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(“Can we give this woman a medal or something? – Woman Drags Man To Police After He Gropes Her On Escalator”, di Chloe Tejada per Huffington Post Canada. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Possiamo darle una medaglia, o qualcosa del genere?

Una donna di Nanning, in Cina, sta ricevendo plauso per la sua reazione dopo che un uomo l’aveva palpata sulle scale mobili, questa settimana.

scale mobili

Il filmato tratto dalle telecamere di sorveglianza, che è diventato virale sui social media cinesi, mostra l’uomo che afferra la giovane donna da dietro mentre entrambi sono sulle scale mobili. Invece di lasciar perdere, la donna si gira, schiaffeggia il suo molestatore e procede nel trascinarlo per la camicia per tutte le scale sino alla polizia.

“Stavo per lasciare la metropolitana e la donna mi è apparsa di fronte. – ha detto l’uomo, secondo il Daily Mail – L’ho solo toccata una volta sul culo. Allora lei ha detto che era un’oscenità e mi ha trascinato dalla polizia.”

“Ero sulle scale mobili e lui era dietro di me. Mi ha preso per le natiche, perciò l’ho colpito.”, ha spiegato la donna. (Enormi complimenti, ragazza. Enormi. Complimenti.)

Secondo lo Shanghaiist, il video è diventato uno dei soggetti più popolari su Weibo e sembra alcune persone pensino che la donna non lo ha colpito abbastanza forte! (Noi pensiamo che avrebbe anche potuto dargli un calcio nelle balle.)

L’uomo è stato trattenuto dalla polizia per essere interrogato ulteriormente, secondo NextShark, e il video lo mostra portato via in manette.

Di base, questa donna è la nostra eroina.

P.S. Il video è qui: https://www.youtube.com/watch?v=E3fD1hdnOZY

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alicia

Quando il suo liceo ha organizzato un concorso per brevi filmati prodotti dai suoi studenti, la diciassettenne spagnola Alicia Ródenas – in immagine – ha presentato un video in cui legge “le 100 frasi sessiste a cui le donne non possono sfuggire”. E’ fatto straordinariamente bene non solo dal punto di vista filmico: comincia con le frasi che rinforzano gli stereotipi di genere nell’infanzia, si muove attraverso la sessualizzazione coatta e la denigrazione del corpo femminile e mostra come tutto ciò si evolva nell’abuso fisico.

“Se ti vedono giocare con i maschietti diranno che sei un maschiaccio.”

“Ti interessano i computer? Non dovresti far danza, piuttosto?”

“Sei così carina quando ti vesti bene.”

“Sei sempre circondata da ragazzi, li provochi sessualmente.”

“Cosa ti prende, hai le mestruazioni?”

“Non lasciarmi o faccio qualcosa di folle.”

La sua scuola l’ha trovato così interessante da discuterlo pubblicamente con tutti gli/le studenti, dopo una lezione dell’insegnante di psicologia, e di postarlo su YouTube il 29 marzo, dove da allora è stato visto più di 120.000 volte. Condiviso su Facebook ha quasi raggiunto il milione di visite.

Naturalmente molti stronzetti si sono sentiti in dovere di insultare e minacciare Alicia (il liceo ha in seguito disabilitato i commenti) ma, dice la ragazza, “Ci sono commenti, quelli che mi piacciono di più, di persone che dicono di aver cambiato modo di pensare dopo aver visto il filmato. Parlare del sessismo è necessario, perché troppa gente pensa che queste frasi siano innocue. Bisogna cominciare a parlarne da giovani, altrimenti può essere difficile capire quanti danni fanno.” Alicia ha spiegato alla stampa che realizzare filmati è per lei solo un hobby e che la sua aspirazione è studiare psicologia. Il testo che legge nel video era già diventato virale nel 2015. Si intitola “Che bella ragazza!” ed è stato scritto da un’altra giovane femminista di Madrid, Ro de la Torre, che ha dato alla studente il permesso di usarlo. “La violenza sessista non esiste solo quando ne muori, ma è qualcosa che ti porti dietro tutta la vita.”, spiega Ro e allo stesso modo Alicia conclude il suo filmato: “La violenza di genere non è solo fisica. La viviamo sin dall’infanzia e ci perseguita sino alla fine. (Combatterla) E’ ora o mai più.” Maria G. Di Rienzo

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Premesso che Elisabetta Sterni ha fatto benissimo a denunciare chi ha probabilmente diffuso il video – tramite Whatsapp – che la riprende durante un rapporto intimo con costui (lui nega) ed è stato caricato anche su un sito pornografico; premesso che ha perfettamente ragione quando sostiene che “Gli uomini criticano e offendono ma sono i primi che vanno alla ricerca di determinate cose. E, se non le trovano dalle loro fidanzate, arrivano anche a tradirle.” (potrebbe in effetti essere il caso del 29enne del video, che di fidanzata ne aveva una da due anni); premesso che credo al suo diritto di vivere come le pare e piace e sono d’accordo con lei quando dice “Nel video non faccio del male a nessuno e non sto facendo qualcosa di fuorilegge.”…

… possiamo parlare un momento della sua professione attuale (“ragazza immagine in discoteca”) e di quella che vorrebbe avere in un prossimo futuro (“sto per aprire un’agenzia di hostess con una mia amica”) in rapporto a quanto lei stessa afferma, e cioè che la vicenda le sta “rovinando la reputazione” e “danneggiando l’immagine”?

Qual è l’immagine che Elisabetta deve incarnare mentre lavora in discoteca a Padova e qual è l’immagine che richiederà alle aspiranti hostess della sua agenzia? Ho visto le ragazze-immagini in svariate occasioni dal vivo (fiere, festival, persino enti pubblici) e in film e sceneggiati televisivi; inoltre, per assicurarmi che il trend sia sempre quello – lo è – ho dato stamattina un’occhiata ai “book” di tre o quattro agenzie.

Il massimo dell’abbigliamento concesso ai loro corpi nelle suddette presentazioni è uno straccio scollato sino all’ombelico con spacchi abissali, altrimenti le hostess sono in bikini o in mutande con i seni semicoperti da sciarpine di velo, frangette, lustrini e mani guantate di nero (omaggio alle cinquanta sfumature di sadismo). Le loro pose sono per la maggior parte inequivocabilmente quelle contorte – e per me ridicole – della pornografia; le loro bocche, sempre per la maggior parte, semiaperte o con le labbra spinte all’infuori e atteggiate “a bacio” e le espressioni del viso che rivolgono all’obiettivo della macchina fotografica si sforzano di suggerire “sono prossima all’orgasmo”, anche qui con la stessa identica modalità delle immagini pornografiche. (Sono sicura di non aver mai fatto quella faccia durante la mia soddisfacente pratica di quarant’anni di sesso e sono persino sicura di non essere un’eccezione.)

Sono anche del tutto consapevole che nessuno ha puntato una pistola alla testa a queste giovani donne e che fare le ragazze-immagini è una loro scelta: a scegliere cosa devono rappresentare, quale messaggio devono veicolare e qual è il loro ruolo è però invece uno sguardo maschile eterosessuale, sessista e patriarcale. Uno dei quotidiani che riporta la notizia sulla denuncia di Elisabetta descrive quest’ultima così: “Fisico da Jessica Rabbit”.

Jessica Rabbit è un cartone animato. Un disegno. Una figurina bidimensionale che dovrebbe rappresentare il massimo del godimento per l’occhio di un uomo. La mia solidarietà femminile e femminista non sente il bisogno di spingersi verso Jessica Rabbit, che non esiste in realtà e che incarna il modello prescrittivo a cui una donna deve conformarsi per non essere umiliata, insultata, abusata, per avere visibilità e spazio ma solo nella vetrina in cui è esposta affinché qualcuno la scelga – e che scelta è quella di dipendere dalla scelta di un altro?, perché le sia confermato che ha diritto ad esistere in quanto svolge l’unica funzione ascritta a detta esistenza, e cioè il servire gli uomini, il compiacere gli uomini, l’essere il trastullo degli uomini.

Quando menziona la vicenda della giovane donna di Napoli che, nella sua stessa situazione a causa di un video, si è tolta la vita, Elisabetta dice: “Mi ha colpito molto la triste storia di Tiziana. (…) (in particolare) I giudizi della gente che ti possono mettere il cappio al collo. L’hanno giudicata tutti, senza porsi domande, senza chiedersi come si poteva sentire. Io fortunatamente sono una persona forte e questa cosa non mi ha toccato. Se fossi stata debole, come quella ragazza ecc.”

Il verbo “giudicare” torna continuamente nelle risposte di Elisabetta alle domande degli intervistatori. Non vuole essere “giudicata”. Ma i suoi estimatori quale ragazza-immagine, chi l’ha assunta come tale e chi la dipinge come “Jessica Rabbit” questo devono fare: giudicarla, di continuo, perché sono i creatori del modello a cui deve rispondere, che è fatto per essere giudicato dagli uomini, i soli affidabili giudici in materia.

Non l’hanno creato perché amano le donne, non l’hanno creato perché le rispettano, non l’hanno creato perché le donne ne traessero guadagno e soddisfazione ma per proprio profitto: l’ideale della “bellezza” femminile (in realtà il grado di desiderabilità sessuale per i maschi) è allo stesso tempo sistema di controllo sulle donne e sistema per trarre da loro subordinazione e disponibilità acritica nonché una valanga di SOLDI – le industrie cosmetiche e dietetiche, quelle dell’intrattenimento, la moda. Sopravvivere come donne in questo scenario, che lo si accetti o meno, non è sicuramente facile: ma Tiziana non era una “debole” perché non ci è riuscita – tra l’altro anche questo è un giudizio, gentile Elisabetta, un giudizio che io considero insultante e approssimativo. Tuttavia, l’immagine della gnocca – fighissima – yum yum – piombabile la superficialità e l’offesa le ha incorporate: non si misurano i centimetri di questo e quello a un essere umano, una donna, di cui si rispettano la dignità e la volontà e l’unicità, non le si rimprovera di fare ciò che è esattamente richiesto dall’immagine stessa, un’immagine ossessivamente imposta da ogni media fruibile in ogni contesto, questo lo si fa appunto al cartone animato Jessica Rabbit, una cosa che gli uomini ritengono di aver comprato e di poter quindi utilizzare come preferiscono. La lodano e la lordano in sincronia, e ritengono questo loro privilegio e diritto acquisito. Non è viva, vegeta, pensante, dotata di arbitrio e preferenze e sogni e limiti: è immagine – illusione, apparenza, rappresentazione, concetto…

Il fatto che questo scenario sia pervasivo e dominante non lo rende ne’ normale, ne’ naturale, ne’ inevitabile. Elisabetta pensa ad esempio che “tutte” mandino foto e video dal contenuto sessuale all’amato, vorrebbe “vedere chi non l’ha mai fatto” (possiamo vederci quando vuole e posso presentarle dozzine di altre donne)… ma, come scrisse Foucault, “Ci sono momenti nella vita nei quali diventa assolutamente necessario sapere se è possibile pensare in modo diverso da come si pensa, percepire in modo diverso da come si vede, (…) perché senza questa distanza non sarebbe più possibile vedere e riflettere oltre. Senza questa curiosità, la ricerca non è altro che una legittimazione di ciò che già si sa. (…) Soltanto così si può osare scoprire fino a che punto sarebbe stato possibile pensare e percepire in modo diverso.”

Potremmo essere un po’ più curiose sul nostro essere donne e sui ruoli che ci sbattono addosso? Ottenere la validazione maschile è davvero così importante? Ci rende “potenti” e “liberate” tramite l’oggettivazione sessuale?

La battuta più famosa di Jessica nel vecchio film (1988) “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è: “Non sono cattiva, è che mi disegnano così.” Come cartone animato lei non può cambiare se stessa o il mondo intorno a lei, sono altri che disegnano. Io voglio tutte le mie matite. Maria G. Di Rienzo

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Alla gogna per video hard, si uccide a 31 anni dopo aver cambiato identità. La donna era perseguitata e sbeffeggiata anche su pagine Facebook. Aveva girato dei video hot che, a sua insaputa, erano finiti sul web diventando virali, con tanto di nome e cognome.” (quotidiani, data odierna)

Gli insulti, la denigrazione, le parodie, le offese sboccate: spiegatemi perché. Non ha forse fatto, con “il corpo da modella” (sottolineato nel 99% degli articoli che ho letto) quel che volevate, quello che suggerite ogni giorno sui giornali con i titoli hot – sexy – scollatura vertiginosa – shorts mozzafiato – bikini da paura applicati ai “corpi da modelle”? Quel che urlate per strada, nei bar e sui social media facendo sapere alle donne a cosa servono e qual è l’unico loro scopo nella vita?

Perché lei era una puttana e chi faceva sesso con lei non era un puttano? Perché nessuno ha inneggiato a quanto i video fossero “senza ipocrisie”, “sano e naturale sesso”, “liberazione sessuale”, “girati con ironia”, eccetera?

E perché adesso che Tiziana si è tolta la vita non riuscite neppure a stare zitti (non ho corretto i commenti)?

– Cioè questa si fa riprendere 6 volte in azione, manda i video a più persone e poi pensa che la cosa non diventi pubblica? Un genio…

– Ma perché mai farsi filmare? Lo sanno anche i muri che si può finire sul web

– Sono giochetti pericolosi, inviare foto o video anche se sono persone conosciute non si capisce il senso logico che chi ti conosce puo vederti altri no, spuace che la ragazza si e pentita troppo tardi scegliendo il suicidio

– Sicuramente la sua vita è stata rovinata ma io dico una cosa… Rovinata da se stessa. Si sa bene quanto ormai con la rete mettere in giro certe cose può diventare pericoloso.

– La prendevano per i fondelli pure su deejay, era quella del “Stai girando un video?” “Si” “Bravo!”. Suicidarsi non vuol dire ripulirsi o passare dalla parte della ragione.

Il brutto della storia e’ dato dal fatto che si sia suicidata… Lei pero’ era consapevole del filmato mentre lo registravano, tra le altre cose ‘sembra’ che abbia lei stessa condiviso con whatsapp con alcuni “fidati” amici… nel mondo d’oggi pensare che da li alla diffusione via web fosse scontato non e’ un azzardo, e pensarci prima d’obbligo. Poveretta RIP

– ma quale vergogna? se la tirava da santa e casta ed è normale che la gente la prenda in giro!

Shhh, che poi le femministe si scandalizzano… Sarà un peso sulla coscienza per chi ha diffuso il video, ma la colpa più grave è di chi l’ha prodotto irresponsabilmente (l’avesse mandato solo al fidanzato…). Questa triste abitudine sta prendendo piede anche nel mondo apparentemente “innocente” di ragazzine molto più giovani, che un giorno saranno madri e dovranno spiegare ai propri figli perché la loro madre la mostrava in internetvisione.

Ripeto: la giovane donna che si è impiccata non ha fatto tutto da sola. Era in compagnia nei video. E altre mani hanno diffuso quei video su internet. Niente da dire al proposito? Chi faceva sesso con lei in quei filmati e chi li ha mandati in giro li giudicate cretini integrali (“geni”) che dovrebbero pentirsi e che sono “sporchi” (ne’ il suicidio potrebbe “ripulirli”)? Sapete se “se la tirano da santi e casti” per cui sarebbe “normale” bullizzarli? Il “brutto” della vicenda è il suicidio o che un essere umano sia stato spinto a togliersi la vita non sopportando più le aggressioni?

Io sono una femminista e non sono scandalizzata, signor Sapientino dell’ultimo commento. Probabilmente si scandalizzerà lei se le dico che faccio sesso da quarant’anni. La dicotomia santa/puttana appartiene all’immaginario malato del patriarcato e del sessismo, non a noi femministe. Vuole sapere perché le ragazzine si fanno i video a contenuto sessuale? Perché VOI li volete. Perché VOI li chiedete quali prove di “amore” e di “emancipazione”. Perché il contesto culturale in cui queste ragazzine vivono dice che è perfettamente sano, responsabile e bellissimo essere oggetti sessuali, nonché inevitabile essendo femmine, e quando qualcuna è riottosa il meglio che le arriva è “Sei ancora una bambina, non sei ancora pronta, va bene, lo farai più tardi”… Sottrarsi al servizio della soddisfazione maschile non è contemplato, è un dovere sacro, puoi solo ritardarlo un attimo ma vedi di non metterci troppo, che poi i ragazzi guardano le altre, all’orologio biologico si inceppano le lancette e ti ritrovi con le ovaie rinsecchite e senza marito / fidanzato / compagno.

Vuole sapere cosa diranno a dei figli (non è scontato che ne avranno, comunque) loro sì così scandalizzati e così presuntuosi e arroganti da chieder conto della condotta sessuale delle loro madri – e persino se precedente alla loro nascita? Si immagini la scena: “Mamma, ma la mostravi su internet?” “La cosa? Ti fa schifo dire vulva o vagina? E’ da lì che sei uscito, stronzetto, ringrazia e fattene una ragione.” Maria G. Di Rienzo

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vogue

(Questa è la pubblicità di qualcosa. Non mi interessa scoprire di cosa, perché l’unico effetto che ha su di me è la nausea.)

Trascrizione del video (con qualche doveroso adattamento, perché leggendo non vedete quel che nel video è mostrato) di “How objectification leads to violence towards women” – “Come l’oggettificazione conduce alla violenza verso le donne”, 2014, di Morgan Wade, Sara Kohut, Jasmine Ralph. Trad. Maria G. Di Rienzo.

https://prezi.com/8mjabxoars6s/how-objectification-leads-to-violence-towards-women/

Questa trascrizione è – volutamente – il cosiddetto GRADO ZERO. Il testo suppone di parlare, con linguaggio semplicissimo, a chi non sa assolutamente nulla della questione e potrebbe servire per spiegarla a un marziano. Perché mi sono presa la briga di tradurlo, visto che i marziani sicuramente non mi leggono e difficilmente lo fanno scolaretti delle elementari?

Ho pensato ai bambini (maschi e femmine) attempati e un po’ tardi e decisi a non ascoltare, a non leggere, a non imparare che ripetono “non è vero” come grammofoni rotti. Rilassatevi, comunque, è l’ultima volta che con compassione prendo nota della vostra esistenza. Segue il testo:

Oggettificazione sessuale: processo del rappresentare / trattare una persona come un oggetto sessuale, che serve per il piacere sessuale di qualcuno.

veramente romantico

(Anche questa è la pubblicità di qualcosa. Stesso discorso fatto per l’immagine precedente.)

L’oggettificazione sessuale ritrae le donne in modi e contesti che suggeriscono esse siano oggetti da guardare, sbirciare, anche toccare, o usare, cose anonime o merci che possono essere acquistate e prese – e, una volta si sia stanchi di esse, gettate via, spesso per essere rimpiazzate con un forma più nuova e giovane: non sono trattate come completi esseri umani con eguali diritti o bisogni.

Indottrinamento: c’è un’idea generale che ti spinge a pensare a una persona come se fosse un oggetto e che quindi deve essere trattata da tale. Dopo aver guardato alle persone in un certo modo per lungo tempo tu dimentichi chi esse sono. I bambini stanno crescendo in una società che impedisce loro di perseguire i loro sogni, perché essi hanno l’impressione di non rispondere all’idea sociale di “perfetto”.

Le donne hanno poco a che fare con ciò che viene pubblicizzato ma sono tuttavia usate per poter vendere più prodotti. Questo può essere definito offensivo perché o il suo corpo rimpiazza un oggetto, o un oggetto rimpiazza lei. Lei è usata per il suo aspetto o per lo più ci si approfitta di lei e perde la sua identità.

Le immagini, viste su base quotidiana, si imprimono lentamente nelle menti delle persone e li indottrinano a credere a ciò che stanno vedendo: inducono le persone a pensare che le cose dovrebbero andare così ed esse agiranno come se le cose stessero effettivamente così.

Disumanizzazione: Le donne sono trattate come oggetti ma non viste come eguali esseri umani. Il solo vedere una persona come un oggetto anziché come un essere umano permette ad altra gente di abusare di essa pensando vada tutto bene. Costoro usano l’oggettificazione quale scusa per il modo in cui trattano le persone.

Alcuni individui possono credere di aver valore solo se altri individui li giudicano tali, perciò faranno qualsiasi cosa sia necessaria a essere giudicati di valore, il che è pericoloso. In questo modo puoi essere sfruttata, usata e abusata e potresti pensare che non devi allontanarti da questa situazione e rimanerne intrappolata. La maggior parte delle donne sono preoccupate di come appaiono e possono arrivare a pensare di non meritare nulla di meglio. Vedono se stesse come inferiori ad altre persone e ciò può far loro perdere il contatto con se stesse e indurle a pensare che ciò che sta accadendo sia giustificabile.

Le donne possono perdere la motivazione che le spinge verso il potere, ed essere esposte per lungo tempo alla stessa situazione può allontanarne molte da chi esse sono. Possono diventare meno reattive perché ormai credono che il loro scopo nella vita sia essere usate e di non aver voce in capitolo su ciò che dovrebbe / non dovrebbe accadere. Se la persona che sta causando violenza si stanca della vittima può lasciarla per trovarne una versione più nuova e più giovane e non sentirsi a disagio per le proprie azioni e non contemplare l’idea di smettere di farle.

Bassa autostima / Uso di sostanze stupefacenti:

Se tu perdi il senso di chi una persona è, dimentichi come vederla per quel che è e ti concentri sul suo aspetto. I media contribuiscono a convincere le persone che c’è un solo modello, il che causa bassa autostima: le donne che sono mostrate dai media devono apparire in un certo modo per essere “adatte”. Le donne pensano quindi erroneamente di non andare abbastanza bene e perdono fiducia in se stesse, arrivando a credere di meritare quel che loro accade di male. Spesso inoltre le donne, in presenza di uomini, si sentono come in presenza dei giudici del loro aspetto e del loro valore, e sono a disagio. A volte, lo stress dal cercare di essere perfette tutto il tempo le fa sentire tagliate fuori e possono rivolgersi alle droghe per riempire questo vuoto.

Violenza (e le donne viste come più deboli):

Quando le persone non accettano un “no”, dalle donne, come risposta ciò toglie a queste ultime libertà, diritti e serenità. L’oggettificazione dà l’idea alle persone che vada automaticamente bene ferire le donne se costoro dicono “no”, perché pensano che le donne siano fatte per il sesso e non abbiano il diritto di rifiutare. Questo alimenta il responso violento verso le donne. L’uomo violento pensa che se non può avere quel che vuole sia giusto far del male a chi gli sta impedendo di aver quel che vuole. Pensa che forse un atto di violenza farà cambiare idea alla donna, perché non gli importa di cosa lei pensa, ma solo di ciò lui che desidera.

L’oggettificazione sessuale nei media ci sta abituando a crescenti picchi di violenza, come il non riuscire a capire che la persona con cui vuoi fare sesso ha il diritto basilare di rifiutarsi. Questo è l’esempio perfetto delle tante follie architettate socialmente che conducono alla violenza contro le donne.

Le donne sono considerate “giocattoli”:

L’oggettificazione delle donne non solo induce sentimenti di vergogna e paura nelle donne, promuove anche il loro trattamento come giocattoli non umani. Le donne sono mostrate come deboli e sottomesse dappertutto, dalla pornografia alle riviste. I media sottraggono identità alle donne e le riducono a “cose” di cui possono beneficiare per incoraggiare, persuadere o manipolare un pubblico. Questi oggetti-donne, che non sono persone eguali alle altre, devono essere belle, senza difetti, magrissime ma con le curve “giuste”, senza vita, inanimate. E devono essere oggetti a disposizione per la manipolazione altrui, anche quella sessuale. Un oggetto non ha personalità, valori, passioni o sogni.

I media pensano che “il sesso vende”, il che produce l’idea che le donne non hanno potere (sono cose vendute / usate per vendere) e di conseguenza è lecito usar violenza contro di loro. E le donne degradate dagli uomini sulla base dell’aspetto fisico possono non ricevere rispetto alcuno.

standard hotel

(Questa so cos’è: la pubblicità di una catena di alberghi. In che modo invogli qualcuno a servirsene mi rimane incomprensibile.)

Riflessioni:

Bandura (1) ha detto di come gli esseri umani siano in grado di assorbire e mimare il loro ambiente. Se alle donne sono ossessivamente gettate immagini, tramite i mezzi di comunicazione di massa, a guisa di linee guida su come agire, esse cominceranno ad agire in tal maniera, poiché ciò rispecchia il loro ambiente. E istruendo gli uomini a considerare i corpi delle donne oggetti, si contribuisce a creare un’atmosfera che svaluta le donne come persone, incoraggia le molestie sessuali e peggio. (Michael F. Jacobson e Laurie Ann Mazur, Sexism and Sexuality in Advertings, cap. 4° di “Marketing Madness”, 1995).”

(1) Albert Bandura, nato nel 1925, è uno psicologo canadese noto per il lavoro sui processi di apprendimento sociale (teoria sociale cognitiva): i diversi modi in cui le esperienze sociali formano la personalità e regolano il comportamento degli esseri umani. Nel video si fa riferimento a una di tali modalità, l’apprendimento attraverso osservazione di altre persone e conseguente processo di “modeling” (modellamento).

N.B. – Se davvero i bimbiminkia volessero passare dal grado zero a qualcosa di più, ecco qua:

A. Zimmerman, J. Dahlberg: “The sexual objectification of women in advertising: A contemporary cultural perspective”, Journal of advertising research.

R.M. Calogero, W.N. Davis, J.K. Thompson: “The role of self-objectification in the experience of women with eating disorders”, Sex roles, Springer.

T. Saguy, D.M. Quinn, J.F. Dovidio, F. Pratto: “Interacting Like a Body Objectification Can Lead Women to Narrow Their Presence in Social Interactions”, Psychological Science.

A. McKee: “The objectification of women in mainstream pornographic videos in Australia”, Journal of Sex Research, Taylor & Francis.

M. Tiggemann: “Mental health risks of self-objectification: A review of the empirical evidence for disordered eating, depressed mood, and sexual dysfunction”.

R.M. Calogero, S.E. Tantleff-Dunn, J. Thompson: “Self-objectification in women: Causes, consequences, and counteractions.”

Frank, Phyllis B.: “Objectification of Women.” NOMAS. The National Organization for Men Against Sexism.

Wade Lisa, Gwen Sharp: “Selling Sex. Images That Injure”.

Szymanski, Dawn M., Lauren B. Moffitt, and Erika R. Carr. “Sexual Objectification of Women: Advances to Theory and Research.”, Counseling Psychologist, Sage.

Stohs-Krause, Hillary. “UNL Study Says We View Women As Sexual Objects And Men As People”.

Laura Saarenmaa, Susanna Paasonen e Kaarina Nikunen: “Pornification: Sex and Sexuality in Media Culture”.

Attwood F., Brunt R. e Cere R. (a cura di): “Mainstreaming Sex: The Sexualization of Western Culture”.

Eaton, C.: “Prime-time stereotyping on the new television networks” – Journalism and Mass Communication Quarterly, 74.

Grauerholz E. e King A: “Primetime sexual harassment” – Violence Against Women.

Montemurro B.: “Not a laughing matter: Sexual harassment as “material” on workplace-based situation comedies” – Sex Roles, 48.

Arnett J. J.: “The sounds of sex: Sex in teens’ music and music videos.” in AA. VV. “Sexual teens, sexual media”.

Lamb S. e Brown, L. M.: “Packaging girlhood: Rescuing our daughters from marketers’ schemes”.

Levin D. E.: “So sexy, so soon: The sexualization of childhood.”

Gill R. : “Gender and the Media”.

Krassas N. R.: “Boxing Helena & Corsetting Eunice: Sexual Rhetoric in Cosmopolitan & Playboy Magazines”.

Paik H.: “The history of children’s use of electronic media”.

English B.: “The secret life of boys: Pornography is a mouse click away, and kids are being exposed to it in ever-increasing numbers.” (The Boston Globe).

Lambiase J.: “Sex – Online and in Internet advertising”.

Rudman W. J., e Verdi P.: “Exploitation: Comparing sexual and violent imagery of females and males in advertising” – Women & Health, 20.

Reichert T.: “The prevalence of sexual imagery in ads targeted to young adults”.

Merskin D.: “Reviving Lolita? A media literacy examination of sexual portrayals of girls in fashion advertising”.

Girl Guiding Association: “Girls Shout Out: Self Esteem – Under Ten and Under Pressure?”.

Harrison K.: “The body electric: Thin-ideal media and eating disorders in adolescents”.

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las hijas

Tramite l’arte, la musica punk e i video, noi cerchiamo di affrontare la violenza sciovinista socialmente legittimata. Noi siamo “Le figlie della violenza”, ci portiamo dietro anni di cammino attraverso spazi pubblici ostili che non hanno posto per il corpo di una donna come corpo che circola, ma solo come una fonte di godimento e voluttà per altri.”

Il gruppo femminista messicano che così attesta è composto dalle giovani Ana Karen, Ana Beatriz, Elisa Gutiérrez,Verónica Bravo, Betzabeth Torres e Patricia Rodríguez, che hanno deciso di rispondere alle molestie in strada sparando simbolicamente coriandoli contro i loro aggressori e cantando una loro canzone composta al proposito, “Sexista Punk”:

Quello che mi hai fatto / si chiama molestia. / Se tu mi fai questo / così io rispondo. / Tu non hai il diritto e quel che fai è tipico di un balordo.

Io immagino il giorno quando potrò camminare / senza dovermi preoccupare, senza dover nascondere il mio corpo. / Sessista, sciovinista, cos’è che vuoi? / Dimostrare la tua mascolinità? Ma va’ a farti fottere!

(Queste sono solo due strofe, il testo è più lungo.)

Fare ciò, spiegano le giovani artiste, permette a una donna che subisce molestie di “rispondere in modo divertente, così che la sensazione di violenza che ha appena attraversato non resti in lei, così che possa andare per la sua strada sapendo di poter ancora avere una giornata stupenda”. Un’altra delle loro motivazioni è che sono arcistufe dello scenario in cui è di solito discussa la violenza sessuale e che dipinge le donne come fragili e deboli vittime predestinate, creature in panico senz’altra possibilità che non sia quella di arrendersi al loro aggressore.

Quindi, quando “Le figlie della violenza” camminano per strada, il primo giovanotto che le apostrofa o le tocca sarà inseguito, colpito da una scarica di coriandoli e informato che le sue azioni si chiamano molestie sessuali. Le giovani invitano inoltre ogni donna a unirsi a loro, perché essere – come in qualche modo tutte purtroppo siamo – “figlie della violenza” non significa accettarla o adattarsi a essa. Maria G. Di Rienzo

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Poiché secondo lui la compagna lo “tradiva”, il signor Jason Melo – 24 anni, impiegato alle Nazioni Unite – l’ha strozzata un po’ davanti alla figlioletta di lei che ha tre mesi, l’ha spogliata e l’ha fatta camminare con addosso solo un asciugamano per le strade di New York: era il 20 gennaio e la temperatura registrava un – 1.

dal video

Quest’ultima parte l’ha filmata urlandole insulti misogini di ogni tipo e commentando a beneficio di chi poi avrebbe visto il video (lo ha subito condiviso sul web): “Così bella, eppure è una tale puttana”, “E’ fortunata che non le va peggio”, eccetera. Come conclusione trionfale le ha strappato l’asciugamano di dosso. Questa porcheria ha guadagnato al sig. Melo 10.000 nuovi entusiasti seguaci su Instagram e un processo per aggressione, coercizione e l’aver messo in pericolo una neonata (lasciata sola durante la faccenda).

E’ la prima parte del guadagno che merita una riflessione, perché persino chi ha parlato dell’accaduto stigmatizzandolo ha accettato senza discutere la narrazione di Melo: la maggioranza dei titoli presenta la donna come “la fidanzata che lo tradiva” e così un episodio di violenza sadica diventa il giusto castigo per la fedifraga. Alcuni degli articoli si sono spinti a considerazioni piene di simpatia per l’uomo tradito dal cuore spezzato eccetera. Agli autori non importa neppure cercare di sapere se l’aggressore abbia basi per la sua convinzione – la donna ha attestato di essere praticamente confinata in casa da lui – e questo continua ad accadere perché lo sguardo maschile sulle donne è considerato normativo.

Essere donna, grazie agli standard posti dall’esterno e arbitrariamente su questo termine dallo sguardo maschile, diventa una battaglia costante con la propria immagine e la propria apparenza. Devi essere sommamente sexy, o non sei niente. Una volta che tu abbia ottenuto l’approvazione di un uomo in questo senso, gli appartieni, che tu abbia una relazione con lui o no.

Qual è la differenza fra l’adorare le donne se sono scopabili e metterle sul piedistallo della purezza? In ambo i casi, il valore di una donna è relativo alla sua abilità di soddisfare gli uomini e di formare la propria identità sessuale attorno a quel che gli uomini vogliono.” Jessica Valenti, giornalista e autrice femminista. Anche se alcune riescono a sottrarsi al ciclo continuo dell’essere esaminate/esaminarsi, essere giudicate/giudicarsi, del disprezzarsi e deprimersi, del cercare di adattarsi affamandosi, purgandosi, negandosi, mutilandosi eccetera, la maggior parte delle donne sono incastrate in tali consuetudini durante l’intera durata della loro adolescenza e della loro età adulta: fino a poco tempo fa si poteva scansare tutta la solfa alle soglie della vecchiaia, ma il mercato è più avido di uno squalo – non vorremo mica che smettano di comprare pacchetti dimagranti e creme liscianti e pillole ringiovanenti? – ed è perciò che sono cominciati ad apparire a profusione articoli sulle ultracinquantenni “bellissime” e “in perfetta forma” (grazie a chirurgia plastica invasiva e botox) che guarda caso sono tutte famose e ricche sfondate – e vivono letteralmente dell’essere gradevoli allo sguardo maschile.

Fermi là, ho sentito, ecco il doveroso tributo agli “esteti libertari” de l’etica non so cos’è e del non prendo mai una posizione perché “tutte le opinioni sono valide in quanto opinioni” (Galileo dissente dalla tomba): sì, si tratta di una loro scelta. Non aggiungo “libera”, come piacerebbe ai suddetti, perché su quanto lo sia ci sarebbe molto da discutere: a monte restano le norme dettate dagli uomini e rinforzate dalla pressione sociale e in alcuni casi persino dal diritto penale, norme per cui l’apparenza di una donna deve conformarsi a ciò che appunto gli uomini preferiscono, si tratti di culi al vento o di tendoni di tela nera, si tratti del colore dei capelli o del nascondere i capelli in un fazzoletto, si tratti di essere un’acciuga filiforme o una mela tonda.

Quello di cui sono oltremodo certa è che non si tratta di una scelta femminista, non si tratta di una scelta che fa avanzare le cause femministe e neppure di una scelta che simpatizza o solidarizza con altre donne. A volte è sopravvivenza. A volte è disperazione. A volte è ossessione. A volte è il tentativo di trarre il massimo guadagno possibile da una società sessista. A volte è idiozia pura e semplice. Ma femminismo no, perché il femminismo non può avallare la lotta di una donna contro il proprio corpo naturale in omaggio agli standard che definiscono come deve sentirsi rispetto a quel corpo e come quel corpo deve apparire per compiacere gli uomini.

Lo sguardo che crea gli standard trasforma ogni creatura di sesso femminile in un oggetto sessuale le cui idee e i cui comportamenti, per avere valore – ed è un mero valore di mercato – devono derivare dal costante giudizio maschile. Cioè, le donne sono spinte e forzate a guardare se stesse con gli occhi degli uomini e poiché la figura stereotipata a cui cercano di conformarsi non è percepita come un essere umano (degno di rispetto, dotato di diritti e dignità e possibilità di prendere decisioni) devono anche continuare a lottare per essere riconosciute come tali ovunque: in casa, a scuola, sul lavoro, nei media, in politica. Il falso specchio in cui sono costrette a guardarsi bisogna romperlo, una volta per tutte.

Vediamo uomo dopo uomo degradare le donne perché fanno esattamente le cose che gli uomini idealizzano: ipersessualizzazione, oggettificazione, completa disumanizzazione.” Raquel Rosario Sanchez, attivista femminista dominicana.

Maria G. Di Rienzo

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