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Posts Tagged ‘solidarietà’

31 maggio 2018, Irlanda del Nord, Belfast: dopo la storica vittoria del referendum nella Repubblica d’Irlanda che ha messo termine al bando sull’interruzione volontaria di gravidanza, resta quest’angolo di mondo governato dalla Gran Bretagna in cui tutto al proposito è illegale, “pillola del giorno dopo” compresa.

Le donne di Belfast sono scese a protestare davanti ai principali tribunali della città (un gruppo di esse era vestito come le Ancelle del romanzo di Atwood) e alcune hanno inghiottito la pillola suddetta di fronte alle telecamere e ai cellulari. Quando la polizia ne ha trascinata via una dall’assembramento, le altre hanno circondato la scena – non ricordo quante volte ho insegnato questa tecnica nonviolenta nei seminari in giro per il mondo – e non si sono mosse sino a che gli agenti non hanno lasciato andare la loro compagna: è la scena che vedete nell’immagine qui sotto.

belfast 31 maggio 2018

Eleanor Crossey Malone, del movimento femminista e socialista “Rosa” è stata una di quelle che ha preso la medicina pubblicamente: “L’ho fatto per sfidare le leggi obsolete e medievali contrarie alla scelta che esistono in Irlanda del Nord. Dopo il referendum non abbiamo intenzione di essere lasciate indietro più a lungo. L’Irlanda del Nord resta una delle due giurisdizioni in Europa a criminalizzare le donne per l’aborto e noi non siamo più disposte ad accettarlo.”

Destra politica e religiosa stanno fremendo: non è dato sapere se le donne che hanno assunto il medicinale fossero incinte o no ed esse hanno già dichiarato che considereranno una grave violazione dei loro diritti umani costringerle a fare test di gravidanza. Io ho il sospetto, fondato su centinaia di esperienze precedenti, che parte di esse – se non tutte – non fossero incinte: quando in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza era illegale, molte attiviste si autoaccusarono di aver abortito come mossa politica e atto solidale.

Comunque, stante una legislazione che impedisce importazione e vendita della pillola, e persino l’assistenza medica a una donna che voglia abortire, come hanno fatto a ottenere il medicinale?

robot distributore di pillole

Con questi simpatici robot, frutto della collaborazione delle organizzatrici con “Women on Waves” e “Women on Web” – organizzazioni che forniscono consulenza e sostegno per un accesso sicuro all’interruzione di gravidanza. Di “Women on Waves”, delle sue attiviste e mediche e della sua nave che si posiziona giusto fuori dalle acque territoriali di nazioni che criminalizzano l’aborto e viene raggiunta dalle donne locali avvisate per tempo, vi avevo parlato in precedenza. L’organizzazione ha la sua base fisica in Olanda, e da là una dottoressa era in diretto contatto con le donne per consigliarle e assisterle. I robot sono stati sequestrati dalla polizia (ma non possono essere minacciati, malmenati, denunciati, messi in prigione, ecc. con qualche risultato, perciò dio sa cosa se ne faranno).

Adesso la palla passa a Theresa May, Primo Ministro del Regno Unito, giacché l’Assemblea dell’Irlanda del Nord (il cosiddetto “Parlamento di Stormont”, dal nome del palazzo in cui si riunisce) è – di nuovo – sospesa. Succede abbastanza spesso a causa dei disaccordi fra i partiti unionisti e quelli nazionalisti: attualmente questo corpo legislativo non funziona dal 9 gennaio 2017.

Le donne dell’Irlanda del Nord, però, per essere riconosciute come esseri umani dotati della piena capacità di esercitare signoria sui propri corpi, hanno aspettato sin troppo.

Maria G. Di Rienzo

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foodbank

Sarah Chapman è una volontaria e un’amministratrice della Banca del Cibo del distretto londinese di Wandsworth. Stanca del modo in cui i media spesso rappresentano gli utenti della struttura in cui lavora (“messi tutti affrettatamente in un gruppo, così che è più facile svergognarli, biasimarli o ignorarli”), in occasione dell’8 marzo scorso ha raccontato per New Statesman le storie di alcune delle donne che frequentano la Banca (cambiandone i nomi per la loro protezione): sono, afferma, fra le persone più forti che io conosca.

“Sasha è una lavoratrice autonoma, madre, che è fuggita dalla violenza domestica. Ha scelto la libertà e la sicurezza in un rifugio, ma si è lasciata alle spalle un certo grado di sicurezza economica e la sua casa. “Cambia il modo in cui pensi a te stessa – dice Sasha – perché quando ti senti dire sei una stupida per molto molto tempo finisci per crederci. Ma ora è diverso.” Sasha, come la maggior parte dei nostri ospiti, è rimasta sconvolta dallo scoprire che aveva bisogno di una banca del cibo: “Conduci un’esistenza in cui non pensi a questa faccenda. Ma poi le cose vanno storte – e non è male venire qui e prendere qualcosa offerto come aiuto.”

Poi c’è Rose. Suo marito l’ha lasciata e la padrona di casa l’ha sfrattata. Senza tetto, si è rivolta al Comune ma è finita in tre posti diversi nel giro di tre mesi: due pensioni e un alloggio temporaneo. Quello in cui sta ora è distante più di quattro chilometri dall’asilo della sua figlia di quattro anni e – in linea con le politiche comunali – ha semplici attrezzi per cucinare, ma non un frigorifero, un freezer o una lavatrice. Senza soldi per comprare un frigo di seconda mano, Rose riesce in qualche modo a comprare cibo fresco ogni giorno avendo una disponibilità di denaro assai limitata. Le hanno detto che le saranno tolti dei benefici quando la sua bambina compirà cinque anni. “Ma – risponde lei – dio mi ha dato mia figlia e io sono felice per questo.”

E dovremmo anche menzionare Emma, che da sola ha sconfitto l’esercito di scarafaggi che l’ha accolta quando ha cambiato casa e che ha portato il figlio a scuola usando due autobus e un treno per un anno. E Maya, che è scappata dalla violenza domestica e ha vissuto, cucinato e dormito con un bimbo lattante, per due anni, in una sola stanza nel mentre condivideva il bagno con altre quattro famiglie senza tetto. Cerca attività gratuite per il figlioletto affinché costui abbia dello spazio per correre e crescere, studia per essere pronta a lavorare quando lui andrà a scuola, e fornisce sostegno emotivo vitale alle nuove madri attorno a lei.

“Tu puoi non essere in grado di controllare gli eventi che ti accadono, ma puoi decidere di non essere diminuita da essi.”, scrisse Maya Angelou. Questo è ciò che vediamo nelle donne che ci fanno visita.

Tu non sei diminuita dalle durezze che attualmente affronti, o dalle voci che dicono “sfruttatrice”, “i lavoratori pagano”, “lavativa”. Noi sappiamo la verità. Sappiamo che tu sei immensamente forte, piena di risorse, in grado di continuare a camminare anche quando il fardello che porti è così pesante. Tu hai valore. E oggi, sei stata abbastanza coraggiosa da chiedere un piccolo aiuto. E’ un onore essere qui con te.”

Maria G. Di Rienzo

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“La gente era solita ridere di noi, ma perché le donne dovrebbero restare sedute in casa? Ai giorni nostri, le donne pilotano aeroplani: perché a noi dovrebbe essere impedito stare in un gruppo musicale?”, dice Sabita Devi, membro della Sargam Mahila Band (in immagine).

Sargam Mahila Band

Adesso non ridono più, comunque. Queste donne sono talmente brave a fare musica da essere continuamente richieste per matrimoni, feste, intrattenimenti vari. Gli abitanti del villaggio di Dhibra, in cui le donne vivono, vedono i furgoni venire a prelevarle e a riportarle indietro – e quando tornano hanno denaro: “Con quel che guadagniamo stiamo mandando a scuola i nostri figli e acquistando cose per noi stesse, come i sari che usiamo per i concerti.”, spiega ancora Sabita.

Le dieci musiciste sono Mahadalit, cioè fanno parte del gruppo più marginalizzato e impoverito dei Dalit (gli “intoccabili”) dell’India. A motivarle e sostenerle è stata un’altra donna, Sudha Varghese. Sudha dirige un’ong che si chiama “Nari Gunjan” (letteralmente “Il brusio delle donne”) e lavora nello stato di Bihar per i diritti delle donne, la loro istruzione e i loro mezzi di sostentamento, nel mentre contrasta attivamente la violenza loro diretta.

Savita, Anita, Pancham, Chhatiya, Sona, Lalti, Bijanti, Domni, Manti e Chitrekha – questi i nomi delle donne del gruppo musicale – si sono addestrate per otto mesi con un’insegnante fornita loro dall’ong: passione, impegno e abilità hanno fatto il resto. In precedenza erano contadine “a giornata”, racconta Sudha Varghese, e stentavano molto. Suonare dal vivo non comporta solo battere i tamburi, ma battere gli stereotipi in cui erano confinate dal patriarcato e ha dato loro “indipendenza e dignità”. Tanto perché possiate stupirvi, Sudha è una suora cattolica.

Maria G. Di Rienzo

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C’era un interno e c’era un esterno alla cerimonia dei Golden Globes, dove come era stato anticipato – e come avrete letto negli insulsi articoli del mainstream giornalistico italiano, zeppi di “sfottò” e di stronzate sul politicamente corretto, nonché scritti con la consueta maestria letteraria da bocciatura ripetuta alle elementari – attrici e registe eccetera si sono davvero vestite di nero per protesta contro le molestie sessuali e gli abusi nei luoghi di lavoro.

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/12/16/e-gradito-labito-scuro/

Ma c’erano donne anche fuori, le Ancelle (Handmaids) che vedete nella foto sottostante con il cartello “Non più in silenzio”. Sul retro dei loro cappelli stava scritto “#TimesUp” (“E’ finita”), a ricordare la loro recente iniziativa di solidarietà con le tutte le loro simili che hanno subito e subiscono molestie al lavoro.

no longer

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/01/10/il-ritorno-dellancella/

Sono le “Hollywood Handmaids” e questo è il comunicato che hanno rilasciato prima di manifestare: “Come branca della Coalizione delle Ancelle, le Ancelle di Hollywood si ergono per l’equità nella rappresentazione di genere e razza, sia sullo schermo che fuori, e per condizioni libere dalla violenza nell’industria cinematografica e dell’intrattenimento.

Le Ancelle di Hollywood sono: registe, scrittrici, produttrici, attrici, comparse, assistenti personali, parrucchiere e truccatrici, addette agli effetti speciali, controfigure, addette alla ripresa, costumiste, trovarobe, scenografe, localizzatrici, addette al casting, editrici, compositrici, pubblicitarie, agenti, aiutanti, macchiniste, elettriciste, elaboratrici di dati, animatrici, doppiatrici, fornitrici di servizi artigianali e catering, contabili, manager di gestione dei talenti, avvocate e molto altro ancora nell’industria cinematografica e dell’intrattenimento.

Siamo state ridotte al silenzio, marginalizzate, sminuite, aggredite, escluse e molestate una volta, due volte, troppe volte. Noi siamo coloro che hanno appreso come questo non sia un comportamento occasionale: questi sono decenni di vecchi schemi giustificati da interi sistemi.

Ci uniamo alla lotta globale per mettere fine alla violenza contro le donne a partire da dove viviamo, lavoriamo e recitiamo – qui a Hollywood, all’interno dell’industria.

Oggi, siamo al fianco delle nostre sorelle e dei nostri fratelli che vestono di nero sul rosso tappeto dei Golden Globes, per dimostrare l’emergere e la crescita della resistenza contro la violenza nei luoghi di lavoro e nella società in generale.

Ci ergiamo in solidarietà con le forti attiviste e attivisti a Hollywood dietro la sigla #TimesUp e con le molte altre iniziative guidate dalle sopravvissute in tutto il paese, lavorando per cambiare leggi e culture e per assicurare sicurezza e dignità a tutte le persone.”

Ve l’ho già detto, qualche volta: il femminismo è il più bel “fare” che esista al mondo. Maria G. Di Rienzo

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(“How can we use our voices more effectively? Navigating narratives, privilege and power”, di Aya Chebbi per ACEVO – 30 things to think about, 25 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.

Aya Chebbi – in immagine – è un’attivista femminista tunisina, tra le altre cose fondatrice e presidente dell’Afrika Youth Movement. Avevo già scritto di lei qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2012/12/06/se-nasco-di-nuovo/ )

aya

Per fare la differenza, in un mondo che sta cambiando moltissimo, dobbiamo essere in grado di maneggiare le narrazioni, il privilegio e il potere.

Narrazioni

Per i prossimi decenni, il mondo continuerà a essere costruito attorno alle narrazioni.

Chi dà forma alle narrazioni? E quali voci sono udite?

Prendete come esempio i giovani. L’anno scorso ho fatto ricerca sulla radicalizzazione giovanile, portando avanti uno comparato fra il reclutamento di Al-Shabaab in Kenya e quello di Daesh in Tunisia. La mia scoperta più importante è stata che la narrativa della vittimizzazione della gioventù marginalizzata sta contribuendo alla radicalizzazione della gioventù stessa.

La narrativa della vittimizzazione è usata dai gruppi estremisti per il reclutamento e per mantenere il sostegno che hanno. Molti giovani hanno interiorizzato l’idea di essere marginalizzati e sono percepiti come eroici quando si uniscono a questi gruppi violenti.

Dobbiamo chiedere a noi stessi: stiamo contribuendo a narrazioni di responsabilizzazione / legittimazione o di immiserimento? Offriamo contro-narrazioni o creiamo nuove narrazioni sulla leadership, la partecipazione e la rappresentanza della gioventù?

Ci sono attualmente due modi in cui il settore dedicato allo sviluppo parla dei giovani – come beneficiari dello “sviluppo della gioventù” o come partecipanti allo “sviluppo guidato dalla gioventù.” Spesso non è chiaro se, come gruppo, i giovani siano ritratti come problema o come soluzione.

Il numero dei giovani raddoppierà nei prossimi decenni. Il primo passo per potenziare la gioventù è cambiare la narrazione, andando dai giovani come soggetti dello sviluppo a elementi motore dello sviluppo. Più generalmente, siamo esposti in modo regolare a narrazioni di misoginia, violenza e sfruttamento, a volte senza alcune visione alternativa del mondo.

Le narrazioni diventano un luogo di appartenenza e identità per molti. E’ cruciale fornire narrazioni alternative per le sfide attuali e l’ignoto futuro. Per esempio, come si manifesta la dignità in narrazioni che degradano gli esseri umani?

Privilegio

Se stai leggendo questo, significa che sei uno/a del 52% delle persone che ha il privilegio di essere online.

Il 48% della popolazione mondiale è offline. Noi possiamo parlare della trasformazione digitale come di una forza innovativa, ma il digitale è anche uno spazio privilegiato, chiuso, elitario. L’informazione è potere e il potere è largamente diseguale, dipendendo da chi può avere accesso all’informazione e controllare la connettività e chi non può.

Quelli che non sono connessi possono essere invisibili, fuori dal raggio della rivoluzione digitale.

Quelli di noi che sono online hanno la responsabilità e l’opportunità di fare la differenza. Far sentire le nostre voci non significa che stiamo parlando per conto di tutti. Significa invece alzare e amplificare le voci di chi è più vulnerabile.

Lo spazio online può essere un respiro di libertà, specialmente nelle società repressive e nei luoghi della società civile. Tuttavia, dobbiamo cercare di prevedere quando il divario digitale si amplierà o si chiuderà.

E cosa stiamo facendo su questo in relazione al genere? O allo sviluppo? Quali sono gli spazi di cui abbiamo bisogno online e offline, per assicurarci che i privilegi dell’accessibilità diventino diritto per tutti? E’ come rendere la cultura accessibile a chiunque e non solo a quelli che possono permettersi i festival.

Potere

Per fare la differenza, dobbiamo credere nel potere delle persone. Il loro potere non di guardare il sistema e lamentarsene, ma di cambiarlo. Il loro potere di migliorare l’umanità e non di distruggerla. Il loro potere che le guida, a partire da un luogo d’amore, a portare guarigione ovunque e a riparare gli spazi spezzati del nostro mondo.

Il potere più forte della nostra era è la solidarietà transnazionale. C’è il potere politico, il potere economico e c’è il potere del lavorare insieme per affrettare il cambiamento con gli attrezzi e i talenti che abbiamo acquisito. Nel mondo globalizzato con le sue varie sfumature di oppressione, le nostri voci saranno efficaci solo se sono unite e disposte a collaborare.

Nel mentre il mondo diventa un villaggio globale, il controllo delle frontiere cresce, dipingendo un futuro incerto. Il legame della solidarietà può essere forgiato o distrutto. Perciò, più costruiamo sul potere della solidarietà, più saremo pronti per il futuro. Le lotte dei prossimi decenni richiederanno la solidarietà transnazionale.

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(“You Told Me I Matter”, di Reeti KC per World Pulse, 20 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Reeti – in immagine – è nepalese e sta studiando Media e Arte all’Università di Kathmandu. E’ un’attivista per il cambiamento sociale che ha già lavorato per media femministi. Desidera “scrivere ed essere parte delle vite delle persone anche se solo per i pochi minuti in cui leggono le mie parole”. Ritengo questo suo pezzo, scritto per ringraziare un’altra donna, un vero e proprio inno alla sorellanza.)

reeti

Cara Claire,

le mie dite tremavano mentre componevo il messaggio di testo per te, tre anni fa. La decisione di svelare il mio segreto dopo anni di silenzio era stata terribile. Ma sapevo di doverlo fare, perciò ho cominciato a digitare.

Ehi, Claire! Ci vediamo alle 4 del pomeriggio di fronte ai cancelli dell’ufficio per l’intervista.

Ho smesso di scrivere, valutando l’opzione di scegliere il silenzio al posto della voce. Onestamente, sembrava la scelta migliore. Con il cuore che batteva forte, un lungo respiro, dita tremanti e ben poca determinazione di metter fine al dolore, ho aggiunto: Oh, e devo dirti qualcosa d’importante.

Ho chiuso gli occhi e ho premuto “invia”.

Potevo sentire il mio cuore battere sempre più forte. Poi, cinque minuti dopo, tu hai risposto: “Okay Reeti. Ci vediamo là.”

Ho passato il resto della giornata chiedendomi se raccontarti o no la mia storia. Mi sono insultata perché stavo pensando di condividerla con una persona che avevo incontrato circa una settimana prima. Partecipavo al programma di “Women LEAD 2014” e non sapevo nulla di te, eccettuate le poche informazioni che avevo raccolto facendo ricerca sull’organizzazione mentre mi preparavo a intervistare te, la co-fondatrice dell’organizzazione stessa. Era il mio primo lavoro da giornalista assegnatomi dalla scuola superiore che frequentavo.

Poiché sono un’introversa e ci metto un po’ di tempo a fidarmi delle persone, non so perché ho scelto di dire tutto a te. Tu eri un enigma per me, con i tuoi occhi dell’azzurro dell’oceano e i tuoi ricci capelli biondi.

Alle 15.30 ero pronta per partire, accompagnata da mio padre. Ero terrorizzata dalla conversazione post-intervista e ancora dubitavo della mia decisione. Ci siamo incontrate alle 16.05 e siamo andate in un vicino caffè. Io ho ordinato un cappuccino e tu un tè al latte. L’intervista è cominciata e finita dopo 30 minuti.

Poi tu hai chiesto: “Allora, cos’era la cosa importante di cui volevi discutere?”

Stavo dando di matto. Nella mia mente, stavo urlando più forte che potevo. Il caffè forte mi aveva fatto venire mal di testa. O forse la causa era l’urgenza di parlare che cozzava con la mia paura di farlo.

Ho respirato profondamente e con voce tremante ho cominciato: “Volevo discutere di…”

Ho parlato. Non avevo mai parlato così in precedenza. Ho continuato e continuato. Ti ho raccontato la storia di quel che era successo tre anni prima. La vergogna a scuola, la gente che puntava il dito contro di me e rideva, l’insuccesso in tre materie, la pressione dei miei genitori e della scuola affinché facessi meglio, il lento discendere nella depressione, lo svergognamento e l’insoddisfazione rispetto alle dimensioni del mio corpo, il sentirmi indegna, sottostimata, un fallimento e un fardello.

Ti ho parlato dei “diari tristi” che tenevo: storie e poesie deprimenti scritte durante la notte. Ti ho detto che piangevo ogni singola notte, di fila, da tre anni. Ti ho detto che avevo in mente un solo pensiero, durante tutto quel periodo: “Voglio metter fine a tutto. Voglio morire.”

Ho visto i tuoi occhi azzurri arrossarsi mentre le lacrime scendevano. In quel momento ho capito perché avevo scelto te per confessare la mia storia. I tuoi occhi azzurri rispecchiavano i miei occhi castani, arrossati e pieni di lacrime. Tu mi capivi, capivi il mio dolore e il mio senso di colpa. Perciò ho continuato a parlare nonostante il nodo in gola e le lacrime nei miei occhi lo rendessero molto difficile. Gli altri clienti del caffè ci fissavano. Non aveva importanza, non me ne curavo. Per la prima volta nella mia vita, non mi importava di cosa altra gente pensava di me.

Ricordo vividamente cosa accadde dopo. Dopo avermi ascoltata, tu semplicemente ti alzasti, apristi le tue braccia e io scivolai in esse. Piangemmo mentre ci abbracciavamo. Stavo macchiando con le mie lacrime la tua bella camicia, ma a te non importava. Ho pianto come una bambina. Non avevo mai pianto in quel modo. Poi tu mi hai detto qualcosa che avrei dovuto sentirmi dire anni prima.

Hai detto: “Sono così orgogliosa di te. Sei forte e hai valore. Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, io ci sarò sempre per te, va bene?”

Avevo così bisogno di sentirmelo dire. Sino a quel momento, credevo che non avrei mai reso nessuno orgoglioso di me, per quanto tentassi. Ero una cattiva figlia, era una cattiva studente. Avevo fallito in tre materie. Non ero una buona amica, perché mi sentivo più al sicuro sola nella mia stanza che in mezzo agli altri. Mi odiavo. Non ero importante per nessuno – neppure per me stessa. Avevo due interi diari pieni di macchie di pianto e di frasi in cui sostenevo di odiarmi. Avevo l’impressione che nessuno si curasse di me. Ma tu lo hai fatto. Tu mi hai ascoltata e hai pianto per me!

Quella piccola conversazione ha cambiato la mia vita.

Dopo quel giorno ho bruciato i diari tristi e ho cominciato a diventare la migliore studente del liceo. Sono ancora in cima alla lista nel mio terzo anni di studi universitari.

Claire, grazie a te ho capito che niente è impossibile quando credi in te stessa. Tu mi dicesti: “Se non credi in te stessa, circondati di persone che credono in te.”

Queste parole sembrano inadeguate a esprimere la mia gratitudine. Così tante opportunità mi si sono aperte solo perché tu mi hai insegnato a credere in me stessa. Mi hai aiutata a comporre il mio primo Curriculum Vitae. Ho fatto il mio primo tirocinio in un giornale e poi ho ottenuto il primo lavoro come giornalista per un’agenzia di stampa internazionale. A 18 anni, ho tenuto il mio primo discorso come conferenziera durante il Giorno delle Donne nel 2015. Subito dopo, una ragazzina è venuta da me a dirmi: “Mi hai ispirata così tanto!”. Solo pochi anni prima, quando ne avevo 15, ero scappata durante una gara di linguaggio perché terrorizzata dal palcoscenico.

Mi sono sempre lamentata di non avere una Fata Madrina, come nella storia di Cenerentola. Ma Claire, tu mi hai fatto comprendere che sono io la salvatrice di me stessa. Pure, non ce l’avrei fatta senza una piccola spinta dalla mia forte e ispirante Fata Madrina nella vita reale, una fata che ha occhi azzurri e ricci capelli biondi.

Reeti

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tweet polizia

L’account Twitter di una stazione di polizia scozzese, operativa nella zona di Lochaber e nell’isola di Skye, è famoso per l’arguzia dei suoi messaggi e per l’affettuosa familiarità che usa nel relazionarsi ai cittadini. Nel gennaio 2016 uno dei suoi tweet fu ripubblicato migliaia di volte: riguardava della cocaina “smarrita”: “Se stasera torni nella tua casa a Skye e ti accorgi che la cocaina manca ce l’abbiamo noi, alla stazione di polizia.” L’hashtag aggiungeva: Vorremmo parlarti un attimo.

Il 18 novembre 2017 la polizia di Lochaber e Skye ha raggiunto di nuovo un pubblico internazionale, con questo messaggio:

“Lettera a una giovane donna che vive a Skye.

Sappiamo che segui questo account e vogliamo che tu veda questo.

Ti abbiamo detto in precedenza che pensiamo tu sia a rischio di abuso domestico da parte del tuo partner. Vogliamo aiutarti e stiamo facendo molte cose con altri enti nel tentativo di mantenerti al sicuro.

Tu puoi non accorgerti di noi e il fatto che noi si sia coinvolti può persino non piacerti, ma noi stiamo costantemente pensando a come possiamo aiutarti.

La tua famiglia e i tuoi amici ti hanno detto che pensano tu sia in pericolo – ti sostengono e vogliono che tu sia al sicuro.

Noi pensiamo sia probabile lui ti abbia detto “Non succederà di nuovo”, “Sono dispiaciuto”, “Cambierò”, forse ti ha persino detto che è colpa tua – NO, NON LO E’.

La violenza, le minacce, i commenti che ti umiliano e i comportamenti di controllo nei tuoi confronti non sono la vita che è necessario tu faccia, può andare meglio.

Non sei intrappolata e non sei sola, noi possiamo aiutarti a uscirne, la tua famiglia e i tuoi amici possono aiutarti a uscirne e @scotwomensaid (1) può aiutarti a uscirne.

Chiamaci, vieni alla stazione di polizia, telefona a qualcuno, parla alla locale Assistente sociale per le Donne (seguono numeri di telefono).

Non c’è scusa per l’abuso domestico. L’aiuto è qui fuori.”

Moltissime donne, soprattutto sopravvissute alla violenza, stanno rispondendo positivamente: raccontando le loro storie, ringraziando la polizia e assicurando sostegno alla donna di Skye.

Maria G. Di Rienzo

(1) indirizzo di Scottish Women’s Aid, la principale organizzazione scozzese che lavora contro la violenza domestica.

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