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Posts Tagged ‘abuso’

(“How we learn to accept art that hates woman”, di Sarah Ditum per The Newstatesman, 26 ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Le accuse sono sempre “scioccanti”. Due parole sposate eternamente fra loro in “giornalistese” ogniqualvolta è riportato un resoconto di violenza contro le donne da parte di un uomo famoso, sebbene “shock” sia difficilmente la parola giusta nella maggior parte dei casi. E’ di più una solida conferma dei sospetti a cui non ti sei mai permessa di dar riconoscimento. Perché non te lo aspettavi, in un certo qual modo?

Nel boato post-Hefner, post-Weinstein, di donne che parlano apertamente, io mi trovo a pensare di continuo: “Oh, quel tipo? Be’, ovvio.” Nella maggior parte dei casi c’era già qualcosa. Non abbastanza per essere certa, forse, ma abbastanza per avere i miei dubbi. Forse avevo notato in precedenza che il tal uomo sembrava sicuramente apprezzare immagini di donne picchiate e malmenate, o che mostrava notevole piacere nel rimettere le donne al loro dannato posto, o forse avevo sentito dire che aveva relazioni “difficili” con le donne con cui lavorava. Forse era un vero e proprio pornografo il che, siamo onesti, è un campanello d’allarme che suona a tutto spiano. Ma qualsiasi cosa fosse, io la ignoravo; trovavo un modo per mettere quel qualcosa nel ristretto ambiente del giudizio sospeso.

In questo fine settimana, Janice Turner ha scritto della strana facilità con cui è possibile allo stesso tempo “sapere eppure non sapere” cose orribili: dal caso di Miramax a quello dei rifugi di Rotherham (1), la gente ha fatto in modo di adattare il proprio lavoro e le proprie vite agli abusi di cui non avrebbe mai ammesso l’esistenza. Questo sapere-non-sapendo è tossico a livello istituzionale, ma non accade solo nelle istituzioni e ci vuole un’intera vita di pratica per diventare bravi a farlo. Io ci lavoro su almeno da quando avevo dieci anni – e di sicuro anche da prima. Dieci anni era l’età che avevo quando mio padre tornò a casa con una emozionante scatola grigia chiamata “Back to Mono”, che conteneva una serie di CD su cui stavano un decennio di pregiati prodotti del produttore Phil Spector.

Ciò significa che io avevo dieci anni quando ho sentito per la prima volta “Mi ha picchiata (E sembrava un bacio)”, l’inno disturbante, marziale, prodotto da Spector, delle Crystals (2) sulle gioie dell’essere battute dal proprio ragazzo. “E poi mi ha presa fra le braccia / con tutta la tenerezza possibile / e quando mi ha baciata / mi ha fatta sua” trilla la band di ragazze, adolescenti all’epoca della registrazione, a cui Spector ordina di cantare sul tema con degradante dedizione.

Questa era un’informazione con cui dovevo fare qualcosa, ma cosa? A dieci anni ero grande abbastanza per sapere che gli uomini che picchiano le donne sono davvero cattivi, ma non grande a sufficienza per sapere che uomini che celebrano il pestare le donne creano anche canzoni pop molto ben fatte. Accettare che quella canzone mi disturbava (e lo faceva davvero, abbastanza da indurmi ad ascoltarla di nascosto in cuffia, nello stesso modo furtivo con cui leggevo raccapriccianti storie di crimini sul giornale della domenica, causando incubi a me stessa) avrebbe significato gettare a mare l’intera scatola grigia di voci di ragazze che facevano risuonare i loro magnifici melodrammi, e io non potevo farlo.

Perciò trovai un sistema per isolare le mie paure su “Mi ha picchiata”, di incartarle per bene di modo che non contaminassero tutto il resto contenuto nella scatola. Magari è uno scherzo da persone adulte, ho pensato. Magari negli anni ’60 la gente non sapeva far meglio. Quando di anni ne avevo 21, Spector uccise a colpi di pistola l’attrice Lana Clarkson, il culmine di una storia quindicennale del puntare pistole contro donne che respingevano le sue proposte sessuali.

Dopo di ciò, lessi di Ronnie Spector (3), la cantante delle Ronettes e moglie di Spector: la tenne isolata con il terrore per quattro anni, nascondendole le scarpe di modo che non potesse scappare. Ero scioccata? Non proprio, sebbene mi sentissi come se mi fossi abbindolata da sola. Avevo ragione a temere quella canzone, dopo tutto.

Pure, nei miei vent’anni, ho esercitato le mie abilità di repressione sino a renderle una vernice istintiva. Le scene di stupro nei romanzi che avevo imparato a mandar giù, la meschina misoginia dei film di Polanski che avevo in qualche modo separato dalla meschina misoginia del suo aver probabilmente stuprato una tredicenne, e la strombazzata crudezza dell’estetica pornografica che avevo insegnato a me stessa a tollerare nelle foto di moda di Terry Richardson: rendeva l’immagine veritiera della minaccia sessuale minacciando sessualmente in effetti le modelle. Sapevo tutto quel che andava dicendo delle donne, eppure non sapevo. Perché sapere – sapere veramente – mi avrebbe messa al di fuori di tutto ciò che sembrava aver valore, al di fuori del mondo intero di cui volevo far parte.

Ne “Il dono della paura”, Gavin de Becker scrisse del modo in cui le persone (specialmente le donne) apprendono a seppellire il loro naturale senso di paura, spesso per semplice cortesia. Prese fra un’innominabile senso di minaccia proveniente da un individuo e il possibile disagio sociale causato dall’agire in base a esso, in maggioranza le persone preferiscono l’azzardo del trattare con un individuo che le spaventa piuttosto del rischiare di essere scortesi. Le donne imparano a mettere da parte il loro intero ragionevole disagio che riguarda gli uomini, per poter operare in un mondo in cui gli uomini hanno la maggior parte del potere e fanno la maggior parte dell’arte (comunque sia, giacché conta il credito dato loro di cui veniamo a conoscenza).

Una delle cose che possiamo sperare dopo Weinstein, dopo Hefner, è che le donne siano ascoltate. Un’altra è questa: che noi donne ci si senta in grado di ascoltare noi stesse. Non speculare su noi stesse o tentare di convincere noi stesse a comportarci “ragionevolmente”, ma prestare attenzione alle sensazioni viscerali di sconforto quando le sentiamo provenire da qualcuno o qualcosa. In maggioranza noi, per la maggior parte delle nostre vite, tentiamo di incastrarci in un contesto culturale che, più o meno, ci odia.

Una delle cose che mi piacciono di più delle interviste che Ronnie Spector rilascia ora, è quanto ama spudoratamente il suono della sua propria voce che canta. Ci si sente bene quando le donne buttano lo sguardo maschile giù dal piedistallo e riempiamo le nostre orecchie delle nostre stesse voci.

(1) Riferimento a un vasto giro criminale di traffico di minorenni – bambine prepubescenti e ragazzine – che ha cominciato a venire alla luce nel 2010. A tutt’oggi si parla di 1.400 bambine abusate.

(2) Gruppo vocale degli anni ’60 composto da tre ragazze.

(3) Nome d’arte di Veronica Yvette Bennett, cantante rock nata nel 1943. Dall’imprigionamento a cui Phil Spector la sottopose fuggì in effetti scalza, con l’aiuto della propria madre.

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“Le bambine e i bambini non possono fare sesso con gli adulti. Il sesso richiede consenso e i bambini, per definizione, non possono dare consenso, perciò non si tratta di sesso. E’ stupro, è abuso sessuale, è qualsiasi numero di termini che accuratamente descrivono un crimine. Un atto perpetrato su vittime innocenti, impossibilitate a difendersi dalla violenza inflitta loro e che soffriranno per anni, persino per decenni, del trauma causato dalla scelta di un adulto di commettere quella violenza.

Nessuna bambina ha mai scelto di essere abusata. Nessuna bambina ha mai fatto nulla che abbia causato o incitato l’abuso. Nessuna bambina ha mai voluto essere abusata. Nessuna bambina ha mai partecipato volontariamente al proprio abuso. Nessuna bambina è mai stata in alcun modo responsabile degli abusi commessi contro di lei dagli adulti.

Il sesso è una scelta fatta da ogni persona coinvolta. Stupro e abuso sono una scelta fatta solo dal perpetratore. La vittima non ha scelta.

La tragedia dell’abuso, tuttavia, è che moltissime vittime si sentono responsabili per ciò che è stato fatto loro. La vergogna, che va riferita solo a chi abusa, è posta invece sulla bambina / sul bambino di cui si è abusato e viene incorporata nella visione a lungo termine che essi hanno di se stessi e del loro valore come persone. Le parole sono importanti.”

Jane Gilmore, agosto 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

jane

Jane, in immagine, è una giornalista indipendente australiana. In aggiunta al suo lavoro, ogni giorno “corregge” pubblicamente gli articoli che riguardano la violenza di genere, sostituendo ai termini e alle frasi che la giustificano quelli di una cronaca corretta.

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(“The myth of sex work is distorting the voices of the exploited women”, di Julie Bindel, autrice di “The Pimping of Prostitution: Abolishing the Sex Work Myth” – citato all’inizio dell’articolo, in immagine – per The New Statesman, 5 settembre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

bindel cover

Durante i viaggi di ricerca per il mio libro sul commercio sessuale globale, ho incontrato accesi “movimenti per i diritti delle sex worker” nel sud planetario, specificatamente nell’Africa dell’est e del sud, in India, Corea del Sud e Cambogia.

Mi è stato detto da alcuni dei loro attivisti che la posizione abolizionista era “femminismo bianco” e che tali femministe, incluse le sopravvissute al commercio sessuale nere, asiatiche e indigene, stavano imponendo una visione colonialista del “lavoro sessuale” alla gente di colore coinvolta nel commercio sessuale.

In risposta alle critiche sull’adozione da parte di Amnesty International di una generalizzata decriminalizzazione del commercio sessuale Kenneth Roth, il direttore di Human Rights Watch, scrisse su Twitter: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?” Roth ottenne molto sostegno alla sua dichiarazione, ma anche un bel po’ di dissenso. Una delle molte risposte venute da attivisti per i diritti umani fu quella della sopravvissuta al commercio sessuale Rachel Moran, che chiese: “Roth, non diresti che – se una persona non può permettersi di nutrire se stessa – la cosa giusta da mettere nella sua bocca sia il cibo e non il tuo uccello?”

Ruchira Gupta è la fondatrice di Apne Aap, un’ong che si dedica alla prevenzione della prostituzione intergenerazionale in India e dà sostegno a più di 20.000 donne e ragazze vulnerabili. Secondo Gupta, l’India è usata come sito per provare e testare le politiche neoliberiste pro-prostituzione, perché le donne che si prostituiscono in città come Calcutta, Mumbai e Delhi sono deprivate e senza voce. Nel marzo 2015, all’inizio della sessione della Commissione sullo Status delle Donne, Gupta fu “avvisata” da un alto funzionario delle Nazioni Unite mentre si recava ad accettare un premio importante per il suo lavoro. Le fu detto che andava bene menzionare il “traffico di esseri umani” ma la prostituzione no, perché avrebbe offeso chi considerava il “sex work” un lavoro.

Ma Gupta rifiutò di arrendersi, poiché aveva ormai visto da un po’ di anni come la lobby pro-prostituzione distorceva la realtà sul commercio sessuale nel suo paese. “In India, il termine sex worker ci è stato letteralmente inventato sotto il naso. – dice Gupta – Non c’era alcuna donna o ragazza povera (in India) che pensasse che “sesso” e “lavoro” dovrebbero andare insieme. I magnaccia e i proprietari dei bordelli che percepivano stipendi cominciarono a chiamare se stessi “sex workers” e divennero membri dello stesso sindacato, assieme ai clienti.”

Durante un viaggio di ricerca in Cambogia, ho fatto in modo di incontrare un gruppo di donne tramite la Rete delle Donne per l’Unità (RDU). Questa ong, che ha sede a Phnom Penh, dice di rappresentare 6.500 “sex workers” cambogiane che stanno facendo campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale. Una donna membro del consiglio direttivo dell’RDU decise di partecipare all’incontro. Durante le due ore che passammo insieme lei parlò per le donne e sopra di esse, apparendo frustrata e irritata quando io dirigevo le mie domande a loro e non a lei.

Le donne avevano una disperata volontà di raccontare le loro storie di violenza quotidiana e abusi che subiscono dai clienti. Tutte mi dissero quanto odiavano vendere sesso per vivere. Chiesi alle donne quali erano i benefici dell’appartenere al sindacato e mi fu risposto non da loro, ma dal membro dell’RDU: parlò fermamente per cinque minuti, ignorando ogni interruzione da parte delle donne. “Se sono picchiate dalla polizia viene loro fornito addestramento legale sui loro diritti; se sono arrestate l’RDU fornisce loro cibo durante il periodo in cui non possono lavorare e se una delle donne muore noi provvediamo la bara.”, spiegò.

Conoscere i loro diritti aveva dato loro “potere”, mi fu detto. Le donne non sembravano “potenziate”. Alcune erano rimaste incinte dei loro clienti e si stavano prendendo cura dei bambini. Tre erano positive al virus HIV. Tutte erano state stuprate in molteplici occasioni. Ognuna di loro mi disse che avrebbe potuto uscire dalla prostituzione se solo avesse avuto 200 dollari per comprare documenti formali d’identificazione, giacché questo era l’unico modo di assicurarsi un impiego legittimo nell’industria dei servizi o in una fabbrica. Nessuna delle donne conosceva la campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale e tutte mi dissero che volevano uscire da esso.

Nessuna delle donne, mi confermò la traduttrice, usava il termine “sex work” per descrivere ciò che faceva o il termine “sex worker” per descrivere ciò che era. Uno degli scopi dell’RDU è lo “sfidare la retorica che circonda il lavoro sessuale, in particolare quella collegata al movimento anti-traffico di esseri umani e alla “riabilitazione” delle sex workers.” Tutte le donne mi chiesero se potevano ottenere aiuto per sfuggire al commercio sessuale. Nel frattempo, membri e staff pagato dell’RDU viaggiavano per la regione, tenendo conferenze sui “diritti delle sex workers” e distorcendo le voci di donne sfruttate.

Questa ong sembra considerare il concetto dei “diritti delle sex workers” superiore e situato oltre l’importanza delle vite delle donne stesse. Ho chiesto al loro membro se pianificavano di raccogliere fondi per aiutare le donne a uscire dalla prostituzione. Mi ha risposto: “No.”

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(brano tratto dall’editoriale di Madeline Detelich e Monica Kortsha, due giovani editrici di Vector-Zine, con cui sollecitano contributi per il prossimo numero della loro rivista. Trad. Maria G. Di Rienzo. Madeline è una biochimica che scrive professionalmente sulle intersezioni fra sociologia, psicologia e scienza; Monica di mestiere fa la divulgatrice scientifica. Il tema su cui chiedono al loro pubblico di scrivere è la verità.)

gaslight1944

“Il “gaslighting” (1) è una tecnica per distorcere prospettive. Lo scopo è indurre qualcuno ad adottare un sistema di convincimenti alternativo, minando quello a cui attualmente si attiene. Ciò può essere ottenuto presentandosi come miglior fonte di conoscenza, mettendo in questione definizioni o realtà di eventi, insultando e svergognando la persona la cui prospettiva si tenta di cambiare. Tali cose non sono fatte con l’idea di un dibattito in mente, ma come l’imposizione tramite braccio di ferro di una visione del mondo.

Il film (ndt. da cui il termine deriva) descrive questa battaglia per la verità ove un marito, Sergio Bauer sotto il nome di Gregory Anton (interpretato da Charles Boyer), usa classiche tattiche di abuso per far sì che sua moglie Paula Alquist (interpretata da Ingrid Bergman) dubiti della propria comprensione della realtà. Insiste che sta agendo nel suo interesse quando le impedisce di frequentare gli “indaffarati” vicini; dice che una lettera da lei scoperta non è mai esistita; la chiama smemorata e stanca sino a che lei comincia a credere di esserlo; alza la voce rabbiosamente quando lei mette in discussione le affermazioni di lui.

Il punto di svolta avviene quando la moglie nota l’affievolirsi delle luce delle lampade a gas ogni notte – segno che suo marito ha acceso il gas nell’attico e segretamente fruga in giro per cercare i preziosi gioielli della zia morta di lei. Quando la donna menziona le luci affievolite, nessuno prende sul serio ciò che lei vede con i suoi stessi occhi. Così comincia ad accettare l’idea di star perdendo contatto con la realtà: esattamente come suo marito vuole.

Oltre al fenomeno omonimo, il film ritrae anche alcuni ruoli necessari al compito di minare la realtà. C’è, ovviamente, la persona responsabile della menzogna, completamente conscia della propria falsità che sta usando per uno scopo specifico. Questo è il marito. Ma nel mentre lui è il responsabile per l’affievolirsi delle luci, è il cast dei non protagonisti che nega ciò accada e induce Paula a mettere in discussione i propri sensi. Le due cameriere che il marito assume, e da cui richiede lealtà, sostengono la sua narrazione per motivazioni personali.

Una di esse, una focosa arrivista interpretata da Angela Lansbury, vede se stessa trasferirsi nelle camere del padrone se riesce ad assicurare il ricovero psichiatrico della padrona. L’altra sta invecchiando e semplicemente non riesce a sentire i rumori di cui la padrona si lamenta, ma è più disposta a sottoscrivere la pazzia di Paula che la compromissione dei propri sensi.

Un “gaslighting” di successo convince le persone a ignorare la realtà così come la vedono. Le induce a credere in una verità alternativa.

Il film include molta della conversazione sulla verità che sta accadendo oggi – in modo particolare su quanta importanza abbiano i fatti nello sviluppare idee su ciò che è vero. In Gaslight (ndt. 1944, il film uscì in Italia con il titolo “Angoscia”) fatti facilmente osservabili sono resi indistinti dalla loro costante messa in discussione.”

(1) Il termine gaslighting, come sapete, è entrato fra quelli medici per descrivere una forma di abuso psicologico in cui la vittima è gradualmente manipolata sino a dubitare della propria sanità mentale.

“La psicologa Martha Stout sostiene che i sociopatici usano frequentemente tattiche di gaslighting. I sociopatici trasgrediscono coerentemente leggi e convenzioni sociali, e sfruttano gli altri, ma sono anche tipicamente dei bugiardi credibili e convincenti, negando coerentemente ogni misfatto. Così, alcune vittime di sociopatici possono dubitare della propria percezione.” (cit. Wikipedia)

Il mio consiglio d’urto, se avete la sensazione che qualcosa nella vostra vita stia andando in questa direzione, è quello che Tana de Zulueta dava gli aspiranti giornalisti avendolo ricevuto lei stessa come tale: guardate bene chi vi sta davanti e sta dicendo che inventate tutto e siete deboli ecc. e ripetete nella vostra mente la domanda “Perché questo bastardo mi sta mentendo?

Maria G. Di Rienzo

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missing

“Missing Children Europe” (“Bambini Scomparsi/Mancanti Europa”, da ora in sigla MCE) è una federazione che mette in rete 30 organizzazioni non governative con sedi in 26 paesi europei: “Forniamo i collegamenti fra la ricerca, le politiche e i gruppi che lavorano sul territorio per proteggere i bambini da ogni tipo di violenza, abuso o abbandono causati dal loro essere dispersi.”

Di recente, MCE ha pubblicato il rapporto annuale per il 2016, da cui traggo un po’ di “numeri”:

* 250.000 bambini spariscono ufficialmente (nel senso che la loro scomparsa è denunciata) ogni anno nell’Unione Europea, il che fa un bambino ogni due minuti. La definizione di scomparsi include quelli che fuggono di casa, quelli rapiti da un genitore o da criminali, i bambini migranti non accompagnati ecc.;

* 89.000 minori migranti non accompagnati hanno chiesto asilo all’interno dell’Unione Europea nel 2015. 11.800 di loro avevano meno di 14 anni;

* MCE ha ricevuto oltre un milione di chiamate da quando ha aperto la linea telefonica di soccorso al numero 116 000;

* Una bambina/un bambino su cinque, in Europa, è vittima di qualche forma di violenza sessuale. Dal 70% all’85% dei casi il perpetratore è qualcuno che la vittima conosce e di cui si fida;

* 2 milioni di bambine/i sono trafficati in Europa a scopo di sfruttamento sessuale ogni anno;

* Il 75% del materiale relativo all’abuso infantile trovato online dalla Internet Watch Foundation riguarda vittime di sesso femminile. L’81% delle vittime identificate ha meno di dieci anni.

* Le immagini di abuso infantile su internet sono in crescita e mentre le vittime sono sempre più giovani, i tipi di violenze che subiscono sono sempre più gravi.

Mi sono attenuta fin qui al linguaggio “neutro” della ricerca, ora faccio un’inutile domanda retorica da quella bastarda femminista che sono: di che sesso pensate siano, in strabordante maggioranza, i perpetratori?

Maria G. Di Rienzo

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lampadina creativa

30 aprile 2017 – Violentata dal padre per oltre un decennio “Se parli, uccido tutti”. L’uomo a processo soltanto dopo 6 anni.

“Aveva solo nove anni quando sono cominciati i primi abusi. (…) Ai carabinieri aveva raccontato un’escalation di abusi sempre più invasivi e umilianti. Come umiliante era la frase che il padre era solito ripetere, fin dai primi rapporti con lei: «E’ meglio farlo con te piuttosto che pagare altre donne e magari prendere delle malattie».”

L’uomo è italiano e ha cinquantaquattro anni.

Non ha avuto “rapporti sessuali” con la figlia (ha violato ambo le figlie, in verità), perché detta terminologia implica consenso: l’ha stuprata per anni minacciandola di ritorsioni qualora lo avesse denunciato. Il sesso deve essere separato dalla violenza. Questo tipo di narrazione li mescola e ne confonde la percezione.

27 giugno 2017 – Violenta la figlia 15enne del cugino dopo una cena di famiglia.

“Ha abusato della figlia quindicenne del cugino durante una cena di famiglia. Senza alcuno scrupolo, bloccandola fuori casa durante un attimo di distrazione dei genitori e della nonna, sua zia, che lo aveva ospitato con tutta la sua famiglia. Lo ha fatto durante una calda sera d’estate, mentre erano in vacanza. Un episodio che ha turbato la ragazzina la quale, da quel momento, si è chiusa a riccio mostrando segni di insofferenza a qualsiasi forma di affetto (…)”

L’uomo è italiano e ha cinquant’anni.

La quindicenne è un essere umano e non una proprietà di famiglia che bisogna sorvegliare 24 ore su 24, altrimenti durante gli attimi di distrazione c’è subito qualcuno che la violenta – e la colpa ricade su chi non l’ha tenuta d’occhio. Uno stupro non è “un episodio” che può o non può “turbare” una minorenne e con “l’affetto” non ha niente a che fare. Uno stupro è una violenza gravissima e, fra le molte altre conseguenze, ha quella di strappare dalla persona che lo subisce il senso di avere il controllo del proprio corpo e della propria esistenza. Perciò molte sopravvissute provano fastidio – a volte per l’intera vita – durante i contatti fisici: carne e spirito ricordano alla perfezione la ferita subita e reagiscono.

1° luglio 2017 – Aggredisce e molesta amica, arrestato studente. (La ragazza, 19enne, aveva rifiutato di iniziare una relazione con lui.)

“Doveva essere un normale chiarimento tra una ragazza e il suo amico. In auto e alla presenza di un conoscente della giovane che avrebbe dovuto fare da paciere e soprattutto calmare gli animi. L’incontro si è trasformato invece in un vero e proprio dramma. Con il giovane innamorato che, al culmine di un momento di rabbia, ha cercato di strangolare la giovane. E quando la ragazza è sfuggita alla sua presa, scappando dalla vettura, l’ha inseguita tentando di violentarla in mezzo alla strada. (…) (si discute) poi il giovane perde la testa. Tenta di strangolare la ragazza e quando lei fugge la insegue, raggiungendola e scaraventandola a terra. La ragazza urla, mentre lui cerca di spogliarla.”

Lo studente è italiano e ha venticinque anni.

La narrazione è abominevole. La violenza non è un dramma e non è il culmine di un momento di rabbia (raptus!): è una scelta risultata da ciò che questo venticinquenne ha appreso e crede di sapere dell’essere maschi e dell’essere femmine. 1) Lei non ha voce in capitolo se lui la vuole; 2) Se continua a rifiutarsi dev’essere punita; 3) Il castigo è uno stupro – ove il sesso è usato come arma. E questo me lo chiamate “il giovane innamorato”???

4 luglio 2017 – Violenze sessuali di gruppo su una dodicenne: smascherati 5 minorenni.

“I fatti risalgono agli ultimi mesi del 2016. La ragazzina vittima delle violenze (…) ha raccontato di cinque episodi di abusi commessi da due suoi compagni di scuola e poi anche da altri ragazzi. Per circa tre mesi sarebbero andate avanti le violenze, fino a quando la 12enne si è confidata con la mamma che ha sporto denuncia ai carabinieri di Santo Spirito. In poco tempo le indagini, coordinate dalla Procura per i minorenni di Bari, hanno accertato che le violenze sarebbero avvenute sempre in luoghi insalubri e sotto la minaccia della diffusione di un video che la ritraeva durante i rapporti. La ragazzina sarebbe stata costretta, tra lacrime e richieste di aiuto, a sottostare a turno alle richieste sessuali dei cinque.”

Il gruppo è composto da: due 17enni, un 15enne e due 13enni, tutti italiani.

Il video che i farabutti minacciavano di mettere su Facebook la ritraeva durante gli stupri, non durante i “rapporti”; similmente, non si è piegata a “richieste sessuali”, ha subito violenze sessuali.

Fa differenza raccontare le storie con termini esatti? Molta. Equiparare di continuo la violenza al sesso è il motivo per cui si può addossare alle vittime la responsabilità delle azioni loro imposte. Perché mai qualcuna dovrebbe vergognarsi di essere assalita, non sono gli aggressori ad essere in torto? Ma se invece la violenza e il sesso sono indistinguibili (stabilendo una sessualità pornificata in cui la prima è il principale ingrediente “eccitante” dell’altro e la sottomissione delle donne è necessaria alla soddisfazione maschile), le vittime di stupro stavano semplicemente facendo sesso, se la godevano, sono delle porche e delle troie che possono essere messe all’indice, svilite e ridicolizzate, mentre gli stupratori sono dei gran fighi che trombano.

E’ mai possibile che nel 2017 vi si debba ancora spiegare questo, signori e signore giornalisti/e? Non vi si accende mai una lampadina? Maria G. Di Rienzo

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La Repubblica, 29 giugno 2017: “Ha lasciato Pimonte, in provincia di Napoli, ed è tornata in Germania, con la sua famiglia, la giovane di appena 15 anni che lo scorso anno subì una violenza sessuale per mano di 12 coetanei tra cui il fidanzato. A rendere nota la notizia è il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Campania Cesare Romano che, attraverso un comunicato denuncia “l’insensibilità istituzionale dimostrata da chi aveva assunto impegno di interessare gli organi giudiziari sull’epilogo della vicenda e di voler recuperare un più attento protagonismo nell’accompagnare, almeno in questa ultima fase, la minore e la sua famiglia”.”

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/07/28/il-ritardo-e-il-silenzio/

La “condanna collettiva” della comunità per i perpetratori non è avvenuta. Le “iniziative necessarie a proteggere la minore e a sensibilizzare gli adolescenti” locali non sono state adottate. Disprezzo e isolamento “hanno aggravato il disagio psicologico” della ragazza al punto che “la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte”. E, conclude il garante, “chi ha avuto il coraggio di denunciare è costretto ad abbandonare la comunità dove era rientrato con entusiasmo e dopo tanti sacrifici, mentre gli autori dei fatti denunciati, che sono stati messi alla prova nello stesso Comune, continueranno a scorrazzare indisturbati. Questo il modello per i nostri giovani? Questa la giustizia? Questa la protezione?

Quando si tratta di donne e di violenza sessuale, sig. Romano, purtroppo la risposta è sì. Il quotidiano che riporta la sua denuncia dice che anche che all’epoca dei fatti qualcuno, tra i genitori dei violentatori minorenni, si permise di dire che la giovane “se l’era cercata”. Sicuramente lei ricorda abbastanza dettagliatamente la vicenda per sapere che l’umiliazione sistematica della ragazza era cominciata quando gli stupri ancora continuavano: i giovani delinquenti che le infliggevano violenza fisica la fermavano per strada per farle subire anche la violenza psicologica di commenti denigratori e battute squallide. Erano sicuri – e lo sviluppo della vicenda dà loro ragione – che a dare la responsabilità alla vittima non sarebbero stati solo i loro genitori.

Perché? Perché lo stupro e l’aggressione sessuale sono equiparati al “sesso tout court” nell’opinione pubblica e in modo così pervasivo che i membri delle istituzioni da lei giustamente riprese come “insensibili” non possono chiamarsene fuori – a meno di non fare uno specifico sforzo in quella direzione: istruendosi, informandosi, smantellando i propri pregiudizi e riconoscendo che essi hanno la propria radice nel sessismo e nella misoginia.

Se le molestie in strada sono “apprezzamenti”, se i commenti volgari sulle donne in pubblico sono “divertenti”, se la violenza sessuale nelle relazioni è “erotica”, lo stupro di gruppo continuato per mesi di una quindicenne non può che essere un “complimento”: valida il livello di attrazione di costei per l’altro sesso, che è attualmente – e in Italia in maniera particolare – l’unico valore ascrivibile a una femmina umana.

Ma se ancora quest’ultima non ringrazia e si ribella, basta buttarle addosso la responsabilità di quanto altri le hanno fatto: la società italiana trova molto più facile stigmatizzare il comportamento della vittima (abbigliamento, attitudini e abitudini, carattere ecc.) che chiedersi come mai continua a crescere al proprio interno un numero così alto di stupratori e molestatori.

Maria G. Di Rienzo

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