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Posts Tagged ‘economia’

“Il neoliberismo è la filosofia politica (della sinistra e della destra) che si è sviluppata in occidente durante gli anni ’80 a guisa di “buon senso” populista. Ha diversi problemi:

1) vede l’individuo come agente autonomo, motivato principalmente dall’interesse personale;

2) ci dice che l’economia del libero mercato priva di regole allevia le diseguaglianze sociali;

3) descrive la libertà personale nei termini della capacità dell’individuo di “scegliere” in un mercato di scelte.

Cosa c’è di sbagliato nella visione neoliberista ed economicistica dell’essere umano? E’ riduttiva. Oltre a essere agenti individuali, gli esseri umani sono collocati in contesti psicologici, sociali e politici che rendono la nostra autonomia e le relazioni reciproche con altri assai più complesse di quanto questa ideologia permetta. (…) Il neoliberismo, con il suo focus sull’individualismo e la scelta personale ignora l’esistenza del patriarcato come struttura sociale.”

Heather Brunskell-Evans, consulente accademica su genere e sessualità; portavoce dell’organizzazione pro diritti umani delle donne FiLiA; membro del consiglio d’amministrazione di OBJECT, gruppo attivista femminista.

Il neoliberismo ne ignora volutamente parecchie, di strutture sociali – in primis le divisioni di classe e la piramide della proprietà privata: perciò, come l’accademica sottolinea, riduce la condizione umana alle “scelte” che il singolo essere umano compie. Di conseguenza, se sei povero/a, disoccupato/a, sottopagato/a, eccetera, è colpa tua. Non ti sei orientato bene nel pescare il pasticcino dal vaaaaasto plateau che la società ti offriva.

Da questa ignoranza salta fuori il “navigator” del Ministro del Lavoro Di Maio, il cui principale impegno politico sembra essere il mostrare ossessivamente la propria smagliante dentatura in tv e autoscatti (non si è ancora accorto che un “sorriso” perenne non produce fiducia nell’osservatore, ma inquietudine). Dalla stampa:

“Chi si rivolgerà ai centri dell’impiego avrà dall’altra parte la figura del “Navigator” che “lo prenderà in carico”, spiega il ministro. Una figura che “selezioneremo con un colloquio” e “deve essere in grado di seguire chi ha perso il lavoro, formarlo e reinserirlo nel mondo del lavoro”. La platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza, secondo Di Maio, ammonterà a 5 milioni di persone.

“La figura del Navigator”, in sostanza, “si prenderà in carico” la persona in cerca di lavoro.”La formerà e la orienterà in modo che l’azienda la possa assumere senza doverla formare”. “La formazione – ha dichiarato – non necessariamente deve essere formata nei centri per l’impiego; può esserlo in un centro privato, in una azienda. L’importante è che la persona che orienta il disoccupato venga pagato in base al numero delle persone orientate”. (…)

In poche parole, spiega il ministro, il “tutor o Navigator” associato a un individuo che abbia diritto al reddito di cittadinanza “lo raggiungerà dovunque egli sia”, lo spingerà a seguire le prassi necessarie per trovare un lavoro o formarsi e “prenderà un bonus se farà assumere quella persona”.

Lo stesso “tutor o Navigator” poi, “sarà lui a farmi la scheda, come ministro del Lavoro”, per segnalare eventuali inadempimenti. Naturalmente, riconosce Di Maio, per creare la platea sufficiente di “tutor o Navigator” per seguire i percettori della misura, “ovviamente faremo un piano di assunzioni straordinarie”.”

Lo sradicamento della povertà a livello globale è il primo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile indicati dalle Nazioni Unite. La “data di scadenza” è il 2030 – una marea di commentatori / commentatrici di politica, economia, finanza ecc. dichiara (ovviamente) l’obiettivo irraggiungibile per tale data. I dati che la scheda delle NU fornisce al proposito sono questi:

– 783 milioni di persone vivono sotto la linea internazionale della povertà di un dollaro (Usa) e novanta centesimi al giorno.

– Nel 2016, circa il 10% dei lavoratori ha vissuto con le proprie famiglie sulla base di meno di un dollaro e novanta a persona al giorno.

– Globalmente, ci sono 122 donne fra i 25 e i 34 anni che vivono in povertà estrema per ogni 100 uomini dello stesso gruppo d’età.

– La maggioranza delle persone che vivono sotto la linea di povertà appartengono a due regioni: Asia del sud e Africa sub-sahariana.

– Alte percentuali di povertà si trovano spesso in piccole, fragili nazioni affette da conflitti.

– Un bimbo su quattro sotto i cinque anni, in tutto il mondo, ha un’altezza inferiore a quella che dovrebbe avere alla sua età.

– Sino al 2016, solo il 45% della popolazione mondiale era in effetti tutelata da almeno un beneficio finanziario di protezione sociale.

– Nel 2017, le perdite economiche dovute a disastri ambientali, inclusi i tre grandi uragani negli Usa e nei Caraibi, sono state stimate a oltre 300 miliardi di dollari.

Le cose che ho scelto di sottolineare sono il “moto perpetuo” della povertà, ciò che le permette di esistere, allargarsi, persistere.

1. Gente che il lavoro ce l’ha, ma che l’economia neoliberista non paga abbastanza per vivere decentemente – ciò è necessario a gonfiare i conti in banca di un mucchietto di stronzi, i quali sono arrivati dove sono non grazie alle proprie avvedute scelte, ma alle ricchezze di famiglia e alle protezioni di consessi finanziari e istituzioni politiche. Non partiamo tutti dagli stessi blocchi e se qualcuno vince la corsa perché ha regolarmente mezzo chilometro di vantaggio è vergognoso dire a quelli dietro di allenarsi di più.

Il nostro governo ha visto questo? Come no, flat tax.

2. La diseguaglianza di genere non è un’invenzione lagnosa delle vecchie brutte femministe zitelle ecc., tiene effettivamente le donne a distanza anche dalle minori opportunità loro offerte.

Poiché le donne sono spesso escluse per intero dai processi decisionali che le riguardano – e ciò è una violazione dei loro diritti umani – la diseguaglianza si amplia costantemente.

Il nostro governo ha visto questo? Aspettate i burlesque e le mimose dell’8 marzo.

3. Il razzismo ha un ruolo chiave nel tenere a distanza dall’accesso a lavoro, beni e servizi determinati gruppi etnici.

Il nostro governo ha visto questo? Chiedete al sig. Salvini.

4. e 5. Guerre e devastazioni ambientali generano innanzitutto morte – ma il loro principale “beneficio” è il profitto economico che il gruppetto di stronzi in cima alla piramide della proprietà privata incassa. A costoro non può fregare di meno delle conseguenze che ricadono su chi sopravvive ai disastri da loro creati (sfollamento, migrazione, fame, perdita di casa – lavoro – famiglia, aumentata vulnerabilità alla violenza di genere, ecc.).

Il nostro governo ha visto questo? Interverrà sul commercio di armi, metterà in sicurezza almeno il proprio di territorio? Ok, le risposte le sapete, non prendiamoci in giro.

Io credo che il sig. Di Maio il suo “navigator” lo abbia perso da tempo. Sembra girare a vuoto. Ma vedete, andando a spanne senza bussola ha guadagnato cariche politiche. Dobbiamo davvero chiederci cosa stiamo facendo, italiane e italiani.

Maria G. Di Rienzo

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Sul numero di ottobre 2018 della sua rivista, Der Spiegel pubblica una lunga intervista alla vinificatrice Albiera Antinori, condotta dalle giornaliste Isabell Hülsen e Susanne Amann. Non sono particolarmente interessata al mercato dei vini ne’ alle abbienti dinastie familiari italiane, ma è interessante notare come persino i ricchi – nonostante i condoni e le offerte e i lecchinaggi – giudichino negativamente l’attuale governo. Questa è la traduzione della parte relativa:

“DER SPIEGEL: La famiglia Antinori non è solo un’istituzione nel mondo del vino, ma è anche una delle più antiche dinastie italiane ed è senza dubbio parte della classe dirigente. Il nuovo governo a Roma, tuttavia, ha attratto gli elettori con una retorica aggressiva anti-establishment, con il ministro degli Interni Matteo Salvini a fare da guida. Lei si sente attaccata personalmente?

Antinori: Be’, la Toscana per tradizione sta politicamente a sinistra, perciò siamo abituati a simili approcci.

DER SPIEGEL: Cosa pensa dell’attuale governo?

Antinori: E’ una domanda delicata. Lasciate che la metta così: dopo neppure sei mesi, è difficile dare giudizi su questo governo perché nulla è stato fatto, a parte un mucchio di rumore e di strilli. Ma non occorre neppure dirlo: questo chiasso è preoccupante. E ciò che mi preoccupa di più è che sembra essere in corso una vera e propria caccia alle streghe.

DER SPIEGEL: Sta alludendo alle accuse che hanno cominciato a volare in giro dopo il crollo del ponte stradale a Genova, otto settimane fa.

Antinori: Quando accade qualcosa è sempre colpa degli altri: l’Unione Europa, la famiglia Benetton. Questo non ci porta da nessuna parte. L’Italia ha definitivamente bisogno di muoversi in avanti con un governo che dica dove vuole andare in futuro. La gente è stanca di burocrazia complicata, di soldi buttati via. E’ pericoloso continuare a versare olio sul fuoco. Ma l’Italia non è l’unico posto in cui ciò sta accadendo oggi.

(…)

DER SPIEGEL: A breve termine, però, lei potrebbe beneficiare di una “flat tax” al 15 o al 20%. Sarebbe probabilmente molto meno di quanto paga di tasse attualmente.

Antinori: No, questi piani saranno modificati, come devono essere. Ciò che era stato annunciato come una benedizione per tutti beneficerà solo pochissime persone. Lo stesso si applica, d’altra parte, all’impegno a tagliare le “pensioni d’oro” ai parlamentari. Non è così facile da fare e funzionerà solo per pochissimi di loro. Ma la questione decisiva è il reddito di base (ndt.: “reddito di cittadinanza”)…

DER SPIEGEL : … paragonabile ai benefici “Hartz IV” tedeschi per i disoccupati.

Antinori: In questo modo il Movimento cinque stelle ha preso i voti nel sud d’Italia. In un paese normale, ha del tutto senso che lo stato si prenda cura delle persone che non riescono a trovare un lavoro. E’ così che funziona in posti come la Svizzera e la Germania. Ma l’amministrazione italiana è talmente disastrata che difficilmente si potrà implementare la cosa.

DER SPIEGEL: Se lei pensa che alla maggioranza dei piani non seguirà implementazione, potremmo considerarlo rassicurante, non crede?

Antinori: Ciò che veramente mi disturba è che l’opposizione politica è in pratica scomparsa. Ne’ i conservatori ne’ la sinistra hanno qualcuno che si opponga seriamente a questo governo. Dove sono? Può essere una tattica del tipo “lasciamoli strillare”. Ma ora abbiamo bisogno di gente che prenda posizione e dica: “Stop, non potete fare questo.”

DER SPIEGEL: Il governo dà la colpa dei problemi economici dell’Italia alle rigide regole sul bilancio dell’Unione Europea, che renderebbero impossibili gli investimenti finalizzati a innescare la crescita.

Antinori: Senza Europa l’Italia è perduta! Lasciare l’UE non è un’opzione. Il governo perciò sta giocando col fuoco. E’ facile dire che è colpa dell’Unione Europea, ma è come nel nostro detto: piove, governo ladro. E’ un bene per l’Italia avere l’UE a guisa di fratello maggiore che dice: “Stai spendendo troppo”. Ovvio, alcune regole sono difficili e bisogna parlare degli investimenti necessari. Ma l’Italia deve tagliare la sua spesa fuori controllo. Ci sono sempre meno funzionari statali e tutto procede lentamente. Veramente non so dove i soldi vadano a finire.

DER SPIEGEL: Come capitana d’industria, affronta questioni politiche per assicurarsi che la sua voce sia ascoltata a Roma?

Antinori: Nell’industria vinificatrice abbiamo le nostre associazioni per fare questo.”

C’è anche, nell’articolo, un piccolo delizioso riferimento alla condizione femminile in Italia, eccolo qui:

“DER SPIEGEL: Nei 633 anni da che la compagnia commerciale esiste, lei è la prima donna alla guida. Le ispira qualche sentimento in particolare?

Antinori: Non ho mai dovuto affrontare la questione dell’essere una donna, perché ero nella fortunata posizione del non avere fratelli maschi. Solo mio padre poteva scegliere: passare tutto a una donna oppure a qualcuno che non apparteneva alla nostra famiglia. Il più grande problema, per me, è che sono entrata nell’azienda molto giovane, senza una laurea. Alle femmine non serviva studiare, si diceva all’epoca. Ho dovuto imparare un mucchio di cose nel modo più difficile. Oggi non sarebbe più possibile. Gli affari sono troppo complessi per una cosa del genere.”

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Gaza women navigate different forms of siege”, un più ampio servizio della fotografa freelance Asmaa El Khaldi di Gaza, Palestina, per News Magazine TRT World, 3 ottobre 2018. Le immagini sono sue. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Mentre Israele continua a strozzare la città con un assedio militare, alcune donne stanno perseguendo i propri sogni lottando contro varie difficoltà, inclusa l’attitudine bigotta di altri palestinesi. Nella striscia di Gaza le donne si muovono in mezzo a un mucchio di costrizioni – dai reticolati di filo spinato delle forze israeliane ai propri simili palestinesi che dicono loro cosa devono fare e cosa no.

majd - foto di asma el khaldi

L’assedio di Gaza ha prosciugato molti rifornimenti essenziali, incluso il cemento. Un’ingegnera civile di 23 anni, Majd Mashharawi – in immagine sopra – un giorno ha notato un edificio ed esaminandolo ha scoperto che le sue fondamenta erano deboli.

Mashharawi ha deciso di produrre mattoni: molto più durevoli di quelli importati. E si è assicurata che la sua produzione fosse sostenibile a livello ambientale.

Assieme a Rawan Abdulatif ha raccolto tonnellate di cenere di carbone e l’ha trasformata in quelle che loro chiamano “tortine verdi”, un’alternativa al cemento che costa il 25% in meno dei normali blocchi da costruzione. Inizialmente, gli imprenditori edili e i muratori non hanno preso sul serio il lavoro di Mashharawi. Lei se n’è fregata delle prese in giro e del fatto che la chiamassero in modo derisorio “la ragazza dei mattoni”: le lastre di calcestruzzo che lei produce dalla cenere di carbone sono più leggere, assai più forti e più a buon mercato dei mattoni ordinari.

Mashharawi ha vinto diversi premi a livello locale e internazionale, incluso il concorso “Gaza Entrepreneur Challenge”, indetto e sponsorizzato dalle Nazioni Unite in collaborazione con l’iniziativa giapponese Gaza Innovation Challenge (JGIC). La gente sta lentamente dando riconoscimento al suo lavoro. Mashharawi è decisa a realizzare il suo sogno di rendere le “tortine verdi” conosciute in tutto il mondo.

salwa - foto di asma el khadi

Salwa Srour – in immagine sopra – una 52enne palestinese nubile, si è invece assunta il lavoro di guidare per i bambini dell’asilo. Lei e sua sorella Sajeda organizzano un asilo da circa 10 anni. Quattro anni fa, diverse famiglie si lamentarono degli autisti maschi che portavano i loro bambini alla scuola privata. Le due sorelle non volevano perdere i loro scolaretti, perciò Salwa è diventata l’autista dell’autobus scolastico.

Ayisha Hussain è una donna palestinese di 36 anni e ha sette figli. E’ l’unico fabbro di sesso femminile a Gaza. Hussain ha ereditato il lavoro da suo marito vent’anni fa. Quando quest’ultimo si è ammalato, lei è diventata la sola a mantenere economicamente la famiglia.

Lavora sotto una vecchia tenda di tela cerata. Sebbene il lavoro sia duro e le spezzi la schiena, Hussain si sente realizzata. Le sue figlie le danno ogni tanto una mano, sebbene lei non desideri che i suoi bambini facciano la sua stessa vita.

Le piacerebbe avere una vera officina, un giorno. Alcuni dei vicini di casa la sostengono, mentre altri si lamentano dei rumori metallici che vengono dal suo luogo di lavoro. Guadagna dai 4 euro e mezzo ai 10 e mezzo a giornata. Sebbene il danaro non sia sufficiente a coprire le spese primarie di sostentamento, lei è orgogliosa di essere finanziariamente indipendente.

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(“In rural Paraguay, women are on the frontlines of a ‘race against time’ to save native seeds”, di Maria Sanz Dominguez – che ha anche scattato la foto di Ceferina Guerrero riprodotta qui – per Awid e Open Democracy 50.50, 11.9.2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

ceferina guerrero - immagine di maria sanz dominguez

A Chacore, a circa 200 chilometri di distanza dalla capitale del Paraguay Asunción, la 68enne Ceferina Guerrero cammina accanto a scaffali pieni di bottiglie di plastica e lattine accuratamente etichettate. Ognuna di esse contiene una varietà nativa di semi essenziali per la dieta delle comunità rurali.

Le etichette riportano i nomi in guarani, lingua indigena e seconda lingua ufficiale del Paraguay, così come in spagnolo. Guerrero presenta i semi con calore, come farebbe una madre con i propri figli: questo è un fagiolo, questa è una nocciolina, questo è mais.

Conosciuta come Ña Cefe nella sua comunità, Guerrero dice che il suo cognome (“guerriero” in spagnolo) le calza come un guanto. E’ una delle fondatrici del Coordinamento delle donne rurali e indigene in Paraguay (Conamuri).

Conamuri ha avuto inizio negli anni ’90 come piccolo gruppo. Oggi i suoi membri includono donne da più di 200 comunità rurali in Paraguay e l’associazione è anche collegata ai propri alleati in tutto il mondo come parte del movimento internazionale contadino La Via Campesina.

Pure, dice Guerrero, “non dobbiamo dimenticare il nostro principale obiettivo”: raccogliere e preservare semi nativi nell’intero paese. Lei descrive ciò come una corsa contro il tempo – e contro l’espansione dell’agricoltura industriale su larga scala.

“Attualmente abbiamo perso almeno il 60% delle varietà native. – mi ha detto – Ci sono persino comunità che non ne hanno affatto.”

Secondo l’organizzazione per il cibo e l’agricoltura delle Nazioni Unite (FAO), a livello globale il 60-80% del cibo nella maggioranza dei paesi in via di sviluppo, e metà del rifornimento mondiale di cibo, è piantato dalle donne.

Nel frattempo, il mondo ha perso il 75% del suo differente campionario di semi durante il ventesimo secolo. Ora, nove sole colture comprendono il 66% della produzione agricola globale. Unicamente tre di queste – grano, riso e mais – rappresentano circa la metà delle calorie giornaliere della popolazione mondiale.

Queste tendenze hanno allarmato ong, organizzazioni rurali e istituzioni internazionali. Mantenere la biodiversità, insiste la FAO, è “fondamentale” per la sicurezza alimentare e la capacità di adattarsi alla crescita della popolazione e al cambiamento climatico.

La perdita di biodiversità ha anche un “impatto specifico” sulle donne che “sono state per tradizione le custodi di una profonda conoscenza su piante, animali e processi ecologici”, hanno aggiunto nel 2016 gli esperti del comitato internazionale dell’IPES sui sistemi alimentari sostenibili.

In Paraguay, il mero 5% della popolazione possiede il 90% della terra. La maggioranza di quest’ultima è usata da grossi agribusiness per coltivare solo una manciata di varietà (incluse la soia, il grano, il riso e il mais) su vaste piantagioni a scopo di esporto internazionale.

L’anno scorso, il paese ha importato almeno 24.000 tonnellate di semi. La maggior parte era diretta a queste coltivazioni da esporto. Meno dell’1% erano semi di frutta o vegetali, per lo più patate. Il resto includeva il frutto nazionale del Paraguay: mburucuya (maracuja o frutto della passione).

Intanto, 28 coltivazioni geneticamente modificate (in gran parte varietà di soia, mais e cotone) sono state approvate dal governo dal 2001 in poi, quando la Monsanto ha cominciato a produrre qui la sua sua soia resistente al pesticida Roundup. Nel mezzo della pressione esercitata dalle corporazioni sull’agricoltura e la produzione di cibo, le donne che preservano le varietà native, come Guerrero a Chacore, sono “rare, come aghi nel pagliaio” dice Inés Franceschelli, una ricercatrice per l’ong Heñoi (‘germinare’). “E se il Paraguay è cosi dipendente (dalle compagnie straniere) per una faccenda così di base come il cibo – ha aggiunto – significa che questo è un paese subordinato.”

A seguito di un’intensa campagna di mega-fusioni partita nel 2016, un piccolo gruppo composto di tre corporazioni giganti (Bayer-Monsanto, DowDuPont e Chemchina-Syngenta) ora controlla più della metà del mercato mondiale dei semi. Questi semi e i giganti dell’agrochimica sono attivi anche in Paraguay, dove è stato loro permesso di piantare mais, cotone e soia transgenici.

Guerrero mi ha detto che i semi nativi crescono senza insetticidi, mentre alcuni semi transgenici possono “produrre una bella pianta, con bei frutti, ma se tu raccogli i semi e li pianti di nuovo, non germineranno. Non puoi riusare i loro semi e sei costretta a comprarli ancora e ancora.” Ciò che lei descrive suona come l’effetto di una controversa modifica genetica che produce semi sterili una volta che la pianta abbia dato i suoi frutti.

Alcuni li chiamano i “semi terminator”, alcune ong e organizzazioni rurali mettono in guardia sul fatto che l’uso delle Genetic Use Restriction Technologies (GURT) può rimpiazzare le varietà native e minacciare la sicurezza alimentare locale. Il Paraguay è anche uno dei paesi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica delle Nazioni Unite, che nel 2000 raccomandava una moratoria de facto dei test sui campi e della vendita dei semi “terminator”.

Si crede che le maggiori compagnie mondiali abbiano brevetti per tali tecnologie, sebbene esse neghino di usarli. La Monsanto, per esempio, ha detto di “non aver mai commercializzato una biotecnologia che risultasse in semi sterili – o terminator” per i raccolti di cibo e di “non avere piani o ricerche che violerebbero questo impegno.”

In questo momento si sta anche facendo pressione affinché il Paraguay adotti il controverso accordo sui semi “UPOV 91”, come parte del trattato sul libero commercio che viene negoziato fra l’Unione Europea e il blocco commerciale sudamericano Mercosur.

Le organizzazioni rurali temono che questo renderebbe possibili azioni legali contro i contadini per la condivisione e lo scambio di semi nativi, poiché essi non sarebbero in grado di soddisfare i requisiti richiesti per la registrazione all’interno dell’accordo.

Durante l’ultimo decennio, Conamuri ha sviluppato le sue proprie proposte di legge per proteggere i semi nativi e “creoli” (che non sono nativi, ma si sono adattati nei secoli alle condizioni locali). Queste proposte sono state respinte nel 2012, dopo l’impeachment del Presidente Fernando Lugo (visto come qualcuno disponibile ad accettarle). “Abbiamo capito allora che il potere politico era instabile e che perciò dare al governo il controllo sui nostri semi non era una garanzia per la sovranità e la sicurezza alimentare.” – mi ha detto Perla Álvarez di Conamuri – I semi devono stare nelle mani della gente di campagna.”

“La gente di campagna ha potere nel proprio stile di vita tradizionale.”, aggiunge Franceschelli dell’ong Heñoi, dal potere di un’alimentazione sana e di una gestione sostenibile della terra a quello di “vivere senza essere dipendenti dalla corporazioni. La resistenza è situata nelle comunità rurali e indigene in tutto il mondo. E questa resistenza è più forte nelle donne.” In Paraguay, nel mezzo del diffondersi dell’agricoltura industriale, delle coltivazioni transgeniche e dei brevetti sui semi, donne come Guerrero sono in prima linea nella battaglia per salvare le varietà native, prima che sia troppo tardi.

Queste donne stanno producendo “fertilizzanti verdi” che aiutano la terra coltivabile a rinvigorirsi per la prossima stagione e insegnano ad altre persone la coltivazione agro-ecologica che tiene conto degli ecosistemi naturali e incoraggia a piantare una varietà di semi. Stanno accuratamente etichettando recipienti in cui immagazzinano le stesse varietà di mais che le loro nonne usavano per cucinare, molto tempo fa. Stanno anche riscoprendo e preservando i semi nativi che non sono stati usati per molti anni.

A Chacore, la Semilla Róga (la casa dei semi) è un progetto di Conamuri che ospita ogni mese contadini provenienti da tutto il Paraguay per lo scambio dei semi e per l’apprendimento alla preservazione di varietà native e creole. Qui, Guerrero insegna come far crescere cibo senza pesticidi o insetticidi. Ha anche il suo magazzino di semi a casa, in cui preserva 60 varietà di semi e li condivide con i suoi vicini. “Sin dall’inizio dell’agricoltura – dice – i semi nativi sono stati collegati alle donne, che sono state le prime a raccogliere, conservare e piantare semi.”

Il progetto Semilla Róga mira pure a preservare la conoscenza e le tradizioni delle comunità che usano i semi nativi. “Ciascuna varietà di mais è adatta a diversi tipi di cibo e appartiene a differenti gruppi di persone. – ha spiegato Álvarez – Per esempio, le genti indigene come gli avá gli mbya guaraní usano il mais colorato per i rituali, perciò questa pianta ha anche valore culturale.”

Le medicine naturali derivate dai semi crudi sono pure popolari in Paraguay, dove sono spesso usate come alternative meno costose alle medicine convenzionali. Il seme di coriandolo, per esempio, è usato per aumentare le difese naturali dopo una malattia.

“Se perdiamo il kuratu (coriandolo), se perdiamo l’andai (varietà locale di zucca), noi stiamo perdendo la medicina e stiamo perdendo il nostro cibo, una parte delle nostre tradizioni come gente di campagna e una parte della nostra cultura e della nostra identità.”, mi ha detto Guerrero. Tenendo in mano una grande foglia di mais rosso nativo, Guerrero spiega che dovrebbe essere raccolto durante la luna piena, quando l’atmosfera è meno umida. Mi mostra come raccogliere i piccoli semi da ambo le estremità per il cibo: quelli nel mezzo saranno immagazzinati per la semina della prossima stagione.

“Alcuni mi chiedono quanti dollari spendo al giorno. Io non capisco la domanda, perché produco quel di cui ho bisogno e per settimane intere non spendo un dollaro. – dice – Quando hai semi in casa, non avrai mai fame.”

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Jacqueline Patiño

La boliviana Jacqueline Patiño (in immagine), è un’attivista per i diritti delle donne e il cambiamento sociale. Ha lavorato a innumerevoli progetti durante gli ultimi quindici anni e dice che la sua principale motivazione è “fare in modo che le donne concretizzino i loro sogni”. La parte più dura di questo lavoro, aggiunge, è convincerle che sono legittimate ad averli.

Il 24 giugno scorso ha scritto a The Economist, che sta tenendo un sondaggio con questa domanda: Le persone dovrebbero essere libere di decidere dove vogliono vivere?

I NO sono in netto vantaggio. Questo è ciò che ne pensa Jacqueline:

“Sono triste quando vedo il mondo impegnarsi in sondaggi senza senso come questo, mentre si distoglie lo sguardo dal merito concreto della questione.

Perché chiedere se la gente dovrebbe essere libera di decidere dove vivere, quando sappiamo che non lo è?

I governi dei paesi ricchi hanno già reso difficile per le persone migrare là, ma allo stesso tempo si sono assicurati che la gente dei paesi poveri riceva tutte le merci che loro producono, tutta la spazzatura (merci usate) che loro producono, e tutti i prestiti che possono caricare di interessi finanziari. Tutte queste “risorse” che devono essere ricevute dai paesi poveri non sono negoziabili da alcun governo. L’imposizione economica e finanziaria è chiara.

Ma… le morti per omicidio, le bugie e le leggi incredibilmente perverse tramite cui i tiranni che comandano i paesi poveri hanno costruito il loro potere sono ignorate al completo, dimenticate, e si distoglie lo sguardo da esse, in nome della “autodeterminazione degli stati”.

Che scorpacciata per i paesi ricchi! Non credete? Hanno mercati asserviti e fanno un sacco di soldi imponendo i loro metodi da ormai almeno cinque secoli!

Ma per i cittadini che soffrono di queste imposizioni è del tutto sbagliato voler vivere, avere un assaggio delle esperienze del “primo mondo”.

No. Le genti dei paesi poveri esistono per lo scopo di comprare la vostra roba. Questo è tutto. Non negoziabile. Punto.

Perciò costruite mura, siate più razzisti, controllate i vostri confini. Non permettete a stranieri cattivi, brutti, sgradevoli di migrare legalmente o illegalmente. State seduti. Guardate i poveri morire di fame. Biasimateli per la loro stessa povertà.

Prendete tutti i soldi che i tiranni e le loro famiglie e i loro amici o colleghi rubano dai popoli e metteteli nelle vostre banche per farli ancora più ricchi.

Prendeteli. Non dite una parola. Sappiate che nessuno vi dirà qualcosa o farà qualcosa al proposito. Io ho persino un’idea migliore. Prendete le vostre armi, le vostre bombe, le vostre sostanze chimiche e distruggete tutta l’umanità che non si attiene alle vostre regole.

Così resteranno solo compratori che non si lamentano. E quando fuggono dall’inferno creato dai vostri conniventi tiranni, buttateli in prigione. Questi bastardi stanno venendo nei vostri ricchi e bei paesi per mangiare il vostro cibo delizioso.”

Maria G. Di Rienzo

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(di Zoe Tabary per Thomson Reuters Foundation, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Londra, 18 giugno 2018 – Le donne devono stare al cuore dell’azione sul clima, se il mondo vuole limitare l’impatto mortale di disastri come inondazioni e bufere, ha detto lunedì l’ex presidente irlandese e commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Mary Robinson.

mary robinson

Robinson, che è stata in precedenza incaricata per il clima dalle NU, ha detto che le donne sono le più investite negativamente dai disastri eppure raramente sono “messe al fronte e al centro” degli sforzi per proteggere i più vulnerabili.

“Il cambiamento climatico è un problema creato dall’uomo e deve avere una soluzione femminista. – ha detto all’incontro di esperti di clima al “London’s Marshall Institute for Philanthropy and Entrepreneurship” – Il femminismo non significa escludere gli uomini, si tratta di essere più inclusivi rispetto alle donne e, in questo caso, significa riconoscere il ruolo che esse giocano nel contrastare il cambiamento climatico.”

La ricerca ha dimostrato come le vulnerabilità delle donne siano esposte durante il caos creato dai cicloni, dai terremoti e dalle inondazioni, secondo il gruppo di esperti che compone l’Istituto britannico “Overseas Development”.

In molti paesi in via di sviluppo, per esempio, le donne sono impegnate nella produzione di cibo, ma non è loro permesso maneggiare il denaro guadagnato dalla vendita dei raccolti, ha detto Robinson.

La mancanza di accesso alle risorse finanziarie può ostacolare la loro capacità di resistere e reagire a condizioni atmosferiche estreme, ha aggiunto parlando con noi alla fine dell’evento.

“Le donne in tutto il mondo sono in prima linea per quel che riguarda le ricadute del cambiamento climatico e perciò in prima linea nelle azioni per contrastarlo. – ha detto Natalie Samarasinghe, socia direttrice delle Associazioni delle Nazioni Unite per la Gran Bretagna, durante l’incontro – Ciò che noi, la comunità internazionale, dobbiamo fare è parlare con loro, imparare da loro e sostenerle nell’aumentare ciò che esse sanno funzionare meglio nelle loro comunità.”

Mary Robinson è stata presidente dell’Irlanda dal 1990 al 1997 prima di assumere l’incarico di Alta Commissaria delle NU per i Diritti Umani, e ora dirige una fondazione che si occupa di giustizia climatica.

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29 maggio 2018, Treviso, Italia. Quando entro nel locale la barista sta parlando con un cliente: “Se non sono stati capaci di formare un governo in oltre due mesi – dice più o meno – che senso hanno le elezioni? Anche se li rivotano, non riusciranno di nuovo a farlo.”

“Se la massoneria vuole così…”, risponde l’informato cliente.

Un secondo avventore parimenti illuminato alza gli occhi dal telefonino per intervenire: “Adesso arriva la troika.”

La barista si gira verso di me. Io, rivolgendomi a lei sola: “E se aspetta un po’ arrivano anche gli alieni.” Lei coglie, puntando lo sguardo all’esterno: “Infatti, stavo proprio guardando il cielo oggi…”

“Gli ufo – concludo io – è tutta colpa degli ufo.”

***

La perfida Albione, 29 maggio 2018:

New Statesman – “La verità è che Mattarella ha agito correttamente nell’ambito del suo ruolo costituzionale di Presidente e che ne’ i Cinque Stelle ne’ la Lega Nord possono affermare in modo credibile di aver ricevuto nelle ultime elezioni il mandato di far uscire l’Italia dall’euro.”

Guardian – “Sino allo scorso fine settimana, gli investitori sono rimasti calmi rispetto alle prospettive dell’economia italiana e della montagna del suo debito pubblico, che è il terzo più elevato al mondo, dietro agli Stati Uniti e al Giappone. Ma ciò è cambiato questa settimana. La Borsa di Milano è crollata ai suoi livelli minimi (…) mentre l’euro, che l’Italia usa come moneta assieme ad altri 18 paesi, è sceso al suo livello più basso nei confronti del dollaro in sei mesi.”

BBC – “Come si posiziona questa crisi sulla scala delle crisi italiane? Molto in alto. Ma l’Italia non è estranea al trambusto politico. Ha avuto 64 governi dalla fine della seconda guerra mondiale.”

Independent – “Cinque Stelle e Lega non hanno chiesto un referendum sull’euro durante le elezioni, riconoscendo che la maggioranza degli italiani non vuole attualmente abbandonare la moneta unica o l’Unione Europea. (Ndt.: La candidatura di Savona sarebbe stata pensata per innescare la crisi, come argomentato di seguito) I due partiti (in particolare la Lega) sperano di vincere con più ampio margine in nuove elezioni – e questa volta sulle basi di un esplicito manifesto anti-Bruxelles e anti-euro. Ciò può condurre allo scenario di uno scontro politico estremamente pericoloso all’interno della più ampia area che usa la moneta unica e potenzialmente a una nuova crisi finanziaria.”

(Ho cercato giornali che ne parlassero in altri paesi: Spagna, Germania, Stati Uniti ecc., ma o non lo fanno o si mettono a piangere perché gli blocco la pubblicità e non mi lasciano leggere.)

***

Allora. Da quando siamo una Repubblica – 2 giugno 1946 – di media abbiamo in pratica avuto un nuovo governo ogni anno. Abbiamo il podio per il debito pubblico (medaglia di bronzo, è pur sempre una soddisfazione): ogni governo ha lasciato il cerino acceso a quello successivo.

Poiché in Italia ogni crisi finanziaria è regolarmente fatta pagare ai lavoratori dipendenti e ai meno abbienti (nessuno dei 64 esecutivi si è distinto da questa linea) – e anzi l’ultima geniale proposta è quella di “spianare” le aliquote, anziché tassare il capitale e perseguire gli evasori – i ribelli al sistema di M5S e Lega sono dispostissimi a renderci in futuro più poveri di quel che siamo, purché ciò gli garantisca più voti oggi.

Savona (che nessuno ha eletto) non è un martire indipendentista in lotta per la nostra liberazione dall’euro: è una figura di corruttore (prescritto) indegna di un dicastero – vero, come molte persone che l’hanno preceduto, ma questo non rende la candidatura meno inopportuna. E dimostra come il “governo del cambiamento” sia perfettamente funzionale al sistema di cui si dichiara alternativo.

Infine, di chi è la colpa se non abbiamo un governo? Non dei responsabili vincitori delle elezioni, mai e poi mai. Va lanciata a 360° su ogni soggetto possibile, reale o immaginario: massoneria, troika, poteri occulti, rettiliani, grano saraceno, scie chimiche, sirene… ufo ufo quanto mi stufo.

Maria G. Di Rienzo

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