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Posts Tagged ‘abuso’

A volte vorresti davvero una spiegazione semplice. Qualcosa grazie a cui esclamare “Ah, allora è per questo!” e che ti permetta di razionalizzare odio, disprezzo, aggressioni, umiliazioni, la ridicolizzazione continua di tutto quel che sei e che fai. Ma anche quando te la forniscono prende la forma di un’ulteriore colpevolizzazione: che tu sia etichettata come “malata” fisica o mentale, si tratta solo di un altro stigma di cui sei completamente responsabile.

Quando ti suicidi lanciandoti da un balcone o sotto un treno ci saranno i cinque minuti in cui fra articoli, interviste, video e post su Facebook, qualcuno ricorderà i tuoi talenti, ti definirà “solare” e dirà melense stupidaggini sul tuo diventare una stella o cantare in coro con gli angeli. Nessuno dirà quel che dovrebbe essere detto: non l’abbiamo lasciata vivere in pace, non abbiamo dato alcun valore alla sua persona, abbiamo sputato sui suoi sogni e sulle sue emozioni, le abbiamo fatto credere che al mondo non ci fosse posto per lei – perché, soprattutto essendo femmina, in questo mondo il suo corpo prendeva troppo spazio.

Beatrice - Porta Susa Torino

Le telecamere della stazione ferroviaria di Porta Susa, Torino, confermano che Beatrice Inguì si è tolta la vita a 15 anni il 4 aprile 2018. “In camera sua gli agenti della polizia ferroviaria hanno scoperto il diario, – scrivono i giornali – su cui Beatrice ha motivato il suo desiderio di farla finita. Nell’ultima pagina, insieme alla richiesta di scuse ai genitori, la parola “Addio”. (…) “Sono troppo grassa”, scriveva la ragazza di Rivoli.”

Adesso, attestano sempre i quotidiani – ma i cinque minuti stanno per finire – “Rivoli piange” e “La bellezza non ha peso” e “Il salto si poteva evitare”. Sono gli stessi quotidiani che ci inondano a ogni edizione di modelle scheletriche con tette enormi al silicone, inviti a mettersi “in forma” (ehi, sta per arrivare la “prova bikini”, allerta, femmine!) e suggerimenti di ogni tipo su come dimagrire in fretta, perché persino l’attrice XY che ha settant’anni con photoshop, dieta di sperma e crack, liposuzione, chirurgia plastica ringiovanente alla vagina e cazzuolate di trucco può essere ancora attraente per gli uomini: unica condizione che giustifica l’esistenza di una donna.

Beatrice, come tutte/i noi, non aveva molte possibilità di sentire opinioni diverse da questa. Beatrice, come molte/i di noi, aveva finito per crederci. Frequentava un “centro specializzato” dove la visione che ti suggeriscono di te stessa è quella spiegata alla stampa da un’altra giovanissima “paziente”: “La gente non capisce che una persona obesa è una persona malata. Si pensa solo che dovrebbe mangiare un po’ meno, invece il cibo è un rifugio, un modo per sfuggire a una realtà in cui si vive male.” La ragazza sta descrivendo la bulimia, ma non tutte le persone grasse sono bulimiche.

Nella propria presentazione online, il centro dichiara di occuparsi della “cura dell’obesità grave” – Beatrice dalle scarse immagini a disposizione non sembra in condizione di obesità grave – e si definisce altamente specializzato “nella ricerca, cura e riabilitazione di malattie metaboliche come l’obesità (l’enfasi è mia), disturbi del comportamento alimentare, disordini della crescita e malattie neurologiche. Queste patologie sono trattate con tecnologie diagnostiche e terapeutiche all’avanguardia (test genetici molecolari, analisi computerizzate del consumo di calorie, microscopio elettronico, analisi del cammino, realtà virtuale e altre) e con la proposta di percorsi di riabilitazione di tipo multidisciplinare integrato.” C’è persino un padiglione speciale per bambine/i e ragazze/i, una vera pacchia. Non ho cercato i costi dei trattamenti, perché non volevo portare il mio disgusto a livelli stratosferici.

Le malattie metaboliche sono errori congeniti del metabolismo: cioè sono dovute a geni difettosi nella codificazione degli enzimi atti alla conversione di alcune sostanze (substrati) in altre (prodotti). Per quanto se ne sa finora, sono ereditarie e spesso dovute a consanguineità dei genitori.

Se tu diagnostichi qualcuno come affetto da un errore congenito del metabolismo, per guarire tale errore non ti servirà a niente analizzare al computer in realtà virtuale quante calorie tal persona consuma, perché nella lista di dette malattie metaboliche ereditarie il grasso corporeo non compare. Poiché molte di esse hanno a che fare con un malfunzionamento nella gestione delle proteine da parte del corpo, sino a trent’anni fa i trattamenti si limitavano a ridurre l’assorbimento di queste ultime, attenuando i sintomi delle varie patologie, ma senza cancellarle. Un errore genetico presente dalla nascita con il test genetico molecolare lo trovi, ma non lo fai scomparire: il che può avvenire invece con sostituzione enzimatica, trasferimento genico, trapianto di midollo osseo o di un organo specifico ecc.

Dire a qualcuno che se è grasso è malato non è meglio del dirgli che fa veramente schifo, che è un tossicodipendente da cibo, che è un cesso che nessuno scoperà mai, eccetera. La cosa peggiore è che NIENTE di tutto questo è vero, NIENTE è sorretto da evidenza scientifica inconfutabile, ma persino se lo fosse nulla giustifica i livelli di bullismo diretti alle persone grasse. Restano esseri umani titolari di diritti umani, sapete, anche se non vi piacciono.

Perciò, la società italiana odierna ha ucciso Beatrice semplicemente perché i suoi membri non potevano sopportarne la diversità: una quindicenne che non somiglia a Barbie non è degna di esistere, e glielo hanno detto così tante volte, con così tanti media diversi, con così tanta forza amplificata dai relativi guadagni di mercato che lei ha portato il giudizio sociale alla sua ultima conseguenza logica.

“Beatrice suonava l’oboe e il pianoforte. Frequentava la seconda classe del Liceo musicale di Vercelli. Il suo sogno era di diventare una cantante lirica. «Anche se aveva una passione per la lirica, amava tutta la musica in realtà» dicono i compagni.”

Vedete, io ho 59 anni, ho ormai percorso la maggior parte del mio cammino e potete scaricarmi addosso tutte le vostre munizioni: vi torneranno indietro come se fossi fatta di diamante e titanio, perché è questo il grado di durezza che il mio spirito, non il mio corpo fatto di sangue, pelle, grasso, ossa, ecc., ha raggiunto. Beatrice ne aveva solo 15 e ogni colpo l’ha ferita, ancora e ancora, sino a che il dolore è diventato troppo intenso da sopportare e la morte è diventata preferibile. Immagino che chiunque si sia fatto beffe di lei sia soddisfatto, adesso. Io, però, non vi darò tregua, sino al mio ultimo respiro.

Maria G. Di Rienzo

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dina meza

(“Meet Dina Meza, Honduras” – Nobel Women’s Initiative, marzo 2018. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Dina Meza – in immagine – è una giornalista indipendente e un’attivista per i diritti umani, nonché la fondatrice di PEN Honduras, organizzazione che sostiene i giornalisti in situazioni di rischio. Ha ricevuto vari premi per la sua attività nel corso degli anni.)

Puoi parlarci del tuo lavoro?

Sebbene io sia una giornalista dal 1992, non sono in grado di lavoro nei media del mainstream perché sono considerata una dissidente. Perciò nel 2014 ho creato “Pasos de Animal Grande”, un periodico online. C’è molta censura in Honduras, ma usare i media digitali mi permette di affrontare in modo indipendente temi importanti come l’impunità, la violenza contro le donne e la violenza contro i difensori dei diritti umani. Anch’io lavoro come difensora dei diritti umana e nonostante le molteplici minacce che ricevo costantemente sono in grado di svolgere il mio compito grazie al sostegno di Peace Brigades International, i cui membri mi accompagnano quando vado a fare le mie interviste. Io invece accompagno gli studenti universitari quando protestano e sono incarcerati per aver espresso le loro opinioni.

Cosa ti ha indotto a decidere di fare questo lavoro?

E’ stata una tragedia familiare che mi ha fatto concentrare sui diritti umani. Nel 1989, mio fratello maggiore fu rapito dall’esercito e portato in una località clandestina dove fu torturato per cinque giorni. Fortunatamente ne uscì vivo, ma i militari avevano spezzato la sua spina dorsale e non è mai stato in grado di tornare a vivere una vita normale. Fino a quel momento non avevo compreso sino a che punto le violazioni dei diritti umani stessero piagando l’Honduras.

La mia esperienza mi ha insegnato che nessuna famiglia dovrebbe attraversare questo da sola e ho impegnato la mia vita a lavorare con le famiglie che lottano per i diritti umani dei loro cari. Non potrei guardare i miei figli negli occhi sapendo di non fare nulla per aiutare il mio paese. Ho tre figli, due maschi e una femmina, e la mia attività ha un impatto profondo su di loro. Capiscono che può avere terribili conseguenze, ma capiscono anche che è necessaria per produrre il cambiamento che tutti desideriamo per il nostro paese.

Che tipo di minacce hai dovuto affrontare a causa del tuo lavoro?

Su base giornaliera, vivo con la paura costante che qualcuno faccia irruzione nella mia auto, sono seguita da automobili con targhe senza numeri, e ho ricevuto innumerevoli telefonate di minaccia.

La mia famiglia e io abbiamo vissuto fra le intimidazioni nei nostri confronti per gli ultimi 11 anni. Dobbiamo continuamente cambiare casa. Uomini armati mi si presentano regolarmente alla porta. Mia figlia ha ricevuto minacce a sfondo sessuale, persino sulla strada per andare a scuola. Il mio telefono è sotto controllo 24 ore su 24. Questa è la vita che chi difende i diritti umani fa in Honduras. Ma abbiamo anche imparato a proteggere noi stessi. E il sostegno di organizzazioni internazionali pro-diritti umani è stata la chiave che mi ha permesso di continuare ad agire.

Essere una difensora dei diritti umani in un ambiente oppressivo può diventare estremamente pesante. Come ti prendi cura di cuore e spirito in uno spazio così aggressivo?

Io credo che nessuno dovrebbe mai perdere la speranza. Io sono cristiana e mi sento come se dio mi proteggesse. Ascolto testimonianze di persone che soffrono di estremi abusi dei loro diritti umani ogni giorno. Spesso ci sono studenti che piangono sulla mia spalla dopo essere stati picchiati da uomini in uniforme per aver esercitato i loro diritti. Vedere la gioventù lottare per un Honduras migliore mi dà forza e ispirazione. Può essere duro, ma io amo totalmente il mio lavoro. Amo essere una giornalista e amo difendere i diritti umani.

Cosa diresti a un/una giovane attivista – in Honduras o dovunque nel mondo – che sta lottando in una situazione apparentemente senza speranza?

Tutto cambia. Nessun male dura per sempre, perciò non disperare. Aggrappati alla speranza, aggrappati alle tue motivazioni per cambiare il sistema.

Coloro che stanno danneggiando il mondo sono meno di quelli come noi che stanno lottando per correggerli. Noi dobbiamo ricordare questo e concentrarci su questo.

C’è qualcosa d’altro che vorresti aggiungere?

L’Honduras è uno splendido paese ma ha bisogno di molta solidarietà a livello internazionale. Circa una dozzina di persone controlla le ricchezze del paese e opprime le comunità locali. Vorrei che la gente venisse a vedere di persona. Io dirigo un’organizzazione per la democrazia e i diritti umani; se una giovane persona vuole venire in Honduras a dare una mano, noi siamo felici di darle il benvenuto: accogliamo sempre i volontari.

( http://penhonduras.org/ )

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Fra il 22 e il 23 marzo scorsi, nella Piazza Gwanghwamun di Seul, in Corea del Sud, 193 donne hanno preso il microfono e hanno parlato delle esperienze di molestie e violenze sessuali da loro subite: sono andate avanti per oltre 33 ore. Si trattava della maratona di protesta #MeToo organizzata da organizzazioni femministe / femminili coreane.

seul marzo 2018

La piazza è famosa non solo per presenza in essa delle statue di due eroi nazionali, l’ammiraglio Yi Sun-shin e re Sejong, ma perché è il luogo in cui migliaia di persone l’anno scorso si radunarono per protestare contro la corruzione del governo: l’hanno fatto in modo abbastanza efficace da causarne la caduta e ottenere nuove elezioni.

Il punto di svolta è stata la pubblica denuncia della pm Seo Ji-hyeon:

(https://lunanuvola.wordpress.com/2018/02/21/nadu-anchio-in-coreano/)

da gennaio, quando la magistrata è apparsa in televisione, una marea di testimonianze sul trattamento indegno riservato alle donne in tutta la nazione – che non riguarda solo la violenza sessuale: le donne in Corea guadagnano il 63% degli uomini che fanno il loro stesso mestiere e il paese è stimato il peggiore per una donna lavoratrice fra quelli cosiddetti “sviluppati” – ha invaso media e social media.

La reporter dell’AFP per Seul, Hawon Jung, ha commentato la maratona in diretta su Twitter:

22 marzo 2018 – Moltissime lacrime e moltissimi abbracci in questa maratona di due giorni, un evento a Seul creato affinché le donne parlino delle loro esperienze e riflessioni sull’abuso sessuale. Ho visto donne raccontare degli abusi subiti da capi / anziani delle loro chiese / mariti e degli insulti ricevuti dalla polizia quando si sono fatte avanti, nello spazio di una sola ora.

23 marzo 2018 – Una donna al microfono: Mio padre ha abusato di me e mi ha fatto ogni cosa indicibile per 10 anni di fila. Mia madre sapeva tutto, ma non l’ha fermato sino a che non ho compiuto 18 anni, dicendo che dovevo studiare molto per l’esame di ammissione all’università. Vorrei leggere questa lettera che ho scritto a mia figlia: “Figlia mia, spero che tu non dovrai mai versare le lacrime di dolore che io ho versato per così tanti anni. Ero così giovane, soffrivo così tanto e ho disperatamente tentato di dire al mondo cosa stavo attraversando… ma tutti rispondevano che parlarne era una cosa vergognosa e mi hanno costretta a restare zitta.”

Lee Eun-eui

Lee Eun-eui (in immagine qui sopra) aveva un’età maggiore e qualche risorsa in più quando si è abusato di lei mentre lavorava alla Samsung, perciò ha parlato subito. Dapprima all’ufficio personale, che ha risposto facendone un’emarginata. All’inizio hanno smesso di assegnarle compiti da svolgere, poi è stata trasferita a un diverso dipartimento. Le dissero chiaramente che nessuno era dalla sua parte. Eun-eui ha portato la corporazione-colosso in tribunale.

“In principio mi sono detta che più grande era la lotta, più grande sarebbe stata la ricompensa. – ha detto alla giornalista Laura Bicker della BBC – E’ un motto che applico a differenti aspetti della mia vita, ma la causa legale è stata un processo assai solitario e difficoltoso. Solo dopo aver affrontato tutta la durezza del percorso, quando la cosa è finita bene, ho capito che era una battaglia dovuta.”

Le ci sono voluti quattro anni, ma ha vinto la causa. Ora ha una nuova carriera come avvocata specializzata nell’aiutare altre donne nei casi di abuso sessuale: “Sono molto felice quando vengono a chiedermi consiglio e mi dicono che io sono un esempio per loro. Penso sempre che la mia lotta sia valsa la pena di farla.”

E così i “grandi” e gli “intoccabili” stanno cadendo: il governatore Ahn Hee-jung, ex candidato alla presidenza del paese, ha dato le dimissioni dopo che la sua segretaria ha denunciato i suoi stupri; il poeta Ko Un, solito molestare sessualmente le giovani con aspirazioni letterarie che si rivolgevano a lui, sta vedendo i propri lavori ritirati dalle scuole; il famoso regista Kim Ki-duk avrà anche vinto il Leone d’Oro a Venezia, ma potrebbe non essere in grado di far uscire il suo nuovo film, le cui attrici hanno denunciato le sue violenze sessuali…

Ho sempre amato il suono delle nostre voci. Ho sempre creduto nella verità e nella potenza di quel suono. Non mi sbagliavo. Maria G. Di Rienzo

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Il 13 marzo scorso, durante l’annuale Commissione sullo status delle Donne tenuta dalle Nazioni Unite, si è tenuto un incontro dal titolo “La violenza non conosce confini”. Organizzazioni della società civile, personale delle NU, testimoni e sopravvissute hanno parlato, dicono i rapporti, degli “orrori della violenza di genere” (che, come sapete, è solo un’invenzione delle femministe, mentre la parola “genere” nasconde una turpe agenda ecc. ecc.).

Fra le relatrici c’erano le due giovani in immagine: la 17enne Hauwa e la 18enne Ya Kaka, venute dal nord della Nigeria a raccontare come sono state rapite da membri di Boko Haram, cosa questi ultimi hanno fatto loro e come sono fuggite dalla brutalità e dalla violenza sessuale continuate.

Hauwa e Ya Kaka

Hauwa è stata rapita quando aveva 14 anni. E’ stata portata in un accampamento nella foresta dove ha subito ogni sorta di abusi. Rimasta incinta, è fuggita perché la paura di morire partorendo è diventata più grande della paura di essere uccisa: “Ho deciso che invece di star quieta e di morire in silenzio nella boscaglia, era meglio morire mentre lottavo per scappare.”

Uscita di soppiatto dall’accampamento durante la notte, ha camminato per una settimana prima di incontrare una donna anziana. Costei l’ha ospitata sino a che Hauwa ha partorito una bimba, poi la ragazza ha ripreso il suo viaggio: “Se fossi rimasta là e i guerriglieri l’avessero scoperto ci avrebbero uccise tutte. La seconda o terza notte, la mia bambina si è ammalata. Eravamo sotto un albero quando è morta. Dapprima credevo dormisse, ma il suo corpo diventava sempre più rigido. Ho scavato una fossa, ho seppellito la bimba e ho continuato a camminare.”

La storia di Ya Kaka è similmente orribile. Era stata rapita assieme a due sorelle, ma è stata subito separata da loro: “Sino a oggi, non le ho più viste e non ho ricevuto alcuna notizia che le riguardi.”

La violenza sessuale diventò la norma della sua esistenza. Anche lei restò incinta e partorì un bambino. Dopo oltre un anno di prigionia riuscì a fuggire e a trovare un campo profughi zeppo di altre sopravvissute. Servizi, cibo e protezione erano scarsi; inoltre, gli abusi non erano finiti: “La notte, quando volontarie e lavoratrici lasciavano l’accampamento, i soldati di guardia allo stesso entravano e ci imponevano di fare sesso con loro.”

Ya Kaka ha dovuto scappare anche da là. Il suo figlioletto si è ammalato ed è morto poco dopo. Le due giovani sono tornate a scuola, ora, ma il pericolo incombe ancora su di loro. Persino il fatto che raccontino le loro storie è rischioso.

“Chiariamoci: Boko Haram sa chi sono. – ha detto Stephanie Sinclair, rinomata fotografa e fondatrice di “Too Young To Wed”, l’organizzazione che ha assistito Hauwa e Ya Kaka – Ma loro vogliono parlare perché ci sono tuttora migliaia di ragazze rapite, nella Nigeria del nord, di cui non si sa nulla.”

Nonostante le sofferenze che hanno attraversato, Hauwa e Ya Kaka hanno detto al loro pubblico di avere speranza. Entrambe hanno dichiarato che mirano a diventare avvocate per difendere e proteggere i diritti umani e che non hanno rimpianti per l’essere uscite allo scoperto.

“Devo condividere la mia storia – ha concluso Ya Kaka – affinché il mondo intero la ascolti.”

Maria G. Di Rienzo

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fangar - linda

Lo sceneggiato islandese “Fangar” – “Prigioniere”, è stato di recente reso disponibile online con sottotitoli in italiano (nell’immagine l’attrice Thora Bjorg Helga che interpreta il personaggio principale, Linda). Sono sei intense puntate da cinquanta minuti l’una che raccontano, attorno alla storia che fa da traino, la vita delle donne in carcere – in special modo le madri – senza alcun romanticismo o abbellimento. Le protagoniste non sono raffigurate in modo da accattivarsi la simpatia degli spettatori e la loro umanità emerge nel corso del vicenda in modo lento ma inesorabile: tutte hanno alle spalle esperienze che possiamo riconoscere, tutte ci assomigliano un poco.

Perché, se avete tempo e voglia, dovreste vederlo? Perché “Fangar” ha alle spalle sette anni di lavoro, numerosi colloqui diretti con le 12 incarcerate nella prigione di Kópavogur (chiusa un paio di anni fa, è stata poi usata come set per i filmati) ed è il frutto della collaborazione di uomini e donne che avevano in mente questo: “Non volevamo fare uno sceneggiato tipico sulla prigione. Abbiamo sviluppato la storia, facendo ricerche su come gli uomini usano il loro potere per ridurre al silenzio le donne e abusare di loro. Ci sono stati vari scandali di questo tipo in Islanda. Abbiamo deciso di raccontare la storia dal punto di vista di una famiglia, tre generazioni di donne all’interno di una famiglia.”

Le generazioni in questione comprendono la 30enne già citata Linda, sua sorella maggiore Valgerdur (Halldóra Geirhardsdóttir) che è una donna politica e una deputata, con una figlia quattordicenne (Katla Njálsdóttir), e la madre delle due, Herdis (Kristbjörg Kjeld), casalinga ingenua che avrà parecchie drammatiche “rivelazioni” nel corso della vicenda.

Linda, dedita agli stupefacenti, finisce in galera per un violento assalto al proprio padre, che lo riduce in coma. Le sue motivazioni non ci appaiono chiare – all’inizio sappiamo solo che cercava soldi nello studio dell’uomo, così come non sembra del tutto comprensibile l’abbandono totale di lei da parte della famiglia. Scopriremo pian piano che questa gente così “per bene” (una volta rimesso, per fare un esempio, il padre di Linda riceve una lettera di congratulazioni persino dal Presidente del paese) protegge accuratamente un segreto: negandolo, non vedendolo, ignorandolo, fingendo – come troppe famiglie fanno ovunque – che sia tutto perfettamente a posto e se la Linda di turno insinua o dice esplicitamente il contrario è perché è drogata e pazza e violenta…

Non vi rovinerò lo sherlockiano piacere di vederlo emergere svelandolo ora, ma sono certissima che gli indizi vi hanno già messo sulla strada giusta. Buona visione. Maria G. Di Rienzo

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(“Rosie did everything right. Yet here we are.”, di Clementine Ford per il Sydney Morning Herald, 23 febbraio 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

rosie

Rosie Batty probabilmente non si era mai aspettata di diventare un tale rinomato volto dell’attivismo anti-violenza in Australia. Penso sia onesto dire che non è una vita che chiunque sceglierebbe di vivere, considerando in particolare le condizioni che hanno condotto a essa. Ma durante gli ultimo quattro anni, lei è stata una forza instancabile su cui fare affidamento.

Nel 2014, l’ex marito di Batty bastonò e pugnalò a morte il loro figlio Luke, mentre l’11enne si stava allenando a cricket. Greg Anderson morì più tardi in ospedale di una combinazione di spari della polizia e di pugnalate autoinflitte. La settimana scorsa, Batty ha annunciato che abbandonerà la fondazione da lei creata in nome di Luke. Come ha detto a Fairfax Media, “E’ inarrestabile ed enorme ciò che ha ancora bisogno di cambiare. Una singola persona può fare solo quel tanto – i governi devono fare molto di più. Ci vorranno generazioni prima che noi si veda un cambiamento significativo. Questa sola prospettiva mi rende esausta.”

La relazione di Batty con Anderson era caratterizzata dalla violenza, ma finì quando lui la aggredì fisicamente poco dopo la nascita di Luke. Durante gli anni, Batty permise a Anderson di mantenere una relazione con il loro figlio, nonostante avesse chiesto numerosi interventi al tribunale per se stessa. Nel 2013, dopo che Anderson aveva minacciato Luke con un coltello, Batty chiese infine al tribunale di intervenire per la protezione sia propria sia del figlio. Ma sebbene l’ordine fosse stato inizialmente deliberato, Anderson ebbe successo nel rovesciarlo in tribunale e gli fu garantito l’accesso a Luke in pubblico, mentre il bambino faceva sport.

So che le circostanze dell’omicidio di Luke sono assai note, ma menziono questi dettagli di nuovo per sottolineare quanto sia differente la realtà dalla narrazione che circola attorno ai tribunali familiari, fatta di padri afflitti e donne vendicative. I Men’s Rights Activists – MRA (incluso Mark Latham, che ha condotto una campagna ostile e diffamatoria contro Batty per anni) amano sostenere che le donne manipolano il sistema e inventano denunce di violenza per punire gli uomini.

I membri dell’MRA usano questo come mezzo per chiudere ogni discussione sulla violenza domestica, nel mentre perpetuano il mito categoricamente infondato che gli uomini sono trattati male dal sistema giuridico dei tribunali familiari.

Batty stessa ha dovuto sopportare queste accuse (le quali, ironicamente, fanno il paio con altre che la ritengono responsabile di aver messo in pericolo Luke permettendogli di vedere suo padre). La verità è che nel mentre Batty riconosceva come Anderson fosse una minaccia alla sua sicurezza personale, sapeva anche che non aveva mai agito in modo violento contro Luke, sino al momento in cui brandì il coltello nel 2013. Perciò lei permise ai due di mantenere il contatto e diede loro sostegno affinché continuassero ad avere una relazione familiare. Fu quando il comportamento minaccioso di Anderson si espanse sino a includere Luke che lei cercò di impedirgli di vederlo – e persino allora, la corte si espresse ultimamente a parziale favore dell’uomo.

Batty ha fatto tutto quel che viene detto alle donne di fare, nonostante i messaggi siano spesso contraddittori. Ha lasciato l’uomo che abusava di lei. Ha incoraggiato la relazione fra figlio e padre tentando nel contempo di proteggere il suo bambino. Pure, Anderson è stato ancora in grado di infliggerle il castigo finale più brutale per essersi sottratta al suo controllo – derubandola del suo amato figlio.

E nelle ulteriori conseguenze negative, Batty ha sopportato abusi riprovevoli, le aggressioni dei “troll”, accuse senza prova alcuna di frode e, in modo pressoché inconcepibile, numerose accuse di essere solo un’altra odiatrice di uomini che cerca attenzione, succhiando al (supposto) capezzolo d’oro della macchina femminista capitalista. Il “trolling” ha continuato a crescere sino a che lei ha annunciato la sua decisione di abbandonare.

Nonostante l’abuso mirato contro di lei, Batty si alza ogni giorno e continua a sopravvivere al più immorale degli atti di violenza perpetrati contro di lei. Per quattro lunghi anni, ha fatto questo sotto l’occhio dell’opinione pubblica, perché era troppo importante per lei tentare di trarre, dall’omicidio di Luke, qualcosa che potesse rappresentare un cambiamento durevole. Lo ha fatto anche mentre Latham le dava viziosamente la caccia sul trattamento dei membri della Fondazione e il “furto” di fondi, affermazioni che devono ancora essere provate con fonti disponibili a testimoniare. Le sue bizzarre fantasia sono state completamente negate dai membri dello staff e da un revisore contabile indipendente, ma lui è riuscito comunque a incensare la collezione di lunatici che lo considerano una sorta di “giornalista” devoto alla verità. A propria volta, non hanno perso tempo nel dirigere le loro grottesche teorie “cospirazioniste” verso Batty. Non dimenticate che Latham è la persona che siamo stati vicini a eleggere come Primo Ministro nel 2004 – un uomo che ha usato il suo rancoroso odio per le femministe per perseguitare accanitamente una donna a cui l’ex partner ha ucciso il figlio davanti ai suoi occhi perché che lei avesse correttamente nominato la violenza maschile come il problema lo aveva fatto arrabbiare.

Di fronte a tutto quel che ha dovuto sopportare, chi può biasimarla quando se ne va?

Come nazione, dovremmo vergognarci di sapere che una donna che ha dato così tanto (e a cui è stato tolto così tanto) sia stata forzata ad abbandonare un lavoro essenziale dalla brutalità della scena dei commenti pubblici e dai suoi prominenti guru. E’ rivoltante che la vita di Batty consista ora non solo di dolore ma anche dell’odio tossico di troll, membri dell’MRA e misogini come Latham. Questo è il prezzo che persone come lei pagano nel tentare di fare ciò per cui nessun altro ha il coraggio necessario.

Rosie Batty, grazie per il servizio che hai reso. Sei un’eroina e un essere umano esemplare. Il tuo lavoro non sarà dimenticato. Grazie al tuo coraggio e alla tua persistenza, neppure Luke lo sarà.

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prosecutor Seo Ji-hyeon

La giovane donna in immagine, assediata dai reporter, è la pm coreana Seo Ji-hyeon (1), che il mese scorso ha parlato apertamente in televisione delle molestie ricevute sul lavoro, sull’onda del momentum #MeToo che ha raggiunto il suo paese. L’hanno invitata in tv dopo che la pm aveva messo online il resoconto di un’aggressione gravissima, subita nel 2010 da un magistrato più anziano durante un funerale, in seguito alla quale aveva abortito spontaneamente per lo shock.

“Volevo parlarne subito, – ha scritto Seo Ji-hyeon – ma in troppi mi scoraggiavano dicendo: Sarà un gioco da ragazzi per loro farti passare per pazza. Se parli ora, ti faranno apparire come una pm inefficiente, problematica e stramba. Dovresti tenere la bocca chiusa e pensare solo a lavorare.”

La pm ha ricevuto grande sostegno dall’opinione pubblica – tanto più che il suo assalitore Ahn Tae-geun (2) è stato licenziato l’anno scorso dalla magistratura perché corrotto, il che ha costretto il Ministero della Giustizia a aprire un’indagine. Quando l’indagine l’aveva chiesta Seo Ji-hyeon era stata immediatamente trasferita d’ufficio in un remoto tribunale provinciale. Il bastardo sig. Ahn ha solo detto al proposito che non si ricorda niente, perché era ubriaco sfatto, ma che se la cosa è accaduta, be’, gli dispiace tanto…

Negli ultimi giorni (19 febbraio) Lee Youn-taek (3) il più famoso regista teatrale coreano, 65enne ex direttore artistico del Teatro Nazionale di Corea, è stato costretto a presentare pubbliche scuse: le attrici che ha molestato e aggredito sessualmente hanno cominciato a parlare.

“Provo vergogna e mi sento distrutto. – ha detto il regista durante la conferenza stampa – Sono pronto ad accettare qualsiasi castigo, incluse le responsabilità legali per le mie azioni.” Le azioni includevano, per esempio, chiamare le attrici nella sua stanza, ordinare loro di fargli massaggi e poi chiarire definitivamente le sue intenzioni calandosi le braghe. In che modo definisce tutto questo, il bastardo n. 2 sig. Lee? Così: “E’ una cosa molto brutta che è accaduta di prassi per 18 anni di seguito.”

Come mi sento “a casa”, nonostante i 9.141 chilometri che mi dividono dallo scenario! Stupri, molestie, aggressioni… alle donne queste faccende accadono, come le grandinate o i terremoti. E’ la natura che lo vuole. Si sa che gli uomini ecc. ecc. (no, non si sa: la scienza ha smentito qualsiasi stronzata al proposito).

Maria G. Di Rienzo

(1) Si legge “so gi ion”, esattamente come è scritto in hangul, l’alfabeto coreano: ma la traslitterazione è fatta sempre per i parlanti di lingua inglese, i quali leggono la “o” come “ou” e la “i” come “ai”, e il risultato sono i pastrocchi di vocali che vedete.

(2) Come sopra, “an te gun” con la “u” chiusa.

(3) Come sopra, “li iun tec”.

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