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impunity for violence

“Impunity for violence against women defenders of territory, common goods, and nature in Latin America” – “Impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina”, del Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi (UAF – LAC).

Rapporto completo, pagg. 61:

http://docs.wixstatic.com/ugd/b81245_c0178ea8a0ea4db3b6de6629dea7c6db.pdf

Rapporto, sommario, infografica:

http://www.urgentactionfund-latinamerica.org/publicaciones

Introduzione (trad. Maria G. Di Rienzo)

Il Rapporto regionale sull’impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina riflette lo sforzo collettivo di UAF – LAC e di quattordici organizzazioni (1) impegnate nella promozione e nella difesa dei diritti umani e ambientali delle donne e nella protezione integrale delle attiviste e delle comunità che si confrontano con il modello economico estrattivo in America Latina.

Nel mentre affrontano non solo potenti interessi economici e politici, ma la sistematica e specifica violenza contro di esse, le attiviste ambientaliste corrono rischi particolari, minacce e aggressioni, come la violenza sessuale e altri crimini relativi al genere. Tuttavia, la documentazione su tale istanza è insufficiente e manca di approccio femminista e intersezionale.

Per questa ragione, abbiamo documentato la situazione di tredici attiviste (2) in nove diversi paesi, soggette a denunce, minacce, attacchi e altre forme di aggressione, sino all’estrema repressione / sterminio fisico in forma di femminicidio.

Questi casi mostrano l’allarmante situazione in cui si trovano le difensore, la loro lotta contro l’impunità per gli attacchi che ricevono e la mancanza, da parte degli operatori di giustizia, del riconoscimento degli standard da usare contro l’impunità.

L’impunità comporta molto di più dell’assenza di punizione per gli atti criminali. Implica che non c’è il dovuto processo legale, o che la legge non è stata applicata in modo consistente, che le vittime non sanno la verità sugli assalti che hanno subito e non hanno accesso a risarcimenti. Quindi, significa che lo Stato non adotta misura per prevenire il ripetersi di tali assalti. Ciò impianta terrore e disperazione nelle comunità e nelle organizzazioni e assicura la riproduzione di privilegio e ingiustizia in tutte le loro dimensioni, nonché la continuità dello status quo.

Da una prospettiva femminista, nella nostra regione il perpetuarsi di questo fenomeno è dovuto alle seguenti condizioni: a) la collusione fra lo Stato e le compagnie commerciali (3); b) il continuum e le spirali della violenza di genere; c) il razzismo strutturale, che implica doppia discriminazione contro le attiviste indigene e di origine africana; d) l’assenza di riconoscimento per il lavoro delle donne difensore, il che diminuisce l’importanza dell’identificazione del contesto in cui questi crimini occorrono e di chi li progetta; d) la mancanza di meccanismi di protezione efficaci per le difensore, meccanismi che tengano presenti le loro specifiche vulnerabilità, inclusa la violenza all’interno delle loro comunità e gruppi.

Basandoci sui casi, sottolineiamo alcuni fatti allarmanti. Per le attiviste ambientaliste la giustizia ha due lati: da una parte c’è l’assenza sistematica di indagini diligenti – di solito, le denunce presentate dalle donne difensore sono trascurate e non procedono; dall’altra parte, la giustizia opera con diligenza per criminalizzarle e neutralizzarle. Inoltre, c’è una preoccupante incompetenza da parte dei funzionari nel maneggiare le denunce di violenze sessuali delle donne attiviste, che stride contro la frequenza con cui questo tipo di violenza è esercitato da differenti agenti statali sulle difensore. Infine, diamo l’allarme sulla mancanza di indagini e sul fatto che, quando esse si danno, sono usualmente condotte sulla base di stereotipi misogini e razzisti.

Con questo lavoro congiunto vogliamo onorare e dare dignità all’eredità di resistenza di queste donne che si curano di territorio e natura e li proteggono in America Latina. Vogliamo amplificare le loro voci e le loro richieste e aumentare il sostegno e l’impegno di stati, regioni, corpi internazionali per la protezione dei diritti umani e società civili per la sicurezza delle vite delle difensore e l’integrità e la sostenibilità del loro attivismo.

(1) Questo rapporto è stato preparato tramite lo sforzo comune di: Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi, Associazione per i diritti delle donne nello sviluppo (AWID), JASS – Just Associates, Iniziativa delle donne mesoamericane difensore dei diritti umani, Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile (MAB); Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (COPINH); Commissione dei parenti delle vittime del Massacro di Curuguaty in Paraguay; Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Commissione inter-ecclesiale per la giustizia e la pace in Colombia; Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Fondo per le Donne del Sud; Comunità ancestrale Mapuche di Quillempám; Gruppo di lavoro lesbofemminista antirazzista Terra e Territorio, che hanno fornito suggerimenti e la documentazioni sui casi che mostrano schemi di impunità in differenti paesi.

(2) I casi documentati sono quelli di: Sonia Sánchez – Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Isabel Cristina Zuleta – Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Lucia Aguero, María Fani Olmedo e Dolores López – Paraguay; Luisa Lozano e Karina Montero – Difesa dei diritti sulla terra e dei diritti collettivi dei popoli indigeni in Ecuador; Yolanda Oquelí – Resistenza alle miniere in Guatemala; Juana Bilbano e Lottie Cunningham – Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Berta Cáceres, Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras; Nilce de Souza – Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile; “La Negra” Macarena Valdés – Comunità Newen-Tranguil del Cile.

(Ndt.: Berta Cáceres, Nilce de Souza e “La Negra” Macarena Valdés sono state assassinate.)

(3) La collusione si riflette sulle cornici legali e sulle politiche che incoraggiano gli investimenti stranieri a prescindere dal rispetto dei diritti umani, nonostante la violazione del diritto a un consenso libero, precedente e informato, la militarizzazione e le azioni di giudici e avvocati basate su pregiudizi.

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(di Zoe Tabary per Thomson Reuters Foundation, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Londra, 18 giugno 2018 – Le donne devono stare al cuore dell’azione sul clima, se il mondo vuole limitare l’impatto mortale di disastri come inondazioni e bufere, ha detto lunedì l’ex presidente irlandese e commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Mary Robinson.

mary robinson

Robinson, che è stata in precedenza incaricata per il clima dalle NU, ha detto che le donne sono le più investite negativamente dai disastri eppure raramente sono “messe al fronte e al centro” degli sforzi per proteggere i più vulnerabili.

“Il cambiamento climatico è un problema creato dall’uomo e deve avere una soluzione femminista. – ha detto all’incontro di esperti di clima al “London’s Marshall Institute for Philanthropy and Entrepreneurship” – Il femminismo non significa escludere gli uomini, si tratta di essere più inclusivi rispetto alle donne e, in questo caso, significa riconoscere il ruolo che esse giocano nel contrastare il cambiamento climatico.”

La ricerca ha dimostrato come le vulnerabilità delle donne siano esposte durante il caos creato dai cicloni, dai terremoti e dalle inondazioni, secondo il gruppo di esperti che compone l’Istituto britannico “Overseas Development”.

In molti paesi in via di sviluppo, per esempio, le donne sono impegnate nella produzione di cibo, ma non è loro permesso maneggiare il denaro guadagnato dalla vendita dei raccolti, ha detto Robinson.

La mancanza di accesso alle risorse finanziarie può ostacolare la loro capacità di resistere e reagire a condizioni atmosferiche estreme, ha aggiunto parlando con noi alla fine dell’evento.

“Le donne in tutto il mondo sono in prima linea per quel che riguarda le ricadute del cambiamento climatico e perciò in prima linea nelle azioni per contrastarlo. – ha detto Natalie Samarasinghe, socia direttrice delle Associazioni delle Nazioni Unite per la Gran Bretagna, durante l’incontro – Ciò che noi, la comunità internazionale, dobbiamo fare è parlare con loro, imparare da loro e sostenerle nell’aumentare ciò che esse sanno funzionare meglio nelle loro comunità.”

Mary Robinson è stata presidente dell’Irlanda dal 1990 al 1997 prima di assumere l’incarico di Alta Commissaria delle NU per i Diritti Umani, e ora dirige una fondazione che si occupa di giustizia climatica.

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dorothy

Dorothy Nabakooza – in immagine – è una femminista e un’attivista ecologista, tra le altre cose fondatrice di Climate Change Fighters (“Combattenti contro il cambiamento climatico”) e tutor certificata per i corsi universitari gratuiti forniti online da Coursera (piattaforma creata da docenti di informatica dell’Università di Stanford, coinvolge centinaia di altre università e organizzazioni).

Come moltissime di noi – comprese quelle che si feriscono, si affamano, si ammalano e si uccidono per questo – non assomiglia a Barbie e gliel’hanno fatto notare abbastanza spesso:

“La violenza di genere prende molte forme. Nel contesto di cui parlo, è stata brutale nei miei confronti come donna larga. Secondo mia madre, sono nata minuscola e ho cominciato a prendere peso mentre crescevo. Ero l’unica paffuta in una famiglia con quattro bambini ma la cosa non mi ha mai preoccupato perché la mia famiglia mi amava com’ero.

Poi sono andata alle elementari, dove sono diventata più conscia del mio aspetto. Mi isolavo spesso dagli altri scolaretti, non mi sentivo a mio agio nella mia stessa pelle. Questo mi ha fatto davvero male, non avevo molti amici. Nessuno voleva diventare amico di una “ragazza grossa”. Ero molto sola e a volte odiavo me stessa perché ero grassa. C’è stato un periodo in cui non vedevo l’ora che le lezioni terminassero per scappare via da tutto quell’odio.

Ci sono ancora oggi persone maleducate che mi chiamano “grassa” (ndt.: a guisa di insulto) ma la cosa non mi dà lo stesso fastidio del passato. Alcune persone si riferiscono a me in questo modo quando stanno descrivendo ad altra gente chi sono io: per esempio, durante la conversazione dicono “Oh, intendi Dorothy, quella grassa!”.

C’è segregazionismo nei confronti delle persone larghe ovunque, persino nei trasporti pubblici; la gente non vuol sedersi vicina a me spiegando che essendo grassa li strizzerei. Una volta non ho ottenuto un impiego perché il direttore del personale disse che ero troppo grossa per rappresentare la sua azienda.

Nonostante le difficoltà, io continuo a sensibilizzare ogni ragazza larga in giro per il mondo a non prendersela a cuore. So che fa male, ma io ho raggiunto un punto in cui sono orgogliosa di me stessa e letteralmente non presto attenzione agli svergognatori. Incoraggio le ragazze a amare se stesse: “Smetti di odiarti per quel che non sei e comincia ad amarti per chi sei.”

Spesso resti grossa nonostante la ginnastica e le diete e tutto il duro impegno che ci metti, perciò, continuerai a disprezzare te stessa? Cambia mentalità, perché l’amarti comincia da te. E ci sono persone che ti ameranno per chi tu sei.

Ognuno è bello nella sua propria pelle, nel suo proprio modo; tu non hai bisogno della convalida di nessuno su chi sei e su quel che puoi fare. La vita è troppo breve.”

Maria G. Di Rienzo

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poonam ghimire

Quando aveva 11 anni, la nepalese Poonam Ghimire – in immagine – scrisse, mise in scena e diresse un pezzo teatrale che affrontava le diseguaglianze di genere nella scuola e chiedeva maggiore inclusione. Il suo lavoro riscosse un tal successo che la gente lo metteva spontaneamente in scena nelle strade: questo in un paese in cui solo il 66% delle ragazze frequenta le medie, poiché all’età in cui dovrebbero farlo sono già intrappolate in matrimoni precoci o lavoro forzato, oppure ne sono impedite dalla povertà o da proibizioni socioculturali.

In più, in molte regioni sono costrette a sottoporsi alla “tradizione” che le allontana dalle proprie case quando hanno le mestruazioni. Confinate in remote capanne, le ragazze sono spesso stuprate, si ammalano, muoiono di freddo e di fame.

Contro tutto questo, Poonam ha organizzato le sue amiche e ha fatto campagna per l’eguaglianza di genere. L’Unicef l’ha notata abbastanza presto da chiederle di scrivere per l’organizzazione, cosa che le ha fatto guadagnare un profilo internazionale.

Quando è stato il momento di andare all’università, Poonam ha scelto scienze forestali: è convinta che il cambiamento climatico e la diseguaglianza di genere siano connessi. Il cambiamento climatico ha impatto principalmente su bambine e donne, sostiene, giacché nelle comunità sfollate la percentuale di matrimoni forzati infantili cresce, gli agricoltori su piccola scala – che sono in maggioranza donne – vedono distrutte le loro possibilità di sopravvivere grazie al loro lavoro e molte bambine a cui è permesso studiare non riescono più neppure a raggiungere le scuole.

Garantire alle donne il diritto alla salute sessuale fornendo loro l’accesso al controllo delle nascite e fornire istruzione sul cambiamento climatico a donne e bambine sono due dei rimedi per cui la giovane attivista lavora assieme all’Associazione delle organizzazioni giovanili del Nepal (con cui ha anche affrontato le conseguenze del devastante terremoto del 2015, in prima linea negli sforzi per l’assistenza e la ricostruzione).

Durante la sua attività, Poonam ha visto altre connessioni: in Nepal solo il 37% delle persone può usufruire di impianti igienici e sanitari, e di nuovo ciò ha un impatto sproporzionato su donne e bambine, a cui è affidato il compito di fornire acqua potabile; inoltre, espone la popolazione al rischio di colera e altre malattie relative al consumo di acqua contaminata.

Poonam ha già prodotto lavori di ricerca sullo smaltimento sostenibile dei rifiuti, promuove un’agricoltura pure sostenibile, organizza concorsi di poesia sul cambiamento climatico e diffonde libri, tiene seminari sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per i giovani, incoraggiandoli a fondare gruppi ambientalisti in tutta la nazione. Mentre viaggia per questi scopi, raccoglie dati locali sull’inquinamento dell’aria.

“Per molti, io sono una donna non sposata che lavora nel mondo degli uomini e non sa cucinare. – ha detto di recente alla stampa – Ma io sono una donna che ha sogni, aspirazioni e, cosa più importante di tutte, ho una voce.”

Maria G. Di Rienzo

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(“For the mamas on the frontlines” – “Per le mamme in prima linea”, di Helen Knott, trad. Maria G. Di Rienzo. Helen – in immagine – è una poeta, scrittrice, guaritrice, ambientalista, organizzatrice e attivista indigena canadese. “Ho scritto questa poesia – ha detto l’anno scorso – mentre mi trovavo in un difficile spazio oscuro. E’ uno spazio in cui credo molte di noi si trovino quando sono impegnate nell’attivismo e perciò le mie parole sono venute da un luogo di necessità ma anche da un forte convincimento sul potere dell’azione intrapresa dagli individui.”)

Knott

Siamo state nelle prime linee

con i nostri pugni levati in alto

abbiamo inondato le strade cittadine

in un flusso collettivo

cuore a cuore e fianco a fianco

abbiamo fatto di noi stesse delle alleate

offrendo il nostro sacrificio personale

abbiamo riempito i moduli delle petizioni

continuamente… continuamente.

Abbiamo visto movimenti

sorgere, aumentare, declinare, ritirarsi e crescere.

Ci siamo trascinate dietro i bambini

o qualche volta li abbiamo lasciati a casa

spiegando, piegate sulle ginocchia,

il perché la mamma doveva andare:

perché se le mamme non lottano per i bambini, allora chi lo farà?

Ho detto, se le mamme non lottano per i bambini, allora chi lo farà?

Abbiamo imparato a navigare fra le correnti politiche

a far pressione su pubblici ministeri, deputati e senatori

ministri di gabinetto, e delegati di qualsiasi dipartimento continui a sbagliare.

Alcune di noi hanno infranto le leggi fatte dagli uomini e si sono fatte arrestare.

Siamo rimaste sedute tenendo le nostre veglie:

a volte le candele tremolanti che reggiamo… sono l’unica luce che vediamo.

Pure, manteniamo la convinzione che un giorno l’oscurità non avrà altra scelta che recedere.

Ci siamo sollevate in difesa di terre, di acque,

per i nostri figli,

per le nostre figlie,

per qualcosa di più grande di noi.

Non importa da quale lotta storica veniamo

molte di noi hanno capito

che ci siamo dentro insieme, e che quando collettivamente sfidiamo

noi attivamente ridefiniamo… l’amore.

A volte quell’amore ci dà la capacità di muovere montagne

e altre volte ci dà abbastanza vigore da farci persistere per un giorno di più.

Di fronte a ogni rivoluzione

ci sono molte pause, blocchi e inizi,

ci sono molte lacrime, paure non dette e spezzarsi di cuori.

Se ascolti con sufficiente attenzione potrai in effetti sentire tutto…

Perché siamo onesti, tesoro,

a volte lottare per il cambiamento equivale a sottoporsi a un inferno.

Quindi, cos’è che ci fa insistere,

quand’è chiaro che l’ignoranza cammina mano nella mano con la beatitudine?

E’ perché

è perché

qualche volta non far nulla non si accorda all’anima?

O il fatto che crediamo il potere non sia assoluto

e non c’è sottomissione possibile nei confronti di coloro che sembrano avere il controllo?

Difendiamo trattati e promesse fatte e spezzate molto tempo fa?

E’ per chi non ha voce? Per chi non ha scelta?

O perché siamo radicate in scienza e dati di fatto?

Forse la nostra fede ci chiede di muoverci e reagire?

Comunque sia, c’è forza nella nostra scelta di stare insieme

Una cosa che so per certo essere vera

è che io non mi ergerei ne’ parlerai liberamente come faccio

se non fosse per quelle che sono venute prima di me.

Perché non hanno accettato sconfitte.

Hanno continuato a basarsi su ciò in cui credevano.

Hanno lottato, hanno sanguinato, hanno compiuto sacrifici

ed è per questo che io posso dormire la notte

sapendo che tutte queste azioni non sono state compiute invano,

perché sto sulle spalle di queste giganti

e la prossima generazione un giorno dirà la stessa cosa

e le giganti di cui parleranno, be’ mia cara, saremo noi.

Perciò non sottovalutare mai

il potere della tua voce

o della forza in una collettiva e trascinante forma d’amore.

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(brano tratto da: “What We Want for 2018: The Biggest Movement Leaders Envision the Changes Ahead”, di Beverly Bell per “Yes! Magazine”, 5 gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta di una serie di brevi interviste a attiviste/i di spicco nei movimenti sociali, a cui è stato chiesto cosa prevedono e desiderano per l’anno nuovo. Io ho trovato particolarmente interessanti due donne.)

chiponda

Melania Chiponda (1) – Attivista femminista, fa campagna per la giustizia climatica ed è stata parte della sollevazione che, in Zimbabwe, ha rovesciato Robert Mugabe.

“La marcia di milioni di persone attraverso lo Zimbabwe, il 18 novembre, per la nostra democrazia, per la pace e la salvezza economica ha avuto successo nel far cadere Mugabe. E’ stata una rivoluzione.

Come femminista africana, ho marciato anche per qualcosa che sta più in profondità: per la liberazione delle donne, per l’eguaglianza delle persone di tutte le razze, religioni, generi, gruppi etnici e classi sociali. Ma da un punto di vista femminista la vera rivoluzione non è ancora avvenuta. Il mio sogno per il 2018 e oltre è di un vero cambiamento, non solo un cambio di guardia da Mugabe al suo ex braccio destro, il crudele Emmerson Mnangagwa.

Se vogliamo correggere il sistema politico e il sistema economico, dovremmo liberarci del capitalismo patriarcale. Io mi sento in trappola ove ogni strada di accesso al potere è dominata in modo schiacciante dai maschi. Un sistema economico più cooperativo ed egualitario non può essere basato sulla supremazia maschile.

In un mondo in cui le donne sono viste principalmente come madri e addette al lavoro di cura, e devono sconfiggere la forte resistenza ideologica e politica degli uomini per partecipare ai sistemi politici ed economici, la mia speranza è che noi si dia inizio a una vera rivoluzione contro il capitalismo patriarcale.

okon

Emem Okon – Direttrice del Centro delle Donne per lo sviluppo e le risorse di Kebetkache, un’organizzazione nigeriana eco-femminista che organizza la lotta contro le compagnie petrolifere.

Come donne del delta del Niger, speriamo questo per il 2018: Niente su di noi senza di noi!

Durante questo nuovo anno mireremo a maggior potere per il movimento eco-femminista mentre ci confrontiamo con le compagnie petrolifere che hanno rubato le nostre terre, degradato il nostro ambiente e la biodiversità, e aumentato la violenza.

Mi aspetto maggior visibilità per le donne mentre agiamo per la protezione, la bonifica e il ripristino del nostro ambiente naturale. Prevedo mobilitazioni di donne ancora più vaste e non vedo l’ora di partecipare alle consultazioni con le donne che stanno facendo pressione sulle compagnie petrolifere affinché conducano le valutazioni di impatto ambientale prima di cominciare le attività sulle terre delle loro comunità. Ho la visione delle aspirazioni di chi appartiene alle comunità: l’avere riconoscimento e rispetto dalle compagnie petrolifere.

Infine, prendo speranza dal sapere che spingeremo per una prospettiva relativa ai diritti delle donne mentre ci impegniamo per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e ne controlliamo il progresso, per assicurarci che nessuno sia lasciato indietro e che il governo e le compagnie petrolifere facciano le cose giuste.

(1) Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/09/13/defendher/

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(“Interview with Azeb Girmai of Environmental Development Action (ENDA)”, Wedo, 23 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

azeb

WEDO: Cosa ti ha spinto a essere coinvolta nel lavoro che fai?

Azeb: Ho lavorato in Etiopia con un’organizzazione per lo sviluppo, l’Environmental Development Action (ENDA), partecipando ad azioni sul clima e sulla giustizia climatica. Il mio retroscena è quello ambientalista e la mia esperienza professionale si è data nel lavoro con le comunità etiopi sulla giustizia climatica, particolarmente nel contesto di donne e ambiente. E’ importante esaminare il nesso fra le donne e l’ambiente, poiché è un’intersezione largamente ignorata. Le donne stanno portando il peso del cambiamento climatico e della degradazione ambientale, e lo stanno portando da lungo tempo.

Nulla è cambiato; le donne sul territorio stanno lottando dal basso, specialmente nelle aree di disparità economica, accesso all’acqua e a servizi sanitari, istruzione e cambiamento climatico. Tutte queste istanze si intersecano nel contesto dei diritti delle donne. La gente di frequente prende le iniziative per il potenziamento delle donne come cambiamento sostanziale (per i diritti delle donne), ma non molti passi sono stati in effetti compiuti in termini di cambiamento strutturale.

WEDO: Puoi parlarci un po’ delle intersezioni fra genere, povertà e cambiamento climatico? Perché è importante fare queste connessioni?

Azeb: Perché stanno al cuore del problema. Le istanze relative alle donne sono al cuore delle istanze climatiche e ambientali, in particolar modo in Africa. L’ambiente è la loro sopravvivenza e non hanno niente di cui vivere. Le donne sono tipicamente quelle che usano la terra per scopi agricoli che alimentano l’economia, e le donne rurali povere sono il tipico segmento demografico assunto per tali ruoli. Se il loro ambiente non è integro, a causa delle siccità dovute al cambiamento climatico o agli egualmente devastanti disastri ambientali, le loro vite e i loro mezzi di sostentamento sono cancellati con facilità e non vi è nulla a cui possano appoggiarsi.

Questo specifico sistema di vita dove le donne dipendono dall’ambiente per la loro sopravvivenza è già reso vulnerabile dai sistemi politici, sociali ed economici all’interno dei loro paesi. Quando ci aggiungi gli effetti del cambiamento climatico, ciò non fa che aumentare i problemi già esistenti. Ci sono numerosi programmi, politiche e convenzioni delle Nazioni Unite che hanno come bersaglio questa crisi, ma niente di tutto ciò si sta traducendo in un cambiamento efficace per le donne sul territorio.

Diamo un’occhiata alla Dichiarazione di Pechino del 1995 che fu un formale tentativo verso il miglioramento delle vite delle donne e dei loro diritti. Quanti anni sono ormai passati? Dall’epoca della sua implementazione, la vita nelle zone rurali è rimasta in pratica identica. Forse l’istruzione ha avuto un avanzamento sotto certi aspetti e delle bambine hanno l’opportunità di andare a scuola, ma anche considerando questo è importante affrontare le divisioni di classe e sottolineare che queste opportunità non sono equamente disponibili. Mio padre è stato fortunato a ricevere un’istruzione e perciò io mi trovo dove sono oggi. Ma ho ancora zie e cugine nelle aree rurali a cui mancano tali risorse e opportunità.

WEDO: Quali sono le implicazioni del non utilizzare i termini “giustizia climatica e ambientale” quando si definiscono le istanze ambientali?

Azeb: Il modo in cui la comunità internazionale può affrontare il cambiamento climatico, tramite discorso o convenzione, è usando la lente della giustizia. Se manchiamo di essere intenzionali nel chiedere giustizia climatica e ambientale, nel riconoscere su chi / dove i suoi impatti sono avvertiti più duramente da coloro che hanno pochissime risorse, le donne sul territorio continueranno a pagare ogni giorno perché non hanno abbastanza acqua, cibo, energia, eccetera. Circa l’80% delle donne vive nelle zone rurali, perciò l’ambiente è la loro casa e l’ambiente è scosso. Fallire nel contestualizzare adeguatamente le istanze ambientali all’interno della cornice della giustizia riduce l’urgenza al mitigare il problema, perché permette la cancellazione del collegamento fra vita umana e ambiente. Permette ai paesi responsabili del frenare rispetto a questo problema di restare soddisfatti. E’ impossibile per loro immaginare. Sono così tanto distanti.

Respingiamo ogni responsabilità per l’ingiustizia climatica e ambientale anche quando educhiamo male i nostri figli. Scuole e Università altamente stimate, nelle nazioni sviluppate, perpetuano materiali in cui si dice che la gente povera e i paesi in via di sviluppo soffrono non a causa del cambiamento climatico ma perché le nostre strutture politiche sono difettose – il che è altamente problematico. Questa retorica mantiene le nazioni sviluppate soddisfatte, perché passa strategicamente il biasimo e la responsabilità ai sistemi e alle strutture sociali esistenti nelle nazioni africane. I governi occidentali la usano come scusa e biasimano i nostri governi. Non sto tentando di giustificare i nostri leader o di dire che non hanno responsabilità, ma l’onere sta anche sulle nazioni sviluppate che hanno compromesso le risorse della Terra e hanno contribuito immensamente a creare questi problemi per favorire il loro sviluppo industriale e i loro agi personali.

WEDO: Qual è la tua prospettiva femminista sulla giustizia/ingiustizia climatica? Cosa vedi come responso alternativo femminista all’ingiustizia climatica?

Azeb: Onestamente, credo sia il momento di rivedere le nostre strategie. In qualche modo siamo diventate intorpidite; continuiamo a pensare che una soluzione si presenterà e non sta accadendo. Dobbiamo impegnarci e creare strategie a livello di base. Chiari piani d’azione tratti dalle convenzioni hanno tentato di affrontare queste istanze per parecchi anni ma per la maggioranza della comunità internazionale la loro narrativa non è riuscita a creare collegamento o è svanita. Per fare un esempio, ENDA compilò una revisione della piattaforma d’azione su donne e ambiente della Convenzione di Pechino, in cui scoprì che per quanto riguarda il governo etiope le questioni tendono a fermarsi a livello federale. Le convenzioni vanno e vengono. Le autorità locali non sanno nulla di esse. A livello internazionale usciamo e teniamo incontri, ma parliamo solo fra di noi e non c’è collaborazione a livello locale. Le comunità locali sono interamente escluse da questo processo e raramente sanno cosa stiamo facendo.

Il mio messaggio a chi prende decisioni a livello internazionale è questo: includete le donne locali nei processi decisionali e impegnatevi con loro. Non devono dover aspettare noi. Sono perfettamente in grado di impiegare strategie per contrastare i problemi, ma è necessario che siano rispettate, sostenute e riconosciute per il lavoro che stanno già facendo.

WEDO: Cosa vuoi veder cambiare o accadere in futuro? Come appare a te un futuro di giustizia climatica?

Azeb: E’ facile da dire, ma alla fine di tutto vorrei vedere le donne usare la loro autonomia per risolvere collettivamente queste istanze. Voglio che prendano la loro vita nelle loro proprie mani. Attualmente, alle donne non è data la piattaforma per prendere queste importanti decisioni e sono dipendenti da politiche di poca efficacia o che non hanno impatto sostanziale. C’è stata Parigi e abbiamo urlato che non è abbastanza, non sta facendo nulla per queste donne. Persino il trattato non vincolante che ne è uscito era troppo per gli Stati Uniti, che si sono chiamati fuori. Ne prendiamo atto e continuiamo sulla nostra strada.

Molti programmi locali sono in sofferenza e pochissimi hanno fondi sufficienti perché il denaro raramente è destinato a organizzazioni locali. Naturalmente, le donne in un modo o nell’altro sopravviveranno. Sono sicuramente delle sopravvissute, ma ciò non basta. Anche queste piccole iniziative non hanno la capacità sufficiente a cambiare quel che vogliamo cambiare.

WEDO: Perché è importante per le donne essere incluse nel discorso delle soluzioni sul clima? Le organizzazioni ambientalisti e i decisori come possono rendere gli spazi/i discorsi più intenzionali e inclusivi?

Azeb: Si tratta di diritti umani. In generale, tutte le donne dovrebbero essere coinvolte, anche le donne americane. Essere inclusivi è molto importante. Perché, come ho detto, il cambiamento climatico riguarda l’ambiente e le donne sono le più collegate a quest’ultimo. E’ la loro sopravvivenza. Devono essere coinvolte. Dovrebbero essere preparate a quel che dovranno affrontare e su come attraversare queste situazioni. Gli antiquati meccanismi di sopportazione non sono più sufficienti. Le donne conoscono la soluzione, ma hanno bisogno di sostegno e legittimazione da parte delle nostre istituzioni e da chi crea le politiche.

Tutti noi, in special modo le organizzazioni ambientali e i decisori, dobbiamo dedicarci in modo realistico al lavoro che abbiamo davanti. Colleghiamo le ovvie istanze climatiche al cambiamento climatico e ai nostri popoli, e accettiamo la nostra responsabilità collettiva di fare meglio.

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