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Posts Tagged ‘sorellanza’

(“You Told Me I Matter”, di Reeti KC per World Pulse, 20 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Reeti – in immagine – è nepalese e sta studiando Media e Arte all’Università di Kathmandu. E’ un’attivista per il cambiamento sociale che ha già lavorato per media femministi. Desidera “scrivere ed essere parte delle vite delle persone anche se solo per i pochi minuti in cui leggono le mie parole”. Ritengo questo suo pezzo, scritto per ringraziare un’altra donna, un vero e proprio inno alla sorellanza.)

reeti

Cara Claire,

le mie dite tremavano mentre componevo il messaggio di testo per te, tre anni fa. La decisione di svelare il mio segreto dopo anni di silenzio era stata terribile. Ma sapevo di doverlo fare, perciò ho cominciato a digitare.

Ehi, Claire! Ci vediamo alle 4 del pomeriggio di fronte ai cancelli dell’ufficio per l’intervista.

Ho smesso di scrivere, valutando l’opzione di scegliere il silenzio al posto della voce. Onestamente, sembrava la scelta migliore. Con il cuore che batteva forte, un lungo respiro, dita tremanti e ben poca determinazione di metter fine al dolore, ho aggiunto: Oh, e devo dirti qualcosa d’importante.

Ho chiuso gli occhi e ho premuto “invia”.

Potevo sentire il mio cuore battere sempre più forte. Poi, cinque minuti dopo, tu hai risposto: “Okay Reeti. Ci vediamo là.”

Ho passato il resto della giornata chiedendomi se raccontarti o no la mia storia. Mi sono insultata perché stavo pensando di condividerla con una persona che avevo incontrato circa una settimana prima. Partecipavo al programma di “Women LEAD 2014” e non sapevo nulla di te, eccettuate le poche informazioni che avevo raccolto facendo ricerca sull’organizzazione mentre mi preparavo a intervistare te, la co-fondatrice dell’organizzazione stessa. Era il mio primo lavoro da giornalista assegnatomi dalla scuola superiore che frequentavo.

Poiché sono un’introversa e ci metto un po’ di tempo a fidarmi delle persone, non so perché ho scelto di dire tutto a te. Tu eri un enigma per me, con i tuoi occhi dell’azzurro dell’oceano e i tuoi ricci capelli biondi.

Alle 15.30 ero pronta per partire, accompagnata da mio padre. Ero terrorizzata dalla conversazione post-intervista e ancora dubitavo della mia decisione. Ci siamo incontrate alle 16.05 e siamo andate in un vicino caffè. Io ho ordinato un cappuccino e tu un tè al latte. L’intervista è cominciata e finita dopo 30 minuti.

Poi tu hai chiesto: “Allora, cos’era la cosa importante di cui volevi discutere?”

Stavo dando di matto. Nella mia mente, stavo urlando più forte che potevo. Il caffè forte mi aveva fatto venire mal di testa. O forse la causa era l’urgenza di parlare che cozzava con la mia paura di farlo.

Ho respirato profondamente e con voce tremante ho cominciato: “Volevo discutere di…”

Ho parlato. Non avevo mai parlato così in precedenza. Ho continuato e continuato. Ti ho raccontato la storia di quel che era successo tre anni prima. La vergogna a scuola, la gente che puntava il dito contro di me e rideva, l’insuccesso in tre materie, la pressione dei miei genitori e della scuola affinché facessi meglio, il lento discendere nella depressione, lo svergognamento e l’insoddisfazione rispetto alle dimensioni del mio corpo, il sentirmi indegna, sottostimata, un fallimento e un fardello.

Ti ho parlato dei “diari tristi” che tenevo: storie e poesie deprimenti scritte durante la notte. Ti ho detto che piangevo ogni singola notte, di fila, da tre anni. Ti ho detto che avevo in mente un solo pensiero, durante tutto quel periodo: “Voglio metter fine a tutto. Voglio morire.”

Ho visto i tuoi occhi azzurri arrossarsi mentre le lacrime scendevano. In quel momento ho capito perché avevo scelto te per confessare la mia storia. I tuoi occhi azzurri rispecchiavano i miei occhi castani, arrossati e pieni di lacrime. Tu mi capivi, capivi il mio dolore e il mio senso di colpa. Perciò ho continuato a parlare nonostante il nodo in gola e le lacrime nei miei occhi lo rendessero molto difficile. Gli altri clienti del caffè ci fissavano. Non aveva importanza, non me ne curavo. Per la prima volta nella mia vita, non mi importava di cosa altra gente pensava di me.

Ricordo vividamente cosa accadde dopo. Dopo avermi ascoltata, tu semplicemente ti alzasti, apristi le tue braccia e io scivolai in esse. Piangemmo mentre ci abbracciavamo. Stavo macchiando con le mie lacrime la tua bella camicia, ma a te non importava. Ho pianto come una bambina. Non avevo mai pianto in quel modo. Poi tu mi hai detto qualcosa che avrei dovuto sentirmi dire anni prima.

Hai detto: “Sono così orgogliosa di te. Sei forte e hai valore. Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, io ci sarò sempre per te, va bene?”

Avevo così bisogno di sentirmelo dire. Sino a quel momento, credevo che non avrei mai reso nessuno orgoglioso di me, per quanto tentassi. Ero una cattiva figlia, era una cattiva studente. Avevo fallito in tre materie. Non ero una buona amica, perché mi sentivo più al sicuro sola nella mia stanza che in mezzo agli altri. Mi odiavo. Non ero importante per nessuno – neppure per me stessa. Avevo due interi diari pieni di macchie di pianto e di frasi in cui sostenevo di odiarmi. Avevo l’impressione che nessuno si curasse di me. Ma tu lo hai fatto. Tu mi hai ascoltata e hai pianto per me!

Quella piccola conversazione ha cambiato la mia vita.

Dopo quel giorno ho bruciato i diari tristi e ho cominciato a diventare la migliore studente del liceo. Sono ancora in cima alla lista nel mio terzo anni di studi universitari.

Claire, grazie a te ho capito che niente è impossibile quando credi in te stessa. Tu mi dicesti: “Se non credi in te stessa, circondati di persone che credono in te.”

Queste parole sembrano inadeguate a esprimere la mia gratitudine. Così tante opportunità mi si sono aperte solo perché tu mi hai insegnato a credere in me stessa. Mi hai aiutata a comporre il mio primo Curriculum Vitae. Ho fatto il mio primo tirocinio in un giornale e poi ho ottenuto il primo lavoro come giornalista per un’agenzia di stampa internazionale. A 18 anni, ho tenuto il mio primo discorso come conferenziera durante il Giorno delle Donne nel 2015. Subito dopo, una ragazzina è venuta da me a dirmi: “Mi hai ispirata così tanto!”. Solo pochi anni prima, quando ne avevo 15, ero scappata durante una gara di linguaggio perché terrorizzata dal palcoscenico.

Mi sono sempre lamentata di non avere una Fata Madrina, come nella storia di Cenerentola. Ma Claire, tu mi hai fatto comprendere che sono io la salvatrice di me stessa. Pure, non ce l’avrei fatta senza una piccola spinta dalla mia forte e ispirante Fata Madrina nella vita reale, una fata che ha occhi azzurri e ricci capelli biondi.

Reeti

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Le anime delle donne

(“The Memory of Snow”, di Wren Tuatha, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo. Wren ci tiene a far sapere che vive su una montagna in California, “seguita da capre scettiche”.)

dipinto di elizabeth catlett

IL RICORDO DELLA NEVE

Le anime delle donne fluttuano proprio a livello del terreno

come se camminassero sul ricordo della neve.

Pronte a essere aria se colpite, acqua se prese a calci,

pietra se insultate, fuoco se ignorate.

Le anime delle donne ridono leggermente nella maggior parte dei momenti,

illuminando punti precisi sulla pelle. Ti fa

venir voglia di toccare. Sacerdotesse e vestiti da festa.

E così tocchi. Scioccata dal trovare carne, tu

noti un brutto ricordo. Presto ogni donna diventa

la stessa donna e la sua anima è amara luce di lampada,

amara, insaziabile luce di lampada.

Le anime delle donne hanno le vertigini e vanno in estasi

con l’arte e la luna e gli incontri d’affari. Esse

circondano le sorelle amareggiate e fluttuano proprio a livello del terreno

come se camminassero sul ricordo della neve.

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diane

(“Sing Your Song Sweet Sister : A poem about changing the world through truth telling.”, di Diane Goldie, in immagine qui sopra. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice è un’artista femminista a 360°: dipinge, disegna, scolpisce, crea pupazzi e marionette – per un periodo il suo lavoro ufficiale è stato il teatro di marionette per i bambini – scrive poesie e crea “arte da indossare”, un cui esempio potrete ammirare alla fine di questo articolo. Diane è anche una sopravvissuta all’abuso infantile: “addestrata e usata da un pedofilo, ero diventata un giocattolo da scopare per numerosi uomini”.)

CANTA LA TUA CANZONE DOLCE SORELLA – Una poesia sul cambiare il mondo tramite la narrazione della verità.

Canta la tua canzone dolce sorella

Cantala alta e chiara

Non temere di dire la tua verità

a chiunque sia nelle vicinanze

Canta la tua canzone dolce sorella

Cantala profonda e bassa

Canta del tuo dispiacere

Lascia fluire la tua tristezza.

Noi ti ascolteremo sorella

Noi sentiremo il tuo stesso dolore

Noi condivideremo la tua afflizione

e ti aiuteremo a guarire di nuovo.

La tua canzone sarà la nostra canzone

Le nostre storie sono tutte le stesse

Condividiamo una comunanza

Condividiamo una sofferenza comune

Nascondiamo le nostre comuni ferite

dietro un muro di vergogna

E’ ora di tirar giù quel muro

E’ ora di piazzare il biasimo al giusto posto.

Noi siamo state vittime innocenti

Non l’avevamo chiesto

Non avevamo chiesto la violenza

o quel bacio rubato

Non vogliamo essere di proprietà di qualcuno

o solo un’altra delle cose

da usare e abusare per poi sputare via

Perciò canta, dolce sorella, canta!

Facciamo sentir loro la nostra rabbia

Facciamo sentir loro il nostro dolore

Facciamo che avvertano che parte hanno in tutto questo

mentre cantiamo apertamente e senza vergogna

Uniamo tutte le nostre voci insieme

in un coro furioso

Cominciamo a cambiare le cose

Diamo fuoco ai nostri cuori.

Perciò canta la tua canzone, dolce sorella

io credo in te

E la prossima sorella che udirà il tuo canto

crederà anche lei in te

e poi canterà la sua propria canzone

e questo andrà avanti

sino a che tutte canteremo

insieme

come una sola persona.

Canta la tua canzone dolce sorella

Canta la tua canzone dolce-amara.

dangerous woman

(Il ricamo dice: Una donna che ama se stessa è una donna pericolosa. La sorellanza è sovversiva.)

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(“Woman of Worth” – “Donna di valore”, di Joana Ukali, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

feminist poster

Anni di dedizione

camminando sull’orlo del cambiamento

vedendo i doni in altre persone

prima che esse stesse li vedessero.

Una donna di valore, una che fa la differenza.

Svanire a poco a poco non sta nel suo vocabolario.

Riorganizzarsi, andare in direzioni diverse, scegliere ogni nuovo sentiero:

questo è il movimento di una donna di valore.

La conosci?

Che aspetto pensi abbia?

Lei è una donna che in maniera profonda e diligente

crea grande mutamento senza che siano visibili segni del suo sudore!

Lei sta guardando al futuro,

reclamando spazio per questo tempo nuovo.

Merito, valore, integrità e ispirazione:

ciò è cibo quotidiano per il suo essere.

Se l’hai conosciuta, sei stata benedetta.

Se sei lei, hai benedetto tu le altre.

Una donna di valore

è fra di noi.

Grazie

Grazie

Grazie

(Ndt. Infatti, grazie di avermi benedetta, amiche, compagne, lettrici, corrispondenti, maestre.)

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(“Sustaining the Sisterhood After the March” di SanPatagonia, pseudonimo di una giovane argentina studente universitaria e attivista femminista: “una cercatrice, una pellegrina, un’anima… una donna”. 30 gennaio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il 21 gennaio mi sono unita in spirito alla Marcia globale delle Donne dalla Patagonia, in Argentina. Tramite Twitter, ho marciato virtualmente in solidarietà con le marce fisiche che si tenevano in tutto il mondo.

Eravamo tutte unite sotto lo stesso cielo con la stessa convinzione che siamo eguali e meritiamo parità e rispetto. Non c’era paura nei nostri passi. Non c’era violenza nelle nostre azioni. Ho testimoniato forza, coraggio e migliaia di voci pronte ad alzarsi.

In quel giorno ci siamo sollevate come una sola persona. Ma c’è un vecchio proverbio che dice: “Dio è nei dettagli”. (Ndt.: io lo conoscevo come “Il diavolo è nei dettagli”)

Io sono un’attivista per l’eguaglianza da quando ho memoria e ogni vittoria che ho celebrato è stata breve e dolceamara – un piccolo passo che può sempre essere riportato indietro.

Sei giorni dopo la marcia ho saputo che una donna di 28 anni della mia città era morta. Suo marito l’ha picchiata a morte. La brutalità della nostra società e il profondo disprezzo per la vita di una donna restano intatti. Proprio l’anno scorso, avevamo marciato per un’altra donna assassinata dal marito.

Mi sorge la stessa domanda, allora e adesso: marciamo e siamo milioni – e poi? Come possiamo educare al cambiamento reale se non abbiamo la volontà di contribuire al cambiamento fra di noi su base giornaliera?

Per due anni di fila, il movimento NiUnaMenos si è sollevato nel mio paese come un urlo imponente per fermare il femicidio e la violenza di genere. L’anno scorso, la marcia nazionale di Ni Una Menos si tenne nello stesso giorno dedicato alla previdenza del cancro e le donne che vestivano di nero furono criticate perché in quel modo mandavano un messaggio negativo nel giorno dedicato al cancro.

Quanto perdute siamo in questi trucchi cosmetici per predarci l’un l’altra in tal modo? Come donne, spesso contribuiamo ai nostri passi indietro. Le critiche più dure, i più profondi e significativi silenzi e le più aspre opinioni tendono ad arrivarci dalle nostre sorelle nella lotta.

Troviamo oltraggiose le uscite dei politici, ma votiamo per loro – quando andiamo a votare del tutto. Condanniamo i picchiatori ma pure siamo disposte a chiamarci fuori se li conosciamo o se fanno parte delle nostre famiglie. Votiamo persino per i picchiatori, di tanto in tanto, anche se le accuse contro di loro sono pubbliche.

Lasciamo sapere ai ragazzi che possono fare qualsiasi cosa e alle ragazze che devono stare attente perché non sono ragazzi.

Usiamo i nostri social network per giudicare le donne che non si sposano o non hanno bambini.

Quando una donna si veste come le pare, senza badare all’età o al tipo di corpo, la chiamiamo pazza; quando una donna osa essere ambiziosa o compie un subitaneo cambiamento nella sua vita o nella sua carriera, la chiamiamo deviata.

Mentre scrivo, sono passati 9 giorni dalla Marcia delle Donne. Tre reporter della CNN spagnola se la stanno prendendo con Ariel Winter (Ndt.: attrice statunitense) per la scelta dell’abito che indossa alla serata dei SAG Awards (Ndt: SAG sta per Screen Actors Guild – Gilda attori dello schermo, conferisce premi per le migliori interpretazioni dei membri dell’associazione).

Posso sentire una donna che dice, sdegnata: “Non si adatta al suo corpo.”

Perché facciamo questo? Il segmento proposto dovrebbe essere divertente e spassoso, ma tutto quel che io vedo è una giovane donna che lavora come attrice e indossa una veste lunga verde. Tutto ciò le appartiene, è suo. Però i suoi detrattori agiscono come se lei appartenesse a loro, il suo corpo, le sue scelte, la sua immagine pubblica. La rete televisiva legittima l’abuso.

Non sento alcuna voce protestare dal pubblico.

Queste cose non accadono a causa di nessun nuovo presidente. Dobbiamo saper essere responsabili.

Il cambiamento non è garantito. Quando marciamo, compiamo i primi passi nella nostra lotta per l’equità. Ma dobbiamo continuare a fare passi in avanti. Dobbiamo sfidare noi stesse a compiere piccole azioni ogni giorno e a rendere la nostra visione realtà.

sciopero-internazionale-8-marzo-2017

P.S. della traduttrice: Ni Una Menos ha chiamato allo sciopero internazionale delle donne per l’8 marzo. A tutt’oggi, oltre che ovviamente dall’Argentina, hanno risposto positivamente coalizioni femministe da: Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Costa Rica, Cecoslovacchia, Ecuador, Francia, Germania, Gran Bretagna, Guatemala, Honduras, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Messico, Nicaragua, Perù, Polonia, Russia, Salvador, Scozia, Stati Uniti, Svezia, Togo, Turchia e Uruguay. Ne riparleremo.

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“La sorellanza – e cioè un amore fondamentale proveniente dalle donne e che le lega emotivamente – è, come la maternità, una capacità e non un destino. Deve essere scelta, esercitata da atti volontari.”, Olga Broumas

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(Olga, poeta e scrittrice, è nata nel 1949 in Grecia. Vinta una borsa di studio per frequentare l’università negli Stati Uniti là è poi rimasta, a mietere premi e riconoscimenti per il suo lavoro cominciando nel 1977 con la raccolta di versi “Beginning with O”, che contiene diverse esplicite poesie dirette alle donne che ha amato. Docente universitaria di scrittura creativa dal 1995, trascorre le estati a Cape Cod dove trent’anni fa ha fondato una scuola per artiste. MG DR)

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La memoria non svanisce, l’innocenza non si rigenera e la fiducia è dura da ricostruire per chi è stata tradita così tante volte. Ma la tua parola ha frantumato falsi specchi e nulla riflette più la tua immagine in modo distorto. Da qui si può ricominciare.

Nuovi pensieri verranno.

Laverai via il dolore in una cascata di luce, di aria, di pioggia.

La fiamma nel tuo cuore traboccherà da te in sogni e aspirazioni.

Come me, che ho imparato a creare e dare quel che non avevo mai ricevuto, come me scoprirai che il pozzo non era vuoto e attingerai all’acqua della vita volontariamente e liberamente.

Dirai: ora strappo questa pagina nera dal libro che io sono.

Saprai: che ogni volta in cui ti hanno rinchiusa il tuo spirito restava libero.

Riconoscerai: ogni cicatrice come una medaglia al tuo coraggio.

Sentirai: il ritmo del tamburo, profondo dentro di te, che ti chiama alla danza.

E danzerai, sorella mia, danzerai. Maria G. Di Rienzo

dancing girl

(“Sono stati arrestati dalla squadra mobile di Caserta i genitori di una ragazzina torturata e stuprata per anni.” Si tratta di due trentasettenni italiani, madre e compagno della stessa, che erano scappati in Francia dopo l’ordine di cattura nei loro confronti spiccato a maggio. “Le indagini partirono dopo che la ragazzina aveva confidato a una insegnante di essere vittima di violenze sessuali da parte del patrigno.”

Oggi la vittima ha 17 anni: da quando ne aveva 8 “la piccola è stata legata mani e piedi al letto e colpita con la cinghia; in altre occasioni, legata alla maniglia di un garage e colpita con getti di acqua fredda, o ancora costretta a subire docce bollenti o colpita con frustate al volto e alla testa. In altre circostanze, ancora, la minore veniva rinchiusa in uno stanzino al buio e colpita con una trave di legno ed oggetti acuminati dalla madre e dal suo convivente; sovente è stata costretta a mangiare separatamente dagli stessi con pietanze e stoviglie diverse da quelle da loro utilizzate. Alla piccola veniva inoltre impedito di vedere i parenti materni, cui la stessa era molto legata.” Da quando ne aveva 12, ha inoltre subito gli stupri del convivente della madre.)

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