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Little Red di Beatriz M. Vidal

Tanto per ripeterci: c’è una relazione diretta fra l’oggettivazione sessuale delle ragazze / bambine e le aggressioni dirette contro di esse. L’ultima conferma viene da una ricerca dell’Università del Kent pubblicata nel gennaio scorso: Eduardo A. Vasquez, Kolawole Osinnowo, Afroditi Pina, Louisa Ball, Cheyra Bell. “The sexual objectification of girls and aggression towards them in gang and non-gang affiliated youth.” Psychology, Crime & Law, 2017.

Dal sommario: “I risultati sono congruenti con l’affermazione che, fra altri effetti negativi, la percezione delle donne come null’altro che oggetti sessuali evoca aggressioni nei loro confronti. La ricerca ha anche dimostrato che il sessismo nei media è collegato direttamente sia all’oggettivazione sessuale delle ragazze sia agli assalti contro di esse. Il collegamento oggettivazione – aggressione si manifesta nei comportamenti già all’inizio dell’adolescenza e c’è la consistente possibilità, dato il rinforzo che riceve nel corso degli anni, che diventi maggiormente forte e difficile da cambiare”.

Il rinforzo consiste nel trattamento riservato alle donne da una cultura sessista e misogina: immagini sessualmente oggettivate di donne, adolescenti e bambine possono essere regolarmente viste su ogni tipo di media e in ogni tipo di pubblicità. Fanno persino parte dei programmi televisivi, dei film, dei video musicali ecc. diretti specificatamente alle / agli adolescenti; in questo modo le ragazze imparano a pensare ai loro corpi come oggetti del desiderio di altri e a trattarli da tali, i ragazzi imparano a pensare alle ragazze come a “cose” che esistono per il loro utilizzo e la loro gratificazione.

E’ questo lo scenario che sta dietro alla notizia pubblicata da alcuni quotidiani il 4 marzo 2017: “Ricattata a 12 anni con le foto osé: i compagni le pubblicano su Instagram ma non sono imputabili”. Ma è uno scenario che nella narrazione giornalistica svanisce, nonostante l’accenno alle “pose provocanti” mimate dalla ragazzina su quel che “aveva visto fare in televisione”.

Il focus è sul suo comportamento – ingenua, innamorata “come solo a 12 anni si può essere”, si è messa davanti allo specchio con il telefonino perché voleva “accontentare il suo fidanzatino” e “tenerlo legato a lei per sempre”. Poverina, sembra dire tale quadro, non sapeva che i maschi sono inafferrabili come il vento, sono api impollinatrici che vagano da un fiore all’altro e per “natura” hanno assoluto bisogno di schiacciare nel fango le femmine che dicono di amare. Quest’ultima non è una metafora: dopo aver pubblicato le immagini su internet, il “fidanzatino” e i suoi amici ricattano la ragazzina con la minaccia di mandarle ai genitori di lei e perciò la 12enne si sottopone a torture pubbliche nei giardinetti, dove deve leccare i piedi a questo branco di stronzetti/e (ci sono anche due sue coetanee) o mettere il viso nelle pozzanghere.

“Prima era ammirata e invidiata da tutte le sue compagne – assicura uno degli articoli al proposito – e all’improvviso è diventata lo zimbello dell’intero istituto.” Lasciando perdere il “tutte”, una generalizzazione a cui non credo, per cosa l’articolista pensa fosse ammirata e invidiata? Perché aveva l’attenzione del “figo” della scuola e avere l’attenzione di un uomo è il principale e solo traguardo a cui una donna deve tendere, con tutto quel che ha e sa, con ogni mezzo necessario (direbbe Malcom X), a qualsiasi costo. Per questa ragazzina il costo è stato altissimo ed è andato vicino a prendersi la sua stessa vita: faccio schifo, non valgo nulla, mi sento brutta, voglio ammazzarmi scriveva sui bigliettini che poi nascondeva nel cuscino. Per fortuna si è confidata con un’amica più grande che l’ha convinta a raccontare la vicenda alla madre e poi alla polizia e così si conclude l’articolo succitato: “Partono le indagini, i tre bulli vengono facilmente identificati e ascoltati. Al comando arrivano anche le loro famiglie, disperate, ma i ragazzi hanno meno di 14 anni e per la legge non sono imputabili. I loro nominativi sono stati segnalati ai servizi sociali e adesso dovranno cominciare un percorso di recupero, ma la cosa più importante è che L., che nel frattempo ha cambiato scuola, ha ricominciato a vivere la sua vita. Il profilo di Instagram è stato oscurato, i suoi voti sono tornati a salire e quelle foto sono solo un brutto ricordo che, prima o poi, sparirà per sempre. Ma ci vorrà ancora del tempo.”

Come no. Tradita, umiliata, tormentata, costretta poiché vittima di violenza a cambiare lei scuola – mentre sono certa che i bulli maschi e le bulle-serve femmine sono ancora tutti/e là… ogni ferita diventerà una sbiadita cicatrice, basta lasciar passare il tempo. Ma le cicatrici di ingiurie così profonde non scompaiono. Infatti, la società che sta attorno alla ragazzina continuerà a insegnarle che essere sexy per lo sguardo maschile è molto più importante dei suoi desideri, della sua salute, della sua soddisfazione, del suo benessere, dei suoi risultati scolastici, delle sue passioni e delle sue competenze. Quel che è peggio, continuerà a insegnarlo al suo “fidanzatino” e a centinaia di migliaia di altri “fidanzatini” e altre ragazze. E’ troppo presto, signor giornalista, per finire una brutta fiaba con “e tutti vissero felici e contenti.” Maria G. Di Rienzo

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Dai giornali di oggi, 15 febbraio 2017:

Una volta c’erano solo i travestiti e non c’erano i transgender… un trans è una donna col belino oppure un uomo che parla tanto. Sono le parole che Beppe Grillo ha pronunciato durante lo show Grillo vs Grillo: il video è diventato già virale in Rete, sollevando indignazione e proteste. Di fronte al pubblico che si diverte e ride, Grillo, non contento, aggiunge: A fare una battuta su un transgender ti prendi dieci querele... si incazzano.

Ovviamente secondo il comico non hanno diritto di incazzarsi, è implicito nell’ultima frase citata, ma “indignazione e proteste” si sono sollevate lo stesso, come era prevedibile e coprendo un ampio spettro di soggetti, interessati direttamente dal dileggio o no.

“Una volta” (quando?) non c’erano neppure questi transgender, devono essere un prodotto “false flag” degli attuali tempi viziosi e disonesti che gli immacolati grullini aderenti al M5S correggeranno: fra uno svarione di grammatica, una bustarella e un avviso di garanzia, diamogli tempo.

Prendere per i fondelli le donne, invece, non comporta ne’ indignazione ne’ querele: è normale. Per questo nessuno sta protestando per la seconda definizione di persona transessuale e cioè un uomo che parla tanto.

Fa parte degli stereotipi denigratori che investono le femmine umane 24 ore al giorno a qualunque latitudine si trovino e persino a qualunque classe sociale appartengano: sono inaffidabili, sono bugiarde, sono meno intelligenti, hanno meno anima (e quel poco che loro tocca è costantemente preda del demonio), non capiscono la matematica (ditelo a mia nipote 14enne che vince concorsi in materia e vi sbranerà volentieri), non sanno parcheggiare… e parlano, parlano, parlano sempre, parlano tanto. In realtà “parlare” è anche un verbo troppo prezioso – le donne spettegolano e discutono di stupidaggini, ecco tutto, per un enorme ammontare di tempo.

2007, Università della California Santa Cruz, ricerca condotta dallo psicologo Campbell Leaper che ha esaminato la questione a partire dagli anni ’60 dello scorso secolo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Personality and Social Psychology Review”:

“Gli uomini tendono a parlare di più delle donne, in modo particolare quando stanno interagendo in scenari misti (Ndt.: con uomini e donne presenti). Questo è in parte dovuto al fatto che tradizionalmente gli uomini sono socializzati a dominare.” (Campbell Leaper)

2014, studio condotto da Matthias Mehl, docente universitario di psicologia:

“Si stanno facendo molte ricerche sulle differenze di genere in diversi contesti e in numerosi di questi ultimi gli uomini, in effetti, parlano di più. Per esempio, l’ambiente di lavoro è un contesto in cui parlare spesso indica assertività e dominio.” (Matthias Mehl)

2015, da un articolo di Soraya L. Chemaly (giornalista, scrittrice, attivista, dirige fra l’altro lo “Speech Project” di Women’s Media Center) che esamina differenti ricerche:

“Gli uomini parlano, di media, per il 70% del tempo nei gruppi misti, con punte del 75%. Per alcuni è dura mandare giù questa informazione. Raramente gli interventi delle donne sono considerati influenti o rilevanti. La loro introduzione di argomenti o i tentativi di proporre conversazioni su determinati soggetti sono frequentemente ignorati. In più, sono interrotte di routine. In generale, le persone non riconoscono questo come sessismo, persino quando viene sbattuto loro in faccia. L’idea che le parole e i discorsi, così come le abitudini relative, l’educazione, le tradizioni e il divertimento del “club dei maschi” siano vettori impliciti di pregiudizi e discriminazione è un’informazione decisamente disturbante.”

Però è vera. Quanto parla – a vanvera – Grillo, per esempio? Questo indica che vorrebbe essere una donna, o che lo è già?

Maria G. Di Rienzo

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Per mettere fine alla violenza degli uomini contro le donne

dobbiamo sfidare le fondamenta della violenza

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OMICIDIO

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STUPRO E AGGRESSIONE SESSUALE,

ABUSO FISICO, EMOTIVO ED ECONOMICO

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MINACCE, ABUSO VERBALE, MOLESTIE

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RUOLI TRADIZIONALI, SOFFITTO DI VETRO,

STEREOTIPI RIGIDI PER DONNE E UOMINI

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BATTUTE SESSISTE, LINGUAGGIO, OGGETTIVAZIONE DELLE DONNE

Cominciando proprio dal basso, è da poco uscito: “Media and Sexualization: State of Empirical Research, 1995 – 2015.” – “Media e sessualizzazione: stato della ricerca empirica, 1995 – 2015.” di L. Monique Ward.

Dall’abstract: “I risultati hanno fornito prove concrete del fatto che sia l’esposizione in laboratorio sia la regolare, giornaliera esposizione a tali contenuti (Ndt: quelli dell’oggettivazione sessuale delle donne) sono direttamente associati a una gamma di conseguenze, inclusi livelli più alti di insoddisfazione corporea, maggior auto-oggettivazione, maggior sostegno a credenze sessiste, maggior tolleranza per la violenza sessuale contro le donne.

Inoltre, l’esposizione sperimentale a tali contenuti ha condotto sia le donne sia gli uomini a una visione sminuita della competenza, della moralità e dell’umanità delle donne.”

Le ricerche esaminate dall’Autrice (135 su 109 pubblicazioni diverse in dieci anni) hanno tutte passato la selezione e la revisione della comunità scientifica, perciò se il primo pirla di passaggio vuol dire che a lui non risulta gli credo. Può anche continuare il suo viaggio e non passare mai più di qui, per quello che me ne importa. Maria G. Di Rienzo

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vogue

(Questa è la pubblicità di qualcosa. Non mi interessa scoprire di cosa, perché l’unico effetto che ha su di me è la nausea.)

Trascrizione del video (con qualche doveroso adattamento, perché leggendo non vedete quel che nel video è mostrato) di “How objectification leads to violence towards women” – “Come l’oggettificazione conduce alla violenza verso le donne”, 2014, di Morgan Wade, Sara Kohut, Jasmine Ralph. Trad. Maria G. Di Rienzo.

https://prezi.com/8mjabxoars6s/how-objectification-leads-to-violence-towards-women/

Questa trascrizione è – volutamente – il cosiddetto GRADO ZERO. Il testo suppone di parlare, con linguaggio semplicissimo, a chi non sa assolutamente nulla della questione e potrebbe servire per spiegarla a un marziano. Perché mi sono presa la briga di tradurlo, visto che i marziani sicuramente non mi leggono e difficilmente lo fanno scolaretti delle elementari?

Ho pensato ai bambini (maschi e femmine) attempati e un po’ tardi e decisi a non ascoltare, a non leggere, a non imparare che ripetono “non è vero” come grammofoni rotti. Rilassatevi, comunque, è l’ultima volta che con compassione prendo nota della vostra esistenza. Segue il testo:

Oggettificazione sessuale: processo del rappresentare / trattare una persona come un oggetto sessuale, che serve per il piacere sessuale di qualcuno.

veramente romantico

(Anche questa è la pubblicità di qualcosa. Stesso discorso fatto per l’immagine precedente.)

L’oggettificazione sessuale ritrae le donne in modi e contesti che suggeriscono esse siano oggetti da guardare, sbirciare, anche toccare, o usare, cose anonime o merci che possono essere acquistate e prese – e, una volta si sia stanchi di esse, gettate via, spesso per essere rimpiazzate con un forma più nuova e giovane: non sono trattate come completi esseri umani con eguali diritti o bisogni.

Indottrinamento: c’è un’idea generale che ti spinge a pensare a una persona come se fosse un oggetto e che quindi deve essere trattata da tale. Dopo aver guardato alle persone in un certo modo per lungo tempo tu dimentichi chi esse sono. I bambini stanno crescendo in una società che impedisce loro di perseguire i loro sogni, perché essi hanno l’impressione di non rispondere all’idea sociale di “perfetto”.

Le donne hanno poco a che fare con ciò che viene pubblicizzato ma sono tuttavia usate per poter vendere più prodotti. Questo può essere definito offensivo perché o il suo corpo rimpiazza un oggetto, o un oggetto rimpiazza lei. Lei è usata per il suo aspetto o per lo più ci si approfitta di lei e perde la sua identità.

Le immagini, viste su base quotidiana, si imprimono lentamente nelle menti delle persone e li indottrinano a credere a ciò che stanno vedendo: inducono le persone a pensare che le cose dovrebbero andare così ed esse agiranno come se le cose stessero effettivamente così.

Disumanizzazione: Le donne sono trattate come oggetti ma non viste come eguali esseri umani. Il solo vedere una persona come un oggetto anziché come un essere umano permette ad altra gente di abusare di essa pensando vada tutto bene. Costoro usano l’oggettificazione quale scusa per il modo in cui trattano le persone.

Alcuni individui possono credere di aver valore solo se altri individui li giudicano tali, perciò faranno qualsiasi cosa sia necessaria a essere giudicati di valore, il che è pericoloso. In questo modo puoi essere sfruttata, usata e abusata e potresti pensare che non devi allontanarti da questa situazione e rimanerne intrappolata. La maggior parte delle donne sono preoccupate di come appaiono e possono arrivare a pensare di non meritare nulla di meglio. Vedono se stesse come inferiori ad altre persone e ciò può far loro perdere il contatto con se stesse e indurle a pensare che ciò che sta accadendo sia giustificabile.

Le donne possono perdere la motivazione che le spinge verso il potere, ed essere esposte per lungo tempo alla stessa situazione può allontanarne molte da chi esse sono. Possono diventare meno reattive perché ormai credono che il loro scopo nella vita sia essere usate e di non aver voce in capitolo su ciò che dovrebbe / non dovrebbe accadere. Se la persona che sta causando violenza si stanca della vittima può lasciarla per trovarne una versione più nuova e più giovane e non sentirsi a disagio per le proprie azioni e non contemplare l’idea di smettere di farle.

Bassa autostima / Uso di sostanze stupefacenti:

Se tu perdi il senso di chi una persona è, dimentichi come vederla per quel che è e ti concentri sul suo aspetto. I media contribuiscono a convincere le persone che c’è un solo modello, il che causa bassa autostima: le donne che sono mostrate dai media devono apparire in un certo modo per essere “adatte”. Le donne pensano quindi erroneamente di non andare abbastanza bene e perdono fiducia in se stesse, arrivando a credere di meritare quel che loro accade di male. Spesso inoltre le donne, in presenza di uomini, si sentono come in presenza dei giudici del loro aspetto e del loro valore, e sono a disagio. A volte, lo stress dal cercare di essere perfette tutto il tempo le fa sentire tagliate fuori e possono rivolgersi alle droghe per riempire questo vuoto.

Violenza (e le donne viste come più deboli):

Quando le persone non accettano un “no”, dalle donne, come risposta ciò toglie a queste ultime libertà, diritti e serenità. L’oggettificazione dà l’idea alle persone che vada automaticamente bene ferire le donne se costoro dicono “no”, perché pensano che le donne siano fatte per il sesso e non abbiano il diritto di rifiutare. Questo alimenta il responso violento verso le donne. L’uomo violento pensa che se non può avere quel che vuole sia giusto far del male a chi gli sta impedendo di aver quel che vuole. Pensa che forse un atto di violenza farà cambiare idea alla donna, perché non gli importa di cosa lei pensa, ma solo di ciò lui che desidera.

L’oggettificazione sessuale nei media ci sta abituando a crescenti picchi di violenza, come il non riuscire a capire che la persona con cui vuoi fare sesso ha il diritto basilare di rifiutarsi. Questo è l’esempio perfetto delle tante follie architettate socialmente che conducono alla violenza contro le donne.

Le donne sono considerate “giocattoli”:

L’oggettificazione delle donne non solo induce sentimenti di vergogna e paura nelle donne, promuove anche il loro trattamento come giocattoli non umani. Le donne sono mostrate come deboli e sottomesse dappertutto, dalla pornografia alle riviste. I media sottraggono identità alle donne e le riducono a “cose” di cui possono beneficiare per incoraggiare, persuadere o manipolare un pubblico. Questi oggetti-donne, che non sono persone eguali alle altre, devono essere belle, senza difetti, magrissime ma con le curve “giuste”, senza vita, inanimate. E devono essere oggetti a disposizione per la manipolazione altrui, anche quella sessuale. Un oggetto non ha personalità, valori, passioni o sogni.

I media pensano che “il sesso vende”, il che produce l’idea che le donne non hanno potere (sono cose vendute / usate per vendere) e di conseguenza è lecito usar violenza contro di loro. E le donne degradate dagli uomini sulla base dell’aspetto fisico possono non ricevere rispetto alcuno.

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(Questa so cos’è: la pubblicità di una catena di alberghi. In che modo invogli qualcuno a servirsene mi rimane incomprensibile.)

Riflessioni:

Bandura (1) ha detto di come gli esseri umani siano in grado di assorbire e mimare il loro ambiente. Se alle donne sono ossessivamente gettate immagini, tramite i mezzi di comunicazione di massa, a guisa di linee guida su come agire, esse cominceranno ad agire in tal maniera, poiché ciò rispecchia il loro ambiente. E istruendo gli uomini a considerare i corpi delle donne oggetti, si contribuisce a creare un’atmosfera che svaluta le donne come persone, incoraggia le molestie sessuali e peggio. (Michael F. Jacobson e Laurie Ann Mazur, Sexism and Sexuality in Advertings, cap. 4° di “Marketing Madness”, 1995).”

(1) Albert Bandura, nato nel 1925, è uno psicologo canadese noto per il lavoro sui processi di apprendimento sociale (teoria sociale cognitiva): i diversi modi in cui le esperienze sociali formano la personalità e regolano il comportamento degli esseri umani. Nel video si fa riferimento a una di tali modalità, l’apprendimento attraverso osservazione di altre persone e conseguente processo di “modeling” (modellamento).

N.B. – Se davvero i bimbiminkia volessero passare dal grado zero a qualcosa di più, ecco qua:

A. Zimmerman, J. Dahlberg: “The sexual objectification of women in advertising: A contemporary cultural perspective”, Journal of advertising research.

R.M. Calogero, W.N. Davis, J.K. Thompson: “The role of self-objectification in the experience of women with eating disorders”, Sex roles, Springer.

T. Saguy, D.M. Quinn, J.F. Dovidio, F. Pratto: “Interacting Like a Body Objectification Can Lead Women to Narrow Their Presence in Social Interactions”, Psychological Science.

A. McKee: “The objectification of women in mainstream pornographic videos in Australia”, Journal of Sex Research, Taylor & Francis.

M. Tiggemann: “Mental health risks of self-objectification: A review of the empirical evidence for disordered eating, depressed mood, and sexual dysfunction”.

R.M. Calogero, S.E. Tantleff-Dunn, J. Thompson: “Self-objectification in women: Causes, consequences, and counteractions.”

Frank, Phyllis B.: “Objectification of Women.” NOMAS. The National Organization for Men Against Sexism.

Wade Lisa, Gwen Sharp: “Selling Sex. Images That Injure”.

Szymanski, Dawn M., Lauren B. Moffitt, and Erika R. Carr. “Sexual Objectification of Women: Advances to Theory and Research.”, Counseling Psychologist, Sage.

Stohs-Krause, Hillary. “UNL Study Says We View Women As Sexual Objects And Men As People”.

Laura Saarenmaa, Susanna Paasonen e Kaarina Nikunen: “Pornification: Sex and Sexuality in Media Culture”.

Attwood F., Brunt R. e Cere R. (a cura di): “Mainstreaming Sex: The Sexualization of Western Culture”.

Eaton, C.: “Prime-time stereotyping on the new television networks” – Journalism and Mass Communication Quarterly, 74.

Grauerholz E. e King A: “Primetime sexual harassment” – Violence Against Women.

Montemurro B.: “Not a laughing matter: Sexual harassment as “material” on workplace-based situation comedies” – Sex Roles, 48.

Arnett J. J.: “The sounds of sex: Sex in teens’ music and music videos.” in AA. VV. “Sexual teens, sexual media”.

Lamb S. e Brown, L. M.: “Packaging girlhood: Rescuing our daughters from marketers’ schemes”.

Levin D. E.: “So sexy, so soon: The sexualization of childhood.”

Gill R. : “Gender and the Media”.

Krassas N. R.: “Boxing Helena & Corsetting Eunice: Sexual Rhetoric in Cosmopolitan & Playboy Magazines”.

Paik H.: “The history of children’s use of electronic media”.

English B.: “The secret life of boys: Pornography is a mouse click away, and kids are being exposed to it in ever-increasing numbers.” (The Boston Globe).

Lambiase J.: “Sex – Online and in Internet advertising”.

Rudman W. J., e Verdi P.: “Exploitation: Comparing sexual and violent imagery of females and males in advertising” – Women & Health, 20.

Reichert T.: “The prevalence of sexual imagery in ads targeted to young adults”.

Merskin D.: “Reviving Lolita? A media literacy examination of sexual portrayals of girls in fashion advertising”.

Girl Guiding Association: “Girls Shout Out: Self Esteem – Under Ten and Under Pressure?”.

Harrison K.: “The body electric: Thin-ideal media and eating disorders in adolescents”.

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Probabilmente ormai la “grande” notizia vi sarà arrivata. E’ stata annunciata con titoli come questo: “Metà della misoginia su Twitter viene dalle donne” e tratta di uno studio di Demos – istituto di ricerca e “think-tank” britannico. Le parole scelte per misurare questa misoginia sono state “whore – puttana” e “slut – troia” (e basta, proprio così).

Che “cunt – fica/fregna” sia stata lasciata fuori è strano. – scrive la blogger femminista Echidne of the Snakes il 26 maggio u.s. – Avrei pensato sarebbe stata la scelta migliore per misurare l’odio per le donne. Lo studio ha trovato un milione e mezzo di tweet con una o entrambe le parole cercate durante un periodo di tre settimane.”

Questo campione è stato vagliato usando un algoritmo per rimuovere tutti i tweet di offerte commerciali pornografiche, che erano il 54% del totale – e questo già la dice lunga su cosa hanno capito della misoginia i ricercatori di Demos – e ogni messaggio che non esprimesse “rabbia nell’uso di tali termini”.

Alla fine della scrematura ne sono rimasti 10.000 e su questi è stata compiuta l’analisi sul sesso di chi li ha scritti.

In che modo Demos ha deciso se un tweet era stato mandato da un uomo o da una donna? – prosegue Echidne – Poche persone, per quello di cui io faccio esperienza, usano Twitter con il loro vero nome o qualsiasi altro tipo di nome normale. La maggior parte degli utenti di Twitter hanno pseudonimi, difficili tra l’altro da attibuire a uomini o donne. Le immagini? Conosco un mucchio di gente che su Twitter usa le immagini di qualche personaggio famoso, uomo o donna, il cui genere apparente non è lo stesso dell’utente. E io, per esempio, ho un’immagine di serpenti ricamati sulla mia pagina Twitter.

Dopo aver riflettuto su questo, ero ansiosa di imparare come tutto era stato fatto nello studio. Ma immaginate un po’? Non c’è versione scritta della ricerca da nessuna parte, sul vasto e vario web!

Allora ho mandato una e-mail a Demos, chiedendo l’url dello studio. La rapida risposta che ho ricevuto (grazie, Demos) mi ha detto – e qui viene la parte divertente – che NON ESISTE RAPPORTO SCRITTO ANALIZZABILE DALLE PERSONE.

Questa è una stronzata. Una stronzata assoluta. Pensate solo a cosa questo tipo di approccio significa per la ricerca scientifica: nessuno, proprio nessuno, può dire se hai compiuto lo studio correttamente e nessuno, proprio nessuno, può avanzare delle critiche su di esso (…) Che non esista un rapporto non implica automaticamente che i risultati siano scorretti, ma che noi non possiamo dire se sono corretti o no.”

E non c’è altro da aggiungere, credo. Ah, volete sapere quale era la “sensazionale scoperta”? In effetti non è per nulla sensazionale, eccola qua: la sciatteria e la superficialità e l’incompetenza sono internazionali.

Maria G. Di Rienzo

(Sono ancora con connessione in prestito, non esultate troppo presto, o sodali…)

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(“Can we end rape as tool of war?”, di Gloria Steinem e Lauren Wolfe per CNN, 8.2.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)


Dapprima avevamo pensato di cominciare questo pezzo con la storia di Saleha Begum, una sopravvissuta alla guerra in Bangladesh del 1971 nella quale, dicono alcuni rapporti, almeno 400.000 donne sono state stuprate. Begum fu legata ad un banano, ripetutamente stuprata da un gruppo e bruciata con sigarette per mesi, sino a che le spararono e la lasciarono per morta in una pila di altre donne. Tuttavia lei non morì, e fu in grado di tornare a casa, devastata ed incinta di cinque mesi. Come ci arrivò, a casa, fu marchiata come “sgualdrina”.

Avevamo anche pensato di cominciare con la storia di Ester Abeja, una donna dell’Uganda che fu tenuta forzatamente come “moglie della foresta” dal Lord’s Resistance Army (“Esercito della resistenza del Signore”). L’essere continuamente stuprata con oggetti ha distrutto i suoi organi interni. I suoi catturatori l’hanno anche costretta ad uccidere la propria figlioletta di un anno sfasciando la testa della bimba su un albero.

Ci siamo imbattute in dozzine di storie di donne come Begum e Abeja ed infine abbiamo capito che era troppo difficile trovare quella giusta, e cioè la storia che avrebbe espresso esattamente come e in che modi la violenza sessualizzata è usata come arma di guerra per devastare le donne e distruggere comunità in tutto il mondo, conflitto dopo conflitto, dalla Libia alla Repubblica democratica del Congo. E’ a causa di questa complessità che dobbiamo capire come viene usata la violenza sessualizzata. Dobbiamo capire per poterla fermare: proprio come quando si cerca di disinnescare una bomba è cruciale conoscere i suoi componenti.

Sia l’Organizzazione mondiale per la sanità sia il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno riconosciuto che manca ricerca sulla natura e l’estensione della violenza sessualizzata nei conflitti, nonostante vi sia una crescente richiesta di migliori analisi da parte dei corpi delle NU, dei donatori e di altri per poter lavorare alla prevenzione ed alla guarigione. E’ per tutto ciò che abbiamo dato inizio ad un nuovo progetto a Women’s Media Center che sistematizza le specificità della violenza sessualizzzata in aree quali le sue motivazioni ed i suoi schemi, le sue ricadute, e le attitudini di genere e culturali che hanno condotto ad essa. Abbiamo chiamato il nostro progetto “Donne sotto assedio”, perché quando si stuprano quattro donne al minuto solo in Congo, possiamo dire che non è nulla di meno di un assedio continuato. Ed è ora che cominciamo a metterci fine.

La violenza sessualizzata può essere la sola forma di violenza nella quale si biasima la vittima o si dice persino che la vittima ha invitato la violenza stessa. In guerra, lo stupro diventa la vergogna di donne, uomini, bambini, intere società. Lo stigma imposto su tutti coloro che sono toccati da tale violenza rende quest’arma incredibilmente efficace come mezzo di distruzione del nemico.

Ma è fondamentale ricordare che non è sempre stato così, che così dev’essere. La violenza sessualizzata non è parte “naturale” di un conflitto. Per il primo 90% e più della storia umana, femmine e maschi hanno assunto ruoli bilanciati e flessibili. Le nostre posizioni sociali non erano basate sulla dominazione delle femmine da parte dei maschi. Esseri umani e natura, donne ed uomini, erano connessi piuttosto che sistemati in ranghi. Il cerchio, non la gerarchia, fu il principio organizzatore del nostro pensiero.

Analizzando come la violenza sessualizzata è stata usata come pulizia etnica, come in Bosnia; per forzare gravidanze che avrebbero letteralmente cambiato volto alla generazione successiva; o, come in Egitto, per arrestare il dissenso, possiamo guardare al futuro e possibilmente prevenire che ciò riaccada. Per generazioni abbiamo ignorato o negato di aver conoscenza della violenza sessualizzata di massa inflitta alle donne ebree durante l’Olocausto. Le donne che sono sopravvissute ad aggressioni brutali sono state accusate di collaborazionismo per la propria sopravvivenza, proprio come, per esempio, una donna stuprata in Congo può non venire mai più riaccettata nel villaggio o in famiglia perché considerata colpevole.

Lo scorso anno, un libro dal titolo “Violenza sessuale contro le donne ebree durante l’Olocausto” ha gettato luce su come i nazisti perpetrarono stupro ed umiliazioni sessuali su scala enorme. Pure, nulla di tutto questo è stato discusso o processato a Norimberga. Se lo avessimo saputo prima, ciò avrebbe aiutato a prevenire i campi di stupro nell’ex Jugoslavia? O lo stupro come arma di genocidio in Congo?

Nominare la violenza sessualizzata come arma di guerra la rende visibile – ed una volta che sia visibile, perseguibile. Ciò che è accaduto agli uomini nel passato era politico, ma ciò che è accaduto alle donne era culturale. Il politico era pubblico, e poteva essere cambiato; l’altro era privato, persino sacro, e non poteva o persino non doveva essere cambiato. Chiarire che la violenza sessualizzata è politica e pubblica rompe questo muro. Riconosce che la violenza sessualizzata non è destinata a succedere. Quando la mascolinità non è più definita dal possesso e dal dominio di donne, quando la femminilità non è più definita dall’assenza di esperienze sessuali o dall’essere possedute, allora si ha un inizio. Ma prima, dobbiamo smettere di dire che la violenza sessualizzata è inevitabile, e smettere di permettere che le vittime vengano biasimate.

Dobbiamo immaginare il cambiamento, prima di poterlo creare.

(Gloria Steinem è scrittrice, editrice ed attivista femminista. Ha co-fondato Ms. Magazine e Women’s Media Center. Lauren Wolfe, giornalista, è la direttrice del progetto “Donne sotto assedio”)

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