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Posts Tagged ‘diritti dei lavoratori’

La domanda me la sono posta anch’io: dobbiamo proprio parlare del sig. Karl Lagerfeld?

Quanto questo famoso stilista (che lavora per Chanel e Fendi) ami, capisca e dia valore alle donne ci è chiaro da tutta la sua carriera.

https://lunanuvola.wordpress.com/2014/10/08/la-sfilata/

La settimana scorsa, nell’intervista concessa a “Numéro Magazine” ha solo messo qualche ciliegina sulla torta, dichiarandosi “stufo marcio” dei movimenti che contrastano le molestie e la violenza sessuale, in particolare #metoo, e delle donne “che ci mettono vent’anni per ricordare” ciò che hanno subito.

In realtà le donne restano in silenzio grazie alle minacce, alle pressioni, al timore di essere trasformate da vittime in perpetratrici (bugiarde, a caccia di soldi, vogliono vendicarsi ecc.) e a quello di perdere il lavoro, ma non importa, Lagerfeld ha comunque un buon consiglio per quelle che il lavoro ce l’hanno nel suo ambiente:

“Se non vuoi che ti tirino giù le mutande, non diventare una modella! Vai in convento, ci sarà sempre posto per te in convento.”

Lagerfeld ha 84 anni e questa lunga vita non gli ha insegnato nulla: le donne sono puttane o suore, senza mutande e a disposizione o indisponibili con le mutande di latta.

A questo punto l’unica risposta possibile per lui è: “Se non vuoi rispettare l’umanità e la dignità delle donne smetti di fare il designer. Vai in ospizio, ci sarà sempre posto per te in ospizio – e considerata la valanga di soldi in cui sguazzi sarà persino un ospizio di lusso, con le carte per giocare a tressette filettate in oro. Il personale di sesso femminile te lo terremo distante.”

Maria G. Di Rienzo

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Fra il 22 e il 23 marzo scorsi, nella Piazza Gwanghwamun di Seul, in Corea del Sud, 193 donne hanno preso il microfono e hanno parlato delle esperienze di molestie e violenze sessuali da loro subite: sono andate avanti per oltre 33 ore. Si trattava della maratona di protesta #MeToo organizzata da organizzazioni femministe / femminili coreane.

seul marzo 2018

La piazza è famosa non solo per presenza in essa delle statue di due eroi nazionali, l’ammiraglio Yi Sun-shin e re Sejong, ma perché è il luogo in cui migliaia di persone l’anno scorso si radunarono per protestare contro la corruzione del governo: l’hanno fatto in modo abbastanza efficace da causarne la caduta e ottenere nuove elezioni.

Il punto di svolta è stata la pubblica denuncia della pm Seo Ji-hyeon:

(https://lunanuvola.wordpress.com/2018/02/21/nadu-anchio-in-coreano/)

da gennaio, quando la magistrata è apparsa in televisione, una marea di testimonianze sul trattamento indegno riservato alle donne in tutta la nazione – che non riguarda solo la violenza sessuale: le donne in Corea guadagnano il 63% degli uomini che fanno il loro stesso mestiere e il paese è stimato il peggiore per una donna lavoratrice fra quelli cosiddetti “sviluppati” – ha invaso media e social media.

La reporter dell’AFP per Seul, Hawon Jung, ha commentato la maratona in diretta su Twitter:

22 marzo 2018 – Moltissime lacrime e moltissimi abbracci in questa maratona di due giorni, un evento a Seul creato affinché le donne parlino delle loro esperienze e riflessioni sull’abuso sessuale. Ho visto donne raccontare degli abusi subiti da capi / anziani delle loro chiese / mariti e degli insulti ricevuti dalla polizia quando si sono fatte avanti, nello spazio di una sola ora.

23 marzo 2018 – Una donna al microfono: Mio padre ha abusato di me e mi ha fatto ogni cosa indicibile per 10 anni di fila. Mia madre sapeva tutto, ma non l’ha fermato sino a che non ho compiuto 18 anni, dicendo che dovevo studiare molto per l’esame di ammissione all’università. Vorrei leggere questa lettera che ho scritto a mia figlia: “Figlia mia, spero che tu non dovrai mai versare le lacrime di dolore che io ho versato per così tanti anni. Ero così giovane, soffrivo così tanto e ho disperatamente tentato di dire al mondo cosa stavo attraversando… ma tutti rispondevano che parlarne era una cosa vergognosa e mi hanno costretta a restare zitta.”

Lee Eun-eui

Lee Eun-eui (in immagine qui sopra) aveva un’età maggiore e qualche risorsa in più quando si è abusato di lei mentre lavorava alla Samsung, perciò ha parlato subito. Dapprima all’ufficio personale, che ha risposto facendone un’emarginata. All’inizio hanno smesso di assegnarle compiti da svolgere, poi è stata trasferita a un diverso dipartimento. Le dissero chiaramente che nessuno era dalla sua parte. Eun-eui ha portato la corporazione-colosso in tribunale.

“In principio mi sono detta che più grande era la lotta, più grande sarebbe stata la ricompensa. – ha detto alla giornalista Laura Bicker della BBC – E’ un motto che applico a differenti aspetti della mia vita, ma la causa legale è stata un processo assai solitario e difficoltoso. Solo dopo aver affrontato tutta la durezza del percorso, quando la cosa è finita bene, ho capito che era una battaglia dovuta.”

Le ci sono voluti quattro anni, ma ha vinto la causa. Ora ha una nuova carriera come avvocata specializzata nell’aiutare altre donne nei casi di abuso sessuale: “Sono molto felice quando vengono a chiedermi consiglio e mi dicono che io sono un esempio per loro. Penso sempre che la mia lotta sia valsa la pena di farla.”

E così i “grandi” e gli “intoccabili” stanno cadendo: il governatore Ahn Hee-jung, ex candidato alla presidenza del paese, ha dato le dimissioni dopo che la sua segretaria ha denunciato i suoi stupri; il poeta Ko Un, solito molestare sessualmente le giovani con aspirazioni letterarie che si rivolgevano a lui, sta vedendo i propri lavori ritirati dalle scuole; il famoso regista Kim Ki-duk avrà anche vinto il Leone d’Oro a Venezia, ma potrebbe non essere in grado di far uscire il suo nuovo film, le cui attrici hanno denunciato le sue violenze sessuali…

Ho sempre amato il suono delle nostre voci. Ho sempre creduto nella verità e nella potenza di quel suono. Non mi sbagliavo. Maria G. Di Rienzo

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(Il cartello dice: Questo 8 marzo vogliamo diritti, non fiori)

In Spagna la protesta femminista è andata particolarmente bene, quest’anno: 5 milioni di donne (e uomini) sono scese nelle strade in più di 200 città. La metropolitana di Madrid è stata bloccata, così come 300 treni.

La Commissione 8 Marzo, che ha organizzato l’evento, secondo i sondaggi ha raccolto il consenso di 4 spagnoli su 5 in generale e del 90% delle donne fra essi: “Oggi chiediamo una società libera dall’oppressione sessista, dallo sfruttamento e dalla violenza. – diceva il loro manifesto – Chiamiamo alla ribellione e alla lotta contro l’alleanza di patriarcato e capitalismo che ci vuole obbedienti, sottomesse e zitte. Non accettiamo condizioni peggiori sul lavoro, ne’ di essere pagate meno degli uomini per lo stesso lavoro. Questo è il motivo per cui chiamiamo allo sciopero.”

Il divario di genere sulle paghe, in Spagna, resta al 13% nel settore pubblico e al 19% nel settore privato (statistiche Eurostat 2017).

Manuela Carmena, sindaca di Madrid e Ada Colau, sindaca di Barcellona, hanno apertamente sostenuto la protesta. Carmena ha scritto in un tweet l’8 marzo: “La cosa non riguarda solo il richiedere vera eguaglianza, ma anche affrontare la necessità del cambiamento del modo in cui il mondo tratta le donne.” e Colau le ha fatto eco: “Abbiamo alzato le nostre voci e non ci fermeremo. Basta violenza, discriminazione e diseguaglianza sui salari!”

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Maria G. Di Rienzo

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prosecutor Seo Ji-hyeon

La giovane donna in immagine, assediata dai reporter, è la pm coreana Seo Ji-hyeon (1), che il mese scorso ha parlato apertamente in televisione delle molestie ricevute sul lavoro, sull’onda del momentum #MeToo che ha raggiunto il suo paese. L’hanno invitata in tv dopo che la pm aveva messo online il resoconto di un’aggressione gravissima, subita nel 2010 da un magistrato più anziano durante un funerale, in seguito alla quale aveva abortito spontaneamente per lo shock.

“Volevo parlarne subito, – ha scritto Seo Ji-hyeon – ma in troppi mi scoraggiavano dicendo: Sarà un gioco da ragazzi per loro farti passare per pazza. Se parli ora, ti faranno apparire come una pm inefficiente, problematica e stramba. Dovresti tenere la bocca chiusa e pensare solo a lavorare.”

La pm ha ricevuto grande sostegno dall’opinione pubblica – tanto più che il suo assalitore Ahn Tae-geun (2) è stato licenziato l’anno scorso dalla magistratura perché corrotto, il che ha costretto il Ministero della Giustizia a aprire un’indagine. Quando l’indagine l’aveva chiesta Seo Ji-hyeon era stata immediatamente trasferita d’ufficio in un remoto tribunale provinciale. Il bastardo sig. Ahn ha solo detto al proposito che non si ricorda niente, perché era ubriaco sfatto, ma che se la cosa è accaduta, be’, gli dispiace tanto…

Negli ultimi giorni (19 febbraio) Lee Youn-taek (3) il più famoso regista teatrale coreano, 65enne ex direttore artistico del Teatro Nazionale di Corea, è stato costretto a presentare pubbliche scuse: le attrici che ha molestato e aggredito sessualmente hanno cominciato a parlare.

“Provo vergogna e mi sento distrutto. – ha detto il regista durante la conferenza stampa – Sono pronto ad accettare qualsiasi castigo, incluse le responsabilità legali per le mie azioni.” Le azioni includevano, per esempio, chiamare le attrici nella sua stanza, ordinare loro di fargli massaggi e poi chiarire definitivamente le sue intenzioni calandosi le braghe. In che modo definisce tutto questo, il bastardo n. 2 sig. Lee? Così: “E’ una cosa molto brutta che è accaduta di prassi per 18 anni di seguito.”

Come mi sento “a casa”, nonostante i 9.141 chilometri che mi dividono dallo scenario! Stupri, molestie, aggressioni… alle donne queste faccende accadono, come le grandinate o i terremoti. E’ la natura che lo vuole. Si sa che gli uomini ecc. ecc. (no, non si sa: la scienza ha smentito qualsiasi stronzata al proposito).

Maria G. Di Rienzo

(1) Si legge “so gi ion”, esattamente come è scritto in hangul, l’alfabeto coreano: ma la traslitterazione è fatta sempre per i parlanti di lingua inglese, i quali leggono la “o” come “ou” e la “i” come “ai”, e il risultato sono i pastrocchi di vocali che vedete.

(2) Come sopra, “an te gun” con la “u” chiusa.

(3) Come sopra, “li iun tec”.

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L’organizzazione di beneficenza inglese “Presidents Club”, i cui membri sono solo uomini – affaristi miliardari, celebrità di vario tipo e politici – ha annunciato in questi giorni la propria chiusura. I beneficiari delle donazioni stanno tornando loro il danaro ricevuto, perché non vogliono essere associati in alcun modo all’organizzazione stessa. La causa sta nel fatto che il Financial Times ha raccontato cos’è successo all’ultima festa per la raccolta fondi tenuta dai caritatevoli membri del club al Dorchester Hotel di Londra (in immagine), il 18 gennaio scorso:

Dorchester Hotel

1) Hanno assunto 130 hostess per l’evento, scelte in base alle caratteristiche “alte, magre e carine”;

2) Hanno fatto firmare loro un contratto in cui le donne si impegnavano a non riportare notizie sulla serata;

3) Le hanno informate che dovevano indossare biancheria intima nera per fare il paio con le minigonne fornite loro quale uniforme;

4) Hanno sequestrato loro i cellulari, ovvero (pardon!) li hanno “messi sotto lucchetto per sicurezza”;

5) Le hanno costrette a bere vino in gran quantità e se una di loro si rifugiava in bagno per quel che era giudicato dai compassionevoli festaioli “troppo tempo”, era forzata a tornare nel salone;

6) Per tutto il tempo, fra una portata di salmone affumicato e un calice di Dom Pérignon, le hanno molestate, palpate ecc. e uno dei presenti si è spinto sino a mostrare il suo prezioso pene a una delle fortunate hostess: altre prescelte sono state invitate a seguire questo o quel benefattore in una delle camere del Dorchester.

L’asta per raccogliere fondi si è accordata perfettamente allo scenario. I “lotti” andavano da una notte al locale per spogliarelli Windmill di Soho a un bonus per chirurgia plastica accompagnato dallo slogan “Metti un po’ di pepe a tua moglie”. A farsi quattro risate attorno al tavolo, purtroppo, c’era anche il Ministro per l’Istruzione britannico, sig. Nadhim Zahawi. Dev’essere un vero piacere, per le scolare e le studenti del suo paese, sapere chi è il responsabile delle scuole che frequentano. Maria G. Di Rienzo

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Ieri Antonella Rigon (grazie) mi ha segnalato questa notizia riportata dall’Ansa e dal Giornale di Vicenza: “Il gip: ‘La sculacciata in ufficio non è reato’. L’inchiesta aperta dopo la denuncia di un’impiegata – Un impiegato vicentino di 38 anni si è visto archiviare l’indagine che la procura aveva aperto a suo carico dopo la denuncia di una sua collega di lavoro. Quest’ultima, 40 anni, si era rivolta alla magistratura dopo che per tre volte quello che era il suo diretto superiore, in ufficio, le aveva rifilato una sculacciata davanti ad altri impiegati. Per la vittima si trattava di un’umiliazione da codice penale, che integra i reati di violenza sessuale nell’ipotesi lieve e di ingiuria. Ma il pm prima e il giudice poi sono stati di diverso avviso, sulla scorta delle testimonianze dei colleghi: non c’era stata morbosità nè violenza nè punizione, la sculacciata era un gesto goliardico per invitare la segretaria ad essere veloce con le pratiche.”

Ehi, ma denunciate, denunciate, perché non denunciate? Allora va vi bene…

Dunque, secondo la magistratura, il fattore saliente non è l’aggressione di una donna da parte di un uomo, la violazione della sua integrità fisica e delle norme per cui si trova in quell’ufficio (sono sicura che sul contratto d’impiego da lei firmato non c’era la clausola del farsi “scherzosamente” mettere le mani addosso dai superiori gerarchici), non la sua umiliazione e infantilizzazione di fronte a terzi, ma le intenzioni dell’uomo. Se sono “goliardiche” – non mi risulta che i due si trovassero a una festa di laurea, bensì in ambiente lavorativo – è tutto a posto e la gerarchia patriarcale è salva: i sentimenti e le intenzioni degli uomini sono fondamentali, con i sentimenti e le intenzioni delle donne possiamo pulirci il didietro, perché non hanno valore.

Tra l’altro, in un tribunale le dichiarate “intenzioni” del perpetratore di un atto che è e resta un abuso ai sensi di legge, possono fungere al massimo da attenuanti (poiché non sono provabili concretamente) e non determinano la natura e la gravità della violazione ne’ definiscono le sentenze. O meglio, questo accadrebbe se ci trovassimo in un paese civile. L’Italia ogni tanto finge di essere tale: per esempio, ha ratificato da un bel pezzo la Convenzione di Istanbul che all’articolo 40 recita: “ogni forma di condotta non voluta, verbale, non verbale o fisica di natura sessuale che ha lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona (…) è soggetta a sanzione penale o comunque legale.”

Mettere le mani sul didietro di un’altra persona, che non lo vuole e non lo ha chiesto, è morboso, è violento ed è di natura sessuale, che si tratti di una carezza o di un colpo.

Ora, poiché i rapporti di lavoro sono regolati da contratti e legislazioni e se si vuole invitare la segretaria a “essere veloce con le pratiche” o si ritiene che non faccia bene il suo lavoro le misure disciplinari sono dettagliate in essi – e non prevedono mettere in castigo la bambina, sculacciarla, farla stare in ginocchio sui sassi ecc. – questa donna è stata offesa non solo in ufficio, ma tramite la sentenza del tribunale dall’intero consesso sociale.

Il suo paese le è ribadito che il suo corpo non le appartiene, che qualsiasi uomo può fare con / di esso ciò che vuole, che poiché è donna è totalmente priva di tutele e di potere. Non vive in un mondo sensato, reale, decente, ma in quel film porno-pecoreccio in cui la maggioranza degli italiani recita da una trentina d’anni. Mi aspetto e auguro che il sindacato e le associazioni di donne di Vicenza organizzino un po’ di fuochi d’artificio con cui mostrare la miseria di questa rappresentazione. Maria G. Di Rienzo

P.S. Per Antonella e chiunque venga a sapere qualcosa: avvisatemi, Vicenza non è troppo distante per me.

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(brani tratti da “Work in the EU: women and men at opposite ends”, rapporto dell’European Institute for Gender Equality – EIGE, 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’EIGE è un istituto di ricerca e centro competenze per l’eguaglianza di genere dell’Unione Europea. Il documento integrale si trova qui:

http://wunrn.com/wp-content/uploads/Work-in-the-EU-Women-Men-EIGE1.pdf )

“Ancora oggi, il genere è un fattore determinante che divide la forza lavoro nel mercato del lavoro dell’Unione Europea (UE). Ciò conduce a un potenziale non sfruttato di talenti, ad aspirazioni non realizzate e opportunità perdute per donne, uomini e la società nel suo complesso.

Le divisioni di genere nel mercato del lavoro si estendono alla distribuzione delle posizioni di comando, alle possibilità di avanzamento di carriera, all’assegnazione di compiti o alla retribuzione.

La segregazione di genere crea e rinforza le diseguaglianze di genere all’interno del mondo del lavoro e fuori di esso. Ha impatto sull’economia dell’UE rendendo il mercato del lavoro meno competitivo e creando maggiori difficoltà alle aziende nel rispondere all’alta domanda di posizioni nella tecnologia informatica e nell’ingegneria. La segregazione crea anche le differenze negli stipendi e per le donne aumenta il rischio di povertà e ne abbassa l’indipendenza economica.

Le ragioni che stanno dietro alla segregazione sono complesse e non possono essere spiegate con un singolo fattore. Una divisione di genere che attraversa i settori di studio, combinata agli stereotipi di genere o a insufficienti opzioni per il bilanciamento lavoro-vita, arrivano insieme a creare le condizioni per la segregazione di genere. Essa si dà quando donne o uomini dominano una determinata professione o un campo di studi. Per esempio, le donne nell’arte e negli studi umanistici e gli uomini nella costruzione e nella tecnologia.

Nel settore Istruzione, Salute e Welfare ci sono meno uomini di quanti ce ne fossero dieci anni fa (30% del 2004 e 26% nel 2014). Nelle professioni che riguardano Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, la quota di donne è aumento di un solo punto percentuale durante lo stesso periodo, dal 13% al 14%.

Durante l’ultimo decennio, non c’è stata una riduzione netta del divario di genere nei salari. In alcuni paesi il divario è persino aumentato. Ciò mette in luce il paradosso di un’occupazione femminile in crescita ma solo al costo di uno sproporzionato ingresso in lavori di bassa qualità e poco pagati. Il divario salariale persiste a causa delle numerose differenze nei modi in cui donne e uomini partecipano al mercato del lavoro – dalla segregazione occupazionale all’ineguale distribuzione di posizioni direzionali o all’intensità del lavoro.

Da una parte, le donne tengono a dominare settori in cui la paga e lo status sono bassi, come l’istruzione o il lavoro sociale, ma persino in questi settori gli uomini tendono a essere pagati di più. Dall’altra parte, donne che lavorano in settori relativi alla scienza e alla tecnologia dominati dagli uomini spesso hanno minor accesso ai ruoli tecnici più prestigiosi e innovativi, il che ha impatto negativo sul progresso delle loro carriere.

I principali colpevoli sono gli stereotipi di genere. Durante le nostre vite, dobbiamo spesso affrontare la pressione sociale da parte di genitori, gruppi di pari o insegnanti a conformarci alle aspettative tradizionali che influenzano scelte di studi e di carriera. Gli stereotipi di genere scoraggiano gli individui a scegliere professioni e a restare in professioni che sono atipiche per il loro genere.

Fare attenzione presto agli stereotipi di genere nel sistema scolastico può incoraggiare le giovani donne e i giovani uomini ad aspirare a professioni non tradizionali. Gli stati membri dovrebbero affrontare gli stereotipi di genere presenti nell’istruzione informale e formale in tenera età, fornendo addestramento alla sensibilità di genere agli insegnanti.

L’orientamento professionale dovrebbe contrastare i pregiudizi di genere, di modo che i/le giovani possano pensare liberamente e prendere decisioni che permettano loro di scegliere il lavoro che preferiscono e condurre vite dignitose.”

(Il documento indica anche svariate risorse e programmi che l’UE ha messo a disposizione degli stati membri per occuparsi della questione.)

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