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Posts Tagged ‘diritti dei lavoratori’

Non ho visto e non vedrò il film di cui tratta l’articolo “Piaccia o no, quella di Zalone è l’Italia di oggi” del 2 gennaio 2020. La comicità di Checco Zalone non entra in risonanza con il mio senso dell’umorismo e andare al cinema non è gratis, per cui ho almeno due buone ragioni a sostegno della mia decisione. L’autore del pezzo si definisce “giornalista e ricercatore” con le maiuscole, che io scelgo di non usare avendo persino più di due ragioni per non farlo. Adesso vedremo perché.

Il pezzo ci informa che “Tolo Tolo” “sta già registrando il record di incassi”, che “l’attore pugliese” è “amato dalla destra e anche dalla sinistra” (in quest’ultima c’è la mia, sicuramente infinitesimale e risibile, eccezione), che nel film non c’è “razzismo, tutt’altro!” e c’è invece “un’Italia mediocre (…) fatta di persone superficiali, esattamente come quelle che non hanno saputo cogliere il messaggio educativo racchiuso in questo film”.

Proprio come la banana fissata al muro con il nastro adesivo e spacciata per arte: se il film non vi piace siete voi in difetto, il comico voleva educarvi ma voi siete dei somarelli che non ascoltano. Infatti, “Zalone entra nel cuore dell’Africa e partendo da un resort turistico frequentato da italiani oppressi dal fisco, arriva sino al terrore delle milizie indipendenti locali. Un susseguirsi di tematiche sociali importanti e sullo sfondo la fuga da un’Italia che punisce chi vuole fare impresa o chi, oppresso dalle tasse, investe oltre confine.”

L’ultimo rapporto Istat in mio possesso che tratta delle condizioni economiche degli italiani risale al 18 giugno 2019. Registra al 10,0% la percentuale di famiglie che si trova in povertà assoluta al sud, percentuale che al nord è del 5,8% e al centro del 5,3%. Fra i cittadini stranieri l’incidenza della povertà assoluta è del 30%. Complessivamente i minori in povertà assoluta sono un milione e 260mila.

Commentando questa e altre statistiche, l’Internazionale del 2 dicembre 2019 scriveva:

“Se nel 2018 le persone più ricche d’Italia avessero voluto incontrarsi, avrebbero potuto organizzare una cena. I 21 commensali avrebbero potuto contare su una ricchezza di circa 107 miliardi di euro, pari a quella del 20 per cento più povero della popolazione. Se gli italiani che vivono in una situazione di povertà assoluta avessero voluto fare lo stesso, l’operazione sarebbe stata un po’ più complicata. Le persone che non riescono a permettersi un’alimentazione adeguata, una casa riscaldata e il minimo necessario per vestirsi o curarsi sono cinque milioni. È come se gli abitanti di Roma, Milano e Napoli dovessero trovare una città in grado di ospitarli tutti, o se i residenti in Sicilia decidessero di spostarsi in massa verso un altro luogo.”

Il mio cuore peloso non riesce a commuoversi per gli oppressi dal fisco, puniti perché vogliono fare impresa che evadono le tasse, portano i capitali all’estero, contribuiscono a mandare a rotoli l’economia nazionale per il proprio profitto e poi fuggono stremati nelle strutture turistiche. Davvero, mi esercito ma non c’è verso: la mia famiglia paga le tasse alla fonte (sullo stipendio) sino all’ultimo maledetto centesimo – e poi le ripaga su balzelli, ticket, aumenti in bolletta o sui generi di prima necessità ecc. ecc.: il massimo del resort che possiamo permetterci è una frasca (osteria di campagna) sul Montello, ma preferiamo risparmiare i soldi per andare a vedere Ken Loach.

“Piaccia o no, la realtà è quella descritta in questo film e il miglior modo per affrontarla è forse ridendo… E far finta di non vedere l’attuale condizione in cui versa l’Italia… E anche l’Europa, che ancora oggi rappresentano quella “cignogna strabica” che non esiste, ma con cui ci giustifichiamo.” (???) Io non so che “Italia di oggi” veda l’autore dell’entusiastica recensione sul film di Zalone, ma gli “piaccia o no” quella reale è un po’ differente da quella descritta. Anche l’italiano, visibilmente, è una lingua diversa da quella in cui lui scrive.

Mentre ridiamo obbedienti – e non facciamo una mazza non dico per affrontare, ma neppure per vedere la realtà della povertà in Italia, potremmo sghignazzare anche per le condizioni in cui ci mettono i “decreti sicurezza” (L’Espresso, 30 dicembre 2019):

4 mila euro di multa a chi protesta per il lavoro perso a causa del decreto Salvini.

Elena e Margherita hanno rispettivamente diciassette e diciotto anni. Studiano a Firenze. Lo scorso ottobre hanno avuto l’ardire di partecipare a una manifestazione di lavoratori a Prato solidarizzando con quegli operai che lamentavano il mancato pagamento del loro stipendio per ben lunghi sette mesi. Poco prima di Natale il Questore ha loro recapitato un bel regalo per le feste, ossia quattro mila euro di multa per ciascuna delle due ragazze ritenute colpevoli di avere violato una norma del decreto sicurezza bis fortemente voluto dall’ex ministro degli Interni Matteo Salvini. Si tratta di una norma che di fatto criminalizza il dissenso, punendo chi per ragioni di protesta organizza o pratica un blocco stradale. Insieme a loro anche gli operai sono stati multati, così oltre a non ricevere stipendio e tredicesima ora dovranno pagare anche un’ammenda elevata, e forse, insostenibile.”

Se a giornalisti, ricercatori e cineasti venisse in mente di fare una colletta per mandarci – noi cittadini italiani e stranieri, noi poveri, noi operai, noi classe lavoratrice, noi donne sottopagate e umiliate sul lavoro e ovunque – a piangere in un villaggio turistico africano possono mettersi via l’idea da subito: siamo ignoranti e superficiali perciò restiamo in Italia, a pretendere giustizia, eguaglianza e un Paese civile.

Maria G. Di Rienzo

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“Ogni giorno, persone muoiono come risultato di incidenti sul lavoro o malattie collegate al lavoro: più di 2 milioni e 780.000 decessi per anno. In aggiunta, ci sono circa 374 milioni di infortuni sul lavoro non mortali che comportano più di quattro giorni di assenza. Il costo umano di questa avversità quotidiana è enorme e il fardello economico dovuto a pratiche insufficienti di tutela della sicurezza e della salute sul lavoro è stimato attorno al 3,94% annuale del PIL globale. (…) Un lavoro decente è un lavoro sicuro.” Organizzazione Internazionale del Lavoro, 2019.

“Non solo gli infortuni sono in aumento, ma sono in aumento soprattutto le morti. Questa è una strage: se uno guarda i dati degli ultimi dieci anni sono 17 mila le persone che sono morte sul lavoro (in Italia) contando anche quelli morti mentre andavano o tornavano dal lavoro.”, Maurizio Landini, Segretario CGIL, 13 ottobre 2019 – Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

La sicurezza di chi lavora è una priorità sociale ed è uno dei fattori più rilevanti per la qualità della nostra convivenza. Non possiamo accettare passivamente le tragedie che continuiamo ad avere di fronte. Le istituzioni e la comunità nel suo insieme devono saper reagire con determinazione e responsabilità. Sono stati compiuti importanti passi in avanti nella legislazione, nella coscienza comune, nell’organizzazione stessa del lavoro. Ma tanto resta da fare per colmare lacune, per contrastare inerzie e illegalità, per sconfiggere opportunismi. Punto di partenza è un’azione continua, rigorosa, di prevenzione.” Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, 13 ottobre 2019 – Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

Safety and Health at Work

Questo è l’unico “albero” che posso associare oggi al Natale (pubblicizzava un’iniziativa internazionale su lavoro e sicurezza), perché non riesco a smettere di pensare a Giuseppina Marcinnò, deceduta sul lavoro il 22 dicembre u.s. – a 66 anni e alla vigilia della pensione – e a Stefano Strada, 45 anni, deceduto sul lavoro due giorni dopo. Lasciano in uno scioccante dolore figlie e figli, amati, amici – e persino una sconosciuta come me: l’una schiacciata da una pressa, l’altro folgorato in una cabina elettrica, la loro fine ha raggiunto probabilmente le prime pagine proprio per la concomitanza con le festività natalizie.

Il numero 17.000 ci dice però che non sono eccezioni a una regola. Se il giornalismo italiano non fosse una barzelletta di sicurezza sul lavoro e di lavoro in genere darebbe conto quotidianamente (lavoro, non le pagliacciate sugli/sulle influencer e i resoconti sui pasti di un ex ministro che non ha mai lavorato un giorno in vita sua). L’Italia non è fatta di culi al vento, scarpine trendy e “vipperia” varia: le eccezioni sono loro – noi, noi italiani siamo un popolo intero invisibile ai media e da essi considerato mero target pubblicitario. La richiesta implicita in tale trattamento è che noi ci si accapigli sulla stupidaggine del momento (presepi o seni rifatti o biscotti alla Nutella) e si muoia in silenzio: da me, NO e tanti auguri per un veloce risveglio alla realtà.

Maria G. Di Rienzo

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born 1982

“Kim Ji-young, nata nel 1982” è davvero un film da record – e non solo perché nella natia Corea del Sud, il 27 ottobre, ha superato il milione di spettatori cinque giorni dopo la sua uscita nei cinema.

Il romanzo del 2016 di Cho Nam-joo, da cui è tratto, è un best seller in Corea, Giappone e Cina – ne sono state stampate oltre un milione e duecentomila copie – e i diritti per la pubblicazione sono stati venduti ad altri 16 Paesi. Il film ha collezionato però ulteriori primati:

– ha ricevuto migliaia di recensioni negative prima di essere proiettato;

– una petizione è stata inviata al Presidente coreano affinché ne vietasse l’uscita;

– l’attrice che interpreta il personaggio principale, Jung Yu-mi, è stata inondata online di commenti odiosi e insultanti (che in misura minore non hanno risparmiato il resto di cast and crew);

– allo stesso modo sono state assalite attrici e personalità che avevano solo attestato sui propri social media di aver letto il libro.

Vi state chiedendo cosa diamine succede di così terribile e controverso in questa storia e io ve lo dico: niente. O meglio, niente che non vediate all’opera tutti i giorni in termini di sessismo. Kim Ji-young è uno dei nomi più comuni in Corea, da noi potremmo tradurlo come Maria Rossi e gli anglosassoni come Jane Doe o Jane Smith. L’Autrice dà con tale scelta la prima precisa indicazione di quanto la storia sia generalizzabile: la piccola Ji-young nasce e sua madre si scusa per aver messo al mondo una femmina; ad ogni stadio successivo della sua vita – va a scuola, trova un lavoro, si sposa, ha una figlia – subisce discriminazioni di genere più o meno violente.

Come tutte noi cerca dapprima di capire e adattarsi, come a moltissime di noi le è stato detto che ora le donne, se si impegnano abbastanza e studiano e sgobbano, possono fare tutto: ma per esempio sempre guadagnandoci meno, intendiamoci. Le donne coreane soffrono un gap salariale assurdo (63% in meno degli uomini) e la nazione è stimata una delle peggiori al mondo per le lavoratrici.

Nel libro la voce narrante non è quella della trentenne Ji-young, ma quella dello psichiatra maschio da cui è finita in terapia… perché la sua ribellione a una società profondamente patriarcale e quindi profondamente ingiusta ha preso una forma singolare: la giovane donna sembra “posseduta” dagli spiriti della madre scomparsa, della sorella maggiore, di diverse donne con cui è in relazione.

Per sua bocca, intere generazioni chiedono ragione del trattamento subito – e giustizia. E’ questo ad aver mandato fuori di zucca gli odiatori coreani. E’ una cosa – aspettate, tratteniamo il fiato, corazziamoci, teniamoci alle sedie – FEMMINISTA! Aaargh!

Ai loro assalti il protagonista maschile, l’attore Gong Yoo,

(https://lunanuvola.wordpress.com/2017/01/18/goblin)

ha semplicemente risposto di aver accettato il ruolo perché leggendo la sceneggiatura era scoppiato più volte in lacrime: e tale lettura, ha ribadito, ha rinforzato il suo desiderio di essere un figlio migliore per sua madre.

cho nam-joo

Cho Nam-joo (in immagine sopra), grazie e congratulazioni. Hai fatto uno splendido lavoro, maledetta strega femminista, sorella nostra.

Maria G. Di Rienzo

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Probabilmente la direzione di “Ernst and Young”, uno dei più grandi studi di consulenza e revisione fiscale al mondo – 270.000 dipendenti, non aveva capito bene. Quando chiediamo di affrontare la discriminazione e la violenza di genere nel mondo del lavoro e di cancellare la cultura sessista che produce entrambe, non è necessario improvvisare interventi, rovinarsi la reputazione e finire sulle pagine dei giornali in tutto il mondo (a partire dall’articolo di Emily Peck, HuffPost) ad ulteriore proprio discredito: ci sono ovunque ricercatrici, docenti, trainer, attiviste femministe che possono efficacemente spiegarvi la faccenda e organizzare seminari per voi.

foto di isabella carapella per huffpost

I ritagli che vedete qui sopra vengono invece dalle 55 pagine di indecenti stupidaggini che EY ha somministrato alle sue impiegate, con lo scopo dichiarato di “potenziare” la loro posizione all’interno della ditta. In sintesi, a queste donne è stato detto e ripetuto e reiterato che se c’è un vero problema sul lavoro… sono loro stesse. E il solo modo per avere successo è incarnare ogni stereotipo sessista prescritto al loro sesso:

Devono essere attraenti, ma non troppo attraenti.

La presentazione incoraggiava le donne ad apparire “ordinate”, con “un buon taglio di capelli, unghie curate, abbigliamento ben rifinito adatto al tipo di corpo”: ma attenzione a non “sbandierarlo”, quel corpo, e a non “mostrare pelle”, perché “a causa del sesso” gli uomini si deconcentrano.

Non devono essere troppo aggressive o schiette.

Per esempio, per parlare con un uomo è meglio sedere incrociando le gambe e posizionandosi ad angolo rispetto a lui, altrimenti il bonobo signore ti percepisce come “minacciosa”… ma non parlargli comunque durante gli incontri ufficiali, anche il confronto diretto è “minaccioso” per lui, perciò avvicinalo prima o dopo (con un casco di banane pronto in borsa per ammansirlo, aggiungo io).

Devono ricordare sempre di essere inferiori.

Alle partecipanti, durante un giorno e mezzo di seminario, è stato detto una dozzina di volte che “i cervelli delle donne sono più piccoli del 6% all’11% di quelli degli uomini” (ma non che la scienza non attribuisce a questo dato una minorazione o una diversificazione delle funzioni cerebrali) e inoltre sono fatti come “le frittelle”: assorbono informazioni a guisa di sciroppo (letterale) e hanno perciò “più difficoltà a mettere a fuoco le questioni”. Per contro, i meravigliosi cervelli maschili sono fatti come “i wafer” e collezionano informazioni in ogni “quadratino” della superficie del biscotto, concentrandosi assai meglio. La dominazione maschile, come vedete e come è attestato nel documento, ha le sue solide basi biologiche… purtroppo sconfessate in pieno da ogni biologo degno di questo nome: la presentazione del seminario, invece, l’ha scritta un pasticcere.

Comunque, qual è il dovere più importante in assoluto per una donna che voglia avanzare sul lavoro? “Segnalare all’esterno di essere in forma”, cioè rispondente ai criteri vigenti di scopabilità. Competenze, abilità, passione, studi, impegno – niente di tutto questo ti otterrà una promozione, carina. E stai sicura che anche se segui le prescrizioni idiote di cui sopra non la otterrai comunque: quando invece protesterai per le mani addosso e i rimarchi volgari ti chiederanno di dar conto dell’abbigliamento troppo rifinito e delle unghie troppo curate (eri vistosa) e dell’atteggiamento servile (eri d’accordo). Empowering, eh?

Maria G. Di Rienzo

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naufragio lampedusa

(immagine da Il Corriere della Sera, 7 ottobre 2019)

(“Precedents 20:17” di Freesia McKee, poeta e saggista contemporanea statunitense, in immagine sotto. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Perché avevo fame e voi mi avete dato un test antidroga. Avevo sete e voi avete avvelenato la mia acqua.

Ero una straniera e mi avete scacciata. Avevo bisogno di vestiti e mi avete assalita sessualmente.

Ero malata e la vostra azienda mi ha negato copertura. Ero in prigione e sono diventata qualcosa d’altro per voi, la mia libertà trasformata nel vostro lavoro gratuito.

Come rispondono i giusti? “Una fame comune, una sete comune, un bisogno comune?” Quando abbiamo iniziato a vedervi come una minaccia? Quando abbiamo iniziato a credere che non avremmo mai dovuto pagare?

Quando vi abbiamo visti malati e in prigione? Chi lavora gratis? Quando abbiamo deciso che la nostra gioia più grande era far strabordare il nostro piatto?

Il Re risponderà: “Qualsiasi cosa abbiate ignorato quest’anno, lo avete fatto per me.”

mckee

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1° settembre 2019 – “Milano, uccide la moglie a coltellate dopo anni di violenze: l’aveva già aggredita con la benzina”.

La copertura di Repubblica è breve – e scritta male, ma questo ormai è scontato – la riporto integralmente: “L’omicidio di Adriana Signorelli, 59 anni, trovata uccisa a coltellate nella sua casa all’ottavo piano di un palazzo popolare in via San Giacono, alla periferia di Milano, per il cui omicidio è stato fermato il marito, Aurelio Galluccio, 65 anni, è arrivato dopo una serie inenarrabile di violenze subite da lei e dai suoi famigliari durata anni. Galluccio è stato subito arrestato per tentato omicidio per aver cercato di investire gli agenti della Volante che erano intervenuti sul posto, ma gli investigatori della Squadra Mobile hanno lavorato per acquisire elementi che lo riconducessero con certezza al femminicidio.”

Si tratta di uno solo degli episodi di violenza contro le donne in cronaca ieri e si può commentarlo a partire da svariate angolature, ma sicuramente non così:

“Per un po’ non voglio sentire parlare di matrimonio eterosessuale, famiglia tradizionale e individui di sesso maschile.”

Perché? Perché sebbene i tre soggetti menzionati abbiano a livello concettuale e pratico legami innegabili con la violenza di genere, non sono predestinati a produrla. Avere una relazione con un uomo non significa automaticamente subire pestaggi o perdere la vita; essere un uomo non significa automaticamente esercitare violenza e uccidere.

E neppure, avendo rivestito ruoli istituzionali, è lecito commentare così:

“Solidarietà ai parenti / amici della vittima e a tutte le donne. Sono orgoglioso di aver inasprito le pene per chi attacca le donne e per aver fermato la violenza di genere in Italia. Se il Pd vuole riportarci indietro e ha nostalgia del “delitto d’onore” lo dica chiaramente agli italiani.”

Perché? Perché la violenza di genere in Italia è viva e vegeta e per quanto si inaspriscano le pene se le sue radici non sono affrontate e recise è solo destinata a continuare; inoltre il Pd (e nessun altro partito) non ha a che fare direttamente con il femicidio in questione e usare l’accaduto in questo senso è solo sciacallaggio.

In cronaca, il 1° settembre, c’era anche questo: “Torino, rivolta nel centro di permanenza, ferito un poliziotto. Arrestato un marocchino: ha precedenti per violenza e resistenza a pubblico ufficiale.” Il poliziotto ha lesioni gravi a una mano – trenta giorni di prognosi – e forse dovrà essere operato: è ovvio che la sua sofferenza umana ha la nostra solidarietà e il nostro rispetto. Ma i pezzi sono costruiti attorno a ciò che lui stesso ha pubblicato in merito sulla sua pagina Facebook e in essi nulla è dettagliato sulla rivolta stessa (i giornalisti non ci spiegano come, quando e perché è accaduta).

“Per un po’ non voglio sentire parlare di comprensione, integrazione e accoglienza”, scrive il membro delle forze dell’ordine. E per quanto comprensibilmente, sbaglia. La sua frattura scomposta alla mano non è il segno che chiunque parli di comprensione, integrazione e accoglienza non sa di cosa parla ne’ è il risultato inevitabile dell’interazione con stranieri: l’agire violenza non è un tratto ascrivibile in modo generalizzato alla condizione di migrante.

“(…) mentre i ‘signori’ della politica fanno il gioco delle poltrone, – continua il post – facendo a gara a chi di loro si rivela essere il più capriccioso, in questi Centri di Permanenza e Rimpatrio ad ogni turno si sfiora la tragedia e prima o poi – credetemi – qualcuno si farà male sul serio”. A me risulta che in passato migranti ambosessi si siano già fatti male molto sul serio in tali centri: in effetti ci sono morti. Tuttavia il rilievo del poliziotto è importante, poiché conferma “dal campo” che agenti, personale, volontari e ospiti dei centri sono messi seriamente a rischio dalle condizioni in cui tali strutture esistono e operano. Nell’ultimo anno, la questione immigrazione in Italia l’ha gestita (in modo ignobile) il signore che immediatamente ci regala il suo commento alla vicenda:

“Solidarietà al poliziotto e a tutte le forze dell’ordine. Sono orgoglioso di aver inasprito le pene per chi attacca le donne e gli uomini in divisa e per aver fermato l’immigrazione clandestina. Se il Pd vuole riportarci indietro e ha nostalgia del business dell’invasione, lo dica chiaramente agli italiani.”

Un’aggregazione di menzogne, autoincensamento e propaganda che il sig. Salvini poteva ampiamente risparmiarsi.

Maria G. Di Rienzo

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currano

La fotografia ritrae la dott. Ellen Currano, docente associata di paleobotanica (studio dei resti fossili vegetali) all’Università del Wyoming. Il suo abbigliamento è quello del lavoro sul campo, ma in effetti Ellen ha qui dotato il suo equipaggiamento di un accessorio nuovo: la barba.

Il fatto è che la scienziata, nonostante faccia le identiche cose dei suoi colleghi di sesso maschile, ottiene da sempre ascolto zero. La sua pazienza è giunta al limite quando uno di questi colleghi è stato accreditato e lodato per le idee che lei aveva espresso pochi minuti prima. Ovviamente la dott. Currano non è la sola donna a sperimentare di continuo situazioni simili nell’ambito scientifico e a quel punto ha deciso che avrebbe tentato di darne conto all’esterno di esso.

“Confidò all’amica regista Lexi Jamieson Marsh – scrivono Kate Ryan e Belinda Goldsmith per Thomson Reuters Foundation – di essere stanca di sentirsi invisibile e di vedere che erano sempre gli scienziati maschi a essere intervistati in televisione quando c’era necessità di un esperto: “Ho detto: se mi mettessi addosso una barba, allora forse ascolterebbero quel che ho da dire.” Marsh ha aggiunto che quell’osservazione colpiva nel segno e ha ispirato “The Bearded Lady Project: Challenging the Face of Science” – “Il Progetto Signora Barbuta: Sfida al Volto della Scienza”, un’ironica celebrazione delle donne che dedicano le loro vite alle geoscienze. “Con qualche pelo ben messo, ogni donna scienziata può essere percepita come egualmente vigorosa, tosta e determinata.”, attesta il Progetto sul proprio sito web.”

bearded lady project

Il progetto include due documentari e una mostra itinerante con i ritratti di 100 paleontologhe (tre sono qui sopra) dotate di barba finta che condividono le loro storie di lotta per la parità salariale, per le opportunità di lavoro sul campo e per le promozioni. Ogni ricavo della mostra finisce in un fondo per le future paleontologhe. Un filmato più lungo è in post-produzione e potete vederne il trailer qui: https://vimeo.com/user32129629

Maria G. Di Rienzo

P.S.: Che barba per noi donne dover continuare a rivendicare la nostra stessa esistenza!

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