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“Italian centers for abused women lose state funding as lockdown fuels demand”, di Elaine Allaby per Thomson Reuters Foundation, 28 maggio 2020, trad. Maria G. Di Rienzo.

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Quando l’Italia annunciò la sua chiusura per coronavirus all’inizio di marzo Anna Levrero, che gestisce un rifugio per donne maltrattate nella regione maggiormente colpita, la Lombardia, sapeva che ciò avrebbe portato a un picco nelle chiamate. Ma stava già facendo i conti con un’altra difficoltà.

Ai centri per le vittime di violenza domestica in Lombardia, nell’Italia del nord, è richiesto sin dall’anno scorso di fornire alle autorità regionali le identità delle donne che stanno aiutando per esseri qualificati a ricevere i fondi statali. Molti hanno rifiutato definendola un’invasione della privacy e come risultato, dicono, devono maneggiare una significativa riduzione dei finanziamenti, proprio mentre dei loro servizi c’è più bisogno.

Le autorità regionali hanno detto che i dati sono necessari per formulare le politiche. Prima che la richiesta di fornire i codici fiscali delle donne fosse fatta, sostengono, c’era il rischio di duplicazione dei dati quando qualcuna visitava più di un centro. “Dal nostro punto di vista è un’assurdità, perché se una donna ha sofferto abusi non è che se la spassa a girare da un centro a un altro.”, ha dichiarato Levrero a Thomson Reuters Foundation.

Numerosi paesi hanno riportato aumenti nelle chiamate telefoniche relativa alla violenza domestica, nonostante la quarantena renda più difficile per servizi e organizzazioni di volontariato raggiungere le donne isolate nelle loro case. Tre mesi di chiusura potrebbero risultare in 15 milioni di casi di abuso domestico in più di quelli previsti, secondo le ricerche delle Nazioni Unite.

DiRe, la rete nazionale italiana dei centro anti-violenza, ha detto che le chiamate alle sue linee d’aiuto fra il 2 marzo e il 5 aprile sono aumentate del 75% rispetto allo stesso periodo del 2018, la serie più recente di dati comparabili.

La sua direttrice per la Lombardia Cristina Carelli, che è anche coordinatrice del centro anti-violenza CADMI di Milano, ha detto che alcuni centri hanno perso una larga porzione dei loro finanziamenti dopo essersi rifiutati di soddisfare le nuove richieste ufficiali.

“Per noi è una perdita enorme, perché i centri anti-violenza stanno già avendo difficoltà a ottenere tutti i fondi di cui hanno bisogno. – ha detto Carelli – Perché facciamo davvero un mucchio di lavoro, accogliamo moltissime donne, e questo impegno ha necessità di essere sostenuto con finanziamenti adeguati.”

Due rifugi alla periferia di Milano, che si appoggiavano interamente al finanziamento regionale, sono stati costretti a chiudere a causa di tale decisione, ha aggiunto. Carelli ha spiegato che la Lombardia è stata l’unica regione italiana sino ad ora a richiedere il codice fiscale, sebbene anche Umbria e Calabria abbiano considerato la possibilità di farlo.

Un gruppo di esperti su donne e violenza domestica del Consiglio d’Europa ha espresso preoccupazione rispetto alla pratica in un rapporto di gennaio, dicendo che avrebbe “minato la relazione di fiducia fra le vittime e chi provvede i servizi”. In precedenza, i centri lombardi assegnavano un codice alfanumerico casuale, condividendo i dati resi anonimi con le autorità.

Silvia Piani, assessora lombarda alle Politiche per la famiglia, genitorialità e pari opportunità, ha detto che la regione sta sperimentando il nuovo sistema sin dal 2014 e che il 90% dei centri ha acconsentito alle misure. Ha dichiarato che le autorità regionali considerano solo i dati aggregati, il che non violerebbe la privacy individuale. “Prima, una donna andava in uno dei centri, i centri riempivano un modulo e il modulo restava in un cassetto di scrivania.” ha detto, aggiungendo che il nuovo sistema ha fornito dati sull’età delle vittime, il loro status occupazionale e la loro situazione familiare.

Quando il governo centrale ha ordinato il lockdown in Lombardia l’8 marzo, il Centro Aiuto Donne Maltrattate (CADOM) di Monza, che Levrero gestisce, ha dovuto chiudere le porte, ma ha tenuto aperta la linea telefonica. “Per le prime due settimane non abbiamo sentito quasi nulla. – ha detto – Poi, poco a poco, sono cominciate ad arrivare chiamate in gran numero, non tanto perché ci fossero emergenze ma per sostegno, per sentire una voce amica, per accertarsi che quando ciò fosse finito sarebbero state in grado di tornare da noi.” CADOM opera con diversi rifugi in Lombardia, ma ha dovuto cedere la gestione di tre dei suoi centri d’aiuto ad altri operatori che hanno siglato l’accordo.

Carelli ha detto che DiRe sta parlando con la Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, per tentare di trovare una via d’uscita.

Bonetti ha dichiarato a Thomson Reuters Foundation di star cercando soluzioni che possano conciliare la necessità dell’amministrazione di acquisire dati su come vengono usati i fondi pubblici al diritto all’anonimato delle vittime.

“Non vogliamo dire alle donne ‘ti aiuteremo solo se ci dai il tuo codice fiscale’. – ha concluso Carelli – E’ un modo di agire assai presente nella violenza, no? E’ un tipo di ricatto.”

P.S. della traduttrice: L’amministrazione regionale lombarda pensa a tutelarsi dalle “furbette” della violenza che altrimenti sperperano i soldi pubblici. Stiamo parlando del virtuoso governo regionale della Lombardia, quello di Fontana e Gallera: le facce come le terga.

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Cominciare un articolo o un discorso con “ve l’avevo detto” è sempre spiacevole e di sicuro non mette a proprio agio chi legge o ascolta. Oggi, però, non posso aprire altrimenti: perché affidare il contrasto alla violenza di genere a chi di tale soggetto non sa nulla, rifiuta o ignora l’analisi femminista al proposito e improvvisa gli interventi ha conseguenze.

Ne avevo parlato qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/07/23/la-nostra-spazzatura/

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/07/24/red-carpet/

Ed ecco la conferma al mio giudizio:

13 settembre 2019: “Intascava i soldi di una onlus a tutela della donne e le minacciava: arrestata ex presidente Clarissa Matrella, della Onlus “Butterfly” con sede a Riccione, speculava sulle donne vittime di violenza sessuale e maltrattamento in famiglia, nascondendosi dietro l’associazione senza scopo di lucro”.

Dall’articolo:

“Clarissa Matrella, 35 anni di Foggia, presidente di una Onlus contro la violenza di genere, denominata “Butterfly” con sede a Riccione, è stata arrestata nella mattina di ieri, giovedì 12 settembre, per reati che vanno dalla truffa all’estorsione. (…)

Gli inquirenti hanno anche appurato che Matrella, con i soldi concessi da Comune di Cattolica e Regione Emilia-Romagna per la casa protetta, pagava l’affitto, il parrucchiere, le cene e le uscite. La 35enne che resta al momento l’unica indagata, fungeva per la Butterfly da presidente, avvocato e psicologa, investigatore privato e tecnico informatico. (…)

Non solo fondi pubblici finivano per le spese personali ma anche quelli estorti alle donne. Da una vittima di violenza sessuale si era fatta pagare 900 euro per una perizia informatica, da un’altra tremila per un brutto divorzio. Per non essere cacciata dalla casa protetta, una straniera aveva pagato 1500 euro. Qualche tempo fa infine, era riuscita a sottrarre l’abitazione a una vittima di maltrattamenti. In quella stessa casa, Matrella vi ha trasferito il proprio domicilio e l’ultima sede legale dell’associazione Butterfly.”

Ovviamente le vittime di violenza si rivolgono a 360° a chiunque prometta di aiutarle e qui sono state solo ri-vittimizzate: ma da voi, amministratori pubblici, è lecito aspettarsi disamine un po’ più approfondite. Prima di patrocinare, affidare incarichi, assegnare fondi per qualsiasi cosa riguardi la violenza di genere dovete sapere voi per primi cosa essa è. Credo che le associazioni della rete antiviolenza e i gruppi femministi – e cioè le vere esperte – abbiano la massima disponibilità a spiegarvelo, gratuitamente.

Per il momento vi lascio io un indizio utile: la violenza contro le donne, per la sua vastità e per i suoi aspetti sociali e politici, non può essere equiparata con leggerezza a nessuna delle problematiche affrontate dai vostri assessorati, ne’ può essere affrontata dal primo che passa dotato di laurea in psicologia / criminologia o quant’altro, perché il suo fulcro è questo:

“Gli uomini presumono che la loro mascolinità riguardi l’affermazione del potere (in politica, al lavoro, nelle relazioni), mentre le donne hanno interiorizzato il senso di poter esercitare solo una capacità d’azione ridotta e che la loro femminilità sia definita dalla loro passività.

Nella nostra cultura la mascolinità è sinonimo almeno simbolico di potere, la femminilità della mancanza dello stesso. Un corpo maschile (anche se privo di reale impatto a livello sociale, economico o politico) è segno di un determinato potere che è indicato dal dominio delle donne. E in effetti, in alcuni casi, una mascolinità aggressiva funge da compensazione per la privazione sociale ed economica. Sembra esserci una credenza persistente – profondamente radicata nella nostra psiche – per cui gli uomini raggiungono il riconoscimento della loro mascolinità, e così del loro potere sociale e politico, esercitando dominio e controllo sulle donne.” Joan Scott, autrice di “Sex and Secularism” (“Sesso e Laicità”).

O si è consapevoli di ciò, e si lavora tenendolo in mente, o si finisce per finanziare opportunisti e farabutti – e per aggravare la situazione di donne che hanno già sofferto abbastanza.

Maria G. Di Rienzo

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Cosa pensereste, se un Comune decidesse di contribuire alla lotta contro la violenza di genere usando come testimonial il compagno della cantante Rhianna (che qualche mese fa l’ha riempita di botte sino a deformarle il volto)? A meno che la scritta sui manifesti non sia: “Ero un violento, mi sono accorto di quanto male ho fatto, sono cambiato” non se ne vede il senso.

Cosa pensate di un cantante che canta alle feste della camorra (fra il repertorio, due brani di un boss), e che è stato condannato a nove mesi di reclusione per lesioni aggravate, come testimonial contro il bullismo e per la legalità? Campeggia sui manifesti pagati dal Comune di Roma, a braccia conserte, accompagnato dai consueti vuoti slogan (“Diciamo basta” ecc.) e pare che il suo compenso per la sceneggiata, che comprende 6 incontri con gli studenti romani, ammonti a 150.000 euro.

Sarei assai curiosa di assistere (magari sotto forma di mosca) ad uno degli incontri. Vorrei proprio ascoltare le risposte alle domande per così dire certe ed inevitabili: Cosa devo fare se un bullo, o un gruppo di bulli, si accanisce contro di me? Il buon singer Gigi non potrà che ripetere quel che ha già detto quando gli è stato chiesto dei suoi rapporti con la camorra, e cioè che non era in grado di scegliere o rifiutare. Per cui allo/a studente che domandi lumi non potrà che replicare: Subisci, sono più forti di te, no?

Alla domanda se sia lecito, e soprattutto se sia produttivo, rispondere con la violenza nelle situazioni di conflitto non potrà che rispondere affermativamente: lui è stato condannato per lesioni e guardatelo adesso, famoso e ricco. Non è così che volete diventare anche voi, giovanotti e giovanotte?

Infine, alla richiesta di spiegare cause e di citare referenze non potrà che reiterare il suo “non bisogno” di leggere libri (è così che ha risposto a chi gli chiedeva se aveva letto quello di Saviano), mandando un ulteriore messaggio di civiltà alla gioventù italiana.

Ora, quando penso non solo al mio piccolo impegno di pellegrina (seminari, incontri, conferenze, training) offerto in dono sia perché i gruppi spessissimo non sono in grado di remunerare il mio lavoro sia perché mi ripugna chiedere persino il rimborso delle spese sostenute, ma all’impegno enorme, costante, efficace, sensato, e gratuito, delle donne delle Reti antiviolenza o dei membri maschi e femmine del Movimento Nonviolento, so che con quei 150.000 euro si poteva senz’altro ottenere di meglio.

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