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(“In Fiji, lesbian feminist activist Noelene Nabulivou strives for world ‘liberated and free’”, di Hugo Greenhalgh per Thomson Reuters Foundation, 13 maggio 2020. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Noelene

Crescere essendo lesbica nelle Fiji, stato insulare dell’Oceania, durante gli anni ’70 sembrava abbastanza impossibile, dice la femminista e attivista “climatica” Noelene Nabulivou.

Una cultura machista, basata sulla chiesa, ha significato per Nabulivou – lei stessa figlia di un pastore metodista – non dichiararsi sino al compimento dei 35 anni, non molto dopo l’inizio del nuovo millennio.

“L’ho chiamato il mio obiettivo di sviluppo del millennio.”, dice ridendo su Skype, riferendosi alla lista di ambiziosi obiettivi delle Nazioni Unite, che includevano il dimezzare la povertà estrema e il mettere fine alla diffusione dell’Hiv/Aids entro il 2015.

Ora 52enne, Nabulivou ha una moglie e una figlia di due anni ed è conosciuta in tutto il mondo come attivista contro il cambiamento climatico e come attivista per l’eguaglianza di genere e i diritti delle persone LGBT+ nel suo Paese.

Tuttavia, fa ancora esperienza di discriminazione e abusi, e ha ricordi dolorosi di come è cresciuta in una piccola città vicina a Suva, la capitale dell’arcipelago che conta circa 900.000 abitanti.

“Semplicemente sentivi che (essere apertamente gay) non era una possibilità alla tua portata. Non c’erano modelli di riferimento, in particolare per la mia generazione.”, ha detto a Thomson Reuters Foundation dalla sua casa di Suva.

Le Fiji sono una delle sole otto nazioni che menzionano esplicitamente l’orientamento sessuale e l’identità di genere nelle loro Costituzione, ma in pratica i diritti degli individui LGBT+ sono limitati. I matrimoni fra persone dello stesso sesso e l’adozione da parte di coppie gay restano illegali – Nabulivou e sua moglie si sono sposate a New York – e l’attitudine omofoba persiste.

“Mi hanno sputato addosso; mia moglie ed io siamo state molestate in pubblico; ci hanno tirato pietre sul tetto di notte. Ci sono stati molti episodi durante gli anni. Un quotidiano mi ha fatto l’outing. Ho dovuto lottare contro la chiesa metodista alla radio e in televisione, il che è stato davvero duro per me, che sono una persona molto riservata.”, racconta Nabulivou.

Le Fiji sono state colpite il mese scorso dal forte ciclone tropicale Harold, che ha ucciso due persone e ha distrutto più di 3.000 abitazioni. Il ciclone ha esacerbato l’impatto economico dell’epidemia di coronavirus e le due crisi hanno ulteriormente aggravato la difficile situazione che le persone LGBT+ vivono, dice l’attivista.

Nel mentre il tasso di disoccupazione nelle Fiji, relativo al 2019, si attestava più o meno al 4,5%, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, Nabulivou dice che circa il 62% di lesbiche, bisessuali e transgender o non hanno un lavoro o ce l’hanno precario.

E’ questo tipo di diseguaglianza che Nabulivou combatte nel suo ruolo di consigliera politica e addetta a progetti speciali dell’organizzazione figiana per i diritti umani “Diverse Voices and Action (DIVA) for Equality”, che lei stessa ha contribuito a fondare nel 2011: “E’ cominciato con un gruppo di giovani che sono venuti da me e dalla mia partner e hanno detto: Okay, ci discriminano. Cosa possiamo fare insieme?

Un decennio più tardi, il gruppo sostiene il lavoro di nove sezioni in tutto il Paese, affrontando questioni come visibilità e povertà nonché omofobia e transfobia, ha detto Nabulivou. La parte chiave del suo lavoro, ha aggiunto, è tentare di contrastare le “proporzioni epidemiche” della violenza contro le donne – siano esse lesbiche, bisessuali, transessuali o eterosessuali – nelle Fiji e in altre nazioni del Pacifico: “L’84% delle donne LBT e delle persone “non conformi” al genere (che non assumono i ruoli tradizionali ascritti a maschi o femmine) hanno denunciato violenze da parte dei propri partner, contro i due terzi delle donne eterosessuali.”

Oltre che sui diritti delle persone omosessuali e sulla violenza domestica, Nabulivou organizza campagne su istanze climatiche ed ecologiche, dicendo che molte di queste sfide sono collegate.

“Noi siamo donne che devono lottare contro la povertà, ma vogliamo anche parlare del bullismo nelle scuole o delle esperienze di sviluppo ecologico nel Pacifico. Come esseri umani abbiamo tante cose diverse a cui teniamo. – spiega Nabulivou, che si definisce maniaca del lavoro e dice di aver ottenuto nuova ispirazione dalla sua bambina – Voglio per lei un mondo meraviglioso, in cui possa essere emancipata e libera.”

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Le Isole Fiji, con le loro spiagge color zucchero e gli splendidi paesaggi, sono certamente un bel posto per fare una vacanza, ma sembra che viverci effettivamente essendo donne non sia poi così facile. Il divario di genere è ampio, sostenuto da un’attitudine sociale assai patriarcale e la rappresentanza politica femminile è scarsissima: “Le decisioni non sono prese ne’ per le donne ne’ dalle donne.”, spiega l’attivista locale Sharon Bhagwan-Rolls.

sharon

Ex giornalista radiofonica, nel 2004 Sharon ha creato “FemLINKpacific”, un’ong che fa funzionare due stazioni radio e crea vari altri prodotti mediatici per amplificare le voci delle donne, in special modo quelle povere e svantaggiate: “I governanti, o chiunque altro voglia conoscere lo status delle donne in tutte le sue diversità, non hanno che da sintonizzarsi. La copertura dei media commerciali sulle donne arriva al massimo a qualche celebrità che legge ricette.”

FemLINKpacific” ha addestrato 30 giovani volontarie a produrre programmi radio e le manda in giro in squadre per tutto il paese, con un agevole kit di strumenti che sta in una borsa (la chiamano “radio-valigia”), a intervistare le donne sin nelle più remote zone rurali.

Raccogliendo storie dai centri rurali siamo in grado di dimostrare quali sono i loro bisogni, che si si tratti della salute o della sicurezza economica, e ciò diventa la base del nostro attivismo. Quando connetti tutto, diventa un’agenda nazionale. – dice ancora Sharon – Un punto chiave dell’agenda è raddrizzare lo sbilanciamento di genere in politica. Tramite la radio siamo in grado di collegare le donne ad alcuni processi nazionali e di assicurarci che le loro voci siano udite.” E FemLINKpacific può accreditarsi tranquillamente la maggior parte del merito se le elezioni del 2014 hanno visto passare la rappresentanza femminile in Parlamento da 8 seggi a 50.

La nostra organizzazione è parte di uno sforzo più ampio per costruire società civile. Le nostre radio comunitarie sono importanti perché mostrano le abilità delle donne: noi non ci limitiamo a tirar fuori i problemi che le donne segnalano ma mostriamo che hanno delle soluzioni. Quando fornisci a questo uno spazio mediatico stai sostenendo l’agenda politica femminile.”

(Sharon Bhagwan-Rolls è membro dell’ong internazionale “Gruppo di lavoro su donne, pace e sicurezza”, è presidente della “Partnership Globale per la prevenzione dei conflitti” e presidente amministrativa del Fondo Globale per le Donne, inoltre è consigliera per l’Agenzia Donne delle Nazioni Unite.) Maria G. Di Rienzo

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