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Posts Tagged ‘solidarietà’

(“You Told Me I Matter”, di Reeti KC per World Pulse, 20 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Reeti – in immagine – è nepalese e sta studiando Media e Arte all’Università di Kathmandu. E’ un’attivista per il cambiamento sociale che ha già lavorato per media femministi. Desidera “scrivere ed essere parte delle vite delle persone anche se solo per i pochi minuti in cui leggono le mie parole”. Ritengo questo suo pezzo, scritto per ringraziare un’altra donna, un vero e proprio inno alla sorellanza.)

reeti

Cara Claire,

le mie dite tremavano mentre componevo il messaggio di testo per te, tre anni fa. La decisione di svelare il mio segreto dopo anni di silenzio era stata terribile. Ma sapevo di doverlo fare, perciò ho cominciato a digitare.

Ehi, Claire! Ci vediamo alle 4 del pomeriggio di fronte ai cancelli dell’ufficio per l’intervista.

Ho smesso di scrivere, valutando l’opzione di scegliere il silenzio al posto della voce. Onestamente, sembrava la scelta migliore. Con il cuore che batteva forte, un lungo respiro, dita tremanti e ben poca determinazione di metter fine al dolore, ho aggiunto: Oh, e devo dirti qualcosa d’importante.

Ho chiuso gli occhi e ho premuto “invia”.

Potevo sentire il mio cuore battere sempre più forte. Poi, cinque minuti dopo, tu hai risposto: “Okay Reeti. Ci vediamo là.”

Ho passato il resto della giornata chiedendomi se raccontarti o no la mia storia. Mi sono insultata perché stavo pensando di condividerla con una persona che avevo incontrato circa una settimana prima. Partecipavo al programma di “Women LEAD 2014” e non sapevo nulla di te, eccettuate le poche informazioni che avevo raccolto facendo ricerca sull’organizzazione mentre mi preparavo a intervistare te, la co-fondatrice dell’organizzazione stessa. Era il mio primo lavoro da giornalista assegnatomi dalla scuola superiore che frequentavo.

Poiché sono un’introversa e ci metto un po’ di tempo a fidarmi delle persone, non so perché ho scelto di dire tutto a te. Tu eri un enigma per me, con i tuoi occhi dell’azzurro dell’oceano e i tuoi ricci capelli biondi.

Alle 15.30 ero pronta per partire, accompagnata da mio padre. Ero terrorizzata dalla conversazione post-intervista e ancora dubitavo della mia decisione. Ci siamo incontrate alle 16.05 e siamo andate in un vicino caffè. Io ho ordinato un cappuccino e tu un tè al latte. L’intervista è cominciata e finita dopo 30 minuti.

Poi tu hai chiesto: “Allora, cos’era la cosa importante di cui volevi discutere?”

Stavo dando di matto. Nella mia mente, stavo urlando più forte che potevo. Il caffè forte mi aveva fatto venire mal di testa. O forse la causa era l’urgenza di parlare che cozzava con la mia paura di farlo.

Ho respirato profondamente e con voce tremante ho cominciato: “Volevo discutere di…”

Ho parlato. Non avevo mai parlato così in precedenza. Ho continuato e continuato. Ti ho raccontato la storia di quel che era successo tre anni prima. La vergogna a scuola, la gente che puntava il dito contro di me e rideva, l’insuccesso in tre materie, la pressione dei miei genitori e della scuola affinché facessi meglio, il lento discendere nella depressione, lo svergognamento e l’insoddisfazione rispetto alle dimensioni del mio corpo, il sentirmi indegna, sottostimata, un fallimento e un fardello.

Ti ho parlato dei “diari tristi” che tenevo: storie e poesie deprimenti scritte durante la notte. Ti ho detto che piangevo ogni singola notte, di fila, da tre anni. Ti ho detto che avevo in mente un solo pensiero, durante tutto quel periodo: “Voglio metter fine a tutto. Voglio morire.”

Ho visto i tuoi occhi azzurri arrossarsi mentre le lacrime scendevano. In quel momento ho capito perché avevo scelto te per confessare la mia storia. I tuoi occhi azzurri rispecchiavano i miei occhi castani, arrossati e pieni di lacrime. Tu mi capivi, capivi il mio dolore e il mio senso di colpa. Perciò ho continuato a parlare nonostante il nodo in gola e le lacrime nei miei occhi lo rendessero molto difficile. Gli altri clienti del caffè ci fissavano. Non aveva importanza, non me ne curavo. Per la prima volta nella mia vita, non mi importava di cosa altra gente pensava di me.

Ricordo vividamente cosa accadde dopo. Dopo avermi ascoltata, tu semplicemente ti alzasti, apristi le tue braccia e io scivolai in esse. Piangemmo mentre ci abbracciavamo. Stavo macchiando con le mie lacrime la tua bella camicia, ma a te non importava. Ho pianto come una bambina. Non avevo mai pianto in quel modo. Poi tu mi hai detto qualcosa che avrei dovuto sentirmi dire anni prima.

Hai detto: “Sono così orgogliosa di te. Sei forte e hai valore. Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, io ci sarò sempre per te, va bene?”

Avevo così bisogno di sentirmelo dire. Sino a quel momento, credevo che non avrei mai reso nessuno orgoglioso di me, per quanto tentassi. Ero una cattiva figlia, era una cattiva studente. Avevo fallito in tre materie. Non ero una buona amica, perché mi sentivo più al sicuro sola nella mia stanza che in mezzo agli altri. Mi odiavo. Non ero importante per nessuno – neppure per me stessa. Avevo due interi diari pieni di macchie di pianto e di frasi in cui sostenevo di odiarmi. Avevo l’impressione che nessuno si curasse di me. Ma tu lo hai fatto. Tu mi hai ascoltata e hai pianto per me!

Quella piccola conversazione ha cambiato la mia vita.

Dopo quel giorno ho bruciato i diari tristi e ho cominciato a diventare la migliore studente del liceo. Sono ancora in cima alla lista nel mio terzo anni di studi universitari.

Claire, grazie a te ho capito che niente è impossibile quando credi in te stessa. Tu mi dicesti: “Se non credi in te stessa, circondati di persone che credono in te.”

Queste parole sembrano inadeguate a esprimere la mia gratitudine. Così tante opportunità mi si sono aperte solo perché tu mi hai insegnato a credere in me stessa. Mi hai aiutata a comporre il mio primo Curriculum Vitae. Ho fatto il mio primo tirocinio in un giornale e poi ho ottenuto il primo lavoro come giornalista per un’agenzia di stampa internazionale. A 18 anni, ho tenuto il mio primo discorso come conferenziera durante il Giorno delle Donne nel 2015. Subito dopo, una ragazzina è venuta da me a dirmi: “Mi hai ispirata così tanto!”. Solo pochi anni prima, quando ne avevo 15, ero scappata durante una gara di linguaggio perché terrorizzata dal palcoscenico.

Mi sono sempre lamentata di non avere una Fata Madrina, come nella storia di Cenerentola. Ma Claire, tu mi hai fatto comprendere che sono io la salvatrice di me stessa. Pure, non ce l’avrei fatta senza una piccola spinta dalla mia forte e ispirante Fata Madrina nella vita reale, una fata che ha occhi azzurri e ricci capelli biondi.

Reeti

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tweet polizia

L’account Twitter di una stazione di polizia scozzese, operativa nella zona di Lochaber e nell’isola di Skye, è famoso per l’arguzia dei suoi messaggi e per l’affettuosa familiarità che usa nel relazionarsi ai cittadini. Nel gennaio 2016 uno dei suoi tweet fu ripubblicato migliaia di volte: riguardava della cocaina “smarrita”: “Se stasera torni nella tua casa a Skye e ti accorgi che la cocaina manca ce l’abbiamo noi, alla stazione di polizia.” L’hashtag aggiungeva: Vorremmo parlarti un attimo.

Il 18 novembre 2017 la polizia di Lochaber e Skye ha raggiunto di nuovo un pubblico internazionale, con questo messaggio:

“Lettera a una giovane donna che vive a Skye.

Sappiamo che segui questo account e vogliamo che tu veda questo.

Ti abbiamo detto in precedenza che pensiamo tu sia a rischio di abuso domestico da parte del tuo partner. Vogliamo aiutarti e stiamo facendo molte cose con altri enti nel tentativo di mantenerti al sicuro.

Tu puoi non accorgerti di noi e il fatto che noi si sia coinvolti può persino non piacerti, ma noi stiamo costantemente pensando a come possiamo aiutarti.

La tua famiglia e i tuoi amici ti hanno detto che pensano tu sia in pericolo – ti sostengono e vogliono che tu sia al sicuro.

Noi pensiamo sia probabile lui ti abbia detto “Non succederà di nuovo”, “Sono dispiaciuto”, “Cambierò”, forse ti ha persino detto che è colpa tua – NO, NON LO E’.

La violenza, le minacce, i commenti che ti umiliano e i comportamenti di controllo nei tuoi confronti non sono la vita che è necessario tu faccia, può andare meglio.

Non sei intrappolata e non sei sola, noi possiamo aiutarti a uscirne, la tua famiglia e i tuoi amici possono aiutarti a uscirne e @scotwomensaid (1) può aiutarti a uscirne.

Chiamaci, vieni alla stazione di polizia, telefona a qualcuno, parla alla locale Assistente sociale per le Donne (seguono numeri di telefono).

Non c’è scusa per l’abuso domestico. L’aiuto è qui fuori.”

Moltissime donne, soprattutto sopravvissute alla violenza, stanno rispondendo positivamente: raccontando le loro storie, ringraziando la polizia e assicurando sostegno alla donna di Skye.

Maria G. Di Rienzo

(1) indirizzo di Scottish Women’s Aid, la principale organizzazione scozzese che lavora contro la violenza domestica.

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non solo hollywood

(Non è solo Hollywood. E’ semplicemente che la maggior parte di noi viene ferita da persone che non raggiungeranno mai i titoli principali dei giornali.)

Care Sorelle,

scriviamo a nome delle circa 700.000 donne che lavorano nei campi dell’agricoltura e dello stoccaggio nei capannoni in tutti gli Stati Uniti. Durante le parecchie ultime settimane abbiamo visto e ascoltato con tristezza mentre apprendevamo delle attrici, modelle e altre persone che si sono fatte avanti per parlare apertamente della violenza di genere di cui hanno fatto esperienza per mano dei loro capi, colleghi e ulteriori individui potenti nell’industria dell’intrattenimento.

Ci piacerebbe poter dire che siamo sbalordite nell’apprendere come questo sia un tale pervasivo problema nella vostra industria. Sfortunatamente, non siamo sorprese perché è una realtà che conosciamo sin troppo bene. Innumerevoli agricoltrici da una parte all’altra del nostro paese soffrono in silenzio a causa delle diffuse molestie e aggressioni sessuali che affrontano sul lavoro.

Noi non lavoriamo sotto luminose luci di scena o sul grande schermo. Lavoriamo nelle ombre della società, in campi e laboratori isolati che sono fuori di vista e lontani dalla mente della maggior parte delle persone in questo paese.

Il vostro lavoro nutre le anime, riempie i cuori e diffonde gioia. Il nostro lavoro nutre la nazione con la frutta, i vegetali e altre colture che noi piantiamo, raccogliamo e imballiamo.

Anche se operiamo in ambienti molto diversi, condividiamo l’esperienza di essere predate da individui che hanno il potere di assumere, licenziare, mettere sulla lista nera o minacciare in altri modi la nostra sicurezza economica, fisica ed emotiva.

Come nel vostro caso, ci sono pochi posti disponibili per noi e denunciare qualsiasi tipo di danno o ingiustizia commessa contro di noi non sembra un’opzione praticabile. Lamentarsi di una cosa qualsiasi – persino l’aggressione sessuale – sembra impensabile perché c’è troppo messo a rischio, inclusa la capacità di dar da mangiare alle nostre famiglie e di preservare la nostra reputazione.

Comprendiamo il dolore, la confusione, l’isolamento e il tradimento che potete provare. Anche noi ci portiamo addosso vergogna e paura come risultati di questa violenza. Stanno sulla nostra schiena come pesi opprimenti. Tuttavia, nel profondo dei nostri cuori, sappiamo che non è colpa nostra. I soli individui colpevoli sono quelli che hanno scelto di abusare del loro potere molestandoci, minacciandoci e facendoci del male, così come hanno fatto del male a voi.

In questi momenti di disperazione, mentre lottate con minuziosi scrutini e critiche perché avete coraggiosamente scelto di parlare contro i tormenti che vi sono stati inflitti, per favore sappiate di non essere sole. Noi crediamo in voi e siamo al vostro fianco.

In solidarietà, Alianza Nacional de Campesinas (trad. Maria G. Di Rienzo)

Alianza Nacional de Campesinas è un’organizzazione composta da contadine ed ex contadine, assieme a donne che provengono da famiglie di agricoltori. Come il nome suggerisce, sono in stragrande maggioranza latinas.

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(“Stronger Together”, 2017, di Jane Eaton Hamilton. Jane è una scrittrice, poeta, artista figurativa, fotografa e femminista canadese, nata nel 1954. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

ice melting heart

Questo è il balbettio della neve quando si muta in nevischio giusto prima della gelata. Capisci il dicembre. Questa è la pattinatrice sul lago che si fa largo fra il ghiaccio quando la crosta superiore è diventata fanghiglia, nell’intempestivo scioglimento, la lama del suo pattinare fa sanguinare l’acqua in eruzioni azzurre, anelli e rotazioni mentre il ghiaccio si rompe attorno a lei. Lei pattina libera, sola sul piccolo lago sopra il ghiaccio sconnesso, il ghiaccio che gela durante lo schiaffo della neve.

Perciò noi siamo al sicuro. Prima che sia troppo tardi. Prima che la vita congeli nella morsa del terrore e persino quelli che si sottopongono al torpore o all’ibernazione muoiono.

Lei è scura, lei è nera, lei è LGBTQQAI2+, lei è una rifugiata, lei è una straniera illegale, lei pattina con una gamba sola.

Lei pattina alle spalle delle bianche crudeltà della tempesta crescente. Il brutto tempo non la ferma; non la manda a fuggire verso un forno, cioccolata calda e il respiro umido e caldo di sua figlia.

Lei è impetuosa e impassibile e acuta. Lei percepisce.

Lei è fuggita da tormenti indicibili. E’ ben lontana dal fermarsi, pattina invece sulla cupidigia e l’avidità, i coltelli dei suoi piedi le tagliano in schegge. Lei è visibile solo a metà, ma fa a pezzi la cancellazione.

Lei è spettrale con pennacchi di blu. Lei è veloce. Lei raccoglie calore. Il ghiaccio le si scioglie attorno.

Sulla riva del lago, una luce improvvisa. Una dozzina di luci, tremolanti. Dieci dozzine di luci, come corde di lampade. Cinquecento luci, un raduno. Diecimila luci per dire “resisti”. Un milione di luci. Persone pattinano verso di lei, i volti alzati, i bordi delle lame scintillanti, cantando la forza dell’eguaglianza.

Loro sono speranza, sono costanza, sono ruggito puro, azzurro e melodico.

Più forti insieme, lei dice, sollevando le braccia.

Più forti insieme, loro le cantano di rimando.

N.B.: Il monitor del mio computer sta smettendo di funzionare. Se dovessi sparire di nuovo per due o tre giorni sapete perché.

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(tratto da: “The woman who will turn off her phone when the war in Syria is over”, di Sara Rosati per El Paìs, 4 maggio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Souad Benkaddour – nell’immagine – è originaria del Marocco e vive a Madrid.)

souad

La prima rifugiata siriana che Souad Benkaddour, 53enne, ha aiutato era una donna incinta con tre bambini arrivata alla stazione degli autobus Méndez Álvaro di Madrid nel settembre 2015. Souad spiega che in effetti lei era in viaggio per Segovia con la sua famiglia quando un vicino di casa la chiamò per sapere se avrebbe potuto fungere da traduttrice per la donna. “Lo dissi a mio marito e lui fece un’inversione a U.”, racconta Souad.

Allora non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stata d’aiuto a più di 500 persone provenienti da Siria, Palestina, Iraq e Bangladesh, o che il suo telefono sarebbe divenuto il numero di soccorso per così tanti rifugiati. Souad e i suoi vicini hanno reso possibile a quella donna siriana, Fayrouz, e ai suoi tre figli di continuare il viaggio verso la Germania. La donna e i bambini avevano attraversato il confine marocchino all’enclave spagnola di Melilla, lungo la costa nordafricana, nascondersi sotto i camion.

Souad e i suoi vicini scoprirono poco dopo che c’erano dozzine di rifugiati che dormivano nel parco antistante la suddetta stazione degli autobus e decisero di lavorare insieme per toglierli dalla strada. Era all’incirca il periodo in cui centinaia di migliaia di siriani bussavano alle porte d’Europa per fuggire dalla guerra. Molti attraversavano Tunisia, Algeria e Marocco per entrare in Europa tramite Melilla, ma per la maggior parte di loro la Spagna era il punto di partenza per altri luoghi – paesi che percepivano come in grado di offrire più sostegno e opportunità. Secondo l’Eurostat, solo 2.975 siriani hanno chiesto asilo in Spagna nel 2016, a paragone dei 300.000 nell’intera Unione Europea.

Centinaia di ong hanno raccolto denaro per aiutarli lungo la via, ma migliaia di persone comuni come Souad li hanno pure aiutati. Assieme ai suoi vicini, ha costruito un ingegnoso sistema di scambio di favori che sta ancora funzionando. Prima che partisse, Souad disse a Fayrouz di dare il suo numero a chiunque avesse bisogno di aiuto e cominciò a ricevere dalle 20 alle 30 chiamate al giorno.

La sua storia personale ha qualche somiglianza con quelle delle persone che assiste. Nella città marocchina di Al Hoceima, dov’è nata, Souad dice di non essere stata libera di agire come voleva: “Volevo poter sperimentare successi e fallimenti senza barriere.”, spiega. Aveva compreso di aver talento nell’aiutare gli altri e offriva sostegno alle ragazze marocchine incinte che avevano a che fare con famiglie intolleranti, mentre sognava di emigrare in un paese in cui le donne fossero libere di vivere le proprie vite. Quando giunse in Spagna all’età di 38 anni prese un profondo respiro: “Sentivo di poter essere me stessa, sentivo di essere libera.”

Sebbene siriani e marocchini presentino alcune somiglianze culturali, Souad non ne aveva mai incontrato uno prima del 2015: “Adesso so persino distinguere da quale città vengono.” C’è una condizione, comunque, per essere aiutati da Souad e dai suoi vicini: un rifugiato che ottenga assistenza deve, in cambio, assistere un’altra persona. “Spiego loro che quando arriveranno a destinazione ci sarà qualcuno ad aspettarli e che in futuro mi aspetto da loro che vadano ad accogliere qualcun altro.”, dice Souad.

La rete che Souad ha creato arriva sino alla Croce Rossa, che la chiama ogni volta in cui una corriera carica di rifugiati lascia Granada per andare a Madrid. L’Asla, la società di trasporti degli autobus, pure si rivolge a lei quando un rifugiato alla biglietteria ha bisogno di un traduttore. La passione con cui si è dedicata alle sofferenze dei rifugiati ha qualche volta interferito con la sua vita familiare. All’epoca, Souad passava ogni giorno della settimana alla stazione degli autobus e il suo telefono squillava 24 ore su 24. Quando lo spegneva, trovava dozzina di chiamate perse non appena lo riaccendeva: “Non potevo rispondere a tutte le chiamate. C’è stato un momento in cui ho dovuto imparare a bilanciare quel che stavo facendo con le necessità della mia famiglia.”

Nel marzo 2016 la Turchia firmò un accordo con l’UE e le chiamate cominciarono a diminuire, a causa della drastica diminuzione del numero di rifugiati in grado di entrare in Europa. In pochi mesi, le centinaia di arrivi giornalieri alla stazione Méndez Álvaro si erano ridotte a una cinquantina. Ora, Souad non va più alla stazione ogni giorni, ma sta ancora ricevendo chiamate, traducendo, organizzando l’accoglienza e aiutando in ogni modo a lei possibile: “Non ho rimpianti nel dare tempo e vita a questa causa.”

Souad non è sicura se definirsi un’attivista – semplicemente si sente a posto quando aiuta altre persone. Agisce per istinto e in modo indipendente. E sebbene centinaia di persone abbiano avuto il suo sostegno, a volte si chiede se non avrebbe potuto aiutarne di più. Ma questi dubbi pignoli sono zittiti dalla prossima telefonata: “Salam Alaikum, Souad. Abbiamo bisogno di te.” E lei risponde con naturalezza, come se la cosa fosse la più normale del mondo. “Spegnerò il telefono quando la guerra in Siria finirà.”, conclude.

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proteste università

Il 4 maggio scorso, il corpo senza vita della 22enne Lesby Berlin Osorio è ritrovato nei giardini del campus dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. Le indagini non hanno portato risultati a tutt’oggi, ma gli investigatori – e di conseguenza i media – hanno offerto alla morbosità del pubblico una cascata di dettagli (e non si sa neppure quanto rispondenti a realtà) sulla sua vita personale. “Aveva consumato alcol e droghe con il suo ragazzo” “Il ragazzo ha deciso di andarsene ma lei l’ha seguito e ha dato inizio a un litigio” (secondo quanto lui dice, perciò dev’essere vero, giusto?), “Non studiava”, “Conviveva”, ecc. ecc. Il suggerimento neppure sotteso è questo: la giovane donna se l’è andata a cercare, ha provocato la violenza che l’ha uccisa. Niente di nuovo, è vero, ci siamo abituate. Ma non siamo obbligate ad accettarlo, sapete.

Le donne messicane, per esempio, hanno deciso che ne hanno abbastanza di questa manfrina ed è così che è apparso su Twitter l’hashtag #SiMeMatan (Se mi uccidono) a corredare migliaia di messaggi del genere, che anticipano le colpe di cui le donne saranno accusate una volta uccise.

– Se mi uccidono: convivo da 9 anni, ho avuto tre figli da due uomini diversi. Bevo un bel po’ di birra e sono sempre stata io a dirigere la mia vita.

– Se mi uccidono, diranno che ho avuto un aborto, che le mie figlie sono nate con il parto cesareo, che le lasciavo all’asilo tutto il giorno e che badavo solo a me stessa.

– Se mi uccidono, diranno che me la sono andata a cercare, cosa ci facevo là, guardate i suoi tatuaggi, le sue cicatrici, le piaceva fare una vita da gangster, non è nessuno – è solo una donna.

– Se mi uccidono sarà perché sono una femminista, perché uso i leggings, perché mi piace camminare da sola la sera tardi e perché ho amici maschi. Cosa potevo aspettarmi di buono.

– Se mi uccidono, mi diffameranno e faranno di me una criminale. Accadrà per qualcosa che ho fatto, o per qualcosa che non ho fatto: non ha nessuna importanza.

Eccetera, eccetera. Potete immaginare. Che la rabbia e la rivolta delle donne siano visibili è però altamente positivo e ha risvegliato la solidarietà di quegli uomini che, parimenti, non ne possono più:

– Se mi uccidono mentre sono alticcio e solo in un vicolo scuro non sarò biasimato per il mio omicidio, perché non sono una donna.

Maria G. Di Rienzo

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Domani e dopodomani, al Teatro Melico Salazar di San José, Costa Rica, Guadalupe Urbina intende esporre in musica il viaggio della propria vita: “Dalla Guadalupe che lasciò la provincia di Guanacaste cantando canzoni di protesta sulla proprietà della terra e la segregazione razziale, alla Guadalupe urbana che “prese possesso” della capitale. La Guadalupe di oggi non può più fare sempre quel che le piace. Questa donna è un poco stanca e il suo corpo richiede attenzione.” L’ultima frase si riferisce ai tre cicli di trattamento medico che la cantautrice ha già affrontato per combattere la presenza di tumori.

guadalupe

Nata nel 1959 da una famiglia contadina (il padre era migrato in Costa Rica dal Nicaragua), ultima di 10 figli, ha vissuto in Europa e viaggiato in Africa. Ha due figli, Antonio e Angela. Attualmente dirige la Fondazione “Voz Propia” che appoggia i/le giovani con aspirazioni artistiche e fa parte della comunità autogestita Longo Mai.

Il movimento che porta questo nome ha origini in Austria, Svizzera, Germania e Francia: giovani della “generazione del ’68” fondarono la prima comunità autogestita in Francia nel 1973 – “Longo maï” in provenzale significa “Possa durare a lungo”. Nel 1979, quando molti nicaraguensi fuggivano dal regime del terrore di Somoza, decisero di comprare terra in Costa Rica per renderla disponibile ai rifugiati, di modo che essi vivessero in modo indipendente e dignitoso. Longo Mai oggi comprende circa 2.200 acri, metà dei quali costituiti da foresta pluviale protetta.

Guadalupe ha ricevuto vari premi internazionali per il suo talento e le sue ricerche sulla musica popolare e la narrazione orale. Dalle tradizioni mesoamericane ha derivato quel che potremmo definire il suo “sentiero spirituale”, che segue le molte dimensioni dell’archetipo femminile. Pittrice, scrittrice, poeta, autrice teatrale, il suo ultimo album in studio – con 11 brani originali – è del 2016: “Cantos Simples del Amor de la Tierra”.

“L’arte ci permette di muoverci, di essere commossi, connessi e rinnovati. – dice Guadalupe – La metafora è il linguaggio che ci permette di entrare in relazione con la soggettività. L’arte, usando linguaggio metaforico, può esprimere in maniera più completa l’esperienza, la conoscenza e la rivitalizzazione delle risonanze che è così cruciale nel rompere l’isolamento per costruire movimenti. La canzone ha un potere unico; è il potere di muovere il tuo corpo e i tuoi sentimenti, di trasportarti inevitabilmente in un luogo che ti dà autorità perché evoca, raccoglie e soprattutto libera ciò che tu hai necessità di liberare.” Maria G. Di Rienzo

madremonte

(Madremonte, dipinto di Guadalupe Urbina)

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