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Posts Tagged ‘molestie in strada’

Ieri, 31 agosto 2017, è stata una giornata assolutamente normale. Cinque casi di violenza sessuale contro donne sono arrivati in cronaca. Tutti sono stati narrati come di consueto: in modo superficiale, stupido e sbagliato. Il che alimenta il substrato di connivenza e comprensione per la violenza di genere, di qualsiasi tipo.

1) “Salento, turista di 19 anni violentata in un villaggio vacanze a Taviano: 27enne fermato”

(…) un rapporto sessuale contro la volontà della giovane, che subito dopo sarebbe riuscita a scappare (…) (il perpetratore ha) conosciuto la diciannovenne, anche lei reduce da una serata in discoteca. L’approccio si sarebbe presto trasformato in un tentativo di rapporto sessuale, che la ragazza avrebbe cercato di evitare subendo però la violenza.

Si chiama STUPRO. E’ un reato. E’ un tipo di violenza le cui conseguenze possono tormentare la vittima per anni, per la vita intera. E’ un tipo di violenza che segna un punto di non ritorno per chi la subisce. Non è un “rapporto sessuale un po’ forzato” in cui comunque i protagonisti se la godono, non è la “trasformazione” di un galante approccio, ok?

2) Nuova aggressione sul lungomare di Rimini. Turista chiama il 112: ”Stanno violentando la mia compagna”

(…) Ad essere presa di mira una coppia di 40enni di Parma appena uscita da un locale. La donna – sotto l’effetto dell’alcol come il compagno – dopo aver subito avance e la sottrazione del cellulare da parte di un 34enne di origine marocchina era stata attirata sulla spiaggia con la scusa di poterlo riavere. Poi l’uomo, colto dai carabinieri sull’atto coi pantaloni già calati, ha cercato di mettere in atto la violenza. (…)

Ah, ecco, era ubriaca, le sta persino bene. Non si è attenuta al codice di sopravvivenza in zona di guerra contro le donne (la zona è ovunque, per vostra informazione) che prevede: addestramento alla lotta senz’armi o con oggetti non creati per essere tali – le chiavi, la borsetta, l’ombrello ecc.; assoluta lucidità, stato di allerta perenne e monitoraggio continuo del territorio; tuta mimetica imbottita come unico capo d’abbigliamento consentito; presenza negli spazi pubblici ridotta al minimo e comunque sempre in compagnia di un cyborg da combattimento, non di un semplice compagno o amico. Inoltre: quelle che ha subito erano MOLESTIE non “avance”, “carinerie” e complimenti. MOLESTIE SESSUALI, punto e basta.

3) “Bologna, aggredisce una donna e la butta a terra: arrestato per tentata violenza sessuale”

(…) La donna, terrorizzata, è stata portata al pronto soccorso e dimessa con una prognosi di cinque giorni. Ai carabinieri ha raccontato che mentre stava tornando a casa, camminando lungo la strada, era stata raggiunta dal giovane che aveva iniziato a molestarla. Nonostante il rifiuto categorico di avere un approccio di qualsiasi tipo, il giovane l’ha afferrata per un braccio, trascinata in una zona buia e dopo averle tappato la bocca e abbassato i pantaloni ha tentato di violentarla.

Come sopra. Se riconoscete che il tipo “ha iniziato a molestarla”, gli approcci non hanno nulla a che fare con la situazione. Si tratta di due sconosciuti, non di due amici/conoscenti al ristorante ove lui le porge a sorpresa una rosa rossa e sussurra “Sono incredibilmente attratto da te”: quest’ultimo è un approccio, spaventare e umiliare un’estranea per strada no.

4) “Anziana 80enne stuprata nel parco in pieno giorno a Milano”

(…) mentre lei stava passando a ridosso del parco dopo che era uscita di casa alle 8 del mattino, l’uomo le si sarebbe avvicinato con una scusa qualsiasi, manifestando l’intenzione di aiutarla, poi trascorsi pochi minuti e fatti pochi passi accanto a lei avrebbe approfittato della situazione facendola cadere e trascinandola con sé.

Altro caso di trasgressione del codice di sopravvivenza, pare. Probabilmente la donna si sentiva protetta anche del mito predominante sullo stupro, e cioè che la violenza sessuale sarebbe in realtà solo un omaggio alla bellezza e alla gioventù e all’essere giudicate sexy – hot – drizzapiselli. Comunque, ottantenne o meno, era in giro da sola, non indossava uno scafandro in titanio e doveva ben sapere che il parco con la sua erba morbida e i cinguettii degli uccellini invitava alle gioie dell’amore… si è messa in una situazione, capite.

5) “Brianza, 17enne violentata in uno stabile abbandonato: arrestato un 22enne, denunciati altri tre”

“L’ha costretta a un rapporto sessuale minacciandola con un coltello. Un 22enne è stato arrestato ieri sera dopo essere stato identificato come autore della violenza sessuale su una 17enne. (…) Con lui, sono stati denunciati per concorso nello stupro altri tre uomini, anche loro marocchini: un 23enne, un 25enne e un 27enne. (…) La ragazza – nata in Italia, anche lei di origini marocchine – li avrebbe incontrati in gruppo nel primo pomeriggio alla stazione di Monza, senza averli mai conosciuti prima. Secondo quanto ricostruito dalla procura, li avrebbe poi “volontariamente e ingenuamente” seguiti (…)

Ecco, sempre come sopra, questa è una tonta. Non ha ancora compreso che ogni uomo, di ogni età, ogni provenienza, ogni stato sociale, è privo di qualsiasi tipo di rispetto nei confronti del sesso femminile, è uno stronzo ambulante senza decenza e senza umanità e qualsiasi cosa dica a una femmina è una menzogna. Volete che noi si creda questo, sul serio?

Gli uomini non stuprano perché lo stupro è “inevitabile” e/o “naturale” e le donne li mettono in condizioni in cui possono farlo, gli uomini stuprano perché pensano di avere il diritto di farlo e che anche se la legge condanna l’azione se la caveranno accusando la vittima di essere stata consenziente e di averli “provocati”. Misoginia e patriarcato hanno insegnato loro questo per millenni: miti sociali, giornalismo e tribunali continuano a ribadire loro che è proprio così.

Maria G. Di Rienzo

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Per andare a scuola (secondaria superiore) dal loro villaggio devono camminare tre chilometri. Ma sono tre chilometri di calvario, perché uomini e ragazzi – specialmente in moto, con i caschi che nascondono i loro volti – le molestano e le aggrediscono per tutta la strada. L’anno scorso, nello stesso distretto, una studente fu stuprata mentre si recava a lezione e le sue coetanee di due paesini smisero completamente di andare a scuola.

Anche le ragazze di Gothera Tappa Dahena, il villaggio indiano di cui si tratta hanno smesso di andare a scuola, ma perché stanno protestando. Dopo aver denunciato le loro difficoltà alle autorità scolastiche (sorde) e al consiglio di villaggio (il capo è solidale ma non ha potere / giurisdizione bastanti a intervenire con successo), sono entrate in sciopero della fame da mercoledì 10 maggio.

School Girls

Sono circa 80, quattro si sono sentite male e sono state portate in ospedale il venerdì successivo. A tutt’oggi le altre resistono, anche alle diffamazioni dei funzionari del distretto scolastico che le giudicano povere “bambine messe su” dai genitori e dal capo villaggio. Oltre al rispetto per le loro persone e alla libertà dalla violenza maschile, le studenti stanno chiedendo che il liceo del loro villaggio sia ampliato alle classi superiori, di modo da evitare la passeggiata delle forche caudine verso Kanwali.

In qualche modo stanno rispondendo anche all’orrore di un nuovo femicidio con annesso stupro brutale commesso ai danni di una ventenne della loro zona. La madre disperata di costei ha chiesto alle altre madri indiane, tramite la stampa, di non mettere al mondo figlie perché altrimenti arriveranno molto probabilmente a vivere quel che lei sta vivendo… ma queste ottanta figlie determinate a lottare e vincere, anche a costo di sacrificare la propria salute o persino la propria esistenza, le danno completamente torto: ognuna di loro è una torcia ardente nel buio, un segnale di speranza, una creatura preziosa per unicità e coraggio. Il mondo non può fare a meno di nessuna di loro. Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “If You See a Woman Being Harassed and Do Nothing You Are Part of the Problem”, di Anjali Sarker – in immagine – per World Pulse, 11 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Anjali, che non ha ancora trent’anni, è Vice Direttrice di un laboratorio per l’innovazione sociale, l’inventrice di “Toilet+” – una soluzione sanitaria sostenibile per i poveri delle zone rurali, ha una laurea in amministrazione aziendale ottenuta nel suo paese, il Bangladesh, e una laurea in innovazione sociale presa all’Università di Lund in Svezia. La sua passione per i diritti delle donne e per l’impresa sociale e sostenibile, racconta Anjali, ha avuto una spinta decisiva quando compì sette anni; quel giorno, i suoi genitori le portarono a casa quel che lei descrive come “il più bel regalo possibile”, una sorellina appena nata che lei vide e festeggiò come un “piccolo angelo”. Presente c’era anche un suo zio, che presentò le sue condoglianze al padre di Anjali per quella “maledizione”: un’altra femmina invece di un prezioso maschio.)

Anjali

Qualche anno fa, un mio amico maschio mi schiaffeggiò e mi strattonò tenendomi per i vestiti in una strada affollata di Dhaka, mentre stavamo discutendo. Era un comune ragazzo della mia età e frequentavamo la stessa università. Ma poiché lui era un maschio, ha osato abusare fisicamente di me in piena luce del giorno e di fronte a una folla.

Prima di farlo mi aveva sottratto il cellulare, per assicurarsi che io non potessi chiamare la mia famiglia. Ero paralizzata dalla paura. I miei sensi smisero di funzionare. Con la coda dell’occhio vidi un gruppo di guardie giurate che stavano a qualche metro di distanza, a guardare la scena. Nessuno si scomodò per interromperla e dire “Che diavolo sta succedendo qui?”.

Ora, ogni volta in cui noto un uomo adulto camminare verso di me, la mia mente entra in uno speciale modulo d’allerta. Comincio a valutare la sua espressione, struttura fisica, età, movimento e velocità di camminata per determinare cosa fare se mi verrà troppo vicino. Il mio cervello ha messo in moto questo algoritmo così tante volte che mi basta una frazione di secondo per avere un risultato e agire: a volte attraverso la strada, altre volte comincio a correre. So che nessuno interverrà per aiutarmi.

Non sono un caso isolato. In quel di Nuova Delhi, il 40% delle donne sono state molestate in spazi pubblici come autobus o parchi durante lo scorso anno. Circa due terzi delle donne in Gran Bretagna attestato di essere state vittime di attenzione sessuale indesiderata in pubblico. La cifra è ancora più alta per le donne israeliane. Quel che è peggio, ci sono spesso testimoni agli abusi ma sono troppo scioccati, spaventati o indifferenti per intervenire.

Il 20 marzo 2016, una 19enne è stata brutalmente stuprata e uccisa a Comilla, una piccola città del Bangladesh. Dieci giorni prima, una donna aveva subìto uno stupro di gruppo su un autobus in India, e il suo figlioletto di 14 giorni era stato ucciso dagli stupratori davanti agli occhi dell’altra sua bimba di tre anni. In tutto il mondo, moltissime donne si chiedono ogni giorno se saranno in grado di tornare a casa sane e salve. Sembra che per donne e bambine la sicurezza non sia un diritto, ma un privilegio. (…)

Spesso le persone non sanno cosa fare quando sono testimoni delle molestie o temono per la propria sicurezza. Ma ci sono modi per ridurre i rischi. Grazie a internet, idee creative che motivano i testimoni a farsi avanti distano solo un click. Distrazione e interventi indiretti, come il chiedere informazioni o che ore sono, parlare ad alta voce al telefonino, o semplicemente schiarirsi la gola per fare rumore, sono modi facili per stare al fianco della vittima. Gruppi di donne come Polli Shomaj in Bangladesh e le Gulabi Gangs in India hanno mostrato con successo che i passanti possono davvero fare la differenza. Ogni volta in cui uno uomo comincia a indirizzare messaggi lascivi a una donna e gli altri girano le teste, a lui arriva un incoraggiamento: “Goditela. Nessuno ti fermerà.” A questo punto può sentirsi più baldanzoso e fare un passo oltre: lo sguardo osceno può diventare il fischio, il fischio la palpata, la palpata il tentativo di stupro.

Quando un assalto ha come risultato l’omicidio e diventa una notizia sensazionale sui media, la gente prova shock e compassione per la vittima. Ma questa stessa gente dimentica che il perpetratore non è diventato uno stupratore nel giro di una notte. Quando aveva 10 anni e ha cominciato a fischiare alle ragazze che passavano per strada, forse nessuno gli ha detto che quel comportamento era sbagliato. E oggi qualcuna ne paga il prezzo.

Donne, uomini, vittime, perpetratori, testimoni – siamo tutti parte del discorso e abbiamo un ruolo da giocare in esso. Tuttavia, spesso la discussione si concentra solamente sulle liste di cose da fare / non fare per le donne e getta su di loro il fardello della colpa. Se noi siamo nella posizione di poter agire e non agiamo, il sangue macchia anche le nostre mani.

Perciò, invece di puntare il dito contro le donne, per favore, potremmo porci questa semplice domanda? “La prossima volta in cui vedrò qualcuno subire molestie, cosa intendo fare?”.

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Ieri 10 aprile, sullo stesso quotidiano, ho letto queste tre notizie di cronaca:

“Scafati – Salerno: Abusi su una studentessa. L’aggressore ha solo 16 anni.”

“Lodi: Prostituta massacrata in casa. Confessa un 42enne: L’ho uccisa per venti euro.

“Mestre – Venezia: Tenta di strangolare la compagna, lei fugge e chiama il 113: arrestato.”

Il primo episodio di violenza di genere è accaduto per strada, alle 10.30 del mattino: una giovane donna italiana è stata circondata da un gruppo di ragazzi – l’articolo dà letteralmente i numeri: prima 5, poi 3, per cui non so quanti fossero – e mentre gli altri fungevano da spettatori, il 16enne le ha messo le mani dappertutto. La giovane ha urlato, scalciato, tirato pugni mentre il tipo continuava a “palpare le sue parti intime con insistenza”: pare che nessuno (passanti, gestori degli esercizi commerciali aperti, ecc.) si sia accorto di niente. Quando la 23enne è riuscita a spingere l’aggressore lontano da sé, quest’ultimo l’ha salutata con “Sei solo una puttana”. Il criminale in erba e i suoi amichetti sono di origine rumena.

Nel secondo episodio, la vittima è una donna colombiana di 65 anni. Anche lei era “solo una puttana” (lo siamo tutte, che qualcuno ci compri o no: sta scritto nel sacro scroto che gli uomini si portano appresso). Chi l’ha uccisa ha spiegato di aver agito durante “un raptus d’ira” perché “gli era stato negato uno sconto su una prestazione da venti euro”. E’ un uomo italiano.

Nel terzo caso i protagonisti sono un uomo di 51 anni e una donna più giovane: lui ha tentato di strangolarla con un cavo elettrico “durante una lite”, lei è riuscita a divincolarsi e a chiamare aiuto. Mi gioco quel che volete che nel processo si è anche sentita ricordare che è una puttana. I due sono entrambi italiani.

Niente di nuovo, giusto? Quel che non riesco a capire è questo: sotto al primo articolo c’era una valanga di commenti, irosi e sdegnati – e nemmeno una parola di solidarietà o conforto per la vittima. C’erano “la boldrini” (così, minuscolo) e le “sue risorse”, le colpe di “Renzie”, vari inviti al ritorno di pene medievali, lamentele sulla magistratura italiana e accuse al giornale: “non avete messo nel titolo che è rumeno”.

Sotto agli altri due non c’era NULLA. Secondo voi, quanto importa ai lettori-commentatori che una donna sia stata aggredita, una sia morta e una sia scampata per un soffio alla medesima sorte? Esatto, NULLA. Sanno benissimo cosa siamo noi donne.

Maria G. Di Rienzo

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miraflores

Sul cartello al centro dell’immagine sta scritto:

“In questo cantiere non fischiamo alle donne e siamo contrari alle molestie sessuali in strada.”

La fotografia è stata scattata a fine febbraio u.s. in quel di Miraflores, un quartiere di Lima in Perù che generalmente ospita la classe media e in cui i cantieri sono numerosi.

Gabriela García Calderón, per Global Voices, ha parlato con l’addetto alla sicurezza del posto Juan Enrique Huamaní che le ha detto:

“Qui al cantiere ci istruiscono su come comportarci. Ciò ci rende consci che tutti abbiamo madri, figlie, sorelle e che nessuno sarebbe felice di sapere che costoro devono sopportare oscenità per il solo fatto di camminare per strada. Questo è il modo in cui vogliamo suscitare la consapevolezza altrui e far sapere a tutti come ci sentiamo e come agiamo.”

L’immagine del cartello è stata pubblicata per la prima volta sulla pagina FB di Ni Una Menos – Perù, suscitando un responso grandemente positivo.

“Questo raggio di luce – commenta infatti Gabriela nel suo articolo del 6 marzo scorso – arriva nel mezzo di un momento difficile per i diritti delle donne in Perù. Uno degli ultimi casi di violenza di genere che ha fatto scalpore si è dato il 27 febbraio 2017, quando un’avvocata 27enne madre di due bambini, Evelyn Corahua Fabian, è stata strangolata a morte nella propria casa dall’ex compagno. Un mese prima lo aveva denunciato perché aveva già tentato di strangolarla, ma le autorità avevano respinto le sue rimostranze. Tristemente, i femicidi sono aumentati del 13% nel 2016 rispetto al 2015, quando 95 donne sono state uccise e 198 hanno riportato ferite.”

Maria G. Di Rienzo

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(“Four days after mass molestations in Bangalore, India, the country’s men had managed to turn the attention to themselves, using the NotAllMen hashtag”, di Awanthi Vardaraj per Wear Your Voice, 27 gennaio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Le celebrazioni per l’anno nuovo a Bangalore sono state rovinate da un’altra brutta serie di molestie di massa, il terzo incidente del genere che accade in India. Mentre le donne camminavano per le strade della loro città, festeggiando con amici e familiari, uomini in massa sciamavano su di loro e afferravano con le mani qualsiasi cosa vedessero. E’ stato un chiaro e ovvio messaggio, uno di quelli con cui le donne indiane hanno orrenda familiarità: vengo, vedo, prendo.

Sebbene la polizia indiana fosse presente, le donne hanno testimoniato che i poliziotti non sono stati nulla di più di spettatori muti. Anche quando erano armati, se ne sono rimasti a guardare mentre questi uomini afferravano e palpeggiavano le donne attorno a loro in impunità. Donne che singhiozzavano e urlavano hanno tentato di scappare verso la polizia, ma persino quando gli uomini le tiravano indietro per continuare a molestarle e palparle i poliziotti non hanno fatto nulla per proteggerle. Più tardi, la polizia di Bangalore ha dichiarato che i suoi agenti erano in assoluta inferiorità numerica.

Mentre le notizie giravano il primo di gennaio e il paese era comprensibilmente furibondo, l’attenzione è transitata dalle molestie e dagli assalti sessuali a – lo avevate capito – gli uomini indiani. L’hashtag #NotAllMen (Ndt: Non tutti gli uomini, da ora in avanti sempre tradotto) è diventato un trend attorno al 3 di gennaio, presumibilmente in risposta a tutta l’attenzione che gli uomini stavano fronteggiando come risultato delle molestie di massa, e in men che non si dica ha scavalcato l’istanza reale in questione. Arrivati al quarto giorno di gennaio 2017, l’attenzione era concentrata solamente sul #Non tutti gli uomini anziché sul #Quel che è accaduto a Bangalore non deve accadere mai più.

Come tattica per chiudere la conversazione in corso, questa è spaventosamente efficace ed è una tattica che abbiamo visto all’opera innumerevoli volte. Si parla di stupro? Be’, pensate un po’? #Non tutti gli uomini! Forse l’argomento di cui si tratta sono le donne single che hanno difficoltà a trovare un appartamento in affitto nelle città indiane (come è capitato a me) ma ad ogni modo si può stare sul tetto più vicino che si riesce a trovare e urlare #Non tutti gli uomini nell’abisso.

Questa non è la prima volta in cui una conversazione sulle donne e sulle istanze delle donne viene fatta deragliare e diventa una conversazione sugli uomini e, tristemente, non sarà l’ultima. Non è la prima volta che gli uomini sentono il bisogno di giustificarsi dicendo di non essere mostruosi come le loro controparti in effetti responsabili delle molestie, come se ciò in qualche modo garantisse loro un biscotto (Ndt.: una ricompensa). Invece di mettersi tranquilli e di lasciar parlare le donne gli uomini indiani, come al solito, hanno dominato la conversazione.

Tuttavia, è importante che chiunque senta il bisogno di ripetere #Non tutti gli uomini come un disco rotto sappia di giocare un ruolo nella società in cui vive, un ruolo vitale. Invece di compiere un furbo passo indietro quando lo sguardo è su di loro, questi uomini potrebbero forse fare un passo avanti. Per aiutarli a fare proprio questo, ho compilato per loro una comoda lista usando il loro stesso stizzoso hashtag: si chiama #YesAllMen (Ndt: Sì tutti gli uomini, da ora in avanti sempre tradotto).

#Sì tutti gli uomini devono rispettare l’autonomia di un corpo femminile.

#Sì tutti gli uomini si mostreranno e saranno contati.

#Sì tutti gli uomini si solleveranno e parleranno in favore delle donne.

#Sì tutti gli uomini non si aspetteranno ricompense per il solo fatto di essere uomini.

#Sì tutti gli uomini riconosceranno i loro immensi privilegi e li useranno per fare del bene, non del male.

#Sì tutti gli uomini capiranno che il consenso è obbligatorio.

#Sì tutti gli uomini lavoreranno per mettere fine alla discriminazione di genere.

#Sì tutti gli uomini non devono più stare a guardare, ma impegnarsi attivamente nella lotta per l’eguaglianza di genere.

#Sì tutti gli uomini smetteranno di usare le donne e parti dei corpi delle donne come mezzi per insultare altri uomini.

#Sì tutti gli uomini lotteranno attivamente contro la misoginia e aiuteranno a metter fine alle pratiche misogine.

#Sì tutti gli uomini sosterranno le donne nelle loro vite, nel contempo educando altri uomini.

Sicuramente questa non è una lista esaustiva, ma è un grande punto di partenza. Può essere utile averla a portata di mano per la prossima volta in cui gli uomini vorranno giocare la carta #Non tutti gli uomini; forse si asterranno dal farlo e penseranno a #Sì tutti gli uomini.

Cordiali saluti da #Sì tutte le donne.

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Il brano che ho tradotto più avanti fa parte del recital femminista SPEAK LIKE A GIRL, di Megan Falley e Olivia Gatwood (in immagine mentre lo mettono in scena).

megan-e-olivia

Le due, entrambe poete, affrontano in esso temi quali le molestie in strada, l’immagine del corpo femminile, la cultura dello stupro e in genere i prodotti più infami del patriarcato. Nelle parole delle Autrici, SPEAK LIKE A GIRL “mira a far sentire viste, udite e legittimate coloro che sono state affette dalla violenza di genere e in coloro che non hanno mai sperimentato il sessismo intende generare indignazione e caparbia volontà di riforma.” La performance ha ottenuto e sta ottenendo grande successo di pubblico e critica.

Collapse the Economy”

Gli studi prevedono che se le donne smettessero di comprare prodotti e servizi cosmetici, ogni economia al mondo collasserebbe nel giro di una notte. Questo è un appello a far collassare l’economia.

Inzuppiamo i nostri tamponi profumati di lacca per capelli, diamo loro fuoco e tiriamoli contro il quartier generale di Maybelline. (1)

Tiriamo fuori tutti gli avanzi di lozioni e saponi

e creiamo lo scivolo più grande del pianeta fuori dal Campidoglio. (2)

Weight Watchers prenderà un significato nuovo di zecca,

tipo “aspetta un po’ e vedrai come riduco in cenere questa puttanata”. (3)

Immaginate – cosa potremmo fare di tutte questi Spanx?

Probabilmente qualche tipo di catapulta per lanciare

le nostre bombe da bagno per ammorbidire la pelle in territorio nemico.

Victoria’s Secret? Il fatto è che andrà in fallimento.

Ho cercato difetti al mio corpo come una crumira.

Ho strizzato la mia faccia allo specchio

sino a che nient’altro poteva uscire da me.

Mi sono cambiata vestito otto volte prima di venire qui.

Oh, pensavate che ci saremmo fermate al bruciare reggiseni?

Be’, non avreste dovuto darci così tanto altro materiale infiammabile.

Tamponi, assorbenti, anche voi coppette diva, sarete cose

del passato. Stanotte, dipingeremo di rosso la città.

Non mi schiarisco i peli del buco del culo,

sbianco te, buco del culo che non sei altro.

Intendi mettere queste ciglia finte per me?

No? Allora non le voglio neanch’io.

Con lo shampoo mi arriva anche il photoshop

che hai usato sulla modella? No? Allora merda, non lo voglio.

Vaffanculo, Summer’s Eve. (4)

Preferisco che la mia vagina NON odori

di Spruzzo d’Isola o di Bocciolo Delicato

perché di cosa cazzo sanno questi profumi in realtà?

Non sono neppure odori reali.

La mia vagina è già abbastanza vaginagliata così com’è. (5)

Buttiamo via i nostri rasoi

e facciamoci crescere i peli lunghi come fiumi.

Che bello sarebbe prendere i soldi che spendo

per essere graziosa per te, per rendere i miei capelli soffici per te,

per rendere le mie unghie caramelle per te, per prendermi

il cancro della pelle per te,

per andare sotto il bisturi per te

e smettere di tornare indietro i 76 centesimi. (6)

Ci sono stati giorni in cui ho passato ore piangendo

nel camerino di prova. Giorni in cui non sono uscita

di casa nell’eventualità che qualcuno avesse una macchina fotografica,

per la paura di diventare un’altra immagine di “prima della cura”.

Per cui grazie, Cosmopolitan, per avermi dato

altri 472 suggerimenti di bellezza da ignorare completamente.

Grazie per tutti questi rossetti

con cui scrivere SONO PERFETTA sul muro.

Grazie per la cipria coprente,

la crema evanescente.

Grazie per averci reso invisibili

in questo modo: non vi accorgerete mai che stiamo arrivando.

(1) Azienda statunitense che produce cosmetici, fondata nel 1913.

(2) Sede del Congresso degli Usa a Washington, sulla collina detta Capitol Hill.

(3) Gioco di parole sull’omofonia dei termini “weight” e “wait”.

(4) Marca di prodotti per l’igiene femminile.

(5) Riferimento ai “vajazzles” o “brillantini vaginali”

(6) Si tratta del divario nella paga oraria, per medesimo lavoro, fra donne e uomini negli Stati Uniti.

Maria G. Di Rienzo

xena

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