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Cate Blanchett presiederà la Giuria internazionale della prossima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

cate blanchett - truth

Il direttore artistico Alberto Barbera ha spiegato la scelta così: “Cate Blanchett non è soltanto un’icona del cinema contemporaneo, corteggiata dai più grandi registi dell’ultimo ventennio e adorata dagli spettatori di ogni tipo. Il suo impegno in ambito artistico, umanitario e a sostegno dell’ambiente, oltre che in difesa dell’emancipazione femminile in un’industria del cinema che deve ancora confrontarsi pienamente con i pregiudizi maschilisti, ne fanno una figura di riferimento per l’intera società. Il suo immenso talento d’attrice, unitamente a un’intelligenza unica e alla sincera passione per il cinema, sono le doti ideali per un presidente di giuria.”

Era difficile dare questa notizia con un titolo totalmente odioso, ma La Stampa del 16 gennaio u.s. c’è riuscita (complimenti!): “Bene la scelta di Cate Blanchett, speriamo senza fondamentalismi vetero femministi”.

L’anno scorso la presidente era la regista argentina Lucrecia Martel, nota per la critica che i suoi film pongono – tra l’altro – a concetti quali classe, razza, nazionalità, colonialismo e patriarcato. Non ricordo però titoli che presentassero la nomina al modo in cui è stata presentata quella di Blanchett oppure così: “Bene la scelta di Lucrecia Martel, speriamo senza fondamentalismi vetero comunisti – antirazzisti”.

L’edizione precedente aveva come presidente il regista messicano Guillermo del Toro: sapete, quello di “Hellboy”, “Il labirinto del fauno”, “La forma dell’acqua” ecc., cioè qualcuno che usa spesso la cornice della fantasy per esporre forme di autoritarismo e di resistenza alle stesse. Di nuovo, non ricordo titoli del tipo: “Bene la scelta di Guillermo del Toro, speriamo senza fondamentalismi anarchici o horror”.

Per cui, ho bisogno che La Stampa mi spieghi:

– cosa ritiene sia un “fondamentalismo vetero femminista”, perché il femminismo è un movimento politico di liberazione pro diritti umani e non una religione;

– se la “difesa dell’emancipazione femminile in un’industria del cinema che deve ancora confrontarsi pienamente con i pregiudizi maschilisti” è il reato di “fondamentalismo vetero femminista” di cui si sarebbe macchiata Cate Blanchett;

– se “l’impegno in ambito artistico, umanitario (il femminismo fa parte di questa seconda tipologia) e a sostegno dell’ambiente” rende le persone inadatte a rivestire ruoli in giurie artistiche o comunque un po’ sospette a priori;

– in caso di risposta positiva ai due punti precedenti, se può rendere noto in quale secolo vive il caporedattore o chiunque altro abbia il compito di scegliere i titoli e, se lo ritiene opportuno, informare il o la suddetto/a che il medioevo è finito;

– perché nel 2020 mi costringe ad avere la nausea leggendo i suoi articoli e a scrivere pezzi come questo.

Maria G. Di Rienzo

Servizio pubblico

Non sarebbe bello se, una volta ogni tanto, lo schema cambiasse? Se l’omofobo, il razzista, il misogino o sessista di turno, fosse indotto a riflettere dalle rimostranze che seguono le sue esternazioni e invece della solita manfrina – sono stato frainteso, ho un sacco di amici stranieri e gay e amo le donne, state creando polemiche per avere visibilità – dicesse solo, per esempio, “Va bene, vi ascolto, parliamone.”? Vedete bene che non gli sto chiedendo di scusarsi immediatamente e di cambiare di colpo atteggiamento: considerato quanto le sue attitudini sono avallate e rinforzate a livello sociale e persino politico una repentina sincera “conversione” è per forza di cose “più rara di un corvo bianco” (Giovenale). E a chi riveste ruoli pubblici, a chi vive di denaro pubblico, a chi è esposto sui media e quindi si rivolge a un gran numero di persone, non sto proponendo l’ascolto come cortesia perché lo ritengo un suo dovere.

“16 gennaio 2020: Sanremo, polemica sulle donne “molto belle” di Amadeus. – Con l’hashtag #boycottSanremo i social si scatenano contro Amadeus, il suo Sanremo e la conferenza stampa di due giorni fa in cui, presentando cinque delle dieci donne che saliranno sul palco dell’Ariston ha detto: “Ovviamente sono tutte molto belle“. Poi, riferito alla modella Francesca Sofia Novello: “(…) ero curioso… questa ragazza molto bella, ovviamente sapevamo essere la fidanzata di un grande Valentino Rossi, ma è stata scelta da me perché vedevo… intanto la bellezza, ma la capacità di stare vicino a un grande uomo stando un passo indietro malgrado la sua giovane età.”

Al sig. Amedeo Sebastiani, in arte Amadeus, diverse donne hanno spiegato diffusamente e con precisione cosa trovano inaccettabile:

1) la narrazione per cui la “bellezza” – e cioè il gradimento allo sguardo maschile – è indispensabile all’esistenza stessa di una donna.

“Sia mai che qualche ragazza che vi guarda con occhi sognatori dalla provincia di Varese pensi che una donna nel 2020 possa fare l’imprenditrice senza passare per Temptation Island o che possa fare la giornalista di successo senza sfoderare il suo davanzale ai quattro venti in prima visione. (…) Continuiamo pure a raccontare alle donne che per fare carriera devono prima pensare a farsi belle, magari trovarsi un fidanzato ricco e famoso.” Imen Boulahrajane, economista.

2) la lode al “ruolo di servizio” e all’invisibilità sacrificale delle donne.

“Sanremo? Il prossimo anno facciamo fare ad Amadeus un passo indietro e mettiamo a condurre una donna!”, Paola De Micheli, ministra delle Infrastrutture.

“Ci meritiamo Amadeus noi donne? Che non esistiamo con il nostro Nome e Cognome, ma brilliamo di luce riflessa in quanto: fidanzate di, mogli di, compagne di… E apprezzate perché buone buone stiamo un passo indietro rispetto al Maschio per non eclissarlo: ovvio.” Gabriella Rocco, giornalista.

Hanno spiegato che pagare il canone Rai per ricevere tale trattamento non è ammissibile. Hanno contestato la formula “uomo (anziano) al centro della scena circondato da giovani donne”. Hanno chiesto un diverso tipo di rappresentazione, più rispettoso della dignità e soprattutto della realtà delle donne. Purtroppo, il sig. Sebastiani sembra non aver capito nulla – ed è partita la consueta solfa autoassolutoria:

Un bel po’ di donne si sono risentite? Be’, l’offeso sono io!

“Questa polemica mi offende. Io ho enorme rispetto per le donne. L’appellativo di sessista non lo accetto. È un’accusa senza senso.” Non sento, non vedo, però parlo.

La mia sensibilità e la mia attenzione per i temi femminili sono dati acclarati!

… “come possono testimoniare mia moglie, mia madre e mia figlia”. Ehm. Se poi chiedete alla suorina che si prendeva cura di lui all’asilo o alla maestra delle elementari riceverete altre conferme. Anche una prozia paterna aveva un’ottima opinione di lui, ma purtroppo è molto avanti con l’età e non si ricorda più chi diamine è ‘sto tizio. Io ho invece una domanda: quale moglie? La prima – madre della figlia – o la seconda “showgirl e ballerina” di quindici anni più giovane di lui, che su Canale 5 ha dato dimostrazione di incredibili capacità attoriali interpretando il personaggio di “Giovanna, la moglie di Amadeus”?

Sono stato malevolmente frainteso, alla fidanzata di Valentino Rossi (e a tutte le altre) ho fatto solo complimenti e lei mi ha ringraziato.

“L’ho detto male? Forse dovevo dire ‘un passo di lato’ invece di ‘un passo indietro’? Ok. Ma da qui all’insulto sessista ce ne passa.”

Se alla modella Francesca il quadro in cui è stata inserita piace va benissimo, nessuna glielo sta rimproverando: quel che in molte stanno dicendo è che il quadro è una crosta, che sono stanche di essere “apprezzate” perché sono BELLE e perché stanno IN DISPARTE o ZITTE. E’ questo a essere sessista, signor conduttore.

Diversità? Ma ce n’è a palate! Parleremo persino di violenza, mannaggia, che altro volete???

“Di presenze femminili al festival ce ne saranno di diversissime, (…) ognuna di loro porterà sul palco la sua sensibilità, ci saranno momenti di svago, di divertimento, di musica, di leggerezza, ma anche spunti di riflessione sui temi sociali. (…) Ci sarà spazio anche per testimonianze di persone comuni: ho invitato Gessica Notaro (la showgirl riminese sfregiata dall’acido nel 2017 dall’ex fidanzato Edson Tavares) e ci sono buone probabilità che venga.”

Mi permetto di dissentire: a) perché pare proprio che per avere accesso al palco sia necessario essere conformi agli standard relativi ai complimenti suddetti (solo BELLE, e se sono tali lo giudicano gli uomini); b) perché ciò è confermato dalla scelta di Notaro, che “persona comune” non è.

Intendiamoci, la sua storia è terribile e la sua sofferenza merita solo rispetto. Ma per portare qualcuna a testimoniare la violenza sulle donne il sig. Sebastiani ha dovuto farla prima passare per le forche caudine dell’appeal : una Laura Rossi qualsiasi, magari cinquantenne, non sarebbe andata bene, ma l’ex Miss Romagna, cantante e modella e ballerina che “dalle sue piattaforme social ha fatto sapere di aver ritrovato la fiducia negli uomini e la voglia di amare” è perfetta. La sua presenza non porrà alcuna critica alla narrazione dominante che vuole la violenza di genere un problema relativo a singoli uomini (lasciati, depressi, disoccupati, immaturi, prede di raptus, ecc.) anziché strutturale quale esso è. Non che mi aspettassi altre scelte. Dopotutto, Sanremo ce lo offre il “servizio pubblico” televisivo italiano che ha una lunga e disgraziata storia di lottizzazioni, per cui l’intelligenza e la profondità devono sgomitare parecchio per fare capolino.

Una domanda, per chiudere, ai giornalisti che hanno coperto la vicenda: infilare in pezzi sul sessismo il fatto che Amadeus è “tra l’altro testimonial per la lotta contro la sclerosi multipla”, cosa diamine c’entra? E’ una cosa positiva, ma purtroppo non lo rende un campione dell’eguaglianza di genere.

Maria G. Di Rienzo

Andiamo bene

Ieri su alcuni quotidiani:

“Quali sono le dosi giuste di alcol per la donna? La risposta è nell’immagine: un semibusto femminile con due abbondanti coppe di vino che rappresentano il seno.

senza fine

Non è l’etichetta di una nuova cantina, ma la campagna di sensibilizzazione dell’assessorato regionale alla Salute (della Sicilia) contro l’abuso di alcol fra le donne, comparsa due giorni fa sul sito istituzionale “Costruire Salute” e rimossa dopo appena 24 ore per la sollevazione di cittadini, associazioni di donne e medici sui social.”

Non sono riuscita a sapere se il benintenzionato consiglio fosse rivolto anche agli uomini. In caso, la figurina doveva arrivare almeno alle ginocchia, perché le abbondanti coppe erano di sicuro tre e posizionate sul basso ventre, giusto?

Maria G. Di Rienzo

P.S. Per sapere quanto salutari sono tali immagini e come perfettamente “sensibilizzano” le donne, l’assessore può leggere (o farsi leggere, se non conosce l’inglese)

https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/00224499.2016.1142496

e cioè il resoconto di 130 studi compiuti negli ultimi vent’anni che ribadiscono i danni provocati dall’oggettivazione sessuale.

(“Mother says there are locked rooms inside all women”, poesia e prosa di Nebila Abdulmelik – in immagine – trad. Maria G. Di Rienzo. Nebila, etiope, si definisce una “cantastorie femminista che usa creatività e arte per parlare di pace, affrontare diseguaglianza e oppressione, archiviare le storie del vivere quotidiano a beneficio delle generazioni a venire”. Oltre a essere scrittrice, poeta, editrice e fotografa, Nebila è assai nota ed efficace come attivista: solo per fare un esempio, la sua campagna #JusticeForLiz, relativa all’ottenere giustizia per una donna vittima di stupro, raggiunse quasi 2 milioni di firme.)

nebila

Ero solita pensare fosse l’oscurità

a darti gli incubi

Solo ora arrivo a capire

come le luci che inondano la tua esistenza

sembrino perseguitarti

Non appena arrivano

tu cerchi i punti che la luce non raggiunge

per poterci strisciare dentro, coperta dal calore e dal rifugio del buio

Nel mentre quasi tutti bramano movimento e suono,

tu sei saziata dal vuoto e dalla pienezza dei silenzi

Da sola, negozi fra le differenti donne che ti compongono

Indisturbata,

filtri l’orchestra di pensieri

in mutevoli ottave

permettendo a ciascuna di esse di cantare la propria canzone

*****

Mia madre dice che ci sono stanze chiuse all’interno di tutte le donne. Che le donne diverse che le abitano sono le sole a poter schiudere quelle porte. Tu devi essere paziente. Devi sederti con ognuna di esse, una alla volta. Parlare le loro lingue. Ascoltare le loro storie. Intrecciare i loro capelli. Percepire il loro tipo di pelle – ruvida, liscia, grezza. Fasciare le loro ferite. Ridere con loro. Capire le loro lacrime. Massaggiare i loro piedi. Conversare con loro. Dar loro riconoscimento. Essere presente per le loro paure. Essere presente per loro. Stare con loro.

Mia madre dice che alcune le evochi tu e altre evocano te. Che una porta con sé la propria rabbia, un’altra il delirio. Che non devi mai ignorare la più silenziosa, quella che non bussa mai. Lei è la più potente. Devi cercarla, persuaderla a uscire dalla stanza con gentilezza.

Mia madre dice che non devi pensare a come soddisfare quella che bussa sino a che le sanguinano le nocche e le mani le dolgono. Lei non è una di cui dovresti preoccuparti perché indossa tutte le proprie emozioni e tu saprai subito se ci sono guai in arrivo.

Una ha buttato giù la porta l’altro giorno – mamma dice che è perché era soffocata dalla propria angoscia – e si è succhiata via tutta l’aria nella stanza, lasciandola annaspare in cerca d’aria che non poteva fabbricare. Lei è quella a cui non sottoponi problemi. Lei li nutrirà sino a farli crescere come erbacce, senza lasciare spazio alcuno alla bellezza. O al respiro.

Ognuna ha il suo posto e il suo scopo. Tutte creano te. Senza di esse, saresti vuota. Un guscio. Loro ti danno colore, carattere, stile. Persino quella furibonda ti dà acume. Lascia che siano.

Mia madre dice che è solo quando ti danno le chiavi, solo allora sarai in grado di aprire tutte le porte e fare pace, di riunirle insieme così che possano cantare i loro sogni e narrare i loro ricordi l’una all’altra. E a te.

Solo allora, quando le loro sofferenze saranno intessute nelle storie che raccontano, i sogni che osano e i segreti che sussurrano saranno liberati e libereranno il tuo respiro.

Aprire la mente

(tratto da: “Former IS Woman Combats Online Radicalization in Indonesia”, di Sirwan Kajjo e Rio Tuasika, 26 dicembre 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Naila Syafarina

Naila Syafarina – in immagine sopra – aveva 19 anni quando si trasferì con la famiglia in Siria nel 2015. Tutto ebbe inizio quando sua sorella minore cominciò a cercare letture religiose su internet e più tardi ebbe a conoscere qualcuno online che la persuase ad andare in Siria.

La sorella ebbe successo nel convincere la famiglia a trasferirsi. Ma la vita sotto il dominio dello stato islamico (IS) era completamente differente da quella che era stata promessa online. Determinati a fuggire dalla terribile realtà siriana, Naila Syafarina e i suoi riuscirono a tornare in Indonesia nel 2017.

Syafarina, ora 23enne, assieme a diversi giovani indonesiani che si erano uniti all’IS, sta facendo campagna fra la gioventù contro i pericoli della radicalizzazione online, giacché essa è una delle principali preoccupazioni da alcuni anni in Indonesia, il più grande paese musulmano al mondo.

“Cercate una seconda e una terza opinione. Dopo di che, non accettate tutto di colpo, continuate a pensare in modo critico.” consiglia Syafarina, aggiungendo che molti versetti nel Corano chiedono alle persone di riflettere.

Ci sono circa 600 persone di nazionalità indonesiana che sono tornate a casa dopo essersi unite allo stato islamico in Siria, secondo la rete di ong “Società civile contro l’estremismo violento” (C-SAVE). “Fra esse, circa il 20% è pronto a reinserirsi nella società. – spiega Mira Kusumarini (in immagine sotto), direttrice di C-SAVE – E’ più facile lavorare con quelli che sono tornati, poiché hanno visto con i loro occhi che le promesse erano false, che la realtà era davvero diversa da ciò che la propaganda dell’ISIS dice. Facebook è il canale preferito dagli estremisti per individuare possibili adepti. Poi i contatti proseguono su canali privati come Telegram.”

Mira Kusumarini

Naila Syafarina crede che un modo efficace di contrastare l’estremismo nei giovani sia l’incoraggiare il dialogo fra le fedi: “Continuate a impegnarvi in conversazioni con altre persone, in special modo con quelle che appartengono a una differente etnia e hanno una differente religione. Questo è ciò che apre le nostre menti.”

Madre delle stelle

(tratto da: “We Contribute to Diversity”, di Olowaili “Madre de las estrellas” – “Madre delle stelle” Green Santacruz, per Cultural Survival, dicembre 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice è ritratta qui sotto.)

madre delle stelle

Noi Guna siamo un popolo dalla doppia nazionalità con una comunità a Panama e due in Colombia – una in campagna e l’altra in città.

Io vivo nella regione Guna di Abya Yala. Ho vissuto a Medellín da quando avevo 7 anni e ora ne ho 26. Sto terminando l’ultimo semestre di studi sulla comunicazione audiovisiva e sono una produttrice di audiovisivi e una direttrice culturale: la mia compagnia, che si chiama sentARTE, lavora per promuovere la diversità etnica e di genere.

Nella nostra tradizionale spirituale Guna, gli dei hanno mandato un uomo e una donna, ma poi hanno mandato anche una terza persona, un essere non definito per genere.

Dall’età di 12 anni sapevo che la mia preferenza sessuale era diretta verso le donne. E’ stato molto difficile per me, perché in numerose comunità indigene c’è un bel po’ di machismo e si richiede alle donne di assumere ruoli determinati. All’inizio è stata dura, perché le mie preferenze non erano accettate. A 15 anni avevo una partner che mi ha aiutato molto e fu allora che decisi di parlare ai miei genitori di lei. I miei genitori mi hanno accettata, ma è stata dura anche per loro.

Dopo aver discusso la faccenda con la mia famiglia, non mi sono più preoccupata di quel che pensava la gente, anche se esercito discrezione per sostenere i miei parenti.

Definire me stessa è un atto politico e con esso è arrivato il desiderio di essere un’attivista. Questo non è facile per una donna perché i testi che definiscono l’identità culturale, e che ci sono imposti, contengono troppe oppressioni di genere. Sarà una lunga lotta, ma io sento di avere il compito di aiutare altre donne, in special modo le donne indigene, i cui ruoli prescritti le opprimono doppiamente. Io non ho problemi nell’identificarmi dentro il termine LGBTQIA+. Al di là di tutto, io sono un essere umano che vuole amare un altro essere umano.

Dobbiamo istruire la società affinché essa sia informata, perché noi non siamo gente “stramba”. Siamo uguali. I miti per cui saremmo i portatori dell’AIDS devono essere banditi. Tale istruzione deve cominciare a scuola, con i bambini. Bisogna instillare educazione per suscitare consapevolezza nella società. Gli uomini gay in Colombia sono raffigurati molto male, le lesbiche meno ma ad esse si appiccica la falsa aura della bisessualità, tipica delle fantasie sessiste.

La mia professione si adatta perfettamente alle lotte dei popoli indigeni. Il fatto che vivo in città, separata dalla comunità, è disprezzato però partecipo ancora agli incontri comunitari guidati dai caciques (capi). Come persona indigena urbanizzata ho incontrato grande ignoranza rispetto ai popoli indigeni: la mia compagnia è stata creata proprio per salvaguardarli e renderli visibili. Ho realizzato un documentario per la televisione che sarà trasmesso in gennaio e che parla del potere femminile nelle comunità.

Il mio lavoro contribuisce alla costruzione di una società maggiormente egualitaria. Contribuiamo alla visibilità delle nostre culture indigene e della diversità in generale.

Sensibilità

Riccione, uscita dell’autostrada, 2020:

escrementi pubblicitari

Questa geniale, innovativa, creativa pensata dei pubblicitari (il sesso fa vendere, l’umiliazione delle donne anche – che novità!) fa obiettivamente schifo. In termini più educati del mio, ciò è stato detto abbastanza volte da indurre il proprietario della macelleria Ugolini a dichiarare: “Chiedo scusa. Rimuoverò al più presto il manifesto. Non volevo offendere la sensibilità di nessuno e tanto meno quella delle donne.”

Desidero qui ribadire a lui (quale simbolo odierno di una tendenza sociale) e agli incompetenti misogini a cui ha commissionato il cartellone che la nostra sensibilità è l’ultimo dei problemi in ballo. La lotta contro la pubblicità sessista e oggettivante negli spazi pubblici non ha nulla a che fare con puritani sentimenti di disagio per la nudità dei corpi, con la “decenza” o il moralismo: si tratta del contrasto a un sistema patriarcale che costantemente rinforza le diseguaglianze fra i generi e della conseguente normalizzazione della violenza di genere in tutte le sue forme – per tipologia e posizionamento, per esempio, gli annunci pubblicitari hanno un deciso effetto di sdoganamento e normalizzazione delle molestie sessuali.

Negli spazi pubblici è impossibile evitarli: consapevolmente e inconsciamente ricordano alle donne che sono vulnerabili e imperfette e che è loro dovere conformarsi a un’idea precisa di femminilità, mentre conferiscono agli uomini i privilegi del giudizio e del controllo.

“E’ un’affermazione di potere. E’ un modo per farmi sapere che un uomo ha diritto al mio corpo, ha diritto a discuterlo, analizzarlo, valutarlo e a far sapere a me o a chiunque altro nelle vicinanze il suo verdetto, che a me piaccia o no.” Laura Bates, Everyday Sexism Project.

Inoltre, gli effetti devastanti della pubblicità sessista sulla nostra psiche e quindi sulla nostra salute (un altro tipo di violenza di genere) sono scientificamente dimostrati da decenni: 2002, meta-analisi di 25 studi riporta che la maggioranza delle adolescenti si sente significativamente peggio rispetto al proprio corpo dopo aver visto le immagini di donne proposte dai media; 2008, meta-analisi di 77 studi riporta che l’esposizione ai media è fortemente legata ai problemi di immagine corporea nelle donne – per capirci meglio, i “problemi” si concretizzano in anoressia, autolesionismo, depressione, stress e persino suicidio, eccetera eccetera. Un solo dato: dal 1970 i disturbi alimentari nelle donne sono aumentati del 400%.

“Le donne e le bambine si paragonano a queste immagini ogni singolo giorno. E il fallimento di assomigliare ad esse è inevitabile, poiché sono basate su una perfezione che non esiste.” Jean Kilbourne, ricercatrice universitaria, documentarista, conferenziera, scrittrice.

Infatti le foto dei corpicini senza testa e senza volto – culi, i culi sono sufficienti a definire le donne – sono abbondantemente ritoccate per rimuovere da esse ogni traccia di umanità (i pubblicitari considerano queste tracce “difetti”) e dar loro girovita impossibilmente stretti e pelle luminosa da incontri ravvicinati del terzo tipo. Spesso sono pure “candeggiate”, per così dire, perché il modello proposto è stato pensato come ideale per i (ricchi) consumatori occidentali, ma si è rapidamente diffuso a livello globale: creando un proficuo mercato di creme sbiancanti e tinture ossigenanti che succhia via autostima e soldi a donne di tutto il mondo.

Quindi, signor committente e signori pubblicitari, la mia sensibilità è perfettamente a posto: sono le mie ovaie che girano a paletta.

Maria G. Di Rienzo

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