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Posts Tagged ‘violenza domestica’

(tratto da: “Bolivia Declares Femicide a National Priority”, di Anastasia Moloney per Thomson Reuters Foundation, 16 luglio 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La Bolivia, che ha una delle percentuali più alta di donne uccise per il loro genere in Sudamerica, ha dichiarato il femicidio una priorità nazionale e aumenterà gli sforzi per contrastare la crescente violenza. Da gennaio le autorità hanno registrato 73 femicidi (1), il numero più alto dal 2013. Gli omicidi ammontano a una donna uccisa ogni due giorni.

Tania

“Nei termini del numero di femicidi la Bolivia è al top della classifica.”, ha detto Tania Sanchez (in immagine sopra), a capo del “Servizio plurinazionale per le donne e per la fine del patriarcato” (2) del Ministero della Giustizia boliviano, nonostante le protezioni legali in essere.

Una legge del 2013 definisce il femicidio come crimine specifico e prevede sentenze più severe per i perpetratori condannati. “Noi non siamo indifferenti. – ha detto Sanchez a Thomson Reuters Foundation – La priorità nazionale sono le vite delle donne, di tutte le età, e per tale ragione il Presidente ha sollevato la questione del femicidio come la forma di violenza più estrema.”

L’ultima vittima di femicidio è stata la madre 26enne Mery Vila, uccisa la scorsa settimana dal suo partner a martellate in testa. Questa settimana il governo ha annunciato il suo “piano d’emergenza” in 10 punti.

In Bolivia, la violenza contro le donne è motivata da una radicata cultura machista che tende a biasimare le vittime e a condonare la violenza stessa. Secondo un’indagine governativa nazionale del 2016, sette donne boliviane su dieci dichiarano di aver sofferto qualche tipo di violenza da parte di un compagno.

Sanchez dice che il nuovo piano “prende in conto la prevenzione, così come la cura delle vittime e la sanzione della violenza, la violenza macho” e che una commissione valuterà l’aumentata spesa del governo sulla violenza di genere e la sua prevenzione, così come il grado di successo delle svariate iniziative. Altre misure includono formazione obbligatoria per funzionari statali e operatori del settore pubblico su violenza di genere e prevenzione. Insegnanti di scuole e università riceveranno anche formazione su “la violenza psicologica, sessuale e fisica” che le donne e le bambine sperimentano.

Le vittime dei femicidi in Bolivia e nella regione in generale spesso muoiono per mano di attuali o ex fidanzati e mariti con una storia di abuso domestico alle spalle, dicono gli esperti. “Noi crediamo che l’aumento (dei femicidi) si dia in relazione a un sistema patriarcale che si appropria dei corpi e delle vite delle donne.”, ha detto Violeta Dominguez, capo dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite in Bolivia.

I casi di femicidio restano spesso impuniti, con le famiglie delle vittime che lottano per la giustizia, ha detto ancora Sanchez: dei 627 casi accertati dal 2013, 288 restano aperti senza sentenza, il che Sanchez giudica “allarmante”.

Il Presidente boliviano Evo Morales ha scritto su Twitter lunedì scorso: “E’ ora di metter fine all’impunità e di affrontare i problemi come società.”

(1) In America Latina si usano sovente due termini per definire la mattanza di donne: femicidio – l’assassinio di donne da parte di uomini perché sono donne, a causa della loro “subordinazione” di genere, e femminicidio – che sottolinea l’impunità e le complicità relative ai femicidi: il crimine non viene commesso solo quando si uccide una donna, ma anche quando lo Stato non investiga accuratamente e si fa complice, cioè non garantisce alle donne una vita libera dalla violenza e il loro diritto alla giustizia.

(2) “Plurinazionale” fa riferimento alla definizione ufficiale del Paese: Stato plurinazionale della Bolivia. Adesso vi pregherei di immaginare il Ministro della Giustizia italiano, Alfonso Bonafede, che chiede l’apertura del dipartimento per mettere fine al patriarcato nel suo dicastero. Mission impossible. In alternativa, potete immaginare che lo chieda il Ministro dell’Interno: fantascienza.

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Si alzi il cielo.

Dobbiamo volare sopra la terra, sopra il mare.

Il destino si rivela e se moriamo, si ergono le anime.

Dio, per favore non cogliermi, fino alla vittoria.

(“Till Victory” – Patti Smith)

Nella mia rassegna stampa (internazionale) oggi è spuntato di nuovo questo filo rosso: pornografia / abusi e stupri di bambine.

In Malesia un dodicenne aveva preso l’abitudine di assorbire un po’ di video pornografici su internet e poi mettere in pratica quel vedeva su una bimba di quattro anni, a cui sua madre faceva da babysitter: l’ha stuprata tre volte prima che se ne accorgessero, nonostante la bambina si lamentasse del dolore ai genitali.

In Gran Bretagna, un 48enne similmente aficionado dei video pornografici online deriva da essi l’idea di una “sfida”: filmare segretamente ragazzine (minorenni) sotto la doccia e farla franca. Diciamo che ha raggiunto questo nuovo traguardo per la virilità parzialmente, visto che l’hanno beccato con un bel po’ di filmati sul cellulare.

Insomma, non c’è dubbio che la pornografia sia divertente, innocua e sano svago per tutti: basta con il perbenismo! Avete idea di che danni fa all’industria del sesso? (Sì, purtroppo nessuno.)

E poi c’è l’Italia: “Roma, militare accusato di abusi sulla figlia di 9 anni in caserma: in macchina conservava le mutandine da bambina”. Non solo, aveva in auto anche due dvd molto particolari: un cartone animato dai contenuti pedopornografici, “Il parco delle sevizie”, e un filmato dal titolo “Violenza paterna”.

La figlia di costui – maresciallo 38enne dell’esercito – ha oggi 14 anni ed è ospite di una casa famiglia assieme ai due fratelli. I bambini sono infatti stati allontanati anni fa dai genitori, entrambi militari, perché non accuditi e testimoni di continua violenza. Adesso, la ragazzina ha raccontato il resto e il processo a carico di suo padre è in corso. Come da copione, l’uomo la accusa di raccontare balle: “Sono solo fantasie, ritorsioni di mia figlia perché la sgridavo”.

Ma il tizio che vorrei scuotere come uno shaker (in maniera pacifica e nonviolenta, ovviamente), nella speranza che le sue sinapsi tornino a funzionare, è lo psicologo della struttura in cui la fanciulla si trova.

“Prima di raccontare il dramma vissuto la bambina viveva di camuffamenti. – ha detto costui – Sosteneva che non voleva stare dal padre perché in caserma la lasciava troppe ore davanti alla tv. Perché si annoiava. In quel periodo, essendo all’oscuro di tutto, l’ho anche spronata ad avvicinarsi al padre, per ricucire il rapporto.”

La ragazzina non ce l’ha comunque fatta a DIRE. Spesso, lo psicologo dovrebbe saperlo, per le vittime va così. Ha dovuto usare disegni e lettere per spiegare la situazione. Perché l’uomo che le ha fatto del male, un male la cui cicatrice resterà comunque con lei per sempre, è quello di cui si fidava di più, quello che amava di più, quello a cui doveva la vita. Perché quando da bambina subisci abusi da parte dei tuoi genitori ti senti in torto, sbagliata e cattiva. Taci sia per non sbandierare la tua colpevolezza e vergognarti ancora di più, sia perché se osi aprire solo di un millimetro la bocca al proposito sei a rischio di ritorsioni e immediatamente etichettata come bugiarda.

Adesso che non è più “all’oscuro di tutto”, all’esimio specialista è sorto qualche dubbio sul suo operato? Immagina come si è sentita la sua paziente mentre lui la “spronava” ad accettare un uomo violento, a “riavvicinarsi” al suo carnefice? Era preoccupato che la ragazzina urtasse i delicati sentimenti paterni di un genitore incapace e pericoloso a cui era già stata sottratta?

Prima di raccontare il dramma vissuto la bambina viveva di camuffamenti – Id est, raccontava menzogne, giusto? Dopotutto una femmina è difficile da prendere sul serio, sin dalla più tenera età.

Ma vedete, è strano. Se dici “mio padre mi ha fatto questo” sei una fantasiosa stronzetta che al massimo cerca di vendicarsi per la giusta disciplina imposta dal farabutto con potestà genitoriale, non ti ascolta nessuno e niente niente è colpa di tua madre che ti ha fatto venire la PAS (ciò è a discrezione di psicologi – giudici serenamente ignoranti, visto che dal punto di vista scientifico la cosiddetta “sindrome” in questione ha credibilità ZERO). Se dici “non voglio vederlo perché… mi annoio” – e, ripetiamo, sei stata tutelata con l’allontanamento da tale individuo – inganni immediatamente il terapeuta maschio che ti ascolta: sei sempre una stronzetta, intendiamoci, ma solo superficiale e bisognosa di incoraggiamento a ricucire rapporti.

Poiché ho subito da bambina questo stesso trattamento, e sono passati molti molti anni, il vederlo ancora all’opera è per me insopportabile. E’ il momento in cui mi chiedo se tutto quel che è stato fatto, in decenni di attivismo femminista, per cancellare questa infamia è stato inutile. Mi chiedo persino se io stessa sono inutile. E’ come tentare di risalire un abisso aggrappandosi a una corda fatta di filo spinato. FA MALE. Ma non è stato inutile, non lo è tuttora, e io non mollo la presa, non mollo, scordatevelo. Fino alla vittoria.

Maria G. Di Rienzo

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“Donne, il silenzio del governo sulle politiche di contrasto alla violenza” – Vita – 3 luglio 2019:

“Il 30 giugno era attesa la relazione del sottosegretario Spadafora sui fondi antiviolenza, ma dall’esecutivo nessuna notizia. Silenzio anche sullo stato di avanzamento del Piano nazionale antiviolenza 2017-2020. Con ActionAid anche D.i.Re, Be Free e Telefono Rosa. Per Isabella Orfano esperta della ong «un’occasione persa». «Un totale stallo nelle politiche nazionali di prevenzione e contrasto della violenza maschile contro le donne» osserva Lella Palladino, presidente di Donne in Rete.”

Il Governo non rispetta la legge sul femminicidio – LetteraDonna – 04 luglio 2019:

“A che punto siamo con i fondi antiviolenza? Quante sono le risorse stanziate ad oggi e come sono state utilizzate? A queste domande avrebbe dovuto rispondere la relazione che, secondo la legge sul femminicidio, il sottosegretario alla Presidenza con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora doveva presentare alle Camere entro il 30 giugno. Ma la scadenza non è stata rispettata, e gli interrogativi sulle risorse stanziate, così come sullo stato di avanzamento del Piano nazionale antiviolenza 2017-2020 restano inevasi”.

Quelle 33 mila donne in fuga dalla violenza – La Repubblica – 8 luglio 2019:

“Primo censimento ufficiale dei 338 centri in Italia che aiutano chi subisce aggressioni e minacce. Il piano delle Pari opportunità: arrivano più risorse, quest’anno 37 milioni. Ma anche più controlli. E il sottosegretario Spadafora attacca: “L’Italia è più sessista, e Salvini dà il cattivo esempio”.

In fuga da violenze e abusi. Spesso in pericolo di vita. Senza nulla, a volte, se non i loro bimbi impauriti, portati via per mano, nella notte, addirittura in pigiama. Sono state oltre 33 mila le donne accolte nel 2017 dalla rete capillare dei 338 centri antiviolenza italiani, per la prima volta censiti dall’Istat e dal Cnr su incarico del dipartimento per le Pari opportunità. Ma oltre cinquantamila donne hanno chiesto aiuto (…)”.

Relazione sullo stato di utilizzo delle risorse per centri antiviolenza e case rifugio – no. Relazione sui piani d’azione nazionali contro la violenza di genere – no. (Ambo gli impegni sono previsti dalla legge 119/2013).

Arrivano più risorse? Ma lo stanziamento serve a poco se poi i soldi restano in cassa: Erogazione fondi – 2015/2017 – oscillante fra il 25,9 e il 35,9%. Risorse liquidate da parte delle Regioni, nel 2018, pari al 56,3% del totale. Per la serie: neanche dalla cima dell’Everest si scorge la vastità di quanto allo stato italiano non importi nulla della violenza contro le donne.

Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (pari opportunità, politiche giovanili e servizio civile universale) Vincenzo Spadafora ha sicuramente ragione quando dice che “L’Italia è più sessista, e Salvini dà il cattivo esempio”, ma non può scaricare su altri il proprio palese e dimostrato disinteresse per uno dei dipartimenti che dovrebbe dirigere: “Il Dipartimento per le Pari Opportunità ha il compito statutario e politico di favorire l’affermazione dei diritti universali per tutte e tutti. Spiace constatare che, lungi dall’impegnarsi in azioni realmente trasformative, il Dpo è anche inottemperante rispetto a compiti già messi a sistema e normati, anche rispetto a calendari e scadenzari decisi da tempo, e resi organici attraverso le Conferenza Stato Regioni, che ha normato le azioni governative antiviolenza.”, Oria Gargano di “Be Free”.

Però, Spadafora è uno che può cambiare idea e non solo perché è stato per tre anni presidente di Unicef Italia. Cambiare sembra venirgli facile: segretario particolare del presidente della Regione Campania Andrea Losco (Udeur, cioè Mastella, cioè “cristianesimo democratico” qualunque cosa ciò voglia dire); poi nella segreteria dei Verdi con Alfonso Pecoraro Scanio; poi capo segreteria del Ministero dei Beni Culturali con Francesco Rutelli, Margherita; poi nominato garante per l’infanzia e l’adolescenza da Gianfranco Fini (allora presidente della Camera, Futuro e Libertà) e Renato Schifani (allora presidente del Senato, Forza Italia); infine, nel 2016 entra nello staff di Luigi Di Maio come responsabile delle relazioni istituzionali e nel 2018 è candidato, ed eletto, per il Movimento 5 Stelle.

Se mette questa volontà di esserci sempre e comunque e con chiunque contro la violenza di genere può essere un buon alleato: noi attiviste siamo pragmatiche e puntiamo al merito. Intanto, visto che con Salvini ha a che fare direttamente, potrebbe chiedergli se al “Comitato nazionale ordine e sicurezza” invece di giocare a Risiko con “l’utilizzo di radar, mezzi aerei e navali, presenza delle navi della Marina e della Guardia di Finanza per difendere i porti italiani” possono spendere qualche minuto a riflettere su cosa mina e persino azzera la sicurezza nelle esistenze delle cittadine italiane.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Questo l’ho letto dopo aver pubblicato l’articolo e lo riporto così com’è scritto:

“Utilizzare il dramma (1) della violenza che troppe donne hanno subito o subiscono per attaccare Salvini è vile – afferma Erika Stefani ministro (2) per gli Affari Regionali e le Autonomie – un comportamento che male si addice a chi ha un incarico di Governo così delicato come quello che ricopre Spadafora e che quindi andrebbe ripensato. Sono costernata. La politica non dovrebbe mai arrivare a questo livello”.

Signora Stefani, quando nel 2016 Salvini si produsse nella pagliacciata con la bambola gonfiabile paragonata a Laura Boldrini lei scrisse le stesse cose online, dirette a lui vero? VERO? E gli ha risposto così, per anni “Sono costernata. La politica non dovrebbe mai arrivare a questo livello” ogni volta in cui il suddetto si è prodotto in attacchi squinternati e volgari via twitter a quella che allora era la Presidente della Camera. E’ andata così, VERO?

(1) No, non è uno tsunami ne’ un terremoto ne’ un fuoco d’artificio di raptus: è un problema sociale alimentato anche da linguaggi, stereotipi, atteggiamenti, insulti, “scherzi” sessisti. Come la bambola gonfiabile di cui sopra.

(1) Ministra, grazie. E’ ITALIANO. Foscolo usava il termine già ai tempi suoi e per forza di cose non era stato indottrinato “dalla Boldrini”, giusto?

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4 luglio 2019, Catania – “Abusa della figlia disabile mentale: la moglie lo scopre e lo denuncia, arrestato”.

Da quattro anni stuprava la figlia, oggi 24enne. La moglie (pure affetta da disabilità, simile a quella della figlia) lo ha sorpreso in bagno mentre abusava della giovane.

Il Ministro della Mascolinità Italica, durante i festeggiamenti per l’Indipendenza americana, scatta selfie e scherza sulla sua passione per gli hamburger, poi la notizia lo raggiunge, disturba il suo appetito e lo costringe a commentare: “Una fiaba pessima, horror, surreale. Non ho parole. Cosa bisogna fare per scopare in Italia? Mi vergogno che questo povero uomo italiano, sessantenne, sia stato costretto a rivolgersi alla figlia disabile per il suo legittimo diritto al sesso! Quando le mogli se ne fregano e si lasciano andare e non si riaprono i bordelli questo succede!”

4 luglio 2019, Garlasco (Pavia) – “Getta la compagna dal balcone: donna salvata dai carabinieri che l’afferrano al volo”.

L’uomo ha precedenti per violenza domestica. Gettatosi a sua volta dalla finestra al primo piano – e riportando con ciò la frattura delle gambe – una volta individuato dai carabinieri li ha colpiti con un bastone e delle pietre ferendone tre.

Il Ministro del Sessismo di Stato, durante i festeggiamenti per l’Indipendenza americana, scatta selfie e scherza sulla sua passione per la Coca-Cola, poi la notizia lo raggiunge, il drink gli va di traverso ed è costretto a commentare:

“Una fiaba pessima, horror, surreale. Non ho parole. Cosa bisogna fare per liberarsi di una donna rompicazzo in Italia? Mi vergogno che i carabinieri non siano potuti andare a prelevarla prima, ma comunque il suo volo ha messo a rischio la vita di militari che fanno il loro lavoro. Certo, anche il tizio ha sbagliato, ha aggredito i carabinieri, ma mi dicono che è italiano quindi dev’essere comunista.”

4 luglio 2019, Giugliano (Napoli) – “Maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale, arrestato il marito recidivo”.

Un uomo responsabile di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale, con il divieto di avvicinamento all’ex moglie e sottoposto agli arresti domiciliari, tenta per l’ennesima volta di introdursi in casa di costei.

Il Ministro della Difesa della Razza, durante i festeggiamenti per l’Indipendenza americana, scatta selfie e scherza sulla sua passione per il baseball, poi la notizia lo raggiunge, la mazza che impugnava gli cade dolorosamente su un piede, con il gomito urta sul tavolo la bottiglia di olio di ricino che si versa a terra, tira un paio di “porchi” off the record e poi commenta:

“Una fiaba pessima, horror, surreale. Non ho parole. Ma come è finita la famiglia in Italia per colpa della Boldrini? Mi vergogno che una moglie tenga la porta chiusa in faccia al marito italiano. Da dove viene questa delinquente? Se è italiana come minimo è comunista. Sono arrabbiato e indignato a nome dei militari italiani che ogni giorno rischiano la vita e meritano rispetto, non devono andare a fare i fabbri per far contenti i piddioti e le cornute.”

4 luglio 2019, Roma – “Foto hot da minorenni, poi le ricatta: 18enne condannato a un anno e quattro mesi”.

Riporto il titolo com’è, anche se trattandosi di minorenni non sono “foto hot” ma pedopornografia. Il farabutto che prima posava da “fidanzato” e poi ricattava le ragazzine con frasi di questo tipo: “O ti mostri tutta nuda e ti accarezzi oppure farò circolare le tue foto in intimo su internet”, “Sarai disonorata sui social” ecc., è definito dall’articolista “uno studente con il pallino del sesso”. E che sarà mai, uno non può più avere un hobby, adesso?

Il Ministro della Giustizia Sommaria, durante i festeggiamenti per l’Indipendenza americana, scatta selfie e scherza sulla sua passione per le grigliate del 4 luglio, poi la notizia lo raggiunge, si scotta con una costata di manzo, infila la mano bruciante nella sangria cercando di non farsi notare e commenta:

“Una fiaba pessima, horror, surreale. Non ho parole. Sono indignato e schifato. Mandiamo in galera un ragazzo italiano che si diverte un po’ perché le sgualdrinelle hanno 3-4 anni meno di lui? Anche a me le donne piacciono più giovani (l’ultima per età potrebbe essere mia figlia) e scollate. Questa è una sentenza politica emessa da qualcuno pagato dalle femminaziste e ci dice quanto è urgente la riforma della giustizia. E la faremo, amici! Prima però devo andare a sentire cosa ne pensa l’amico Putin. Bacioni.”

Maria G. Di Rienzo

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I coltelli di ieri, 22 aprile, finiti in cronaca:

Roma – Accoltella la moglie davanti ai bambini, salva grazie all’allarme dato dalla figlia 12 enne;

Salerno – Una coltellata al cuore dal suo ex: donna in fin di vita.

Nel primo caso l’uomo ha 59 anni ed è originario del Senegal, la moglie italiana ne ha 39 e il “salva” del titolo è un eufemismo, in quanto è ricoverata in pericolo di vita; nel secondo caso l’uomo ha 64 anni ed è italiano, la ex compagna è rumena, ne ha 38, è stata colpita più volte all’addome ed è parimenti ricoverata in pericolo di vita: il perpetratore in questione è recidivo, per quanto riguarda l’uso della violenza, infatti nel 2014 era stato condannato per stalking e aveva il divieto di avvicinamento relativo a un’altra donna con cui aveva avuto una relazione.

Il tentato omicidio romano è spiegato così: “È stata accoltellata per gelosia dal marito davanti ai suoi tre bambini.” Il marito le ha sottratto il cellulare e dopo averlo esaminato l’ha aggredita, l’ha rincorsa con un grosso coltello da cucina e con quello l’ha colpita alle spalle. La donna è fuggita in strada e si è accasciata nel sangue, sempre inseguita dal marito, che come si è visto di fronte a potenziali testimoni è tornato a barricarsi e a urlare in casa dove tre bambini terrorizzati di 12, 8 e 4 anni si erano rinchiusi in camera da letto per sfuggirgli.

Senza un battito di ciglia, gli articoli riportano anche la spiegazione del perpetratore: “Ho letto dei messaggi e mi ero accorto che mi tradiva. Sono innamorato di lei e non volevo perderla.”

Il tentato omicidio salernitano ha invece, sempre secondo i sedicenti giornalisti che ne scrivono, questa motivazione: “Non si era rassegnato alla fine della loro storia d’amore e così ha deciso di vendicarsi, accoltellandola.” L’ha fatto in pubblico, fermando l’automobile in cui la donna si trovava con un altro e aprendo la portiera per colpirla, e se un carabiniere che si trovava in zona per caso non fosse intervenuto a bloccarlo avrebbe continuato a infilzarla.

Alla parola “amore”, il dizionario Treccani dà come definizione primaria “sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia”. Salta all’occhio che infilare lame nel corpo di un’altra persona, tentando di ucciderla, non corrisponde al “desiderio di procurare il suo bene”, vero? Inoltre, ammazzare qualcuno significa proprio “perderlo”, senza occasioni ulteriori, per sempre. Presentare un uomo violento che tenta un omicidio come un poveraccio “non rassegnato” a una chiusura sentimentale e quindi ancora innamorato sarebbe solo una patetica stupidaggine, se non contribuisse a mantenere in essere il clima culturale per cui la violenza di genere è accettabile e scusabile e perciò, signore e signori della stampa, dovete smettere di farlo. Ieri era già troppo tardi.

Maria G. Di Rienzo

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Il 1° aprile, i titoli relativi all’assassinio di Stefano Leo erano di questo tenore: “Volevo uccidere, ho scelto Stefano perché mi sembrava felice”. Ragazzo di 27 anni confessa l’omicidio dei Murazzi.”

Il biasimo diretto all’ex compagna dell’omicida, Said Mechaquat, è già presente ma contenuto all’interno degli articoli (“gli negava la possibilità di vedere il figlio” – “La cosa peggiore – avrebbe detto a proposito del suo passato – è sapere che il mio bimbo di quattro anni chiama papà l’amico della mia ex compagna” ).

Il giorno successivo, 2 aprile, i titoli virano decisamente su questa “gustosa” visione alternativa della realtà, per la quale se un uomo uccide, la responsabile è una donna: “Torino, i verbali della confessione di Said: La mia ex non mi fa vedere mio figlio da due anni.” oppure “La confessione di Said Mechaquat, 27enne di origini marocchine, per l’omicidio di Torino: mi hanno tolto un figlio e non ho più l’amore per vivere.”

Nei primi pezzi si attesta che l’omicida “era stato condannato per maltrattamenti in famiglia, era stato lasciato dalla compagna, che non gli lasciava più vedere il figlio”, ove la condanna è una spiegazione più che sufficiente per il tentativo della donna di proteggere il figlioletto e se stessa, ma nei successivi la condanna scompare e si trasforma in “piccoli precedenti penali” non specificati, mentre l’evento chiave è invece “una separazione consensuale causata dall’arrivo di un altro uomo, e turbata dal comportamento di lei che “voleva che il figlio chiamasse il nuovo compagno papà”.”

Le narrazioni partono da qui per spiegare tutto il resto della vita a rotoli di Said Mechaquat, che perde l’impiego per “una discussione” con il datore di lavoro e non ne trova mai un altro, che è senza fissa dimora, che è seguito dai servizi sociali e che, sbocco prevedibile della brutta favola, il giorno dell’omicidio “sentiva delle voci nella sua mente, il richiamo del male” e “avrebbe agito obnubilato da un raptus”.

Esaminiamo un attimo quest’ultimo nelle parole del reo confesso, che si sveglia “molto innervosito”, va al discount e compra un set di coltelli da cucina, poi va a sedersi su una panchina del Lungo Po dove aspetta che passi “quello giusto”:

1. “Io volevo ammazzare un ragazzo come me, togliergli tutte le promesse che aveva, toglierlo ai suoi figli e ai suoi parenti.”

2. “Non sopportavo la sua aria felice (nda: di Stefano Leo). Gli sono andato dietro e l’ho colpito mentre gli sono arrivato quasi sul fianco, sul suo lato destro e impugnando il coltello con la mano sinistra l’ho colpito al collo. (…) Quello è il modo più sicuro di uccidere. Se lo colpisci di schiena è meno sicuro, anche se lo prendi al polmone non sei certo di ammazzarlo.”

3. “Ho colpito un bianco, basandomi sul fatto ovvio che giovane e italiano avrebbe fatto scalpore. (…) Una persona la cui morte avesse una buona risonanza. Non un vecchio di cui nessuno parla.”

4. “Ho visto che cercava di respirare. Si è accasciato dopo aver fatto le scale, cercando di prendere aria. Si è inginocchiato e poi è caduto a terra.”

Nessuno nega che l’autore di un simile omicidio manifesti profondi disturbi psicologici, ma la pianificazione e il resoconto dell’atto sono un po’ troppo lucide per parlare di “obnubilamento da raptus”. Io vedo un soggetto non troppo dissimile da altri della sua generazione: egocentrico e solipsista (un individuo il cui interesse è accentrato su di sé al punto di renderlo incapace di percepire e capire interessi altrui), rancoroso, totalmente privo di empatia (può stare a guardare l’agonia della sua vittima senza provare nulla), che deve scaricare su terzi il peso dei propri fallimenti, che usa la violenza per affermarsi e sentirsi importante (lui sì che conosce i “modi sicuri” per uccidere, cool!) e che ovviamente, in quest’epoca in cui chi commette reati li filma e li pubblica sui social media, deve renderla il più “spettacolare” possibile.

Ma in tutto questo, suggerisce il giornalismo nostrano, Said Mechaquat non ha vere responsabilità, perché sono le donne che l’hanno fatto piombare in un “abisso di delusioni”: si era “sposato giovanissimo in Marocco con una connazionale” ma il tutto è finito con una separazione; la relazione con la giovane italiana da cui ha avuto un figlio “è durata alcuni anni, poi lei si è trovata un altro”; “ha cercato affetto e “coccole” in altre donne” ma anche queste lo hanno “deluso” e “Mechaquat ne ha sofferto” – però non è mai riuscito a riflettere su se stesso, perché le relazioni di coppia si fanno funzionare o si fanno fallire in due (e la sofferenza è condivisa anche da chi prende la decisione di chiudere) e se tu ripeti lo stesso schema comportamentale ogni volta senza imparare dalle lezioni del passato sì, forgi il tuo personale destino come una serie di delusioni a catena. Ma sei sempre TU a forgiarlo, non LEI o LUI.

Suggerire che se le donne l’avessero coccolato di più Mechaquat non avrebbe ucciso, oltre a essere una tesi abominevole, fornisce validazione e ulteriore spinta alla violenza, anche contro le donne stesse a cui invariabilmente è addossata la colpa di azioni e decisioni prese dagli uomini con cui hanno / hanno avuto relazioni.

Permetti a un uomo violento di passare il tempo con tuo figlio e poi lui lo ammazza, vergognati. Non permetti a un uomo violento di passare il tempo con tuo figlio e poi lui ammazza una persona a caso, vergognati. Mettete fine a questa attitudine, redazioni giornalistiche, perché non c’è ammontare di click che valga una vita umana.

Infine, scusatemi, non provo alcuna commozione nel sentire che Mechaquat “non ha più l’amore per vivere” perché ho il fondato sospetto, dato dalla sua storia personale e dalla fine dell’innocente Stefano Leo, che costui non sappia nemmeno cosa l’amore è.

Maria G. Di Rienzo

* “Delitto Murazzi, ipotesi scambio” – Gli aggiornamenti odierni confermano la mia impressione di un’azione lucidamente programmata: il giovane ucciso somigliava molto al compagno della ex di Mechaquat, già minacciato da quest’ultimo di “taglio della gola”: conoscendone le abitudini, l’assassino avrebbe atteso un’ora e un quarto per poi assalire la persona sbagliata. La manfrina però non è ancora cambiata. Il compagno dell’ex è infatti definito come “l’uomo che aveva preso il suo posto nella vita della ex e di suo figlio”. Noi donne non siamo fatte di una fila di sedie al cinematografo. Quando avete una relazione con noi ciò non equivale a esservi comprati la tessera per una poltroncina perenne nelle nostre vite.

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(tratto da: “Gripping refugee tale wins Waterstones children’s book prize”, un più lungo articolo di Alison Flood per The Guardian, 22 marzo 2019, trad. Maria G. Di Rienzo)

onjali

Onjali Q Raúf (in immagine) ha vinto il Premio Waterstones per la letteratura per l’infanzia con il suo romanzo di debutto, che ha scritto mentre si stava riprendendo dall’intervento chirurgico che le ha salvato la vita.

Raúf è la fondatrice dell’ong umanitaria “Making Herstory” (“Creare la Storia di Lei”) che combatte il traffico e la messa in schiavitù delle donne. Dopo un’operazione raffazzonata per l’endometriosi, che l’ha lasciata in preda al vomito e a dolori paralizzanti, le fu detto che aveva solo tre settimane da vivere. In seguito, un estensivo intervento chirurgico l’ha salvata, ma ha costretto Raúf a passare tre mesi di convalescenza a letto.

Durante quel periodo, tutto quello a cui riusciva a pensare erano le donne che aveva incontrato lavorando nei campi profughi a Calais e Dunkirk, alcune delle quali erano in stato di avanzata gravidanza, o sofferenti, e in particolare a una donna siriana, Zainab, che aveva appena messo al mondo un neonato di nome Raehan.

“Di colpo questo titolo, “The Boy at the Back of the Class” (“Il bambino in fondo alla classe”), mi è saltato in mente. – ha detto Raúf – Non riuscivo a smettere di pensare a Raehan e non appena i medici mi hanno detto che era ok stare di nuovo seduta, tutto è semplicemente straripato fuori. Il libro è stato scritto, letteralmente, in sette o otto settimane.”

Il romanzo racconta la storia di un profugo di nove anni, Ahmet, che è fuggito dalla guerra in Siria. Quando i bambini della sua classe scoprono che è separato dalla sua famiglia, escogitano un piano per dare una mano.

Secondo la responsabile acquisti di Waterstones per la letteratura per l’infanzia, Florentyna Martin, “The Boy at the Back of the Class” è un futuro classico, che mette in mostra il meglio di cosa le storie possono ottenere.

“Raúf ha distillato quel che significa essere una persona aperta e positiva in una storia che scintilla di gentilezza, umorismo e curiosità. – ha detto Martin – I suoi personaggi escono dal libro con un caldo sorriso, completamente formati come esempi e modelli per la vita di tutti i giorni, pronti a portarti in un’ambiziosa avventura che è sia divertente sia eccezionalmente appassionante. I libri per bambini hanno un mucchio di istanze difficili da trasmettere ai giovani lettori, e Raúf abbraccia questo con un approccio che è spassoso, ottimista e dal cuore aperto in modo travolgente.” (…)

Raúf ha dedicato “The Boy at the Back of the Class” a Raehan, “il Bimbo di Calais. E ai milioni di bimbi rifugiati nel mondo che hanno necessità di una casa sicura e amorevole.” Ma non l’ha più visto da allora.

“Sfortunatamente ho perso contatto con loro lo stesso giorno in cui ho incontrato Raehan. – ha detto – Mentre stavamo partendo abbiamo visto la polizia venire a demolire l’accampamento. Avevo il numero di telefono di Zainab e ho tentato di chiamarla il giorno dopo, ma il telefono non riceveva, perciò non so dove siano o se stiano bene. Raehan dovrebbe avere due anni e mezzo, ora.”

Raúf sta in questo momento scrivendo un altro romanzo, “The Star Outside My Window” (“La stella fuori dalla mia finestra”), che affronta il tema della violenza domestica attraverso la storia di una bambina che va a caccia di una stella “per tristi motivi”. Ma i suoi impegni principali sono la sua ong e il campo profughi dove continua a lavorare durante il tempo libero.

“E’ davvero surreale, perché la mia vita normale e la vita del mio libro sono due mondi così differenti. Io sto incontrando persone che sono sconvolte, che sono state trafficate, tento di maneggiare questioni su basi emergenziali, ed ecco che nell’altro mondo ci sono champagne e pasticcini. Vincere questo Premio è stato strabiliante, una vera enorme ciliegia su una torta fantastica.”

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