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Posts Tagged ‘violenza domestica’

La violenza di genere ha questa singolare qualità: le vittime di assalti, pestaggi, stupri e persino omicidi sono più spesso che no biasimate per ciò che è accaduto loro. Invece di reiterare che i loro corpi e i loro diritti umani sono stati violati, i media – e non solo – si chiedono di routine se le donne hanno fatto abbastanza (e in caso positivo se quell’abbastanza è stato fatto bene) per garantire la propria sicurezza. Nel mentre i loro aggressori sono oggetto di profondi – si fa per dire – scavi psicologici, semplicemente tesi ad allontanare la riflessione sulle radici patriarcali del loro agire, a singolarizzarli dal contesto sociale e a rubricarli come “travolti” da svariate vicissitudini, le vittime subiscono un severo scrutinio inerente le loro abitudini, le loro vite sessuali, il loro abbigliamento, il loro comportamento, la loro apparenza: il tutto in accordo a falsi miti sulla violenza e a stereotipi di genere che più vecchi e misogini non si può. Da quest’ultimo esame escono svariate forme di ri-vittimizzazione che vanno da “lo ha provocato” a “troppo brutta/vecchia per essere stuprata” (14 novembre 2019: “Sequestra e violenta una donna di 70 anni per 11 ore: a Milano arrestato un 29enne”).

Per esempio, le donne possono essere corresponsabili della violenza subita in quanto “deboli” e “codarde”:

La Repubblica, 14 novembre 2019, titolo: “Rimini, finge di ordinare una pizza e chiede aiuto al 112 per le botte e violenze del marito”.

Occhiello: La donna subiva maltrattamenti da tre anni, senza trovare la forza di denunciare.

Incipit: “Tre anni di maltrattamenti e botte. Tre anni in cui ha subito senza avere la forza di denunciare.”

Dal testo: “La donna ha quindi trovato la forza di raccontare: picchiata e malmenata da tre anni senza aver mai trovato la forza di denunciare, nemmeno dopo essere stata refertata in ospedale per fratture agli arti ed ecchimosi importanti.”

Il Messaggero, 14 novembre 2019, titolo: “Manfredonia, medico arrestato per violenza sessuale su cinque pazienti”.

Dal testo: “Oltre ai 5 episodi contestati tra il 2004 ed il 2019, gli investigatori sono convinti che potrebbero esserci altre vittime degli abusi che non hanno ancora trovato il coraggio di denunciare il medico.”

L’analisi – si fa sempre per dire – ignora o sceglie di non considerare a cosa va incontro una donna che immediatamente denuncia un sopruso ai propri danni: il suo percorso è costellato di deterrenti, costituiti dai pregiudizi di coloro con cui viene a contatto e se tali pregiudizi assumono consistenza assai concreta quando sono espressi da agenti di polizia, medici e infermieri e assistenti sociali, avvocati e giudici, non sono meno devastanti quelli espressi da parenti, amici, colleghi di lavoro e così via.

Chi appare davvero carente di forza e coraggio, non solo nel sostenere le vittime ma nel riconoscere la violenza contro le donne come risultato primario della diseguaglianza di genere, è la società nel suo complesso. E’ facile posare da saggi dietro a una tastiera e consigliare alla donna di lasciare l’uomo violento, di denunciare, di comportarsi o non comportarsi così e colà, come se i due fossero sullo stesso piano: non lo sono (ancora e ovunque) ne’ socialmente ne’ legalmente. Una donna può tornare dal partner che abusa di lei non perché “ama troppo” o “ama male” ma perché è economicamente dipendente o perché ha assorbito a sufficienza le stronzate misogine sul ruolo e sulle sue responsabilità come compagna / madre che girano senza controllo (cosa accadrà ai bambini se lei li sottrae al padre?).

Sicuramente più produttivo in termini di contrasto alla violenza è dire / intimare ai violenti di smettere. La legge fa la seconda parte, ma la prima dobbiamo farla noi.

Maria G. Di Rienzo

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leah

Sembro grassa con questo? Sento per caso una ragazzina dalla taglia ordinaria chiederlo a un’amica nel camerino accanto al mio, mentre io – una vera persona grassa – sono al quinto indumento che non passa oltre le mie cosce e il mio didietro. Sono indumenti “della mia taglia ma non proprio”, giacché molti abiti non corrispondono alla taglia che dichiarano. Resto là, stuzzicata del suo commento, mentre un altro paio di jeans giace alle mie caviglie.

“Sembro grassa con questo?” è una frase che molte di noi usano, hanno usato o hanno sentito dire da altre. Quel che significa davvero è: “Sono brutta?” Significa che nessuna vuol sembrare grassa perché pensa che grassa equivalga a pigra, sciatta, indegna. Significa “Non posso essere uno sballo con questo vestito se mi fa apparire come se avessi un chilo in più.” Una frase del genere urla “insicurezza” da parte di chi la dice. (Lo affermo e sostengo!)

Quando qualcuna la rivolge a me, io la guardo e replico: “Be’, io sono grassa.” La persona in questione diventa rossa in faccia, sgrana gli occhi. “No, no. – balbetta – Non sei grassa!” Oh sì che lo sono.

Sono grassa e nera.

Grassa e musulmana.

Grassa e sto bene.

Grassa e vulnerabile.

Grassa e atletica.

Grassa e grande viaggiatrice.

Grassa non è una parolaccia. Perciò, smettete di usare tale parola per descrivere le vostre insicurezze.”

Leah Vernon, in immagine sopra, è una video-blogger, stilista, conferenziera e scrittrice. Nello scorso ottobre è uscito il suo libro autobiografico “Unashamed: Musings of a Fat Black Muslim” – “Senza vergogna: riflessioni di una grassa nera musulmana”.

unashamed

E’ un testo dall’onestà “feroce”, dove l’Autrice dà conto del processo che l’ha portata a considerare il proprio corpo un simbolo di ribellione e speranza. Povertà, le regole e i gli stereotipi di genere specifici per essere una “brava ragazza musulmana”, un padre perdigiorno e una madre affetta da disagio mentale, dieci anni di matrimonio con un uomo violento, un’interruzione volontaria di gravidanza praticata in segreto – Leah ha vissuto tutto questo e ne è uscita come un raggio di sole da una nube.

Maria G. Di Rienzo

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2 novembre 2019: “Milano, abusi sulla figlia minorenne, arrestato un uomo di 44 anni – Il racconto shock di una ragazzina: arrestato il compagno della madre”

Quest’uomo picchiava abitualmente la convivente sino a romperle naso e costole e danneggiarle la milza.

La figlia maggiore di costei, ora quattordicenne, ha subito assalti sessuali dal “patrigno” da quando ne aveva dodici.

La ragazzina nascondeva nell’armadio i fratelli più piccoli quando cominciavano i pestaggi diretti a sua madre. Se i bimbi infatti scoppiavano a piangere, l’uomo li infilava sotto la doccia fredda per farli smettere.

Uno dei fratellini è un neonato, l’unico a essere figlio del 44enne: alla visita medica è risultato in astinenza da sostanze stupefacenti. Pare che l’uomo costringesse la compagna ad assumerle durante la gravidanza.

L’individuo in questione ha un procedimento penale in corso per minacce al giudice che aveva deciso di togliere il neonato ai genitori. Nel 2015 era stato processato per violenze e maltrattamenti nei confronti dell’allora ex compagna. E’ stato assolto in appello, perché “la ricostruzione della donna è stata ritenuta inattendibile”.

Ormai è un classico: faccio da decenni abitualmente una sorta di “giro del mondo” fra inchieste, ricerche, studi sulla violenza di genere e la questione continua a saltar fuori ovunque.

1. Quando le donne condividono o denunciano esperienze di violenza i loro racconti sono troppo spesso ignorati, minimizzati, trivializzati e usati contro di loro – dalle forze dell’ordine, dai tribunali e dai media. Se a giudicarti bugiarda a priori e comunque sempre corresponsabile dei torti che hai subito sono proprio quelli che dovrebbero difendere i tuoi diritti umani, ciò serve da alimentatore della violenza e da deterrente per le prossime vittime. Sono così stanca di doverlo ripetere che potrei mordere il prossimo idiota ululante: “denunciate, perché non denunciate, allora vi sta bene, ecc.”

2. Il segnale più consistente che un uomo sia incline a usare violenza contro le donne è il suo manifestare attitudini patriarcali, sessiste, sessualmente ostili. Tuttavia, se la società di cui fa parte sta al gioco e ciancia di scherzi, ironia-opinione, esagerazioni o menzogne o vittimismo da parte delle donne, mostrando un’assoluta mancanza di empatia, le probabilità che un uomo abbandoni tali atteggiamenti si aggirano attorno allo zero.

Vogliamo fare qualcosa al proposito? Soprattutto, gli uomini vogliono agire? Molto bene.

A livello individuale:

– Cambiate il modo consueto e quotidiano in cui parlate di donne. Al prossimo commento cosce-tette-culo, al prossimo insulto sessista, alla prossima prevaricazione o discriminazione, al prossimo atto di violenza: sottraete attivamente il vostro consenso. No, non ci sto, non mi fa ridere, non voglio discutere in questi termini, non voglio essere complice dei tuoi abusi, se non riesci a mutare quest’attitudine io non voglio parlare con te dell’argomento.

– Cercate le voci delle donne e ascoltatele. Intendo: veramente. Tacete, non intervenite, non interrompete, tenete le mani distanti dalla tastiera – per una volta, ascoltate e basta.

– Esaminate criticamente quanto credete di sapere dell’altra metà del cielo. Vi hanno detto questo e quello, avete letto questo e quest’altro, ma le informazioni concordano o no con le esperienze che le donne vi narrano?

– Fate pratica di empatia mettendovi nei loro panni. Voi non avete paura di uscire quando fa sera. A voi non sono rifilati ogni giorno centinaia di avvisi e consigli su come e dove muovervi, su cosa indossare e perché, su come apparire o scomparire. Voi non siete bersagli predestinati a causa del vostro sesso. Accettereste un’esistenza simile, la trovereste gratificante?

– Unitevi a gruppi / associazioni / forum che discutono seriamente di violenza di genere, agiscono fattivamente in merito e chiedono alla classe politica di intervenire.

A livello istituzionale, se siete fra i decisori:

– Prendete pubblico impegno ad ascoltare e rispondere alle donne e per la loro inclusione nei processi decisionali.

– Espandete la discussione sulla “sicurezza” in modo che diventi più sensata, olistica e inclusiva. La sicurezza delle donne è messa in discussione per l’intera durata delle loro vite dalla violenza di genere.

– Siate proattivi e create spazi per la discussione e la partecipazione.

– Valutate e migliorate leggi, politiche e pratiche.

– Pretendete l’applicazione dei protocolli nazionali ed internazionali già in vigore ma del tutto disattesi.

– Date l’avvio a processi di istruzione / aggiornamento per chiunque entri professionalmente in contatto con donne vittime di violenza: polizia, carabinieri, operatori sanitari, magistrati. Tenete presente che non potete affidare progettazione e organizzazione dei corsi alla prima squinternata in cerca di riflettori che passa. Chi deve tenere il timone sono le organizzazioni e le reti di donne che lavorano contro la violenza.

– Sostenete e finanziate dette organizzazioni e reti.

Maria G. Di Rienzo

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“Io tua figlia la sbatto e la stupro quando voglio, tu non mi puoi fare niente perché sono minorenne, non mi puoi toccare, faccio quello che mi pare perché non sono punibile”.

Così, riporta la stampa in questi giorni, in quel di Perugia un ragazzino avrebbe risposto al padre della 13enne che molestava da tempo mediante “una pesantissima serie di apprezzamenti, inviti e ricostruzioni a sfondo sessuale”. Di sfuggita, vorrei far notare a giornalisti e non che gli “apprezzamenti” in genere non inducono disagio e malessere nella persona che li riceve ne’ riducono la stessa a tette-culo-cosce a cui fare questo e quello: perciò, smettete di chiamare le molestie sessuali “apprezzamenti”, grazie.

La vicenda finisce in cronaca perché il giovanissimo sedicente “stupratore in fieri” ha denunciato il padre della sua vittima per lesioni e minacce, l’uomo nega di averlo malmenato e parla di ritorsione da parte del ragazzo, ma questa è ormai materia per i tribunali e non più di mia competenza. I giornali non specificano l’età dello stalker, tuttavia se è stato in grado di presentare una querela personalmente deve avere almeno compiuto 14 anni (art. 120 del Codice Penale).

Di fianco a questa notizia si può leggerne un’altra che riguarda un ragazzino di Novellara (Reggio Emilia) ancora più giovane:

Aiuto, papà vuole uccidere mamma: 12enne chiama i carabinieri e fa arrestare il genitore. (…)

Le indagini hanno rivelato che l’uomo, dal 2013, sottoponeva a costanti vessazioni fisiche e morali la moglie 35enne, sistematicamente insultata, minacciata anche mostrandole un ascia, e picchiata con pugni, schiaffi e calci anche di notte per impedirle di prendere sonno (…) arrivando a costringerla con violenza e minaccia a subire atti sessuali completi persino davanti ai figli minori”. Papà, tra l’altro, sventolava l’ascia anche di fronte al dodicenne, tanto per fargli capire a cosa si va incontro quando un UOMO a tutte maiuscole è contrariato.

L’Italia, oltre ad avere un’immeritata fama di Paese in cui “guai a toccare i bambini”, ha firmato dozzine di convenzioni e protocolli internazionali riguardanti la tutela dei minori, ha istituito dal 2011 un’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e nel luglio scorso financo una “Squadra speciale di giustizia per la protezione dei minori”. Sono convinta che la maggior parte delle persone che lavorano nell’ambito siano competenti in svariate discipline, sinceramente interessati al benessere dell’infanzia e svolgano il loro lavoro con coscienza: sono meno convinta che sappiano riconoscere il peso che stereotipi e discriminazioni di genere hanno nel creare e mantenere in essere la violenza.

Lo “stalkerino” di Perugia sembra avere in mente un quadro assai chiaro per cui le donne sono fatte per essere sbattute e stuprate. Non distingue la violenza dal sesso. Il fatto che gli assalti sessuali siano reati è solo una seccante convenzione sociale che comunque lui, per il momento, è in grado di ignorare bellamente. Non è unico e speciale in tale atteggiamento: una marea di suoi coetanei la pensa allo stesso modo ed esprime con larghezza sui social media convincimenti identici o similari. Questi sono comportamenti appresi, non inclinazioni naturali, e io non vedo nulla all’opera per contrastare le condizioni in cui essi si formano: cioè, non percepisco da parte delle istituzioni alcun tentativo per rompere con la visione patriarcale del rapporto tra i sessi – il quale, come è evidente nella vicenda del ragazzino di Novellara, fa malissimo alle femmine tutte ma non omette di ferire gravemente un bel numero di maschi.

Adesso immaginate i due adolescenti di fronte a una terza notizia in cronaca negli stessi giorni:

“21 ottobre 2019 – Coccaglio, Brescia: Prende a martellate moglie e figlia, patteggia e torna a vivere accanto a loro. (…) L’uomo ha patteggiato una condanna a quattro anni e sei mesi per tentato omicidio. In giornata lascerà anche il carcere per poter tornare ad abitare nella palazzina della famiglia. Non risiederà nella stesso appartamento di moglie e figlia, che potrà però liberamente incontrare, ma in un’abitazione al piano inferiore.” Il tentato omicidio risale alla scorsa estate.

Perugia: Se dopo averla sbattuta e stuprata tenti di ucciderla, non è una cosa grave. Puoi uscire dal carcere in un paio di mesi. Se la ammazzi sul serio magari qualcosa di più, 6 mesi, un anno? Se resta viva puoi persino continuare a stare con lei o molto vicino a lei… Pensa a come si cagherà addosso, la stronza. E’ ovvio, le donne sono fatte per nostro uso e consumo, non dobbiamo loro alcun rispetto, sono meno che umane.

Novellara: Ma allora a cosa serve chiamare la polizia, chiedere giustizia o risarcimento? Che valore hanno il dolore di mia madre, il mio, quello dei miei fratellini? A mio padre sarà permesso tornare a casa, mi imporranno di incontrarlo, lo imporranno alla mamma? Sembra che le donne siano fatte a uso e consumo degli uomini, non si dà loro alcun rispetto, sono meno che umane.

Maria G. Di Rienzo

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vida nueva

La “nuova vita” del titolo è il nome di una cooperativa artigiana di donne indigene messicane (alcune le vedete in immagine con i tappeti che producono) fondata nel 1996 da Pastora Asunción Gutiérrez Reyes. Il suo scopo era ed è dare opportunità economiche, diritti umani e sogni a donne in condizioni difficili – vedove, madri single e vittime di violenza domestica costrette a lottare ogni giorno con gli svantaggi posti su di loro da una società patriarcale e machista. Ma l’intento iniziale si è ovviamente ampliato con il tempo: a Vida Nueva vogliono che le bambine e le ragazze possano andare a scuola e che le donne abbiano abbastanza potere da decidere cosa vogliono fare delle loro esistenze, perciò investono energie, tempo e denaro in progetti comunitari diretti a tali fini: negli anni hanno per esempio fornito assistenza sanitaria gratuita e creato un sistema di riciclo rifiuti. Tessere a Teotitlán era loro originariamente proibito, in quanto “lavoro da uomini” (vedete quanto arbitrari sono gli stereotipi di genere?), ma per fortuna di tutti/e se ne sono fregate.

Global Citizen ha raccontato la loro storia in un documentario qui:

https://www.globalcitizen.org/en/connect/activate/episode1/

Inoltre, ha pubblicato in settembre una lunga intervista con una socia della cooperativa, Silvia Zitlaly Gutiérrez Reyes, di cui riporto un brano. (Silvia è l’unica del gruppo ad aver frequentato l’università ed è quella che nel 2004 parlò alle Nazioni Unite delle violazioni dei diritti umani subite da bambine e bambini indigene/i)

Global Citizen: Quante sfide avete affrontato da quando iniziaste?

Silvia Zitlaly Gutiérrez Reyes: Durante questi 22 anni abbiamo visto cambiamenti. Dapprima tutti ci criticavano e dicevano che eravamo pazze. Ci hanno anche chiamate prostitute e donnacce, ci hanno rigettate e guardate male. Ma ora, con tutto il lavoro che abbiamo fatto, abbiamo guadagnato il rispetto della gente nella comunità. Molte persone ora dicono che non pensavano le donne potessero portare alla comunità qualcosa di buono. Grazie a tutto il lavoro svolto ora le donne possono decidere, abbiamo imparato di più sui nostri diritti e abbiamo fatto in modo che ci rispettassero.

Global Citizen: In che modo percepisci che i cambiamenti hanno avuto impatto sulle vostre vite?

Silvia Zitlaly Gutiérrez Reyes: Ora possiamo dire forte e chiaro “NO” quando gli uomini ci dicono qualcosa di sbagliato. Abbiamo imparato a difendere le nostre idee e quel che vogliamo fare. Le nostre figlie stanno già studiando, un grande risultato considerato che nel passato non ricevevamo sostegno dalle nostre famiglie per studiare o viaggiare. La maggioranza delle donne di Vida Nueva non è andata a scuola e persino Pastora, la fondatrice, ha finito solo le elementari. Ora per noi è più facile creare documentazione, cercare sostegno, preparare i nostri seminari eccetera.

Global Citizen: I vostri prodotti artigianali non sono solo grande arte ma preservano anche il valore della cultura Oaxaca. Puoi darmi qualche dettaglio sul valore che sta dietro i vostri prodotti?

Silvia Zitlaly Gutiérrez Reyes: Il nostro lavoro si concentra sulle tecniche ancestrali. Ogni pezzo che produciamo ha un processo ancestrale, creativo e innovativo. Ciò che di certo rende il nostro lavoro speciale è che ancora ci basiamo sulle tecniche che sono state tramandate di generazione in generazione. Usiamo tinture naturali che vengono da piante, frutti o insetti come la cocciniglia del carminio. Per innovare abbiamo lezioni di disegno e colorimetria e poi usiamo le nuove tecniche e le fondiamo con le antiche.

Ciò che dà un valore unico ai nostri pezzi è la qualità di cui cerchiamo di aver cura in ogni prodotto. L’intero processo prende approssimativamente tre mesi, perché elaboriamo il materiale grezzo, raccogliamo le piante o prepariamo i pigmenti. Ogni donna mette non solo il suo talento nel suo tappeto, ma anche il suo cuore e la forza di una donna che lotta per una nuova vita.

La cosa importante nel nostro lavoro, e per noi, è che ogni pezzo ha un significato speciale. E nella maggior parte dei casi, questi significati parlano di liberà, sogni e sfide che noi come donne vogliamo realizzare.

Maria G. Di Rienzo

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Mi domando se sia possibile che i titoli per gli articoli di cronaca sulla violenza di genere li scriva tutti un’unica persona, per ogni quotidiano online: non è possibile, giusto? Sarebbe bello, chiaro, così potrei dire che c’è solo un individuo – al minimo superficiale e disinformato, al massimo connivente – a fornire alimento alla violenza giustificandone i perpetratori e chiederne conto direttamente a costui.

Oggi, 19 ottobre 2019:

1. Strangolata dal marito, il messaggio di Roberto all’amico: «Giuro non ero in me».

Avevo accennato alla vicenda qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2019/10/17/cosa-ci-vuole/

Mentre scrivevo due giorni fa la giovane donna era ancora viva. Adesso è morta. Secondo il giornale in questione il suo decesso è dovuto al fatto che “lei voleva separarsi, lui no” e il marito “non accettava di averla persa”, in più non era in sé (raptus). Ma il sé precedente all’uxoricidio non appare tanto gradevole, se dobbiamo dar conto di quello che metteva online, tipo il meme sul femminicidio “Fatti brutta o ti uccido” corredato da faccine sorridenti sue e di altri 480 farabutti, o i messaggi alla moglie in cui le spiega ripetutamente “ai sbagliato” (letterale). Certi uomini devono avere il raptus cronico: è indotto dalle donne, ovviamente, giacché queste ultime si ostinano a voler prendere decisioni sulle proprie vite, quando tutti sanno che solo gli uomini sono titolati a farlo.

Per l’assassinata Giulia Lazzari ci sarà una fiaccolata nel suo Comune, Adria. Potete scommettere che i politici locali saranno presenti, va sempre bene farsi vedere. Quanto ad aver capito qualcosa della vicenda, be’, quello è notoriamente più difficile: “Provo un profondo dolore e un rammarico – dichiara il capogruppo locale della Lega Paolo Baruffaldi – nell’apprendere la notizia della scomparsa di Giulia, barbaramente strangolata dal marito che diceva di amarla. Oggi è tempo di piangere la sua scomparsa e di rimanere vicino alla piccola, a sua figlia vittima anche lei di un gesto sciagurato ed inspiegabile. Restiamole vicino. Lei più di tutti avrà bisogno dell’aiuto da parte di tutta la città. Non lasciamola sola.”

Peccato che femministe e attiviste antiviolenza la sciagura la denuncino e analizzino da decenni, sapendola spiegare benissimo. Ma non c’è peggior sordo eccetera. “Vorrei chiedere di portare rispetto a mia nipote”, ha detto alla stampa la zia di Giulia. E infatti, ripeto, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire: non lo ha avuto da viva e non l’avrà da morta.

2. Accoltellata 11 volte dallo spasimante impazzito, Aliona muore dopo 45 giorni di agonia.

Lei moldava, 33enne, lui albanese 27enne. E’ stata assalita sotto gli occhi di madre e sorella.

Dall’articolo: “L’aggressore ha raccontato al Gip di essere passato quella mattina a casa della ragazza, perché lei ormai da giorni non gli rispondeva più al telefono e ignorava i suoi messaggi sui social. Stando al racconto del ragazzo, quel martedì mattina del 3 settembre, prima di andare al lavoro avrebbe deciso di passare a casa di Aliona. Davanti al rifiuto della giovane di parlargli, lui ha deciso di scavalcare il cancello per entrare nel cortile dell’abitazione, ha perso la testa, e ha inferto 11 coltellate ad Aliona.”

Chi lavora nella stampa nostrana dovrebbe conoscere a sufficienza l’italiano per sapere che:

– spasimante significa innamorato, corteggiatore, pretendente;

– innamorato è chi nutre amore per una persona;

– amore è quel “sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene“.

L’autore del titolo sembra pensare che questo delinquente (e lo dico con cognizione di causa non solo per il femminicidio, visti i suoi precedenti penali), manifesti il suo desiderio di procurare il bene dell’amata a coltellate. A questo punto gli “impazziti” sono almeno due.

3. Felice Maniero arrestato per maltrattamenti: l’ex boss piange davanti ai poliziotti.

Stiamo parlando del condannato (con pene ridotte come collaboratore di giustizia) ex capo della Mala del Brenta. Vista la grande pratica di violenza che ha alle spalle non stupisce abbia malmenato e maltrattato la sua compagna 47enne sino a finire di nuovo in manette. Sono sconcertata invece dalla richiesta di compassione fatta ai lettori dal titolo dell’articolo: pensate, Felicetto piange! Sicuramente non voleva fare del male alla donna, gli è capitato, aveva questi raptus ricorrenti perché lei non gli obbediva abbastanza, o rimbeccava troppo, o metteva dosi di sale inadeguate nelle pietanze… quanto può sopportare un povero uomo?

Be’, lo ignoro. So però quanto posso sopportare io, e il mio pazientissimo limite è ormai stato superato di qualche anno luce.

Maria G. Di Rienzo.

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Cosa ci vuole alla classe politica e alla società civile italiane per riconoscere non solo di avere un problema con la violenza di genere, ma di contribuire alla sua gravità fomentandolo, sminuendolo, ridicolizzandolo, giustificandolo e persino esaltandolo?

Pesco a caso dalla cronaca di ieri 16 ottobre 2019, infarcita come ogni singolo giorno di episodi di violenza contro donne e bambine:

“Londra, due italiani condannati per stupro: in un video gli studenti ridevano dopo la violenza”

Ho visto il video. Lorenzo Costanzo e Ferdinando Orlando – 25 e 26 anni – si scambiano un “high five” e si abbracciano dopo aver lasciato una coetanea priva di sensi in un club di Soho. Lei era ubriaca e lo stupro perpetrato nello sgabuzzino del locale le ha inflitto lesioni tali da dover essere sottoposta a intervento chirurgico. Secondo i giornali i due amici avrebbero anche ripreso le loro gesta con i telefonini. Ai giudici hanno detto la solita solfa: “lei era consenziente” – e, non detto ma evidente, come tutte le donne era una troia masochista a cui dev’essere piaciuto immensamente essere lacerata da italici maschioni: dopotutto la violenza estrema rivolta alle donne è il fulcro principale dell’odierna pornografia, che purtroppo è a sua volta il mezzo principale con cui i giovanissimi e i giovani si fanno un’idea di cosa sia la sessualità.

Alle donne piace, quindi, ma gli uomini patiscono molto (probabilmente a causa della dittatura femminazista che impera sul mondo): “Non mi aspettavo una cosa del genere, provo un’enorme sofferenza – ha dichiarato il padre di uno dei due studenti – Vedo soffrire mio figlio per una vicenda che alla base non ha alcuna prova evidente.” A chiosa, i giornalisti aggiungono che la ragazza era troppo strafatta di alcolici per riconoscere senz’ombra di dubbio gli aggressori. Così, un corpo di donna macellato (ma solo un po’, via), video e dichiarazioni degli imputati al processo non bastano: tutti conosciamo ormai le statistiche diffuse da una serie di istituti che vanno dalle Nazioni Unite all’Istat, sappiamo che la violenza di genere è una pandemia e che nessuna nazione ne è immune, leggiamo ogni giorno di vicende efferate e ancora continuiamo a discutere comportamenti e abitudini e tipologia corporea e grado di appetibilità sessuale delle vittime, mettendo sistematicamente in dubbio le loro testimonianze e la loro credibilità – perché un uomo che violenta in fondo non è colpevole di nulla… lei ci stava, lo provocava, a lei piaceva, lei è stata imprudente, lei è stata sconsiderata, non poteva tirarsi indietro all’ultimo momento e così via.

“Pesaro, palpeggia una ragazzina in piazza Puccini. Arrestato.”

Anche qui sono in due e sono italiani (lo specifico in caso mi leggessero per sbaglio i fan di Salvini). Il primo, quarantenne, aggredisce sessualmente una ragazza di 14 anni – a lui perfetta sconosciuta – e il secondo gli fa da palo e da padrino manzoniano minacciando gli amici / le amiche di lei che protestavano.

Cosa fa credere a questi signori, e agli studenti di cui sopra, di essere autorizzati a servirsi della prima femmina che vedono? In primo luogo, il fatto che la violenza di genere è normalizzata e si riproduce grazie a regole sociali: gli stereotipi, le attitudini e le diseguaglianze che riguardano le donne in generale. La violenza sessuale è un derivato diretto della violenza strutturale che consiste nella subordinazione delle donne nella vita sociale, politica ed economica. Tradotto in pratica, costoro sentono di non star facendo nulla che non sia lecito e persino prescrittivo per i “veri” uomini. In secondo luogo, l’esposizione continua alla violenza e alle sue giustificazioni rende gli individui più propensi ad usarla, ad avere comportamenti cronicamente aggressivi e convincimenti che normalizzano e persino romanticizzano le violenza stessa. E’ quest’ultimo il caso del titolo n. 3:

Adria, interrogato dai giudici il marito strangolatore – Lui è in cura per la tossicodipendenza da eroina, la moglie è ancora gravissima.”

I due hanno una figlioletta di quattro anni, la donna ha alte probabilità di morire a 23: lui la sospettava di infedeltà e inoltre, spiegano i quotidiani, “non ha l’atteggiamento di chi vuol negare l’accaduto: ha di fatto ammesso di aver messo le mani al collo alla moglie in preda ad un raptus di gelosia che però potrebbe costare la vita alla giovane cameriera e madre della loro bambina.” Come possiamo ritenerlo responsabile di un tentato omicidio, andiamo, che sua moglie possa morire sembra un semplice effetto collaterale del romanticismo se continuate a leggere: “Quando si è avvicinato alla moglie per chiederle un ultimo abbraccio le avrebbe detto di essersi reso conto che il loro rapporto era finito ma le ha detto che l’amava ancora, che l’avrebbe amata per sempre. Poi ad un tratto, qualche istante dopo, avrebbe aggiunto che nessuno mai l’avrebbe avuta se non avesse potuto più averla lui. Quindi le ha stretto le mani intorno al collo e l’ha lasciata esanime sul pavimento. (…) Quando la ragazza è stata portata via con l’ambulanza, stando al cognato, il marito si sarebbe messo a piangere.”

Una triste storia d’amore, insomma, basata però solo sulla testimonianza di lui – ed è il fatto che sia un lui a renderla immediatamente verosimile: pensate, aveva quasi tentato il suicidio e poi ha persino pianto. Maledetto raptus, cos’hai fatto a quest’uomo innocente? Qua nessuno scandaglia la sua vita privata con il setaccio per sminuirne la credibilità; negli articoli al riguardo persino il fatto che sia tossicodipendente è usato come una scusante. Se invece è lei a essere intossicata (come nel caso della ragazza londinese) be’, se l’è andata a cercare.

La nostra società non ha solo normalizzato la violenza maschile: l’ha resa romantica, erotica ed eroica. La propone ossessivamente come strategia per risolvere i problemi (non pochi politici italiani hanno pesanti responsabilità in questo), la spande a palate nei prodotti televisivi e cinematografici, la spaccia come ingrediente innato e imprescindibile della mascolinità, e poi casca dalle nuvole quando vengono alla luce le “chat dell’orrore” gestite e usate da minorenni.

The shoah party: scambiavano video a luci rosse, immagini pedopornografiche, scritte inneggianti a Adolf Hitler, Benito Mussolini, all’Isis e postavano frasi choc contro migranti ed ebrei.”

Ragazzi, fra gestori e utenti della chat vanno dai 13 ai 19 anni ma sono in maggioranza minorenni che “normalmente non si conoscevano tra di loro ma che condividevano l’inconfessabile segreto di provar gusto in maniera più o meno consapevole nell’osservare quelle immagini di orribili violenze: una neonata di nemmeno un anno seviziata da un adulto, oppure una bambina dall’apparente età di 11 anni mentre fa sesso con due ragazzini, forse di poco più grandi di lei.”

La Procura parla di: “detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali”. Se la madre di un tredicenne non avesse scoperto la pedopornografia sul cellulare del figlio e non avesse denunciato, le “scene di una brutalità inenarrabile” avrebbero continuato spensieratamente a circolare. “Abissi di degrado”, tuonano i giornalisti. E’ la “non tanto nuova quotidianità”, rispondo io: dalle cosiddette micro-aggressioni (commenti sessisti / sessualizzati, prese in giro sessiste /sessualizzate, interruzioni aggressive, appropriazione di voci e idee) alle palpate sui mezzi di trasporto e nei luoghi pubblici, dagli assalti nei locali e nelle case allo stupro e all’omicidio – dalla culla alla tomba, passando per il pc e il cellulare, bambine ragazze e donne sono i bersagli privilegiati. La violenza circonda e nutre di veleno maschi e femmine, è nel linguaggio che usiamo, negli “scherzi” (ironia, ironia, e fatevela una risata ogni tanto, prima che la violenza distrugga le vostre vite), nei messaggi dei media che oggettivano le donne e nelle norme di genere che imponiamo proprio a maschi e femmine, tanto per rendere infelici le esistenze di tutti.

La frequente esposizione alla violenza produce un adattamento emotivo: diventa qualcosa di abituale, di “normale”, e l’osservarla è lungi dal fornire uno sfogo mediante aggressioni “simboliche” (che però per chi le subisce nei video sono maledettamente reali): tutte le ricerche effettuate finora dicono l’esatto contrario e cioè che l’esposizione ripetuta alla violenza tende a facilitare l’espressione della stessa. Se poi la violenza è socialmente legata ai concetti di mascolinità, forza, vittoria, sesso, ecc. è inevitabile che spunti di continuo in ogni nostra interazione sociale. Questo è il vero abisso di degradazione collettiva che dobbiamo trasformare e superare.

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