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Posts Tagged ‘sessismo’

25 gennaio u.s, La Stampa:

“Una valanga di critiche, uno tsunami impossibile da placare. Accuse di sessismo e addirittura di incitamento al femminicidio. Urla social, petizioni, grida di censura. Una sorta di isteria collettiva che è andata decisamente oltre. Dopo giorni e giorni di polemiche, finalmente, arriva la risposta di Junior Cally, che pubblica una serie di storie su Instagram. Messaggi scritti su uno sfondo nero. Poche parole, ma precise.”

Sembra la dichiarazione di un fan club, ma è in effetti quel che pubblica un quotidiano a tiratura nazionale, deciso a rimettere al loro posto “politici, opinionisti, femministe, tuttologi del web (e non solo)” ovviamente ignoranti di cosa sia il rap e presi da insopportabile “isteria collettiva” – manco fossimo a Salem nel 1692.

Finalmente, LUI, SUA ALTEZZA (“Il Principe – Meglio essere temuto che amato”, titolo del suo parto letterario) con poche e precise parole chiude autorevolmente ogni polemica:

1. – “Quello che accade è che moltissime persone si sono sentite offese da alcuni testi da me composti in passato e dalle immagini che li hanno accompagnati. Ho provato a spiegare che era un altro periodo della mia vita e che il rap ha un linguaggio descrittivo nel bene e nel male e rappresenta la cruda realtà come fosse un film.”

Cioè “voglio la botte piena e la moglie ubriaca”, perché delle due l’una: o le parole e le immagini contestate sono meramente il linguaggio del rap che descrive la “cruda realtà” e devono essere accettate per tali, o sono il frutto di un periodo anteriore da cui il loro autore si dissocia. Inoltre: gli strumenti artistici non definiscono la direzione del contenuto di un’opera. Un film può raccontare il medesimo episodio guardandolo da diversissimi punti di vista (politico, sociale, personale, ecc.) e fornendo su di esso le più disparate opinioni. Persino la scelta delle angolature di ripresa può suggerire glorificazione o condanna e persino un documentario non può essere totalmente neutro.

A dire cos’è il rap non è il contenuto, ma la forma: parlato ritmico e rime, la cui struttura metrica è enfatizzata, che si accordano al battito della musica di accompagnamento. Ovviamente ha una storia, se ne possono tracciare origini africane abbastanza antiche, e per un certo periodo (anni ’80/’90, ora meno) ha rivestito un’importanza particolare per la comunità marginalizzata afroamericana – soprattutto per gli uomini di detta comunità – e questo ha fatto sì che determinati contenuti fossero ripetuti e prevalenti.

Ciò detto, di rapper donne ce n’è una marea e di questa marea un’alta ondata è stata ed è femminista, dalla pioniera MC Lyte a Yo-Yo (denuncia del sessismo nell’ambiente musicale), da Ana Tijoux

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/06/03/antipatriarca/

a Malka Red (inni per locali gay, pezzi sull’empowerment femminile, satira dei ruoli di genere), eccetera. La “cruda realtà” queste donne la raccontano con lo stesso tipo di musica, ma con risultati assai differenti, il che azzera l’argomentazione del Principe.

2. – “Trovo insopportabile la sola idea della violenza contro le donne, in ogni sua forma. Mia mamma Flora è la persona più importante della mia vita e da qualche mese c’è Valentina al mio fianco: siamo complici, amici, ci amiamo e ci rispettiamo. Questa è la mia vita e questo spero sarà il mio Sanremo.”

Amadeus ha subito apprezzato: non aveva dubbi sul pensiero del rapper, ha detto, e si capisce perché è in pratica il pensiero suo ringiovanito di un trentennio. A “provare” che tu rigetti la violenza di genere, quando hai meno di trent’anni, è il fatto che ami la tua mamma e la tua compagna; quando vai per i 58 a testimoniare per te sono mamma, moglie e figlia. L’idea è talmente peregrina che avrei voglia di compilare una lista di assassini / stupratori / picchiatori che hanno detto le stesse cose, ma penso che i compiti l’autrice sdraiata a tappeto dell’articolo sunnominato debba farli da sola. Mi limito a girarle le “poche e precise parole” della senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio: “Dal rapper Junior Cally sono arrivate parole di circostanza, del tutto insufficienti. Da Sanremo, dopo ciò che è accaduto a partire dalla indimenticabile conferenza stampa di presentazione, serve una risposta chiara e coraggiosa. Dai vertici Rai, azienda di servizio pubblico, così come da Amadeus, che ha detto di apprezzare la nota del rapper, servono gesti concreti. Altrimenti verrà sdoganata l’idea che sulle donne e sulla violenza di genere si possa pensare o peggio dire qualunque cosa purché pronti subito dopo a dirsi dispiaciuti o a rivendicare licenze artistiche“.

Maria G. Di Rienzo

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Quasi sette milioni: è il numero delle donne italiane che hanno fatto esperienza di violenza fisica / sessuale inflitta loro da uno o più uomini. L’ampiezza del numero fa sì che è molto probabile per ciascuno di noi conoscerne qualcuna, anche senza sapere quel che le è accaduto.

La violenza di genere nasce e si sviluppa all’interno di un contesto sociale: la rappresentazione ipersessualizzata e degradata delle donne è uno degli elementi principali di tale contesto. Per essere messa in atto, la violenza ha bisogno di ridurre l’umanità di una persona a un singolo fattore (la cosiddetta “visione tunnel” o “visione da caccia”): nel caso delle donne, possiamo semplificare con un singolo termine plurivalente – troia. La “troia” può essere tale perché attiva sessualmente, perché la si ritiene colpevole di infedeltà o tradimento anche non sessuale, perché non ha osservato qualcuna delle regole imposte al suo genere dall’ambiente socio-culturale di riferimento o dagli uomini (compagni o parenti) con cui ha relazioni… o solo perché è femmina: sono tutte troie, a prescindere.

La classificazione, come si è detto, azzera ogni altra sua peculiarità: chi è, quel che fa, come si muove nel mondo, come si definisce, aspirazioni e speranze, pregi e difetti, storia personale. Ridurla a “troia” permette e legittima ogni tipo di violenza nei suoi confronti. Se vogliamo parlare di “mostrificazione” questo quadro la esemplifica e non è assolutamente paragonabile al criticare o rifiutare prodotti di intrattenimento, a chiedere rispetto negli spazi pubblici o a contestare una presenza televisiva.

In questi giorni ci hanno fatto sapere che il “cantante mascherato” al centro delle polemiche su Sanremo, il grande artista di “Gioia fa la troia”, è stato molto malato, da bambino era infelice e vedeva i fantasmi in ospedale: perciò, “non gridate al mostro senza prima conoscerlo”.

Ma conoscere la troia a costoro non interessa per niente. Cos’ha passato da bambina, quanto è stata infelice in passato o quanto lo è ora, se è stata molto malata o no, come le hanno tarpato le ali in famiglia, a scuola, sul lavoro (tutti ambiti in cui le statistiche sfavorevoli alle donne sono consistenti come macigni), quante volte è stata assalita, insultata, molestata, disprezzata.

La troia è un fantoccio intercambiabile, ben più senza volto e senza storia di chi l’ha resa tale – ed è ben vero che non si tratta solo del tizio in questione, come ci ricordano gli avvocati e le avvocate di cui sopra: “Ehi troia! Vieni in camera con la tua amica porca”, “(…) ‘ste puttane da backstage sono luride. Che simpaticone! Vogliono un c… che non ride, sono scorcia-troie”, eccetera. Il consiglio di costoro al proposito è: “Forse sarebbe meglio interrogarsi su una generazione lasciata sola nella pornografia, non solo dei corpi ma anche dei sentimenti.” E quando ci siamo interrogati che succede? Il fatto è che tutti i nostri tentativi di mettere in discussione quella pornografia, di corpi e sentimenti, gli stessi difensori del giovane “artista” (contesto che i parti suddetti, suoi e altrui, siano arte) li respingono continuamente come censura, come livore invidioso, come bigottismo, come vecchiume vetero-qualcosa, come attentato alla bellezza, e chi più ne ha più ne metta. E allora facciano un piacere, prima di dare consigli diano il buon esempio e si interroghino loro per primi.

Più che generazionale, tra l’altro, il problema sembra epocale (della nostra epoca). Questo qui sotto non è un rapper, anche se la scarsa conoscenza della lingua italiana è equiparabile: “A proposito mi vergogno di quel cantante che paragona Donne come troie, violentate, sequestrate, stuprate e usate come oggetti. Lo fai a casa tua, non in diretta sulla Rai e a nome della musica italiana”.

salvini ormea

Vedete, come sta ripetendo nella sua delirante campagna elettorale lui ha dei valori: “La mamma, il papà, la famiglia e il parmigiano”. E la denuncia delle troie che ne hanno di diversi.

Maria G. Di Rienzo

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“Non capiamo se la polemica sia di carattere musicale o politica” spiega in una nota il management di Junior Cally, “della sua partecipazione a Sanremo si ha notizia dal 31 dicembre e tutti i suoi testi sono disponibili sul web. (…) Raccontare la realtà attraverso la fiction è la grammatica del rap. E non solo del rap: la storia della musica ha tantissimi esempi di racconto del mondo attraverso immagini esplicite, esagerate e spesso allegoriche. (…) È evidente dunque che su questa polemica non solo Junior Cally e le sue rime, ma anche le donne e il sessismo non c’entrano nulla. Due sono le cose: o si accetta l’arte del rap, e probabilmente l’arte in generale, che deve essere libera di esprimersi, e si ride delle polemiche. Oppure si faccia del Festival di Sanremo un’ipocrita vetrina del buonismo, lontana dalla realtà e succursale del Parlamento italiano”.

Insomma, Antonio Signore – Junior Cally sarebbe l’ennesimo martire a cui si vuole impedire la libertà d’espressione, espressione tra l’altro di altissimo livello artistico e disponibile in rete – qualche esempio:

“Queste puttane con le Lelly Kelly non sanno che fottono con Junior Cally” (allegoria dell’augmented reality che raffigura donne-pokémon);

“Me la chiavo di brutto mentre legge Nietzsche” (critica filosofica dell’Übermensch);

“State buoni, a queste donne alzo minigonne” (conflitto cartesiano fra res cogitans e res extensa, raffigurato come assoluta libertà del maschio vs. passività meccanica della femmina);

“Questa non sa cosa dice. Porca troia, quanto cazzo chiacchiera? L’ho ammazzata, le ho strappato la borsa.” (pezzo gore-coatto che irride le ipocrite vetrine del buonismo sulla violenza di genere);

“Lo sai voglio fottere con la Canalis”, “Lo sai che fottiamo Greta Menchi”, “Ci scopiamo Giusy Ferreri” (spera spera, povero bimbominkia… la funzione erettile come tensione ideale verso l’assolutezza del desiderio);

“Lei si chiama Gioia, beve poi ingoia. Balla mezza nuda, dopo te la da. Si chiama Gioia, perché fa la troia, sì, per la gioia di mamma e papà.”: scusate ma qui, di fronte all’apoteosi, è difficile tradurre l’aulica grammatica del rap – in effetti, non si riesce a leggere queste frasi (ne’ quelle precedenti) senza ricevere in piena faccia un rigurgito di disprezzo e misoginia… però questa roba sarebbe arte che noi povere ignoranti non riusciamo a capire.

Immagino, quindi, che quando Antonio e i suoi manager entrano in un orinatoio pubblico e sono esposti a graffiti di straordinaria bellezza, del tipo “Marisa vacca fa i pompini telefona al nr. xxxx”, siano colti dalla Sindrome di Stendhal e svengano in loco.

Maria G. Di Rienzo

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Cate Blanchett presiederà la Giuria internazionale della prossima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

cate blanchett - truth

Il direttore artistico Alberto Barbera ha spiegato la scelta così: “Cate Blanchett non è soltanto un’icona del cinema contemporaneo, corteggiata dai più grandi registi dell’ultimo ventennio e adorata dagli spettatori di ogni tipo. Il suo impegno in ambito artistico, umanitario e a sostegno dell’ambiente, oltre che in difesa dell’emancipazione femminile in un’industria del cinema che deve ancora confrontarsi pienamente con i pregiudizi maschilisti, ne fanno una figura di riferimento per l’intera società. Il suo immenso talento d’attrice, unitamente a un’intelligenza unica e alla sincera passione per il cinema, sono le doti ideali per un presidente di giuria.”

Era difficile dare questa notizia con un titolo totalmente odioso, ma La Stampa del 16 gennaio u.s. c’è riuscita (complimenti!): “Bene la scelta di Cate Blanchett, speriamo senza fondamentalismi vetero femministi”.

L’anno scorso la presidente era la regista argentina Lucrecia Martel, nota per la critica che i suoi film pongono – tra l’altro – a concetti quali classe, razza, nazionalità, colonialismo e patriarcato. Non ricordo però titoli che presentassero la nomina al modo in cui è stata presentata quella di Blanchett oppure così: “Bene la scelta di Lucrecia Martel, speriamo senza fondamentalismi vetero comunisti – antirazzisti”.

L’edizione precedente aveva come presidente il regista messicano Guillermo del Toro: sapete, quello di “Hellboy”, “Il labirinto del fauno”, “La forma dell’acqua” ecc., cioè qualcuno che usa spesso la cornice della fantasy per esporre forme di autoritarismo e di resistenza alle stesse. Di nuovo, non ricordo titoli del tipo: “Bene la scelta di Guillermo del Toro, speriamo senza fondamentalismi anarchici o horror”.

Per cui, ho bisogno che La Stampa mi spieghi:

– cosa ritiene sia un “fondamentalismo vetero femminista”, perché il femminismo è un movimento politico di liberazione pro diritti umani e non una religione;

– se la “difesa dell’emancipazione femminile in un’industria del cinema che deve ancora confrontarsi pienamente con i pregiudizi maschilisti” è il reato di “fondamentalismo vetero femminista” di cui si sarebbe macchiata Cate Blanchett;

– se “l’impegno in ambito artistico, umanitario (il femminismo fa parte di questa seconda tipologia) e a sostegno dell’ambiente” rende le persone inadatte a rivestire ruoli in giurie artistiche o comunque un po’ sospette a priori;

– in caso di risposta positiva ai due punti precedenti, se può rendere noto in quale secolo vive il caporedattore o chiunque altro abbia il compito di scegliere i titoli e, se lo ritiene opportuno, informare il o la suddetto/a che il medioevo è finito;

– perché nel 2020 mi costringe ad avere la nausea leggendo i suoi articoli e a scrivere pezzi come questo.

Maria G. Di Rienzo

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Non sarebbe bello se, una volta ogni tanto, lo schema cambiasse? Se l’omofobo, il razzista, il misogino o sessista di turno, fosse indotto a riflettere dalle rimostranze che seguono le sue esternazioni e invece della solita manfrina – sono stato frainteso, ho un sacco di amici stranieri e gay e amo le donne, state creando polemiche per avere visibilità – dicesse solo, per esempio, “Va bene, vi ascolto, parliamone.”? Vedete bene che non gli sto chiedendo di scusarsi immediatamente e di cambiare di colpo atteggiamento: considerato quanto le sue attitudini sono avallate e rinforzate a livello sociale e persino politico una repentina sincera “conversione” è per forza di cose “più rara di un corvo bianco” (Giovenale). E a chi riveste ruoli pubblici, a chi vive di denaro pubblico, a chi è esposto sui media e quindi si rivolge a un gran numero di persone, non sto proponendo l’ascolto come cortesia perché lo ritengo un suo dovere.

“16 gennaio 2020: Sanremo, polemica sulle donne “molto belle” di Amadeus. – Con l’hashtag #boycottSanremo i social si scatenano contro Amadeus, il suo Sanremo e la conferenza stampa di due giorni fa in cui, presentando cinque delle dieci donne che saliranno sul palco dell’Ariston ha detto: “Ovviamente sono tutte molto belle“. Poi, riferito alla modella Francesca Sofia Novello: “(…) ero curioso… questa ragazza molto bella, ovviamente sapevamo essere la fidanzata di un grande Valentino Rossi, ma è stata scelta da me perché vedevo… intanto la bellezza, ma la capacità di stare vicino a un grande uomo stando un passo indietro malgrado la sua giovane età.”

Al sig. Amedeo Sebastiani, in arte Amadeus, diverse donne hanno spiegato diffusamente e con precisione cosa trovano inaccettabile:

1) la narrazione per cui la “bellezza” – e cioè il gradimento allo sguardo maschile – è indispensabile all’esistenza stessa di una donna.

“Sia mai che qualche ragazza che vi guarda con occhi sognatori dalla provincia di Varese pensi che una donna nel 2020 possa fare l’imprenditrice senza passare per Temptation Island o che possa fare la giornalista di successo senza sfoderare il suo davanzale ai quattro venti in prima visione. (…) Continuiamo pure a raccontare alle donne che per fare carriera devono prima pensare a farsi belle, magari trovarsi un fidanzato ricco e famoso.” Imen Boulahrajane, economista.

2) la lode al “ruolo di servizio” e all’invisibilità sacrificale delle donne.

“Sanremo? Il prossimo anno facciamo fare ad Amadeus un passo indietro e mettiamo a condurre una donna!”, Paola De Micheli, ministra delle Infrastrutture.

“Ci meritiamo Amadeus noi donne? Che non esistiamo con il nostro Nome e Cognome, ma brilliamo di luce riflessa in quanto: fidanzate di, mogli di, compagne di… E apprezzate perché buone buone stiamo un passo indietro rispetto al Maschio per non eclissarlo: ovvio.” Gabriella Rocco, giornalista.

Hanno spiegato che pagare il canone Rai per ricevere tale trattamento non è ammissibile. Hanno contestato la formula “uomo (anziano) al centro della scena circondato da giovani donne”. Hanno chiesto un diverso tipo di rappresentazione, più rispettoso della dignità e soprattutto della realtà delle donne. Purtroppo, il sig. Sebastiani sembra non aver capito nulla – ed è partita la consueta solfa autoassolutoria:

Un bel po’ di donne si sono risentite? Be’, l’offeso sono io!

“Questa polemica mi offende. Io ho enorme rispetto per le donne. L’appellativo di sessista non lo accetto. È un’accusa senza senso.” Non sento, non vedo, però parlo.

La mia sensibilità e la mia attenzione per i temi femminili sono dati acclarati!

… “come possono testimoniare mia moglie, mia madre e mia figlia”. Ehm. Se poi chiedete alla suorina che si prendeva cura di lui all’asilo o alla maestra delle elementari riceverete altre conferme. Anche una prozia paterna aveva un’ottima opinione di lui, ma purtroppo è molto avanti con l’età e non si ricorda più chi diamine è ‘sto tizio. Io ho invece una domanda: quale moglie? La prima – madre della figlia – o la seconda “showgirl e ballerina” di quindici anni più giovane di lui, che su Canale 5 ha dato dimostrazione di incredibili capacità attoriali interpretando il personaggio di “Giovanna, la moglie di Amadeus”?

Sono stato malevolmente frainteso, alla fidanzata di Valentino Rossi (e a tutte le altre) ho fatto solo complimenti e lei mi ha ringraziato.

“L’ho detto male? Forse dovevo dire ‘un passo di lato’ invece di ‘un passo indietro’? Ok. Ma da qui all’insulto sessista ce ne passa.”

Se alla modella Francesca il quadro in cui è stata inserita piace va benissimo, nessuna glielo sta rimproverando: quel che in molte stanno dicendo è che il quadro è una crosta, che sono stanche di essere “apprezzate” perché sono BELLE e perché stanno IN DISPARTE o ZITTE. E’ questo a essere sessista, signor conduttore.

Diversità? Ma ce n’è a palate! Parleremo persino di violenza, mannaggia, che altro volete???

“Di presenze femminili al festival ce ne saranno di diversissime, (…) ognuna di loro porterà sul palco la sua sensibilità, ci saranno momenti di svago, di divertimento, di musica, di leggerezza, ma anche spunti di riflessione sui temi sociali. (…) Ci sarà spazio anche per testimonianze di persone comuni: ho invitato Gessica Notaro (la showgirl riminese sfregiata dall’acido nel 2017 dall’ex fidanzato Edson Tavares) e ci sono buone probabilità che venga.”

Mi permetto di dissentire: a) perché pare proprio che per avere accesso al palco sia necessario essere conformi agli standard relativi ai complimenti suddetti (solo BELLE, e se sono tali lo giudicano gli uomini); b) perché ciò è confermato dalla scelta di Notaro, che “persona comune” non è.

Intendiamoci, la sua storia è terribile e la sua sofferenza merita solo rispetto. Ma per portare qualcuna a testimoniare la violenza sulle donne il sig. Sebastiani ha dovuto farla prima passare per le forche caudine dell’appeal : una Laura Rossi qualsiasi, magari cinquantenne, non sarebbe andata bene, ma l’ex Miss Romagna, cantante e modella e ballerina che “dalle sue piattaforme social ha fatto sapere di aver ritrovato la fiducia negli uomini e la voglia di amare” è perfetta. La sua presenza non porrà alcuna critica alla narrazione dominante che vuole la violenza di genere un problema relativo a singoli uomini (lasciati, depressi, disoccupati, immaturi, prede di raptus, ecc.) anziché strutturale quale esso è. Non che mi aspettassi altre scelte. Dopotutto, Sanremo ce lo offre il “servizio pubblico” televisivo italiano che ha una lunga e disgraziata storia di lottizzazioni, per cui l’intelligenza e la profondità devono sgomitare parecchio per fare capolino.

Una domanda, per chiudere, ai giornalisti che hanno coperto la vicenda: infilare in pezzi sul sessismo il fatto che Amadeus è “tra l’altro testimonial per la lotta contro la sclerosi multipla”, cosa diamine c’entra? E’ una cosa positiva, ma purtroppo non lo rende un campione dell’eguaglianza di genere.

Maria G. Di Rienzo

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Ieri su alcuni quotidiani:

“Quali sono le dosi giuste di alcol per la donna? La risposta è nell’immagine: un semibusto femminile con due abbondanti coppe di vino che rappresentano il seno.

senza fine

Non è l’etichetta di una nuova cantina, ma la campagna di sensibilizzazione dell’assessorato regionale alla Salute (della Sicilia) contro l’abuso di alcol fra le donne, comparsa due giorni fa sul sito istituzionale “Costruire Salute” e rimossa dopo appena 24 ore per la sollevazione di cittadini, associazioni di donne e medici sui social.”

Non sono riuscita a sapere se il benintenzionato consiglio fosse rivolto anche agli uomini. In caso, la figurina doveva arrivare almeno alle ginocchia, perché le abbondanti coppe erano di sicuro tre e posizionate sul basso ventre, giusto?

Maria G. Di Rienzo

P.S. Per sapere quanto salutari sono tali immagini e come perfettamente “sensibilizzano” le donne, l’assessore può leggere (o farsi leggere, se non conosce l’inglese)

https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/00224499.2016.1142496

e cioè il resoconto di 130 studi compiuti negli ultimi vent’anni che ribadiscono i danni provocati dall’oggettivazione sessuale.

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(tratto da: “We Contribute to Diversity”, di Olowaili “Madre de las estrellas” – “Madre delle stelle” Green Santacruz, per Cultural Survival, dicembre 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice è ritratta qui sotto.)

madre delle stelle

Noi Guna siamo un popolo dalla doppia nazionalità con una comunità a Panama e due in Colombia – una in campagna e l’altra in città.

Io vivo nella regione Guna di Abya Yala. Ho vissuto a Medellín da quando avevo 7 anni e ora ne ho 26. Sto terminando l’ultimo semestre di studi sulla comunicazione audiovisiva e sono una produttrice di audiovisivi e una direttrice culturale: la mia compagnia, che si chiama sentARTE, lavora per promuovere la diversità etnica e di genere.

Nella nostra tradizionale spirituale Guna, gli dei hanno mandato un uomo e una donna, ma poi hanno mandato anche una terza persona, un essere non definito per genere.

Dall’età di 12 anni sapevo che la mia preferenza sessuale era diretta verso le donne. E’ stato molto difficile per me, perché in numerose comunità indigene c’è un bel po’ di machismo e si richiede alle donne di assumere ruoli determinati. All’inizio è stata dura, perché le mie preferenze non erano accettate. A 15 anni avevo una partner che mi ha aiutato molto e fu allora che decisi di parlare ai miei genitori di lei. I miei genitori mi hanno accettata, ma è stata dura anche per loro.

Dopo aver discusso la faccenda con la mia famiglia, non mi sono più preoccupata di quel che pensava la gente, anche se esercito discrezione per sostenere i miei parenti.

Definire me stessa è un atto politico e con esso è arrivato il desiderio di essere un’attivista. Questo non è facile per una donna perché i testi che definiscono l’identità culturale, e che ci sono imposti, contengono troppe oppressioni di genere. Sarà una lunga lotta, ma io sento di avere il compito di aiutare altre donne, in special modo le donne indigene, i cui ruoli prescritti le opprimono doppiamente. Io non ho problemi nell’identificarmi dentro il termine LGBTQIA+. Al di là di tutto, io sono un essere umano che vuole amare un altro essere umano.

Dobbiamo istruire la società affinché essa sia informata, perché noi non siamo gente “stramba”. Siamo uguali. I miti per cui saremmo i portatori dell’AIDS devono essere banditi. Tale istruzione deve cominciare a scuola, con i bambini. Bisogna instillare educazione per suscitare consapevolezza nella società. Gli uomini gay in Colombia sono raffigurati molto male, le lesbiche meno ma ad esse si appiccica la falsa aura della bisessualità, tipica delle fantasie sessiste.

La mia professione si adatta perfettamente alle lotte dei popoli indigeni. Il fatto che vivo in città, separata dalla comunità, è disprezzato però partecipo ancora agli incontri comunitari guidati dai caciques (capi). Come persona indigena urbanizzata ho incontrato grande ignoranza rispetto ai popoli indigeni: la mia compagnia è stata creata proprio per salvaguardarli e renderli visibili. Ho realizzato un documentario per la televisione che sarà trasmesso in gennaio e che parla del potere femminile nelle comunità.

Il mio lavoro contribuisce alla costruzione di una società maggiormente egualitaria. Contribuiamo alla visibilità delle nostre culture indigene e della diversità in generale.

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