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Posts Tagged ‘sessismo’

renee

Nel dicembre 2015 la signora Renee Rabinowitz (in immagine – particolare di una foto di Uriel Sinai per il NYT), ora 83enne, era su un aereo della compagnia israeliana El Al diretto da Tel Aviv a Newark in New Jersey. A Renee era stato assegnato il sedile che dava sul corridoio. Il passeggero che doveva occupare il posto del finestrino accanto a lei, in quel corridoio si fermò indignato: lui, ebreo ortodosso, non poteva sedere accanto a una donna, perbacco. La hostess chiese a Renee di spostarsi e sebbene riluttante, lei lo fece. Una volta tornata in Israele, però, denunciò immediatamente la compagnia aerea per discriminazione sessista.

In questi giorni, il tribunale le ha dato ragione e ha ordinato a El Al di smettere di far spostare le donne per appagare le preferenze degli uomini. Dovete sapere che il fenomeno non è affatto circoscritto, in Israele, e che sempre più maschi “devoti” piantano grane negli spazi pubblici affinché le donne siano allontanate da loro. Perciò, la sentenza che Renee ha ottenuto va ben al di là di una vittoria personale.

Questa donna, sfuggita alla persecuzione nazista da bambina, ha dichiarato alla stampa che è “euforica” per la decisione del tribunale perché “la giudice ha capito che non era una questione di denaro; alla fine la compagnia aerea mi ha risarcito con un piccola somma. La giudice ha capito che si trattava di cambiare le politiche di El Al, ciò che è stato ordinato loro di fare.”

Renee, che vive in una casa di riposo a Gerusalemme, ha detto che sta pensando di tornare negli Stati Uniti il prossimo inverno, ma non ha ancora deciso su che aereo salire: “Non avrei problemi a volare di nuovo con El Al. – ha detto – Ma sapete, dipende da chi mi fa il prezzo migliore.”

Maria G. Di Rienzo

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La notizia in sé – presente sulla stampa estera il 20 giugno u.s. – non ha niente di clamoroso o di speciale: si potrebbe riassumere come sessismo e aggressione sessuale normalizzati. Tuttavia, si presta a un minimo di riflessione.

Siamo a Brisbane, Eaton Hill Hotel, durante lo spettacolo finale del tour australiano del rapper YG (statunitense, 27enne, al secolo Keenon Daequan Ray Jackson). A un certo punto, lui e i suoi compari “musicisti” cominciano un coro diretto alle femmine presenti: “Mostrate loro (agli uomini) le tettine”.

YG prende di mira in special modo le ragazze che per vedere meglio lui e la sua band sono a cavalcioni sulle spalle di maschi. “Vedo che delle signore stanno su spalle altrui. Non sedete su quelle spalle se non mostrate loro le tette.”

Una lo fa. E il rapper le urla: ““Baby, baby, baby, sembra che tu abbia punture di zanzara, è meglio se tiri giù quel culo (e cioè che scendi, perché le tue tette non sono abbastanza “belle”).” Il lancio simbolico di merda sulla fan che ha obbedito alla richiesta è salutato con ululati di gioia e risate dal pubblico.

A questo punto, un membro del suo personale di scena lo avvisa che ci sono minori presenti fra il pubblico. “Oh cazzo, siete tutte minorenni. – si lamenta YG dal suo microfono – Non posso scopare con voi tutte.”

Immagino che dovremmo prenderla sul ridere, vero? Questo stronzo misogino dall’ego pompato e i suoi sodali stavano solo scherzando. L’audience ha semplicemente colto il loro finissimo umorismo, accordandosi a esso. Il fatto che una marea di uomini non riescano a divertirsi se non degradando l’altra metà del genere umano è qualcosa che sperimentiamo ogni singolo dannato giorno, ci basta accendere il computer o la televisione, ci basta sfogliare un giornale o prendere l’autobus o andare al cinema o andare al lavoro. Molte donne tentano di ballare a questa musica: vogliamo essere lasciate in pace, vogliamo non essere escluse, vogliamo rispondere al persistente comando sociale che ci impone di essere gradevoli, piacevoli, “belle” (scopabili) ecc. e siamo persino in grado di fare salti mortali di logica restando immerse nella melma di insulti in cui ci invischiano: E’ stata una libera scelta – Mi sono divertita – So stare allo scherzo – Non sono mica una di quelle noiose bacchettone femministe che non si depilano e odiano gli uomini!

Sì tesoro. Hai pianto unicamente quando eri sola. Ti sei guardata allo specchio e ti sei odiata per la centomillesima volta. Hai cercato su internet medicine, esercizi, diete, informazioni su interventi di chirurgia plastica per “migliorare”… perché quelle “tettine” non sono tue, sono del primo uomo che passa e giudica e un deficiente qualsiasi può chiederti dal palco di compiere la “libera scelta” di mostrargliele.

Glielo devi. Lo devi a tutti i maschi. Stai seduta sulle loro spalle non solo durante i concerti, sai. Sono loro che lavorano duro per mantenerti e proteggerti, pur sapendo che sei solo una zoccola e che prima o poi li tradirai e dovranno anche fare la fatica di rimetterti in riga.

Lo so, te l’hanno ripetuto sino allo sfinimento. Non c’è quasi nient’altro di diverso che tu possa sentire. Questo è il mondo in cui vivi. Ma, sorella, è sul serio il mondo in cui vuoi vivere? Maria G. Di Rienzo

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Credevo che Biancaneve avesse mangiato mele avvelenate a sufficienza, nella fiaba originale e nelle sue migliaia di riletture/riscritture, nei cinema e nei teatri eccetera. Mi sbagliavo. Mancava questa:

poster del menga

Il testo dice: “E se Biancaneve non fosse più bella e i sette nani fossero non così bassi?” Si tratta del poster promozionale per la parodia a cartoni animati dal titolo “Scarpette Rosse e i Sette Nani”. Il film è di produzione sudcoreana, definito dai suoi creatori “una commedia per famiglie” e narra la storia di “una principessa che non rientra nel mondo di celebrità delle principesse – e nemmeno nelle loro taglie”. Infatti, non riesce neppure a infilarsi le scarpette da bambolina Barbie ovviamente di 20 numeri più piccole: è una tragedia, altro che commedia!

Naturalmente la “bella” Biancaneve è quella a sinistra, il grissino con le gambe a stuzzicadenti allungate dalla bioingegneria o da un’altra magica macchinazione della Cattiva Regina – per renderle verosimili, la figura dovrebbe essere più alta di un terzo. Perciò la Biancaneve di destra è ancora una che potete incontrare per strada, ma Miss Sottiletta è come dev’essere: irraggiungibile per chiunque di noi sia umana.

L’attrice che dà voce alla protagonista di questa pacchianata, Chloë Grace Moretz, si è dissociata dalla campagna pubblicitaria e si è scusata perché “non aveva controllo su di essa”. Una valanga di proteste è venuta, oltre che da squisiti “nessuno” come me, da altri attori e personaggi pubblici, fra cui la modella Tess Hollyday (in immagine dopo questo paragrafo): “Come ha fatto una cosa del genere ad essere approvata da un’intera squadra di marketing? Perché dovrebbe andar bene dire ai bambini che essere grassi è uguale a essere brutti?”

tess

Dopo di che, si è scusata anche la produttrice Sujin Hwang e ha ritirato i poster. Ma ci ha tenuto a farci sapere che il film vuole “sfidare gli standard della bellezza fisica nella società enfatizzando – udite, udite! – la bellezza interiore.”

Una genialata MAI sentita prima. Infatti, dopo la visione della pellicola, ogni bambina o ragazzina bullizzata per il suo aspetto fisico uscirà dal coro di “cicciona” “grassona” “cesso” e “schifosa” che la circonda trillando: Sono bella dentro! Sono bella dentro!, cosa che avrà meno valore di un fico secco per i suoi tormentatori. E poi considererà di affamarsi – persino sino alla morte, di ferirsi o di buttarsi allegramente dal quarto piano: come tantissime fanno già senza aver visto la parodia di Biancaneve ma migliaia di annunci pubblicitari, sfilate di moda, sceneggiati e programmi tv, prodotti cinematografici che hanno ribadito loro quel che valgono se i loro corpi non rispondono agli standard di scopabilità vigenti – NIENTE.

Sveglia, Sujin, non esiste un dentro-fuori tagliabile con l’accetta nelle persone. Il nostro corpo è una spugna imbevuta di sensazioni, di emozioni, di desideri che non sono separabili da noi. Il nostro stato psichico influisce su quello fisico e viceversa. Il mio sangue irrora le mie mani che scrivono romanzi, non potrei farcela ne’ senza di esso ne’ senza la mia immaginazione. Chi io sono fuori e chi io sono dentro sono sempre io. Sempre abbondantemente splendida anche se recente 58enne, tra l’altro. Fottiti. Maria G. Di Rienzo

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So che a molti (e ad alcune) la cosa sembrerà davvero incredibile e inutile, ma il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si riunirà a Ginevra il 12 giugno prossimo per discutere di un argomento così classificato: “Donne d’Italia – violenza, stereotipi, diritti”.

Online c’è un documento in PowerPoint che funge da introduzione all’incontro. Dopo aver inquadrato storicamente per sommi tratti il ruolo ascritto alle donne italiane, citato i vari protocolli strafirmati da vari governi della nostra nazione (che poi però li hanno ripiegati a ventaglio e li hanno usati per farsi aria), ribadito che 1 – “In Europa le donne italiane hanno il più grosso carico di lavoro domestico. Le donne svedesi hanno il minore.”, 2 – “La percentuale di impiego femminile è ancora molto distante, in Italia, dalla media europea.” e 3 – “Gli uomini italiani sono quelli che dedicano meno tempo, fra gli uomini europei, al lavoro domestico e di cura.”, fornisce una lista di quelle che definisce “non scuse” per la violenza che però sono state fornite alle NU durante le ricerche come tali:

NON SONO SCUSE PER L’ALTO LIVELLO DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE IN ITALIA

* Non le tradizioni familiari storiche o i ruoli di donne e uomini

* Non la BELLA FIGURA (in italiano e maiuscolo nel testo, ndt.) – Mantenere le faccende familiari private, inclusa la violenza

* Non il patriarcato come costrutto sociale

* Non l’usare la frequente dipendenza economica della donne come ragione per normalizzare la violenza diretta contro le donne

* Non la recessione e l’austerità

* Non il dire che la violenza in famiglia è più una questione dei poveri e dei meno istruiti

* Non i gravi danni subiti dall’Italia durante la II guerra mondiale (questa mi mancava, ndt.)

* Non le pressioni religiose sui valori tradizionali della famiglia e sulla maternità come scopo supremo

* Non l’usare la Storia dell’Arte in Italia come fissazione sulla bellezza

* Non l’accettare le rappresentazioni delle donne sui media come stereotipi sessualizzati

modelli tv italiana

(Et voilà! Quest’immagine sta nella presentazione con il titolo MODELLI PERVASIVI NELLA TELEVISIONE ITALIANA. Ok? Non mi sono svegliata male io stamattina, lo vedono anche all’estero. Sì, ce ne sono anche altre di immagini, ad esempio con la didascalia “Vogue eroticizza la violenza sulle donne”, ma mi disturbano in maggior grado di quella qui sopra e non le riporto.)

* Non le questioni della disoccupazione e della percezione del maschio come provveditore

* Non la resistenza al femminismo (ben sicura sarà la dura sorte di questo blog femminista e traditor… scusate, mi è sfuggita, ndt.)

* Non il fatto reale che quando l’Italia è passata all’euro i prezzi si sono alzati ma gli stipendi no

* Non il fatto che molti giovani adulti e coppie ancora vivono con i genitori

* Non l’attribuire la violenza contro le donne alla questione dell’immigrazione

* Non l’assenza di azione politica per creare e implementare leggi contro la violenza diretta alle donne

* Non il non fornire servizi sociali che diano sostegno all’eguaglianza delle donne, alla cura dei bambini e permettano alle donne di avere di più

Inoltre: Non serve invocare la pena di morte, c’è bisogno di più forza per contrastare i femicidi.

Maria G. Di Rienzo

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mindy

“Mi si chiede sempre: “Da dove prendi la fiducia in te stessa?” Penso gli individui siano benintenzionati (nel porre la domanda) ma è davvero insultante. Perché ciò che significa per me è: “Tu, Mindy Kaling, hai tutti i segni convenzionali di una persona assai marginalizzata. Non sei pelle e ossa, non sei bianca, sei una donna. Perché diavolo dovresti sentirti come se valessi qualcosa?”

Mindy Kaling, attrice comica e scrittrice nata nel 1979 – trad. Maria G. Di Rienzo.

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(“Dear scientist, my lesbianism has nothing to do with men”, di Roxy Bourdillon per Diva, 26 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

lesbian love di zuleiny duque

E’ un enigma che ha sconcertato le nostre più grandi menti scientifiche per secoli. Perché le lesbiche fanno le lesbiche? Quale uomo stiamo tentando di impressionare con il nostro altrimenti inesplicabile comportamento lesbico? E naturalmente, c’è il più urgente mistero della scienza moderna: cosa ne pensano gli uomini di questo lesbismo rampante?

Un coraggioso accademico ha deciso di andare al fondo di tale follia lesbica che è la moda del momento. Nel suo nuovo studio, il ricercatore cipriota Menelaos Apostolou suggerisce che il lesbismo si sia evoluto perché è attraente per gli uomini.

Cos’è quest’odore? Oh sì, cacca patriarcale. Menelaos, io penso tu abbia mancato il punto fondamentale dell’essere una lesbica. Non si tratta di eccitare i ragazzi, si tratta di eccitare le ragazze.

Lascia che te lo dica in termini normali, normale ragazzo. Gli uomini hanno la stessa importanza, nella mia relazione lesbica, che il tuo studio ha per la ricerca scientifica. E perché Menelaos deve mettere i maschi al centro di ogni cosa? (Ha problemi con la mamma o è perché il suo pseudonimo è “Uomini”?) Se una lesbica cade nei boschi e un uomo non è là per prenderla al volo, è ancora una lesbica? La risposta corretta è un clamoroso sì, una lesbica con le ginocchia sbucciate magari, ma comunque una saffica sorella.

Nello studio del signor Uomini, costui omette di parlare con una donna omosessuale qualsiasi. Invece, ha deciso che la miglior gente con cui parlare sono le coppie eterosessuali. Giusto. Uno studio sulle ragioni per cui esistono donne gay ha consultato solo persone etero. Ciò mi ricorda che dovrei semplicemente tornare alla mia indagine sui rituali d’accoppiamento delle anatre selvatiche – naturalmente intervisterò al proposito i babbuini.

Quel che principalmente resta nella mia strozza gay è il persistente desiderio che alcuni uomini hanno di inserirsi nella nostra sessualità diretta al nostro stesso sesso. Menelaos mi rammenta uno di quei tipi sgradevoli i cui occhi si accendono come una slot-machine quando capiscono che la tua amica è in realtà la tua metà. Ho detto metà? Scusatemi, ovviamente intendevo “un terzo”, perché sino a che un grosso uomo sudato non arriva bestemmiando nelle nostre vite siamo incomplete. Per lo più ce ne stiamo sedute a pettinarci reciprocamente i capelli, desiderando ardentemente il giorno in cui un cavaliere rivestito di scintillante misoginia proporrà in modo disinteressato una cosa a tre.

Per qualsiasi uomo abbia avuto la fantasia di una cosa a tre con una coppia lesbica ecco un piccolo indizio di come andrebbe nella vita reale: ti sentiresti incredibilmente a disagio mentre io ti istruisco sul femminismo intersezionale – completamente vestita – e la mia ragazza dichiara di voler cominciare il suo proprio studio sugli effetti scientifici del colpire il tuo inguine con una chiave inglese.

Sul serio, non c’erano altre cose che il tipo poteva studiare? Perché è così fissato sulle lesbiche, tanto per cominciare? Il suo cuore è stato spezzato da un’ex fidanzata che lo ha mollato prima di uscire allo scoperto come lesbica scatenata? Guarda, posso simpatizzare. Io sono stata quella lesbica scatenata. Ma sfogati piangendo e poi muoviti in avanti. Smetti di cercare di provare che è scappata con un’altra donna solo perché voleva eccitare te.

Concedo questo a Menelaos: ha detto una cosa parzialmente sensata quando ha ammesso con “Pink News” che vi è necessità di ulteriore ricerca. Ecco un’idea per lui – magari questa volta fai la ricerca sul lesbismo intervistando le lesbiche.

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non la sopportano

Vi ricordate la “Ragazza Impavida”, vero? Fu posta davanti al toro di Wall Street l’8 marzo scorso con permesso temporaneo, esteso a undici mesi dietro richiesta di alcuni gruppi di donne.

Sembra che molti uomini non riescano proprio a sopportare la cosa: nemmeno un piccolo spazio, nemmeno un periodo di tempo limitato, devono essere dedicati a celebrare il coraggio nelle donne.

Così c’è chi mima il suo stupro o chi, come lo scultore Alex Gardega (è il tizio con la maglietta blu a strisce, sulla destra) le mette accanto un cane che le piscia sulla gamba. Naturalmente, non avevamo mai sentito parlare di costui prima, ma ora è una celebrità – come l’autore del toro Arturo Di Modica, che ha querelato la finanziaria State Street Global Advisors, committente della statua della ragazzina, per “violazione di copyright”. (Prego?)

Gardega ha spiegato che intende con il suo cagnetto malfatto “degradare” la statua, perché essa “non è rispettosa dell’integrità del toro”. E prima che qualcuno gli dica quanto idiota e pericoloso è tutto ciò si premura di farci sapere che lui è “pro-femminismo”. Suggerire infatti il “degrado” di ogni femmina che osi sfidare la violenza, ergersi sulle proprie gambe, avere fiducia in se stessa è cosa per cui noi femministe dobbiamo proprio lodarlo.

E’ bene che nessuno si ponga domande sulla legittimità della violenza, soprattutto di genere, perché è sulla violenza che il dominio maschile si fonda, per cui anche tutte le donne e bambine “degradate” quotidianamente, in uno schema globale che tocca ogni aspetto delle loro vite, smettano di lottare e riconoscano il giusto rispetto “all’integrità” di chi le usa come materiale masturbatorio, sfogo per il proprio sadismo e attrezzo riproduttivo. E ringrazino, non si sa mai.

Tra l’altro, chi ha scolpito la “Ragazza Impavida” è Kristen Visbal, un’artista di origine uruguayana: una donna. Cioè, capite, scolpisce senza essere accessoriata di pendolo e palline. Di Modica e Gardena devono trovare il fatto davvero irrispettoso. Sono così sensibili!

Maria G. Di Rienzo

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