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Posts Tagged ‘ecofemminismo’

(“Interview with Azeb Girmai of Environmental Development Action (ENDA)”, Wedo, 23 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

azeb

WEDO: Cosa ti ha spinto a essere coinvolta nel lavoro che fai?

Azeb: Ho lavorato in Etiopia con un’organizzazione per lo sviluppo, l’Environmental Development Action (ENDA), partecipando ad azioni sul clima e sulla giustizia climatica. Il mio retroscena è quello ambientalista e la mia esperienza professionale si è data nel lavoro con le comunità etiopi sulla giustizia climatica, particolarmente nel contesto di donne e ambiente. E’ importante esaminare il nesso fra le donne e l’ambiente, poiché è un’intersezione largamente ignorata. Le donne stanno portando il peso del cambiamento climatico e della degradazione ambientale, e lo stanno portando da lungo tempo.

Nulla è cambiato; le donne sul territorio stanno lottando dal basso, specialmente nelle aree di disparità economica, accesso all’acqua e a servizi sanitari, istruzione e cambiamento climatico. Tutte queste istanze si intersecano nel contesto dei diritti delle donne. La gente di frequente prende le iniziative per il potenziamento delle donne come cambiamento sostanziale (per i diritti delle donne), ma non molti passi sono stati in effetti compiuti in termini di cambiamento strutturale.

WEDO: Puoi parlarci un po’ delle intersezioni fra genere, povertà e cambiamento climatico? Perché è importante fare queste connessioni?

Azeb: Perché stanno al cuore del problema. Le istanze relative alle donne sono al cuore delle istanze climatiche e ambientali, in particolar modo in Africa. L’ambiente è la loro sopravvivenza e non hanno niente di cui vivere. Le donne sono tipicamente quelle che usano la terra per scopi agricoli che alimentano l’economia, e le donne rurali povere sono il tipico segmento demografico assunto per tali ruoli. Se il loro ambiente non è integro, a causa delle siccità dovute al cambiamento climatico o agli egualmente devastanti disastri ambientali, le loro vite e i loro mezzi di sostentamento sono cancellati con facilità e non vi è nulla a cui possano appoggiarsi.

Questo specifico sistema di vita dove le donne dipendono dall’ambiente per la loro sopravvivenza è già reso vulnerabile dai sistemi politici, sociali ed economici all’interno dei loro paesi. Quando ci aggiungi gli effetti del cambiamento climatico, ciò non fa che aumentare i problemi già esistenti. Ci sono numerosi programmi, politiche e convenzioni delle Nazioni Unite che hanno come bersaglio questa crisi, ma niente di tutto ciò si sta traducendo in un cambiamento efficace per le donne sul territorio.

Diamo un’occhiata alla Dichiarazione di Pechino del 1995 che fu un formale tentativo verso il miglioramento delle vite delle donne e dei loro diritti. Quanti anni sono ormai passati? Dall’epoca della sua implementazione, la vita nelle zone rurali è rimasta in pratica identica. Forse l’istruzione ha avuto un avanzamento sotto certi aspetti e delle bambine hanno l’opportunità di andare a scuola, ma anche considerando questo è importante affrontare le divisioni di classe e sottolineare che queste opportunità non sono equamente disponibili. Mio padre è stato fortunato a ricevere un’istruzione e perciò io mi trovo dove sono oggi. Ma ho ancora zie e cugine nelle aree rurali a cui mancano tali risorse e opportunità.

WEDO: Quali sono le implicazioni del non utilizzare i termini “giustizia climatica e ambientale” quando si definiscono le istanze ambientali?

Azeb: Il modo in cui la comunità internazionale può affrontare il cambiamento climatico, tramite discorso o convenzione, è usando la lente della giustizia. Se manchiamo di essere intenzionali nel chiedere giustizia climatica e ambientale, nel riconoscere su chi / dove i suoi impatti sono avvertiti più duramente da coloro che hanno pochissime risorse, le donne sul territorio continueranno a pagare ogni giorno perché non hanno abbastanza acqua, cibo, energia, eccetera. Circa l’80% delle donne vive nelle zone rurali, perciò l’ambiente è la loro casa e l’ambiente è scosso. Fallire nel contestualizzare adeguatamente le istanze ambientali all’interno della cornice della giustizia riduce l’urgenza al mitigare il problema, perché permette la cancellazione del collegamento fra vita umana e ambiente. Permette ai paesi responsabili del frenare rispetto a questo problema di restare soddisfatti. E’ impossibile per loro immaginare. Sono così tanto distanti.

Respingiamo ogni responsabilità per l’ingiustizia climatica e ambientale anche quando educhiamo male i nostri figli. Scuole e Università altamente stimate, nelle nazioni sviluppate, perpetuano materiali in cui si dice che la gente povera e i paesi in via di sviluppo soffrono non a causa del cambiamento climatico ma perché le nostre strutture politiche sono difettose – il che è altamente problematico. Questa retorica mantiene le nazioni sviluppate soddisfatte, perché passa strategicamente il biasimo e la responsabilità ai sistemi e alle strutture sociali esistenti nelle nazioni africane. I governi occidentali la usano come scusa e biasimano i nostri governi. Non sto tentando di giustificare i nostri leader o di dire che non hanno responsabilità, ma l’onere sta anche sulle nazioni sviluppate che hanno compromesso le risorse della Terra e hanno contribuito immensamente a creare questi problemi per favorire il loro sviluppo industriale e i loro agi personali.

WEDO: Qual è la tua prospettiva femminista sulla giustizia/ingiustizia climatica? Cosa vedi come responso alternativo femminista all’ingiustizia climatica?

Azeb: Onestamente, credo sia il momento di rivedere le nostre strategie. In qualche modo siamo diventate intorpidite; continuiamo a pensare che una soluzione si presenterà e non sta accadendo. Dobbiamo impegnarci e creare strategie a livello di base. Chiari piani d’azione tratti dalle convenzioni hanno tentato di affrontare queste istanze per parecchi anni ma per la maggioranza della comunità internazionale la loro narrativa non è riuscita a creare collegamento o è svanita. Per fare un esempio, ENDA compilò una revisione della piattaforma d’azione su donne e ambiente della Convenzione di Pechino, in cui scoprì che per quanto riguarda il governo etiope le questioni tendono a fermarsi a livello federale. Le convenzioni vanno e vengono. Le autorità locali non sanno nulla di esse. A livello internazionale usciamo e teniamo incontri, ma parliamo solo fra di noi e non c’è collaborazione a livello locale. Le comunità locali sono interamente escluse da questo processo e raramente sanno cosa stiamo facendo.

Il mio messaggio a chi prende decisioni a livello internazionale è questo: includete le donne locali nei processi decisionali e impegnatevi con loro. Non devono dover aspettare noi. Sono perfettamente in grado di impiegare strategie per contrastare i problemi, ma è necessario che siano rispettate, sostenute e riconosciute per il lavoro che stanno già facendo.

WEDO: Cosa vuoi veder cambiare o accadere in futuro? Come appare a te un futuro di giustizia climatica?

Azeb: E’ facile da dire, ma alla fine di tutto vorrei vedere le donne usare la loro autonomia per risolvere collettivamente queste istanze. Voglio che prendano la loro vita nelle loro proprie mani. Attualmente, alle donne non è data la piattaforma per prendere queste importanti decisioni e sono dipendenti da politiche di poca efficacia o che non hanno impatto sostanziale. C’è stata Parigi e abbiamo urlato che non è abbastanza, non sta facendo nulla per queste donne. Persino il trattato non vincolante che ne è uscito era troppo per gli Stati Uniti, che si sono chiamati fuori. Ne prendiamo atto e continuiamo sulla nostra strada.

Molti programmi locali sono in sofferenza e pochissimi hanno fondi sufficienti perché il denaro raramente è destinato a organizzazioni locali. Naturalmente, le donne in un modo o nell’altro sopravviveranno. Sono sicuramente delle sopravvissute, ma ciò non basta. Anche queste piccole iniziative non hanno la capacità sufficiente a cambiare quel che vogliamo cambiare.

WEDO: Perché è importante per le donne essere incluse nel discorso delle soluzioni sul clima? Le organizzazioni ambientalisti e i decisori come possono rendere gli spazi/i discorsi più intenzionali e inclusivi?

Azeb: Si tratta di diritti umani. In generale, tutte le donne dovrebbero essere coinvolte, anche le donne americane. Essere inclusivi è molto importante. Perché, come ho detto, il cambiamento climatico riguarda l’ambiente e le donne sono le più collegate a quest’ultimo. E’ la loro sopravvivenza. Devono essere coinvolte. Dovrebbero essere preparate a quel che dovranno affrontare e su come attraversare queste situazioni. Gli antiquati meccanismi di sopportazione non sono più sufficienti. Le donne conoscono la soluzione, ma hanno bisogno di sostegno e legittimazione da parte delle nostre istituzioni e da chi crea le politiche.

Tutti noi, in special modo le organizzazioni ambientali e i decisori, dobbiamo dedicarci in modo realistico al lavoro che abbiamo davanti. Colleghiamo le ovvie istanze climatiche al cambiamento climatico e ai nostri popoli, e accettiamo la nostra responsabilità collettiva di fare meglio.

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(“Visionary and creative resistance: meet the women challenging extractivism – and patriarchy”, di Inna Michaeli e Semanur Karaman per Open Democracy, 3 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“Cos’è lo stato? Noi siamo lo stato! Lo stato è lo stato grazie a noi.” disse Havva Ana (Madre Eva), una donna di 63 anni che, nel luglio 2015, partecipò a una dimostrazione per bloccare la demolizione delle antiche foreste a Rize, in Turchia.

havva ana

Quel che Havva Ana (in immagine qui sopra) intendeva è che lo stato dipende dal popolo per la sua legittimazione – e che non deve dare priorità al profitto a breve termini rispetto ai diritti e al benessere. Le foreste di Çamlıhemşin hanno, per centinaia di anni, fornito mezzi di sussistenza e connessioni ancestrali nella regione del Mar Nero.

Messa di fronte alla distruzione, la donna ha resistito ai bulldozer e alle forze di sicurezza, formando una catena umana con altri dimostranti per arrestare la loro avanzata. Si è confrontata con la violenza con tutto quel che aveva: mettendo il suo corpo in prima linea. La polizia ha rimosso i manifestanti dal luogo con la forza, permettendo alla demolizione di continuare.

Havva Ana fa parte di un più vasto ecosistema di donne che lottano in prima fila per difendere terra, ambienti e modi di vivere dal violento modello di “sviluppo” basato sulle attività estrattive e sulla mercificazione senza limiti della natura. Questo è un lavoro pericoloso e le difensore dei diritti umani e dell’ambiente hanno dovuto fronteggiare attacchi sistematici. A livello globale, le élite economiche e politiche stanno distruggendo il pianeta, violando gli standard internazionali sui diritti umani e i trattati che proteggono i diritti dei popoli indigeni.

Nel 2015, 156 omicidi sono stati registrati dallo speciale rapporteur sullo stato dei diritti umani delle Nazioni Unite: il 45% era costituito da difensori/e di diritti ambientali, sulla terra e indigeni. Nello stesso anno, l’ong Global Witness documentò l’assassinio di 185 difensori/e dei diritti umani in 16 paesi, con Brasile, Filippine e Colombia in testa alla classifica per omicidi di attivisti indigeni.

L’assassino di Berta Cáceres, avvenuto l’anno scorso nella sua casa in Honduras, seguito ad anni di attivismo per proteggere il fiume Gualcarque dal progetto idroelettrico “Agua Zarca”, emblematico delle ritorsioni contro le donne che resistono alla distruzione dell’ambiente e a interessi potenti. Recente evidenza legale indica che il governo dell’Honduras possa aver collaborato con forze paramilitari addestrate negli Usa per ucciderla. Molte altri attacchi e omicidi non sono neppure denunciati.

Nel frattempo, una nuova ricerca di AWID e della Coalizione Internazionale delle Difensore dei Diritti Umani delle Donne, basata su consultazioni con donne che vivono in Africa, Asia e America Latina, rivela chiari schemi con specifiche di genere della violenza contro le donne che difendono terre e comunità – e guarda alle strategie delle donne per l’azione e la resistenza contro le industrie estrattive e il potere delle corporazioni.

“Quando mi minacciano, dicono che mi uccideranno ma che, prima di uccidermi, mi stupreranno. Non dicono questo ai miei colleghi maschi. Tali minacce sono dirette molto specificatamente alle donne indigene.”, dice Lolita Chavez (in immagine qui sotto), una difensora indigena dei diritti umani delle donne che vive in Guatemala, nella sua testimonianza raccolta come parte di questa ricerca.

lolita chavez

Molti difensori dei diritti umani in tutto il mondo fronteggiano criminalizzazione, stigmatizzazione e violenza, ma le donne fanno esperienza di minacce addizionali legate al genere. Per esempio, la stigmatizzazione può comprendere termini sessualmente degradanti o il mettere in discussione la donna come cattiva madre; la marginalizzazione economica delle donne può rendere difficile raccogliere il denaro per la cauzione se sono arrestate; forze di sicurezza private, forze paramilitari e membri della polizia che proteggono gli interessi corporativi hanno usato stupro, aggressione sessuale e intimidazione contro le donne difensore dei diritti umani. E’ importante sottolineare come le donne che si confrontano con le industrie estrattive sfidino non solo il potere delle corporazioni, ma anche il patriarcato e devono affrontare la repressione su ambo i fronti.

Mirtha Vázquez, una difensora dei diritti umani del Perù, dice: “Per noi, lo sviluppo ha a che fare con il benessere e la dignità delle persone e con la loro autodeterminazione su come vogliono vivere.” Nonostante il trattamento violento che fronteggiano troppo sesso, le donne difensore di terra, popolo e natura sono state visionarie e creative. La nostra ricerca sottolinea anche il loro lavoro di successo e ispirativo. Una delle storie di questo tipo è quella di Aleta Baun, una donna indonesiana che ha viaggiato di villaggio in villaggio per organizzare l’opposizione locale a una cava di marmo.

Ha dovuto subire arresti, pestaggi e minacce di morte. Ma con coraggio e determinazione ha raggiunto centinaia di persone e assieme ad altre donne ha passato un anno intero occupando l’ingresso a un sito di scavo, tessendo stoffe tradizionali. Nel 2010, dopo un anno di questa protesta pacifica, la pressione dell’opinione pubblica ha costretto le compagnie commerciali ad abbandonare le operazioni. Nel 2013, Baun ha vinto il Premio Goldman per l’Ambiente.

In tutto il mondo, le donne stanno chiedendo di mettere fine al potere delle corporazioni nel distruggere il pianeta per interessi a breve termine e avidità, e portano avanti visioni di sviluppo che hanno come interesse centrale le persone e la natura. Come spiega Bonita Meyersfeld, docente di diritto all’Università di Witwatersrand a Johannesburg: “Un progetto che genera benefici economici può essere chiamato “sviluppo” solo se tali profitti sono reinvestiti nella comunità. Altrimenti, stiamo parlando di sfruttamento, non di sviluppo.”

Molte altre migliaia di donne da ogni parte del mondo, oltre a quelle menzionate, stanno resistendo all’equazione sviluppo con investimenti stranieri e profitto per pochi. Invece, stanno offrendo una critica e progressista visione di uno sviluppo guidato dall’autodeterminazione, dalla dignità e dal rispetto e cura per la natura. Dobbiamo ascoltarle.

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(brano tratto da: “Climate change has created a new generation of sex-trafficking victims”, di Justine Calma per Quartz Media, 2 maggio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

nock ten - evacuazione

Quando il tifone Haiyan colpì le Filippine nel novembre 2013 era, all’epoca, la più grossa tempesta nella storia che avesse colpito la terraferma. Con una velocità del vento che raggiunse le 196 miglia orarie, il “super tifone” rese sfollate più di 4 milioni di persone e quasi spazzo via la città costiera di Tacloban. I suoi residenti, come Kristine, ricordano ancora l’odore di morte che aleggiava nella brezza marina e permeava le strade. “Morirono troppe persone.”, dice Kristine tristemente. Ma la tempesta era solo l’inizio del viaggio doloroso che lei stava per intraprendere.

Dopo che i cieli si furono schiariti, un secondo disastro umanitario accadde nell’Astrodome di Tacloban, un’arena sportiva in cui migliaia di persone si rifugiarono. Un’economia sotterranea prese piedi mentre donne e bambine erano vendute in cambio di cibo e scarsi rifornimenti d’emergenza, o trafficate e forzate al lavoro o alla prostituzione da reclutatori che offrivano impieghi e borse di studio. Kristine racconta che lei fu venduta a uomini diversi ogni notte; crede che alcuni di essi fossero stranieri volontari dell’aiuto umanitario. Gli uomini la stupravano, prendevano di lei foto pornografiche e giravano video: Kristine aveva 13 anni.

Quando tempeste forti e l’innalzamento del livello del mare distruggono le regioni costiere, donne e bambini sono ovunque a maggior rischio. Il cambiamento climatico è il nuovo fattore di spinta per il traffico di esseri umani; i suoi effetti distruggono i mezzi di sopravvivenza e mettono donne e bambini in situazioni post-catastrofe che i trafficanti sfruttano. (…)

La destinazione per molte delle trafficate è Angeles City, la capitale del turismo sessuale nelle Filippine. Wendy, 25enne, ha lavorato come “ragazza da bar” al Club Atlantis nel distretto a luci rosse della città, che nacque per servire gli uomini in servizio alla base aerea statunitense Clark, operativa sino a metà degli anni ’90. Oggi il distretto – Fields Avenue – consiste di bar, luci al neon e stranieri, per lo più uomini americani, europei e australiani, e di ragazze che ballano su palchi in bikini o ancora meno. I clienti possono “pagar da bere alle signore” per passare il tempo con quella di loro scelta, o possono pagare una “tassa” al bar per portarla fuori e passarci la notte.

Dopo il tifone, ricorda Wendy, “Fields Ave sembrava Tacloban, c’erano tutti i miei paesani.” Le sue stesse cugine arrivarono in aereo, con biglietti che credevano gratuiti, forniti dall’assistenza umanitaria, ma come arrivarono furono piazzate a lavorare nei bar. “Ero così angosciata, perché non c’è nulla che tu puoi fare per aiutarle. Sei senza potere. – dice Wendy – Perché accade? Non si ferma mai, una tragedia dopo l’altra.” Dopo Hayan, infatti, un altro tifone chiamato Hagupit colpì Tacloban solo un anno dopo, quando i residenti stavano ancora ricostruendo e riprendendosi.

“Quando degradi l’ambiente, stai degradando lo status delle donne.”, afferma Emma Porio, docente di sociologia all’Università di Manila. Quando le famiglie perdono i mezzi di sussistenza e non riescono a riprendersi nel mezzo di disastri ambientali, la pressione su donne e bambini affinché provvedano all’intera famiglia – qualche volta ad ogni costo – aumenta. “Lo spazio domestico è il “regno” della donna – spiega Porio – ma è anche la fonte principale della sua oppressione.” La responsabilità del provvedere alla famiglia con ogni mezzo necessario rende le donne più vulnerabili alle false offerte dei trafficanti e meno in grado di lasciare un datore di lavoro che abusa di loro dopo essere state trafficate. Wendy oggi frequenta l’università dopo essere stata soccorso della Fondazione Renew, che aiuta le “ragazze da bar” a uscire dalla prostituzione fornendo loro alloggi e altri servizi. Il Global Slavery Index, una stima della moderna schiavitù riconosciuta a livello internazionale, calcola che circa 400.000 persone siano state trafficate nelle Filippine nel 2016. (…)

La soluzione sta nell’investire nelle donne, di modo che esse possano gettare le fondamenta per comunità più resistenti. Sino ad ora, dice l’attivista Antonia Loyzaga, gli sforzi del paese per l’assistenza post-disastro si sono concentrati sulla risposta a breve termine: il fornire cibo, rifugio, cure mediche alle vittime nell’immediato periodo successivo all’accaduto. Ma ciò non tiene in conto i problemi a lungo termine come il traffico di esseri umani.

Loyzaga è di recente andata in pensione dalla sua posizione di direttrice esecutiva dell’Osservatorio Manila, un istituto di ricerca meteorologica, per concentrasi sul promuovere l’eguaglianza di genere all’interno dell’intero contesto del cambiamento climatico. Ora sta lavorando per un approccio ai disastri ambientali che incorpori l’impegno per rafforzare le donne e le famiglie, di modo che siano meno vulnerabili durante una sciagura naturale. “La gente non ha ancora capito che essere resilienti significa ridurre il varco fra i vari settori.”, dice Loyzaga. Risolvere le disparità nell’accesso alle risorse e nei poteri economico e politico, sostiene, aiuterà le donne a maneggiare meglio le minacce poste da un pianeta che si surriscalda. Chi lavora negli ambiti di traffico e migrazione dice che sta diventando sempre più chiaro come il cambiamento climatico aumenti il rischio di violenza contro le donne. (…)

Dopo aver lasciato l’Astrodome di Tacloban, la 13enne Kristine fu trafficata a Manila da un amico di famiglia. Lavorò come domestica per pochi spiccioli e a volte veniva chiusa per giorni e giorni in una stanza. Scappò con l’aiuto di una vicina di casa e ora vive in un rifugio gestito dal Forum Visayan, un’ong che combatte il traffico di esseri umani nelle Filippine.

Ora 16enne, Kristine sta giocando nel rifugio a “Bahay, Bata, Baguio” – “Casa, Bambino, Tempesta”. Per giocare, le ragazze si mettono in gruppi di tre. Due alzano le braccia per costruire un tetto sopra la terza, che fa la “bambina”. Quando la facilitatrice dice “tempesta”, tutti i gruppi si sciolgono, le ragazze corrono in giro per la stanza e formano un nuovo trio, costruendo un’altra casa su una nuova “bambina”. Il gioco è un simbolo, per loro, del fatto che qualunque tempesta arrivi, ogni bambina / bambino merita di trovare un rifugio sicuro.

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(brano tratto da: “The women behind El Salvador’s historic environmental victory”, di Daniela Marin Platero e Laila Malik per Awid, 11 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

In un’epoca in cui le corporazioni multinazionali portano in tribunale i governi in tutto il mondo, per avere il diritto di estrarre risorse naturali a spese della terra e dei popoli che la abitano, la prospettiva di vittoria sembra a volte fievole.

Ma questo mese, in Salvador, la marea è cambiata. Prendendo una decisione che stabilisce un precedente a livello globale, il paese latino-americano ha bandito l’estrazione mineraria di metalli in tutta la nazione. Era il solo modo di fermare il progetto “El Dorado” di una compagnia canadese-australiana che intendeva cercare oro nella regione centrale del Salvador: la realizzazione del progetto – in un paese che ha risorse idriche scarse e inquinate – avrebbe messo a serio rischio di contaminazione il fiume Lempa, fonte d’acqua per il 77,5% della popolazione salvadoregna.

Il bando è il coronamento di 11 anni di proteste da parte delle comunità locali, in cui le donne sono state le principali attiviste: organizzando marce e blocchi stradali e seminari informativi hanno difeso territori e diritti umani.

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Carolina Amaya (in immagine qui sopra), femminista ecologista e fondatrice del Tavolo Nazionale contro l’estrazione metallifera, dice che il bando chiuderà 25 progetti che si trovavano in fase esplorativa e annullerà i permessi di sfruttamento conferiti alla compagnia transnazionale “Commerce Group”. Amaya, Antonia Recinos – Presidente dell’Associazione per lo sviluppo socioeconomico Santa Marta (prima immagine qui sotto) e Vidalina Morales (seconda immagine qui sotto) sono tre delle donne che hanno passato anni a lottare in prima linea, ispirando e motivando centinaia di altre. Alcune, durante questa lotta, sono cadute: la loro compagna Dora Alicia Sorto, membro del Comitato Ambientalista di Cabañas, è stata uccisa nel 2009, quando era incinta di otto mesi.

antonia

vidalina

Amaya dice anche che la lista delle cose da fare rimane lunga, incluso l’assicurarsi il pagamento dei risarcimenti dalla compagnia mineraria Oceana Gold che ha distrutto ecosistemi e relative comunità, il lavorare su consultazioni popolari per stabilire comuni liberi dall’attività estrattiva, il rafforzare l’organizzazione della resistenza in vista di possibili cambi di governo e il premere per l’approvazione di protezioni legali quali la legge sull’acqua e la ratificazione di impegni presi per sostenere la protezione di assetti naturali.

Vidalina Morales aggiunge che il sentiero per andare avanti è molto chiaro: “Noi siamo le legittime proprietarie dei nostri territori e dei nostri corpi. Non possiamo continuare a vivere senza proteggere e accudire i nostri beni comuni. Dobbiamo intensificare gli impegni organizzativi a ogni livello e lavorare alla costruzione e alla difesa di progetti alternativi.”

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(“All Together, We Can Create Miracles” di Martha Llano per World Pulse, 20 dicembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Martha è, nelle sue stesse parole, una narratrice – l’originale cuentista suona e spiega meglio, ma ahimè non ho trovato una traduzione migliore – fotografa, sognatrice, poeta e innamorata degli alberi. E’ anche una straordinaria e resistente attivista ambientalista. Martha è nata e vive in Colombia.)

martha

Se preservare le nostre specie viventi è una sfida, proteggere i nostri alberi è una sfida ancora più grande. Una terra protetta sembra un’utopia. La mia visione del proteggere gli alberi sostenendo nel contempo le nostre specie viventi è stata considerata una sorta di follia.

Ma io non sono una pazza.

Io credo che noi abbiamo bisogno degli alberi quanto abbiamo bisogno di acqua, aria e terra. Sapendo questo nel profondo del cuore, ho deciso più di vent’anni fa di proteggere la terra, di proteggere gli alberi, di proteggere l’aria, di proteggere l’acqua. Queste sono le risorse di cui abbiamo bisogno per proteggere tutte le specie viventi. Conservare il nostro pianeta mentre avanziamo richiede un delicato equilibrio.

Nei due decenni passati ho lavorato per proteggere la terra attorno a una città in espansione. Dove io posso vedere aria pura, altri vedono solo fumo. Dove io posso vedere acqua pura, altri vedono piscine. Dove io vedo alberi, altri vedono edifici. Quando cammino io vedo uccelli, mammiferi e farfalle: i fautori dello “sviluppo” vedono solo spazio per più edifici.

Ci sono molti che stanno tentando di arrivare a questi straordinari territori per conquistarli con lo scopo di aver più soldi nei loro conti bancari. Per molti anni, ho tentato di istruire le persone che vivono in città sul fatto che il miglior conto bancario è lasciare la natura intatta. In natura noi scopriamo la capacità di essere flessibili e recuperare come il principio più importante: può insegnarci tutto il resto.

Il mio progetto, che io chiamo “Resiliencias”, è lo sforzo di collegare le aree preservate private del mio paese. Nel mio sforzo ho incontrato moltissime difficoltà, ma almeno altrettanti miracoli. Sì, miracoli. I miracoli accadono ogni volta in cui fronteggio un ostacolo nel connettere terra, donne e alberi. Questi miracoli sono possibili solo quando noi crediamo profondamente in noi stesse e in ciò che i nostri corpi ci dicono.

Quando sono stata scelta come “guida influente” da World Pulse, il mio problema principale era dovermi concentrare su un solo soggetto. Vivere in Colombia, un paese in guerra, significa che non ti è concesso fare una cosa alla volta. Dobbiamo pensare velocemente e creare differenti e complesse strategie. E’ normale avere approcci multipli allo stesso problema, solo per precauzione.

Ma le cose stanno cambiando nel mio paese. Nella sezione centrale delle Ande, a 2.600 metri sul livello del mare, la vita sembra diversa ora. E’ un habitat più pacifico e mi ha dato la forza, il tempo e l’energia per cominciare a parlare alle donne di argomenti di cui non avevo mai parlato loro in precedenza. La sopravvivenza veniva sempre prima: cibo, rifugio, salute. Ora, stiamo facendo lavoro di conservazione e abbiamo creato una prima rete tramite WhatsApp per condividere idee su come preservare le nostre specie viventi, alcuni semi, alcuni alberi. Questa rete sarà connessa a una più vasta, prima in Colombia, poi nel resto del mondo.

Dobbiamo essere tutte collegate per poterci aiutare reciprocamente. Possiamo trovare soluzioni. Possiamo condividere esperienze. Possiamo educare la società civile sull’importanza degli alberi e della preservazione delle terre per la nostra stessa sopravvivenza.

L’altra mia difficoltà è stata il tempo. Ho avuto solo un breve periodo per raccogliere informazioni per un nuovo sito web e per disegnarlo. Sono stata in grado di comprare il dominio solo pochi giorni fa e presto riempirò il sito con tutte le informazioni necessarie a proteggere suolo e alberi e a collegare la gente “verde” ai verdi alberi in tutto il pianeta. Tutto questo in un unico spazio.

Insieme, se abbiamo le informazioni giuste e le connessioni adeguate, e se crediamo in noi stesse, noi possiamo creare miracoli.

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portale

Le nostre radici sono nell’oscurità; la Terra è il nostro paese.

Perché guardiamo in alto per avere benedizioni, invece che attorno a noi o in basso?

Qualsiasi speranza noi si abbia è là.

Non nel cielo pieno di occhi-spia orbitanti e di armamenti, ma nella Terra che abbiamo disdegnato.

Non viene da sopra, ma da sotto.

Non è nella luce che acceca, ma nel buio che nutre, là dove gli esseri umani sviluppano anime umane.

Ursula K. Le Guin (Trad. Maria G. Di Rienzo)

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copertina feed the green

L’abuso e la violenza contro le donne e l’abuso e la violenza contro la Terra vanno mano nella mano: questa la tesi di “Feed the Green: Feminist Voices for the Earth – Nutri il Verde: Voci Femministe per la Terra”, un film di Jane Caputi prodotto da Susan Rosenkranz (da cui è tratta l’immagine sopra). Dura 37 minuti, è uscito verso la fine dell’anno scorso e potete vederne un segmento al link

http://www.wmm.com/advscripts/wmmvideo.aspx?pid=343

Credo varrebbe la pena sottotitolarlo in italiano e diffonderlo. Jane Caputi, docente universitaria di Studi su donne, genere e sessualità, fa il punto con questo documentario sull’attuale movimento di resistenza globale alla distruzione dell’ambiente e sul collegamento che tale distruzione ha con femminicidio e genocidio, mostrando nel contempo come la visione distruttiva sia incorporata nella cultura contemporanea e nella Storia.

Per discutere di tutto ciò, della violenza contro le donne e la Terra, del disastroso impatto delle colonizzazioni europee e dei modi in cui i danni ambientali colpiscono principalmente coloro che già soffrono di discriminazione socioeconomica o razziale, ha intervistato un bel numero di pensatrici / attiviste ecofemministe e molti dei loro nomi vi saranno certamente noti (al minimo dei minimi perché li avete letti questo blog): Vandana Shiva, Starhawk, Andrea Smith, Annie Sprinkle, Beth Stephens, Ynestra King, La Loba Loca, Janell Hobson, Jill Schneiderman, Camille Dungy…

camille dungy

Camille (nella foto) è anche docente e poeta:

LINGUAGGIO, di Camille T. Dungy (Trad. Maria G. Di Rienzo)

Il silenzio è una parte del discorso, il grido di guerra

del vento giù per una montagna passa a un’altra.

La voce di uno straniero echeggia fra solitarie

valli, la voce di un amante sorge così vicina

da essere la tua stessa lingua: queste sono chiavi del codice,

il modo in cui le alte tonalità del falco sbloccano la gola

del cielo e i guaiti del coyote la chiudono,

il modo in cui il suono di campana del pioppo si adatta

alla brezza mentre il tamburo delle rapide definisce

la resistenza. La salvia parla con una voce, il pino

con un’altra. Roccia, il vento la sua mano, l’acqua

la sua spazzola, declina e poi diffonde le sue richieste.

Alcune note lacerano e lastricano i nostri sentieri. Alcune note

si radunano: nel cumulo attorno a cui noi

tracciamo la mappa delle nostre vite.

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