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Duemila!

duemila

Eh sì, questo è il post n. 2.000 (mettetevi pure le mani nei capelli, vi capisco).

Ho deciso di “celebrare” facendo un po’ di solletico ai bulletti che da anni sbattono inutilmente la crapa sui miei articoli, parlando di abuso emotivo (morale / mentale / psicologico): online è ormai una specie di epidemia, ma anche nel mondo non virtuale è assai diffuso.

Le donne – di tutte le età, le giovani in particolare – sono i bersagli privilegiati di questo tipo di violenza (ma chiunque sia classificato come “inferiore” o “deviante” per una qualsiasi sua caratteristica ha buone probabilità di incontrarla) spesso non immediatamente riconoscibile come tale: è infatti associata a uno sbilanciamento di potere che la nostra società accetta nella maggior parte dei casi e persino, in determinate circostanze, incoraggia e approva.

L’abuso emotivo può prendere molte forme (insulti diretti o mascherati da “critiche costruttive”, svergognamenti, umiliazioni, intimidazioni, biasimo, ecc.) ma generalmente si concretizza in aggredire, negare e minimizzare nel tentativo di manipolare le emozioni altrui. I bulli che usano queste modalità sono sovente dei maniaci del controllo e tutti si credono / si presentano come “superiori”: ne sanno più di voi, di qualsiasi argomento si tratti; sono migliori di voi e perciò legittimati a giudicarvi e correggervi; e lo spirito santo li ha sicuramente visitati, perché sanno senz’ombra di dubbio cos’è giusto e cos’è sbagliato in ogni campo, ma soprattutto cos’è giusto e cos’è sbagliato per voi. In pratica, sono talmente vuoti di interessi e abilità che solo tramite l’abuso di altre persone riescono a dar significato alla loro esistenza.

Le loro vittime possono finire per sentirsi senza valore, troppo spaventate per dire o fare qualsiasi cosa nel timore di sbagliare e di essere riprese; possono arrivare a ritenere inaffidabile il proprio giudizio, il che rende loro più difficile decidere e agire nei momenti critici; possono anche fare i salti mortali nel tentativo di compiacere gli aguzzini, desiderando un’approvazione o una lode come segni del non essere quelle persone orribili e stupide e inutili che gli aguzzini stessi stigmatizzano e/o deridono. Quest’ultimo è un pio desiderio e uno sforzo inutile, perché indurre le vittime a dubitare di se stesse e a odiare se stesse è essenziale per i bulli.

Riconoscili, in primo luogo. Sono quelli che:

Ti criticano per cose su cui non hai un controllo reale

– se ti ammali è colpa tua, non hai usato le medicine esoteriche consigliate dal bullo;

– se quel tizio si è suicidato è colpa tua perché sei una femminista e insegni alle donne a ubriacarsi di lacrime maschili;

– se non hai un lavoro o se il tuo lavoro è pagato poco sei un peso per la tua famiglia, sei una mangiapane a tradimento, una mantenuta;

– se non hai un corpo che corrisponde ai loro standard di scopabilità, sei una pigra schifosa cozza maiala: e cosa vivi a fare?

Circostanze, scelte, limitazioni, discriminazioni, a loro non importano: tutto può essere usato per fari sentire uno zero.

Piangono il morto (fanno le vittime) ogni volta in cui alzi la testa:

Basta, hai detto basta? Come osi trattarmi in questo modo, come osi insultarmi, sei aggressiva, sei maleducata, sei violenta, io segnalo la tua pagina FB, io ti denuncio! Cioè, l’abusante verbale seriale ti ammonisce fermamente per i tuoi supposti “abusi verbali”…

Ritengono un enorme sbaglio e addirittura una fallacia morale ogni tua espressione di indipendenza e ogni tua preferenza:

– Non sei d’accordo con loro? Sei arrogante, irrispettosa, cretina, prevenuta.

– Non fai quel che ti hanno chiesto? Sei egoista, cinica, ingrata, incapace, infantile.

– Ti piace quel film, quello sceneggiato tv, quella performance teatrale? Ma non sai che piace anche a Sempronio che è notoriamente una cacca, non ti rendi conto di non capire niente di cinema, tv, teatro?

– Tu, vuoi tentare un nuovo stile di abbigliamento, tu? Ma guardati allo specchio, finché fai così schifo non c’è stile che tenga.

Credono subito e senza dubbio alcuno a chi dice il peggio di te:

Basta che qualcuno suggerisca o ipotizzi, i bulli partiranno alla carica per rovesciarti addosso il loro odio sbavante e le loro tirate da sapientini, non importa quanta evidenza del contrario tu mostri loro o quanto spuria sia la fonte delle loro informazioni.

Non vedono contraddizione nel compiere le stesse azioni per cui condannano te.

Dieci anni fa hai sgraffignato un dolcetto da una bancarella al mercato e ciò fa di te una ladra senza speranza, un’ingorda immorale, una falsa che sicuramente pugnala alla schiena gli altri alla prima occasione, una minaccia all’economia del paese. Loro sono usciti dal supermercato con una mortadella da dieci chili camuffata da gobba e con le buste di salmone affumicato incollate alle chiappe nelle mutande, ma è perché in quel momento non avevano “cash” disponibile e avevano veramente fame, e poi il supermercato se lo merita perché è una “coop rossa” o è “della catena di quel fascio di Tizio”.

In generale, ogni tuo errore è imperdonabile, ma se lo stesso errore lo fa chi abusa di te, be’, “è una questione complicata” e “ci sono ragioni importanti e imprescindibili” oppure non è poi quel gran problema, via.

Non vogliono avere con te una conversazione in cui tu sia trattata alla pari.

Sei fuori tema, sei ignorante, sei cafona, sei una nazifemminista, sei brutta, rimbecchi e basta e non sai di cosa parli. Ah, se così non ti piace te ne puoi andare. (Questo i bulli lo dicono spesso nella vita reale a persone che non hanno la materiale possibilità di andarsene.)

Mostrano intenso piacere per le disgrazie altrui, specialmente per le tue:

Lo avevano detto loro! Loro lo sapevano da sempre! Se solo li si fosse ascoltati, questi infallibili profeti!

Se avete riconosciuto qualcuno (ma anche qualcuna, senza dubbio) e se pensate che si stia abusando di voi in questo modo:

Limitate i vostri contatti con questa persona, se potete.

Ritagliatevi comunque tempi e spazi per creare una distanza in cui riconoscere che le stupidaggini in cui siete stata inzuppata sono proprio e solo questo: stupidaggini.

Comprendete che gli standard a voi richiesti sono irrealistici.

Ed è molto probabile che chi abusa di voi non si stia impegnando per raggiungerli personalmente, vero? Che vi si chieda di essere un paragone di virtù o una figurina da Photoshop, la “perfezione” non è umana (tutti sbagliamo, tutti abbiamo difetti, tutti abbiamo pregi) e nessuno ha il diritto di pretenderla da voi, che umane siete.

Controllate i vostri dubbi e le vostre preoccupazioni su voi stesse.

Perché penso che questo sia sbagliato, sia giusto?

Chi mi ha detto che questo era sbagliato/giusto e perché? Quali erano le sue motivazioni?

Che prove concrete ci sono di quel che mi è stato detto?

Sto facendo così per non far arrabbiare Caio o perché lo voglio?

Se io cambio di me quel che Caio vuole io cambi, chi ne beneficia davvero, e come?

Cercate sostegno.

Da chi vi ama: e perciò apprezza quel che siete, pensate, credete, volete. Da libri, articoli, siti web, comunità offline e online che possono offrirvi conoscenza, confermare la vostra autostima, darvi comprensione e sollievo (il classico: “Ma allora non sono sola!”). Da una/un terapista se la vostra depressione è profonda. Dalla polizia postale se gli abusi online sono reiterati e ormai insopportabili.

Ricordate questo: il passato non può essere cambiato, ma il futuro è sempre una scelta. Maria G. Di Rienzo

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(“Teaching an Old Dog”, di Michelle Barker – in immagine qui sopra – poeta e scrittrice contemporanea. Vive a Hatley, nel Quebec, con la sua famiglia e un vasto assortimento di animali: fra cui la sua cagna, protagonista del testo seguente.)

Ogni pomeriggio la mia cagna

mi porta a fare una passeggiata.

Cominciamo con il diventare

molto esaltate

correndo in cerchi di gratitudine nell’atrio

alla mera idea di passeggiare.

Una volta fuori, lei mi fa far pratica

delle mie lezioni.

Corri più veloce che puoi

senza alcuna ragione.

Dai la caccia a cose che

non hai alcuna speranza di prendere.

Metti da parte le linee diritte.

Entra in ogni pozzanghera.

Ascolta.

Qui, dice lei, qui

è passato un cervo.

Lei è paziente con me,

indica con il muso

mi esorta ad annusare io stessa

ma io non lo faccio, ovviamente,

perché sono una cagna anziana

e c’è un limite

a quel che posso imparare.

A volte lei corre avanti

poi si ferma nel mezzo della strada

e si volta a guardarmi.

Questo è un test.

Stai componendo poesia

nella tua testa, dirà.

Stai ripassando conversazioni

che non accadranno mai.

E io mi riprendo

e ricordo il miglior trucco

che lei mi ha insegnato finora –

camminare

come se ogni parte di me

stesse ascoltando dio.abbraccio

Rifugiate

(“The refugee crisis is a feminist issue. We can’t just sit by and watch.”, di Helen Pankhurst per The Guardian, 19 settembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo.)

kosovo

L’attuale crisi riguardante i rifugiati è uno dei più gravi disastri umanitari che si dispiega attraverso il mondo nell’epoca attuale. Fra una molteplicità di orrori universali, la crisi presenta specifiche minacce e difficoltà per milioni di donne che sono rifugiate: e, come per tutte le istanze femministe, la risoluzione di quest’ultima dipende dalla solidarietà.

Mentre il mondo guardava dall’altra parte, Care International – http://www.careinternational.org.uk/

e Women for Refugee Women- http://www.refugeewomen.co.uk/ – hanno lavorato insieme anzitempo rispetto al summit (Ndt. : quello sui rifugiati organizzato dalle Nazioni Unite il 19 settembre u.s.) per dare alle donne rifugiate una piattaforma in cui narrare le loro storie – storie di dolore e di durezze che hanno fatto luce su come questa crisi sia davvero molto una crisi delle donne.

Prendete Nadia. Costretta a lasciare il nativo Iraq quando era incinta di quattro mesi, ha cercato una relativa sicurezza attraversando il confine con la Siria. Quanto dev’essere disperata una persona per considerare l’ingresso in Siria come il minore fra due mali? Nel caso di Nadia, la sua motivazione fu l’aver visto un’auto piena di ragazze Yazide come lei bruciate vive dagli estremisti, un destino che lei temeva fosse in agguato per la sua stessa famiglia.

Dopo un breve periodo disperato in Siria, Nadia intraprese il viaggio verso la Grecia in un barca insicura che perdeva acqua quando era incinta di nove mesi. Il suo figlio non nato morì durante il viaggio, risultato inevitabile della denutrizione e dello stress. Al suo arrivo in Grecia, Nadia fu sottoposta a un affrettato taglio cesareo: “Non mi permisero neppure di vedere il mio bambino – ricorda – L’hanno semplicemente portato via e sepolto in una tomba comune… Ho pianto e pianto per giorni. Non posso nemmeno visitare la tomba di mio figlio.”

Quando Care e Women for Refugee Women chiedono trattamenti dignitosi e giusti per i rifugiati, lo fanno per donne come Nadia. Come un’altra donna, Dana, riassume: “In Siria, tu puoi morire a causa di una bomba, un giorno, ma durante questo viaggio tu muori ogni singolo giorno.” Dana, madre di due bambini, attualmente vive in un campo profughi in Serbia. E’ arrivata portando poche cose, ma con addosso un peso di miseria che nessuna donna, nessun essere umano, dovrebbe portare.

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E storie come queste ne hai 10 per un centesimo in tutta Europa, proprio in questo momento. Quando la situazione di una donna è così disperata che è costretta a fare del “sesso di sopravvivenza” per assicurarsi che un uomo la protegga durante il suo viaggio, questa è un’istanza femminista. Quando una donna è costretta a fare centinaia di miglia a piedi, in stato di avanzata gravidanza e con bambini malnutriti fra le braccia, questa è un’istanza femminista.

Quando le ragazzine sono date in spose a un’età così giovane da spezzare il cuore, perché ciò è visto per loro come la maggior probabilità di sopravvivenza; quando le donne abortiscono spontaneamente sul ciglio della strada in un paese straniero; quando le madri sono costrette a mandare via i figli da soli sui gommoni, nel buio, non convinte che avranno l’occasione di rivederli vivi; quando le donne raggiungono il Regno Unito e si abusa di loro e le si degrada, o le si tiene in detenzione per il crimine di aver chiesto rifugio: queste sono istanze femministe. Urgenti, disperate, oltraggiose istanze femministe. E, come femministe, noi dobbiamo agire.

In vista dei summit sui rifugiati globali, noi stiamo facendo alcune richieste molto semplici ai leader mondiali. Primo, assicurare più sostegno per le donne rifugiate nei paesi in via di sviluppo; secondo, stabilire rotte protette, sicure e legale per le donne rifugiate vulnerabili, di modo che esse non debbano affrontare viaggi pericolosi nelle mani dei trafficanti; terzo, intraprendere azioni per proteggere donne e bambine dalla violenza sessuale e dal traffico di esseri umani. E quarto, in special modo per il governo britannico, dare alle donne rifugiate in Gran Bretagna dignità e udienze oneste.

La crisi relativa ai rifugiati è controversa e, in questi tempi turbolenti, chiedere di offrire protezione addizionale ai rifugiati incontra sempre maggiore opposizione. Ma io guardo alla rappresentazione che i media fanno dei rifugiati – l’oggettivazione, la disumanizzazione – e vedo la Storia ripetere se stessa: la stessa Storia che ha indotto i miei antenati a fuggire per salvare le proprie vite.

Perché io sono la figlia e la nipote di rifugiati. Dal lato famoso delle suffragiste Pankhurst, il compagno di mia nonna Sylvia era un anarchico italiano che finì per chiamare il Regno Unito la sua casa; e mia madre originariamente venne dalla Romania, fuggendo l’ascesa del fascismo.

Ogni volta in cui nella Storia vediamo vasti segmenti di persone cacciati fuori – o peggio, spazzati via – puoi star sicuro che ciò è accompagnato, da qualche parte, da propaganda che insinua come quelle vite siano vite a perdere. Come Paese, siamo stati dal lato giusto della Storia quando il fascismo e il nazismo hanno preso piede. Dobbiamo assicurarci che vada allo stesso modo oggi.

La vergogna di questa crisi non sarà candeggiata nei libri di Storia; lascerà una cicatrice nella nostra coscienza collettiva per generazioni. Abbiamo la responsabilità individuale e collettiva di agire ora.

Guardami mentre sopravvivo

(“Society, watch me survive you”, di Meeni Levi – in immagine – 19 anni, belga: si definisce “senza genere” e fa parte della “Youth Coalition for Sexual and Reproductive Rights”. Il pezzo è stato scritto il 17 maggio 2016 in occasione del Giorno Internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Un articolo mi ha detto che le persone LGBT tentano di uccidersi e si uccidono tre volte tanto rispetto agli altri e io ho detto: “Società, guardami mentre ti sopravvivo”.

Rossa è la luce nella mia mente

che dice

FERMATI e grida:

Loro non sanno chi sei

ti odieranno ti odieranno ti odieranno.

Arancione è il sorriso

che mi fa superare gli attacchi di panico.

Giallo è l’odore

del pigiama appiccicoso di sudore

quando il mio letto è un uragano e io non so nuotare.

(Anche il mio shampoo profuma di giallo – fa comodo.)

Verde è il liquore che annaffia l’arancione:

congratulazioni per essere sopravvissuto/a 18 anni.

Blu è il fare le prove per l’appello,

non sapendo quale nome usare,

pensando che sarebbe più semplice

farci solo una croce sopra.

Il viola sarebbe più facile

se la gente ascoltasse

invece di comporre la mia faccia

con zanne e gomme per cancellare.

(L’indaco mancante sono le persone

che mi dicono che ho il pallino

dell’essere complicato/a.

Io rispondo che loro hanno il pallino

di rendermi tale

e di non capire quel che intendo.)

rosa-arcobaleno

Settembre sta per finire

In giugno, la Ministra Boschi (delega per le Pari Opportunità) ha annunciato che intendeva occuparsi di violenza di genere; in agosto, ha detto che il suo governo ne avrebbe discusso a settembre. SETTEMBRE STA PER FINIRE:

1° settembre 2016, Borgosatollo (Brescia) – Picchia la compagna e manda le foto delle botte agli amici per vantarsene.

2 settembre 2016, Roma – Il 69enne che si era masturbato davanti a due studentesse riceve sanzione amministrativa, ma non più condanna penale: la Cassazione, grazie al “decreto depenalizzazioni”, dice che “il fatto non è previsto dalla legge come reato”.

3 settembre 2016, Melito (Reggio Calabria) – Violenza sessuale di gruppo su una ragazzina, si è abusato di lei per due anni, da quando ne aveva 13. La minacciavano di diffondere immagini intime.

(Le immagini “intime” sono quelle degli stupri, ma detta così sembra che la ragazzina si facesse “selfie” porno da sola, per libera e ironica e trasgressiva scelta.)

3 settembre 2016, Milano – Suicida il primario di pediatria accusato di atti sessuali con minorenni

Da un articolo relativo alla vicenda: Gli amici dicono che il primario “è stato vittima innocente di un’accusa assolutamente falsa”; il Procuratore titolare dell’inchiesta: “(sul computer del primario) sono state recuperate 5.000 immagini pedopornografiche di bambine abbastanza impressionanti.”

11 settembre 2016, Parma – Donna 39enne uccisa con numerose coltellate, arrestato l’ex compagno.

Da un articolo relativo alla vicenda: “Una relazione troncata, un litigio, il rifiuto di accettare la fine di una storia d’amore. Per raccontare questa nuova tragedia e il possibile movente si potrebbe fare copia-incolla da altre decine di femminicidi.” Ed è proprio quel che continuate a fare, signori giornalisti, copia e incolla di un’analisi fasulla che ascrive la responsabilità alla vittima e scusa il perpetratore.

14 settembre 2016, Rimini – 17enne violentata in discoteca, ripresa in un video diffuso via chat.

14 settembre 2016, Rovato (Brescia) – Rapinano e picchiano una 28enne incinta sul treno: arrestati. (La giovane donna era al nono mese di gravidanza e a causa dello shock ha partorito poco dopo: madre e figlia stanno bene.)

21 settembre 2016, Pomezia (Roma) – Tenta di dar fuoco all’ex moglie dopo averle rovesciato addosso una tanica da dieci litri di benzina.

21 settembre 2016, Montesarchio (Benevento) – Violenta la sua ex non avendo accettato la fine del loro rapporto sentimentale, arrestato.

Da un articolo relativo alla vicenda: “La donna è stata più volte pedinata e oggetto di gravi atti minatori, commessi anche attraverso l’utilizzo di benzina o con un tentativo di soffocamento con una corda, ed è stata così costretta a subire atti sessuali contro la sua volontà.” Un rapporto davvero sentimentale, non c’è che dire.

22 settembre, Cagliari – Ragazza ventenne avvicinata in piazza da due uomini e violentata.

23 settembre, Rovigo – 74enne condannato per le molestie sessuali a una bimba di sei anni, sua vicina di casa.

24 settembre 2016, Roma – Ragazza picchiata dai genitori e dalla zia della fidanzata: “Lasciala stare, lesbica”.

Questa è una piccola selezione della violenza di genere che ha raggiunto le cronache, un frammento di un frammento: attualmente, in Italia, sono in carcere circa 3.400 autori di violenze sessuali e abusi su minori; nei primi sei mesi del 2016 sono stati oltre 600 i perpetratori arrestati e portati in cella. Mediamente, restano in prigione dai tre ai quattro anni. In circa il 30% dei casi chi abusa delle bambine / dei bambini è il padre.

A settembre 2016 abbiamo oltre 70 vittime di femminicidio. Le donne vittime di stalking nel nostro paese ammontano ormai a tre milioni e mezzo. Oltre sei milioni e ottocentomila hanno subito una qualche forma di violenza.

Ho tenuto da parte, nella mia lista, l’omicidio di Giulia Ballestri a Ravenna (20 settembre), quarantenne uccisa a bastonate e trovata con il cranio fracassato nello scantinato di una villa disabitata di proprietà della famiglia. Arrestato e per il momento unico indagato è il marito, il 51enne Matteo Cagnoni. Nei quattro giorni successivi tutti i giornali sono costretti a riportare – oltre alle elegie sullo stimato dermatologo che era apparso più volte in televisione e persino aveva collaborato ad organizzare un’iniziativa di un’associazione antiviolenza – dei dati inconfutabili: i due si stavano separando, lei aveva un nuovo compagno e voleva il divorzio; il marito è fuggito all’arrivo della polizia, poi è tornato quando credeva i poliziotti se ne fossero andati; sempre lo stesso aveva nella giacca una grossa somma di denaro, il passaporto suo e quello dei figli; le telecamere davanti alla villa in cui è stato rinvenuto il cadavere hanno ripreso un’automobile “nell’orario compatibile con quello del delitto. Si notano due persone scendere dall’auto e, pochi minuti dopo, una soltanto farvi rientro.”: le immagini necessitano di pulitura e ingrandimenti eccetera, ma l’ipotesi della Procura è che si tratti della Chrysler del dermatologo e che le due persone riprese siano lui e la moglie; inoltre, ultimo ma non minore, lo stimato professionista spiava e ricattava la moglie: le aveva piazzato un dispositivo Gps sotto l’automobile, le aveva clonato il telefono cellulare, aveva fatto registrare da un’investigatrice privata gli incontri di lei con il nuovo compagno e minacciava di rendere pubbliche le registrazioni: queste ultime sono ora in mano agli inquirenti.

Io non sono Sherlock Holmes e quel che è accaduto lo stabilirà il tribunale, ma trovo il quadro indiziario assai preoccupante per il signor Cagnoni. Perciò, non riesco a capire perché Il Resto del Carlino debba pubblicare, il 24 settembre u.s., un articolo su “l’ultimo pomeriggio di quotidianità familiare, senza sguardi o segni particolari che potessero far presagire un malumore da parte del dermatologo toscano” desunto da “i ricordi addolorati di un amico d’infanzia (il quale) il giorno prima della tragedia aveva passato la giornata insieme alla famiglia Cagnoni, che in una sala per bambini stava festeggiando il compleanno del figlio più piccolo.”, un articolo in cui tutto quello che ho riportato sopra – separazione imminente, stalking, ricatto – è definito così: “Una famiglia unita attorno all’amore per i propri tre figli, come li ricorda anche il parroco della chiesa di San Rocco, nonostante il rapporto sentimentale tra Matteo e Giulia si fosse logorato ormai da tempo.” (i corsivi sono miei)

Se è stato il marito a ridurre in poltiglia Giulia Ballestri con “inaudita violenza” – secondo le parole degli inquirenti – può averlo fatto, signor giornalista, in un momento di “malumore”? L’aver pianificato l’omicidio portando la vittima in luogo isolato è una “tragedia”? Che i due amassero i propri figli può essere scontato, ma alla luce di tutti i fatti che anche il suo giornale ha ampiamente citato, di che “famiglia unita” stiamo parlando?

Ministra, se la questione – evidentemente non urgente per il governo italiano – è slittata a ottobre, ha tempo per mettere in agenda anche questo punto: il modo in cui i media riportano la violenza di genere è SBAGLIATO, CONTROPRODUCENTE e CONNIVENTE. Come nazione abbiamo firmato una pila di protocolli in cui diciamo di essercene resi perfettamente conto e di impegnarci a intervenire: quando, posso saperlo? Maria G. Di Rienzo

(“The poem I am not going to write”, di Heidi Greco – in immagine qui sotto – poeta, scrittrice ed editrice contemporanea canadese, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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La poesia che non scriverò si scusa

ogni giorno, deve lavarsi i capelli, stanare i gatti di polvere

da sotto il letto, sgombrare degli abiti consunti

che si fingono malati nel suo armadio.

La poesia che non scriverò fa promesse

di pagare le bollette, di ripulire ciò che è colato dalla torta

or ora cucinata nel forno, di ordinare i calzini spaiati

in paia quasi-accettabili.

La poesia che non scriverò crede

che il mondo voglia messaggi più felici, che i bambini

abbiano bisogno di sandwich più gradevoli nei loro pasti, che i libri

meritino poesie migliori che io posso scrivere oggi.

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Fatti, non polemiche

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Contano i fatti, non le polemiche. Quello della fertilità è un problema serio, in Italia ci sono 700.000 coppie che cercano di procreare senza riuscirci.” La Ministra Lorenzin dixit.

E ci sono anche, però, 11 milioni di italiani che nel 2016 hanno dovuto rinviare prestazioni sanitarie o rinunciarvi a causa di difficoltà economiche (i ticket continuano a lievitare e le cifre delle tariffe private sono ormai identiche o di poco superiori): erano 9 milioni nel 2012;

ci sono 10 milioni e 200.000 italiani che fanno un maggiore ricorso alla sanità privata rispetto al passato: il 72,6% a causa delle liste d’attesa epocali nel servizio sanitario nazionale;

ci sono 7 milioni e 100.000 italiani che, in maggioranza per lo stesso motivo, nell’ultimo anno hanno usato l’intramoenia (cioè hanno pagato i medici ospedalieri come professionisti privati);

ci sono 2 milioni e quattrocentomila italiani anziani che la sanità non se le possono permettere ne’ pubblica ne’ privata, e 2 milioni e duecentomila “millennials” – dai 36 anni ai 21 circa – sono nelle stesse condizioni. (dati Censis 2016)

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I problemi veri vanno affrontati, e quando non piacciono bisogna affrontarli lo stesso”. Sempre Lorenzin. A maggior ragione, quello sopra e questo quando lo affrontiamo?:

ci sono 6 milioni 788 mila donne italiane che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale;

ci sono 3 milioni 466 mila donne italiane che hanno subìto stalking;

circa ogni due giorni una donna italiana muore di violenza di genere. (dati Istat 2015)

La campagna sulla fertilità da 113.000 euro (non li ha tirati fuori dalle proprie tasche Lorenzin, ma chi paga le tasse e i ticket e non trova assistenza contro la violenza perché i rifugi non sono finanziati), dice sempre Lorenzin “era proprio brutta ma io faccio il ministro e non il comunicatore; dunque mi interessa il messaggio più della campagna in sé. – e ovviamente – Nessuno aveva intenzioni razziste, perché noi del ministero della Salute ci occupiamo ogni giorno di garantire la salute a tutti gli italiani, indipendentemente dal colore della pelle, facciamo prevenzione per tutti.”

Signora, a parte che usare correttamente il termine Ministra (come già faceva Foscolo) è salubre in assoluto e altamente consigliabile come “stile di vita” quando si è donne, ha mai sentito citare il buon vecchio McLuhan con “il mezzo è il messaggio”? Quando immagini e parole scelte suscitano una reazione così forte dietro non c’è “un errore tecnico” come lei sostiene, ma un errore di lettura della realtà.

Chi ha protestato contro il “Fertility Day” le ha fatto delle domande precise e le ha posto questioni concrete, liquidarle come “strumentalizzazioni” e suggerire che scaturiscano da ignoranza e invidia “… mi sa che c’è un sacco di gente che aspira a fare il Ministro della Salute: va benissimo, ma io intanto mi occupo di cose vere.” convalida una cecità volontaria e ostinata e petulante proprio per le “cose vere”. Lei sta guardando l’Italia come se fosse una presentazione in photoshop preparata dal suo Ministero, senza collegamento alcuno con gli individui in carne e ossa della cui salute – come da dati precedenti – il suddetto dicastero non si occupa affatto. Id est, Ministra Lorenzin, lei sta facendo malissimo il suo lavoro. Forse non se accorge perché nel governo italiano, quanto a lavorar male, è in buona compagnia. Maria G. Di Rienzo

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