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“Profughi, abusi sessuali su lavoratrici delle coop. Donne molestate da alcuni ospiti: il primo cittadino e il sindacato fanno denuncia in Prefettura.”

Ho atteso tre giorni – dal 12 marzo – per vedere se alla notizia si davano ulteriori coperture e approfondimento, ma resta riportata da un solo quotidiano (altri giornali semplicemente citano quest’ultimo).

Il campo profughi è in provincia di Padova e nessuna delle donne che lavorano al suo interno ha presentato querela: “(…) hanno paura di essere lasciate a casa. Di essere licenziate. E non a caso: chiaro il messaggio ricevuto dopo aver informato dell’accaduto tanto il datore di lavoro quanto i vertici della cooperativa che gestisce la struttura.”

Niente è riportato successivamente neppure sul risultato dell’incontro delle lavoratrici con il sindaco, annunciato per il 13 marzo. Le violenze sarebbero “episodi gravissimi”, “secondo quanto riferisce un pubblico amministratore. Tuttavia ufficialmente, nessuno parla. Nessuno commenta.”

Fra quelli che potrebbero dare informazioni rilevanti è così, ma fra i frequentatori del sito del quotidiano che dà la notizia è tutta un’altra musica. A parte i deliri “politici” che di sicuro immaginate con facilità (avete votato “Renzie” e questo è il risultato, maledetti comunisti, perché non votate Forza Nuova e Casa Pound, mandateci la sboldrina) l’aspetto più interessante – e francamente vomitevole – di questi commenti è la disumanizzazione delle donne coinvolte.

Innanzitutto i savi da tastiera loro connazionali le riducono a beni di consumo (non ho corretto grammatica, ortografia e sintassi):

Ha, ha, ha, ha… è come portare un dolcetto a un bimbo…

Prima i cellulari poi il wi-fi, vestiti e adesso un pò di f…

Son tutti maschi giovani dai 20 ai 30 anni.. senza donne… cosa vi aspettate che diventino frati?

Poi chiariscono che la colpa relativa a ogni violenza è sempre di chi la subisce:

I messaggi che vengono inviati sono interpretati come libertà di costumi e disponibilità ad approcci sessuali!!

Fai questo sporco lavoro? Peggio per te. Si trovino un lavoro onesto.

Alla fine erano impiegate in un centro di accoglienza: che se li godano appieno!!!

L’esistenza di queste cooperative è uno schifo. Non provo nessuna forma di pietà per queste pseudo lavoratrici che servono e riveriscono gli immigrati per tornaconto economico. (Costui evidentemente se ha un impiego lo svolge gratis, per la gloria che ne deriva e supremo spirito di dedizione: la spesa e le bollette sono a carico della sua mamma.)

Infine offrono analisi e soluzioni davvero condivisibili e praticabili:

A pulire con questi delinquenti ci dovrebbero mettere uomini delinquenti altro che donne: dici una parola sbagliata, ti massacro. Invece no, ci mettono le donne che ovviamente sono prede per questi animali. È tutta una truffa ma quando lo capirete?

Stronzi maledetti io vorrei che molestassero e stuprassero le 4 stronze che li difendono ogni sera (Questa è l’unica donna del coro – almeno, si identifica come tale – e si riferisce alle donne politiche nei programmi televisivi.)

Cosa devono aspettarsi, secondo voi, le donne che a qualsiasi titolo (parenti, amiche, compagne, colleghe) hanno relazioni con gli autori di tali ammirevoli riflessioni? Possono obiettare al proprio stupro, per esempio? Credo di no: sono “dolcetti” e “f…” a disposizione dei maschi che non vogliono / non possono “diventare frati”. Possono opporsi alle molestie sul lavoro? Parimenti no: in primis, qualsiasi indumento indossino e qualsiasi mansione svolgano mandano “messaggi di disponibilità a approcci sessuali”, e poi “peggio per loro” se hanno scelto un lavoro in cui si fanno molestare.

Hanno diritto al rispetto, le donne, rivestono qualche grado di dignità umana? No, sono PREDE. Povere prede quando le compatiscono, cattive prede quando addossano loro la responsabilità degli abusi che subiscono. “L’uomo è cacciatore”, dicono? Io lotto per l’abolizione della caccia. Maria G. Di Rienzo

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“Quando una bambina vi dice che un uomo l’ha toccata in modo inappropriato, o che l’ha molestata…

Quando una donna vi dice che un uomo l’ha stuprata, o l’ha molestata sessualmente…

Perché come prima cosa mettiamo in discussione la veridicità di quell’esperienza, per la cui condivisione da parte della bambina o della donna possono esserci voluti grande coraggio, il rendersi vulnerabili e il mettersi a nudo? Perché stiamo subito a ponderare quanto danno questo può portare all’uomo in questione?

Quando un bimbo maschio vi dice che un uomo l’ha toccato in modo inappropriato, o che lo ha molestato, o che lo ha stuprato… Cosa ci induce a credere immediatamente al bambino, ad arrabbiarci e a cominciare a fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa giustizia al bimbo stesso?

Perché non possiamo credere immediatamente anche alle nostre bambine e donne, e fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa loro giustizia? Perché?

Perché tutte le volte, in tutte le circostanze, non svergogniamo il perpetratore e forniamo guarigione, cura e sostegno ai/alle sopravvissuti/e – tutti/e?

Come mai la reputazione di un uomo diventa una questione così critica, quando è accusato di aver perpetrato violenza sessuale contro donne e bambine, che noi volontariamente e talvolta ciecamente trascuriamo l’umanità di quelle donne e bambine?

Che tipo di società abbiamo creato per noi stessi?

Dov’è la protezione del valore e della dignità di donne e bambine?

Io voglio per donne e bambine una Giamaica differente. E spero che l’Esercito del Tamburello (#TambourineArmy) creerà la Giamaica differente di cui c’è bisogno.”

Così una delle “capitane” di questo nuovo gruppo di attiviste, Stella Gibson, spiega ciò che sta a cuore alle sue aderenti.

esercito-del-tamburello

Il nome scelto non è casuale. Dalla fine del 2016, quando un pastore 64enne della chiesa moraviana (confessione protestante) è stato beccato mentre assaliva sessualmente una ragazza di 15 anni all’interno di un’automobile, molti altri casi simili sono venuti alla luce. Il 9 gennaio scorso, le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale da parte dei sacerdoti hanno protestato di fronte alla chiesa suddetta e nel battibecco che è nato fra i dimostranti e il leader moraviano Paul Gardner, quest’ultimo si è preso un colpo di tamburello in testa. Gardner e il suo vice presidente hanno dato le dimissioni pochi giorni dopo, in quanto sono entrambi indagati per abuso sessuale di minori.

L’Esercito del Tamburello mira a costruire “una della più grandi coalizioni di organizzazioni e individui in Giamaica che lavorino per rimuovere la piaga dell’abuso sessuale, dello stupro e di tutte le altre forme di violenza sessuale contro bambine/i e donne”. Una delle strategie che il gruppo sta usando è l’hashtag #SayTheirNames (Dì i loro nomi) tramite il quale le donne sono incoraggiate a farsi avanti e a raccontare le storie degli abusi subiti nominando i perpetratori. Ma non usano solo le loro tastiere: il 6 febbraio 2017 hanno organizzato una campagna di protesta vestendo di nero, l’11 marzo prossimo terranno la Marcia di Potere delle Sopravvissute, stanno già tenendo Circoli di Guarigione per le vittime di violenza e stanno creando connessioni ovunque sia possibile per far pressione sui legislatori affinché la legge contro i reati sessuali sia resa più efficace.

Buon lavoro, amiche. Chissà che il tamburello risuoni (metaforicamente) su moltissime altre teste. Maria G. Di Rienzo

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La paura, nelle situazioni di abuso domestico, è peculiare – cioè ha caratteristiche proprie e specifiche e non è un semplice sottoprodotto della violenza. Il controllo emotivo e psicologico che risulta dalla paura, definito dalle ricerche in merito terrorismo quotidiano, nutre il modo in cui l’abuso continua a “funzionare”:

1) Subire abusi in ambiente domestico, da un partner intimo, dà forma alla natura della paura immediata durante gli incidenti violenti. Questa paura diventa cronica con il tempo, opera un trauma profondo e ha effetti negativi sulla salute e il benessere in generale. Chi abusa adotta una serie di tattiche e comportamenti per mantenerla costante;

2) L’isolamento – ma forse sarebbe più corretto definirlo “intrappolamento” – sociale e fisico che sovente accompagna gli abusi rinforza la paura e rende il cercare aiuto più difficoltoso. Le vittime sperimentano un’enorme umiliazione legata anche alla sensazione di essere impotenti;

3) La paura è la principale ragione-chiave per il silenzio e il non abbandono dell’abusante e dell’ambiente domestico;

4) Tenere una persona uno in stato di paura cronica non richiede di usare violenza fisica continuamente e persino del tutto;

5) Usare questa paura e “giocarci” sono azioni comuni per coloro che abusano e sono rese possibile dalla loro conoscenza intima della persona di cui stanno abusando;

6) I violenti raccontano storie “verosimili” e “razionali” sugli abusi che perpetuano, recitano il ruolo della vittima, e spessissimo gettano il biasimo per le loro azioni sulle persone di cui stanno abusando: come risultato, molte di queste ultime fanno esperienza di una sorta di “bispensiero” in cui stentano a riconoscere come violazioni dei loro diritti ciò che loro accade;

7) I ruoli di genere all’interno delle relazioni intime (in altre parole, a chi è demandato il lavoro domestico, di cura, emozionale) rendono più facile l’abuso per i perpetratori e più difficile la fuga alle loro vittime. La violenza non accade in un vuoto sociale, ma in una società che ha ancora forti aspettative sui comportamenti e i ruoli che uomini e donne devono tenere nelle loro relazioni: questo scenario indebolisce la reazione di chi subisce abusi e rende più agevole per chi abusa continuare a farlo senza essere contrastato;

8) Altre diseguaglianze sociali, in special modo quelle che riguardano l’orientamento sessuale, il reddito, la classe sociale, l’appartenenza etnica, la disabilità, esasperano gli effetti della violenza domestica e la paura a essi collegata;

9) Nemmeno la paura si crea in un vuoto sociale. I nostri sentimenti sono influenzati da quelli di chi abbiamo intorno e dalle nostre supposizioni su come costoro si sentono. Nel caso della violenza domestica, sulla paura ha influenza come la società vede e giudica questa stessa violenza (prescrizioni morali e religiose ad esempio), hanno influenza familiari e amici, personale medico e dei servizi sociali, personale delle forze dell’ordine, giudici e avvocati, eccetera.

Cosa succede con tutte queste classi di individui nominate al punto 9)? Che troppi di essi non hanno formazione specifica sulla violenza, ne’ in generale ne’ su quella domestica e di genere, perciò rispondono alle vittime basandosi sui propri pregiudizi sociali, umiliandole di nuovo e creando in loro la sensazione di essere RESPONSABILI di ciò che subiscono, completamente SOLE e persino PAZZE.

Dopo una vita vissuta nell’abuso domestico inflittole dal marito e una prima coltellata ricevuta da costui nel 1995, Rosanna Belvisi è stata massacrata definitivamente il 15 gennaio: questa volta, le coltellate coniugali erano 23.

I giornali riportano che, “per il Questore di Milano Antonio De Iesu, questo caso «è emblematico di un quadro famigliare malato, con rapporti violenti che non vengono alla luce». È la storia di una donna che è stata lasciata sola, senza aiuti per uscire da una vita di terrore. «La normativa in materia adesso c’è – ha ricordato De Iesu – le vittime di stalking devono ricorrere ai centri antiviolenza e avvisare le questure, che hanno il potere di “ammonire” gli uomini violenti». Eppure poche lo fanno. (rileggete i 9 punti precedenti e non sarà difficile capire perché, ma come vedremo c’è dell’altro, nda.) «Il sistema funziona. – dice sempre il Questore – Ma a Milano riceviamo centinaia di chiamate per violenze nei confronti di donne che invece non denunciano fino a quando è troppo tardi». Per questo, «la cosa più importante è sensibilizzare le donne: devono chiedere aiuto».”

Ma quando lo fanno, che tipo di aiuto ricevono dalle istituzioni che ora “hanno la normativa” in base a cui agire? E’ proprio sicuro che il sistema funzioni? Mi segua, signor De Iesu: siamo nella Questura della mia città, è il 5 novembre scorso, e io sto presentando un esposto per “stalking condominiale”. E’ violenza generalizzata, non di genere o domestica, ma sempre violenza è (l’art. 612 del Codice Penale può essere applicato a tutte quelle situazioni capaci di “creare inquietudine a chi le subisce” e io ho sviluppato in 6 mesi di tortura uno “stato d’ansia reattivo con conseguenti episodi di tachicardia e dispnea ansiogena tali da ricorrere all’uso di terapia farmacologica”). Il mio scritto espone i fatti dettagliatamente, ho testimoni e vi sono altre vittime. Il funzionario, una volta finito di registrarlo, alza la testa e dice: “Tanto dirà che lei è pazza e si è inventata tutto.” La funzionaria n. 2 mi chiama al telefono il 13 gennaio, giorno in cui la persona che tramite l’esposto chiamo ad assumersi le sue responsabilità si degna di presentarsi al colloquio: il signore le ha detto che lui non fa nulla, e quindi nulla è accaduto. Ha fatto la vittima, si è detto davvero dispiaciuto, eccetera eccetera. Sottilmente, la funzionaria suggerisce che forse mi sono sbagliata. Allibita, poiché ci sono altri sei adulti in tre appartamenti differenti che “si sbagliano”, riassumo il caso e le faccio notare le contraddizioni in cui il tipo continua a cadere. Risposta piccata: “Può presentare querela, se vuole, ma tanto non otterrà nulla lo stesso.”

Non so cosa la funzionaria pensi io voglia “ottenere”, ma in realtà è molto semplice: non sono compensazioni e risarcimenti e neppure scuse – voglio che si smetta di farmi del male.

E vede, signor Questore, quest’uomo è per me un estraneo. Si immagini cosa vuol dire emergere dal “terrorismo quotidiano” che ho esposto sopra e andare a denunciare un marito, un compagno, il padre dei tuoi figli, il quale dirà similmente “si è inventata tutto”, “esagera”, “è ipersensibile” “ha frainteso”, “è eccessivamente emotiva”, “è esaurita” (a forza di vessazioni non è difficile raggiungere questo stato)… immediatamente creduto e legittimato. E nel terrorismo quotidiano si ripiomba. Il tuo timore più grande si avvera: anche se parli, le tue parole non hanno valore. Non è successo niente. Lo ha detto un uomo, perciò dev’essere andata così. Perché si sa, non è vero, che le donne mentono, le donne non sono in grado di distinguere bene una carezza da un cazzotto, le donne sono perfide, le donne non sono affidabili. Come possono le parole di una donna essere vere e quelle di un uomo false qualora due versioni siano in conflitto?

Perciò, la “cosa più importante” non è “sensibilizzare le donne”: il clima culturale che le opprime dev’essere sfidato, chi deve essere reso più consapevole e più capace è l’apparato istituzionale e i consigli per un diverso comportamento, se vogliamo che la musica cambi, devono essere dati AI PERPETRATORI, NON ALLE VITTIME.

Sensibilizziamo gli uomini, signor Questore.

Maria G. Di Rienzo

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(“I clean up the messes of the porn industry. Why are we still questioning whether pornography is oppressive?” – “Io ripulisco i casini combinati dell’industria del porno. Perché stiamo ancora dibattendo se la pornografia sia oppressiva o no?”, di Ann Olivarius, avvocata – in immagine – per Culture Reframed, novembre 2016. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

ann-olivarius

Quando ho sostenuto che la pornografia è intrinsecamente oppressiva, al dibattito della Cambridge Union (Ndt: società per la libertà di parola dell’Università omonima), onestamente non mi aspettavo che la mia squadra vincesse il sostegno del pubblico. Lo speravo. Ma sapevo anche che chi è cresciuto nell’odierno mondo pornificato comprensibilmente trova difficile vederne i danni.

Io li vedo. Io sono un’avvocata e pratico la mia professione negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e ho passato un po’ dei miei giorni – più di quanti desiderassi – a ripulire i disastri causati dall’industria della pornografia.

Ammetto che non avevo prestato troppa attenzione agli enormi cambiamenti occorsi nel mondo della pornografia durante l’ultimo decennio. Ma un paio d’anni fa, ho ricevuto una chiamata telefonica da parte di una donna del Midwest, negli Usa. Era sabato notte, a Londra. Io ero sola nell’ufficio, così ho risposto: la madre disperata di una studente liceale mi disse che gli amici di sua figlia, la 16enne Sallie, avevano abusato di lei mentre era ubriaca e avevano filmato gli abusi sui loro cellulari.

La ragazza si era svegliata la mattina dopo non ricordando cos’era accaduto. Quando venne a sapere dei filmati, i clip erano già stati distribuiti per tutta la scuola. Due giorni più tardi, tornando da scuola, Sallie disse a sua madre che non aveva avuto una giornata granché buona, andò nella propria stanza e si uccise. Io feci tutto il possibile per aiutare la madre in lutto, ma le opzioni legali erano limitate. Il mondo era ancora nella fase di apprendimento rispetto alla cosiddetta “pornografia per vendetta” e lo è a tutt’oggi. Da allora, questo tipo di chiamate al mio ufficio sono diventate regolari.

Alcune vittime della “pornografia per vendetta” si ribellano, altre entrano in clandestinità o in qualche istituto, e altre finiscono nella propria tomba. Ma le immagini continuano a vivere, in maggioranza sui siti pornografici.

E perché su questi ultimi? Perché non solo l’industria del porno ha inventato la “pornografia per vendetta” (le prime immagini di questo tipo furono pubblicate da Hustler nel 1980), è anche interessata a mantenere questa redditizia pratica, proprio come continua a trovare nuovi modi di abusare delle donne, e qualche volta degli uomini, per creare nuova domanda. Nei rari casi di una critica, i portavoce dell’industria sosterranno che è solo un affare come un altro, solo un lavoro come un altro, o che loro sono le avanguardie della libertà di parola.

Una delle nostre clienti, un’attrice porno, si rivolse a noi il giorno seguente alle sue dimissioni dall’ospedale, dove aveva dovuto farsi suturare il retto dopo essere stata filmata in una scena brutale. Non avrebbe potuto lavorare per qualche tempo e si chiedeva che protezioni le leggi sul lavoro potessero fornirle. Ce n’erano molto poche. Lei era stata “in affari” per tre anni, che è in pratica il periodo più lungo di resistenza per la maggioranza delle donne nella pornografia che io ho conosciuto. Non aveva una pensione, non aveva mai sentito la parola “promozione” e non aveva idea di come procedere. L’industria si era presa tre anni della sua vita e le aveva lasciato solo un prolasso rettale che, per la cronaca, è qualcosa che l’industria porno si vanta di produrre: c’è un mercato in crescita per il “bocciolo di rosa” nei film pornografi – il quale si dà quando le pareti interne del retto dell’attrice collassano e il tessuto rosso interno “sboccia” fuori dall’ano.

Non si tratta di un’industria in cui le maestranze possono invecchiare, avere una pensione, ferie garantite o sicurezza sul lavoro. E’ un’industria in cui le donne sono abusate per la gratificazione sessuale di chi le guarda. L’oppressione delle donne è inerente alle storie che sono fatte circolare.

Le performer non sono le sole a essere oppresse. Alcuni dei consumatori vogliono mettere in pratica quel che hanno visto con le loro compagne. Ho avuto un buon numero di casi di divorzio al cui centro c’era la pornografia e coppie le cui vite sessuali erano state distorte e distrutte.

Ci sono anche quelli che forzano atti pornografici su altre persone, spesso credendo di avere il diritto di farlo. Dopotutto, nella pornografia le donne rispondono con piacere all’essere costrette e ferite. Anna aveva 8 anni quando disse a sua madre che il cugino, 14enne, le faceva cose che non le piacevano. Quando le si chiese se il cugino facesse sempre le stesse cose, Anna replicò: “Qualche volta, ma se vede qualcosa di nuovo sul telefonino cambia.”

Abbiamo anche maneggiato casi di adulti che usano la pornografia per abituare i bambini al sesso, o che la usano come giustificazione per le loro violenze sessuali contro minori e donne. E alcune delle persone più traumatizzate che io abbia mai conosciuto sono prostitute (spesso trafficate) a cui i clienti insistevano – a volte usando la forza e sempre credendo che il consenso sia qualcosa che potevano comprare – nel chiedere di replicare azioni viste nei film pornografici.

Le donne non sono le sole a subire danni. Abbiamo incontrato attori porno che hanno subito danni gravi e alcuni di loro potrebbero morire giovani a causa dell’HIV o di altre malattie. E abbiamo visto quelli che diventano porno-dipendenti in giovane età come Henry, uno studente di Oxford che prima dei vent’anni si innamorò e fu abbastanza fortunato da essere ricambiato. Ma per quanti sforzi facesse non riusciva a godere del sesso con questa ragazza. Non era come pensava dovesse essere e non aveva erezioni. Il suo cervello era intossicato dalla gratificazione istantanea ricevuta dalla pornografia. Henry chiese il nostro aiuto per sapere se una sua eventuale denuncia dell’industria della pornografia, per avergli sottratto il piacere di avere rapporti sessuali, avrebbe avuto basi legali. Henry oggi è un attivista che lotta contro i danni fatti agli uomini dalla pornografia.

La pornografia è intrinsecamente oppressiva? La maggioranza dei partecipanti al dibattito della Cambridge Union ha detto di sì. E lo dico anch’io.

Spero questo significhi l’inizio di un vero respingimento dell’industria pornografica, che i giovani non le permettano di distorcere e degradare la loro sessualità e le loro preferenze sessuali, mai più.

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Probabilmente conoscete la storia del centauro Chirone, il quale ha dato nome nel 1977 all’oggetto cosmico (cometa periodica, o asteroide centauro) che si muove fra le orbite di Saturno e Urano ed è il simbolo archetipico del “guaritore ferito”. Nel mito, Chirone è un’eccezione fra i centauri poiché amichevole nei confronti degli esseri umani e disposto a condividere con loro le sue conoscenze che eccellevano in vari campi, ma in particolar modo nella medicina.

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Ferito accidentalmente da Eracle, che era suo amico, con una freccia avvelenata dal sangue dell’Idra, Chirone non può guarire e – poiché è immortale – non può porre termine alla sua sofferenza. Zeus accetterà infine che scambi la sua immortalità con Prometeo e Chirone diverrà la costellazione del Centauro.

Io non intendo l’archetipo in senso junghiano (in sintesi un terapeuta spinto a occuparsi dei suoi pazienti a causa delle sue stesse “ferite”), ma ho conosciuto (e letto di) un buon numero di persone – soprattutto donne – le quali, avendo alle spalle storie pesanti di abusi e violenze, trasformano le loro esperienze in attivismo, anche solo e semplicemente “relazionale” risolvendo dispute familiari o essendo di immenso sostegno a parenti e amici.

Di solito sono persone dotate di intuito e sensibilità non comuni (tratti che possono essere caratteriali o sviluppati come strategie di sopravvivenza), e nonostante siano spesso considerate “diverse”, capri espiatori o le pecore nere nei gruppi di cui fanno parte, la loro empatia umana è profonda: sono abilissime nell’aiutare altri esseri umani a volgere il dolore fisico o emotivo in un processo di guarigione.

Ascoltano davvero le storie che raccontate loro. La vostra sofferenza le colpisce direttamente. Infondono in voi energia e speranza. Desiderano che la vostra vita sia per voi un dono di crescita evolutiva da godere ogni singolo giorno. In qualche modo, percepiscono la loro esistenza come “servizio” al resto dell’umanità e persino le loro professioni sono sovente dirette in tal senso: riparano corpi, spiriti, oggetti, situazioni.

Voi potreste avere la sensazione che queste persone stiano controllando tutto quel che fanno alla perfezione, che nessun aiuto o conforto serva loro e, infine, darle per scontate. E’ possibile persino che esse consapevolmente proiettino tale immagine di solida e invulnerabile autosufficienza – e che in qualche misura la credano reale. Ma la guaritrice ferita (o il guaritore ferito) è un essere umano che come ognuno/a dei suoi simili ha bisogno di ricevere, oltre che di dare.

Questa persona ha costruito molto di quel che è ora su enormi cicatrici e alcune, se sfiorate, sanguinano ancora; può rivolgere contro di sé il dolore che percepisce intorno in comportamenti autodistruttivi; può negarsi riposo, pausa, gioie, soddisfazioni pur dando o consigliando tutto questo ad altri.

Perciò, se vi siete riconosciute/i nella descrizione, o se avete riconosciuto una donna o un uomo a voi vicini… non vampirizzatevi e non vampirizzate costoro. Sorprendeteli e sorprendete voi stessi con l’affetto e la cura e l’apprezzamento e il sostegno.

Per mettere veramente a frutto la sua saggezza, la centaura – o il centauro – deve anche poter tirare la sua freccia alle stelle. La sua, per il suo piacere e il suo orgoglio e la sua abilità. Per la sua vittoria: la merita.

Maria G. Di Rienzo

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Caserta, 13 ottobre: Minaccia la convivente con un coltello in mezzo alla strada.

Lui ha 41 anni, lei 33 e sono entrambi italiani. La donna ha raccontato ai carabinieri di un’esistenza fatta di maltrattamenti.

Genova, 14 ottobre: Picchia la moglie per strada e la manda in ospedale, lo ferma il figlio quattordicenne.

Anche quest’uomo ha 41 anni ed è italiano come i suoi familiari.

La donna ha denunciato il marito che abusa di lei da anni, procurandole lesioni in diverse occasioni, persino quando era incinta.

La violenza domestica entra in cronaca solo grazie a un episodio eclatante (spesso si tratta della morte della vittima) che può essere spettacolarizzato in un flash: lo stillicidio degli abusi e dei maltrattamenti è sempre una breve citazione a margine e non ottiene molti responsi diversi da “Ma perché restava con uno del genere, allora significa che le andava bene”.

Nel vasto oceano della violenza di genere, le storie come queste hanno una visibilità mediatica di breve durata: un paio di giorni, un po’ di più – diciamo fino a una settimana – se c’è qualche particolare che può “pornificare” la vicenda (lei era in mutande, lui l’ha assalita sessualmente ecc.). Sessualizzare le vittime di violenza fa da schermo alla percezione che si sia perpetrato un crimine contro un essere umano, perché la donna oggettificata è vista appunto come una cosa, non come una persona. Fornire una narrativa in cui l’azione violenta contro una donna diventa “tragedia” (sventura o disgrazia, qualcosa di inevitabile), “fenomeno” (manifestazione di un fatto naturale), “raptus” (irresistibile improvviso impulso) ostacola la riflessione sulle origini della violenza di genere e il riconoscimento delle attitudini che la alimentano o che la contrastano.

La violenza contro le donne è normalizzata, glorificata, razionalizzata, addossata come responsabilità alle sue vittime sulla stragrande maggioranza dei media. E’ usata come espediente narrativo per attirare l’attenzione dello spettatore in prodotti televisivi e cinematografici o come esca per click. E’ il perno centrale della pornografia.

La violenza contro le donne è spettacolo: un bello spettacolo, eccitante, “hot”, “sexy”. E’ un reality show in cui non ci si deve mica vergognare di essere liberati e trasgressivi al punto di menarla in strada, altrimenti mica lo sanno che sei un vero macho. La stupri? La devi anche filmare e mandare tutto su internet. Ti lascia? La devi umiliare immediatamente con qualche foto di nudo su Facebook.

Italia: una società di guardoni e guardate. Maria G. Di Rienzo

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duemila

Eh sì, questo è il post n. 2.000 (mettetevi pure le mani nei capelli, vi capisco).

Ho deciso di “celebrare” facendo un po’ di solletico ai bulletti che da anni sbattono inutilmente la crapa sui miei articoli, parlando di abuso emotivo (morale / mentale / psicologico): online è ormai una specie di epidemia, ma anche nel mondo non virtuale è assai diffuso.

Le donne – di tutte le età, le giovani in particolare – sono i bersagli privilegiati di questo tipo di violenza (ma chiunque sia classificato come “inferiore” o “deviante” per una qualsiasi sua caratteristica ha buone probabilità di incontrarla) spesso non immediatamente riconoscibile come tale: è infatti associata a uno sbilanciamento di potere che la nostra società accetta nella maggior parte dei casi e persino, in determinate circostanze, incoraggia e approva.

L’abuso emotivo può prendere molte forme (insulti diretti o mascherati da “critiche costruttive”, svergognamenti, umiliazioni, intimidazioni, biasimo, ecc.) ma generalmente si concretizza in aggredire, negare e minimizzare nel tentativo di manipolare le emozioni altrui. I bulli che usano queste modalità sono sovente dei maniaci del controllo e tutti si credono / si presentano come “superiori”: ne sanno più di voi, di qualsiasi argomento si tratti; sono migliori di voi e perciò legittimati a giudicarvi e correggervi; e lo spirito santo li ha sicuramente visitati, perché sanno senz’ombra di dubbio cos’è giusto e cos’è sbagliato in ogni campo, ma soprattutto cos’è giusto e cos’è sbagliato per voi. In pratica, sono talmente vuoti di interessi e abilità che solo tramite l’abuso di altre persone riescono a dar significato alla loro esistenza.

Le loro vittime possono finire per sentirsi senza valore, troppo spaventate per dire o fare qualsiasi cosa nel timore di sbagliare e di essere riprese; possono arrivare a ritenere inaffidabile il proprio giudizio, il che rende loro più difficile decidere e agire nei momenti critici; possono anche fare i salti mortali nel tentativo di compiacere gli aguzzini, desiderando un’approvazione o una lode come segni del non essere quelle persone orribili e stupide e inutili che gli aguzzini stessi stigmatizzano e/o deridono. Quest’ultimo è un pio desiderio e uno sforzo inutile, perché indurre le vittime a dubitare di se stesse e a odiare se stesse è essenziale per i bulli.

Riconoscili, in primo luogo. Sono quelli che:

Ti criticano per cose su cui non hai un controllo reale

– se ti ammali è colpa tua, non hai usato le medicine esoteriche consigliate dal bullo;

– se quel tizio si è suicidato è colpa tua perché sei una femminista e insegni alle donne a ubriacarsi di lacrime maschili;

– se non hai un lavoro o se il tuo lavoro è pagato poco sei un peso per la tua famiglia, sei una mangiapane a tradimento, una mantenuta;

– se non hai un corpo che corrisponde ai loro standard di scopabilità, sei una pigra schifosa cozza maiala: e cosa vivi a fare?

Circostanze, scelte, limitazioni, discriminazioni, a loro non importano: tutto può essere usato per fari sentire uno zero.

Piangono il morto (fanno le vittime) ogni volta in cui alzi la testa:

Basta, hai detto basta? Come osi trattarmi in questo modo, come osi insultarmi, sei aggressiva, sei maleducata, sei violenta, io segnalo la tua pagina FB, io ti denuncio! Cioè, l’abusante verbale seriale ti ammonisce fermamente per i tuoi supposti “abusi verbali”…

Ritengono un enorme sbaglio e addirittura una fallacia morale ogni tua espressione di indipendenza e ogni tua preferenza:

– Non sei d’accordo con loro? Sei arrogante, irrispettosa, cretina, prevenuta.

– Non fai quel che ti hanno chiesto? Sei egoista, cinica, ingrata, incapace, infantile.

– Ti piace quel film, quello sceneggiato tv, quella performance teatrale? Ma non sai che piace anche a Sempronio che è notoriamente una cacca, non ti rendi conto di non capire niente di cinema, tv, teatro?

– Tu, vuoi tentare un nuovo stile di abbigliamento, tu? Ma guardati allo specchio, finché fai così schifo non c’è stile che tenga.

Credono subito e senza dubbio alcuno a chi dice il peggio di te:

Basta che qualcuno suggerisca o ipotizzi, i bulli partiranno alla carica per rovesciarti addosso il loro odio sbavante e le loro tirate da sapientini, non importa quanta evidenza del contrario tu mostri loro o quanto spuria sia la fonte delle loro informazioni.

Non vedono contraddizione nel compiere le stesse azioni per cui condannano te.

Dieci anni fa hai sgraffignato un dolcetto da una bancarella al mercato e ciò fa di te una ladra senza speranza, un’ingorda immorale, una falsa che sicuramente pugnala alla schiena gli altri alla prima occasione, una minaccia all’economia del paese. Loro sono usciti dal supermercato con una mortadella da dieci chili camuffata da gobba e con le buste di salmone affumicato incollate alle chiappe nelle mutande, ma è perché in quel momento non avevano “cash” disponibile e avevano veramente fame, e poi il supermercato se lo merita perché è una “coop rossa” o è “della catena di quel fascio di Tizio”.

In generale, ogni tuo errore è imperdonabile, ma se lo stesso errore lo fa chi abusa di te, be’, “è una questione complicata” e “ci sono ragioni importanti e imprescindibili” oppure non è poi quel gran problema, via.

Non vogliono avere con te una conversazione in cui tu sia trattata alla pari.

Sei fuori tema, sei ignorante, sei cafona, sei una nazifemminista, sei brutta, rimbecchi e basta e non sai di cosa parli. Ah, se così non ti piace te ne puoi andare. (Questo i bulli lo dicono spesso nella vita reale a persone che non hanno la materiale possibilità di andarsene.)

Mostrano intenso piacere per le disgrazie altrui, specialmente per le tue:

Lo avevano detto loro! Loro lo sapevano da sempre! Se solo li si fosse ascoltati, questi infallibili profeti!

Se avete riconosciuto qualcuno (ma anche qualcuna, senza dubbio) e se pensate che si stia abusando di voi in questo modo:

Limitate i vostri contatti con questa persona, se potete.

Ritagliatevi comunque tempi e spazi per creare una distanza in cui riconoscere che le stupidaggini in cui siete stata inzuppata sono proprio e solo questo: stupidaggini.

Comprendete che gli standard a voi richiesti sono irrealistici.

Ed è molto probabile che chi abusa di voi non si stia impegnando per raggiungerli personalmente, vero? Che vi si chieda di essere un paragone di virtù o una figurina da Photoshop, la “perfezione” non è umana (tutti sbagliamo, tutti abbiamo difetti, tutti abbiamo pregi) e nessuno ha il diritto di pretenderla da voi, che umane siete.

Controllate i vostri dubbi e le vostre preoccupazioni su voi stesse.

Perché penso che questo sia sbagliato, sia giusto?

Chi mi ha detto che questo era sbagliato/giusto e perché? Quali erano le sue motivazioni?

Che prove concrete ci sono di quel che mi è stato detto?

Sto facendo così per non far arrabbiare Caio o perché lo voglio?

Se io cambio di me quel che Caio vuole io cambi, chi ne beneficia davvero, e come?

Cercate sostegno.

Da chi vi ama: e perciò apprezza quel che siete, pensate, credete, volete. Da libri, articoli, siti web, comunità offline e online che possono offrirvi conoscenza, confermare la vostra autostima, darvi comprensione e sollievo (il classico: “Ma allora non sono sola!”). Da una/un terapista se la vostra depressione è profonda. Dalla polizia postale se gli abusi online sono reiterati e ormai insopportabili.

Ricordate questo: il passato non può essere cambiato, ma il futuro è sempre una scelta. Maria G. Di Rienzo

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