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Posts Tagged ‘pubblicità’

“Chi prenderà posizione e parlerà per le mie sorelle che sono morte, perché i loro stupratori a pagamento le hanno picchiate troppo forte? Chi prenderà posizione e parlerà per le mie sorelle che sono morte perché la fantasia dei loro stupratori a pagamento era strozzarle mentre le scopavano?

Chi parlerà per le mie sorelle che hanno perso la capacità di dare la vita perché stupratori a pagamento hanno infilato bottiglie, cetrioli, carote, vibratori stupidamente enormi, tacchi di scarpe, manganelli e quant’altro sono riusciti ad architettare con menti distorte, così a fondo e così violentemente nelle loro vagine da danneggiarne il sistema riproduttivo in modo irreparabile?

Chi parlerà per le mie sorelle che non ce l’hanno più fatta a sopportare e hanno scelto l’unica via d’uscita: il suicidio? Chi parlerà per i bambini innocenti che hanno perso le loro madri? Chi parlerà per le mie sorelle che sono così smarrite sulle strade da non fare altro che consumare droghe e alcool sino a che i loro reni e il loro fegato smettono di funzionare? Chi parlerà per le mie sorelle che sono ancora intrappolate in un’esistenza di stupro a pagamento senza modo di uscirne?

“Sex work” è un termine glorificato per lo stupro pagato. Questi non sono bordelli o agenzie di escort o saloni per massaggi o comunque si voglia chiamarli. Non è un lavoro o un’industria. Questo è terrorismo contro le donne – un’aggressione sostenuta a livello internazionale contro donne, ragazze, bambine vulnerabili. Non faranno saltare in aria edifici o se stessi, ma hanno sicuramente fatto saltare in aria la mia mente, il mio corpo e la mia anima. Mi hanno fatta entrare in una camera di tortura da cui non fuggirò mai: persino oggi lotto ancora per sopravvivere, per vivere, per sentire di avere del valore, per essere amata, per sognare.”

Ally-Marie Diamond, attivista indigena, sopravvissuta alla prostituzione, fondatrice del servizio di consulenza per le donne “Tranquil Diamonds” (il brano è tratto dall’articolo “Women of colour speak out against prostitution” di Raquel Rosario Sanchez del 26 aprile 2019).

pagliacci

La Cei ha protestato contro i camion pubblicitari in immagine, che girano per Roma e Milano, per la citazione di Gesù e perché sono visibili dai bambini. I signori di Escort Advisor hanno risposto che “L’obiettivo della campagna è sdoganare un argomento considerato da sempre come scandaloso ma anche sensibilizzare sulla sicurezza che le recensioni garantiscono a tutti, utenti e sex workers. Dobbiamo fare ancora molti progressi in questo senso.”

Il progresso è in effetti auspicabile e costoro potrebbero cominciare a ottenerlo riflettendo su alcuni fatti: 1) le donne sono persone e non prodotti; 2) gli uomini non sono titolati al possesso delle donne; 3) non di solo pene vive l’uomo: un po’ di dignità umana e di rispetto, per favore, per donne e uomini. Le nostre interazioni vanno ben oltre lo sfilatino.

Inoltre, ai sensi dell’art. 3 della L. 20 Febbraio 1958 n. 75 si prevede espressamente la punibilità di “chiunque, in qualsiasi modo, favorisca la prostituzione altrui”. Il reato di favoreggiamento della prostituzione si concretizza, sotto il profilo oggettivo, in qualunque attività idonea a procurare favorevoli condizioni per l’esercizio della prostituzione. Irrilevante il movente dell’azione, ovverosia le ragioni soggettive di chi commette il reato: non è perciò neppure richiesto che il favoreggiamento della prostituzione sia accompagnato da uno sfruttamento economico – che nel caso dei camion pubblicitari sembra comunque presente – bastando la mera agevolazione consapevole di tale attività. Perciò: perché i suddetti camion girano senza problemi?

Maria G. Di Rienzo

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vetrina m&s

Alle clienti la vetrina natalizia di Marks & Spencer, in quel di Nottingham, non è piaciuta. Come vedete, sul lato sinistro ci sono i “completi indispensabili per lasciare un’impressione” per gli uomini e le “indispensabili piccole mutandine raffinate” per le donne.

A dire inizio alla protesta è stata Fran Bailey, che ha pubblicato l’immagine sulla pagina Facebook del gruppo Feminist Friends Nottingham; un estratto del suo commento dice:

“Ok, M&S Nottingham, non abbiamo davvero imparato nulla negli ultimi 35 anni? O sono la sola a trovare questa, l’esposizione nella loro vetrina principale, completamente vomitevole? Il problema è che siamo così vessate da tale tipo di immagini che non le riconosciamo neppure più per quel che sono.” Una normalizzazione degli stereotipi di genere, continua Fran, e un insulto non solo sessista: “must-have”, che io ho tradotto – correttamente – come “indispensabile” ha il significato letterale di “devi averlo” e la donna trova ciò intollerabile in presenza di un largo settore di cittadinanza che si situa sotto la soglia di povertà.

Un’altra donna, Kiri Tunks, ha commentato: “Cari di Marks & Spencer, il vostro divario di genere sugli stipendi è del 12,3% (ndt. le dipendenti sono pagate meno dei dipendenti) e voi pensate che “piccole mutandine raffinate” siano ciò che le donne devono avere? Pagate in modo adeguato il vostro staff femminile e smettete di insultare il resto di noi.”

La foto è così arrivata a “FiLia”, un’ong che organizza la più vasta conferenza femminista annuale in Gran Bretagna, da Sian Steans (l’immagine sotto è sua): “Mi sono sentita a disagio quando l’ho vista. Come femminista e come madre di una bambina mi sono sentita in imbarazzo a doverle spiegare di nuovo perché le donne sono rappresentate con così poco rispetto. Nottingham ha una lunga storia di sostegno ai diritti delle donne. Poiché si tratta della prima città nel Regno Unito che ha reso la misoginia un crimine dell’odio, è deludente vedere in essa una vetrina che riduce le donne alla loro biancheria intima, mentre l’affermazione per gli uomini è come vestire per lasciare un’impressione.”

“FiLia” ha girato l’immagine tramite Twitter e il caso è esploso sui media inglesi (se n’è occupata persino la BBC). Nel frattempo, le attiviste hanno corretto la vetrina, come potete osservare di seguito. La scritta dice che le donne “devono avere” DIRITTI UMANI AL COMPLETO.

vetrina corretta - sian steans

La firma per l’azione stava sul marciapiede, giusto sotto il cartello, ed era fatta con il rossetto: recitava semplicemente la parola “donne”. Il negozio Marks & Spencer ha deciso di oscurare la vetrina. Speriamo che in futuro cambi anche agenzia pubblicitaria.

Maria G. Di Rienzo

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Era il 2015 e un manifesto pubblicitario della Protein World, affisso lungo il percorso della metropolitana, chiedeva alle donne di Londra se i loro corpi erano “pronti per la spiaggia”, assicurando di avere un’intera gamma di prodotti atti a renderle bidimensionali come la loro modella.

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/05/14/vivere-vivere/

La protesta che li investì fu enorme, al punto che l’anno successivo il sindaco di Londra bandì gli annunci pubblicitari che “umiliano le persone, in particolare le donne” dall’intera rete dei trasporti pubblici della città.

In questi giorni Navabi, una ditta che produce abiti per taglie larghe, ha lanciato una campagna utilizzando lo stesso stile e gli stessi colori del vecchio poster di Protein World nei suoi manifesti.

ready piccadilly circus

“I nostri corpi sono pronti per la spiaggia”, recita la grande scritta a fianco delle donne ritratte (Bethany Rutter, Lauren Tallulah Smeets e Stephanie Yeboah) mentre una più piccola, evidenziata dallo sfondo nero, dice: “Sono passati tre anni: un piccolo promemoria”.

ready oxford circus

“Sentiamo che le cose non sono cambiate abbastanza da quando apparve l’annuncio originale di Protein World nel 2015. – ha detto Bethany Rutter, che lavora per Navabi come social editor – Dopo tre anni le cose avrebbero dovuto cambiare di più di quanto abbiano fatto, perciò volevamo prenderci un’opportunità di cambiarle. Volevamo dire, senza esitazioni, che non dovrebbe esserci una nuvola nera appesa sulla tua estate perché pensi di non avere il corpo “giusto”. E volevamo mostrare alla gente corpi che non vedono ogni giorno nelle pubblicità.”

Maria G. Di Rienzo

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Così mi strillano ogni giorno diversi luoghi virtuali in cui mi imbatto per le più svariate ragioni (e da cui mi scollego immediatamente): è uno sforzo inutile, perché le intimidazioni hanno su di me il solo effetto di radicarmi nelle mie posizioni e gli appelli alla compassione per il profitto delle compagnie commerciali, purtroppo, non toccano il mio cuore di pietra.

Sì, ho un aggeggio che blocca la pubblicità – o meglio, che tenta di farlo.

Molto spesso l’annuncio è scritto all’interno del filmato o del testo che sto cercando di vedere e svariate finestre si aprono nonostante il famigerato AdBlocker che rischia di ridurre i proprietari del sito in miseria.

Quel che vogliono vendermi tramite esse, in più del 90% dei casi, è pornografia. Ma io non stavo cercando pornografia. Volevo vedere un film non vietato ai minori o leggere un testo parimenti accessibile a ogni fascia d’età. Chi accetta tali pubblicità sui propri siti questo lo sa benissimo ma se ne sbatte: significa che espone volontariamente bambine/i e ragazze/i a una visione mercificata e sempre più violenta della sessualità.

Il restante poco meno del 10% tenta di convincermi a comprare cose che mi renderebbero degna di essere sbattuta / fottuta / spaccata negli scenari pornografici di cui sopra: lingerie pacchiana da sexy shop, porcherie dimagranti, porcherie rassodanti, porcherie volumizzanti ecc. ecc.

Questa è la ragione, signori che vi vantate di aver “beccato” l’AdBlocker, per cui non solo non lo disabilito ma spero di trovarne uno ancora più potente: io ho “beccato” voi. Non vi sembra eccessivo chiedere aiuto a una femminista per il mantenimento dell’oceano di escrementi sessisti in cui annegate le donne?

Maria G. Di Rienzo

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L’ultimo libretto pubblicitario dell’Ikea (valido fino al luglio 2018) che mi è arrivato nella cassetta della posta è decorato da slogan accattivanti quali “Facciamo spazio alla tua voglia di cambiare”, “Facciamo spazio al modo di vivere di ciascuno”, “Crea lo spazio dove esprimere chi sei” e così via.

Ma questa attitudine che suggerisce armonia e accettazione delle differenze è così superficiale e leggera che la sua flessibilità si spinge a tollerare discriminazioni umilianti: purché siano le donne a doverle subire.

In questi giorni, sommersi dalle proteste sui social media, i responsabili di Ikea-Cina hanno dovuto ritirare uno spot televisivo di 30 secondi (una sua immagine è qui sotto).

Ikea china

La storia andava così: una madre arrabbiata dice severamente alla figlia “Se non sei in grado di portare qui un fidanzato, non chiamarmi più mamma.” Nella cultura cinese ciò si traduce “Ti disconosco come figlia, ti rinnego, ti ripudio, non fai più parte della famiglia”. La figlia esibisce all’annuncio una faccia funerea e disperata, ma per fortuna (???) un giovane uomo con un mazzo di fiori appare sulla porta e i genitori deliziati di lei cominciano ad apparecchiare la tavola con stoviglie e decorazioni dell’Ikea. Lo slogan finale suggerisce di “celebrare la vita quotidiana”.

Tutta la menata si basa sulla stigmatizzazione, in atto in Cina, delle giovani donne non sposate prima dei trent’anni. In genere sono donne che hanno una professione stabile e/o un alto livello di istruzione, ma le chiamano “donne scartate” (con il significato di residui, rimanenze, avanzi)… perché vivono benissimo senza marito e – com’è probabile – vivono benissimo anche senza gli accessori Ikea: tant’è che hanno immediatamente chiamato al boicottaggio dei suoi prodotti. Come detto, lo spot è stato rimosso da tutti e quattro i canali televisivi su cui andava in onda e l’Ikea si è scusata pubblicamente.

C’è da aggiungere che nel luglio scorso i produttori delle automobili Audi, sempre in Cina, erano riusciti a fare di peggio: la loro pubblicità paragonava l’acquistare una macchina di seconda mano al controllare minuziosamente difetti e pregi di una ragazza in abito da sposa. Anche in questo caso, la rivolta da parte delle potenziali consumatrici e dei potenziali consumatori è stata immediata.

Forse la divisione marketing dell’Ikea dovrebbe capire che il multiculturalismo non significa avallo di qualsiasi violazione dei diritti umani, purché sia praticata in modo vasto nella società. Altrimenti, sarebbe lecito dirigere la prossima campagna all’Isis mostrando che i coltelli Ikea sono perfetti per sgozzare qualcuno…

Gli standard etici valgono ovunque. Le donne sono esseri umani a pieno titolo ovunque e ovunque hanno diritto al rispetto e a rappresentazioni che rivestano un minimo di dignità. Non sono, parafrasando Douglas Adams e la sua divisione marketing della Società Cibernetica Sirio, “Le amichette di carne con cui è bello stare” e i pubblicitari possono – e sicuramente dovrebbero – fare di meglio: “La Guida galattica per gli autostoppisti definisce la divisione marketing della Società Cibernetica Sirio un branco di idioti rompiballe che saranno i primi a essere messi al muro quando verrà la rivoluzione (…) Curiosamente, un’edizione dell’Enciclopedia Galattica che per un caso fortunato è stata portata da una dimensione temporale di mille anni avanti nel futuro, definisce la divisione marketing della Società Cibernetica Sirio un branco di idioti rompiballe che sono stati i primi a essere messi al muro quando c’è stata la rivoluzione.” (aut. cit., “Guida galattica per gli autostoppisti”)

Maria G. Di Rienzo

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Il 28 marzo scorso il consiglio comunale di Parigi ha votato questo: a partire dal 20 novembre 2017 gli annunci pubblicitari “sessisti e discriminatori” non avranno più spazio in città. Immagini “degradanti” o “disumanizzanti” che “hanno impatto negativo sulla dignità umana, così come quelle che propagandano omofobia, disprezzo per le persone anziane, discriminazione etnica o religiosa” sono bandite.

Alla stampa, la Sindaca di Parigi Anne Hidalgo ha spiegato che città come Londra e Ginevra hanno già adottato misure simili e che era ora di fare un passo verso l’arresto della “diffusione, promozione e valorizzazione di immagini che degradano certe categorie di cittadini/e.” Inoltre, ha detto, “Le conseguenze di queste rappresentazioni degradanti hanno un impatto notevole sulle donne, in special modo su quelle più giovani: mantengono gli standard del sessismo e contribuiscono a trivializzare determinate forme di violenza quotidiana.”

sexiste

Alcuni articoli sull’argomento sostengono che la recente campagna “porno-chic” di Saint Laurent (a cui appartengono le due immagini sopra questo paragrafo) sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Raphaëlle Rémy-Leleu, la portavoce del gruppo femminista francese “Oséz le Feminisme!” che ne aveva immediatamente chiesto la rimozione dagli spazi pubblici, ha dichiarato che la campagna: “Tocca tutti i lati del sessismo. Le donne sono oggettificate, iper-sessualizzate e messe in posizioni che esprimono sottomissione.”

E questa qui sotto è la Sindaca. Se avessi un programma di grafica adatto avrei contornato l’immagine di baci e cuoricini. Maria G. Di Rienzo

Anne Hidalgo

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Chiunque sia stato vivo – e pensante – negli ultimi tre decenni è stato sicuramente reso consapevole del concetto di oggettivazione, in particolare dell’oggettivazione delle donne.

Se avete visto un video musicale, guardato un film, sfogliato le pagine di una rivista di moda o persino dato un’occhiata a un cartellone pubblicitario, avete incontrato l’oggettivazione: invece di esseri umani pensanti, desideranti, attivi, le donne sono ridotte a cose o, più di frequente, a parti del loro corpo. Non stiamo guardando donne. Stiamo guardando tette, culi e gambe.

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(La scritta dice: “Scuotila bene e goditela…”)

In una classica discussione sul concetto, la filosofa Martha Nussbaum scrive che: “Si tratta come un oggetto ciò che in realtà un oggetto non è, ciò che è in effetti un essere umano.” E qui sono le sette nozioni, come Nussbaum dice, coinvolte in quell’idea:

USO STRUMENTALE: Chi oggettifica tratta l’oggetto come un attrezzo che serve i suoi scopi.

NEGAZIONE DELL’AUTONOMIA: Chi oggettifica tratta l’oggetto come manchevole di autonomia e autodeterminazione.

INERZIA: Chi oggettifica tratta l’oggetto come manchevole di istanze e probabilmente anche di attività.

FUNGIBILITÀ: Chi oggettifica tratta l’oggetto come intercambiabile – a) con altri oggetti dello stesso tipo; b) – con oggetti di altro tipo.

VIOLABILITÀ: Chi oggettifica tratta l’oggetto come mancante dei limiti dell’integrità, come qualcosa che è permesso rompere e colpire e in cui si può entrare di forza.

PROPRIETÀ: Chi oggettifica tratta l’oggetto come qualcosa posseduto da terzi e che da essi può essere comprato, o che può essere venduto a terzi.

NEGAZIONE DELLA SOGGETTIVITÀ: Chi oggettifica tratta l’oggetto come qualcosa le cui esperienze e sentimenti (se pure li riconosce) non necessitano di essere presi in considerazione

Ad ogni modo, il particolare tipo di oggettivazione che la critica culturale Jean Kilbourne ha etichettato come “smembramento” è così pervasivo da essere spesso ignorato. Quando insegnavo studi di genere, i miei studenti scuotevano le teste confusi quando mostravo loro le immagini della pubblicità. E persino allora pensavano che io fossi andata a pescare di proposito i pochi esempi scioccanti: fino a quando non dicevo loro di sfogliare l’ultimo numero di Vogue o di Cosmopolitan.”

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Sharon L. Jansen, docente universitaria in pensione dopo 35 anni di insegnamento, 14 ottobre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo

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