Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘sessismo’

kazuna yamamoto

Kazuna Yamamoto, in immagine, ha 21 anni e studia relazioni internazionali (scienze politiche) alla International Christian University di Tokyo. Nello scorso dicembre, la rivista settimanale “Spa!” ha pubblicato un servizio che consisteva nella classifica di cinque università giapponesi basata su questo criterio di “eccellenza”: quanto ci vuole a convincere, durante feste e festini con alcolici, le studentesse di ciascun ateneo a fare sesso. L’articolo ha avuto “grande diffusione”, dice il resto della stampa.

Kazuna ha risposto con una petizione online che chiedeva la rimozione del pezzo e che ha ricevuto 40.000 firme in sei giorni. Questa settimana la casa editrice della rivista si è “scusata”, sostenendo che stava solo cercando di sottolineare una sorta di “fenomeno sociale” per cui gli uomini sono disposti a pagare le universitarie affinché partecipino alle loro allegre bevute e che, nel farlo, ha probabilmente usato termini “non corretti”. Un suo portavoce si è detto persino disposto a incontrare Kazuna Yamamoto – non sappiamo se per chiederle quanto vuole per andare a festeggiare al bar con la redazione.

La giovane ha comunque rigettato le scuse: “Non sono sul merito. – ha detto in un’intervista telefonica a Thomson Reuters Foundation – Dicono che sono dispiaciuti per le parole fuorvianti, ma non si stanno scusando per l’idea in se stessa, per il modo in cui stanno trattando le donne e oggettivando le donne. In Giappone l’oggettivazione e la sessualizzazione delle donne sono ancora così normali che la gente non comprende davvero perché ciò è un problema.”

L’anno scorso, sempre nell’ambito universitario giapponese, un’indagine scoprì che una facoltà di medicina manipolava i test d’ingresso delle applicanti femmine per tenerle fuori e aumentare il numero di medici maschi. Nell’ultima valutazione (2018) del “Global Gender Gap report” (rapporto sul divario di genere redatto dal World Economic Forum), il Giappone si situa al 110° posto su 149 nazioni prese in esame: il che significa alta discriminazione, alto tasso di violenza domestica e violenza di genere, alto divario sui salari ecc. – ovvero i risultati normali del rappresentare normalmente le donne come giocattoli sessuali invece che come esseri umani.

Noi non abbiamo di che stare allegre: l’Italia, nella medesima lista, si situa all’82^ posizione. Per fortuna, giovani attiviste come Kazuna stanno spuntando dappertutto.

Maria G. Di Rienzo

Annunci

Read Full Post »

(Estratto dalla prefazione di Roxane Gay a “Dress Like a Woman: Working Women and What They Wore” – “Vestirsi da donna: lavoratrici e quel che indossano”, Abrams Books, 2018. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

woman working 1943

Regolamentare come le donne si vestono, dentro o fuori dal posto di lavoro, non è nulla di nuovo. Nella Grecia antica un gruppo incaricato di magistrati, gynaikonomoi o “controllori delle donne”, si assicurava che le donne vestissero “in maniera appropriata” e decideva quanto dovessero spendere per i loro abiti. Le severe – e obbligatorie – regole erano stabilite per ricordare alle donne il loro posto nella società greca.

Nei millenni successivi non è cambiato molto. Durante la Storia, gli uomini hanno controllato i corpi delle donne e il loro abbigliamento tramite le strutture sociali e le leggi. I datori di lavoro hanno a lungo imposto codici di abbigliamento per le donne nei luoghi di lavoro, chiedendo per esempio che le donne indossassero tacchi alti, calze fine, trucco e vestiti o gonne di una lunghezza appropriata ma “femminile” e attraente. I datori di lavoro hanno anche deciso come le donne dovevano portare i capelli.

Agli inizi del 20° secolo, le donne cominciarono a entrare in massa nella forza lavoro. Ma solo le donne che lavoravano nelle fabbriche, nelle fattorie o che svolgevano altre forme di lavoro manuale avevano la possibilità di indossare indumenti come i pantaloni. Le donne che lavoravano negli uffici dovevano indossare le gonne, le scarpe con il tacco e la bigiotteria relative al loro sesso. Questa divisione sarebbe continuata sino agli anni ’70, quando l’influenza della rivoluzione sessuale lasciò il proprio segno. Sebbene le donne dovessero ancora conformarsi ai costumi sociali, ora avevano la possibilità di considerare il proprio conforto e il proprio stile personale in quello che indossavano nei luoghi di lavoro. Durante gli anni ’80 e i primi anni ’90, le donne spesso portavano completi giacca-pantaloni come i loro colleghi maschi.

Alle donne della Reale polizia equestre canadese è stato permesso indossare completi con pantaloni solo nel 2012. Nel 2017, il codice d’abbigliamento del Congresso degli Usa ancora bandiva alle donne – membri del personale e visitatrici, come le giornaliste – l’uso di magliette senza maniche. Una giornalista fu persino allontanata da un locale all’esterno della Camera perché il suo abito, che le lasciava le braccia scoperte, fu giudicato “inappropriato”.

Il femminismo ha ottenuto notevoli risultati e, oggi, ciò che le donne indossano al lavoro è vario quanto i compiti che le donne svolgono. Nel 2010, banca svizzera UBS si trovò al centro di uno scandalo quando girò voce delle 44 pagine del suo codice d’abbigliamento, colmo di linee guida su come applicarsi il trucco, sul mantenere ben curate le unghie dei piedi per evitare di stracciare le calze fine, sull’evitare scarpe strette che potrebbero causare alle donne l’avere “sorrisi tirati” e sull’indossare biancheria intima del colore della pelle, così che gli indumenti intimi restino discreti e e non diventino “spettacolo”.

Sebbene la maggior parte dei datori di lavoro abbia codici di abbigliamento anche per gli uomini, che richiedono loro di indossare completi e cravatte, tagliarsi bene capelli e barba e così via, questi codici simboleggiano un concetto di professionalità, piuttosto che le aspettative culturali sulla mascolinità. Come per molte altre cose, le regole sono diverse per le donne. Vestirsi da donna è vestirsi in modi prescritti che esaltano un rigoroso marchio di femminilità e ristorano lo sguardo maschile. Vestirsi da donna suggerisce che le donne sono meri elementi decorativi del posto di lavoro. Vestirsi da donna è ignorare che le donne hanno nozioni indipendenti e differenti sul modo in cui vogliono presentarsi al mondo.

Io non sono mai stata brava a vestirmi da donna. Ho smesso di indossare abiti quando avevo 12 anni. Sono alta un metro e novanta, perciò se dovessi mettere i tacchi troneggerei sulle altre persone più di quanto già faccio. Uso cosmetici solo se proprio devo perché, per qualche ragione, non ho mai davvero imparato a farlo. E, da quando avevo 19 anni, ho cominciato a farmi fare tatuaggi sulle braccia in basso e in alto, il che è non è proprio il segno della femminilità tradizionale.

Durante i miei vent’anni ho avuto una serie di impieghi occasionali e quel che indossavo per lavorare è spaziato dai pigiami (quando lavoravo da casa) ai jeans con maglietta nera (quando ho lavorato come barista).

Verso la fine dei miei vent’anni sono entrata nei luoghi di lavoro tradizionali e ho indossato camicie a maniche lunghe e abiti che speravo trasmettessero la mia competenza e professionalità. E, sempre, mi sono sentita fuori posto perché non ero vestita – e non volevo vestirmi – come una donna nel senso che ci aspettava da me.

Alla scuola di specializzazione ho dato per scontato che, quando divenni insegnante, avrei dovuto indossare completi per lavorare, che dovevo avere l’aspetto di una laureata, di qualcuno qualificato a gestire una classe. Ho presto compreso che non c’era un aspetto standard per questo ruolo. Avevo colleghi che insegnavano con magliette sporche e jeans macchiati di pittura. Erano, come vi sarete aspettati, uomini che sapevano come la loro autorità non sarebbe stata messa in discussione comunque si vestissero. Le mie colleghe femmine, per la maggior parte più giovani e più minute, indossavano sempre bluse eleganti e giacche, perché sapevano che la loro autorità sarebbe stata messa in discussione in virtù del loro genere, della loro statura e delle loro scelte di abbigliamento.

Come donna alta, di costituzione imponente e sulla quarantina, generalmente insegno in jeans e camicie a maniche lunghe, a volte in magliette che non valgono il loro prezzo. Io indosso abiti che mi permettono di sentirmi a mio agio e sicura di me. Questo è il modo in cui scelgo di vestirmi come una donna.

Sono sempre stata consapevole che la libertà di indossare in maggioranza quel che voglio è stata influenzata, in larga parte, dalle donne che hanno lavorato prima di me – donne che attraverso la Storia si sono rifiutate di permettere che le loro ambizioni fossero limitate da idee ristrette su cosa significhi vestirsi da donna. L’abbigliamento si è trasformato mentre si trasformavano i ruoli delle donne nella società contemporanea.

A volte, vestirsi da donna significa indossare un completo giacca-pantaloni; altre volte, significa indossare una muta subacquea, o una tuta da lavoro, o un camice da laboratorio o un’uniforme di polizia. Vestirsi da donna significa indossare qualsiasi cosa una donna giudichi appropriata e necessaria per fare il proprio lavoro.

Read Full Post »

dirk bikkemberg men

Le immagini sparse in questo pezzo ritraggono capi di abbigliamento maschile “di moda”: sono tutti indumenti di marche famose. Si va dalla cascata di fiori al rosa pastello e al fucsia carico – e se fate una ricerca su internet troverete altre centinaia e centinaia di esempi simili.

Ogni “brand” sul mercato ha lo scopo principale di fare soldi: se putacaso indulge in cospirazioni e manovre poco pulite di qualche tipo, esse riguardano per lo più come sfruttare meglio i lavoratori, come acquisire materiali sottocosto e come aprire conti bancari protetti in isole tropicali.

lyst

Dell’identità di genere dei propri clienti non può fregare di meno a ogni singola azienda e sarebbe comunque del tutto assurdo che si consorziassero per “confonderla” e spostare le preferenze di costoro verso abiti da donna, perdendoli nel processo: inoltre, non vi è alcuno studio / ricerca con peso scientifico a suggerire che indossando pantaloni fucsia un maschio automaticamente non sappia più di essere maschio… ma questo è ciò che dopo anni di propaganda sull’ideologia gender alimentata da un gruppo di odiatori ignoranti (fra cui preti e politici) e tenuta sotto i riflettori dai media senza alcuna attitudine critica è stato digerito a livello popolare.

joe & jo

Repubblica, 15 dicembre u.s.: “I fatti (…) risalgono al 7 dicembre. Uno dei piccoli allievi dell’asilo (…) sporca in serie, uno dopo l’altro i cambi che la mamma gli ha messo nell’armadietto e le maestre, per non lasciarlo bagnato e sporco, usano gli abiti di riserva che tengono in un armadietto di emergenza. Gli unici che gli vanno bene sono un paio di pantaloni fucsia, ma un colore vale l’altro purché sia pulito. Ed è così che lo riconsegnano a chi lo viene a prendere a fine giornata.

Passa il fine settimana e lunedì mattina la mamma si presenta in classe e consegna alle maestre una lettera: “Vi ringrazio per i pantaloni rosa e le mutandine che avete imprestato al bambino, dopo aver esaurito la scorta. Però le norme sociali non le abbiamo fatte noi. Lo preferivamo pisciato (sic), che sappiamo asciuga, a vestito da femmina e con le idee sull’identità di genere in conflitto”. “

Dunque, questa madre (e questo padre, probabilmente, dato il plurale dell’ultima frase) preferisce un figlio in condizioni di disagio e persino vergogna, a rischio di prendersi un’infreddatura o peggio, esposto al dileggio di eventuali coetanei bulletti, a un indumento color fucsia – perché esso equivale a vestirsi “da femmina”: signora, non gli hanno messo un tutù da ballerina, gli hanno messo dei pantaloni. E’ vero che il “pisciato” si asciuga (speriamo che in futuro la signora non dia ripetizioni di italiano a suo figlio), ma ci mette del tempo e intanto chi è “pisciato” comincia ad avere un odore non proprio gradevole e sta veramente male.

Ma sembra che a costei del benessere del bambino non importi granché, la cosa fondamentale è ricordare alle insegnanti che “le norme sociali non le abbiamo fatte noi”. Forse la signora pensa che discendano direttamente dal cielo o stiano scritte in qualche libro sacro e immutabile, ma si sbaglia: le norme sociali le facciamo proprio noi esseri umani, costituenti di quella stessa società che normiamo… in mille modi diversi a seconda delle epoche storiche, delle credenze vigenti, dell’influenza di religione – economia – politica eccetera eccetera. Di fatto, sul piano storico, le cambiamo di continuo. Noi, ripeto, noi. E mano a mano che vediamo le conseguenze di norme sociali violente, escludenti, discriminanti, false come una moneta di latta, abbiamo la possibilità – e io credo il dovere morale – di lavorare per cambiarle affinché causino meno dolore.

Original Penguin Swim Shorts

La vulgata rosa/femminucce e azzurro/maschietti, inoltre, non è una “norma sociale”, così come non lo sono Babbo Natale e la Fatina dei Denti. E’ una consuetudine obsoleta e sciocca, che non ha la minima ricaduta sull’identità di genere di donne e uomini. So che la signora non crederà a me, sono una diabolica femminista dopotutto, ma alle icone di stile della moda darà credito, no? Guardi tutta questa roba fucsia e abbia la cortesia di riflettere prima di sostenere che chiunque l’abbia creata o la indossi è o è diventato “finocchio”.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

idris elba

Avrete probabilmente riconosciuto il signore in immagine: è l’attore – produttore – musicista – dj Idris Elba (Idrissa Akuna Elba, nato nel 1972) e credo dovremmo chiamarlo “sir” con il massimo rispetto non solo perché membro dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico (è la stessa onorificenza che ricevettero i Beatles, per capirci) ma per come ha risposto al Sunday Times che lo ha intervistato nei giorni scorsi.

L’articolista gli ha chiesto se trova “difficile essere un uomo in quel di Hollywood alla luce del movimento #MeToo”. E’ una domanda cretina e sessista a cui dozzine di attori / produttori hanno replicato con altrettante sciocchezze del tipo “ah, non avvicinerò più una donna” ecc. – seeeh, come gli credo.

L’indimenticabile protagonista di “Luther” (la prossima stagione di questa serie televisiva dovrebbe andare in onda all’inizio del prossimo anno) ha invece detto semplicemente: “E’ difficile solo se sei un uomo che ha qualcosa da nascondere.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(brano tratto da: “Prostitution is not work: The crib sheet”, di Samantha Berg per Feminist Current, 17 dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dieci concise spiegazioni su come la prostituzione sia più affine allo sfruttamento che al lavoro.

1) Nessun titolo professionale è gettato minacciosamente in faccia a donne e ragazze, in tutto il mondo, allo stesso modo in cui “puttana” e i suoi molti sinonimi in molte lingue sono usati per commettere abuso verbale.

2) La prostituzione è spesso paragonata al lavorare in miniera. I danni ai minatori sono incidenti che l’equipaggiamento di sicurezza mira a ridurre; i danni alle donne prostituite sono inflitti loro intenzionalmente. La pornografia comunemente ritrae il fare del male alle donne come un attraente scopo per i consumatori.

3) La prostituzione è spesso paragonata ai lavori sottopagati nei fast food. Gli impiegati di questi ultimi non necessitano di servizi specializzati per aiutarli a mollare il lavoro nel modo in cui le sopravvissute hanno bisogno di protezione dai magnaccia. Quando le donne prostituite scappano sono sovente nella stessa situazione delle vittime di violenza domestica, cioè fuggono dal danno imminente con i soli vestiti addosso e la paura di essere di nuovo catturate in mente.

4) La prostituzione è spesso paragonata al pulire cessi. Essere costretti dalla necessità economica a pulire toilette ogni giorno può essere decisamente spiacevole, ma non è stupro e non lascia alle persone sindrome da stress post-traumatico, malattie sessualmente trasmissibili o gravidanze indesiderate. Chiunque abbia pulito un bagno e fatto sesso è in grado di spiegare le enormi differenze fra le due attività.

5) La prostituzione non è un lavoro di servizio, è sfruttamento del corpo. Il sesso, la razza, l’età di chi fornisce servizi legittimi non hanno importanza per cassieri, idraulici, contabili, guidatori di taxi, ecc., allo stesso modo in cui hanno invece importanza per gli uomini che usano prostitute, i quali non accetteranno servizi sessuali dal corpo di un uomo quando vogliono il corpo di una donna, o dal corpo di una donna anziana quando vogliono il corpo di una ragazza giovane.

6) Non esiste occupazione lavorativa che possa essere svolta mentre il lavoratore è privo di sensi. Le prostitute sono spesso drogate, svengono per dolori insopportabili o vengono loro inflitti traumi cranici prima o durante l’assalto sessuale.

7) La prostituzione non è una professione di intrattenimento sui media come il fare le modelle o recitare. Le attrici fingono di fare sesso, le donne prostituite non stanno fingendo di fare sesso e i danni ai loro corpi e alle loro menti sono la prova dello sfruttamento, non un’occupazione. Non c’è gruppo organizzato di trafficanti che forzi ragazze adolescenti a rappresentare Shakespeare per lo svago degli uomini.

8) Le condizione di base per la sicurezza sono impossibili da conciliare con la prostituzione. Le leggi sull’esposizione durante il lavoro (“ragionevolmente prevista per pelle, occhi, membrane mucose o tramite contatto parenterale con sangue o altri materiali potenzialmente infetti”) prevedono guanti di lattice, occhiali protettivi, mascherine per il volto e grembiuli per proteggere i lavoratori. La prostituzione non potrà mai rispettare i parametri dell’OSHA (ndt.: Occupational Safety and Health Administration, agenzia del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti con lo scopo di garantire la sicurezza sul lavoro).

9) La sindacalizzazione non è possibile. Magnaccia e pornografi chiamano se stessi “sex workers” perché sono impiegati nell’industria del sesso mentre fanno pressione per la deregolamentazione e le eccezioni alle leggi sulla sicurezza dei lavoratori. Non si può negoziare una via d’uscita dallo stupro quando il lavoro è sopportare sesso non voluto.

10) “Ti dò dieci dollari se lasci che ti tiri un pugno in faccia” non è un’offerta di lavoro per liberi professionisti ne’ lo sono le istigazioni alla prostituzione. Gli uomini che richiedono prostituzione nei luoghi pubblici non stanno magnanimamente offrendo impieghi alle donne: nessuno avvicina estranei per strada con offerte di impieghi remunerativi.

Read Full Post »

Malala Yousafzai, Premio Nobel per la Pace, attivista pakistana per l’istruzione e l’eguaglianza di genere, sopravvissuta alla pallottola sparatale in testa da un talebano, ha oggi 21 anni e studia filosofia e economia a Oxford.

malala australia

Il 10 e 11 dicembre 2018 era in Australia (dopo essere passata da Canada, Libano e Brasile) per parlare agli/alle studenti di Sydney e Melbourne, incoraggiandoli a usare i loro studi come mezzo per trovare e seguire le loro passioni e abilità. Ha ringraziato una volta di più suo padre per aver rigettato il bando imposto dai talebani sull’istruzione femminile e per averla sempre incoraggiata a usare la propria voce; ha ringraziato il movimento #MeToo per aver sollevato le questioni relative al sessismo nei paesi occidentali: “In occidente la faccenda non era mai stata menzionata prima in tale modo. Spero che renderà le persone consapevoli che si tratta di un’istanza globale e metterà in luce la discriminazione che le donne affrontano. La minor rappresentanza politica (delle donne) e le diseguaglianze sono globali.”

E ha detto anche: “Io prendo posizione per i 130 milioni di bambine che non hanno istruzione perché sono stata una di loro. E’ l’istruzione che permette alle bambine di fuggire dalla trappola della povertà e di guadagnare indipendenza e uguaglianza.

Ho cominciato a farmi sentire quando avevo 11 anni. Voi potete cambiare il mondo, quali che siano la vostra età, il vostro retroscena, la vostra religione. Credete in voi stessi e potete cambiare il mondo.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Ho capito. Il giornalismo italiano non ha compreso in passato, non comprende al presente e non comprenderà in futuro la formazione a: genere e violenza di genere, femicidi / femminicidi, violenza domestica, sessismo. Gli articoli che al 9 dicembre trattano dell’assassinio a colpi di pistola di Vincenza Palumbo e dei suoi due bambini di 6 e 4 anni, da parte del marito che si è poi suicidato con la stessa arma, lo confermano. Ma scusatemi: almeno la logica elementare potrebbe entrare in cronaca? Esempio preclaro da La Repubblica:

Titolo – “Catania, tragedia della follia: uccide la moglie e i due figli piccoli, poi si spara” – E’ impazzito, ha ammazzato moglie e figli e si è ammazzato, giusto? L’occhiello informa che nella casa sono stati “trovati farmaci antidepressivi”.

Ecco, pensa chi legge, era depresso, la depressione è diventata raptus ed è finita così: però dovrebbe leggere l’articolo per intero per venire a conoscenza del fatto che non si sa ancora a chi appartenessero i farmaci, essere medico o fare ricerche per sapere che depressione e raptus non sono in rapporto diretto di causa/effetto e essere, come l’articolista, un “paragnosta figlio di paragnosta” per essere sicuro che la vicenda sia una “tragedia della follia”: allo stato attuale delle indagini non è possibile dirlo.

Incipit dell’articolo, sottolineature mie – “Tragedia della follia a Paternò, grosso centro in provincia di Catania. Un consulente finanziario di 34 anni, Gianfranco Fallica, in preda a un raptus innescato sembra dalla gelosia o dalle difficoltà economiche, ha sterminato la famiglia e si è ucciso.”

Ripeto, che l’individuo fosse folle non è stato diagnosticato da nessuno. Però l’unica cosa presentata per certa è il “raptus”: che lo scatenino la gelosia, le difficoltà finanziarie, la multa per alta velocità, la visita della guardia di finanza in ufficio o una pernacchia vagante non ha importanza, anzi, ai fini del risultato è equivalente. Capite, se un uomo è depresso per qualsiasi motivo, qualsiasi motivo ulteriore di stress lo condurrà all’omicidio di moglie e figliolanza. Una prece.

Paragrafo di “approfondimento” (le virgolette sono obbligatorie, visto il testo) dal titolo ‘Lo strazio dei parenti’ –

” “Maledetto maledetto. Cosa gli hai fatto…”. Una voce di donna squarcia il silenzio di via Libertà: è quella della mamma di Vincenza Cinzia Palumbo.” Questa è l’unica menzione dei parenti della moglie uccisa, per la precisione di una sola parente, la madre, ridotta al ruolo di prefica ululante. In mezza riga, all’inizio, è stato attestato che quella stessa moglie era casalinga e occasionalmente aiutante nel ristorante della famiglia d’origine. Ed è tutto, su di lei, TUTTO. Un’altra vittima predestinata, perché donna, e quindi identica alle cento e mille venute prima di lei, qualcuno su cui non c’è niente da dire. La sua morte è persino noiosa, visto come si ripetono a oltranza decessi simili, non vorrete mica che un giornalista si interessi a quella che era la sua vita?

Per l’assassino/suicida invece, parte il lungo pistolotto della “testimonianza” del cugino, con reminiscenze dell’infanzia e lacrime sul ciglio. In sequenza, siamo informati che Gianfranco Fallica era:

un ragazzo d’oro,

un grande lavoratore,

molto legato alla famiglia,

– anzi, di più, tutto dedito alla famiglia,

una persona splendida,

un bravo ragazzo.

Inoltre il suo parente non ha mai avuto l’impressione che fosse geloso della moglie e non crede proprio che fosse depresso.

Ne consegue che, come anche il sindaco di Paternò – ove il fatto è accaduto – ripete, si tratta di “una tragedia inspiegabile”. Pensoso, nel finale, sempre il sindaco si chiede “cosa scatta nella mente per compiere un gesto del genere”.

Il fatto è che da decenni attiviste, ricercatrici, femministe, autorità accademiche di sesso femminile (e non) continuano a spiegare non solo perché succede, ma cosa si potrebbe fare per evitare che succeda. Purtroppo, l’azione di contrasto alla violenza comporta per gli uomini individualmente e per la società nel suo complesso l’assumersi responsabilità. E questo non può essere preso in considerazione in assoluto, è roba da “odiatrici di uomini” e “femminaziste” e maledette puttane linguacciute. Così, mentre loro si lambiccano sulle tragedie inspiegabili e lamentano i raptus, noi continuiamo a morire e a morire e a morire.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: