Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘abuso’

(A Letter To All The “Good Men,” From The “Angry Women”, di Desdemona Dallas per Bust, 27 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

busta

Questa è una lettera a tutti i bravi uomini. A tutti gli uomini che non hanno mai assalito una donna. A tutti gli uomini che amano le loro madri, le loro nonne, le loro zie. A tutti gli uomini che non si sono mai ubriacati alle superiori o non hanno mai toccato una ragazza quando lei ha detto di non voler essere toccata. A tutti gli uomini che pensano che amare le donne sia sufficiente a far sì che le donne non siano ferite.

Durante il movimento #MeToo, avete detto di star tentando di capire cosa noi abbiamo passato, quale pericolo si è generato per mano dei vostri colleghi o persino dei vostri amici. Durante il movimento, avete ascoltato radio e podcast, letto le notizie, e lentamente avete cominciato a vedere i vostri più grandi eroi cadere a causa delle donne che hanno aggredito. Forse a questo punto avete deciso che era una lotta da donne. Forse non avete visto un posto vostro nella conversazione.

Mentre guardavate i notiziari e gesticolavate pensando se stare al nostro fianco fosse o no la cosa giusta da fare per voi, noi stavamo di fronte alle giurie nei tribunali, di fronte agli ubriachi, di fronte a voi, chiedendovi di rispettare il nostro corpo, i nostri diritti, la nostra necessità di ascolto.

Mentre guardavate il nostro paese in procinto di essere divorato da un misogino “acchiappa-passere”, noi siamo andate in terapia. Abbiamo smesso con le notizie. Siamo rimaste chiuse nei bagni tremando, aspettando che il discorso di inaugurazione finisse. Noi abbiamo atteso ogni notte che l’incubo finisse, solo per svegliarci e trovare un altro uomo mostruoso sul podio.

Voi volete essere alleati, però ve ne state a bordo campo aspettando che un cambiamento accada. Noi abbiamo bisogno che voi siate schierati dove noi lo siamo. Abbiamo bisogno che siate migliori. Perché noi lo siamo state. Abbiamo parlato apertamente. Abbiamo fatto quel che potevamo. Mentre voi aspettavate negli angoli e ai margini, insicuri su cosa dire per creare un cambiamento durevole.

Ma noi non potevamo aspettare. Non avevamo tempo. Perché mentre voi temporeggiavate sul decidere se manifestarvi o no come alleati per l’eguaglianza e per il rispetto dei nostri corpi, noi eravamo stuprate, assalite, abusate, molestate per strada. Non è sufficiente che voi prendiate i vostri privilegi e vi nascondiate con essi in un angolo. Le donne “arrabbiate” da sole non possono convincere i poteri patriarcali a vederci come eguali.

C’è una parte di noi “donne arrabbiate” che prova sollievo, perché finalmente abbiamo raccontato le nostre storie e di come altre donne attorno a noi abbiamo avuto esperienze simili. Ma più profonda di ciò, della parte di noi che trova conforto, c’è la paura di non star cambiando nulla. Perché le donne sono ancora costrette a ergersi fieramente davanti alla nazioni e parlare dei propri traumi affinché noi si sia prese sul serio.

Tutto quel che stiamo chiedendo, per quel che riguarda l’aggressione sessuale e le molestie, è che voi smettiate di sostenere con il vostro silenzio lo stupro delle donne. Vi stiamo chiedendo di credere a noi donne quando diciamo che qualcuno si è fatto strada a forza dentro di noi. Stiamo chiedendo che quando qualcuno mette il proprio corpo sopra o dentro il nostro senza il nostro permesso voi stiate al nostro fianco, non contro di noi, nell’assicurare che tal persona sia trattata con lo sdegno che merita.

Il tuo silenzio non causa problemi e tu non hai mai fatto male a nessuno con la tua cortesia, tu bravo ragazzo. Ma il tuo silenzio permette agli orrori del mondo di continuare, perché non è più abbastanza che tu te ne stia seduto quietamente ai margini aspettando il cambiamento. Devi alzarti in piedi e chiedere cambiamento al nostro fianco. Cordialmente, le Donne Arrabbiate

Annunci

Read Full Post »

22-23 novembre 2018, dalla stampa:

– “Condannato a 8 anni di carcere Jonathan Trupia, insegnante di inglese di 25 anni, accusato di violenza sessuale nei confronti di 25 bambine della scuola materna «Casa dei Bambini» di largo Bastia, l’asilo convenzionato con i dipendenti di Bankitalia. L’uomo è accusato di aver abusato delle ragazzine, tutte di età compresa tra i 3 e i 5 anni, e per questo il tribunale di Roma lo ha condannato anche al pagamento di una penale da 10 mila euro in favore di ogni vittima. Gli episodi risalgono al periodo tra ottobre 2017 e marzo 2018, nel laboratorio di lingue.”

– “Ha preso un aereo per le Canarie per punire la sua ex fidanzata. Matteo Ettore Albanesi, 45 anni, originario di Busto Arsizio, è stato arrestato all’aeroporto di Tenerife, con l’accusa di avere gettato acido sul volto di Maria, una ragazza di 25 anni. Secondo quanto denunciato dalla vittima, Albanesi è arrivato apposta dall’Italia, accompagnato da una donna, per vendicarsi della ex, colpevole si suoi occhi di averlo lasciato, meno di un anno fa. L’aggressione è avvenuta martedì sera in una piazza di Tenerife, nella zona de La Laguna. (…) La donna è ricoverata nell’ospedale dell’isola con ustioni gravissime a un occhio. «La minacciava senza sosta su Whatsapp» ha raccontato l’attuale fidanzato di Maria.”

– “È morto il bambino di 11 anni che si trovava nella casa di Sabbioneta (Mantova) che il padre avrebbe incendiato. L’uomo, italiano, a quanto si è saputo aveva ricevuto 4 giorni fa un divieto ad avvicinarsi alla casa familiare emesso dal gip di Mantova. (…) Secondo quanto si è saputo, la madre del bambino stava rincasando dopo aver portato altri suoi due figli ad attività pomeridiane, e ha visto il marito uscire dalla casa e salire a bordo di un’auto con la quale ha speronato la sua. Quando i Carabinieri e il personale del 118 sono arrivati nell’abitazione, il bambino era esanime ed è morto poco dopo il suo arrivo in ospedale.”

Insegnanti, mariti, ex partner, padri. Non ci sono stati presidi spontanei, affissioni di manifesti, proteste davanti a sedi istituzionali, nuovi hashtag sui social media, rose bianche-rosse omaggiate da politici.

24 novembre 2018, vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, dalla stampa:

– “Mancano più di 5mila posti letto per chi fugge dalle mura domestiche, teatro dell’80% dei maltrattamenti; i fondi pubblici sono scarsi e utilizzati male. Di quelli disponibili ne sono stati spesi solo lo 0.02%. Scarsa preparazione e formazione sul fenomeno della violenza di forze dell’ordine e personale socio-sanitario, interventi di prevenzione e protezione sui territori a macchia di leopardo, così solo il 7% degli stupri viene denunciato. Le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono 49.152, di queste 29.227 hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Il 26,9% delle donne che si rivolgono ai centri sono straniere e il 63,7% ha figli, minorenni in più del 70% dei casi. Sono i dati raccolti dall’Istat che per la prima volta ha svolto l’indagine sui servizi offerti dai Centri antiviolenza, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità le regioni e il Consiglio nazionale della ricerca.

Da gennaio a ottobre sono state oltre 70 le donne uccise per mano di chi diceva di ‘amarle’. Da gennaio a fine luglio sono state 1.646 le italiane e 595 le straniere che hanno presentato denuncia per stupro. L’Istat stima che siano 1 milione 404mila le donne che hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro da parte di un collega o del datore di lavoro. Incalcolabili gli episodi di sessismo, che permeano la vita delle donne (…)”

Non ci sono stati presidi spontanei, affissioni di manifesti, proteste davanti a sedi istituzionali, nuovi hashtag sui social media, rose bianche-rosse omaggiate da politici.

25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. L’unica dichiarazione sensata (dalla sfera politica) offerta sulla stampa è quella del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:

– “La violenza sulle donne purtroppo non conosce confini geografici, distinzioni di classe o di età: è iscritta in tante singole biografie. In ogni sua forma, fino all’omicidio, non è mai un fatto privato ne’ solo conseguenza di circostanze e fattori specifici, ma si inscrive in una storia universale e radicata di prevaricazione sulla donna. (…) La prevenzione avviene soltanto continuando a operare per una profonda trasformazione culturale che trovi il suo miglior esito nella promozione del rispetto e nell’affermazione delle donne nella società. Nel nostro Paese il fenomeno della violenza sulle donne è ancora tragicamente alto e la sua denuncia ancora troppo reticente. Si devono, quindi, favorire le condizioni migliori per superare questo ulteriore ostacolo soprattutto negli ambienti – come quello lavorativo – dove risulta più difficile.”

26 novembre 2018, la stampa dà conto dell’udienza preliminare nei confronti del nigeriano Innocent Oseghale, che è imputato dell’omicidio di Pamela Mastropietro e ha ammesso di averne smembrato il corpo per farlo stare in due valigie.

– “Poco dopo le 8, alla riapertura del palazzo di Giustizia di Lodi sono stati trovati attaccati con nastro adesivo ad alcune delle porte di ingresso manifesti in formato A3, a colori, riportanti il simbolo di Forza Nuova, con la frase “Ecco il risultato della vostra integrazione”. Sullo sfondo l’immagine di una giovane donna, a terra e che appare ormai senza vita, completamente insanguinata e tenuta per il collo da un uomo corpulento e dalla pelle che appare di colore scuro. In fondo al volantino l’hasthag: #giustiziaperpamela.”

– “Alla famiglia (nda.: della donna uccisa) su un foglio di carta a righe scritta a stampatello, arriva una lettera anche di Luca Traini, l’uomo condannato a 12 anni per aver sparato a sei extracomunitari come vendetta per l’assassinio di Pamela. “Mi permetto di esprimere la mia vicinanza alla famiglia Mastropietro – scrive Traini – alla mamma di Pamela vanno le mie preghiere: che Dio possa infondere forza e coraggio nel suo cuore. Nessuno potrà fermare mai la convinzione che la giustizia no, non è solo un’illusione! Pena certa per gli assassini di Pamela, giustizia per Pamela e per tutte le donne vittime di violenza”, firmato Lupo, il nome di battaglia di Traini.”

La “storia universale e radicata di prevaricazione sulla donna” non si esprime solo con la violenza dello stupro, dell’acido in faccia, delle percosse, degli incendi dolosi ecc. sino ad arrivare all’omicidio. La prevaricazione consiste anche nella trasformazione di tutto ciò in una grottesca palestra ove gli uomini gonfiano i loro ego, gli uomini si incaricano di farci a pezzi o di sparare a nome nostro, gli uomini parlano – che si tratti di proclami o di insulti – con altri uomini e usano la nostra sofferenza come veicolo per le loro idee bislacche al meglio e orrende al peggio.

Che noi si muoia urlando o che si urli nelle piazze: NESSUNO ASCOLTA. E’ questo il primo passo per la “profonda trasformazione culturale” di cui abbiamo bisogno: che le donne siano ascoltate e prese sul serio.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

16 days

La violenza contro donne e bambine è una delle più comuni e prevalenti violazioni dei diritti umani al mondo. L’abuso fisico e/o sessuale che una donna su tre subisce durante l’arco della sua esistenza non danneggia solo la sua salute e la sua sicurezza, ne limita la partecipazione sociale e politica, impedisce o restringe la sua presenza sul mercato del lavoro e ha ricadute non solo sulle sue relazioni umane ma proprio sulla democrazia, l’economia, la finanza ecc. del suo paese.

Da domani, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne, partono i consueti “16 giorni di attivismo” che avranno termine il 10 dicembre, Giorno internazionale dei diritti umani. La campagna ebbe inizio nel 1991 grazie al Center for Women’s Global Leadership (Centro per la leadership globale delle donne). Il focus di quest’anno è sulla violenza all’interno del mondo del lavoro.

27 anni di campagne sono tanti. Le attiviste spiegano perché ciò è ancora necessario:

La violenza comincia con la discriminazione – Hela Ouennich, dott. in medicina, Tunisia:

“Molte persone si concentrano sulla punta dell’iceberg. Si mobilitano solo quando la violenza è estrema. La gente non sa che la violenza comincia con la discriminazione. Per me, la discriminazione di genere è una “malattia” che ha origini sociali. La maggioranza degli uomini e delle donne finiscono per esserne “portatori sani”. Se vogliamo combattere la violenza di genere, dobbiamo innanzitutto combattere gli stereotipi discriminatori che hanno le loro radici nella prima infanzia e sono difficili da contrastare.”

La violenza non è solo fisica – Mariam Shaqura, Direttrice per le istanze delle Donne della Mezzaluna Rossa per la Striscia di Gaza, Palestina:

“La gente tende a pensare che la violenza di genere comporti solo abuso fisico. Ma le sopravvissute spesso considerano l’abuso psicologico e le umiliazioni più devastanti dell’aggressione fisica.”

La legge non è sufficiente a fermare la violenza – Elvia Barrios, Giudice di Pace, Perù:

“Un comune fraintendimento sulla violenza è che la legge in se stessa possa risolvere il problema. Se le persone non comprendono in profondità la realtà sociale delle donne, se non visualizziamo le enormi e molteplici forme di violenza che esistono nel nostro ambiente, non otterremo grandi cambiamenti. Tutta la cittadinanza deve essere coinvolta nella lotta contro la violenza sulle donne – dalle case al sistema educativo e alle istituzioni. E’ ora di smantellare gli stereotipi che sostengono la violenza.”

La percezione della violenza deve cambiare – Tran Thi Bich Loan, Vice Direttrice del Dipartimento per l’eguaglianza di genere, Vietnam:

“L’idea che i perpetratori abbiano il diritto di commettere atti violenti ha normalizzato la violenza contro donne e bambine. La violenza non è parte della “natura” di un uomo. E’ qualcosa che è stato nutrito e tollerato. Il rispetto per il diritto di ognuno alla libertà e alla dignità deve cominciare dalle nostre azioni più piccole e semplici.”

La complicità culturale che crea e alimenta violenza deve cessare – Sagina Sheikh, attivista comunitaria (è un’adolescente e oltre a essere un’attivista contro la violenza di genere, sta affrontando ogni disagio dell’ambiente in cui vive, dal riciclo dei rifiuti al bisogno di installare impianti sanitari nelle case), India:

“La cultura popolare gioca un ruolo importante per perpetuare le molestie sessuali. I ragazzi spesso usano canzoni e film che promuovo lo stalking, o fanno riferimento alle ragazze come merci a disposizione, per giustificare il loro comportamento e fare commenti osceni. Si sentono mascolini solo quando tormentano le ragazze, ma sarebbero veramente tali se rispettassero il consenso e capissero che no significa no.”

I miti sulla violenza devono essere cancellati – Sevda Alkan, Forum dell’Università di Sabanci, Turchia:

“La gente pensa che se una donna ha un alto grado di istruzione o indipendenza economica non sarà soggetta ad alcuna forma di violenza. Non è vero. Raccomando a tutti di apprendere i fatti e i dati sulla violenza domestica e di condividerli ovunque.”

e Nadhira Abdulcarim, Ostetrica e ginecologa, Filippine:

“C’è un bel po’ di stigmatizzazione, nella nostra società, sull’abuso sessuale. Molte non denunciano perché è tabù, perché la reputazione tua e della tua famiglia ne soffrirebbe – non solo dei parenti stretti, persino la reputazione della famiglia estesa. Questa è l’istanza di cui mi sto occupando. Promuovere consapevolezza è cruciale.”

Il femminismo non ha mai ucciso nessuno – Paola Mera Zambrano, Consiglio nazionale per l’eguaglianza di genere, Ecuador:

“La violenza di genere contro le donne disabili è prevalente, ma come società non riconosciamo la sua esistenza perché farlo sarebbe riconoscere la crudeltà della società stessa. Ignoranza e pregiudizio sulle disabilità fungono da ostacoli all’azione e rinforzano i ruoli di genere cosiddetti tradizionali, facendo di “femminismo” una parola proibita. Però sino a questo momento il femminismo non ha ucciso nessuno, cosa che invece la mascolinità tossica fa ogni giorno.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Svelamento

“Sono una sopravvissuta al traffico sessuale e all’abuso organizzato. Scrivo, insegno e creo arte per onorare le bambine e i bambini che hanno perso la loro vita a causa di questo tipo di violenza. Ho scritto questa poesia per chi è sopravvissuto ed è in grado di raccontare la sua verità e per chi è sopravvissuto ma non è abbastanza al sicuro per raccontare la sua verità.”, Rachel Batya.

rachel

La poesia, la prima che Rachel ha pubblicato, è qui sotto (trad. Maria G. Di Rienzo)

Unveiling (Svelamento)

La verità ha cominciato a chiamarmi.

All’inizio, come un dolore muto,

si rigirava in me silenziosamente, premendo sulle mie viscere allo spuntar dell’alba.

La verità si è insediata negli angoli dei miei occhi.

La verità sta scorrendo sulle mie guance, senza parlare,

e cadendo nel ruscello del mio collo,

dentro le cavità che ho scavato sulle mie spalle.

La verità mi sta ricordando che la mia prima lingua

è stata sempre il pianto.

La verità sta implorando di essere ripescata da mani a coppa e tenuta vicina

così da non disperdersi attraverso gli spazi vuoti fra le mie dita

quando tu dici dubbio.

La verità è sempre in attesa

di essere invitata sulle mie labbra,

che le si chieda di uscire sulla mia lingua,

la verità aspettava di sussurrare

che questo corpo è stato usato come una necropoli,

come un piccolo cimitero per poveri

per il vostro retaggio di odio.

La verità si sta scavando fuori da sé ora,

dalle anche che avete aperto a strappo con tanta facilità,

dalla mascella che avete spezzato facendone una O, in una notte lontana.

Dalla curva di una spina dorsale, che ha potuto crescere solo piegata.

Benvenuti a questo sacro svelamento,

dove ciò che avete tentato di seppellire

rivela se stesso

sempre più chiaramente, ogni volta che piove.

Dove ciò che avete tentato di render parte di me

si erge fuori cantando – un reperto separato,

come un osso che forza se stesso fuori dalla terra

e supplica di essere conosciuto,

dopo una tempesta.

Read Full Post »

virgie book

In copertina c’è l’Autrice, Virgie Tovar, assolutamente e splendidamente a suo agio in costume da bagno. Il libro, pubblicato dalla casa editrice britannica Melville, si intitola “You Have the Right to Remain Fat” – “Hai il diritto di restare grassa/o”.

In esso, fra le altre cose, Virgie racconta del tempo che la fobia del grasso le ha rubato. Per quasi vent’anni è stata ossessionata dallo stare a dieta, dall’odio costante per il proprio corpo e dall’idea che la sua vita sarebbe davvero iniziata solo quando avesse perso peso, ma persino quando ciò accadeva il traguardo da raggiungere si era già spostato in avanti: non importava quanto pesasse, non era mai abbastanza magra.

Il testo esplora con precisione i ruoli che sessismo, misoginia, razzismo e classismo giocano nell’attuale fobia sociale del grasso corporeo e discute i modi in cui le donne sono forzate a credere che non saranno mai felici sino a che non riproducono al completo le figurine della pubblicità create con Photoshop: e poiché ciò è in pratica impossibile, devono continuare a biasimarsi e a comprare – cosmetici, prodotti dietetici, medicinali ecc.

“La mia vita non sarebbe più facile se fossi sottile. – scrive Virgie Tovar nel libro – La mia vita sarebbe più facile se questa cultura non fosse fissata sul perseguitarmi perché sono grassa. La soluzione a un problema come l’intolleranza fanatica non è il fare tutto quel che possiamo per adattarci a essa. E’ liberarcene.” Concordo. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

La notizia è rimbalzata qua e là alla fine di ottobre: un ginecologo statunitense che ha pitturato di porpora la vagina di una donna senza che lei ne sapesse niente – per scherzo, che male c’è! – se l’è cavata con un buffetto del giudice, perché non si può provare che si trattasse di un’aggressione sessuale. In pratica, se non conosciamo con esattezza cos’è successo nelle mutande del ginecologo non possiamo condannarlo – ma anche se non è successo niente sempre di aggressione sessuale si tratta.

La donna in questione è impiegata nell’ufficio del deficiente medico, ha subito una doppia mastectomia anni fa per cancro al seno e si è preoccupata quando ha notato una lesione alla vagina. Poiché il suo ginecologo di fiducia era appena andato in pensione e non ne aveva ancora scelto un altro ha chiesto al sig. Barry King, il suo datore di lavoro, di visitarla.

Quando ha terminato l’esame, costui ha detto di “farle dare un’occhiata dal marito” quella sera. La cosa non aveva nessun senso, perché i due uomini non si conoscono quasi e il marito di lei non è medico: comunque, usando il bagno una volta tornata a casa, la donna ha notato tintura porpora sulla carta igienica e l’ha riconosciuta come “violetto di genziana”, una tintura contro le infezioni non più usata in medicina.

Il giorno dopo, l’allegro ginecologo – quasi sessantenne, ma ancora così pieno di burle come un cretino integrale fanciullino – spiegò non solo alla donna, ma all’intero ufficio, che si era trattato di uno scherzo per suo marito, che facendo sesso con lei si sarebbe poi ritrovato il pene dipinto di porpora.

All’inizio la donna non voleva neppure denunciarlo, la sua prima idea era stata quella di licenziarsi: “Mi sarei trovata un altro impiego, come la maggior parte delle vittime (di molestie sessuali sul lavoro) fanno.” Convinta da un’amica a non lasciar perdere ha portato King in tribunale, solo per sentirsi dire che il tizio farà “100 ore di servizio comunitario”, donerà 500 dollari in beneficenza e scriverà una lettera di scuse alla donna. Inoltre, ha stabilito il giudice, se nei prossimi due anni non pittura altre vagine la menzione del “reato minore” sarà cancellata dalla sua fedina penale.

paintball

Quella che segue è la traduzione di uno scambio di commenti in calce a un articolo che narrava la vicenda:

– Una sentenza appropriata per il dottore sarebbe sparargli una palla di colore (1) negli zebedei.

– Solo usando pittura color porpora, però.

– E solo se poi lo si chiama “scherzo”.

Maria G. Di Rienzo

(1) paintball, vedi immagine sopra.

Read Full Post »

(tratto da: “No one is perfect: it’s time to change how we view and treat victims of sexual assault”, di Andrea Powell per Thomas Reuter Foundation, 19 ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Andrea è la fondatrice di Karana Rising e FAIR Girls.)

Io sono una sopravvissuta all’assalto sessuale e la fondatrice di un’organizzazione che ha aiutato più di 1.000 giovani donne sopravvissute al traffico sessuale a trovare la propria forza e a guarire dal trauma.

Nel 2012 incontrai e sostenni la causa di Nicole, allora una ventunenne sopravvissuta al traffico sessuale, che era stata brutalmente aggredita sessualmente da un famigerato stupratore seriale, il quale quasi la uccise a poche miglia di distanza dalla Casa Bianca.

Lo stupratore di Nicole credeva che l’avrebbe fatta franca violentando donne che erano all’interno del commercio di sesso perché, se mai si fossero fatte avanti, nessuno le avrebbe giudicate credibili mentre affermavano di essere state stuprate.

Nessuno sarebbe venuto a cercarle, sembrava anche pensare. Nonostante io abbia lavorato con tre delle giovani donne che testimoniarono contro questo stupratore seriale, non so quante donne abbia violato. So che su Nicole si sbagliava.

Ho sentito la litania di domande fatte alle sopravvissute che spesso include “Perché non ha semplicemente chiamato la polizia?” o “Perché non si è allontanata prima?” e il classico “Com’era vestita?”. Cos’aveva addosso, Nicole, quella notte? Gli abiti in cui è stata stuprata.

La cultura dello stupro ci fa concentrare sull’impatto che un’accusa di aggressione sessuale ha sullo stupratore anziché sulla sua vittima. Questo nonostante il fatto che una donna su cinque, in America, abbia fatto esperienza di un assalto sessuale.

Himpathy” (ndt. la “simpatia per lui”) – un termine coniato dall’autrice Kate Manne per la simpatia offerta agli uomini accusati di reati sessuali – fu la strategia usata dagli avvocati che difendevano lo stupratore di Nicole, il quale aveva in quel periodo una moglie incinta.

Affiancarono a questa tattica una serie di domande che implicava in modo diretto come Nicole e le altre sopravvissute semplicemente non fossero state stuprate in virtù delle loro stesse azioni e dei luoghi in cui si trovavano. Assomiglia alla maniera in cui la docente universitaria Christine Blasey Ford è stata interrogata quando testimoniò davanti al Senato sulla sua accusa di aggressione sessuale che concerne l’ora giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh. Ciò incluse domande sul suo abbigliamento, sul perché era a una festa in cui c’erano uomini e se fosse o no ubriaca.

Le sopravvissute al traffico sessuale che io conosco sono state aggredite sessualmente, di media, cinque volte a notte. Fa 150 assalti al mese. Di media, sono state vendute per quattro anni prima di ricevere aiuto. Il traffico sessuale è stupro seriale per profitto.

La maggioranza di queste sopravvissute non voleva parlare con la polizia perché temeva castighi e svergognamento. Molte denunciarono crimini mesi o persino anni più tardi e allora ogni aspetto della loro vita, passata e presente, fu sottoposto a un test sociale atto a misurare la loro credibilità. Sembra che la società voglia vedere se hanno giocato un ruolo nella loro stessa vittimizzazione perché se loro sono da biasimare noi non dobbiamo ascoltare.

Se una vostra amica vi dice di essere stata derubata, vi mettete subito a pensare se si sta inventando tutto? Facciamo per caso studi sulle false denunce di rapina a mano armata, perché siamo davvero preoccupati del potenziale impatto sul futuro del “presunto” rapinatore?

Non esiste niente di simile a una vittima perfetta ma come ci avviciniamo a creare una società dove non si richiedano standard impossibili per avere ascoltatori non prevenuti?

In primo luogo, dobbiamo istruire i ragazzi e le ragazze sulle realtà dell’aggressione sessuale. Dobbiamo dar loro gli attrezzi per essere testimoni pronti a rispondere.

In secondo luogo, dobbiamo nominare i fattori della cultura dello stupro e quando la riconosciamo non dobbiamo tollerarla.

In terzo luogo, abbiamo bisogno di maggiori risorse per le sopravvissute a rischio a causa del trauma, dello loro storie pregresse di abuso sessuale, dell’essere senza casa, o altri elementi chiave.

Dobbiamo riconoscere che la cultura dello stupro esiste solo perché noi le permettiamo di esistere.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: