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Caramel Curves

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Diversamente da altre città statunitensi, a New Orleans la “Super Domenica” non si riferisce alla finale del campionato di football americano ma al Carnevale: nella domenica più vicina al 19 marzo circa 50 gruppi di origine nativa sfilano in sgargianti costumi, rigorosamente fatti a mano, cantando e danzando e tenendo rituali. Si crede che l’orgine di questa celebrazione risalga al periodo in cui gli schiavi fuggitivi di colore trovavano rifugio presso le tribù indiane, adattandosi ai loro usi e costumi e passando queste conoscenze alle generazioni successive.

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Circa tre anni fa, la fotografa Akasha Rabut si trovava a New Orleans per seguire la “Super Domenica” e notò due donne in motocicletta. Costoro le dissero di far parte di un club, fondato nel 2005 e chiamato “Caramel Curves” (“Curve color caramello”): “Il mondo dei club di motociclisti – racconta la fotografa – è generalmente un dominio maschile, per cui ho trovato davvero interessante che donne afro-americane vi fossero coinvolte. Ho cominciato a fotografarle perché volevo documentare questo fenomeno culturale.”

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Le “Caramel Curves”, scoprì Akasha, sono delle celebrità locali e usano le loro parate per raccogliere fondi destinati a scopi sociali come la costruzione di centri comunitari. Anche la loro capacità organizzativa ha affascinato la fotografa: “Sono in 28, e ciascuna di loro ha la sua propria vita e il suo proprio lavoro, ma in qualche modo riescono puntualmente ad incontrarsi ogni domenica.”

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Tanto per far capire subito chi sta guidando le motociclette in corsa, le “Caramel Curves” verniciano la gomma delle ruote, così da produrre fumo rosa al loro passaggio.

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Non vi dico altro se non di dare una buona lunga occhiata alle fotografie di Akasha Rabut. Personalmente trovo le “Curve color Caramello” fantastiche e adorabili. Maria G. Di Rienzo

Le idrauliche

Khawla al-Sheikh

Khawla al-Sheikh, nell’immagine, è una donna giordana che di professione fa l’idraulica. Nel 2004 frequentò un corso specifico offerto da un’agenzia per lo sviluppo assieme ad altre 16 donne, ma fu l’unica a mettersi poi effettivamente in affari. Nel 2015 ha messo in piedi una cooperativa a Amman offrendo lei stessa l’addestramento alle aspiranti idrauliche: la cooperativa oggi consta di 19 donne di differenti nazionalità, native e migranti. Allo stesso modo, nella città di Irbid, la rifugiata siriana Safa Sukariya ha costituito nel 2016 la prima ditta femminile per le riparazioni idrauliche con altre due profughe dal suo paese e due donne giordane.

Il mercato del lavoro per le donne, in Giordania, non è dei più favorevoli: anche quelle che hanno un alto livello di istruzione e trovano un impiego sono spesso spinte a lasciarlo da un cumulo di fattori – sono pagate clamorosamente meno degli uomini nelle loro stesse posizioni, sono loro richiesti orari più lunghi di quelli maschili, i trasporti pubblici sono inadeguati, gli asili per i loro figli mancano, gli ambienti di lavoro sono ostili, eccetera. E poi, la sanzione culturale per una donna che provveda a se stessa e alla propria famiglia uscendo di casa, magari svolgendo una professione ritenuta “maschile” come quella di idraulico, è ancora pesante.

Quindi, qual è la notizia che vi sto dando? E’ che Khawla e Safa (e le loro colleghe) se ne fregano.

“Questo mestiere ha bisogno più di donne che di uomini in Giordania. – ha spiegato la prima alla stampa – Nelle nostre comunità a un maschio estraneo non è permesso entrare in una casa se non ci sono altri uomini presenti. All’inizio non accettavano l’idea di donne idrauliche, ma adesso le richiedono esplicitamente: e noi guadagniamo abbastanza per vivere.”

Safa Sukariya, che come Khawla ha frequentato un corso offerto da un’organizzazione tedesca per la cooperazione internazionale, ha tre figli a cui pensare. Anche lei dice che, dopo l’iniziale rifiuto: “La gente ha cominciato a tollerare l’esistenza di una ditta composta da donne che vivono sole, in special modo le siriane che hanno perso i mariti in guerra. Tramite la nostra professione noi stiamo lottando per far quadrare pranzo e cena, pagare gli affitti e acquistare necessità di base.”

Per cui, chi storce il naso si rilassi pure e si ripari il lavandino da solo – le idrauliche non hanno intenzione di smettere. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Al-Monitor, UN Women, Reuters)

Dada

(brano tratto da: “Silent Shame – Bringing out the voices of children caught in Lake Chad crisis” – Unicef – 12 aprile 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dada

Dada (nigeriana, in immagine) aveva 12 anni quando Boko Haram entrò nella sua cittadina. Nascoste all’interno della propria casa, lei e sua sorella udirono i colpi di arma da fuoco che risuonavano nelle strade. Quando si fece notte, i membri di Boko Haram arrivarono alla casa, buttarono giù la porta a calci e rapirono entrambe le ragazze.

Furono condotte a un villaggio nella boscaglia composto per la maggior parte di bambine/i. Le ragazze furono messe assieme a centinaia di altre che i membri Boko Haram avevano catturato durante i raid nelle campagne.

Gli uomini prendevano “in mogli” bambine dodicenni, mentre i maschietti erano forzati ad addestrasi al combattimento. Un giorno, radunarono le bambine in cerchio in uno spiazzo e dissero loro di fare bene attenzione. Altri combattenti apparvero trascinando una ragazza e costringendola a giacere sul terreno di fronte al gruppo di bambine terrorizzate.

“Se qualcuno tenta di scappare – dissero come Dada ricorda – questo è il trattamento che vi riserveremo.” Mentre uno avvicinava un coltello alla ragazza, Dada la ricorda urlare: “Perché state facendo questo a me? Ho un bambino!” Gli uomini le segarono la testa dal corpo e gettarono cadavere e testa decapitata nel folto della boscaglia. “Gli occhi della ragazza erano ancora aperti.”, dice Dada pianamente.

Quattro mesi dopo essere stata rapita, Dada era di nuovo seduta nello spiazzo con altre bambine rapite. I membri di Boko Haram si rivolsero a lei e le indicarono un giovane attorno ai 18 anni. Si chiamava Bana ed era un combattente e un capo. “Questo è tuo marito.”, le dissero. Quella notte, Dada fu stuprata per la prima di molte altre volte.

Dada riuscì a fuggire dal campo, attraversando a piedi la savana per giorni, senza cibo, sino a che si imbatté in un accampamento militare in Camerun. La sua pancia aveva continuato a gonfiarsi da un po’ di tempo e lei pensava di avere problemi allo stomaco. Dopo averla sottoposta ad alcuni test medici, i militari le dissero che era incinta.

Oggi sua figlia ha due anni. A Dada piace giocare lei, tenerla in braccio e farle il solletico. “A volte, quando la guardo, divento arrabbiata. – dice Dada – Ma dopo aver riflettuto, mi calmo. Dovunque io vada, non posso stare senza di lei.”

Dada è ora 15enne e vive in un luogo protetto a Maiduguri in Nigeria.

Dichiarazione

(“Declaration”, di Jamie Dedes – in immagine – poeta e attivista contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. “La poesia – dice Jamie – è necessaria alla vita come l’acqua. Con essa prendiamo posizione, solleviamo la consapevolezza collettiva, mostriamo il dovuto rispetto all’intuizione e all’istinto. La poesia libera le nostre speranze e i nostri sogni da sotto i ciottoli e stabilizza come un’ancora il nostro potere.” Ndt: il testo è privo di maiuscole.)

Jamie Dedes

DICHIARAZIONE

noi, i nessuno, la piccola gente

fustigata dai capriccci degli affamati di potere,

che ci inchiodano a una croce di narcisismo e avidità

che ci gettano nella spazzatura della storia

noi, i feriti e nobili senza nome,

con tutte le nostre ossa, sangue, cuore e spirito

dichiariamo inequivocabilmente –

che non troviamo salvezza nel caos,

nessuna gioia nel dividere mari di sangue,

nessuna grazia nell’ucciderci l’un l’altro

adesso noi offriamo non le nostre guance, ma le nostre schiene

lasciando i bulli alla loro nuda illusione,

alle loro anime rudimentali; rinunciando

alle spade che ci hanno messo fra le mani, noi impegniamo

i nostri muscoli all’aratro e reclamiamo

il nostro diritto di nascita a tutto ciò che è sano e buono

Matria

Attorno al 1943, quasi metà dei membri della Resistenza italiana al nazifascismo erano donne: 105.000 su 250.000. I numeri ufficiali dicono che in 4.600 furono arrestate, 2.750 deportate nei campi di concentramento tedeschi e 623 giustiziate da fascisti o nazisti. A guerra finita, 17 partigiane ricevettero la medaglia d’oro al valore.

pistoia partigiane

L’Europa occidentale non aveva mai testimoniato in precedenza un coinvolgimento così vasto di donne in un movimento di opposizione al totalitarismo, in special modo trattandosi dell’Italia – un paese profondamente patriarcale in cui ci si aspetta ancor oggi che le donne rispondano a ristretti e inferiori ruoli di genere. Le donne della Resistenza italiana non hanno lottato solo per la democrazia e la pace ma per la loro stessa indipendenza, rompendo tutti gli stereotipi tradizionali e religiosi a cui si chiedeva loro di rispondere.

Oggi è il 25 aprile, la festa della nostra libertà, e io ricordo chi mi ha dato la mia. Maria G. Di Rienzo

“La mia Patria è morta.

L’hanno bruciata

nel fuoco.

Vivo nella mia Matria –

la Parola.”

Rose Ausländer (austriaca, 1901-1988)

diane

(“Sing Your Song Sweet Sister : A poem about changing the world through truth telling.”, di Diane Goldie, in immagine qui sopra. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice è un’artista femminista a 360°: dipinge, disegna, scolpisce, crea pupazzi e marionette – per un periodo il suo lavoro ufficiale è stato il teatro di marionette per i bambini – scrive poesie e crea “arte da indossare”, un cui esempio potrete ammirare alla fine di questo articolo. Diane è anche una sopravvissuta all’abuso infantile: “addestrata e usata da un pedofilo, ero diventata un giocattolo da scopare per numerosi uomini”.)

CANTA LA TUA CANZONE DOLCE SORELLA – Una poesia sul cambiare il mondo tramite la narrazione della verità.

Canta la tua canzone dolce sorella

Cantala alta e chiara

Non temere di dire la tua verità

a chiunque sia nelle vicinanze

Canta la tua canzone dolce sorella

Cantala profonda e bassa

Canta del tuo dispiacere

Lascia fluire la tua tristezza.

Noi ti ascolteremo sorella

Noi sentiremo il tuo stesso dolore

Noi condivideremo la tua afflizione

e ti aiuteremo a guarire di nuovo.

La tua canzone sarà la nostra canzone

Le nostre storie sono tutte le stesse

Condividiamo una comunanza

Condividiamo una sofferenza comune

Nascondiamo le nostre comuni ferite

dietro un muro di vergogna

E’ ora di tirar giù quel muro

E’ ora di piazzare il biasimo al giusto posto.

Noi siamo state vittime innocenti

Non l’avevamo chiesto

Non avevamo chiesto la violenza

o quel bacio rubato

Non vogliamo essere di proprietà di qualcuno

o solo un’altra delle cose

da usare e abusare per poi sputare via

Perciò canta, dolce sorella, canta!

Facciamo sentir loro la nostra rabbia

Facciamo sentir loro il nostro dolore

Facciamo che avvertano che parte hanno in tutto questo

mentre cantiamo apertamente e senza vergogna

Uniamo tutte le nostre voci insieme

in un coro furioso

Cominciamo a cambiare le cose

Diamo fuoco ai nostri cuori.

Perciò canta la tua canzone, dolce sorella

io credo in te

E la prossima sorella che udirà il tuo canto

crederà anche lei in te

e poi canterà la sua propria canzone

e questo andrà avanti

sino a che tutte canteremo

insieme

come una sola persona.

Canta la tua canzone dolce sorella

Canta la tua canzone dolce-amara.

dangerous woman

(Il ricamo dice: Una donna che ama se stessa è una donna pericolosa. La sorellanza è sovversiva.)

Ora o mai più

alicia

Quando il suo liceo ha organizzato un concorso per brevi filmati prodotti dai suoi studenti, la diciassettenne spagnola Alicia Ródenas – in immagine – ha presentato un video in cui legge “le 100 frasi sessiste a cui le donne non possono sfuggire”. E’ fatto straordinariamente bene non solo dal punto di vista filmico: comincia con le frasi che rinforzano gli stereotipi di genere nell’infanzia, si muove attraverso la sessualizzazione coatta e la denigrazione del corpo femminile e mostra come tutto ciò si evolva nell’abuso fisico.

“Se ti vedono giocare con i maschietti diranno che sei un maschiaccio.”

“Ti interessano i computer? Non dovresti far danza, piuttosto?”

“Sei così carina quando ti vesti bene.”

“Sei sempre circondata da ragazzi, li provochi sessualmente.”

“Cosa ti prende, hai le mestruazioni?”

“Non lasciarmi o faccio qualcosa di folle.”

La sua scuola l’ha trovato così interessante da discuterlo pubblicamente con tutti gli/le studenti, dopo una lezione dell’insegnante di psicologia, e di postarlo su YouTube il 29 marzo, dove da allora è stato visto più di 120.000 volte. Condiviso su Facebook ha quasi raggiunto il milione di visite.

Naturalmente molti stronzetti si sono sentiti in dovere di insultare e minacciare Alicia (il liceo ha in seguito disabilitato i commenti) ma, dice la ragazza, “Ci sono commenti, quelli che mi piacciono di più, di persone che dicono di aver cambiato modo di pensare dopo aver visto il filmato. Parlare del sessismo è necessario, perché troppa gente pensa che queste frasi siano innocue. Bisogna cominciare a parlarne da giovani, altrimenti può essere difficile capire quanti danni fanno.” Alicia ha spiegato alla stampa che realizzare filmati è per lei solo un hobby e che la sua aspirazione è studiare psicologia. Il testo che legge nel video era già diventato virale nel 2015. Si intitola “Che bella ragazza!” ed è stato scritto da un’altra giovane femminista di Madrid, Ro de la Torre, che ha dato alla studente il permesso di usarlo. “La violenza sessista non esiste solo quando ne muori, ma è qualcosa che ti porti dietro tutta la vita.”, spiega Ro e allo stesso modo Alicia conclude il suo filmato: “La violenza di genere non è solo fisica. La viviamo sin dall’infanzia e ci perseguita sino alla fine. (Combatterla) E’ ora o mai più.” Maria G. Di Rienzo

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