Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘sessismo’

(Questo è un esempio di come una valanga di uomini discutono con le donne sui social media. So che vi risulterà immediatamente familiare. E’ stato ripostato da Feminist Current il 17  febbraio scorso. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

THOMAS: Ciao Clementine,

io sono il ragazzo che ha ti ha lasciato il commento sul cagarti in bocca. Era inappropriato e mi scuso. Stavo semplicemente scherzando con una persona che ha opinioni controverse. Io amo le donne e non intendevo essere preso per un sessista. Sostengo l’eguaglianza di diritti per tutte le brave persone.

Per favore cancella i post su instagram e facebook o almeno rimuovi la mia identità e io non userò le mie opzioni legali. Non mi aspetto delle scuse.

Mia madre e la mia partner hanno già ricevuto messaggi molte volte dai tuoi fan e sicuramente io ho pagato abbastanza. Ad ogni modo, ti auguro il meglio.

Saluti, Thomas.

CLEMENTINE: Ecco dieci riflessioni per il giovane Thomas:

1. Non sono delle scuse se tenti di includervi una vaga minaccia di azione legale, in special modo quando è ovvio che la legge non la conosci.

2. Tu non hai alcuna possibilità di ricorrere alla legge quando qualcuno riposta un commento che tu hai fatto pubblicamente in cui hai espresso il desiderio di vedere della gente “farsi una cagata” nella bocca di una persona. Tu sei dispiaciuto solo perché sei stato costretto a rispondere delle tue azioni.

3. Tu non “ami le donne”. Tu ami le donne che fingono di trovare divertenti le tue stronzate sessiste e rinforzano la tua convinzione di essere migliore di loro. E’ molto diverso e ne fornisce prova ulteriore il tuo sostegno all’ “eguaglianza di diritti per le brave persone”. Brave persone? Immagino che tu non sia incluso, allora.

4. Se pensi che parlare di cagare in bocca a qualcuno sia “solo scherzare”, devi avere un ben povero senso dell’umorismo.

5. Tu ti stai lagnando perché sei stato smascherato come uno stronzetto volgare, aggressivo e sessista. E’ chiaro che non sei abituato alle donne che rispondono alle aggressioni. Be’, è meglio che ci fai l’abitudine, figliolo. Tu non entri nel mio territorio a dettare le regole. La fottuta sceriffa, qua, sono io.

6. Io non cancellerò nulla. Se non sei preparato a stare al passo con le parole che scrivi e le cose che dici, dovresti pensarci due volte prima di scriverle o dirle.

7. Io non credo che tua madre o la tua ragazza debbano essere bombardate di commenti. Non è colpa loro se tu sei un buffone sessista con un’enorme paura delle donne che non sono compiacenti verso il tuo falso senso di superiorità. Tuttavia, sono lieta abbiano visto che lo sei, perché un giorno potrebbero essere loro i bersagli di commenti di questo tipo da parte di un altro piccolo uomo incline al vomitare insulti.

8. Quando dici “non intendevo essere preso per un sessista” stai suggerendo che la colpa è mia perché sono ipersensibile e immune alle straordinarie vette del tuo umorismo. Ma tu non hai il diritto di dirmi cosa dovrei o non dovrei trovare divertente. Inoltre, io non ho preso per sessista il tuo commento. L’ho preso come prova del tuo pensare che le donne a te non gradite meritino di essere degradate e umiliate in modi disgustosi e violenti mentre tu ti fai una risata. Questa è misoginia pura e semplice, il che è assai peggio del sessismo di base che senza dubbio tu metti in mostra ogni giorno della tua piccola, miserabile vita.

9. Quando ti trovi a iniziare una e-mail con la frase “io sono il ragazzo che ha ti ha lasciato il commento sul cagarti in bocca”, allora hai davvero bisogno di dare allo specchio una lunga, profonda occhiata e cercare di capire perché sei un così assoluto perdente.

10. E’ bene che tu non ti aspetti scuse, perché io non ti devo un fico secco.

Vaffanculo per sempre e poi di nuovo.

Ad ogni modo, ti auguro il meglio.

Read Full Post »

Dai giornali di oggi, 15 febbraio 2017:

Una volta c’erano solo i travestiti e non c’erano i transgender… un trans è una donna col belino oppure un uomo che parla tanto. Sono le parole che Beppe Grillo ha pronunciato durante lo show Grillo vs Grillo: il video è diventato già virale in Rete, sollevando indignazione e proteste. Di fronte al pubblico che si diverte e ride, Grillo, non contento, aggiunge: A fare una battuta su un transgender ti prendi dieci querele... si incazzano.

Ovviamente secondo il comico non hanno diritto di incazzarsi, è implicito nell’ultima frase citata, ma “indignazione e proteste” si sono sollevate lo stesso, come era prevedibile e coprendo un ampio spettro di soggetti, interessati direttamente dal dileggio o no.

“Una volta” (quando?) non c’erano neppure questi transgender, devono essere un prodotto “false flag” degli attuali tempi viziosi e disonesti che gli immacolati grullini aderenti al M5S correggeranno: fra uno svarione di grammatica, una bustarella e un avviso di garanzia, diamogli tempo.

Prendere per i fondelli le donne, invece, non comporta ne’ indignazione ne’ querele: è normale. Per questo nessuno sta protestando per la seconda definizione di persona transessuale e cioè un uomo che parla tanto.

Fa parte degli stereotipi denigratori che investono le femmine umane 24 ore al giorno a qualunque latitudine si trovino e persino a qualunque classe sociale appartengano: sono inaffidabili, sono bugiarde, sono meno intelligenti, hanno meno anima (e quel poco che loro tocca è costantemente preda del demonio), non capiscono la matematica (ditelo a mia nipote 14enne che vince concorsi in materia e vi sbranerà volentieri), non sanno parcheggiare… e parlano, parlano, parlano sempre, parlano tanto. In realtà “parlare” è anche un verbo troppo prezioso – le donne spettegolano e discutono di stupidaggini, ecco tutto, per un enorme ammontare di tempo.

2007, Università della California Santa Cruz, ricerca condotta dallo psicologo Campbell Leaper che ha esaminato la questione a partire dagli anni ’60 dello scorso secolo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Personality and Social Psychology Review”:

“Gli uomini tendono a parlare di più delle donne, in modo particolare quando stanno interagendo in scenari misti (Ndt.: con uomini e donne presenti). Questo è in parte dovuto al fatto che tradizionalmente gli uomini sono socializzati a dominare.” (Campbell Leaper)

2014, studio condotto da Matthias Mehl, docente universitario di psicologia:

“Si stanno facendo molte ricerche sulle differenze di genere in diversi contesti e in numerosi di questi ultimi gli uomini, in effetti, parlano di più. Per esempio, l’ambiente di lavoro è un contesto in cui parlare spesso indica assertività e dominio.” (Matthias Mehl)

2015, da un articolo di Soraya L. Chemaly (giornalista, scrittrice, attivista, dirige fra l’altro lo “Speech Project” di Women’s Media Center) che esamina differenti ricerche:

“Gli uomini parlano, di media, per il 70% del tempo nei gruppi misti, con punte del 75%. Per alcuni è dura mandare giù questa informazione. Raramente gli interventi delle donne sono considerati influenti o rilevanti. La loro introduzione di argomenti o i tentativi di proporre conversazioni su determinati soggetti sono frequentemente ignorati. In più, sono interrotte di routine. In generale, le persone non riconoscono questo come sessismo, persino quando viene sbattuto loro in faccia. L’idea che le parole e i discorsi, così come le abitudini relative, l’educazione, le tradizioni e il divertimento del “club dei maschi” siano vettori impliciti di pregiudizi e discriminazione è un’informazione decisamente disturbante.”

Però è vera. Quanto parla – a vanvera – Grillo, per esempio? Questo indica che vorrebbe essere una donna, o che lo è già?

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

“Quando una bambina vi dice che un uomo l’ha toccata in modo inappropriato, o che l’ha molestata…

Quando una donna vi dice che un uomo l’ha stuprata, o l’ha molestata sessualmente…

Perché come prima cosa mettiamo in discussione la veridicità di quell’esperienza, per la cui condivisione da parte della bambina o della donna possono esserci voluti grande coraggio, il rendersi vulnerabili e il mettersi a nudo? Perché stiamo subito a ponderare quanto danno questo può portare all’uomo in questione?

Quando un bimbo maschio vi dice che un uomo l’ha toccato in modo inappropriato, o che lo ha molestato, o che lo ha stuprato… Cosa ci induce a credere immediatamente al bambino, ad arrabbiarci e a cominciare a fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa giustizia al bimbo stesso?

Perché non possiamo credere immediatamente anche alle nostre bambine e donne, e fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa loro giustizia? Perché?

Perché tutte le volte, in tutte le circostanze, non svergogniamo il perpetratore e forniamo guarigione, cura e sostegno ai/alle sopravvissuti/e – tutti/e?

Come mai la reputazione di un uomo diventa una questione così critica, quando è accusato di aver perpetrato violenza sessuale contro donne e bambine, che noi volontariamente e talvolta ciecamente trascuriamo l’umanità di quelle donne e bambine?

Che tipo di società abbiamo creato per noi stessi?

Dov’è la protezione del valore e della dignità di donne e bambine?

Io voglio per donne e bambine una Giamaica differente. E spero che l’Esercito del Tamburello (#TambourineArmy) creerà la Giamaica differente di cui c’è bisogno.”

Così una delle “capitane” di questo nuovo gruppo di attiviste, Stella Gibson, spiega ciò che sta a cuore alle sue aderenti.

esercito-del-tamburello

Il nome scelto non è casuale. Dalla fine del 2016, quando un pastore 64enne della chiesa moraviana (confessione protestante) è stato beccato mentre assaliva sessualmente una ragazza di 15 anni all’interno di un’automobile, molti altri casi simili sono venuti alla luce. Il 9 gennaio scorso, le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale da parte dei sacerdoti hanno protestato di fronte alla chiesa suddetta e nel battibecco che è nato fra i dimostranti e il leader moraviano Paul Gardner, quest’ultimo si è preso un colpo di tamburello in testa. Gardner e il suo vice presidente hanno dato le dimissioni pochi giorni dopo, in quanto sono entrambi indagati per abuso sessuale di minori.

L’Esercito del Tamburello mira a costruire “una della più grandi coalizioni di organizzazioni e individui in Giamaica che lavorino per rimuovere la piaga dell’abuso sessuale, dello stupro e di tutte le altre forme di violenza sessuale contro bambine/i e donne”. Una delle strategie che il gruppo sta usando è l’hashtag #SayTheirNames (Dì i loro nomi) tramite il quale le donne sono incoraggiate a farsi avanti e a raccontare le storie degli abusi subiti nominando i perpetratori. Ma non usano solo le loro tastiere: il 6 febbraio 2017 hanno organizzato una campagna di protesta vestendo di nero, l’11 marzo prossimo terranno la Marcia di Potere delle Sopravvissute, stanno già tenendo Circoli di Guarigione per le vittime di violenza e stanno creando connessioni ovunque sia possibile per far pressione sui legislatori affinché la legge contro i reati sessuali sia resa più efficace.

Buon lavoro, amiche. Chissà che il tamburello risuoni (metaforicamente) su moltissime altre teste. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(tratto da: “Where are all the women economists?”, di Frances Weetman – in immagine – per New Statesman, 3 febbraio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Il brano originale è un lungo estratto dal suo libro “Whose Model Is It Anyway? Why Economists Need to Face Up to Reality” – ed. Virago. Si tratta del primo testo vincitore di un premio ideato nell’ottobre 2015 dal quotidiano e dalla casa editrice inglesi, il “Women’s Prize for Politics and Economics”, che mira a individuare “nuove scrittrici nei campi che danno forma alle società e sono stati storicamente dominati dagli uomini”. Frances è laureata in scienze politiche ed economia, si dedica alla scrittura e alla produzione cinematografica.)

frances

L’economia ha un problema con le donne. Lo dico da donna che l’ha studiata, che ci ha lavorato e che ora ne scrive. Sono i dati a mostrarlo. In tutto il Regno Unito, solo un quarto degli studenti universitari in economia sono donne. Questa è circa la stessa proporzione che si trova nella docenza e nella ricerca in economia all’Università di Cambridge: per contrasto, le donne sono il 43% della facoltà di psicologia. Perché l’economia fallisce nell’attrarre le donne al modo in cui le attraggono altre scienze sociali?

Forse sono scoraggiate dall’unirsi al mondo dell’economia poiché quest’ultimo non sembra propenso a ricompensarle con prospettive di carriera. Secondo una ricerca del 2014, compiuta dalle economiste Donna K. Ginther e Shulamit Kahn che hanno lavorato con due psicologi – Stephen J. Ceci e Wendy M. Williams – se controlli la produttività (misurata con il numero di articoli di ricerca pubblicata) gli uomini e le donne hanno gli stessi risultati promozionali nella maggior parte dei campi accademici: ma non in economia. Lo studio descrive l’economia come “un’anomalia, con un persistente divario fra i sessi che non può essere spiegato da differenze produttive”.

Le economiste accademiche sono raramente ricompensate. Nel 2014, The Economist pubblicò una lista di figure influenti nel campo in cui non c’era una singola donna. Dei 76 premiati con il Nobel in economia, solo una è stata una donna: Elinor Ostrom, che ha vinto il premio nel 2009 per il suo lavoro nell’esaminare l’uso della cooperazione, della fiducia e dell’azione collettiva nel maneggio delle risorse e beni comuni. (…)

L’economia ha un problema più significativo del reclutamento. Non solo fatica ad attrarre le donne nei suoi dipartimenti accademici, ma quella del mainstream spesso fa riferimento a modelli che sono sessisti in modo inerente. L’Homo economicus disegna quella si suppone essere l’ideale forma di comportamento – un modello teorico usato per tentare di trovare risposte ai problemi economici. Ci sono molti difetti in tale modello. La gente reale, per esempio, non è esclusivamente devota al proprio interesse finanziario. E c’è una critica ancora più importante: l’Homo economicus è un uomo. (…) Ciò significa, in pratica, che tutta l’analisi economica è basata sulla credenza che uno schema di comportamento maschile sia in qualche modo la norma. Come l’economista di Cambridge Victoria Bateman ha scritto in un articolo pubblicato dal Guardian nel 2015: “Le domande a cui gli economisti cercano di rispondere (principalmente con la matematica, anziché con gli argomenti pratici in uso verso cui, la ricerca suggerisce, le donne sono attratte), le presunzioni standard che applicano lungo il percorso (e cioè che le persone siano prive di emozioni, libere ed egoiste), e le cose che scelgono di misurare riflettono tutte una visione stereotipata e maschile del guardare al mondo.”

L’economia vede il mondo attraverso un prisma maschile: sono analisi fatte da uomini, sugli uomini, per gli uomini. Per dispetto, io qualche volta mi riferisco all’economia come a una donna. Perché? Tutti gli uomini stanno cercando di farsela e per la maggior parte falliscono miseramente.

L’economia è interessata alla disparità di genere: il divario fra i salari di uomini e donne, per esempio. Tuttavia, gli economisti affrontano questa analisi in modo non sessista? L’economia neoclassica, in essenza, dichiara che il sessismo non esiste e non può esistere, almeno non a lungo termine. In parte ciò è dovuto al fatto che non vi sarebbero incentivi alle ditte per la discriminazione di genere, specialmente se le donne migliorano l’efficienza di un’azienda. In ogni caso, la presenza del divario salariale di genere dovrebbe spingere le ditte ad assumere più donne: se sono pagate meno degli uomini, costerà meno impiegarle di quanto costerebbe impiegare uomini. Perciò, dovremmo avere più donne assunte degli uomini. Con questa logica, l’economia neoclassica predice che le disparità di genere infine svaniranno nell’aria. E questo non è identico a dichiarare che qualcosa non esiste semplicemente perché non dovrebbe?

C’è un’amplissima documentazione che mostra come le donne guadagnino meno degli uomini e siano sottorappresentate in numerose industrie. Nel 2016, nel Regno Unito, il divario dei salari era stimato al 13,9%: per ogni sterlina guadagnata da una donna, un uomo ne guadagna 1,14. Però gli economisti neoclassici dicono a noi fragili, isterici tesorucci che dovremmo darci una calmata. State tranquille, tutti questi economisti maschi di successo hanno già risolto la faccenda. (…)

Differenza, sesso e sessualità sono soggetti raramente discussi in economia. Qualora lo siano, o l’analisi è trattata come eterodossa, o si dice che la discussione manca di rigore accademico. L’economia femminista esiste, ma come ricerca di minoranza che non porta premi alle sue accolite. Questo non è sorprendente: gli uomini sono i guardiani dell’economia. Dominano ogni comitato che decide quali siano le teorie da sostenere. L’economia mira a studiare il comportamento umano. E anche se molte donne sono casalinghe, ciò non rende le loro azioni economiche irrilevanti. Secondo un commentario di Forbes del 2015, le donne guidano dal 70 all’80% degli acquisti del consumatore (ciò che gli economisti chiamano “comprare cose reali”). Ciò si applica non solo alle borse e alle scarpe, ma alle industrie che sono pensate come “maschili”. Più della metà dei videogiochi sono venduti a donne maggiori di anni 18. Forbes si spinge a dire: “Se l’economia correlata al consumatore avesse un sesso, sarebbe femminile.”

L’economia ha ignorato le donne a danno di tutti. (…) Gli uomini dominano il settore finanziario quanto dominano l’economia accademica. La ricerca Morningstar del 2015 ha attestato che meno del 10% dei manager addetti al bilancio negli Usa erano donne. Hanno trovato solo il 4% di donne presidente nelle 500 principali compagnie quotate da Standard & Poor’s. Questo dominio degli uomini nel settore finanziario è stato dannoso? Io direi di sì. Uno studio del Peterson Institute ha analizzato nel 2016 22.000 ditte commerciali in 91 diversi paesi e ha concluso: “Il muoversi da nessuna leader donna a una rappresentazione femminile del 30% si traduce in un 15% netto di aumento del margine del fatturato.” E’ in parte per questa ragione che molte banche investitrici gestiscono programmi di accesso per le donne. Non lo fanno per essere carini: ne traggono beneficio economico. Tuttavia, questi programmi sono come l’appiccicare un cerotto su una gamba amputata nel tentativo di farla smettere di sanguinare. Le istituzioni finanziarie hanno difficoltà a mantenere nel settore le donne che vi entrano. Forse non aiuta che fra di loro i finanzieri le definiscano “gonnelle”. (…)

Non solo l’economia fatica ad attrarre le donne, ma scoraggia quelle che si interessano al soggetto. Quale che sia la moda attuale o la teoria in voga, ciò è definito dagli uomini – e quando gli economisti si concentrano esclusivamente sugli uomini trascurano le donne, persino quando le donne sono centrali a quelle parti di vita che stanno tentando di analizzare. Il sessismo deve finire. L’economia ha bisogno di accorgersi che più della metà della popolazione mondiale non è fatta a immagine dell’uomo.

Read Full Post »

(“I Love My Daughter; Stop Telling Me I Need A Son”, di Anjana Vaidya per World Pulse, 24 gennaio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Anjana, nell’immagine con la figlia, è un’assistente allo sviluppo e una sociologa nepalese.)

anjana-con-la-figlia

Dopo la nascita di mia figlia, tutti si aspettavano che avremmo tentato di concepire un maschio. Quando mia figlia raggiunse l’adolescenza, i messaggi non erano più sottesi:

“Prendi questo calendario cinese. Se lo segui strettamente, puoi avere il figlio che vuoi. E’ sicuro che avrai un maschio questa volta.”

“Hai già una figlia molto intelligente. Se metti al mondo un maschietto, certamente sarà più intelligente della ragazza.”

“Al giorno d’oggi, la tecnologia è così avanzata che puoi scegliere il sesso del nascituro… perché non hai un figlio maschio?”

La verità è che prima della nascita di mia figlia, mio marito ed io abbiamo deliberatamente preso la decisione congiunta di avere un solo figlio, che fosse femmina o maschio. Ci siamo giurati di aver cura di questa creatura con tutto il cuore e di concentrarci sul dare il nostro meglio a lui o a lei. Eravamo felici mentre aspettavamo che arrivasse.

Alla 10.10 del 3 dicembre 2001, la mia piccola principessa entrò in questo mondo senza complicazioni. Avevo contato i giorni e le notti per nove mesi con entusiasmo, gioia e amore. Mi sono goduta ogni momento della gravidanza. Non ho appena l’ho partorita, non vedevo l’ora di tenerla fra le braccia.

Ho partorito in una grande clinica governativa adibita alla maternità e avevo sentito storie di bimbi scambiati per negligenza. C’erano più di venti neonati l’uno accanto all’altro e mi sembravano tutti uguali. Perciò chiesi all’infermiera di mettere la mia tika (un piccolo cerchio di velluto aderente portato in fronte in maggior parte dalle donne sposate) sulla fronte della mia bimba, così sarebbe stato più facile riconoscerla. Volevo assicurarmi non fosse scambiata con un altro neonato.

Come tutta risposta, l’infermiera alzò le sopracciglia e scoppiò a ridere. “E’ una femmina!”, disse. Naturalmente, avevo già visto la mia bambina. Sapevo che era femmina. Ciò che l’infermiera intendeva dire è che nessuno potrebbe desiderare di portarsi via una femmina.

Questo fu solo l’inizio dei messaggi diretti a mia figlia per farle sapere che bambine e donne sono prive di valore nella nostra società. Dopo un paio d’ore, prima ancora che la mia famiglia fosse informata della nascita, fui trasferita in corsia. Un’infermiera e un’inserviente mi aiutarono in silenzio a cambiare stanza. Senza guida o consigli, a 21 anni di età, ho insegnato a me stessa come allattare la mia bambina per la prima volta. Potevo vedere le altre neo-madri mie vicine circondate da familiari. Questi ultimi stavano profondendosi in congratulazioni per i maschietti appena nati, dando avvisi su come nutrire e reggere i piccoli, e aiutando le donne a maneggiare i dolori post parto.

Dopo un po’, mio marito e mia suocera arrivarono con dolci da offrire all’infermiera e alle inservienti. La mia famiglia era travolta dall’entusiasmo, ma gli estranei si sentivano ancora dispiaciuti per me. Le inservienti sembravano a disagio nell’accettare i dolci. Alcune “consolarono” direttamente mio marito e me, dicendo che non dovevamo preoccuparci e che avremmo dovuto tentare di avere un maschio dopo due o tre anni. Per la prima volta in vita mia ho provato commiserazione per una società che non dà il benvenuto a una bambina in questo mondo. Due giorni dopo fui dimessa dall’ospedale. Amici e parenti cominciarono a farmi visita e anche loro volevamo consolarmi. Guardavano il viso della piccola dicendo che assomigliava a un maschietto e poi predicevano che il mio prossimo figlio sarebbe stato maschio.

Quando mia figlia celebrò il suo quinto compleanno, la gente cominciò a consigliarmi di pianificare la nascita di un maschietto. Lo stesso consiglio veniva persino da quelli che sapevano della nostra decisione di non avere altri figli: non credevano che facessimo sul serio. Mano a mano che il tempo passava, i commenti di amici e parenti diventarono solo più chiassosi. Ogni volta, io chiarivo che noi amiamo davvero nostra figlia e siamo felici di averne una sola. Niente altri bambini per noi.

Perché la gente non è in grado di riconoscere che una figlia può essere la forza, l’orgoglio e il potere di una famiglia – e che potrebbe anche contribuire a far crescere l’albero familiare? Una persona non è solo un figlio o una figlia, è un essere umano. Ed è un diritto fondamentale che noi si abbia tutti e tutte eguali opportunità di vivere una vita dignitosa, con eguale accesso a ogni risorsa di base.

Il desiderio frenetico di avere figli maschi prevarrà sino a quando la nostra società praticherà una distribuzione diseguale e sbilanciata delle risorse. Prevarrà sino a che i contributi delle femmine non saranno riconosciuti e apprezzati. Prevarrà sino a che continueranno gli aborti dei feti femminili, i delitti d’onore, i casi criminali relativi alla dote. Il desiderio frenetico di avere maschi viene da secoli di tradizioni insite in una cultura che stabilisce ruoli e responsabilità in base al sesso anziché in base alle capacità.

Gli esseri umani hanno creato queste tradizioni e questa cultura, e io sono assolutamente sicura che possono essere cambiate. Ci vuole sempre qualche tempo per trasformare le mentalità, ma io credo che accadrà. Nel frattempo, pago il prezzo richiesto dalla mia società per la mia scelta di restare madre di un’unica figlia. A volte è un prezzo alto. Sono valutata meno e trattata un po’ peggio delle mie pari che hanno figli maschi.

A me non frega un fico secco della gente che mi valuta sulla base del sesso della mia prole, ma non tollererò di vedere mia figlia – o qualunque altra ragazza – svalutata, maltrattata e deprivata. E’ ora che le voci di donne e bambine siano udite e che i nostri contributi ricevano riconoscimento e rispetto. Questo cambiamento comincia con gli individui e si diffonde tramite le famiglie alle nostre comunità, alla nazione e al mondo intero. Cominciamo ora, con te e me.

Read Full Post »

La notizia è in cronaca oggi, 21 gennaio 2017: “Aggredita dai compagni nel collegio San Carlo di Milano.”

Il soggetto è una bambina di 7 anni che durante un periodo di ricreazione è stata rincorsa da altri quattro alunni, è caduta – non si sa come, cioè se sia stata spinta o se sia incespicata – ed è finita in infermeria e poi in ospedale: ha una costola incrinata e altre contusioni. La sua famiglia parla anche di “danni psicologici (…) destinati ad avere ripercussioni sul lungo periodo”.

I quattro bambini, tutti maschi, le avrebbero indirizzato “frasi pesanti” e sarebbero “già noti per le continue prevaricazioni e angherie messe in atto nei confronti dei compagni”: due di loro sono stati sospesi. Nonostante questo provvedimento abbastanza grave e insolito per alunni delle elementari, la scuola minimizza: è stato un episodio circoscritto, i bambini stavano giocando normalmente, le contusioni riportate dalla bimba sono di “lieve entità” e – qui arriva il meglio – si è trattato di un “eccesso di vigoria di quattro compagni maschi”.

Perché i maschi sono tutti così, che ci volete fare: robusti come macigni e dotati di notevolissima forza fisica, carichi di prorompente vitalità, inarrestabili come una mareggiata o un terremoto, carichi di un’energia impetuosa che somiglia a quella di un ordigno – lo sfiori e esplode, mostrandoti ciò di cui è capace e qual è il suo ruolo nel mondo.

Contenerli, educarli, istruirli su rispetto e senso del limite? Impossibile. Sarebbe “propaganda giender” e niente niente dopo ti diventano froci. Meglio che comincino a spaccar coetanee a 7 anni. Chissà cosa saranno in grado di fare da adulti.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

cordelia

Del lavoro della neuroscienziata Cordelia Fine (in immagine) è possibile trovare, in italiano, “Maschi=Femmine – Contro i pregiudizi sulla differenza fra i sessi” (ed. Ponte alle Grazie), brutto titolo non rispondente all’originale “Delusions of Gender”, se posso permettermi, per un ottimo testo.

Cordelia è nata nel 1975 a Toronto in Canada, ha trascorso la sua infanzia negli Usa e in Scozia, ha conseguito una caterva di diplomi universitari e lauree in psicologia, criminologia, neuroscienze, e vive a Melbourne in Australia con il marito e due figli.

Il suo ultimo libro si chiama “Testosterone Rex: Unmaking the Myths of Our Gendered Minds”, pubblicato da Icon, e spero vivamente sarà tradotto anch’esso. Cordelia lo apre con la citazione della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie conosciuta come “Dovremmo essere tutte femministe” e chiosa: “In aggiunta all’essere arrabbiata io sono anche fiduciosa, perché credo profondamente nella capacità degli esseri umani di ricostruirsi per essere migliori.”

testosterone-copertina

Il “Re Testosterone” di cui parla è la narrativa che spaccia per “naturale” la diseguaglianza (economica, politica, sociale) fra i sessi: se l’ormone in questione stimola nei maschi maggior crescita di peli e voce più profonda diventa ovvio, per tale narrativa, che esso produce altre caratteristiche stimate come “mascoline” tipo il comandare, l’usare violenza e l’essere – o il dire di essere – perennemente in calore. Purtroppo per qualcuno e per fortuna per altri/e, si tratta di una gigantesca menzogna.

Cordelia Fine la smonta nel suo libro in maniera scientifica, sistematicamente e senza lasciare ombra di dubbio. Nessun ormone può influenzare in maniera così diretta e inequivocabile i comportamenti e il testosterone, spacciato per una sorta di “ormone alfa” che dà ordini a tutto ciò che lo circonda, può invece lavorare solo in strutture relazionali: persino la formazione di qualcosa di incontrovertibilmente binario come i genitali maschili e femminili è dovuta a un sistema di collegamenti e interazioni. Pretendere che lo stupro o il divario di genere nei salari siano il risultato naturale del lavoro del “Re Testosterone” non è solo falso, è patetico e ipocrita.

In altre parole, essere maschi o essere femmine non è sufficiente a fare di ognuno/a di noi la versione di uomo o donna costruita culturalmente dalla società. Ma non appena nasci e ti si identifica come l’uno o l’altra, sei inondato/a da informazioni su come diventare quella versione: giocattoli, vestiti, libri, televisione, film, famiglia, religione, e un altro milione di suggerimenti palesi o sottesi te lo diranno o meglio, te lo imporranno… sino a spingerti a credere che quella sia l’unica versione possibile e “naturale” di te e che se non ti sta bene c’è in te qualcosa di sbagliato.

Mantenere questa visione equivale a mantenere relazioni di potere sbilanciate e favorevoli a una sola parte: dire che lo vuole la natura o che lo vuole dio non fa differenza, resta una falsità, un’indegnità e un’ingiustizia.

Nel finale, la scienziata suggerisce che forse è il momento di essere meno gentili e un po’ più decise a smontare le narrative funzionali all’oppressione: “come hanno fatto le femministe della prima e della seconda ondata.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: