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Posts Tagged ‘abuso’

(tratto da: “It is ‘all men’, to varying degrees: men’s violence against women is a systemic crisis”, di Brad Chilcott, nuovo direttore esecutivo di “White Ribbon”, per The Guardian, 7 luglio 2020. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Il “Nastro Bianco” cominciò come campagna contro la violenza di genere nel 1991, invitando gli uomini a prendere pubblicamente posizione. Oggi è un’associazione che lavora con individui e gruppi in tutto il mondo per prevenire la violenza contro le donne e ispirare cambiamento, con lo scopo di “creare un mondo equo e sicuro e una nuova visione della mascolinità”.)

White Ribbon

La diseguaglianza di genere è violenza strutturale. Crea lo spazio per atti di violenza di genere normalizzando la mancanza di rispetto nel mentre socializza l’idea che un genere ha più valore o è più capace di un altro.

La violenza di genere comincia con l’idea che tu sia titolato all’obbedienza, al sesso, all’autorità o a una differente serie di libertà perché sei un uomo; che hai l’intrinseco diritto di trattare qualcun altro in un modo in cui tu non vuoi essere trattato.

Ci è stato insegnato – sia sottilmente sia apertamente – che a causa del nostro genere meritiamo un tipo speciale di rispetto. Siamo stati cresciuti con determinate aspettative sul potere maschile e istruiti per avere controllo sulle nostre case, compagne, figli, comunità di fede, club sportivi e luoghi di lavoro. Istruiti a credere che gli uomini hanno diritto di decidere cosa accade ai corpi delle donne.

Molti di noi sono stati modellati in prospettiva su questo ruolo e abbiamo di certo visto la violenza – che fosse fisica, manipolazione emotiva, sfruttamento sessuale o abuso spirituale – che gli uomini hanno usato per dominare, controllare e ferire le donne. Abbiamo visto uomini che volevano disperatamente attaccarsi al loro potere nel mentre diventavano insicuri in una società che cambia.

Potremmo dire che non tutta la misoginia conduce alla violenza, ma tutta la violenza comincia con la misoginia.

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(“Dear Bastards”, di Katherine Davis, poeta e femminista contemporanea, di origine statunitense, che vive in Canada. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’immagine ritrae il “Monumento alla Lavoratrice Ignota” di Louise Walsh, che si trova a Belfast in Irlanda del Nord.)

Unknown woman worker

Gli uomini mi hanno estraniata dalla mia mente e dal mio corpo, hanno

sbattuto contro di me, che ancora sgambettavo, una lastra di pietra dei Dieci Comandamenti,

hanno succhiato le mie lacrime con un aspirapolvere, mi hanno iscritta a

gare di ignoranza, dove sono stata drogata e messa in posa con

un bikini rosso, per rispondere a domande banali mentre andavo sui pattini a rotelle.

Ma il rossetto attorno alla mia bocca balbettava un rosa disfatto,

i miei seni si afflosciarono, i miei capelli erano unti. Inutile per competere

contro altre donne, fui messa in piedi nuda come

modello anatomico, mentre dottori davano lezioni a mucchi di aspiranti

specializzandi, tutte le generalizzazioni basate sullo studio del patriarcale.

Informata ripetutamente che i miei sentimenti erano impossibili, ho scavato cunicoli

sotto la mia pelle, ho fatto il bagno in sangue ossigenato, energia vitale, ho costruito

un palazzo interiore fino a che sono stata vecchia e istruita e molto lontana dai

despoti, per conquistare una fredda montagna ho scavato le fondamenta in profondità nella roccia,

eretto un monumento a tutto quel che sono diventata, nonostante, a causa di, un

razionale, compassionevole cuore, eroe del confronto e dell’affronto.

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breathing

Una confessione. Può sembrare una vanteria, ma non lo è – davvero la morte non mi spaventa. Sono terrorizzata, invece, da un unico scenario relativo al “come”: il soffocamento. Sarà perché in quel modo, almeno una volta, sono già “morta” (strozzata dal cordone ombelicale). Sarà perché al respiro è associato il mio elemento preferito, l’aria (sono una Gemelli). Sarà perché simbolicamente per me il respiro è musica e senso di appartenenza e misura di sollievo e significato. “Nessuno tesse lodi al respiro, ma oh!, esserne privi!”, fa dire lo scrittore di sf Roger Zelazny a Yama, uno dei personaggi di Signore della Luce (1967).

L’assassinio di George Floyd ha quindi per me i connotati dell’incubo a più di un livello. C’è l’orrore dell’atto in sé, quel ginocchio premuto sul collo, quelle parole – Non riesco a respirare – cadute nel vuoto della morte. C’è la tragica, tagliente consapevolezza che per un passo avanti sulla strada della civiltà, molti esseri umani sono più che volonterosi nel farne due indietro.

C’è la paura di essere definitivamente in ritardo: posso accettare di non vedere di persona la sconfitta definitiva delle fobie su cui si regge il dominio (razzismo, sessismo, omofobia, svergognamenti dei “non allineati” di qualsiasi tipo), ma mi angoscia l’idea che non la sperimentino mai le generazioni più giovani.

Derek Chauvin, l’ex poliziotto di Minneapolis che si vede nel video schiacciare il collo di Floyd con il ginocchio, è stato arrestato con l’accusa di omicidio colposo.

Un’ora fa, un ragazzo di 19 anni è stato ucciso (i dettagli non sono ancora chiari) a Detroit da proiettili sparati da un Suv sui dimostranti. Stava chiedendo giustizia per George Floyd, per se stesso e per noi tutti/e.

Quando impareremo a respirare insieme?

Maria G. Di Rienzo

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“Italian centers for abused women lose state funding as lockdown fuels demand”, di Elaine Allaby per Thomson Reuters Foundation, 28 maggio 2020, trad. Maria G. Di Rienzo.

female anger

Quando l’Italia annunciò la sua chiusura per coronavirus all’inizio di marzo Anna Levrero, che gestisce un rifugio per donne maltrattate nella regione maggiormente colpita, la Lombardia, sapeva che ciò avrebbe portato a un picco nelle chiamate. Ma stava già facendo i conti con un’altra difficoltà.

Ai centri per le vittime di violenza domestica in Lombardia, nell’Italia del nord, è richiesto sin dall’anno scorso di fornire alle autorità regionali le identità delle donne che stanno aiutando per esseri qualificati a ricevere i fondi statali. Molti hanno rifiutato definendola un’invasione della privacy e come risultato, dicono, devono maneggiare una significativa riduzione dei finanziamenti, proprio mentre dei loro servizi c’è più bisogno.

Le autorità regionali hanno detto che i dati sono necessari per formulare le politiche. Prima che la richiesta di fornire i codici fiscali delle donne fosse fatta, sostengono, c’era il rischio di duplicazione dei dati quando qualcuna visitava più di un centro. “Dal nostro punto di vista è un’assurdità, perché se una donna ha sofferto abusi non è che se la spassa a girare da un centro a un altro.”, ha dichiarato Levrero a Thomson Reuters Foundation.

Numerosi paesi hanno riportato aumenti nelle chiamate telefoniche relativa alla violenza domestica, nonostante la quarantena renda più difficile per servizi e organizzazioni di volontariato raggiungere le donne isolate nelle loro case. Tre mesi di chiusura potrebbero risultare in 15 milioni di casi di abuso domestico in più di quelli previsti, secondo le ricerche delle Nazioni Unite.

DiRe, la rete nazionale italiana dei centro anti-violenza, ha detto che le chiamate alle sue linee d’aiuto fra il 2 marzo e il 5 aprile sono aumentate del 75% rispetto allo stesso periodo del 2018, la serie più recente di dati comparabili.

La sua direttrice per la Lombardia Cristina Carelli, che è anche coordinatrice del centro anti-violenza CADMI di Milano, ha detto che alcuni centri hanno perso una larga porzione dei loro finanziamenti dopo essersi rifiutati di soddisfare le nuove richieste ufficiali.

“Per noi è una perdita enorme, perché i centri anti-violenza stanno già avendo difficoltà a ottenere tutti i fondi di cui hanno bisogno. – ha detto Carelli – Perché facciamo davvero un mucchio di lavoro, accogliamo moltissime donne, e questo impegno ha necessità di essere sostenuto con finanziamenti adeguati.”

Due rifugi alla periferia di Milano, che si appoggiavano interamente al finanziamento regionale, sono stati costretti a chiudere a causa di tale decisione, ha aggiunto. Carelli ha spiegato che la Lombardia è stata l’unica regione italiana sino ad ora a richiedere il codice fiscale, sebbene anche Umbria e Calabria abbiano considerato la possibilità di farlo.

Un gruppo di esperti su donne e violenza domestica del Consiglio d’Europa ha espresso preoccupazione rispetto alla pratica in un rapporto di gennaio, dicendo che avrebbe “minato la relazione di fiducia fra le vittime e chi provvede i servizi”. In precedenza, i centri lombardi assegnavano un codice alfanumerico casuale, condividendo i dati resi anonimi con le autorità.

Silvia Piani, assessora lombarda alle Politiche per la famiglia, genitorialità e pari opportunità, ha detto che la regione sta sperimentando il nuovo sistema sin dal 2014 e che il 90% dei centri ha acconsentito alle misure. Ha dichiarato che le autorità regionali considerano solo i dati aggregati, il che non violerebbe la privacy individuale. “Prima, una donna andava in uno dei centri, i centri riempivano un modulo e il modulo restava in un cassetto di scrivania.” ha detto, aggiungendo che il nuovo sistema ha fornito dati sull’età delle vittime, il loro status occupazionale e la loro situazione familiare.

Quando il governo centrale ha ordinato il lockdown in Lombardia l’8 marzo, il Centro Aiuto Donne Maltrattate (CADOM) di Monza, che Levrero gestisce, ha dovuto chiudere le porte, ma ha tenuto aperta la linea telefonica. “Per le prime due settimane non abbiamo sentito quasi nulla. – ha detto – Poi, poco a poco, sono cominciate ad arrivare chiamate in gran numero, non tanto perché ci fossero emergenze ma per sostegno, per sentire una voce amica, per accertarsi che quando ciò fosse finito sarebbero state in grado di tornare da noi.” CADOM opera con diversi rifugi in Lombardia, ma ha dovuto cedere la gestione di tre dei suoi centri d’aiuto ad altri operatori che hanno siglato l’accordo.

Carelli ha detto che DiRe sta parlando con la Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, per tentare di trovare una via d’uscita.

Bonetti ha dichiarato a Thomson Reuters Foundation di star cercando soluzioni che possano conciliare la necessità dell’amministrazione di acquisire dati su come vengono usati i fondi pubblici al diritto all’anonimato delle vittime.

“Non vogliamo dire alle donne ‘ti aiuteremo solo se ci dai il tuo codice fiscale’. – ha concluso Carelli – E’ un modo di agire assai presente nella violenza, no? E’ un tipo di ricatto.”

P.S. della traduttrice: L’amministrazione regionale lombarda pensa a tutelarsi dalle “furbette” della violenza che altrimenti sperperano i soldi pubblici. Stiamo parlando del virtuoso governo regionale della Lombardia, quello di Fontana e Gallera: le facce come le terga.

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(“In Fiji, lesbian feminist activist Noelene Nabulivou strives for world ‘liberated and free’”, di Hugo Greenhalgh per Thomson Reuters Foundation, 13 maggio 2020. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Noelene

Crescere essendo lesbica nelle Fiji, stato insulare dell’Oceania, durante gli anni ’70 sembrava abbastanza impossibile, dice la femminista e attivista “climatica” Noelene Nabulivou.

Una cultura machista, basata sulla chiesa, ha significato per Nabulivou – lei stessa figlia di un pastore metodista – non dichiararsi sino al compimento dei 35 anni, non molto dopo l’inizio del nuovo millennio.

“L’ho chiamato il mio obiettivo di sviluppo del millennio.”, dice ridendo su Skype, riferendosi alla lista di ambiziosi obiettivi delle Nazioni Unite, che includevano il dimezzare la povertà estrema e il mettere fine alla diffusione dell’Hiv/Aids entro il 2015.

Ora 52enne, Nabulivou ha una moglie e una figlia di due anni ed è conosciuta in tutto il mondo come attivista contro il cambiamento climatico e come attivista per l’eguaglianza di genere e i diritti delle persone LGBT+ nel suo Paese.

Tuttavia, fa ancora esperienza di discriminazione e abusi, e ha ricordi dolorosi di come è cresciuta in una piccola città vicina a Suva, la capitale dell’arcipelago che conta circa 900.000 abitanti.

“Semplicemente sentivi che (essere apertamente gay) non era una possibilità alla tua portata. Non c’erano modelli di riferimento, in particolare per la mia generazione.”, ha detto a Thomson Reuters Foundation dalla sua casa di Suva.

Le Fiji sono una delle sole otto nazioni che menzionano esplicitamente l’orientamento sessuale e l’identità di genere nelle loro Costituzione, ma in pratica i diritti degli individui LGBT+ sono limitati. I matrimoni fra persone dello stesso sesso e l’adozione da parte di coppie gay restano illegali – Nabulivou e sua moglie si sono sposate a New York – e l’attitudine omofoba persiste.

“Mi hanno sputato addosso; mia moglie ed io siamo state molestate in pubblico; ci hanno tirato pietre sul tetto di notte. Ci sono stati molti episodi durante gli anni. Un quotidiano mi ha fatto l’outing. Ho dovuto lottare contro la chiesa metodista alla radio e in televisione, il che è stato davvero duro per me, che sono una persona molto riservata.”, racconta Nabulivou.

Le Fiji sono state colpite il mese scorso dal forte ciclone tropicale Harold, che ha ucciso due persone e ha distrutto più di 3.000 abitazioni. Il ciclone ha esacerbato l’impatto economico dell’epidemia di coronavirus e le due crisi hanno ulteriormente aggravato la difficile situazione che le persone LGBT+ vivono, dice l’attivista.

Nel mentre il tasso di disoccupazione nelle Fiji, relativo al 2019, si attestava più o meno al 4,5%, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, Nabulivou dice che circa il 62% di lesbiche, bisessuali e transgender o non hanno un lavoro o ce l’hanno precario.

E’ questo tipo di diseguaglianza che Nabulivou combatte nel suo ruolo di consigliera politica e addetta a progetti speciali dell’organizzazione figiana per i diritti umani “Diverse Voices and Action (DIVA) for Equality”, che lei stessa ha contribuito a fondare nel 2011: “E’ cominciato con un gruppo di giovani che sono venuti da me e dalla mia partner e hanno detto: Okay, ci discriminano. Cosa possiamo fare insieme?

Un decennio più tardi, il gruppo sostiene il lavoro di nove sezioni in tutto il Paese, affrontando questioni come visibilità e povertà nonché omofobia e transfobia, ha detto Nabulivou. La parte chiave del suo lavoro, ha aggiunto, è tentare di contrastare le “proporzioni epidemiche” della violenza contro le donne – siano esse lesbiche, bisessuali, transessuali o eterosessuali – nelle Fiji e in altre nazioni del Pacifico: “L’84% delle donne LBT e delle persone “non conformi” al genere (che non assumono i ruoli tradizionali ascritti a maschi o femmine) hanno denunciato violenze da parte dei propri partner, contro i due terzi delle donne eterosessuali.”

Oltre che sui diritti delle persone omosessuali e sulla violenza domestica, Nabulivou organizza campagne su istanze climatiche ed ecologiche, dicendo che molte di queste sfide sono collegate.

“Noi siamo donne che devono lottare contro la povertà, ma vogliamo anche parlare del bullismo nelle scuole o delle esperienze di sviluppo ecologico nel Pacifico. Come esseri umani abbiamo tante cose diverse a cui teniamo. – spiega Nabulivou, che si definisce maniaca del lavoro e dice di aver ottenuto nuova ispirazione dalla sua bambina – Voglio per lei un mondo meraviglioso, in cui possa essere emancipata e libera.”

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libro jessica

Questo libro – “Perché le donne sono ritenute colpevoli di tutto” – è uscito il 27 aprile scorso. La sua Autrice è la dott. Jessica Taylor, docente universitaria di psicologia forense e criminale, nonché titolare di un dottorato di ricerca e fondatrice di VictimFocus, organizzazione internazionale che studia il biasimo posto sulle donne vittime di violenza di genere e fornisce consulenza e addestramento al proposito.

Prima ancora della sua uscita, il testo ha attirato una crescente attenzione ed è stato presentato durante un programma radiofonico della BBC, “Woman’s Hour”. Così, dal 17 aprile, la dott. Taylor ha subito un incessante attacco via internet fatto di migliaia di messaggi violenti: “di tutto, dal dirmi di morire e di uccidermi a “ti stupro”, messaggi che dicevano che non sono una vera psicologa o docente, che sono grassa, brutta, disgustosa, una schifosa lesbica, sterile, che morirò da sola, che i miei genitori mi odiano”, ha raccontato a The Guardian in una recente intervista.

Il 21 aprile, il gruppo organizzato di “troll”, riconoscibili come simpatizzanti o appartenenti a vari movimenti misogini (“alt-right”, men’s rights activists, incel, Mgtow) è passato al livello successivo, hackerando il computer di Taylor: “Avevano il controllo totale della mia tastiera e del mouse. Ho tentato di fermarli, ma mi sono bastati 30 secondi per capire quanto seria era la faccenda, perciò ho chiuso il laptop, sono corsa a spegnere il wifi e a chiudere ogni altro dispositivo.” La docente ha fatto denuncia e la polizia sta indagando.

“Sapevo che c’era bisogno di scrivere questo libro – ha detto ancora nell’intervista – ma non sapevo che ce ne fosse così tanto bisogno. Le aggressioni da parte di uomini sono state scioccanti. Le violenze e le molestie online ti spaventano e ti esauriscono, ma non mi porteranno mai al punto di dire: Smetto di parlare dell’abuso di donne e bambine. Le donne saranno sempre al centro del mio lavoro e continuerò a mettere a disagio i misogini. Il libro è stato scritto per ogni singola donna, ragazza e bambina a cui è stato detto che se avesse fatto qualcosa in modo diverso, se avesse cambiato qualcosa di se stessa o ristretto la propria vita non sarebbe stata soggetta alla violenza maschile. Io ne ho avuto abbastanza e milioni di altre donne ne hanno pure avuto abbastanza. Quindi, un bel po’ di uomini si sono arrabbiati. Dovete domandarvi perché. Di cosa hanno paura?”

Maria G. Di Rienzo

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Due notizie in cronaca ieri 30 aprile:

– Revenge porn, denunciati amministratori di tre canali Telegram. Tra le vittime anche personaggi dello spettacolo.

– Abusa della figlia della compagna, arrestato 42enne a Catania. L’aveva già fatto con la figlia avuta dall’ex moglie.

La prima tratta dell’operazione della polizia postale “Drop the revenge”, che “(…) è riuscita a bloccare tre canali Telegram denigratori e violenti sin dal titolo: La Bibbia 5.0, Il Vangelo del Pelo e uno dei canali denominati Stupro tua sorella 2.0. L’applicazione di chat istantanea tra le più diffuse al mondo veniva utilizzata per vendicarsi di persone, prevalentemente donne, con temi a carattere sessuale. Basti pensare che il canale «madre» Stupro tua sorella 2.0, annoverava quasi 45 mila iscritti con un volume di circa 30 mila messaggi al giorno.

Migliaia le foto e i video di ragazze, anche minorenni, con pressanti istigazioni alla pedopornografia e al femminicidio. Il tutto corredato da commenti che incitavano all’aggressione fisica e alla violenza.

Gli account degli amministratori, un 35enne di Nuoro e un 17enne, sono stati sequestrati. Il diciassettenne, amministratore di Il Vangelo del Pelo, ha creato una sorta di mercatino di immagini private (anche di natura pedopornografica), grazie al quale è riuscito a guadagnare finora 5.000 euro. Le foto erano in vendita a 3 euro l’una, per i video la cifra era superiore.

C’è una terza persona indagata, un 29 enne bergamasco, che ha utilizzato quei gruppi per vendetta nei confronti della ex compagna, pubblicandone foto e video privati. Come detto, i tre sono stati denunciati. Rischiano da 1 a 6 anni di carcere e fino a 15 mila euro di multa. Ma l’indagine va avanti: sono in corso le identificazioni sia delle vittime, sia degli utenti. Chi, infatti, si è iscritto ai canali e ha pubblicato, ricevuto o diffuso foto private, rischia la stessa pena. I gruppi di Telegram, però, sono ancora accessibili.

Solo con una querela di parte di una vittima si può procedere per il reato di revenge porn, che punisce chi diffonde illecitamente immagini o video sessualmente espliciti a scopo di vendetta.”

La seconda vicenda riguarda una bambina che comincia a essere molestata dal compagno della propria madre a 9 anni:

L’uomo l’ha costretta a toccarlo nelle parti intime: «Così impari», le aveva detto per giustificare quel comportamento. Gli abusi sono andati avanti per anni, l’uomo la portava con sé in campagna con la scusa di raccogliere la frutta e ne abusava; la costringeva a vedere immagini del suo telefonino in cui c’erano rapporti sessuali della madre, con lui o con altri uomini; si faceva trovare nudo e la costringeva a toccarlo. (…) Un giorno però la vittima è riuscita a confidarsi con la figlia maggiore di quell’orco che, in lacrime, a sua volta ha confidato alla bambina di avere in passato subito dal padre le stesse turpi attenzioni. Dopo qualche tempo, è ancora la ricostruzione dei pm, la bambina è riuscita a parlarne con la propria madre e con l’anziana madre dell’uomo. Le due donne si sarebbero limitate a rimproverare l’uomo che, scusandosi, avrebbe promesso di non farlo più.

Ma l’incubo non è ancora finito perché la bambina a questo punto subisce da quell’uomo continue vessazioni che la convincono a trasferirsi in casa del padre naturale. Poi, è ancora la ricostruzione della procura, durante un incontro di famiglia quell’uomo ha nuovamente «abbracciato» la bambina che, a quel punto, decide di raccontare tutto alla nuova compagna del padre e alla nonna paterna, le quali vanno subito a denunciarlo, facendo partire l’inchiesta. (…) Il calvario della bambina ora sembra davvero finito. A 12 anni. Dopo tre anni di violenze e abusi.

L’articolo, come avrete notato, definisce “orco” l’uomo in questione e sembra ignorare che “Così impari” non è qualificabile come “giustificazione” – a meno che non siano largamente accettate a livello sociale un paio di cose: 1) Le persone di sesso femminile, qualsiasi sia la loro età, sono mero materiale da scopata; 2) Il loro ruolo al mondo è tentare di diventare il miglior materiale da scopata possibile e pertanto l’addestramento precoce è un vantaggio.

Il fatto che uno solo dei canali pornografici menzionati nella prima notizia annoverasse “quasi 45 mila iscritti con un volume di circa 30 mila messaggi al giorno” sembra dimostrare proprio questa vasta accettazione dei suddetti assunti: inoltre, toglie l’etichetta di “orco” dalle spalle dello stupratore di bambine della seconda notizia, perché se su un unico canale Telegram ci sono 45.000 persone che gli somigliano, be’, lui è del tutto “normale”.

Com’è diventato “normale” chiedetelo in primo luogo al clima culturale italiano, fatto per le donne e per le bambine di sessualizzazione coatta e altamente invasiva spacciata per “ricerca della bellezza” e ai media che sparano in un ciclo continuo influencer, modelle, tette-cosce-culi, consigli prescrittivi su come essere sexy-hot-da urlo eccetera. Poi potete chiederlo ai conniventi farabutti che si arrampicano sugli specchi per negare che tutto ciò abbia collegamento diretto con la violenza.

Maria G. Di Rienzo

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26 aprile 2020 – Bergamo, uccisa a pugni e a calci in casa, arrestato dopo un mese il compagno.

“Una donna di 34 anni, Viviana Caglioni, è stata uccisa a calci e pugni dal compagno, Cristian Michele Locatelli, 42 anni, ora in carcere a Bergamo. La brutale aggressione risale ad un mese fa, nella notte tra il 30 e il 31 marzo, ma inizialmente il presunto aggressore, coperto anche dalla madre di lei, aveva riferito di una caduta. (…) Locatelli, dopo l’arresto, ha riferito agli inquirenti di avere picchiato la compagna per gelosia, pestandola con calci e pugni alla testa e all’inguine.”

Quattro giorni prima, è apparso sul Guardian un articolo di Anna Moore – relativo al raddoppiamento dei femicidi in Gran Bretagna durante il lockdown – di cui riporto un brano:

“Alison Young viveva in quarantena molto prima del Covid-19. Durante la maggior parte degli otto anni del suo matrimonio, suo marito le ha permesso di lasciare l’abitazione solo per “viaggi autorizzati”.

“Si trattava invariabilmente di spesa alimentare e, quando rientravo, lui controllava gli scontrini, il chilometraggio e ispezionava l’automobile in cerca di briciole nel caso io avessi mangiato qualcosa mentre ero fuori casa, cosa che non mi era permessa. – racconta – Se violavi le regole o ribattevi, non sapevi come lui avrebbe reagito. A volte mi lasciava riderci sopra, altre volte mi puntava un coltello alla gola: perciò, la paura non se ne andava mai. Era giusto sotto la superficie o si riversava all’esterno da ogni poro della pelle.” (…)

“Ho letto i rapporti relativi agli “omicidi da quarantena” e delle donne in disperato bisogno d’aiuto e la cosa è sempre descritta come gente che vive sotto pressione in un momento fuori dall’ordinario e perde la testa. – dice Young, che ora dirige un network non ufficiale a sostegno delle donne come lei – Quando lo stai vivendo non è affatto così. Si tratta di come i partner violenti si comportano quando non c’è su di loro uno sguardo pubblico. Si tratta di persone che usano ogni cambiamento di circostanze a proprio vantaggio e si adattano a qualsiasi nuovo modo di vivere restringendo massicciamente il controllo.”

La dott. Jane Monckton-Smith, ex ufficiale di polizia e criminologa forense all’Università di Gloucester, ha passato anni studiando centinaia di omicidi commessi da partner intimi, intervistando famiglie e professionisti nel campo della protezione pubblica, per riuscire a tracciare il lento andamento che va “primo incontro” a “omicidio”. Lo scorso anno ha pubblicato “Homicide Timeline”, in cui identifica le otto fasi attraversate da un assassino.

La prima è una storia, precedente alla relazione, di stalking, violenza domestica o controllo coercitivo. La seconda è la dichiarazione d’amore e il conseguente muoversi verso una relazione molto velocemente. La terza è un inasprimento delle misure di controllo: può riguardare le abitudini di spesa della partner, gli amici che lei incontra, i vestiti che indossa. “Prima del lockdown, la maggior parte dei “controllori” era nella fase tre.”, dice Monckton-Smith.

La fase quattro sulla sua scala è un “evento scatenante”, qualcosa che minaccia il senso di potere e controllo dell’assassino. “Spesso è la partner che interrompe la relazione, ma può essere tutta una serie di altre cose – il pensionamento, la disoccupazione, la malattia, un nuovo bambino.” O la quarantena. “Tutti gli abusanti sono ora nella fase quatto – dice ancora Monckton-Smith – Chiunque tu sia, il Covid-19 ti ha sottratto il controllo. Hai perso il controllo su dove puoi andare, cosa puoi fare e puoi persino aver perso il controllo delle tue finanze. Se stai con i figli 24 ore al giorno e sono troppo rumorosi, troppo disordinati, se la tua vittima si ammala o non è in grado di gestire i bambini e la casa nel modo in cui vuoi tu… Non sto dicendo che ognuno in questo stadio passerà all’omicidio, ma ogni abusante è ora più instabile e ad alto rischio. E se questa persona è impulsiva, o a proprio agio con la violenza, può attraversare assai rapidamente le fasi successive: acutizzazione, cambiamento di pensiero, pianificazione e omicidio.”

Alison Young riconosce questo schema sin troppo bene – per lei, l’evento scatenante fu perdere il lavoro. “Non c’erano colpe da parte mia, ci fu una ristrutturazione e il mio posto di lavoro non esisteva più. – dice – Mi ricordo seduta nel treno verso casa dopo che me l’avevano comunicato, così terrorizzata da non riuscire a distinguere le cose con la vista. Sapevo di doverglielo dire e sapevo cosa mi aspettava. Il mio impiego era stato ben pagato e lui non lavorava, perciò aveva bisogno che lo facessi io. Lui mi sottrasse la carta di credito della banca. Non mi era più permesso andare da nessuna parte perché, secondo lui, ogni volta in cui io uscivo era un costo in denaro.”

Vivendo assieme a lei una quarantena personalizzata, il partner di Young divenne più violento e meno prevedibile: “La faccenda si inasprì davvero in fretta. Mi minacciava con coltelli e mi stuprò molte volte.” Fu dopo che l’uomo cominciò a tirarla fuori dal letto mentre dormiva per trascinarla in giro per la stanza “come una bambola di stracci” che Young si rivolse a un’amica, la quale l’aiutò a scappare.”

Maria G. Di Rienzo

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“Io sono un’artista che si sta specializzando in primitivismo perciò per me la storia, in un dipinto, è assai più importante dei dettagli. Molti pensano che i primitivisti non sappiamo disegnare, ma in effetti si tratta di un’area artistica complessa e interessante: rappresentare qualcosa con il minimo numero possibile di linee è assai più difficile di quel che sembra.

La mia arte mancava di significato all’inizio. Quando sono diventata una femminista, ho cominciato a guardare le opere di varie donne artiste e anche i fumetti – storie in figure – e ho capito per la prima volta che l’arte poteva parlare di cose importanti. Ho capito che le artiste incorporavano un’agenda sociale e politica tramite il loro lavoro.”, Yulia Tsvetkova (in immagine).

tsvetkova

Lo scorso marzo sono stati revocati gli arresti domiciliari a Yulia, l’artista femminista e lesbica di cui avevo parlato qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2020/01/23/la-censura-e-questa/

Il 7 aprile Open Democracy, chiedendosi come mai un progetto educativo composto da illustrazioni sia diventato “pornografia”, ha pubblicato una lunga intervista a Yulia curata da Anna Kim. Di seguito, la traduzione di alcuni brani.

Perché pensi di essere stata liberata dagli arresti domiciliari? Perché è accaduto ora ed è stata una novità per te?

E’ stata una novità per me: ne’ io ne’ il mio avvocato ce lo aspettavano. Penso abbia in parte a che fare con le procedure burocratiche. Ci hanno messo tre mesi e mezzo per fare un’inchiesta e letteralmente dieci giorni fa hanno cambiato i dettagli dell’articolo in virtù del quale ero accusata e hanno fatto invece un’indagine. Si supponeva che dovessero arrestarmi di nuovo, ma non è accaduto. Il giudice voleva andare avanti ma il procuratore, con mia totale sorpresa, ha sostenuto la nostra parte.

I detective avevano chiesto inizialmente che i miei arresti domiciliari fossero inaspriti con il bando ad ogni comunicazione e all’accesso a internet, perciò le cose avrebbero potuto andare in modo molto diverso. Non posso chiamarlo un disgelo o una dinamica positiva, può essere stata solo una coincidenza, il che è molto comune.

Ma il tuo caso non è ancora chiuso?

No, adesso sono ufficialmente una sospettata, ho la notifica in cui mi si sospetta di aver commesso il crimine relativo alla diffusione di pornografia. Alcuni media hanno detto, sbagliando, che non sono stata accusata di nulla, ma l’annuncio dell’incriminazione avviene alla fine del procedimento, davanti a una giuria, quando l’indagine è finita e c’è il rinvio a giudizio, perciò è ancora troppo presto per incriminarmi.

Nel tuo post su Facebook, in cui dici di essere stata rilasciata dagli arresti domiciliari, hai scritto che la pubblica accusa aveva “grandi piani” per te. Cosa significava?

Durante le sedute in tribunale la pubblica accusa, chiedendo l’estensione del mio stato di arresto, ha elencato tutto ciò che avrebbe fatto durante le udienze: interrogare mia madre e ogni membro del mio gruppo sui Monologhi della Vagina; controllare i miei account e chiamare a testimoniare un bel po’ di esperti: in campo artistico, psichiatrico, informatico. Potrei dover affrontare un secondo arresto: ancora non è chiaro, ma il caso non è chiuso.

Da quando ricevi minacce dal gruppo omofobico “Pila protiv LGBT (Saw contro LGBT: il gruppo si ispira al film horror omonimo, chiama alla violenza contro le persone omosessuali e mette online i loro dati privati, come indirizzo e numero di telefono, organizza aggressioni durante le manifestazioni del Pride, eccetera)? Che sta facendo la polizia al proposito?

Il movimento “Saw” è in giro da un paio d’anni, dal 2017-2018. Io non ero un’attivista all’epoca e non una singola istituzione, inclusi l’FSB (Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa) e il Centro per il contrasto all’estremismo, è stata in grado di scoprire gli autori della lettera di minacce (ricevuta da Yulia e da altre/i). Li abbiamo cercati da noi e abbiamo fatto denunce.

La prima volta in cui mi hanno minacciata direttamente è stata nell’estate del 2019 quando io, assieme ad attiviste/i di ogni parte della Russia, sono finita nella cosiddetta “Lista Pila” e ho fatto denuncia. E’ stato solo di recente che l’FBS ha risposto dichiarando che si trattava di non luogo a procedere.

Quel che è stato buffo è che io dovevo fornire prove delle minacce al poliziotto che aveva in carico i miei casi penali e civili. In altre parole, questo tizio stava raccogliendo prove incriminatorie contro di me, mentre allo stesso tempo io dovevo fornirgli prove in mia difesa.

Il 18 marzo scorso nuove minacce, con il mio indirizzo e numero di appartamento, sono arrivate per posta. Questa volta chiedevano 250 bitcoins prima del 31 marzo, altrimenti mi avrebbero uccisa. Dopo le prime minacce la polizia ci ha messo sei settimane per dirmi che non poteva fare niente e consigliarmi di non uscire di casa e di prendermi un cane. Le uniche domande che mi hanno fatto durante la nostra conversazione miravano a sapere se disegno pornografia e se vado a letto con le donne, perciò sarebbe stato futile chiedere aiuto da quella parte.

Allo stesso tempo, quando ricevo mail di odio dagli omofobi, la cosa si risolve in un paio di giorni. Se qualcuno pensa si tratti di un bello scherzo va bene, ma troviamo l’umorista e diciamogli che non è divertente.

[Nota dell’editore: Yulia Tsvetkova ha riportato su FB il 2 aprile di aver ricevuto nuove minacce da “Saw”.]

Cosa hai mente di fare in futuro? Tornerai all’attivismo, al teatro, all’attività su internet e al lavoro educativo?

Non ho idea di cosa farò, c’è ancora la possibilità che io vada in prigione per un periodo compreso fra i due e i sei anni. La mia attività qui è stata tagliata alla radice. Tutto quel che ho fatto negli scorsi due anni è svanito e non ho nulla di pronto per il futuro. Ci sono alcuni appunti e progetti che amerei sviluppare, ma non è realistico pensarlo, al presente. Ma certamente voglio essere coinvolta nel teatro e nell’attivismo pro diritti umani in Russia o da qualche altra parte.

Yulia Tsvetkova illustration

(un dipinto di Yulia)

Maria G. Di Rienzo

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Beijing Poster

(“As Cities Around the World Go on Lockdown, Victims of Domestic Violence Look for a Way Out”, di Melissa Godin per Time, 18 marzo 2020, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dall’Europa all’Asia, milioni di persone sono state messe in isolamento, mentre il coronavirus ha infettato più di 183.000 persone. Anita Bhatia, la vice direttrice dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, dice a Time che “la stessa tecnica che stiamo usando per proteggere la gente dal virus può avere un perverso effetto sulle vittime di violenza domestica”. Ha aggiunto che “nel mentre sosteniamo assolutamente la necessità di seguire queste misure di distanziamento sociale e quarantena, riconosciamo anche che ciò fornisce un’opportunità per chi abusa di scatenare maggior violenza”.

Una donna su tre al mondo fa esperienza di violenza fisica o sessuale, secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, rendendo ciò “la violazione dei diritti umani più diffusa ma meno denunciata”. Sebbene anche gli uomini facciano esperienza di violenza domestica, le donne sono la maggioranza delle vittime, con gli individui LGBTQ che affrontano tassi elevati della stessa violenza. Ma durante i periodi di crisi – come disastri naturali, guerre e epidemie – il rischio di violenza di genere cresce.

In Cina, il numero dei casi di violenza domestica denunciati alla polizia locale è triplicato in febbraio in confronto all’anno precedente, secondo Axios. Le attiviste dicono che questo è un risultato della chiusura forzata. “Noi sappiamo che la violenza domestica ha le sue radici nel potere e nel controllo. – dice Katie Ray-Jones, presidente della National Domestic Violence Hotline – In questo momento, abbiamo tutti la sensazione di una mancanza di controllo sulle nostre vite e un individuo che non riesce a maneggiare ciò lo scaricherà sulla sua vittima.” Ray-Jones dice che mentre il numero dei casi di abuso potrebbe non salire durante la crisi coronavirus, le persone che già si trovano in una situazione di abuso potrebbero doversi trovare a fronteggiare violenza più estrema, senza più poter sfuggire andando al lavoro o da amici.

La crisi attuale rende anche più difficile per le vittime cercare aiuto. Le strutture mediche in tutto il mondo si stanno sforzando per rispondere al coronavirus, i sistemi sanitari stanno diventano sovraccarichi e ciò rende più arduo per le vittime aver accesso a cure mediche o terapeuti. “Nella migliore delle circostanze, le donne hanno già difficoltà a essere ascoltate.”, dice Bhatia.

(Il numero (gratuito) antiviolenza da chiamare in Italia è 1522.)

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