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Posts Tagged ‘diritti dei lavoratori’

grim reaper

Il brano viene da un articolo di ieri, 16 agosto, a firma di Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil: “(…) come ha evidenziato il recente rapporto Eures dal significativo titolo “Omicidio in famiglia”, le armi legalmente detenute nelle case degli italiani uccidono più di mafia, camorra e ‘ndrangheta. C’è un dato che fa riflettere, confermato anche dall’ultimo dossier ferragostano del Viminale: gli omicidi sono in calo nel nostro Paese, ma crescono quelli tra le mura di casa. (…) Sempre secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno, oltre il 63% degli omicidi “casalinghi” riguarda le donne. Una vera e propria emergenza, con un fil rouge che lega pericolosamente assieme la delittuosità in famiglia e la diffusione delle armi. Per questo, come poliziotti democratici, restiamo fermi nella nostra convinzione che il numero di fucili e pistole in circolazione debba diminuire e non aumentare, che il legislatore debba mettere le forze di polizia nella condizione di poter controllare in maniera più cogente i titolari di porto d’armi ad uso sportivo o caccia che spesso costituiscono l’occasione a buon mercato per avere in casa delle vere e proprie santabarbara.”

Istat, agosto 2019: quasi 7 milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza (20,2% violenza fisica, 21% violenza sessuale). Nella maggior parte dei casi i perpetratori sono partner o ex partner: sapete, quelli stressati, depressi, disoccupati, lasciati o non lasciati dalle loro vittime; ad ogni modo, innamorati (16 agosto – Reggio Emilia. Omicidio Hui Zhou. I parenti di Hicham Boukssid: “Era innamorato di lei”) e recidivi in questo tipo di “amore” (3 agosto – Omicidio/suicidio a Pesaro. La figlia di Maria Cegolea: “Papà spesso la picchiava, anche di fronte a noi”). In Italia 120 donne all’anno, di media, muoiono così.

Inail, luglio 2019: aumentano i morti sul lavoro. Le denunce di infortunio mortale sono state l’anno scorso 1.218, in crescita del 6,1% rispetto al 2017. I casi accertati “sul lavoro” sono invece 704, il 4,5% in più di cui 421, pari a circa il 60% del totale, avvenuti fuori dell’azienda (con un mezzo di trasporto o in itinere, di cui 35 ancora in istruttoria). Anche gli infortuni non mortali sono in aumento: circa 3.000 in più rispetto al 1° trimestre dell’anno precedente (da circa 154.800 a 157.700).

Adesso mi dica il sig. Ministro dell’Interno: sono i 134 disgraziati rimasti bloccati a bordo della “Open Arms” – in condizioni igieniche insostenibili e da ben quindici giorni – a minacciare la sicurezza delle italiane e degli italiani?

Maria G. Di Rienzo

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workers

Comunque sarà gestita la crisi politica italiana in atto, al voto dovremo andare in un prossimo futuro. Gli scenari consueti della propaganda elettorale sono comunque già installati e funzionanti: dall’aspirante padre-padrone che chiede pieni poteri per rimetterci tutti a posto a bastonate, al nonno un po’ scentrato che gli ha retto le falde della felpa sino a ieri e oggi si propone quale salvatore dell’Italia dalla deriva e dalla rovina.

Consuete anche le proposte/risposte “alternative” sino ad ora disponibili: federalismo regionale, gestione dell’immigrazione, sviluppo del mezzogiorno, investimenti per la formazione dei ceti imprenditoriali… non devo continuare, vero? E’ sempre la stessa indigeribile minestra, a cambiare sono unicamente i nomi dei cuochi. E, sempre come al solito, se si cerca di attirare l’elettorato con le parole d’ordine dell’avversario politico – solo infiocchettate di (sedicenti) moderazione e buonsenso – si perde. Si perde anche ricorrendo gli avversari in termini di “immagine”, mostrando dell’Italia una versione virtuale in cui sfilano personaggi da première e matinée che se sono donne parlano di trucco e tacchi e se sono uomini commentano la Formula 1. Se la situazione sono in grado di leggerla io, non dovrebbe essere difficile farlo per chi in tali analisi e disamine si dichiara specialista. Per favore, Sinistra e Centro-sinistra o quant’altro si collochi all’opposizione, lo chiedo da elettrice e non solo in mio nome: BASTA.

Date spazio alla gente comune. Date riconoscimento alla classe lavoratrice. Date solidarietà concreta alla lotta contro la violenza di genere. Date sostegno alle competenze, alle capacità, alla passione e alla tensione ideale verso un sogno differente. Non ci importa come sono fatte le persone che ci parlano, ne’ quel che indossano, ne’ dove vanno in vacanza, ne’ se piacciono ai dietologi: ci importa ciò che dicono, ciò che sanno e ciò di cui fanno esperienza.

ladies

E’ per noi fondamentale poterci riconoscere e rispecchiare in loro, persone che ci somigliano, che usano i nostri stessi mezzi pubblici, che vanno al lavoro nei nostri stessi luoghi o ricevono la pensione dagli stessi enti, che hanno le nostre stesse difficoltà con la sanità pubblica e la scuola e il welfare e la casa e il futuro in genere: è questo che riduce la distanza fra cittadini e politica, non la manfrina sulle autonomie regionali ne’ l’ennesima manifestazione di servilismo nei confronti degli abbienti. Guardate i volti che appaiono nelle immagini con cui ho illustrato questo pezzo. Sono quelli che vogliamo vedere. Sono i nostri.

Abbiamo bisogno del vostro coraggio. Abbiamo bisogno di vedervi balzar fuori da questo insensato balletto di slogan e rappresentazioni tanto virtuali quanto obsolete. Alcuni/e di voi lo vivranno come un salto mortale, lo capisco: ma vi assicuro che ad attendervi dall’altra parte c’è la rete di sicurezza delle nostre braccia intrecciate.

Maria G. Di Rienzo

lab worker

Non è facile vivere di sogni

Ma maggiori sono le difficoltà, migliore è il risultato

Love of the Common People, versione degli Stiff Little Fingers:

https://www.youtube.com/watch?v=zA9q7QF45pM

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Questo è uno dei vantaggi dell’essere vecchi: sai e vedi e puoi provare che non tutto è già stato fatto, ma moltissimo sì. Una situazione che si ripete, per esempio, è l’usare i successi elettorali delle destre per spiegare con sufficienza a chi non si genuflette a essi che sono dovuti a profonda comprensione del tessuto sociale, alla capacità di rispondere ai bisogni e ai timori dei cittadini, ad un’acuta vicinanza agli strati più vulnerabili della società. La pseudo-analisi prosegue invariabilmente spargendo a piene mani nei confronti dei dissidenti accuse di cecità (“Non cogliete il disagio relativo all’Europa e all’immigrazione”), snobismo (“Fate le pulci sul linguaggio che però è quello che la gente comune usa”), moralismo (“Non avete il diritto di giudicare perché chi li vota è il proletariato che vi ha abbandonati e come disse Pasolini… ecc.”) e collaborazionismo involontario (“Andate in televisione a fare semplice testimonianza e siete funzionali agli avversari”).

Il dato principale di tali pistolotti è una mancanza: chi li produce non ha mai in mente un tipo d’azione politica alternativa, ne’ una chiara visione politica complessiva a cui tendere – in pratica, ci dice solo quanto bravi sono quelli che hanno vinto, e che hanno vinto proprio perché sono bravi, e noi avremmo dovuto fare le stesse cose che fanno loro. Gli autori di queste banalità superficiali nel 2019 credono, magari, di essere speciali, “fuori dal coro”, portatori di un pensiero innovatore illuminante e coraggioso: purtroppo si sbagliano. Si sbagliano perché climi e tendenze sociali possono – accade continuamente – essere creati ad arte dalla propaganda: qualsiasi disagio è convogliato a mirare ad un meta-bersaglio unico indicato come motore primario di ciascuno di essi.

* I primi successi elettorali della Lega (allora gli aderenti al partito non si vergognavano di chiamarla con il suo nome completo – Lega Nord Per l’Indipendenza della Padania) risalgono agli anni 1991-1994. All’epoca i temi della profonda comprensione, della capacità di rispondere e della vicinanza e quant’altro erano questi: le buche sulle strade del nord, i “terroni” che avevano invaso tutti i posti statali (insegnanti, impiegati) rubando il lavoro ai “padani”, le regioni del nord rappresentate come galline dalle uova d’oro di cui si nutriva a sbafo un sud nullafacente e criminale, la sbandierata superiorità economica del “modello nord-est”, la richiesta di secessione dall’Italia e poi di mutare quest’ultima in una repubblica federale.

A coloro che chiedevano ai partiti politici di opposizione di demistificare questo scenario fasullo, di considerare le condizioni dei lavoratori dipendenti e degli strati sociali più vulnerabili e di costruire un sogno diverso per l’Italia si rispose con continui convegni sul federalismo di cui nessuno sentiva il bisogno, con l’invito ad asfaltare le strade (quelle in cui i leghisti affiggevano a pali della luce i cartelli “Questa strada va bene per i carretti siciliani”) e con una pletora di sgravi, agevolazioni e finanziamenti ai geniali imprenditori del nord-est: i cui capannoni tirati su in fretta e furia su terreni agricoli o che avrebbero potuto essere impiegati altrimenti sono oggi, in maggioranza, abbandonati e vuoti. Cioè: l’opposizione ha creduto alle sirene che cantavano “ciò che vince è ciò che è giusto” e si è inutilmente impegnata a fare le stesse cose, però con i propri distinguo e filtri. E perché chi quelle cose le aveva votate avrebbe dovuto rivolgersi agli imitatori, quando aveva di esse la forma più puramente brutale a disposizione?

* I trionfi elettorali di Berlusconi (il suo secondo governo è stato il più duraturo nella storia della repubblica italiana: quasi quattro anni) ci furono spiegati nella stessa maniera descritta all’inizio: “Non cogliete il disagio verso la vecchia politica”, “Fate le pulci sulle escort ma perché siete invidiosi e vorreste essere anche voi circondati da strafighe”, “Non avete il diritto di giudicare perché chi lo vota è il proletariato ecc. ecc.”, “Andate in televisione ma fate il suo gioco perché lui è un grande comunicatore”. Identico fu anche l’atteggiamento di subordinazione verso temi chiave e parole d’ordine: quando Berlusconi urlava al complotto comunista come motore primario di ogni male passato e presente e (sia mai!) futuro dell’Italia, i suoi oppositori erano assai impegnati a smarcarsi dall’infamante accusa o a razionalizzarla con pastoni storici, a favorire imprenditori e ceti abbienti per dimostrare la propria lungimiranza e magnanimità, a scaricare i sindacati e conseguentemente – di nuovo – i lavoratori dipendenti e i settori sociali più vulnerabili; inoltre, quando ci fu la parentesi del primo governo Prodi, che avrebbe potuto dare inizio a una svolta positiva nel rapporto dei cittadini italiani con la politica, la resero brevissima.

Devo continuare, nobili ammonitori? Il resto è storia recente, il grande comunicatore Grillo e il suo lumpenproletariat di onesti analfabeti complottisti con stampante 3-D, il grande comunicatore Salvini e le sue schiere di odiatori seriali parimenti analfabeti… entrambi hanno puntualmente creato i meta-bersagli per ingiustizie e disagi senza avere la più pallida idea di come risolvere dette questioni e persino aggravandole: per quale motivo io non sarei autorizzata a giudicare le azioni di questi individui e le loro nefaste conseguenze? Io sono una cittadina italiana e qualsiasi cosa decidano nel governo del mio paese mi riguarda e ha impatto su di me, anche quando concerne specifici segmenti di popolazione in cui io non rientro.

foto di maurizio tomassini

Se per voi fustigatori una donna oggettivata e un ministro da avanspettacolo costituiscono l’immagine dell’unico futuro possibile e “ciò che i proletari vogliono”, ciò dimostra solo che avete ben poca immaginazione, scarsa coscienza civile, esigua comprensione dei processi culturali, sociali ed economici – e i “proletari” li avete visti solo al cinema (io, per contro, appartengo alla categoria).

Maria G. Di Rienzo

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italia donne.jpg

Giovanotte, grazie. Siete già andate oltre gli obiettivi prefissati (qualificazione agli ottavi) e oltre ogni aspettativa di riconoscimento da parte del pubblico – quale che sia il risultato finale della vostra impresa ai mondiali, il passo successivo dev’essere ottenere lo status da professioniste e le tutele relative.

Ma il motivo principale per cui vi ringrazio è che mi avete restituito le ragioni di una passione.

Da bambina giocavo, come voi avete giocato da bambine, per quanto dovessi spesso farlo da sola – era difficile essere accettate nei gruppi di maschi. Avevo il mio quadernino autoprodotto con foto di squadre e calendari e coppe e arbitri – questi ultimi nella sezione “dannati”. Memorizzavo le formazioni e gli schemi di gioco. Ovviamente guardavo i campionati europei e mondiali.

Poi, pian piano, il piacere e l’interesse si sono sbriciolati.

Cos’avevo a che fare, io, con giovani miliardari e modelle sugli spalti e scommesse e società quotate in borsa e giri astronomici di soldi? La parte “epica” della faccenda – la sfida, il legame di un gruppo teso a uno scopo comune – non esisteva già più.

Prima di questo mondiale femminile, prima di Giuliani e Bonansea e Gama ecc. e una commissaria tecnica e due donne che in Rai fanno la radiocronaca… erano trent’anni che non guardavo una partita.

Il calcio ha comunque definitivamente perso molto per me e non credo proprio che in futuro darò la minima occhiata al campionato maschile o quant’altro. Ma voi giovani donne meritavate attenzione, sostegno e gratitudine e tifo scatenato per la partita di stasera (mannaggia, non so niente delle calciatrici cinesi… vado a informarmi). Auguri, Italia!

Maria G. Di Rienzo

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Coincidenze bizzarre:

– il 21 giugno, ieri, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha festeggiato benissimo il centenario durante la sua 108^ Conferenza, mettendo ai voti e vedendo approvate Convenzione su lotta a molestie e violenza sul luogo di lavoro (legalmente vincolante per gli stati), Raccomandazioni relative (consigli e guida su come farlo, non vincolanti) e la Dichiarazione sul futuro del Lavoro, che mette gli esseri umani e i loro diritti umani al centro del discorso. La Convenzione entrerà in vigore dopo 12 mesi dalla ratifica da parte delle singole nazioni, fra cui l’Italia.

Sull’approvazione della Convenzione, la dirigente dell’Organizzazione Manuela Tomei (Workquality Department) ha detto: “Senza rispetto, non c’è dignità al lavoro e, senza dignità, non c’è giustizia sociale. E’ la prima volta che una Convenzione e delle Raccomandazioni su violenza e molestie nel mondo del lavoro sono adottate. Ora abbiamo una definizione condivisa di violenza e molestie. Sappiamo cosa dev’essere fatto per prevenirle e affrontarle e da chi. Speriamo che questi nuovi standard ci guidino nel futuro del lavoro che vogliamo vedere.”

– sempre il 21 giugno rimbalza qua e là sui quotidiani il nuovo regolamento per la polizia locale di Cittadella (Padova), comune governato dalla Lega. Il focus delle prescrizioni dovrebbe essere “la sicurezza” – naturalmente intesa in senso salviniano – e in effetti esse prevedono assetti antisommossa, maschere antigas ecc., ma l’imposizione di un lunghissimo, dettagliato e spesso ridicolo codice di abbigliamento per le vigili (1) non sembra incastrarsi bene nel quadro.

Prima di entrare nei dettagli, ecco la dichiarazione al proposito del comandante dei vigili di Cittadella, Samuele Grandin: “I nostri agenti sono tenuti ad avere un aspetto consono. Siamo forze dell’ordine a tutti gli effetti, per cui vige un principio militaresco. Chi sceglie questo lavoro deve capire che non siamo un’armata Brancaleone, e per chi non si adegua scatteranno i procedimenti disciplinari.” Nel presentare il nuovo regolamento ai consiglieri comunali (costui) ha insistito molto sull’importanza della forma fisica e sulla necessità di mettere in campo misure adeguate anche in funzione antiterrorismo.”

La polizia municipale, in Italia, è un corpo a ordinamento civile, i corpi di polizia a ordinamento militare sono guardia di finanza e carabinieri, per cui i principi militareschi (propri cioè dei militari – dizionario della lingua italiana docet) con i vigili non hanno nulla a che fare. Molto militaresca, per contro – per estensione, spregiativo, sempre citando il dizionario – appare la minaccia di sanzioni per chi dovesse obiettare.

Tornando alle prescrizioni per ottenere un aspetto consono a non si sa cosa, “tra i requisiti per l’accesso, sia di maschi sia di femmine, è prevista una “distribuzione del pannicolo adiposo” che rispecchi una forma armonica, con tanto di percentuali di massa magra e massa grassa per maschi e femmine”. Sarebbe interessante, al proposito, sapere chi ha definito l’armonia (Leibniz e le sue monadi?) e quale autorità scientifica, in base a quali studi / ricerche, ha definito le percentuali. Inoltre: il personale già in servizio che non potesse o non volesse raggiungere gli standard indicati nel nuovo regolamento sarà licenziato?

Comunque, se ai vigili di sesso maschile si ordina di curare barba e baffi e di non portare basette a punta (?), le vigili hanno una lista di prescrizioni assai più lunga che norma: colore, forma, lunghezza dei capelli (per esempio la lunghezza di un’eventuale frangia “non deve eccedere al di sotto delle sopracciglia”) e accessori per gli stessi (“di dimensioni ridotte e di colore tale da risultare poco appariscenti”); cosmetici (“tenui”, “smalto per unghie trasparente”); gioielli (orecchini solo se non pendenti e sempre in coppia, fra gli anelli sono permessi solo la fede e quello di fidanzamento: e se lo stato civile conferma la prima, non è noto come si verificherà che il secondo corrisponda a una relazione sentimentale ufficiale); capi di abbigliamento, dai collant “tinta carne o beige” da indossare “sia d’inverno che d’estate, salvo specifiche e temporanee autorizzazioni da parte del medico competente” alla coppia mutande/reggiseno nei medesimi colori (obbligatoria “con ogni tipo di uniforme”).

La Convenzione citata all’inizio definisce violenza e molestie come comportamenti e pratiche che “mirano a, o risultano in, o potrebbero risultare in: danno fisico, psicologico, sessuale ed economico”; ciò “può costituire una violazione o un abuso dei diritti umani” ed è “una minaccia per le pari opportunità, inaccettabile e incompatibile con un lavoro decente”.

La sessualizzazione e l’oggettivazione delle lavoratrici, spinta sino a normare il colore delle loro mutande, temo ricada nella suddetta descrizione. E francamente non riesco a vedere i benefici che i collant obbligatori (anche se le vigili indossano pantaloni?) porteranno alle misure antiterrorismo.

Però, sapete, c’è anche chi ha chiuso un articolo al proposito così:

“Del resto l’attenzione di Cittadella alla sicurezza ha una storia antica, racchiusa com’è fin dal Medioevo dalla cinta muraria fatta erigere da Ezzelino per favorire la colonizzazione del territorio verso Treviso, ancor oggi perfettamente conservata.” (Repubblica, 21 giugno – la parola evidenziata, nel testo, l’ho sostituita io. L’originale era probabilmente un refuso: amor. O forse no. Resta il fatto che con la palese discriminazione sessista subita dalle vigili non c’entra una beata mazza.)

Maria G. Di Rienzo

(1) La parola “vigile” termina in “e”. E’ uno di quei casi in cui basta modificare l’articolo per indicare il sesso a cui ci si riferisce, senza ricorrere al suffisso spregiativo “essa”.

Linguiste/i e studiose/i spiegano come e perché da almeno un ventennio perciò, in caso non stia bene a qualcuno, questo qualcuno può fare le sue ricerche e persino piazzare una petizione su Change.org, ma è inutile che chieda a me di modificare le mie scelte. Es claro?

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yumi

Quando, la settimana scorsa, Yumi Ishikawa – in immagine – ha ottenuto attenzione internazionale per la sua campagna contro i codici di abbigliamento imposti alle donne sul lavoro (in particolare contro l’obbligo di indossare scarpe con i tacchi in determinati ambienti), ha dovuto affrontare in sequenza tutti gli stadi del rigetto che ogni rivendicazione simile da parte femminile, in qualsiasi zona del pianeta, guadagna ormai a prescindere. I due fattori determinanti per questo sono l’ignoranza quasi totale delle condizioni in cui vivono le donne “comuni” (cancellate da pettegolezzi infiniti sulle celebrità, sfilate di modelle silenti e parate di vallette mute, sfide “erotiche” fra influencer sul web e così via) e l’incapacità manifesta di collegare i diversi tipi di discriminazione sessista al quadro che li comprende.

1. Gli uomini in posizione di potere non ascoltano, neppure se gli presentate ventimila firme a sostegno del vostro reclamo (il che significa che almeno ventimila altre lavoratrici si sentono come voi e ciò dovrebbe, in teoria, valere un minimo di discussione). Il Ministro del Lavoro giapponese, Takumi Nemoto, ritiene che l’obbligare le donne a indossare scarpe con i tacchi sia “accettato socialmente come necessario e appropriato a livello occupazionale”. La salute e la sicurezza di chi lavora? Sì sì, devono essere protette ma sapete, ha aggiunto il Ministro, “i lavori variano”.

2. In effetti, dei danni che subite non frega un piffero a nessuno, nemmeno quando quel che testimoniate è ovvio: stare in piedi per ore e ore sui tacchi fa male. Ishikawa ha scritto del dolore ai piedi, dei problemi alla schiena, della difficoltà a muoversi, dell’impossibilità di correre qualora si palesi un pericolo ecc. Ma le aziende (consigli d’amministrazione a schiacciante maggioranza maschile) e i clienti uomini sono più felici se vedono una donna sorridere a denti stretti mentre ondeggia sui tacchi e si rovina la spina dorsale, persino quando come Ishikawa lavora a tempo determinato in una cappella funeraria (la 32enne è attrice e scrittrice).

3. Molti di questi uomini sono così oltraggiati dal fatto che abbiate aperto bocca da prodursi immediatamente nell’assalto online – e il relativo anonimato permette loro di mostrare esattamente quanto sono incivili – perciò Ishikawa è stata sommersa da insulti sessisti. Persino le cose più blande che le sono state dette sono così stupide da far piangere: “Perché tanto chiasso? Se devi parlarne fallo con i tuoi datori di lavoro.”, “E gli uomini allora? Non devono mettere le cravatte?”, “Ho letto che alle donne piace il senso di magia e femminilità che acquistano sui tacchi alti”.

Traduzione: Stai zitta, e comunque è un problema tuo, non tentare di mostrarne le radici sociali. Gli uomini soffrono, stanno peggio e non si lamentano. Sei una vera donna, o cosa?

Un minimo di approfondimento: a) Non sono giunti dati sui danni alla salute provocati dalla cravatta ai colli degli uomini, ignoriamo anche quanti ci si siano effettivamente strozzati e siano passati dalla cappella funeraria di cui sopra – id est, non avendo prove a sostegno, questa roba resta una ridicola lagna per quanto sia perfettamente vero che le cravatte non dovrebbero essere imposte. Perché invece di prendervela con Yumi Ishikawa non date inizio alla vostra campagna in merito?

b) Storicamente, le scarpe col tacco hanno fatto il loro debutto nel 16° secolo, ai piedi degli uomini della cavalleria persiana, prima di migrare agli eserciti europei e alle corti reali pure europee: confesso di dubitare fortemente che i cavalieri le indossassero per sentirsi magici e femminili.

4. Ma ci sono pure donne offese dalla vostra visibilità. Da quelle che manco hanno letto la vostra petizione (Ishikawa aveva chiarito a priori di non aver nulla contro le scarpe alte in sé, ma solo contro l’obbligo di indossarle – non avrebbe dovuto essere necessario, tuttavia l’andazzo attuale ci costringe persino a scusarci continuamente di esistere) e vi chiedono perché volete proibire loro di scegliere, alle immancabili “benaltriste”: la nazione ha problemi più gravi, vi dicono costoro, della trivialità che avete sollevato. E che il Giappone con le donne abbia davvero problemi è assodato – nella lista mondiale dell’eguaglianza di genere si piazza al 110° posto su 149 paesi. Il divario sui salari segna il 25,7% in meno per le donne a parità di mansioni. Quattro società su cinque di quelle quotate in borsa non hanno donne nei loro consigli d’amministrazione. Durante la recente abdicazione dell’imperatore Akihito alle donne non è stato permesso entrare nella sala della cerimonia. L’anno scorso nove facoltà di medicina hanno ammesso di truccare gli esami d’ammissione per escludere le candidate donne. L’11 giugno u.s. le donne erano in piazza a protestare contro il verdetto del tribunale che ha assolto il padre stupratore seriale della propria figlia 19enne: i giudici hanno detto che anche se “il sesso era non consensuale” non era possibile “provare che lei avesse resistito”. La nazione permette l’oggettivazione sessuale delle minorenni con il giro d’affari detto “joshi kosei”, ovvero la fornitura di “servizi” da parte di giovani donne in uniformi scolastiche.

Tokyo distretto Akihabara

(Controllo di polizia dell’età di un gruppo di esse)

La prostituzione richiesta alle ragazze in uniforme è nascosta da offerte di riflessologia plantare e di massaggi vari, sessioni fotografiche e “laboratori” in cui le giovani offrono visione delle loro mutande mentre fanno origami o creano oggetti con perline. Ufficialmente i clienti non devono toccarle, ma quelli che non vogliono masturbarsi a casa possono non ufficialmente ottenere di più. Le ragazze che finiscono in questo giro sono, com’è ovvio, le più povere e quelle la cui autostima è stata distrutta dall’infinito assalto dei messaggi sessisti loro diretti.

Cosa lega insieme tutto questo? La discriminazione di genere figlia del patriarcato, punto e basta. Ecco perché i tacchi obbligatori sul lavoro contro cui Ishikawa protesta non possono essere esclusi dalla lotta per i diritti umani delle donne. Sono una delle tante facce della violenza, quella che ama mascherarsi da “bellezza”.

Maria G. Di Rienzo

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Ginevra 2019

“Governi, datori di lavoro e maestranze si stanno incontrando a Ginevra (…) per negoziare una nuova convenzione globale che metta fine alla violenza e alle molestie nel mondo del lavoro.

Chiediamo loro con urgenza di ricordare i 235 milioni di donne nel mondo che lavorano senza avere alcuna protezione legale, perché una nazione su tre non ha leggi contro le molestie sessuali sul lavoro. Sono le donne più povere a essere le più vulnerabili – domestiche, operaie, quelle donne che vivono alla giornata e non possono permettersi il rischio di perdere il lavoro difendendo se stesse e le altre. C’è bisogno urgente di una legislazione internazionale.”

Questo è il passo centrale di una lettera aperta diretta al governo britannico e pubblicata dal Guardian il 9 giugno scorso. E’ corredata da oltre quaranta firme “eccellenti” (attiviste/i e personalità politiche prominenti, artiste/i ecc. – dal sindaco di Londra Sadiq Khan a Annie Lennox passando per una considerevole serie di rappresentati di ong umanitarie e femministe) e fa riferimento alla 108^ sessione della Conferenza internazionale sul Lavoro – promossa dall’Organizzazione internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite – che si sta tenendo in Svizzera, a Ginevra, dal 10 al 21 giugno. La richiesta delle firmatarie e dei firmatari è che la compagine governativa inglese “usi saggiamente la propria influenza” per contribuire a metter fine alla violenza e alle molestie subite dalle donne nei luoghi di lavoro.

Nei cinque giorni trascorsi da che l’ho letta, ho cercato invano notizie relative alla Conferenza sui quotidiani nostrani. Ho scaricato dal sito dell’Organizzazione i documenti pubblici disponibili e rilevato la consistenza (nutrita) e la composizione della delegazione italiana: anche volendo confermare la completa indifferenza dell’attuale giornalismo italiano per il mondo del lavoro in generale e per le lavoratrici che non appartengono al settore dell’intrattenimento in particolare – la maggioranza – si poteva imbastire un trafiletto con le dichiarazioni dei partecipanti “famosi” (Di Maio è nella lista, per esempio). Per quanto vuote e banali potessero poi risultare tali dichiarazioni, almeno un settore maggiore dell’opinione pubblica avrebbe saputo di che si discute a Ginevra in questi giorni. Meglio ancora, si poteva prestare attenzione ai sindacati (gli unici al momento a pubblicizzare la Conferenza), chiedere qualcosa ai loro delegati e confrontare le loro risposte con quelle dei rappresentanti di Confindustria e Confcommercio che sono pure là.

Ma probabilmente non c’era spazio per articoli che trattino della violenza che le donne subiscono al lavoro. Nemmeno nelle rubriche a loro esplicitamente dedicate, giacché tale spazio è occupato da pezzi importantissimi che hanno questi titoli:

* Trend – Tutte in posa da fenicottero (articolo corredato da foto di fenicottero e foto di una modella scheletrica infagottata in velo rosa – ma la copertura è solo a “filo vagina” – in bilico su una gamba);

* In barca a vela con i cosmetici giusti, perché la bellezza non va in vacanza (vuoi mai che qualcuna pensi di tirare il fiato per cinque minuti);

* Sesso: i luoghi pubblici dove statisticamente le donne adorano farlo (i gusti sono gusti, ma quale che sia la percentuale delle esibizioniste non può essere fatta passare per “le donne” tout court);

* Jennifer Lopez in abito di Gucci: lo spacco rivela il calzoncino contenitivo (ORRORE!)

No, queste non sono le “cose che interessano alle donne”. Sono le cose di cui voi volete le donne si interessino, sia perché pensate che con quei cervellini da oche non possono certo desiderare / cercare / vivere altro, sia perché non vi comoda per niente quando mettono bocca in materie come politica, economia, lavoro – in altre parole, quando discutono del potere e lo reclamano.

Molestie sul lavoro? Nessuna o scarsa protezione legale? Suvvia, fate i fenicotteri e non rompete le scatole.

Maria G. Di Rienzo

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