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Posts Tagged ‘diritti dei lavoratori’

Ieri Antonella Rigon (grazie) mi ha segnalato questa notizia riportata dall’Ansa e dal Giornale di Vicenza: “Il gip: ‘La sculacciata in ufficio non è reato’. L’inchiesta aperta dopo la denuncia di un’impiegata – Un impiegato vicentino di 38 anni si è visto archiviare l’indagine che la procura aveva aperto a suo carico dopo la denuncia di una sua collega di lavoro. Quest’ultima, 40 anni, si era rivolta alla magistratura dopo che per tre volte quello che era il suo diretto superiore, in ufficio, le aveva rifilato una sculacciata davanti ad altri impiegati. Per la vittima si trattava di un’umiliazione da codice penale, che integra i reati di violenza sessuale nell’ipotesi lieve e di ingiuria. Ma il pm prima e il giudice poi sono stati di diverso avviso, sulla scorta delle testimonianze dei colleghi: non c’era stata morbosità nè violenza nè punizione, la sculacciata era un gesto goliardico per invitare la segretaria ad essere veloce con le pratiche.”

Ehi, ma denunciate, denunciate, perché non denunciate? Allora va vi bene…

Dunque, secondo la magistratura, il fattore saliente non è l’aggressione di una donna da parte di un uomo, la violazione della sua integrità fisica e delle norme per cui si trova in quell’ufficio (sono sicura che sul contratto d’impiego da lei firmato non c’era la clausola del farsi “scherzosamente” mettere le mani addosso dai superiori gerarchici), non la sua umiliazione e infantilizzazione di fronte a terzi, ma le intenzioni dell’uomo. Se sono “goliardiche” – non mi risulta che i due si trovassero a una festa di laurea, bensì in ambiente lavorativo – è tutto a posto e la gerarchia patriarcale è salva: i sentimenti e le intenzioni degli uomini sono fondamentali, con i sentimenti e le intenzioni delle donne possiamo pulirci il didietro, perché non hanno valore.

Tra l’altro, in un tribunale le dichiarate “intenzioni” del perpetratore di un atto che è e resta un abuso ai sensi di legge, possono fungere al massimo da attenuanti (poiché non sono provabili concretamente) e non determinano la natura e la gravità della violazione ne’ definiscono le sentenze. O meglio, questo accadrebbe se ci trovassimo in un paese civile. L’Italia ogni tanto finge di essere tale: per esempio, ha ratificato da un bel pezzo la Convenzione di Istanbul che all’articolo 40 recita: “ogni forma di condotta non voluta, verbale, non verbale o fisica di natura sessuale che ha lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona (…) è soggetta a sanzione penale o comunque legale.”

Mettere le mani sul didietro di un’altra persona, che non lo vuole e non lo ha chiesto, è morboso, è violento ed è di natura sessuale, che si tratti di una carezza o di un colpo.

Ora, poiché i rapporti di lavoro sono regolati da contratti e legislazioni e se si vuole invitare la segretaria a “essere veloce con le pratiche” o si ritiene che non faccia bene il suo lavoro le misure disciplinari sono dettagliate in essi – e non prevedono mettere in castigo la bambina, sculacciarla, farla stare in ginocchio sui sassi ecc. – questa donna è stata offesa non solo in ufficio, ma tramite la sentenza del tribunale dall’intero consesso sociale.

Il suo paese le è ribadito che il suo corpo non le appartiene, che qualsiasi uomo può fare con / di esso ciò che vuole, che poiché è donna è totalmente priva di tutele e di potere. Non vive in un mondo sensato, reale, decente, ma in quel film porno-pecoreccio in cui la maggioranza degli italiani recita da una trentina d’anni. Mi aspetto e auguro che il sindacato e le associazioni di donne di Vicenza organizzino un po’ di fuochi d’artificio con cui mostrare la miseria di questa rappresentazione. Maria G. Di Rienzo

P.S. Per Antonella e chiunque venga a sapere qualcosa: avvisatemi, Vicenza non è troppo distante per me.

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(brani tratti da “Work in the EU: women and men at opposite ends”, rapporto dell’European Institute for Gender Equality – EIGE, 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’EIGE è un istituto di ricerca e centro competenze per l’eguaglianza di genere dell’Unione Europea. Il documento integrale si trova qui:

http://wunrn.com/wp-content/uploads/Work-in-the-EU-Women-Men-EIGE1.pdf )

“Ancora oggi, il genere è un fattore determinante che divide la forza lavoro nel mercato del lavoro dell’Unione Europea (UE). Ciò conduce a un potenziale non sfruttato di talenti, ad aspirazioni non realizzate e opportunità perdute per donne, uomini e la società nel suo complesso.

Le divisioni di genere nel mercato del lavoro si estendono alla distribuzione delle posizioni di comando, alle possibilità di avanzamento di carriera, all’assegnazione di compiti o alla retribuzione.

La segregazione di genere crea e rinforza le diseguaglianze di genere all’interno del mondo del lavoro e fuori di esso. Ha impatto sull’economia dell’UE rendendo il mercato del lavoro meno competitivo e creando maggiori difficoltà alle aziende nel rispondere all’alta domanda di posizioni nella tecnologia informatica e nell’ingegneria. La segregazione crea anche le differenze negli stipendi e per le donne aumenta il rischio di povertà e ne abbassa l’indipendenza economica.

Le ragioni che stanno dietro alla segregazione sono complesse e non possono essere spiegate con un singolo fattore. Una divisione di genere che attraversa i settori di studio, combinata agli stereotipi di genere o a insufficienti opzioni per il bilanciamento lavoro-vita, arrivano insieme a creare le condizioni per la segregazione di genere. Essa si dà quando donne o uomini dominano una determinata professione o un campo di studi. Per esempio, le donne nell’arte e negli studi umanistici e gli uomini nella costruzione e nella tecnologia.

Nel settore Istruzione, Salute e Welfare ci sono meno uomini di quanti ce ne fossero dieci anni fa (30% del 2004 e 26% nel 2014). Nelle professioni che riguardano Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, la quota di donne è aumento di un solo punto percentuale durante lo stesso periodo, dal 13% al 14%.

Durante l’ultimo decennio, non c’è stata una riduzione netta del divario di genere nei salari. In alcuni paesi il divario è persino aumentato. Ciò mette in luce il paradosso di un’occupazione femminile in crescita ma solo al costo di uno sproporzionato ingresso in lavori di bassa qualità e poco pagati. Il divario salariale persiste a causa delle numerose differenze nei modi in cui donne e uomini partecipano al mercato del lavoro – dalla segregazione occupazionale all’ineguale distribuzione di posizioni direzionali o all’intensità del lavoro.

Da una parte, le donne tengono a dominare settori in cui la paga e lo status sono bassi, come l’istruzione o il lavoro sociale, ma persino in questi settori gli uomini tendono a essere pagati di più. Dall’altra parte, donne che lavorano in settori relativi alla scienza e alla tecnologia dominati dagli uomini spesso hanno minor accesso ai ruoli tecnici più prestigiosi e innovativi, il che ha impatto negativo sul progresso delle loro carriere.

I principali colpevoli sono gli stereotipi di genere. Durante le nostre vite, dobbiamo spesso affrontare la pressione sociale da parte di genitori, gruppi di pari o insegnanti a conformarci alle aspettative tradizionali che influenzano scelte di studi e di carriera. Gli stereotipi di genere scoraggiano gli individui a scegliere professioni e a restare in professioni che sono atipiche per il loro genere.

Fare attenzione presto agli stereotipi di genere nel sistema scolastico può incoraggiare le giovani donne e i giovani uomini ad aspirare a professioni non tradizionali. Gli stati membri dovrebbero affrontare gli stereotipi di genere presenti nell’istruzione informale e formale in tenera età, fornendo addestramento alla sensibilità di genere agli insegnanti.

L’orientamento professionale dovrebbe contrastare i pregiudizi di genere, di modo che i/le giovani possano pensare liberamente e prendere decisioni che permettano loro di scegliere il lavoro che preferiscono e condurre vite dignitose.”

(Il documento indica anche svariate risorse e programmi che l’UE ha messo a disposizione degli stati membri per occuparsi della questione.)

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“La povertà è sessista” è la frase in corsivo sulla maglietta dell’attrice Connie Britton.

connie britton

In risposta ho letto parecchi “non ha senso”, “che significa”, “non è vero” – per stare sul blando. E’ il vostro giorno fortunato, ragazzi (tutti i commenti che io ho visto erano di persone di sesso maschile), vi informo io.

“La povertà è sessista” è uno slogan in giro da parecchi anni ed è la “frase chiave” di una delle campagne di ONE (rete attivista) spiegata così:

“In nessun luogo sulla Terra le donne hanno tante opportunità quante ne hanno gli uomini. Da nessuna parte. Ma le per le bambine e le donne nei paesi più poveri la diseguaglianza si amplifica.

Noi non metteremo fine alla miseria sino a che non abbatteremo le barriere che tengono indietro bambine e donne. Il sessismo è globale – anche la lotta contro di esso dovrebbe esserlo.

“La povertà è sessista” dà conto delle diseguaglianze nelle leggi, nelle opportunità, negli stipendi, nell’assistenza sanitaria, nello status politico, nei diritti legali, eccetera eccetera, che rendono le donne più vulnerabili e le rendono la maggioranza dei poveri nel mondo.

* Una donna su tre fa esperienza di violenza sessuale / fisica durante la propria vita.

* Le donne guadagnano meno degli uomini a parità di mansioni e orario nella maggior parte delle nazioni esistenti.

* Due terzi degli analfabeti sul pianeta sono donne.

* Ventotto bambine (minorenni) sono date in mogli ogni minuto.

* 131 milioni di bambine in età scolare a scuola non ci vanno.

* Nessun paese al mondo ha raggiunto l’eguaglianza di genere in senso economico perché le legislazioni, la strutture sociali e le abitudini culturali continuano a privilegiare gli uomini.

Perciò, non si può lottare contro la povertà se non si lotta contro l’ingiustizia di genere, punto e basta.

Maria G. Di Rienzo

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C’era un interno e c’era un esterno alla cerimonia dei Golden Globes, dove come era stato anticipato – e come avrete letto negli insulsi articoli del mainstream giornalistico italiano, zeppi di “sfottò” e di stronzate sul politicamente corretto, nonché scritti con la consueta maestria letteraria da bocciatura ripetuta alle elementari – attrici e registe eccetera si sono davvero vestite di nero per protesta contro le molestie sessuali e gli abusi nei luoghi di lavoro.

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/12/16/e-gradito-labito-scuro/

Ma c’erano donne anche fuori, le Ancelle (Handmaids) che vedete nella foto sottostante con il cartello “Non più in silenzio”. Sul retro dei loro cappelli stava scritto “#TimesUp” (“E’ finita”), a ricordare la loro recente iniziativa di solidarietà con le tutte le loro simili che hanno subito e subiscono molestie al lavoro.

no longer

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/01/10/il-ritorno-dellancella/

Sono le “Hollywood Handmaids” e questo è il comunicato che hanno rilasciato prima di manifestare: “Come branca della Coalizione delle Ancelle, le Ancelle di Hollywood si ergono per l’equità nella rappresentazione di genere e razza, sia sullo schermo che fuori, e per condizioni libere dalla violenza nell’industria cinematografica e dell’intrattenimento.

Le Ancelle di Hollywood sono: registe, scrittrici, produttrici, attrici, comparse, assistenti personali, parrucchiere e truccatrici, addette agli effetti speciali, controfigure, addette alla ripresa, costumiste, trovarobe, scenografe, localizzatrici, addette al casting, editrici, compositrici, pubblicitarie, agenti, aiutanti, macchiniste, elettriciste, elaboratrici di dati, animatrici, doppiatrici, fornitrici di servizi artigianali e catering, contabili, manager di gestione dei talenti, avvocate e molto altro ancora nell’industria cinematografica e dell’intrattenimento.

Siamo state ridotte al silenzio, marginalizzate, sminuite, aggredite, escluse e molestate una volta, due volte, troppe volte. Noi siamo coloro che hanno appreso come questo non sia un comportamento occasionale: questi sono decenni di vecchi schemi giustificati da interi sistemi.

Ci uniamo alla lotta globale per mettere fine alla violenza contro le donne a partire da dove viviamo, lavoriamo e recitiamo – qui a Hollywood, all’interno dell’industria.

Oggi, siamo al fianco delle nostre sorelle e dei nostri fratelli che vestono di nero sul rosso tappeto dei Golden Globes, per dimostrare l’emergere e la crescita della resistenza contro la violenza nei luoghi di lavoro e nella società in generale.

Ci ergiamo in solidarietà con le forti attiviste e attivisti a Hollywood dietro la sigla #TimesUp e con le molte altre iniziative guidate dalle sopravvissute in tutto il paese, lavorando per cambiare leggi e culture e per assicurare sicurezza e dignità a tutte le persone.”

Ve l’ho già detto, qualche volta: il femminismo è il più bel “fare” che esista al mondo. Maria G. Di Rienzo

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(“In Brazil, one woman challenges a system ‘made by men for men’ “, di Gabriel Leão per Women’s Media Center, 19 ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo)

clara averbuck

Quando in agosto la scrittrice e attivista femminista brasiliana Clara Averbuck – ndt.: in immagine – respinse le avance di un guidatore Uber (ndt.: servizio di trasporto automobilistico privato), lui la gettò fisicamente fuori dall’auto, provocandole lividi e un occhio nero. Poi la aggredì sessualmente mentre si trovava ancora a terra.

Averbuck ha scritto dell’assalto su Facebook e ha lanciato una campagna su Twitter affinché le donne parlino delle loro esperienze con guidatori violenti. Parlandone apertamente, Averbuck ha esposto una realtà che le donne in Brasile sopportano ogni giorno.

Nel mentre il paese è noto per i suoi festeggiamenti del Carnevale e per la squadra di calcio di fama mondiale, è anche un luogo in cui – secondo i dati del 2016 forniti dal Ministero della Salute – c’è uno stupro di gruppo ogni due ore e mezza. La dilagante violenza di genere nel paese è balzata alla ribalta più rapidamente quest’anno, quando in agosto un giudice ha ordinato il rilascio di un uomo che, con 17 denunce di aggressione sessuale alle spalle, aveva eiaculato in autobus addosso a una donna durante una corsa attraverso San Paolo.

Ho contattato il quartier generale di Uber in Brasile, dove una portavoce ha detto che la compagnia ripudia la violenza contro ogni individuo, indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale, dal colore della pelle o dalla religione. Il guidatore di Averbuck è stato licenziato, ha detto, e la compagnia si è resa disponibile per un’indagine da parte della polizia. “Non tolleriamo che le nostre passeggere siano o si sentano minacciate.”, ha aggiunto Uber in una dichiarazione via e-mail.

Prima dell’incidente con Averbuck, la compagnia era già entrata in un accordo con il magazine brasiliano “Claudia” per una campagna sostenuta dall’Agenzia Donne delle Nazioni Unite mirata a prevenire le molestie dirette alle donne. La compagnia ha anche distribuito opuscoli e video agli autisti e ha offerto seminari sul sessismo.

Ho parlato con Averbuck di quel che le è accaduto, così come in generale della violenza sessualizzata contro le donne in Brasile e di quel che deve cambiare.

Gabriel Leão: Quali sono state le ripercussioni dei tuoi articoli online sull’aggressione?

Clara Averbuck: Non appena ho deciso di rendere pubblica la mia disavventura, la mia vita personale è diventata un inferno. La vicenda è stata riportata sui quotidiani e sui siti web, e mi sono state offerte interviste all’interno di tutti i programmi televisivi che riesci a immaginare. Le ho rifiutate tutte, perché so che avrebbero il solo effetto di esacerbare il sensazionalismo nel periodo furioso che stiamo vivendo in Brasile.

Data che ho una rubrica fissa sulla rivista “Donna” e sono una collaboratrice di “Claudia”, è più facile per me controllare la narrazione il che, ovviamente, mi ha resa più sicura nel dire la verità. Con la creazione dell’hashtag #MeuMotoristaAbusador (#Il mio autista abusante) l’istanza ha cominciato a essere discussa online e subito altri casi sono venuti alla luce. Il problema è grande e presente dappertutto.

GL: Uber dovrebbe prestare maggiore attenzione ai suoi guidatori?

CA: Ho sentito lamentele da quando la compagnia è arrivata in Brasile. Uber si promuove come un “lavoretto”, qualcosa che chiunque può fare. Ma io credo che dovrebbero stare più attenti. Non esiste status da lavoratore a tempo pieno e non ci sono limiti all’orario, il che può condurre all’abuso, all’esaurimento e alla disperazione di un autista che sta tentando di far quadrare i conti. Ho sentito molte storie simili, così come quelle di violenze e stupri. La mia storia è stata molto visibile perché sono una scrittrice e una femminista attiva – oltre all’essere una donna bianca. Dobbiamo riconoscere queste intersezioni quando parliamo di violenza sessualizzata in Brasile.

GL: Quali difficoltà incontrano le donne brasiliane quando denunciano tali crimini alle autorità?

CA: Di tutti i tipi! La cultura machista in Brasile già ci fa sentire vergognose nel parlare di un assalto, che si tratti di un’aggressione sessuale o di violenza domestica. Andiamo alla “stazione di polizia per le donne”, che si occupa dei crimini contro le donne, e siamo maneggiate da persone impreparate, in un luogo privo di risorse e pieno di burocrazia. Spesso dobbiamo narrare la vicenda di fronte ad altra gente, il che può essere imbarazzante.

Questa struttura ha bisogno di essere riconsiderata. L’idea in se stessa è meravigliosa – l’avere una centrale di polizia solo per i crimini contro le donne – ma è inefficace se poi è uguale o persino peggiore delle altre centrali. La questione sta nel sistema in sé, che dev’essere ripensato.

GL: Pensi che non essendo andata alla polizia hai permesso che questa persona restasse impunita e perciò in una posizione in cui continuerà a mettere a rischio altre donne?

CA: Per farlo arrestare avevo bisogno di prove. Per avere prove, avrei dovuto sottopormi a un esame fisico che sarebbe finito in nulla, perché avevo solo una ferita in faccia dovuta al fatto che mi aveva gettato fuori dall’auto ed ero caduta a terra. Quel che raccontavo sull’accaduto sarebbe stato messo in dubbio dal fatto che avevo bevuto e mi sarebbe stato chiesto perché non avevo fatto niente: il solito gioco della merda del biasimo buttata addosso alla vittima.

Credimi, ho visto come ti trattano alla stazione di polizia e io non volevo e non voglio tuttora nulla di ciò. Ho ancora sei mesi per decidere se presentare denuncia oppure no, ma lo ripeto: non credo nel sistema. La sentenza per stupro è inferiore a quella che prendi per aver venduto steroidi anabolizzanti (in alcuni casi). La storia della misoginia nelle decisioni dei giudici scoraggia molto le donne dal denunciare questi casi.

Io non sto scoraggiando le altre donne dal denunciare le aggressioni subite, ma credo che il sistema cambierà solo tramite la pressione popolare. Nel mio caso, io credo che senza prove e testimonianze si sarebbe trattato della sua parola contro la mia. Più di tutto, mi sarebbe toccato vederlo di nuovo e lui sa dove vivo. Tali circostanze non mi permettono di sentirmi al sicuro.

Dal momento dell’assalto, uso un’applicazione in cui posso scegliere autiste donne, perché ora quando esco da sola sono più paranoica di quanto lo sia mai stata. Ogni donna si guarda dietro le spalle quando è fuori sulla strada.

GL: Quando hai scritto dell’aggressione, alcune persone l’hanno messa in dubbio. Tu credi che questa sia un’altra forma di violenza?

CA: Persino nel 2017 la mia attitudine sconcerta questa società conservatrice, perciò non è sorprendente che mettano in dubbio la mia esperienza. Me lo aspettavo. Li disturbo già solo scrivendo, quindi questo incidente è stato il massimo per loro. E io non mi comporto come ci si aspetta che le vittime si comportino.

Ciò che mi ha meravigliato è il numero di donne che non sanno come il sistema funziona e hanno pensato fosse legittimo dubitare di me se non volevo fare denuncia. Io non ho nemmeno reso noto il nome del perpetratore e della gente ha detto che stavo formulando false accuse contro di lui. Una parata di ignoranza. Io spero che nessuna di quelle donne sarà mai aggredita e nessuna debba camminare nelle mie scarpe per sapere quanto il sistema è corrotto. Gruppi organizzati, della destra o conservatori, mi sono stati addosso per anni ma questa volta non si è trattato solo di loro. Il femminismo in Brasile è ancora incomprensibile e rigettato da un vasto numero di persone che non comprendono l’idea di eguaglianza. Negli ultimi anni la nostra parte si è rinforzata, ma siamo ancora poche e c’è ancora molta disinformazione.

GL: Certamente sai della decisione recente di un giudice di lasciar libero un uomo che aveva eiaculato addosso a una donna durante una corsa in autobus. Cosa ne pensi?

CA: Penso che viviamo in un sistema fatto dagli uomini per gli uomini, e che questo dev’essere urgentemente messo in discussione. Io non sono una giurista che può interpretare la legge, ma vedendo quante denunce aveva quell’uomo al minimo avrebbe dovuto essere preso in carico da un’istituzione. Il problema è che tanti sono svelti a puntare il dito e a definire ogni manifestazione di misoginia “mostruosa” o “malata”, ma non prendono in conto la cultura che promuove tale misoginia. Chi non vuole affrontare tali temi e i cambiamenti è responsabile per questi scenari.

GL: La società brasiliana è considerata assai conservatrice. In che modi i suoi schemi di comportamento e i suoi valori si collegano alla cultura dello stupro?

CA: Il Brasile vive in questa falsa democrazia razziale che conduce all’iper-sessualizzazione delle donne nere, al genocidio della popolazione nera nelle favelas e alla violenza contro le donne. Chi lo vede dall’esterno crede che il Brasile quotidiano sia un paradiso tropicale con Carnevale, donne, libertà, calcio e samba, ma non è niente di tutto ciò. Noi abbiamo più problemi di quelli che si vedono.

GL: La stampa brasiliana come maneggia lo stupro?

CA: Di base nel modo solito. Ciò di cui si dovrebbe discutere non sono i vestiti della vittima, il suo comportamento, se aveva bevuto o no, o dove si trovava. Il Brasile è il quinto paese al mondo più violento contro le donne e per certi versi è persino il peggiore, perché è il primo per omicidi di persone transgender. C’è anche la violenza specifica contro le donne nere. Ciò che dovrebbe essere dibattuto è la struttura sessista e non le storie individuali. Al cuore del problema c’è una mascolinità tossica e disgustosa che vede le donne come oggetti e ha le sue fondamenta nella violenza e nel dominio. Questo ci sta uccidendo e sino a che è tenuto fuori dalla conversazione pubblica noi continueremo a essere vittimizzate.

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UK Supreme Court

Cherrylin Reyes ce l’ha fatta. Il più alto grado di giudizio in Gran Bretagna ha accolto la sua denuncia contro i suoi ex datori di lavoro, finora rigettata per la copertura loro offerta dall’immunità diplomatica: si tratta dell’ex ambasciatore saudita Jarallah Al-Malki e di sua moglie. Al-Malki ha terminato il suo incarico nel 2014 e assieme alla famiglia è tornato al paese d’origine.

Cherrylin Reyes, filippina, ha lavorato per gli Al-Malki dal 18 gennaio al 14 marzo 2011. A sostituirla andò Titin Rohaetin Suryadi, indonesiana, dal 16 marzo al 19 settembre dello stesso anno. Entrambe le donne, trafficate nel Regno Unito, hanno riportato le condizioni disumane in cui erano costrette a vivere. Lavoravano 18 ore al giorno sette giorni su sette e non era loro permesso lasciare la casa, eccetto che per portare fuori l’immondizia. In più, erano costantemente soggette a abusi e insulti relativi alla loro appartenenza etnica. A Cherrylin i padroni sequestrarono il passaporto e le proibirono ogni contatto con la propria famiglia. Lo stipendio di Titin era inviato direttamente ai suoi parenti anziché essere pagato a lei: in ambo i casi, era notevolmente inferiore al minimo stabilito per legge.

Cherrylin fuggì dalla casa dell’ambasciatore il 14 marzo 2011 e andò diretta dalla polizia. Titin scappò il successivo 19 settembre, mentre l’ambasciatore era assente e la moglie dormiva.

Cherrylin Reyes ha continuato ad appellarsi alla legge sino a oggi, con l’aiuto di Kalayaan – un’organizzazione umanitaria fondata nel 1987 dalle lavoratrici domestiche e dai loro sostenitori – e dall’Unità anti traffico e sfruttamento del lavoro, una squadra di avvocati/e che fornisce assistenza legale alle vittime di questi abusi.

Le stime delle organizzazioni che lavorano con i/le migranti dicono che almeno 17.000 collaboratrici domestiche arrivano ogni anno in Gran Bretagna: molte sono trafficate, molte sono sfruttate dai datori di lavoro che si sentono in diritto di imprigionarle, batterle, insultarle, pagarle pochissimo o non pagarle affatto.

La sentenza sulla vicenda di Cherrylin ha stabilito il 18 ottobre 2017 un punto di non ritorno. La Corte Suprema ha giudicato ammissibili anche i reclami di due donne marocchine: Fatima Benkharbouce e Minah Janah, che hanno lavorato rispettivamente per le ambasciate del Sudan e della Libia nelle stesse condizioni ignobili. “Sono felice (per la decisione del tribunale). – ha detto Cherrylin Reyes alla stampa – So che ci sono un mucchio di altre domestiche che hanno sofferto quanto me e sono deliziata all’idea che saranno in grado di usare il mio caso per raddrizzare i torti e che non dovranno aspettare per tutto il tempo che ho aspettato io. Io mi vedo come una lottatrice. Portare il caso in tribunale mi ha resa più forte.” Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Thomson Reuters Foundation, Women in and beyond the global, The Guardian, The Independent)

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Khawla al-Sheikh

Khawla al-Sheikh, nell’immagine, è una donna giordana che di professione fa l’idraulica. Nel 2004 frequentò un corso specifico offerto da un’agenzia per lo sviluppo assieme ad altre 16 donne, ma fu l’unica a mettersi poi effettivamente in affari. Nel 2015 ha messo in piedi una cooperativa a Amman offrendo lei stessa l’addestramento alle aspiranti idrauliche: la cooperativa oggi consta di 19 donne di differenti nazionalità, native e migranti. Allo stesso modo, nella città di Irbid, la rifugiata siriana Safa Sukariya ha costituito nel 2016 la prima ditta femminile per le riparazioni idrauliche con altre due profughe dal suo paese e due donne giordane.

Il mercato del lavoro per le donne, in Giordania, non è dei più favorevoli: anche quelle che hanno un alto livello di istruzione e trovano un impiego sono spesso spinte a lasciarlo da un cumulo di fattori – sono pagate clamorosamente meno degli uomini nelle loro stesse posizioni, sono loro richiesti orari più lunghi di quelli maschili, i trasporti pubblici sono inadeguati, gli asili per i loro figli mancano, gli ambienti di lavoro sono ostili, eccetera. E poi, la sanzione culturale per una donna che provveda a se stessa e alla propria famiglia uscendo di casa, magari svolgendo una professione ritenuta “maschile” come quella di idraulico, è ancora pesante.

Quindi, qual è la notizia che vi sto dando? E’ che Khawla e Safa (e le loro colleghe) se ne fregano.

“Questo mestiere ha bisogno più di donne che di uomini in Giordania. – ha spiegato la prima alla stampa – Nelle nostre comunità a un maschio estraneo non è permesso entrare in una casa se non ci sono altri uomini presenti. All’inizio non accettavano l’idea di donne idrauliche, ma adesso le richiedono esplicitamente: e noi guadagniamo abbastanza per vivere.”

Safa Sukariya, che come Khawla ha frequentato un corso offerto da un’organizzazione tedesca per la cooperazione internazionale, ha tre figli a cui pensare. Anche lei dice che, dopo l’iniziale rifiuto: “La gente ha cominciato a tollerare l’esistenza di una ditta composta da donne che vivono sole, in special modo le siriane che hanno perso i mariti in guerra. Tramite la nostra professione noi stiamo lottando per far quadrare pranzo e cena, pagare gli affitti e acquistare necessità di base.”

Per cui, chi storce il naso si rilassi pure e si ripari il lavandino da solo – le idrauliche non hanno intenzione di smettere. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Al-Monitor, UN Women, Reuters)

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