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Posts Tagged ‘sessismo’

lupita nyong'o

Lupita Nyong’o (foto di Kevin Mazur/WireImage) è un’attrice nata in Messico nel 1983 da genitori kenioti e successivamente cresciuta in Kenya.

Nello scorso ottobre, raccontando le sue esperienze di molestie all’interno dell’industria cinematografica, ha detto: “Spero che noi si stia sperimentando un momento cruciale, ove una sorellanza – e una fratellanza di alleati – si forma nella nostra industria. Spero che potremo costruire una comunità in cui una donna possa parlare apertamente di abuso e non soffrirne un altro non essendo creduta ed essendo invece ridicolizzata. Questo è il motivo per cui non parliamo, per la paura di soffrire di nuovo e per la paura di essere etichettate e caratterizzate dal momento in cui eravamo impotenti. (…) Parlando apertamente, denunciando e parlando insieme, noi recuperiamo il potere perduto. E ci auguriamo di fare in modo che quel tipo di comportamento predatorio come pratica accettata muoia qui e ora.”

Da ottobre a oggi, Lupita e noi abbiamo avuto molte dimostrazioni che attestano come la sorellanza sia in effetti in formazione, ma potremmo averne una ulteriore – e abbastanza clamorosa – alla cerimonia dei Golden Globe Awards il 7 gennaio 2018. Sembra che un po’ di attrici (ieri il numero stimato era una trentina) intendano parteciparvi vestendo di nero, per protesta contro le molestie e le aggressioni sessuali nel loro ambiente di lavoro. I nomi non sono ancora stati fatti pubblicamente, ma pare includano qualche grande “star”. Non deludetemi, sorelle, sto tifando per una grande serata in nero: da un’oscurità palese che testimonia e prende posizione non può che nascere luce.

Maria G. Di Rienzo

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“Diritto e scienza”: le allieve che partecipavano a questo corso tenuto da un giudice del Consiglio di Stato (in tre scuole a Milano, Roma e Bari), dovevano farlo adeguatamente truccate, in minigonna e tacchi a spillo; alcune dovevano mandare autoscatti pornografici all’insegnante e andarci a letto – ma erano consenzienti, si capisce, soprattutto quelle a cui poteva essere revocata la borsa di studio in qualsiasi momento, beneficio peraltro negato a priori alle fidanzate e alle sposate: dal momento che “diritto e scienza” si concretizzavano nella soddisfazione del dominio del docente sulle allieve è ovvio che altri uomini nello scenario sarebbero stati di troppo.

Il giudice Francesco Bellomo sostiene di essere un genio incompreso “come Einstein”, alle cui “idee” si vuole applicare un “giudizio morale”. Umile e discreto com’è neppure voleva diffonderle, queste innovative e vincenti idee (infatti, dicono i giornali, “Otto giovani borsiste milanesi hanno anche parlato di un contratto in cui si garantiva ‘fedeltà assoluta’ alla scuola, evitando di raccontare dettagli privati”) ma gli è capitato…

Gli è capitato che una delle sue vittime ha sporto denuncia per le vessazioni, gli abusi e le minacce. Questa è la testimonianza del padre della giovane: “Mia figlia sta cercando di tornare a una vita normale. Ora sta meglio ma questa odissea le ha distrutto la vita. Ha ripreso a mangiare e a studiare, ma è ancora in cura dagli psicologi. (la figlia) “è stata sotto ricatto per troppo tempo attraverso il contratto che come borsista doveva firmare per mantenere la borsa di studio.”

Il docente-martire, invece di dichiarare indomito “eppur si muove!” indicandosi l’area appropriata, ha cercato ripetutamente la conciliazione: “I carabinieri sono venuti più volte, – racconta ancora il padre della donna – chiedevano a mia figlia di firmare un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale.”

Perché l’oggettivazione sessuale fa sempre bene alle femmine, è una libera scelta e un veicolo per idee davvero geniali – tipo il ridurre le donne a meri strumenti per la soddisfazione maschile – solo che non sono nuove, ma vecchie e stantie come il patriarcato. Il giudizio su questo non è “moralismo”, signor giudice, è etica.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da “A Women’s Revolt That Targets Far More Than Sexual Abuse”, di Chris Hedges per Truthdig, 3 dicembre 2017. Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, ex docente universitario e autore di undici libri. L’immagine è un particolare di una fotografia di Agata Chybińska – Agarianna. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

protesta donne polacche foto di agata chybińska

La stampa, strombettando i dettagli raccapriccianti e volgari delle accuse di aggressione sessuale rivolte a uomini potenti, ha mancato la vera storia – l’estesa rivolta popolare guidata da donne, molte delle quali si sono fatte avanti nonostante i violenti attacchi e i termini dettati da accordi di confidenzialità legalmente vincolanti, per denunciare i privilegi delle élite corporative e politiche.

Questa rivolta delle donne non riguarda solo l’abuso sessuale. Concerne la lotta contro la struttura del potere corporativo che istituzionalizza e abilita misogina, razzismo e bigottismo. Concerne il ripudiare la credenza che ricchezza e potere diano alle élite il diritto di dedicarsi al sadismo economico, politico, sociale e sessuale. Sfida l’etica contorta per cui chi è schiacciato e umiliato dal ricco, dal famoso e dal potente non ha diritti e non ha voce.

Le donne stanno scegliendo con attenzione gli uomini che stanno alle vette del potere per parlare di razza e classe e sesso. – mi ha detto la femminista Lee Lakeman, da me raggiunta al telefono a Vancouver – (Queste donne) sanno quel che stanno facendo. Non puoi abbattere qualcuno come Harvey Weinstein senza coinvolgere un’intera industria. Il femminismo non è mai stato solo il proteggere noi stesse come individui. E’ resistenza collettiva. Ha una vitalità che noi dobbiamo usare per aver a che fare con queste gerarchie. Dobbiamo essere alle spalle di queste donne che stanno fronteggiando i potentati. Abbiamo bisogno di attrarre attenzione sulle strutture del potere. Chiaramente, le donne non vogliono solo la fine delle molestie sessuali sul lavoro. Vogliono lavori seri e sicuri. Vogliono rispetto per il loro lavoro. Vogliono essere credute quando parlano. Vogliono sia dato loro credito per le loro idee. (…)”

La patologia degli uomini che forzano le donne a guardarli mentre si masturbano nella doccia o che chiudono le porte dei loro uffici di modo da potersi abbassare i pantaloni o palpare donne terrorizzate e umiliate in cerca di un lavoro, tirocinanti o colleghe è emblematica del narcisismo e della sfrenata auto-adulazione che arriva con l’eccessivo potere. Questi assalti sono l’espressione di una diffusa oggettivazione delle donne la cui linea principale è una cultura pornificata. L’erotismo non è reciproco nella pornografia o nella prostituzione. Gli uomini godono umiliando, degradando, insultando e violando fisicamente le donne. Le attuali rivelazioni non riguardano alle fine, neppure il sesso. Riguardano l’eccitazione solipsistica che l’umiliazione e l’abuso fisico delle donne, prodotti basilari del porno e della prostituzione, hanno condizionato gli uomini a confondere con il sesso.

Coloro che si comportano in tal modo, e Donald Trump è il manifesto vivente di questa malattia culturale, sono così atomizzati e narcisisti da credere che essi soli esistono. Sono incapaci di vere relazioni. Manca loro la capacità per l’empatia o la riflessione su se stessi. Il loro abuso delle donne, tuttavia, è solo un esempio della miriade di abusi che si sentono legittimati a operare nelle loro interazioni professionali e personali. (…)

Gli uomini potenti che fanno i predatori sessuali vivono in un universo rarefatto in cui possiedono chiunque li circondi. Chiedono obbedienza incondizionata. Devono essere al centro dell’attenzione. Solo la loro opinione conta. Solo i loro sentimenti sono importanti. Non distinguono il giusto dallo sbagliato e le menzogne dalla verità. Sono i moderni padroni di schiavi. Chi lavora per loro è costretto a cantare, danzare, fornire piacere fisico o prendersi le frustate. Perché i padroni hanno il potere, garantito loro dalle istituzioni corporative e politiche, di perseguitare e screditare chiunque li sfidi. (…)

Stiamo guardando la fine dell’Impero Romano.”, mi ha detto ancora Lakeman, “Stiamo vedendo gente che si aggrappa al potere in ogni modo disgustoso. Le donne stanno cercando una via d’uscita. Stanno cercando di mettere a posto almeno alcune cose. Ci sono stati negati tutti i modi che erano stati promessi. Questo è il risultato di cinquant’anni di lavoro femminista contro la violenza. Quelli che sono in posizioni di potere nelle corporazioni economiche e in politica sono molto nervosi. Non possono controllare quel che sta accadendo. C’è una vera rivolta e nessuno è in grado di scoprire chi è la leader per sopprimerla.”

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“Sunitha Krishnan, nata in India, racconta la sua storia con sorprendente serenità: “Quando avevo 15 anni sono stata stuprata da otto uomini. La mia comunità mi considerò colpevole, non vittima di un crimine. Decisero che era la mia indole a non essere buona, che avevo fatto qualcosa per meritarmelo. Sono stata isolata e la mia famiglia smise di essere invitata a eventi sociali. Ero vista come una prostituta.”, ricorda questa donna minuta, ora 44enne, “Dopo di ciò promisi a me stessa che non avrei permesso a questo di distruggermi, che mi sarei ripresa e avrei dedicato la mia vita a combattere la violenza sessuale, rendendo l’istanza visibile e aiutando altre donne.”

E lo ha fatto. Sunitha ha fondato “Prajwala”, un’organizzazione il cui scopo è aiutare le donne che sono state schiave sessuali. “Donne che non sono state stuprate una volta sola, come me, ma centinaia di volte.”, sottolinea Sunitha.”

Il brano, come quello che segue, è tratto dall’articolo che María R. Sahuquillo ha composto – benissimo – per El Paìs in occasione del Giorno internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre).

” (le vittime) sono terrorizzate all’idea di essere giudicate scorrettamente, hanno un tremendo senso di colpa derivato dall’ambiente in cui vivono. – dice Tina Alarcón, Presidente del Centro Aiuto alle vittime di aggressione sessuale di Madrid (Cavas in sigla) – “E’ il tipo di ambiente in cui senti ancora cose del tipo ‘se l’è andata a cercare’, specialmente quando la persona è un parente, un amico, qualcuno che conosci, il che ammonta all’80% dei casi.”

Un’altra delle donne intervistate da El Paìs, Macarena García di 48 anni – 23 dei quali passati con un marito che abusava di lei fisicamente e psicologicamente – da quando è riuscita a uscire dalla situazione fa volontariato presso la Fondazione Ana Bella per le vittime di abuso. Macarena dice una cosa molto importante sulla violenza di genere: “Non dovremmo educare le nostre ragazze a ‘badare a se stesse’, dovremmo educare i nostri ragazzi a rispettarle e a non essere aggressori.”

Si chiama, come sapete, socializzazione di genere. Grazie (si fa per dire) a essa potete tirare una linea dalla Spagna di El Paìs agli Stati Uniti di The Olympian, il quotidiano della città di Olympia, e trovare un articolo di Amelia Dickson e Rolf Boone del 27 novembre u.s. che ha nel titolo la frase “Sono un maschio, uomo, perciò questo tipo di roba succede.”

Sono le parole pronunciate in tribunale dal 31enne Efrain Ramirez-Ventura, pescato mentre filmava una madre e sua figlia dodicenne che si stavano provando degli abiti in un camerino di prova. Sul suo cellulare sono stati trovati altri 80 filmati di questo tipo, tutti presi da camerini adiacenti.

Secondo costui, essere maschio significa essere autorizzato a violare l’intimità, gli spazi e i corpi delle femmine, di qualsiasi età.

Dello stesso parere sono quelli che hanno inflitto violenze sessuali a circa 120 milioni di bambine in tutto il mondo (dati Unicef) e quelli che rendono l’Europa un continente in cui una donna su dieci, a partire dai 15 anni d’età, subisce qualche tipo di assalto sessuale: cose che “capitano”, quando addestri metà dell’umanità a credersi legittimata alla violenza.

Maria G. Di Rienzo

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Oggi ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza di genere. Troverete facilmente al proposito articoli, ricapitolazioni storiche, cifre e percentuali, segnalazioni di iniziative – e di sicuro non avete bisogno di leggermi mentre scrivo le stesse identiche cose che scrivo quasi ogni giorno.

Perciò oggi vi metto qui la faccia di un giudice canadese, il sig. Jean-Paul Braun, che si è reso protagonista di quella violenza quotidiana diretta ai corpi femminili non conformi ai criteri attuali con cui si definisce la “bellezza” (cioè il piacere abbastanza agli uomini da eccitarli sessualmente).

jean-paul braun

Come potete notare è giovane, palestrato e incredibilmente attraente. Forse no, però agli uomini non serve davvero tutto questo: le prescrizioni valgono come imprescindibili solo per le donne.

Il 20 novembre scorso Braun si è ritirato da un processo per aggressione sessuale senza dare spiegazioni; alle spalle aveva solo un’inchiesta sul suo comportamento richiesta dalla Ministra della Giustizia Stephanie Vallee e i rimarchi di Helene David, Ministra per lo Status delle Donne, che alla stampa aveva dichiarato “(i giudici) Hanno bisogno di più addestramento, di più sensibilità? Non lo so. Ma questo problema lo devono risolvere.”

I fatti di cui si discuteva in tribunale sono i seguenti: una ragazza, all’epoca 17enne, decide di prendere un taxi. Alla guida c’è il sig. Carlo Figaro, 49 anni, che comincia subito a molestarla, le chiede il numero di telefono, le si butta addosso e le lecca la faccia, la bacia e la palpeggia prima che la ragazza riesca a fuggire dal veicolo.

Dopo aver ascoltato tutto questo, il giudice Braun si è chiesto a voce alta se il baciare possa essere considerato “sessuale” e se il consenso per baciare qualcuno è davvero necessario. “Baciare qualcuno può essere un gesto accettabile.”, ha detto, aggiungendo che la vittima “probabilmente era lusingata dalle “avance” del tassista, perché forse era la prima volta che qualcuno si interessava a lei.” Perché la vittima doveva essere lusingata da un’aggressione? Be’, spiega sempre il giudice, “E’ un po’ sovrappeso, un po’ grossa, ma ha un bel viso, eh?”

Il tassista, per vostra informazione, è stato comunque condannato e intende ricorrere in appello. Se al prossimo processo trova una giura composta da tipi come Braun – e non è difficile, in nessun paese al mondo – è a posto. Magari faranno il passo ulteriore, daranno alla ragazza della “schifosa cicciona” e le chiederanno di scusarsi per aver causato tanti fastidi a un uomo che dovrebbe solo ringraziare, perché si è interessato a lei.

Che a noi schifose possa non fregare una beata mazza di avere l’approvazione maschile (che, chissà perché, si manifesta con l’assalto sessuale) non è contemplato.

Che i nostri corpi ci appartengano, meritino di essere trattati con dignità e rispetto, non siano proprietà pubblica soggetta al pubblico apprezzamento o ludibrio neppure.

Un uomo può violare una minorenne e stare relativamente tranquillo: la legge l’avranno anche imposta le nazifemministe con qualche colpo di stato ma i suoi pari, che indossino o no la toga, lo apprezzano, lo scusano e forse domani anche loro lo imiteranno. Maria G. Di Rienzo

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(Lo desideravo da tempo, per cui ringrazio e – nel mio piccolo – rilancio. Maria G. Di Rienzo)

Commissione Pari Opportunità della Fed. Naz. Stampa Italiana

Usigrai

Giulia Giornaliste

Sindacato Giornalisti Veneto

MANIFESTO DELLE GIORNALISTE E DEI GIORNALISTI PER IL RISPETTO E LA PARITA’ DI GENERE NELL’INFORMAZIONE CONTRO OGNI FORMA DI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE ATTRAVERSO PAROLE E IMMAGINI

VENEZIA 25 NOVEMBRE 2017

Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa.

La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, che condanna «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica» e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza.

La violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. Un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi “civile”.

Impegno comune deve essere eliminare ogni radice culturale fonte di disparità, stereotipi e pregiudizi che, direttamente e indirettamente, producono un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali.

La Convenzione di Istanbul, insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità (art.17).

Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo.

Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità.

Pertanto riteniamo prioritario:

1.

inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori;

2.

adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate;

3.

adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale;

4.

attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom;

5.

utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;

6.

sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi sia la vittima e chi il carnefice;

7.

illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere come raccomandato dalla comunità LGBT;

8.

mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno;

9.

evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;

10.

nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:

a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;

b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;

c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;

d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.

d) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece dalla vittima nel rispetto della sua persona.

Per adesioni: cpo.fnsi@gmail.com

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Rebeca Lane - foto di Cynthia Vance

Rebeca Eunice Vargas, in arte Rebeca Lane (in immagine), è nata a Città del Guatemala il 6 dicembre 1984, nel pieno della guerra civile che stava devastando il suo paese. Il nome Rebeca le è stato dato in memoria di una zia, rapita da agenti del governo militare nel 1981 per la sua attività politica e conseguentemente “scomparsa”.

Sin da giovanissima, Rebeca è stata un’attivista nelle organizzazioni che investigavano sui loro familiari rapiti o uccisi dall’esercito e nei movimenti per il cambiamento sociale, movimento femminista compreso. Ha deciso che le sue capacità artistiche potevano essere usate per esporre e condannare la violenza e così è diventata una “artivista”: teatro, cabaret, musica, programmi radiofonici, poesia, graffiti, danza… Rebeca partecipa a gruppi o ha fondato gruppi in tutti questi campi, ma è maggiormente nota come artista hip hop.

La settimana scorsa era in tour in Canada. Jackie McVicar, che lavora con i difensori dei diritti umani in Guatemala dal 2004, ha coordinato le date delle performance di Rebeca e in un lungo articolo del 14 novembre u.s. ha descritto il suo lavoro e l’ha intervistata:

“In ognuno dei suoi spettacoli sulla costa orientale del Canada, durante il suo primo tour nel paese, Lane ha dedicato un brano alle 56 ragazze che bruciarono in un incendio mentre erano chiuse a chiave in “rifugio” statale l’8 marzo 2017. Quarantuno di esse morirono immediatamente tra le fiamme per l’inalazione di fumo e le ustioni, le altre morirono nelle ore e nei giorni seguenti. Lane racconta la storia di come i giovani – ragazzi e ragazze – presi in carico dallo stato abbiano denunciato torture, abusi sessuali, prostituzione coatta e violenze subite nei rifugi.

“Nove delle 56 ragazze erano incinte nel momento in cui sono state uccise. – ha detto Lane – E nessuna di esse era arrivata incinta al rifugio.” (…) Erano rinchiuse da 12 ore in una piccola aula con 22 materassi, senza cibo e senza il permesso di andare in bagno quando diedero fuoco a un materasso per attirare l’attenzione della polizia affinché le porte fossero aperte. Ma la polizia non rispose. Invece, secondo i resoconti delle sopravvissute, i poliziotti schernirono le ragazze chiamandole “puttane” e dicendo che se erano state tanto coraggiose da cercare di scappare la notte prima, avrebbero dovuto essere abbastanza coraggiose da sopportare le fiamme. Successivamente, i poliziotti hanno dichiarato di non aver aperto le porte perché non riuscivano a trovare le chiavi. (…)”

Rebeca ha spiegato che ciò ha cambiato completamente il significato dell’8 marzo per il Guatemala. E pur ritenendo lo stato responsabile per il massacro delle ragazze, ci tiene a sottolineare che la maggioranza delle aggressioni le donne le ricevono per mano dei loro fidanzati, compagni, mariti, padri, fratelli: “Ogni mese (in Guatemala) 62 donne muoiono di morte violenta. Ciò significa 15 donne a settimana. L’anno scorso ci sono 739 morti violente. Quest’anno, contando solo sino alla fine di settembre, le donne uccise sono state 588: 373 per colpi d’arma da fuoco, 144 strangolate, 63 uccise a coltellate. Otto donne sono state smembrate e 1.034 ragazzine minori di 14 anni sono state stuprate e lasciate incinte, impossibilitate a ottenere un aborto legale.”

Rebeca Lane è una femminista visibile e molto attiva in un ambiente ostile verso le donne e verso chi difende i diritti umani. Sa che rischia la vita, ma non vede altra opzione se non continuare: “Mi sento in pericolo, certo. Ma in Guatemala è facilissimo essere uccise in qualunque modo. Preferisco almeno testimoniare, piuttosto che non fare niente.” E lo mette in musica con queste parole: “Io voglio vivere, non sopravvivere. Voglio uscire per le strade senza aver la sensazione di dovermi difendere, voglio sentire che le tue parole non possono offendermi e le tue armi non possono attaccarmi. Voglio costruire un paese che mi permetta di ridere, sorridere, sognare, cantare, ballare, vivere.”

Maria G. Di Rienzo

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