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Posts Tagged ‘abuso’

I controlli più recenti rilevano che molti cervelli italiani non sono mai stati sottoposti ad update dai loro proprietari. Le conseguenze dell’interfacciarsi giornalmente con il mondo tramite software non adeguato variano e toccano diversi livelli di gravità, ma generalmente possiamo dire che esse impediscono alle persone con cervelli non aggiornati di individuare in quale secolo vivono, di tracciare limiti etici a parole e azioni e di riconoscere gli altri esseri umani per tali (di solito sono scambiati per Pokemon da catturare o abbattere).

Qui di seguito sono disponibili alcuni aggiornamenti software per materia grigia: chi ne avesse necessità e decidesse di scaricarli rammenti alla fine di riavviare il cervello.

SOFTWARE DECREPITO ancora in uso durante il mese di marzo 2019:

1. Ciò che sta attorno a una vagina-bersaglio, il resto del corpo di una donna così come la sua volontà, è irrilevante – l’importante è fare centro: infatti, tre stupratori di una ventiquattrenne (località S. Giorgio a Cremano) sono accolti da applausi, ululati di incoraggiamento e commozione alla loro uscita dal commissariato e rispondono sorridendo ai loro sostenitori (parenti e amici) prima di essere trasferiti in carcere.

UPDATE: a) Le donne sono esseri umani, intere, indivisibili, dotate di dignità e diritti, uniche titolari della propria sessualità; b) chi distrugge e segna le loro vite con la violenza è un delinquente, non un supereroe.

Inoltre, ciò che i tre ventenni hanno fatto non è la “sintesi perfetta dell’inconsapevolezza giovanile che sfocia nell’incoscienza più estrema” (rimando giornalistico obsoleto a “Gioventù bruciata”): erano del tutto consapevoli durante il precedente tentativo di violenza effettuato venti giorni prima, hanno orchestrato un nuovo incontro fingendo di volersi scusare, hanno stuprato la loro vittima e poi si sono tranquillamente allontanati a passo d’uomo, “forse perché convinti di farla franca”. Togliete il “forse”, i fuochi d’artificio fuori dalla stazione polizia lo rendono falso: nella loro cerchia più prossima non vi è un solo cenno di riprovazione e un po’ di sentenze successive sulla violenza di genere hanno ribadito che gli uomini sono piume al vento travolte dalle loro devastanti emozioni, picchiano stuprano uccidono senza sapere quel che fanno… se ipoteticamente la difesa gira la storia a questo modo e trova un/una giudice che non ha ancora aggiornato il software la faranno franca (quasi del tutto) proprio come speravano.

2. Le minorenni sono grandi abbastanza per fare di loro tutto quel che ci pare e abbastanza piccole per essere tenute in soggezione.

In quel di Cuneo abbiamo l’alpino trentenne “incensurato e insospettabile”, nonché sposato e padre, che aggancia una tredicenne e si fa inviare foto di lei nuda, la ricatta con la minaccia di diffonderle per averne altre e stuprarla (quest’ultima è la forma più esatta del circonvoluto costrutto “avere con lei rapporti sessuali non consensuali e senza protezioni”) e quando la ragazza si ribella la pesta.

In quel di Agrigento sempre una tredicenne è costretta a prostituirsi con abusi, violenze e minacce di morte: i suoi magnaccia sono la madre e l’amico di costei.

Da Roma invece arriva il “maestro” regista che adesca ragazze online con la promessa di una carriera nel cinema, le invita a finti provini e le stupra: delle cinque per cui è stato arrestato, due erano minorenni all’epoca dei fatti.

UPDATE: No, le ragazzine non vi appartengono: neppure se le avete messe al mondo. Non sono in giro per la vostra soddisfazione, sono esseri umani titolari di diritti umani a cui sono dovuti rispetto e tutela.

3. Questa donna sta con me, quindi è mia e deve fare quel che voglio io: altrimenti mi viene un raptus.

A Reggio Calabria il software decrepito si concretizza con il signore che “ha aperto lo sportello dell’auto della ex moglie, ha gettato addosso alla donna del liquido infiammabile, poi le ha dato fuoco”. La donna ha riportato ustioni gravi. Il tizio, con precedenti per maltrattamenti in famiglia, era evaso dagli arresti domiciliari a Ercolano “per compiere il folle gesto” (secondo i giornali: altra ricaduta del software inadeguato) e poi se l’era squagliata: probabilmente era ancora sotto l’effetto del terribile raptus quando lo hanno beccato il giorno dopo mentre cenava in pizzeria, giacché non risulta che stesse inondando di lacrime i carciofini in preda al rimorso.

A Salsomaggiore, il raptus ha obnubilato un gentile signore per ben sette mesi, durante i quali costui ha abusato della sua convivente al punto che quest’ultima ha tentato il suicidio. Ma il raptus è continuato sino all’exploit di un pestaggio con annessa distruzione di mobili ecc.: il gentile signore ha usato calci, pugni, bastone, assi di legno o di metallo, procurando alla donna traumi e fratture in varie parti del corpo per una prognosi di oltre 40 giorni.

“In un attimo di lucidità, – scrivono articolisti sotto l’influenza di software inadeguato – resosi evidentemente conto delle condizioni in cui versava la compagna, le ha permesso di medicarsi senza però darle la possibilità di contattare il 118, in quanto nel frattempo le aveva distrutto il telefono cellulare. La mattina seguente, dopo aver recuperato i suoi effetti personali, l’uomo lasciava l’abitazione. – Supponiamo ancora “inraptussito”, quindi impossibilitato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni e a soccorrere la donna – La vittima, in stato confusionale e a seguito delle lesioni riportate, trascorreva tutta la giornata del 6 marzo a letto senza la possibilità di chiedere aiuto. Solo il giorno dopo riusciva a mettersi in contatto con i vicini di casa.”

UPDATE: Andate a quel paese. La violenza non ha e non può avere giustificazioni di sorta, quali che siano le circostanze: è sempre una scelta. Vergognatevi.

Chiedo scusa, sembra che il server abbia qualche problema. Ma voi che non aggiornate i cervelli, proprio voi, ne avete di più.

Maria G. Di Rienzo

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Il parroco che in provincia di Firenze fu colto in flagranza di reato il 23 luglio dell’anno scorso, mentre abusava in automobile di una bambina decenne, è stato condannato a 4 anni e 4 mesi: anche qui – la medesima cosa sta accadendo in troppi casi relativi a violenze sessuali e femicidi – la pena è stata ridotta di un terzo come prevedono i processi svolti mediante “rito abbreviato”. Al momento don Paolo Glaentzer, che è abbastanza anziano, è ai domiciliari e la sentenza, oltre a interdirlo dai pubblici uffici, gli proibisce di frequentare istituti in cui siano presenti minori.

Più o meno tutti gli articoli al proposito riportano che il sacerdote: “(…) durante l’interrogatorio in procura a Prato aveva confessato, spiegando anche che non si trattava della prima volta che si appartava con la bambina. Dieci anni, la piccola era già da tempo seguita dagli assistenti sociali. Il parroco aveva anche dichiarato di intendere il suo rapporto con la bambina come una relazione affettiva, e che sarebbe stata sempre lei a prendere l’iniziativa. Gli episodi, più di uno, sarebbero avvenuti sempre nell’auto dell’uomo, durante il tragitto tra la parrocchia e la casa della bambina, sua parrocchiana, a cui lui avrebbe dato assistenza vista la situazione disagiata della famiglia.”

Nessuno salta per aria scrivendo queste cose, ma io divento furibonda ogni volta in cui le leggo.

1. Essere in condizioni di difficoltà (“da tempo seguita dagli assistenti sociali”) è un colpa, un’attenuante per il prete, una dichiarazione intrinseca di disponibilità agli abusi?

2. Che il perpetratore intendesse il violare una minore come “relazione affettiva” giustifica in qualche modo la faccenda, perché se vuoi bene a una bambina e sei un uomo il tuo “affetto” si esprime inevitabilmente nel violentarla?

3. Anche se fosse vero che era “sempre lei a prendere l’iniziativa” (“ci stava”, la lagna di tutti gli stupratori qualsiasi sia l’età della vittima), un adulto – e per di più un venerabile sacerdote che “assisteva” la sua piccola parrocchiana – non ha niente da dirle al proposito, non sa fare niente di meglio e di diverso dallo sbottonarsi le braghe, non riesce a esprimere un minimo di rispetto per la bimba e di autocontrollo?

Ciò che sfugge di continuo a coloro che devono rendere in cronaca vicende di questo tipo sono fondamento e fulcro delle stesse:

– il perpetratore sceglie di sfruttare lo stato di vulnerabilità di un altro essere umano per la sua personale soddisfazione;

– alla bambina / al bambino che si trovano in condizioni disagiate (erosione di risorse, della percezione di aver signoria su se stessi, di speranza) è facile far credere sia che meritano le violenze subite sia che finalmente conteranno qualcosa se sono “bravi” con il farabutto di turno;

– per le bambine in particolare, stante l’enfasi sulla bellezza obbligatoria da offrire agli uomini in forma di sesso, la faccenda diventa particolarmente spinosa giacché i messaggi ricevuti dalla società che le circonda confermano come “normale” quanto sta accadendo loro;

– il suggerimento che le vittime guadagnino qualcosa dall’essere vittimizzate è inaccettabile: ma i giornalisti persistono a scriverlo, gli avvocati degli stupratori a usarlo in tribunale, i giudici ad accettarlo e i perpetratori ad assolvere se stessi.

Il terreno per il prossimo abuso, grazie a ciò, è pronto e fertile e continuerà a dare rigogliosi raccolti. Maria G. Di Rienzo

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thompson - lasseter

(Emma Thompson / John Lasseter, foto di Jonathan Brady – Associated Press e Valerie Macon – AFP/Getty Images)

La lettera di Emma Thompson (attrice e sceneggiatrice, vincitrice di due Oscar) che state per leggere risale al 23 gennaio scorso, ma è stata resa pubblica in questi giorni.

Tratta della sua uscita dalla lavorazione di un film d’animazione molto atteso, “Luck” della casa di produzione cinematografica Skydance, a causa dell’ingresso nel progetto del sig. Lasseter – a destra nell’immagine.

Qualche mese fa, John Lasseter ha dovuto abbandonare i suoi ruoli in un’altra casa di produzione (Pixar / Disney), ruoli che rivestiva sin dagli anni ’80, perché la gente che lavorava con lui non ne poteva più: soprattutto le donne che Lasseter molestava regolarmente. Diversi uomini giudicavano comunque insopportabile essere trattati come membri di una confraternita sessista di cui lui era il capo indiscusso.

Dopo averne annunciato l’assunzione, l’amministratore delegato di Skydance David Ellison ha inviato una lunga e-mail al personale dell’azienda in cui attesta che Lasseter ha l’obbligo contrattuale di comportarsi professionalmente, ma ha fatto anche di più: ha affittato sale pubbliche in diverse città e indetto in esse riunioni dove il personale ha potuto ascoltare Lasseter che si scusava per il suo comportamento inadeguato e chiedeva gli fosse data una seconda possibilità. Nel frattempo la presidente Mireille Soria della Paramount Pictures Animation, con cui Skydance ha un contratto di distribuzione, ha incontrato le lavoratrici della propria compagnia per assicurare loro che avevano la possibilità di rifiutare di entrare in contatto con Lasseter.

Questo è quel che ne pensa Emma Thompson nella lettera a David Ellison:

“Come sa, sono uscita dalla produzione di “Luck” – che sarà diretto dall’assolutamente splendido Alessandro Carloni. A me appare molto strano che lei e la sua compagnia abbiate considerato l’assunzione di qualcuno come il sig. Lasseter, che ha uno schema ripetuto di cattiva condotta, stante il clima attuale in cui dalle persone con il tipo di potere che voi avete ci si aspetta un’assunzione di responsabilità.

Io capisco che la situazione – coinvolgendo come fa numerosi esseri umani – è complicata. Tuttavia, queste sono le domande che vorrei fare:

Se un uomo ha toccato le donne in modo inappropriato per decenni, perché una donna dovrebbe voler lavorare con lui, quando la sola ragione per cui non la sta toccando in modo inappropriato ora è che nel suo contratto sta scritto che deve comportarsi “professionalmente”?

Se un uomo ha fatto sentire le donne nelle sue aziende svalutate e non rispettate per decenni, perché le donne della sua nuova azienda non dovrebbero pensare che ogni tipo di comportamento rispettoso lui mostra loro non è altro che una sceneggiata, prescritta a lui dal suo consulente, dal suo terapeuta e dal suo contratto d’impiego? Il messaggio sembra essere: “Sto imparando a rispettare le donne, perciò siate pazienti mentre ci lavoro su. Non è facile.”

Molto è stato detto sul dare a John Lasseter una “seconda possibilità”. Ma lui è presumibilmente pagato milioni di dollari per ricevere questa seconda possibilità. Quanti soldi sono pagati a chi lavora a Skydance per dare a lui questa seconda possibilità?

Se John Lasseter avesse messo in piedi una casa di produzione propria, allora ogni impiegato/a avrebbe avuto l’opportunità di scegliere se dargli o no una seconda possibilità. Ma chiunque lavori a Skydance e non voglia dargliela deve restare al proprio posto essendo a disagio o perdere l’impiego. Non dovrebbe essere John Lasseter a perdere il lavoro, se il personale non vuol dargli una seconda possibilità?

Skydance ha rivelato che nessuna donna ha ricevuto compensazioni da Pixar o da Disney per l’essere stata molestata da John Lasseter. Ma stanti tutti gli abusi che sono stati accumulati contro le donne che si sono fatte avanti e hanno accusato uomini di potere, pensiamo sul serio che nessun accordo di compensazione significhi nessuna molestia e nessun ambiente di lavoro ostile? Dovremmo sentirci confortate, se le donne che sentono di aver avuto le carriere distrutte lavorando per Lasseter NON ricevono denaro?

Spero che tali quesiti rendano comprensibile il mio livello di disagio. Mi rincresce aver dovuto abbandonare, perché adoro Alessandro e penso sia un regista incredibilmente creativo. Ma posso fare solo quello che mi sembra giusto, durante questi difficili tempi di transizione e di crescita della consapevolezza collettiva.

Sono del tutto conscia che secoli di legittimazione proprietaria sui corpi delle donne, che a costoro andasse bene o meno, non cambieranno nello spazio di una notte. O di un anno. Ma sono altresì consapevole che se le persone che hanno parlato apertamente – come me – non prendono questo tipo di posizioni allora è improbabile le cose cambino al passo necessario a proteggere la generazione di mia figlia.

Con i più cordiali saluti, Emma Thompson”

Maria G. Di Rienzo

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Il “biasimo della vittima” è l’espressione della convinzione che chi subisce un abuso qualsiasi sia, in toto o in parte, responsabile per ciò che è accaduto. E’ molto forte nei confronti delle vittime di violenze sessuali (giacché in maggioranza costoro sono donne e il biasimo trae alimento dal sessismo e dalla misoginia) ma in effetti, in Italia, il biasimo della vittima entra ormai come fattore di peso in qualsiasi dibattito / controversia – senza essere minimamente riconosciuto per tale e rigettato. La tendenza a dar la colpa a chi ha patito un danno, anziché a chi quel danno ha provocato, cresce in un determinato territorio quando la sua popolazione è in uno stato di allerta sociale a causa di minacce percepite o reali e questo è giusto il caso del nostro Paese.

Il biasimo della vittima ha un profondo e devastante impatto su chi sopravvive alla violenza, perché il processo di guarigione comincia proprio quando una/un sopravvissuta/o narra a voce alta le proprie esperienze: racimolare il coraggio per dire la verità e poi veder negata tale verità – con accuse varie che scandagliano il comportamento e le intenzioni “nascoste” delle vittime e con l’asserzione che esse avrebbero “frainteso” le azioni loro dirette – costituisce un ulteriore trauma.

Il supposto “fraintendimento” è la cifra del dibattito che circonda, per esempio, la vicenda della scuola elementare di Foligno accaduta in questi giorni: un maestro supplente umilia in particolare i suoi alunni di colore (ma sembra adottare comportamenti di abuso nei confronti dei bambini in modo generalizzato). Nella fattispecie, costringe un bimbo di origine nigeriana a dare le spalle al resto della classe dichiarando che “è troppo brutto per essere guardato in viso” e dà della “scimmia” alla sorellina di costui. Pare – lo verificheranno le indagini – che gli insulti e le beffe fossero costanti.

Di fronte alle proteste il maestro in questione, Mauro Bocci, segue uno schema che è diventato come dicevo consuetudinario e comporta:

1. Il posare da vittima. Il signore dichiara di non essere stato capito e ne consegue che i bambini, i loro genitori e noi opinione pubblica siamo un po’ scemi e non possiamo fidarci ne’ del nostro intelletto ne’ delle nostre sensazioni;

2. Il posizionarsi in una posizione superiore rispetto alle vittime reali. Il signore suggerisce la motivazione principale di questa incomprensione da parte nostra: lui è un genio, come educatore, infatti stava mimando il razzismo per compiere un “esperimento sociale” (di cui non aveva avvisato nessuno, ne’ direzione scolastica ne’ genitori, ma perché mai l’Einstein della formazione dovrebbe rispondere alle regole che valgono per i comuni mortali?).

3. Il ripulire i propri spazi mediatici. Prima che le loro azioni strabordino in abusi fisici, spesso i perpetratori si allenano sul web sentendosi protetti e invulnerabili dietro la tastiera. Quando sono sotto i riflettori cercano di cancellare “i vecchi post più volgari e razzisti” e poi chiudono del tutto le loro pagine (come riportano i quotidiani a proposito del sig. maestro).

4. Lo spostare il focus dalle azioni compiute alle intenzioni che le avrebbero animate. In questo caso della riverniciatura si occupa il legale del maestro: “Le sue intenzioni erano diametralmente opposte alle accuse di razzismo. È il suo profilo a dirlo. È un padre di due bambini, ha anche una nipotina adottata di altra nazionalità e una certa sensibilità proprio verso i temi che riguardano la sfera umana.”

Il quarto punto vi è molto familiare, vero? I padri, dall’inizio dei tempi, non hanno mai usato violenza, non hanno mai abusato dei loro figli, non hanno mai malmenato – stuprato – ucciso donne. Se hanno contribuito a mettere al mondo delle creature devono essere per forza sensibili come delicate fronde di felce. Figuriamoci se il padre in questione, che ha persino una nipotina straniera (e non ha ancora sputato in faccia ne’ a lei ne’ ai parenti che l’hanno adottata, è un santo!), può essere razzista, andiamo.

Sinceramente, però, a me di dare un’esatta definizione e misura del razzismo di questa persona importa poco. Io rigetto e biasimo le sue azioni, non la sua persona, perché le sue azioni hanno causato dolore in altri esseri umani. Dovrebbe bastare a chiedere scusa – e basta, non “chiedo scusa ma non mi avete capito”, non “chiedo scusa ma sono un genio dalla profonda sensibilità che stava operando un esperimento sociale”, piuttosto: “Chiedo scusa, ho sbagliato, intendo riflettere e impegnarmi affinché ciò non si ripeta mai più.”

Riconoscimento dei propri errori, rispetto per i propri simili, assunzione di responsabilità. Avrei aggiunto empatia, ma probabilmente sarebbe chiedere troppo.

Maria G. Di Rienzo

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Gentile sig. Presidente Adriano Turrini,

è passato un anno da quando la mia lettera le è stata girata. Se non la ricorda può trovarla qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/02/15/cara-coop-n-2/

Naturalmente lei ha impegni (io anche) e non mi aspettavo ne’ una risposta in tempi brevi, ne’ – se devo essere sincera – una risposta purchessia.

Però ormai credo sia tempo di tirare le fila. Su “Consumatori” il vostro esperto di nutrizione continua imperterrito a fare quello che, a questo punto, potrebbe essere il lavoro che gli avete commissionato (spero non sia così): insultare e disprezzare le persone che non rispondono ai suoi standard di magrezza o cercare di terrorizzarle.

Dopo avervi segnalato che questo è un problema appunto un anno fa, io ho solo due scelte a disposizione (visto che non intendo ritirarmi nella posizione di bystander silenziosa): o vi torno la tessera quietamente subito, sapendo che si tratta dell’opzione con cui non ottengo nulla oltre alla salvaguardia della mia dignità umana, o ve la torno fra un po’ dopo aver organizzato una campagna affinché i soci e le socie che mi somigliano vi dicano cosa pensano del trattamento che riservate loro – e poi le tessere ve le torniamo tutte insieme con comunicato stampa ai principali quotidiani.

Nell’occasione, vi chiederemo di dirci se concordate con le tesi degli articoli pubblicati (i tossicodipendenti da cibo ecc.) e di dimostrarci scientificamente che “sovrappeso, obesità, sindrome metabolica e diabete” si collocano nella stessa categoria definita dal vostro esperto come “i nostri mali”. Il mio peso non è un “male”. Il mio corpo non è scollegato da me, il mio corpo sono io e io non sono ne’ malata ne’ un “male”.

Sig. Presidente, uno dei miei mestieri è la formazione alla nonviolenza. A volte mi capita di dover usare, durante i seminari, dei termini molto specifici che non hanno sinonimi adeguati: li scrivo sulla lavagna, o su un grande foglio di carta appeso al muro, dico al mio pubblico da dove vengono (etimologia) e spiego il loro significato. Questo perché rispetto le persone con cui parlo. Rispettando costoro e la lingua italiana non potrei mai dire o scrivere nulla del genere: “Scusandomi per l’uso di termini scientifici probabilmente non noti a molti lettori, la sostanza che però è bene fare emergere è che queste osservazioni ci ricordano che…” Scuse un po’ arroganti e parecchio confuse (tre “che” di fila in una riga e mezzo non depongono a favore della chiarezza espositiva) – potevano essere risparmiate.

Io, in effetti, sto ancora aspettando quelle per gli insulti che ho ricevuto.

Distinti saluti, Maria G. Di Rienzo

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Nell’ottobre dello scorso anno è uscito il rapporto “Digital Harassment of Women Leaders: A review of the evidence” (“Molestie digitali verso le donne leader : un esame delle prove”) a cura di Sophie Stevens e Erika Fraser del “Violence Against Women and Girls Helpdesk”: quest’ultimo è un servizio di ricerca e consulenza sulla violenza contro donne e bambine diretto alle istituzioni governative britanniche (è un esempio di buona pratica che il nostro governo, impegnato a far scappare gli ambasciatori di altri paesi a insulti, non copierà mai).

Le molestie online, si legge nell’introduzione, “fanno parte del continuum di violenza e discriminazione contro le donne nell’arena pubblica che include le donne politiche, le attiviste, le leader della società civile, femministe insigni o semplicemente donne che commentano la politica, intellettuali e giornaliste. Questo fenomeno è estremamente diffuso a livello globale e comprende tutte le forme di aggressione, coercizione, svergognamento, molestia, minaccia e intimidazione contro le donne in ruoli guida sulla base del loro genere. Tali atti non solo causano significativi danni psicologici, emotivi e persino fisici alle vittime individuali, riversando nel mondo reale abusi, violenza o autolesionismo, ma lavorano collettivamente per zittire o limitare la voce e le azioni delle donne negli spazi pubblici, minando così cultura e pratiche di democrazia.”

Le modalità delle molestie digitali sono note a tutte noi, non occorre essere in posizione politica o sociale prominente: minacce di stupro e di morte, cyberstalking, pornografia, insulti sessisti e misogini, diffusione di informazioni private e personali sono cosucce consuete per un quarto delle donne europee che frequentano i social media. Il rapporto mostra come quelle che scrivono – a qualsiasi livello, dal tweet all’articolo su un giornale – di sport, tecnologia, femminismo o stupro sono assalite in maggior misura.

Qualche altra informazione notevole:

– Il 70% delle vittime di cyberstalking, in tutto il mondo, è di sesso femminile;

– L’82% delle deputate (Unione Inter-Parlamentare, ricerca su 37 nazioni) ha subito violenza psicologica durante il suo mandato: minacce di assassinio, rapimento, stupro e aggressione fisica sono state dirette loro principalmente tramite i social media;

– Le donne politiche di lungo corso o con incarichi rilevanti ricevono insulti basati sul loro genere tre volte tanto di quanti ne ricevono i loro colleghi di sesso maschile;

– L’abuso funziona! Le donne, infatti, sono meno propense a candidarsi dopo aver visto le leader politiche subire assalti mediatici. Nel gruppo d’età fra i 18 e i 21 anni, a rinunciare sono il 60% delle donne, percentuale che sale all’80% dopo i 31 anni.

Libertà d’espressione? Per le donne non vale.

Maria G. Di Rienzo

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Quando ci si imbatte in storie allucinanti ove padri abusano delle loro figlie – per anni, sentendosi del tutto legittimati a farlo, protetti e scusati o “non visti” dall’immediato circondario – a volte vien da dire che è preferibile essere orfane. Purtroppo, però, essere orfane non ci protegge dai padri affidatari o adottivi.

In quel di Winnipeg, Canada, c’è un signore sposato, religioso e di buona fama, così generoso da adottare due coppie di bambine (dopo aver “consumato” la prima coppia ne ha presa una con data di scadenza più lunga). Gli articoli fanno riferimento ai nomi delle sue vittime come A B C D, poiché il tribunale ha emesso – giustamente – un bando al pubblicare quelli veri.

A e B entrano nella loro nuova famiglia nel 2008: hanno rispettivamente 9 e 11 anni. “Papà” provvede a iniziarle con palpeggiamenti, per poi passare a fellatio e a stupri anali e vaginali. Questi ultimi li riserva alla bambina A, dicendo alla bambina B che vuole “preservare la sua verginità per il suo futuro marito”. Riguardoso, non c’è che dire. Ma visto che è anche un tipo allegro, costruisce una rimessa apposita dotata di materasso dove tenere “pigiama party” con le sue piccole vittime. A stima di essere stata violata da lui fra le 300 e le 600 volte. Il signore si prende una pausa di solo due mesi in otto anni di violenze su minori: spiega alle figlie adottive che deve farlo perché “Dio sta guardando” – probabilmente aveva solo problemi alla prostata o chi stava guardando un po’ troppo era sua moglie.

Gli abusi continuano sino a quando A e B escono dalla casa degli orrori nel 2016; nel dicembre di quello stesso anno vanno dirette alla polizia e denunciano il loro aguzzino. Il fatto è che costui ha già altre due bambine, C e D di 12 e 9 anni, fra le grinfie. E i servizi sociali non gliele sottraggono. In questi giorni sui media canadesi sta infuriando una discussione piuttosto aspra su protocolli, leggi e sistemi che hanno permesso allo stupratore, reo confesso nel marzo 2018, di andarsene “in vacanza” all’estero con moglie e figlie adottive non appena gli è stato notificato che era in corso su di lui un’indagine per violenza sessuale su minori. Sapete, il poverino “aveva paura che gli portassero via le bambine” e c’è da credergli: stuprava anche quelle, ovviamente, come la polizia ha accertato.

Arrestato nel febbraio 2017, gli viene concesso il rilascio su cauzione, a patto di non aver contatti con minori e di vivere a un indirizzo diverso da quello a cui risiedono moglie e figlie adottive. Non gli viene proibito espressamente di accedere alla casa e difatti gli abusi nei confronti di C continuano per un mese dopo l’arresto e quelli nei confronti di D addirittura per tre mesi. Il processo per queste violenze è attualmente in corso.

Meglio tardi che mai, ma purtroppo sempre tardi è. Quali che siano le esatte responsabilità istituzionali, il fallimento nel proteggere quattro bambine (rese ancora più vulnerabili dall’aver perso la propria famiglia) posa su un sottotesto consueto – non per questo meno abominevole: la scarsa credibilità che la società accorda alle vittime di violenza sessuale e il contraltare dell’estrema fiducia e stima garantite comunque al perpetratore. Un uomo così perbene. Un uomo così devoto. Ma soprattutto un uomo.

Maria G. Di Rienzo

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