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Posts Tagged ‘madri’

(tratto da: “These Women Bikers Deliver Breast Milk Door-To-Door”, di Jennifer Chen per Bust Magazine, gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Due anni fa Julie Bouchet-Horwitz, fondatrice della Banca del Latte di New York, mandò un’e-mail al club di donne motocicliste “Sirene” di New York, con un’inusuale richiesta. Le motocicliste sarebbero state interessate a consegnare latte materno a ospedali e case private per conto della Banca del Latte?

“Le risposi di chiamarmi al telefono. – dice Jennifer Bacquial delle Sirene – Abbiamo parlato. Io non sapevo proprio nulla della faccenda. Non sapevo nemmeno esistesse qualcosa come la donazione del latte.” Ma non appena apprese che è cruciale per i bimbi prematuri o malati ottenere latte materno donato immediatamente, Bacquial si accordò per passare la richiesta alle compagne Sirene durante il loro incontro successivo e la risposta fu entusiastica.

Sirens New York

(Le Sirene prima di una consegna: Jennifer Bacquial è l’ultima a destra.)

“Tentiamo di concentrare il nostro volontariato sulle istanze delle donne. Poter fare questo lavoro stando sulle nostre motociclette è ancora meglio.”, dice Bacquial.

La Banca del Latte di New York esiste dal 2016. All’inizio per consegnare il latte si serviva di FedEx (ndt.: società di trasporto espresso) ma i costi di spedizione erano troppo alti per un’organizzazione nonprofit. Dopo aver osservato i motociclisti guizzare attraverso il traffico di New York, Julie Bouchet-Horwitz pensò che quello era il modo migliore di consegnare il latte velocemente.

Usando un gruppo di discussione su WhatsApp, Bouchet-Horwitz indica una località e una Sirena disponibile risponde. “Durante l’orario lavorativo facciamo le consegne della Banca del Latte agli ospedali o alle case di privati. A volte, un reparto di terapia intensiva neonatale può finire le scorte e c’è bisogno di più latte. Noi siamo qui per dare una mano.” dice ancora Jennifer Bacquial.

Attualmente dalle 10 alle 15 Sirene, che fra loro si chiamano “Corrieri del Latte”, fanno volontariato per trasportare il latte materno. E Bacquial ha visto di persona l’impatto del loro lavoro: “Ho incontrato una donna nel Bronx la cui figlia era nata prematura, di sei mesi. Il suo sistema digerente non poteva reggere il latte in polvere e la sua mamma non ne produceva abbastanza. Quando ho visto la bimba per la prima volta, non era in grado di tener su la testa. Adesso sta seduta e sta crescendo grazie al latte. A noi andare in moto piace e riconoscere che questo ha un impatto positivo su madri e figli è davvero eccezionale.”

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(“Thanks to My Mother, I Am an Advocate for Peace”, di Ngwa Damaris Ngum per World Pulse, 27 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice – in immagine – è un’attivista del “Movimento globale delle donne per la pace”.)

Ngwa Damaris Ngum

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la razza mi ha separata dal resto del mondo.

Le razze si manifestano dalla necessità della natura di esprimere l’esistenza umana in diversi gruppi, rendendo la vita più colorata e più bella. Solo perché io sono nera, tu sei bianca e lei è gialla, ciò non ci rende differenti.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che i confini non mi hanno separata dal resto del mondo.

I confini sono linee artificiali che definiscono aree geografiche. I confini furono creati come mezzi per gestire più facilmente gruppi sociali, ma sono ora divenuti una fonte di conflitto anziché un metodo per preservare ordine e pace. I paesi si combattono perché sentono di essere differenti. Che io venga dall’Africa e tu dall’Europa, dall’Asia o dall’America non mi rende differente da me.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la religione mi ha separata dal resto del mondo.

La religione è un sistema particolare di fede, credenze e culto. I gruppi religiosi lottano l’uno contro l’altro e i leader religiosi fanno molto poco per portare pace. La religione, che si suppone essere la più amabile e armoniosa delle piattaforme, è ora divenuta una dei maggiori perpetratori di odio e conflitto. Che io sia cristiana e tu musulmana, induista, buddista, non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la lingua mi ha separata dal resto del mondo.

Le lingue sono semplicemente sistemi di comunicazione. Non sono intese a separarci. Che io parli inglese e tu francese, tedesco o cinese non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la ricchezza mi ha separata dal resto del mondo.

La ricchezza è abbondanza di possedimenti materiali o danaro. Io non dovrei essere trattata malamente perché sono povera e tu gentilmente perché sei ricca. Che io abbia mille franchi e tu ne abbia un milione non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che l‘istruzione mi ha separata dal resto del mondo.

L’istruzione è intesa come mezzo che ci rende possibile sviluppare e chiamare a raccolta le nostre forze individuali e collettive; non dovrebbe essere un mezzo di divisione e ostilità. Che io abbia una laurea di primo livello e tu un dottorato di ricerca non ci rende differenti.

Questa è la mia filosofia di pace.

So di essere eguale a ogni altra persona da quando sono nata, ma poi la società mi ha fatto sapere che sono nera e perciò dovrei disprezzare i bianchi. Sono cristiana e dovrei deprecare i non cristiani. Sono africana, sono una femmina, sono…

Per lungo tempo, mi sono sentita inferiore agli altri e perciò ho odiato coloro che erano diversi da me. Ho costruito ideologie su divisione e odio. Ma poi mia madre ha infuso in me i valori dell’eguaglianza, dell’amore, della pace e dell’unità.

A causa del potere di una singola donna, io mi ergo oggi nel mio piccolo angolo di Terra come avvocata della pace. Io sono la conferma di come la voce di una donna possa cambiare una persona.

Mia madre mi ha insegnato che nessun essere umano è diverso o migliore di un altro essere umano sulla Terra. Mi ha insegnato che per avere la pace, io devo provare amore e compassione per me stessa e per chiunque abbia attorno.

Mi ha insegnato a non permettere a nessuno di farmi sentire una nullità. Mi ha insegnato a rispettare ogni essere umano, a fronteggiare i bulli e a sollevare chi la società ha abbattuto.

Oggi, io ringrazio mia madre e chiedo a ogni donna di cantare la sua canzone di pace ai propri figli. Poiché siamo donne, ci viene detto di restare zitte. Alziamo invece le nostre voci insieme, per creare la futura generazione di custodi della pace. Il tempo che passiamo sulla Terra è breve e il nostro compito è aiutare la prossima generazione a vivere in un mondo pacifico e unito.

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Non in ombra

(“Me”, di Sutapa Chaudhuri, poeta femminista bilingue – bengali e inglese – contemporanea. Docente, saggista, traduttrice, vive in India con il marito e la figlia. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

dipinto di katie m. berggren

Io sono una donna uguale

a te

solo non credo

nel portare addosso un marchio

nell’assumere un’identità forzata

un sé imposto

parassitario

nel rinunciare alla mia libertà

perdendo me stessa nelle solitarie tristezze della vita

Io sono una madre uguale

a te

solo credo

nel mantenere il mio spazio

le mie caratteristiche

fondere la mia vita con quella di mia figlia

proiettando i miei sogni, le mie paure

semplicemente non fa per me

le lascio in eredità delle radici

le regalo anche ali

voglio vederla crescere

lasciate crescere anche me al suo fianco

lasciateci crescere insieme ma non l’una all’ombra dell’altra

così che entrambe non si debba morire

di una morte istupidente.

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shana

Shana R. Goetsch (in immagine sopra) è un’artista, un’insegnante d’arte, un’attivista antiviolenza, una terapeuta certificata per le vittime di traumi, una femminista e la fondatrice di “The Feminist Art Project – Baltimore”. Shana ha cominciato a dipingere nel 1989, dopo aver testimoniato l’omicidio della propria madre. Quel che segue è un estratto da un suo più ampio articolo.

“Secondo Herman Hesse “L’amore è più forte della violenza”. Quando lessi questa frase per la prima volta mi fece veramente pensare… molto. Era proprio così? L’Amore è davvero più forte della Violenza? Attraverso la libertà guadagnata creando attivamente arte, venne a me l’intensa consapevolezza del mio potere. E’ un potere correlato in modo diretto alla mia propria voce e alle mie proprie esperienze. Ciò che creo ora è la mia lotta personale contro la violenza.

Questo è il mio Amore, che si erge contro la Violenza, e l’arma con cui ho scelto di combattere è un pennello per dipingere. Ho capito di recente che il mio Amore per mia madre è la cosa più stupenda e potente che ho da offrire al mondo. Il suo ricordo – e il ricordo di come morì – è probabilmente la mia sorgente di potere e la fonte della mia lotta.

Sino a che non ho collegato la citazione di Herman Hesse alla mia arte e alle mie esperienze non ne ho compreso il pieno significato. Quando è accaduto ho anche avuto la percezione del mio potere, perché il mio Amore è davvero più forte della Violenza di mio fratello.

Mio fratello ha ucciso il corpo di mia madre, ma lei vive nella mia arte. Lui si è portato via tutto il mio mondo con un singolo atto di Violenza e io ho dovuto apprendere di nuovo ad amare durante gli anni. Ma nel frattempo so di aver liberato almeno due spiriti prigionieri, quello di mia madre e il mio, tramite i miei atti d’Arte e d’Amore. La Violenza può dire lo stesso?” Maria G. Di Rienzo

shana dipinto

(dipinto di Shana R. Goetsch – la figura elaborata parte da una fotografia della madre dell’Artista)

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zadie

Zadie Smith (in immagine) è una scrittrice inglese di 41 anni – ha vissuto un anno a Roma con la famiglia e in italiano sono disponibili quattro dei suoi romanzi.

Partecipando in questi giorni al Festival Internazionale di Edimburgo (che si tiene dal 4 al 28 agosto) ha raccontato alla stampa come a causa della frustrazione ispiratale dal vedere la figlia Kit passare moltissimo tempo davanti allo specchio abbia imposto a questa sua attività un limite di 15 minuti: “L’ho spiegato a lei in questi termini: stai perdendo tempo, tuo fratello non perderà mai tempo in questo modo. Ogni giorno della sua vita si mette una camicia, esce dalla porta e non gliene frega un fico secco se tu perdi un’ora e mezza a farti il trucco.”

Madre cattiva, state pensando? Be’, sapete, Kit ha sette anni.

Maria G. Di Rienzo

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“Io credo di essere figlia di genitori celesti. Non so se ci parlano, ma sento nel mio cuore che mi hanno creata e mi amano. Sono stata fatta nel modo in cui sono, in tutte le mie parti, dai miei genitori celesti. Non hanno sbagliato quando mi hanno dato occhi marroni o quando sono nata senza capelli. Non hanno fatto errori quando mi hanno dato le lentiggini o mi hanno fatta gay. Dio mi ama proprio come sono perché io credo che ami tutte le sue creazioni.

Nessuna parte di me è sbagliata. Io non ho scelto di essere così e questa non è una fase passeggera. Non posso rendere qualcun altro gay e stare vicino a me non farà essere nessun altro in questo modo. Io credo che dio voglia che ci trattiamo l’un l’altro con gentilezza, anche se le persone sono diverse – specialmente se sono diverse. Cristo ce l’ha mostrato.

Io credo che dovremmo semplicemente amare. Io credo di essere buona. Faccio del mio meglio affinché noi si sia gentili l’un l’altro e sono presente per coloro che soffrono. So di non essere un’orribile peccatrice perché sono chi sono. Io credo che dio me lo direbbe se fossi sbagliata.

Spero un giorno di uscire con qualcuna, di andare ai balli della scuola e infine di trovare una compagna, sposarla, avere una famiglia e un lavoro meraviglioso. So che posso avere tutte queste cose come lesbica ed essere felice. Io credo che se dio c’è sa che sono perfetta proprio come sono, e non mi chiederebbe mai di vivere la mia vita da sola o con qualcuno per cui non provo attrazione.

Lui vorrebbe che io fossi felice. Io voglio essere felice. Voglio amare me stessa e non provare vergogna per essere me stessa. Io vi chiedo…”

savannah

E’ a questo punto che il microfono viene spento e a Savannah, 12 anni (in immagine qui sopra) è chiesto di tornare a sedersi fra il pubblico della congregazione. Il suo posto viene preso da un uomo – e il microfono torna ad essere funzionante, miracolo! – che parla “in nome di Gesù Cristo” e blatera qualcosa sull’essere tutti figli di dio, grazie e arrivederci. La ragazzina ha fatto il suo coming out in una chiesa mormone in Utah, il 18 giugno scorso, durante una sessione di condivisione di testimonianze. E, come ha raccontato sua madre Heather alla stampa, è tornata dal podio ai banchi della chiesa in lacrime: “A questo punto siamo entrambe uscite dalla sala, e io ho preso il suo volto fra le mani e le ho ripetuto e ripetuto che è perfetta e buona, che non c’è nulla di sbagliato in quel che lei è, che è coraggiosa e bella. Mi sono arrabbiata per il fatto che hanno scelto di ferirla, qualunque ragione avessero per farlo. Mio marito e io eravamo entrambi riluttanti a lasciarla condividere la sua testimonianza per timore del potenziale rigetto. Ce l’aveva chiesto in gennaio e alla fine le abbiamo detto che eravamo d’accordo in maggio. Ha lavorato duro sul suo discorso, perché voleva che convogliasse esattamente come lei si sente. Noi abbiamo pensato che era più dannoso zittirla o farla sentire in qualche modo sbagliata, che permetterle di parlare.”

Probabilmente è una coincidenza, ma mi colpisce che il microfono sia stato spento sulle parole “io vi chiedo”: qualunque cosa Savannah stesse per domandare ai suoi correligionari, la scena stava passando per costoro dalla passività di un ascolto che per alcuni era di certo ostile – e difatti la ragazzina non ha potuto portare a termine il suo intervento – all’essere attivamente coinvolti. Questa è una situazione che si ripete a oltranza, da secoli, all’interno di moltissime comunità religiose: coloro che sono stimati peccatori non per quel che fanno, ma per quel che sono (donne e omosessuali in primis) tentano di negoziare la loro identità all’interno della loro fede. Non “perdonatemi e guardate da un’altra parte”, ma “riconoscetemi e andiamo avanti insieme”. E’ triste dirlo: molto probabilmente il coming out di Savannah è l’ennesimo tentativo di questo tipo destinato a fallire. Però ha due genitori sensibili e amorevoli ed è intelligente, compassionevole e fiera – presto vedrà che il mondo è molto più grande della chiesa in cui le si è impedito di parlare.

Maria G. Di Rienzo

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Amore fatto a mano

(“Handmade Love”, di Julie R. Enszer – in immagine – poeta, scrittrice, editrice contemporanea, femminista e lesbica: “Ho cominciato a scrivere quando sono arrivata a vedere, a capire, la necessità di un cambiamento radicale e trasformativo nel mondo in cui vivo. Sono diventata una poeta perché sono diventata una rivoluzionaria.” Trad. Maria G. Di Rienzo.)

julie

AMORE FATTO A MANO

All’asilo, portavo con me una cartella

che mia madre aveva fatto di stoffa, con scene di fiabe.

Per tre anni, fu la cosa mia che valutavo di più.

Quando ero spaventata, guardavo la mia borsa e mi raccontavo

fiabe. Riccioli d’Oro, Cappuccetto Rosso,

il Cigno Dorato. Quelle ragazze avevano affrontato la paura ed erano sopravvissute.

Nella mia borsa accuratamente abbottonata, portavo libri, sassi, matite

e altri tesori d’infanzia. A sette anni, presa in giro dai bambini

per la mia borsa fatta a mano e il mio vestito della stessa stoffa, chiesi

abiti comprati in negozio e uno zainetto. Ora la mia valigetta

è di pelle e stracolma di documenti, ma bramo la mia borsa d’infanzia

che è ancora nel mio armadio. A volte quando sono sola

la tiro fuori e la porto in giro per casa piena di oggetti diversi:

carte, penne, pietre e libri, oggetti non così diversi

da quando ero piccola. Io dò valore alle cose fatte a mano.

Credo ci siano due tipi di amore in questo mondo:

ereditato e fatto a mano. Sì, noi ereditiamo l’amore

ma la mia gente, la mia gente fa l’amore a mano.

borsetta

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