età.

– La maggioranza delle persone che vivono sotto la linea di povertà appartengono a due regioni: Asia del sud e Africa sub-sahariana.

– Alte percentuali di povertà si trovano spesso in piccole, fragili nazioni affette da conflitti.

– Un bimbo su quattro sotto i cinque anni, in tutto il mondo, ha un’altezza inferiore a quella che dovrebbe avere alla sua età.

– Sino al 2016, solo il 45% della popolazione mondiale era in effetti tutelata da almeno un beneficio finanziario di protezione sociale.

– Nel 2017, le perdite economiche dovute a disastri ambientali, inclusi i tre grandi uragani negli Usa e nei Caraibi, sono state stimate a oltre 300 miliardi di dollari.

Le cose che ho scelto di sottolineare sono il “moto perpetuo” della povertà, ciò che le permette di esistere, allargarsi, persistere.

1. Gente che il lavoro ce l’ha, ma che l’economia neoliberista non paga abbastanza per vivere decentemente – ciò è necessario a gonfiare i conti in banca di un mucchietto di stronzi, i quali sono arrivati dove sono non grazie alle proprie avvedute scelte, ma alle ricchezze di famiglia e alle protezioni di consessi finanziari e istituzioni politiche. Non partiamo tutti dagli stessi blocchi e se qualcuno vince la corsa perché ha regolarmente mezzo chilometro di vantaggio è vergognoso dire a quelli dietro di allenarsi di più.

Il nostro governo ha visto questo? Come no, flat tax.

2. La diseguaglianza di genere non è un’invenzione lagnosa delle vecchie brutte femministe zitelle ecc., tiene effettivamente le donne a distanza anche dalle minori opportunità loro offerte.

Poiché le donne sono spesso escluse per intero dai processi decisionali che le riguardano – e ciò è una violazione dei loro diritti umani – la diseguaglianza si amplia costantemente.

Il nostro governo ha visto questo? Aspettate i burlesque e le mimose dell’8 marzo.

3. Il razzismo ha un ruolo chiave nel tenere a distanza dall’accesso a lavoro, beni e servizi determinati gruppi etnici.

Il nostro governo ha visto questo? Chiedete al sig. Salvini.

4. e 5. Guerre e devastazioni ambientali generano innanzitutto morte – ma il loro principale “beneficio” è il profitto economico che il gruppetto di stronzi in cima alla piramide della proprietà privata incassa. A costoro non può fregare di meno delle conseguenze che ricadono su chi sopravvive ai disastri da loro creati (sfollamento, migrazione, fame, perdita di casa – lavoro – famiglia, aumentata vulnerabilità alla violenza di genere, ecc.).

Il nostro governo ha visto questo? Interverrà sul commercio di armi, metterà in sicurezza almeno il proprio di territorio? Ok, le risposte le sapete, non prendiamoci in giro.

Io credo che il sig. Di Maio il suo “navigator” lo abbia perso da tempo. Sembra girare a vuoto. Ma vedete, andando a spanne senza bussola ha guadagnato cariche politiche. Dobbiamo davvero chiederci cosa stiamo facendo, italiane e italiani.

Maria G. Di Rienzo

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