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Karla

un cuore per due

Il capitalismo biasima il matrimonio gay perché distruggerebbe le famiglie. Io biasimo il capitalismo! Le famiglie sono separate su base quotidiana da ambo i lati del confine, a causa delle condizioni economiche disperate create dai cosiddetti accordi sul libero mercato, come CAFTA e NAFTA, che beneficiano solo quelli che stanno in alto. In paesi come il Salvador è abbastanza difficile trovare un lavoro che ti permetta di pagarti le spese del vivere. Ancora più duro è se hai più di 35 anni. E dimenticatelo proprio se sei una donna sopra i 35 anni.

Sempre di più, l’unica via d’uscita per le persone è emigrare dove i lavori ci sono. E quando arrivano sono spesso trattati da invasori subumani. Non mi sarei mai aspettata di imparare così tanto, così velocemente, delle condizioni sociali e della storia nascosta che hanno impatto sulla mia vita di ogni giorno – dopo essere arrivata come donna, come immigrata salvadoregna, come persona omosessuale di colore.” Karla Alegria

(Brano tratto dall’antologia “Talking Back: Voices of Color”, a cura di Nellie Wong, ed. Red Letter Press, 2016. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

prostitution narratives

Ricordate questo libro?

Raccoglie testimonianze di ex prostitute e ne ho tradotto un brano lo scorso aprile:

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/04/14/caro-acquirente-di-sesso

Un rifugio antiviolenza australiano (a Townsville, Queensland) decide di tenere una presentazione pubblica del testo il 21 agosto scorso. Ma all’industria del sesso a pagamento questo non piace: i loro rappresentanti locali (“Respect – Rispetto”: sarebbe tutto maiuscolo per urlarlo meglio, ma io sono sensibile ai rumori) telefonano per dire che “non sono d’accordo” e che è quindi necessario ci siano i loro volantini all’ingresso. Chi gestiva lo spazio destinato a fornire ospitalità all’evento ha con molta gentilezza acconsentito – e ha sbagliato, perché l’imposizione doveva essere educatamente e fermamente respinta. Non è che se mi metto a suonare Mozart è obbligatorio che dopo di me qualcuno suoni Salieri: intendo veicolare determinati contenuti tramite una musica specifica e se a qualcuno questo non garba può crearsi il suo spazio per dirlo o strimpellarlo, io non sono tenuta a lasciargli invadere il mio.

Questo andazzo (la cosiddetta “par condicio”, come se ogni soggetto avesse eguale posizionamento sociale, eguale potere e eguale capacità di diffusione sul territorio) è allucinante per me ma tipico della nostra epoca priva di principi etici, per cui tutto si equivale e di conseguenza tutto si annulla: se uccidere è in fondo uguale a non uccidere, allora c’è solo la tua “scelta” in ballo e il doveroso “respect” dovuto alla stessa. E’ veramente comodo – per il neoliberismo.

Comunque, dopo una settimana ai propagandisti della prostituzione i volantini non bastano più. Vanno direttamente al rifugio antiviolenza e dicono di avere informazioni da fornire e di volere appesi nella sala manifesti di donne nude che commerciano sesso e mostrano così tutto il loro “empowerment”. Le organizzatrici rispondono che possono partecipare come gli aggrada, ma che i manifesti non li permettono, in quanto potrebbero offendere le sopravvissute presenti. A questo punto i “rispettosi” replicano che non saranno responsabili di quel che i membri del loro gruppo potrebbero fare durante la presentazione del libro (come era già accaduto al suo lancio, quando le testimonianze delle sopravvissute sono state sistematicamente interrotte da una cafona urlante in piedi su una sedia). Il rifugio antiviolenza ha cambiato posto per l’evento, poiché non si sentiva più in grado di garantire la sicurezza delle relatrici e del pubblico.

In un recente articolo per “Feminist Current” – “The modern john got himself a queer nanny”, 24 agosto 2016, l’autrice svedese Kajsa Ekis Ekman

(https://lunanuvola.wordpress.com/2014/05/09/intervista-a-kajsa-ekis-ekman/)

scrive:

C’è qualcosa di molto strano nel dibattito sulla prostituzione. Mentre in assoluta maggioranza i compratori di sesso sono maschi, in maggioranza schiacciante gli intellettuali che difendono la prostituzione sono donne. (…) In prima linea sul discorso internazionale del “sesso-come-lavoro” generalmente non troviamo un acquirente di sesso, ma un accademico di sesso femminile. In ogni rivista, in ogni conferenza, in ogni evento dove il cliente può essere anche remotamente criticato un’accademica pro-prostituzione è lì per difenderlo. Di chi si tratta? Be’, lei chiama se stessa “sovversiva”, “rivoluzionaria”, persino “femminista”. Questa è esattamente la ragione per cui il cliente ne ha bisogno come ambasciatrice. Una difesa della prostituzione che venga da una donna fa sembrare la prostituzione queer, amichevole per le persone LGBT, moderna, commercio equo, socialista – l’epitome stessa della liberazione femminile. Ma, cosa più importante di tutte, quando lei parla noi dimentichiamo che il compratore di sesso esiste.

L’accordo tacito fra il cliente e l’accademica pro-prostituzione è che lei farà qualsiasi cosa per difendere le azioni di lui, assicurandosi nel contempo che lui resti in ombra. Lei parlerà incessantemente di prostituzione, ma senza mai menzionarlo. Il suo compito è assicurarsi che la prostituzione sembri qualcosa in cui tutto è al femminile. L’accademica queer userà la donna prostituita in ogni modo possibile: analizzandola, costruendola e decostruendola, mostrandola come modello e usandola come microfono (i.e. per migliorare la propria carriera), posizionandosi nel contempo come “buona” contro la “cattiva” femminista.

La mossa mima alla perfezione la prostituzione stessa: la prostituta è visibile, sulla strada o nel bar, mentre il compratore fa solo visita e se ne va, non c’è svergognamento che lo riguardi, ne’ miti che lo circondino. La funzione dell’accademica queer è fare in modo che le cose restino così. (…)

Questa accademica ha la sua propria definizione di dibattito intellettuale. Quando lei parla, lo chiama “ascolto”. Secondo lei, non sta effettivamente parlando in favore della prostituzione, sta solo “ascoltando le lavoratrici del sesso”. Più la sua voce è alta mentre parla, più questo è la prova che lei “ascolta”. Quando invece parla qualcuno che alla prostituzione si oppone, lei lo chiama “silenziare”. L’emergere del movimento delle sopravvissute ha tuttavia dimostrato che questo “ascolto” è tutto fuorché incondizionato. Quando le sopravvissute alla prostituzione parlano contro di essa, l’accademica queer o non le ascolta o le contrasta attivamente. E qui si rivela come le persone che lei sta davvero difendendo non sono le “lavoratrici del sesso”, ma i clienti. (…)

La verità è questa: la funzione di questa accademica non è quella di una rivoluzionaria o di una femminista – non sta tentando di difendere le donne – piuttosto, lei è la balia del compratore di sesso. Una delle più antiche funzioni patriarcali esistenti. Lei lo calma quando è preoccupato e va contro i suoi nemici. Lei si assicura che nessuno gli porti via i giocattoli, qualsiasi cosa lui ne faccia. Ricordate, la balia del passato che viveva in casa trattava sempre il figlio della famiglia, simultaneamente, come padrone e come bambino suo: obbedendogli, rimettendo in ordine i suoi pasticci e lasciandolo piangere nel suo grembo. La balia, più di ogni altro personaggio nel patriarcato, è la donna comprensiva. Non sopporta di veder affamato il suo giovane padrone – lui mangerà sempre prima di lei – ma non lo tratta come un uomo con delle responsabilità. Non importa che età abbia, lui rimarrà sempre un ragazzino che non ha colpe per quel che fa. (…)

Il cliente incarna con esattezza questa tipologia. E’ l’uomo che comanda e si aspetta che ogni suo capriccio sia soddisfatto, ma non si prenderà la responsabilità di quel che fa. Se rovina le vite altrui, se diffonde malattie a trasmissione sessuale alle donne nella prostituzione e a sua moglie, se contribuisce al traffico organizzato di schiave… e allora? Non è un problema suo. Il cliente odierno può non avere più una balia in senso letterale, ma ciò che ha trovato nella donna accademica pro-prostituzione è somigliante: una balia “queer” che allevia le sue preoccupazione, si fa carico dei suoi bisogni e lo difende contro il mondo esterno.

Il cliente può continuare a vantarsi dei suoi viaggi di lavoro e di tutte le “troie” che scoperà, sebbene non accetterebbe mai che sua figlia diventasse una di loro (ne’ vorrebbe, peraltro, sposarne una). Può guardare pornografia ma proibisce alla sua ragazza di “comportarsi da puttanella”, e mai la sua balia gliene chiederà conto. Lei non entrerà mai nei forum online dove i compratori di sesso discutono e “recensiscono” le donne e le ragazze che pagano per informarli che “In effetti il termine è lavoratrice del sesso non battona.” Non lo riprenderà mai per le stigmatizzazioni che opera e per i doppi standard che ha. Gli uomini sono uomini, dopotutto…

Be’, se è così, lasciateli crescere e parlare per se stessi. Se comprare sesso è proprio quella gran cosa, lasciate che gli uomini vengano avanti e dicano cosa fanno e perché: con le loro stesse parole, quelle medesime parole che usano quando vanno nei bordelli. E quando le sopravvissute li chiamano a risponderne, fatevi da parte.”

Maria G. Di Rienzo

Occhiali

bat-occhiali

L’altra sera, al lavoro, un uomo mi ha detto che sto meglio senza occhiali e io ho immediatamente replicato che anche lui sembra meglio quando mi tolgo gli occhiali.

Si è arrabbiato davvero e penso che quello sia stato uno dei momenti più orgogliosi della mia vita. (Autrice anonima, agosto 2016)

fantasie tropicali

June

(“One Minus One Minus One”, di June Jordan 1936-2002, poeta di origine caraibica nata a Harlem – New York. Trad. Maria G. Di Rienzo. June ha scritto 28 libri variando fra saggi, memorie, racconti, poesie e testi per bambini; il suo saggio “Report from the Bahamas”, che indaga le possibilità e le difficoltà dell’identificarsi e stringere coalizioni in base a razza, classe sociale e genere, è oggi un testo universitario per i corsi di studi di genere, antropologia e sociologia. June, bisessuale, è stata anche una straordinaria attivista femminista per i diritti civili e delle persone LGBT.)

June Jordan

UNO MENO UNO MENO UNO

Questa è la prima mappa del territorio

che devo esplorare come poesia,

ancora e ancora

Mia madre che mi assassina

per avere una vita che le appartenga

Cosa direi

(se potessi parlarne?)

Mio padre che mi cresce

affinché io sia una vita

di sua proprietà

Cosa posso dire

(in questa solitudine)

La perla

Credo che il lavaggio del cervello operato dai media a base di “il grasso è la MOOOORTEEE!” abbia raggiunto il livello di guardia. Suggerirei un po’ di “detox” a tv, giornali, cinema e internet, perché tutto questo grasso ha intriso sinapsi nervose ed è colato a quintali sugli occhi di individui impressionabili, danneggiando la loro capacità di comprendere quel che vedono.

Altrimenti, perché quando un dittatore (peraltro in completa balia di un ristretto clan militare per circostanze politiche e incapacità personale) esulta per il lancio di un missile balistico da un sottomarino costoro commentano “Che schifo di grassone! E’ sempre più grasso!”

Kim Jong-un può anche diventare una mongolfiera nei prossimi anni, ma ciò è totalmente irrilevante: quel che preoccupa il resto del mondo non è farlo sfilare per Valentino, è che a forza di sparare ordigni in direzione Giappone provochi risposte militari – le quali, per quel che sappiamo della regione, potrebbero innescare reazioni a catena. A un ulteriore conflitto armato sul pianeta non faranno da deterrenti chiamare il leader nordcoreano “Kim il ciccero” e “cicciottello sadico e feroce”, ne’ – per cortesia prendetene nota – è il suo girovita a determinare le decisioni prese dal governo della Corea del Nord. Se volete che ve la metta in parole più semplici, ecco qua: può essere uno stronzo grasso, ma non è stronzo perché è grasso.

Meglio ancora fanno i commentatori accecati dalla fiera lipidica sull’arresto dei quattro stupratori minorenni a Varese. Il riassunto è questo: l’educatrice di una comunità di accoglienza per minori è aggredita e subisce violenze sessuali da parte di quattro ospiti della struttura (3 italiani e 1 rom, età fra i 14 e 17 anni). Sequestrata per una notte intera, lo scorso 17 maggio, la trentenne è stata picchiata con un bastone, innaffiata dall’urina dei quattro raccolta allo scopo in un contenitore, minacciata con coltelli da cucina. Ma sapete cosa sarebbe bastato per non farlo succedere? Mettere al posto della vittima “una cessa cicciona”.

Perché è così che va, in effetti. Gli stupri sono complimenti rivolti alle strafighe (che provocano, che sotto sotto lo vogliono, altrimenti perché sarebbero così belle-magre-ben truccate eccetera, eh?) ed è perciò che le statistiche mondiali sulla violenza sessuale smentiscono totalmente questa bufala e sono piene di donne di ogni taglia e forma, nonché di NEONATE, BAMBINE, DISABILI, ANZIANE, con un buon numero di parenti di stupratori (in maggioranza figlie e sorelle).

La soluzione ha purtroppo anche altri difetti: 1) le donne larghe (cesso ciccione sarà il tuo cervello incrostato di stupidaggini) hanno più difficoltà ad essere assunte, anche quando per competenze stracciano la concorrenza, e se un impiego lo hanno già oltre a dover sopportare tonnellate di bullismo e mobbing può capitare loro che la direzione le sospenda per “lesa scopabilità” (vedi la vicenda della conduttrice televisiva egiziana); 2) chi decide di assalire sessualmente una donna non ha la minima intenzione di ascoltare quel che lei dice: No, Ti prego, Mi fai male, Sono incinta, Sono madre di due bambini, Sono tua cugina, e qualsiasi altra implorazione o diniego NON funzionano. Figuriamoci quanto bene andrebbe: “Altolà! Non ti accorgi che sono grassa, che stai facendo? Stai poco bene? Respira, guarda cartelloni pubblicitari e vetrine, collegati con il cellulare a Skopiamole.kom… Visto? Non sono certamente io quella che vuoi, buonasera.”; 3) Non è raro che una donna vittima di violenza non rispondente ai sacri criteri della “scopabilità” di cui sopra si senta dire che “Brutta com’è dovrebbe ringraziare chi l’ha violentata”.

Qualche giorno fa è uscita la notizia che nelle Filippine potrebbe essere stata ritrovata la più grande perla naturale del mondo (il condizionale è dovuto al fatto che stanno ancora analizzandola).

perla filippine

E’ straordinaria, vero? Il pescatore che l’ha tratta dalle acque 10 anni fa non era consapevole del suo valore e la teneva in casa come portafortuna. C’è un problema, però. Come si può notare dall’ago della bilancia, la perla pesa 34 chili… E se continuiamo così questi potrebbero essere i prossimi commenti al proposito:

E’ una cicciona orrenda!

Come fai a metterla in una collana, fa schifo, è grassa!

E guarda tutte quelle gobbe di cellulite, io mi ucciderei se fossi così.

A me fanno vomitare anche quelle piccole perché sono comunque rotonde.

Che brutta grassona, buttatela via!

Sì, buttatela via. La prendo al volo io per risparmiarvi fastidi, intelligentissimi cafoni.

Maria G. Di Rienzo

Ricominceremo

Mentre mi rimbalzano in testa bilanci delle vittime, storie strazianti di sopravvissuti e dichiarazioni ufficiali di governi stranieri; mentre mi chiedo se voi lettori/lettrici state bene – pur sapendo che, ovunque vi troviate, di fronte al disastro del terremoto in centro Italia “bene” non potete stare; mentre rimugino con rabbia e angoscia su situazioni simili precedenti e su tutti gli errori e tutte le iniquità da cui sono state attraversate e odio l’idea di veder ripetere la Storia… ho una speranza.

Probabilmente è solo una fantasia di speranza. Un popolo italiano che riscopre la solidarietà e ricomincia a pensare in termini di appartenenza alla comunità umana, che rivede le proprie convinzioni su cosa sia veramente importante: la messa in sicurezza (per quanto possibile, ovviamente) idrogeologica e antisismica del territorio o le scie chimiche? Una protezione civile efficace e pulita (nel senso di non corrotta) o le mutande delle Ministre? Una politica del territorio che privilegi il benessere della cittadinanza e quindi degli ecosistemi o lo scambio di “tweet” facendo a chi la spara più grossa e a chi insulta meglio?

Un popolo italiano che partecipa, che collabora, che promuove iniziative, che si muove per abbracciare e confortare e guarire i propri simili feriti, che ricostruisce. Io non ho dei, ma – qualche volta persino a dispetto di me stessa – ho una fede profondissima nelle altezze a cui gli esseri umani possono elevarsi quando riconoscono di essere parte della rete della vita, titolari di diritti e di responsabilità, interdipendenti in una miriade di relazioni d’amore.

Prego affinché dalle macerie non siano tratti altri morti ma una rinascita collettiva. Maria G. Di Rienzo

ricominceremo

RICOMINCEREMO

Parole di luna

(“Words” e “The Lebanese Woman Speaks”, Due poesie di Wendy Videlock, poeta contemporanea nata nel 1961, trad. Maria G. Di Rienzo.

PAROLE

Parole,

noi non vi ascoltiamo.

La scorsa notte la luna, come al solito,

è riuscita a dire tutto quel che c’è da dire

sul cambiamento e su come esso continui e continui.

Questo è il tipo di unicità che solo

una madre conosce.

moonheadmama

LA DONNA LIBANESE PARLA

Io parlo gatto.

Se

non lo conosci

se ti senti disposto

pensa al vino persiano,

pensa moschea e sudario

e duna e mano

e felino come

i tratti della

terra di sabbia.

O prova con il corvo

o la colomba in lutto,

o il blu di Prussia.

Io parlo questi, anche.

fantasy cat

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