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L’Apparenza delle Cose

Milk and Sap - 2017 - Jocelyn Lee

(Latte e Linfa, 2017)

Le immagini che vedete sono parte di una mostra intitolata “The Appearance of Things” – “L’Apparenza delle Cose”, attualmente allestita al Center for Maine Contemporary Art di Rockland, nel Maine.

La celebrata e premiata Autrice è la 56enne Jocelyn Lee (nata a Napoli) e da dieci anni sta lavorando a questo ultimo progetto che, nelle sue stesse parole, opera “uno spostamento di prospettiva in cui un corpo – un ritratto – diventa un paesaggio; una natura morta diventa un ritratto e un paesaggio diventa un corpo.”

July burn - 2016 - Jocelyn Lee

(Bruciore di Luglio, 2016)

La critica d’arte del New Yorker, Rebecca Bengal, nella sua recensione della mostra scrive: “Al posto dello scambio fra macchina fotografica e soggetto, queste fotografie pittoriche rivelano una simbiosi fra forme umane e forme naturali, ove ogni forma esalta la bellezza prodigiosa e costantemente mobile dell’altra.”

Riding the apple tree - 2016 - Jocelyn Lee

(A cavallo del melo, 2016)

Maria G. Di Rienzo

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Giove sorge sulle acque

giove con maggiori lune

(“Fish Swim the Moon” – “Un pesce nuota nella luna”, di Rasma Haidri, poeta contemporanea. Di origini indiane, nata negli Usa, ora vive in Norvegia: “Una volta, mi hanno sfidata con la domanda Perché scrivi poesia? Io ho risposto che ogni poesia è una piccola ricerca per trovare la mia strada verso casa.” Trad. Maria G. Di Rienzo.)

La luna sorge di color arancio,

fili di nuvola nera circondano

la sua pancia gravida.

Mia figlia ha disegnato Giove

in questo modo, usando trentasette sfumature di rosso,

ha tracciato ogni anello uno sopra l’altro

ha piazzato in orbita ogni luna gialla. L’insegnante

ha scritto In ritardo! in cima al foglio.

Nulla è mai in ritardo.

Non i rintocchi di questo carillon.

Non questo rifiuto portato in giro dal vento.

Non questo Giove che sorge su acque nere,

dove un pesce nuota nella luna,

e noi camminiamo senza annegare.

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(tratto da: “A Mother’s Day Tribute From a Former Foster Child”, di Jessica Stern per Richmond Mom, 12 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Jessica, sposata e madre di un bambino, è la co-fondatrice di “Connect Our Kids” un’ong non-profit che aiuta i bambini in affido a trovare famiglie permanenti.)

mothers

Mia madre morì di cancro al seno quando avevo 10 anni. Anche se mi aveva insegnato con successo molte cose prima di andarsene, c’era ancora un enorme “lavoro da madre” da fare. Mio padre era un uomo affettuoso, ma vivevamo in povertà. Una settimana dopo il funerale di mia madre, fui trasferita in una famiglia affidataria sino a che mio padre non fu in grado di concepire un piano per muoversi in avanti.

I miei genitori affidatari erano amabili, tuttavia io non ho completamente compreso il loro incredibile ruolo sino all’età adulta. La mia madre affidataria ci svegliava ogni mattina con “Alzatevi e risplendete, sarà una grande giornata.” mentre come di routine apriva le persiane della nostra stanza. Sembrava sprizzare ottimismo sin dalle orecchie. A volte trovavo la cosa noiosa: “Cosa ci sarà di così grandioso in questo giorno particolare?”, ho pensato più di una volta.

Recentemente le ho chiesto come facesse a mantenere un’attitudine così positiva nel mezzo di una situazione davvero deprimente: lei e suo marito si erano presi carico di tre bambine che stavano piangendo la morte della loro madre e sperimentando la devastante perdita di un padre e di cinque fra fratelli e sorelle.

Mi ha risposto: “Che altra scelta c’era? Dovevo mantenere in corsa il treno. Semplicemente non c’era altro modo di condurvi attraverso la giornata.”

Questo è quel che le madri fanno.

(…)

La mia adorata zia è stata un’altra influenza costante mentre crescevo, anche se non ho mai vissuto con lei. Alcuni anni fa, le ho chiesto se ha mai smesso di soffrire la perdita della sua sola sorella, la mia cara madre. Ha replicato: “Non avevo tempo per pensarci. Il mio solo pensiero eravate voi bambini. Perciò mi sono concentrata sulla missione di mantenervi al sicuro e amati.” Lo ha detto come una fiera leader.

Dopo che mio padre fu riuscito a rimettersi leggermente in piedi, ci trasferimmo per ricominciare da zero. Papà voleva ricostruirsi una vita nel paradiso della Florida e prese quattro di noi bambini con lui, mentre il più piccolo restava con nostra zia nel Midwest. Inutile dirlo, “paradiso” era un’esagerazione, ma c’era sole in abbondanza.

Dagli 11 anni in poi, riesco a stento a tenere il conto delle madri locali che sembravano apparire dal nulla a tendermi una mano, non prendendo il posto di mia madre, ma riempiendolo in tutti i momenti giusti. Era come se si passassero l’un l’altra un’invisibile staffetta con le istruzioni arrotolate all’interno.

Non condividevo il loro DNA, ma loro sapevano che avevo bisogno di guida. Sapevano che avevo bisogno di sostegno. Sapevano che avevo bisogno di una madre.

(…)

Tre decenni più tardi, celebro tutte queste bellissime madri che hanno preso tempo dalle loro vite già indaffarate per aiutarmi. Dopo tutto, ogni singolo atto di gentilezza ha dato forma al modo in cui io mi muovo nel mondo.

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(tratto da: “The Relentless Torture of The Handmaid’s Tale”, di Lisa Miller per The Cut, 2 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La seconda stagione de “Il Racconto dell’Ancella” è appena cominciata, pure ogni nuovo episodio porta con sé nuovo terrore. Ho pensato che forse ero solo traumatizzata dal primo episodio, in cui le nostre protagoniste preferite sono inesorabilmente torturate – colpite da scariche elettriche tramite pungoli per bestiame, prese a calci, minacciate con cani, incatenate a una stufa a gas e ustionate, lasciate vive sulla forca ma coperte di urina – fino a che ho sopportato l’episodio numero due.

Là mi sono imbattuta, all’interno di un paesaggio dalla luce dorata che evoca il profondo sud, in una vasta marea di donne schiave, a stento in vita, costrette a scavare in rifiuti tossici sino a che muoiono. Durante una scena di agghiacciante tortura psicologica il sottile, fastidioso suono di Kate Bush che canta “Il lavoro di una donna” accompagna le immagini di donne letteralmente terrorizzate a morte; altrimenti, la colonna sonora è principalmente un costante gemito in tono minore, come il suono del vento che attraversa una finestra rotta, punteggiato dal pianto e dai colpi di tosse delle donne, e da urla.

Ho premuto il tasto che toglie l’audio e quello per l’avanzamento veloce così spesso durante questa seconda stagione che sono costretta a chiedermi: Perché sto guardano questa cosa? Sembra tutto così ingiustificato, come un pestaggio senza fine. Davvero, le hanno tagliato la lingua? Davvero, hanno messo in fila tutti i giornalisti contro un muro – inclusa una mamma che portava scarpe comode da gravidanza (quanto manipolativo è ciò?) – e li hanno fucilati? Davvero, l’hanno nutrita a forza, le hanno messo ceppi alle caviglie; le hanno lasciato assaggiare la libertà e poi gliel’hanno portata via? Davvero, davvero, davvero? Ci sono film che trattano di genocidi e schiavitù storici che obbligano a una necessaria analisi della brutalità nella vita reale. Ma questo. Questo è un mondo inventato.

Rispondo a me stessa: per quel che riguarda la prima stagione, ero d’accordo con il consenso della critica. Questa è “televisione importante”. Una parabola femminista, adattata dal romanzo di una donna, che è stata premiata con otto Emmy – la maggior parte dei quali conferiti a donne – e che tratta dei potenziali eccessi del patriarcato, non così inconcepibili ora, nell’era di Pence e Trump.

All’epoca su Slate, facendo la recensione, Willa Paskin sottolineò che guardare la prima stagione l’aveva fatta sentire “quasi virtuosa”, scrisse, “come l’immergersi in un oceano d’inverno”. Anch’io ero stata agganciata dal rigoglioso orrore della stagione iniziale. Sembrava fedele al romanzo originale di Margaret Atwood, ma molto più intimo, come se si stesse guardando una scena del crimine attraverso uno spioncino.

Volendo avvolgermi ancora in quel senso di virtù, solidale con le donne sullo schermo, ho continuato a guardare. Ma la mia voce interiore rifiuta di restare in silenzio. Sarebbe femminista guardare donne ridotte in schiavitù, degradate, picchiate, amputate e stuprate? Come, esattamente, sto partecipando a una rivoluzione femminile stando seduta sul mio comodo divano a consumare questo? “Il racconto dell’Ancella” ha saltato il fosso, nella sua seconda stagione, trasformandosi da intrattenimento con princìpi a pornografia di tortura?

Non sono la sola persona a notare l’amplificata violenza della seconda stagione, una conseguenza ovvia, probabilmente, dell’aver ricevuto prima del previsto così tanti premi e così tante lodi, e dell’essere uscita dalla mappa della trama originale di Atwood. La stagione successiva doveva chiaramente essere più grande della prima, più epica, più ambiziosa a livello visuale, più intensa. Ma “sembra che lo show stia solo scegliendo a caso cose orribili da far succedere alle donne per ottenere l’effetto shock.”, ha detto Laura Hudson durante una tavola rotonda a The Verge (ndt.: rete di media informatici), “Perché guardarlo? Io non ho bisogno di vedere donne brutalizzate per capire che Gilead è un posto malvagio o che lo è la misoginia; credetemi, ho capito.”

Il romanzo di Atwood era un esercizio mentale: un intellettuale affresco di “supponiamo che” girante per lo più attorno ai dettagli personali di vite comuni. Ciò che aveva reso l’adattamento televisivo così affascinante, per me, era la collisione della fantascienza con le descrizioni di gente ordinaria in case con cucina, che forzava “noi” a trasporci in “loro”. (…)

La prima stagione finiva dov’era terminato il libro di Atwood, con June seduta da sola nel retro di un furgone, incerta sul proprio destino. Con la seconda, gli sceneggiatori sono sulla propria frontiera narrativa e il sentiero che creano è deludente quanto prevedibile. Nel finale del primo episodio, l’attrice Elisabeth Moss (ndt.: June) taglia la graffetta metallica che indica il suo status di Ancella dalla sua stessa orecchia con un paio di forbici. E’ straziante da vedere. E quando ha finito, e i suoi seni sono coperti dal suo proprio sangue, si solleva come una Furia vendicatrice per dichiarare la propria liberazione.

season 2

Ma poiché questo è il primo episodio e ci sono dio sa quanti altri episodi e stagioni a venire, noi capiamo che sarà intrappolata di nuovo – e picchiata e torturata e stuprata di nuovo, che la violenza nei suoi confronti continuerà e continuerà. (ndt.: E’ quel che è effettivamente accaduto nel terzo episodio, non ancora in onda quanto l’Autrice ha scritto il presente articolo.)

E’ una storia sessista vecchia quanto la Bibbia: il coraggio dell’eroina è intensificato dalla sua vittimizzazione, perché la cultura misogina esalta le donne che soffrono. Che June sia incinta, e sia una madre angosciata (ndt: la figlia le è stata sottratta), sono cose che aumentano il suo eroismo secondo lo show. Gli sceneggiatori della seconda stagione sanno bene come i fondatori di Gilead che non c’è tropo più sacro della maternità. In un esasperante e grottesco rovesciamento, l’allegoria femminista di Atwood si è trasformata in una vetrina degli abusi delle donne: tornando alla scena descritta sopra, ho notato che la macchina da presa indugiava sul sangue sgocciolante di June. E là ho deciso, io ho chiuso. (ndt.: ho chiuso anch’io, prima ancora di leggere questo.)

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(brano tratto da: “There is Beauty in Our Differences”, di Karen Quiñones-Axalan per World Pulse, 27 aprile 2018. Trad. Maria G. Di Rienzo. Karen, filippina, è una giovane attivista ambientalista e per i diritti umani – lavora in special modo con le persone disabili e i gruppi indigeni, è sposata e ha due figli piccoli. Metterli al mondo non è stato facile nelle sue condizioni, poiché è affetta dalla nascita da una rara combinazione di lordosi e scoliosi che influisce sulla dilatazione della cervice e sulla durata del travaglio. Raccontando queste sue esperienze e l’essere colpevolizzata dalle persone attorno a lei per aver dovuto sottoporsi a taglio cesareo e non essere stata in grado di allattare al seno, Karen è giunta alla conclusione seguente.)

wild flowers

Le rose possono essere i fiori più glorificati, ma non sono l’unico tipo di fiori. E tutti i fiori sono belli. Mi ci è voluto molto tempo per capire che questa metafora si applica anche alle nostre esperienze come donne.

Come donne, lottiamo contro la depressione a tassi allarmanti. La società pone standard molto alti intesi per essere accettati da tutti su ogni persona, ma specialmente su di noi. Una donna dev’essere questo e quello. Se non lo siamo, veniamo denigrate, picchiate, bullizzate.

La nostra bellezza sta nella nostra capacità di dare vita: biologicamente o tramite i nostri lavori artistici, le nostre carriere, il nostro sacerdozio o il nostro impegno sociale. La nostra bellezza sta nei nostri talenti, che noi si sia prive di handicap o differenti per abilità. La nostra bellezza sta nella nostra pelle, anche quando è bruna o nera o gialla o rossa.

Il mondo sarebbe noioso se non ci fossero differenze nell’umanità, o se i colori in un arcobaleno fossero solo il verde e il viola.

Perciò abbracciamo la nostra unicità e la nostra bellezza, e smettiamo di scusarci per il colore della nostra pelle, la nostra altezza, il nostro peso, il nostro stato civile, i nostri cicli mestruali, il nostro umore, le nostre storie di parto o il nostro non aver storie al proposito.

Noi fioriamo nelle pianure, su in montagna, lungo i fiumi, dentro le foreste pluviali, nei deserti e sotto l’immenso oceano. Smettiamo di misurare noi stesse sulle bilance dei mass media e delle aspettative sociale. Il mondo può ritenere pregiate solo le rose: ma noi fioriamo come margherite, crisantemi, tulipani, petunie, iris, lavanda, lillà, girasoli, orchidee, gigli, denti di leone, papaveri, sampaguita (gelsomino d’arabia), stelle alpine, calendole…

Celebriamo le nostre differenze, celebriamo e fioriamo insieme.

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foodbank

Sarah Chapman è una volontaria e un’amministratrice della Banca del Cibo del distretto londinese di Wandsworth. Stanca del modo in cui i media spesso rappresentano gli utenti della struttura in cui lavora (“messi tutti affrettatamente in un gruppo, così che è più facile svergognarli, biasimarli o ignorarli”), in occasione dell’8 marzo scorso ha raccontato per New Statesman le storie di alcune delle donne che frequentano la Banca (cambiandone i nomi per la loro protezione): sono, afferma, fra le persone più forti che io conosca.

“Sasha è una lavoratrice autonoma, madre, che è fuggita dalla violenza domestica. Ha scelto la libertà e la sicurezza in un rifugio, ma si è lasciata alle spalle un certo grado di sicurezza economica e la sua casa. “Cambia il modo in cui pensi a te stessa – dice Sasha – perché quando ti senti dire sei una stupida per molto molto tempo finisci per crederci. Ma ora è diverso.” Sasha, come la maggior parte dei nostri ospiti, è rimasta sconvolta dallo scoprire che aveva bisogno di una banca del cibo: “Conduci un’esistenza in cui non pensi a questa faccenda. Ma poi le cose vanno storte – e non è male venire qui e prendere qualcosa offerto come aiuto.”

Poi c’è Rose. Suo marito l’ha lasciata e la padrona di casa l’ha sfrattata. Senza tetto, si è rivolta al Comune ma è finita in tre posti diversi nel giro di tre mesi: due pensioni e un alloggio temporaneo. Quello in cui sta ora è distante più di quattro chilometri dall’asilo della sua figlia di quattro anni e – in linea con le politiche comunali – ha semplici attrezzi per cucinare, ma non un frigorifero, un freezer o una lavatrice. Senza soldi per comprare un frigo di seconda mano, Rose riesce in qualche modo a comprare cibo fresco ogni giorno avendo una disponibilità di denaro assai limitata. Le hanno detto che le saranno tolti dei benefici quando la sua bambina compirà cinque anni. “Ma – risponde lei – dio mi ha dato mia figlia e io sono felice per questo.”

E dovremmo anche menzionare Emma, che da sola ha sconfitto l’esercito di scarafaggi che l’ha accolta quando ha cambiato casa e che ha portato il figlio a scuola usando due autobus e un treno per un anno. E Maya, che è scappata dalla violenza domestica e ha vissuto, cucinato e dormito con un bimbo lattante, per due anni, in una sola stanza nel mentre condivideva il bagno con altre quattro famiglie senza tetto. Cerca attività gratuite per il figlioletto affinché costui abbia dello spazio per correre e crescere, studia per essere pronta a lavorare quando lui andrà a scuola, e fornisce sostegno emotivo vitale alle nuove madri attorno a lei.

“Tu puoi non essere in grado di controllare gli eventi che ti accadono, ma puoi decidere di non essere diminuita da essi.”, scrisse Maya Angelou. Questo è ciò che vediamo nelle donne che ci fanno visita.

Tu non sei diminuita dalle durezze che attualmente affronti, o dalle voci che dicono “sfruttatrice”, “i lavoratori pagano”, “lavativa”. Noi sappiamo la verità. Sappiamo che tu sei immensamente forte, piena di risorse, in grado di continuare a camminare anche quando il fardello che porti è così pesante. Tu hai valore. E oggi, sei stata abbastanza coraggiosa da chiedere un piccolo aiuto. E’ un onore essere qui con te.”

Maria G. Di Rienzo

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fangar - linda

Lo sceneggiato islandese “Fangar” – “Prigioniere”, è stato di recente reso disponibile online con sottotitoli in italiano (nell’immagine l’attrice Thora Bjorg Helga che interpreta il personaggio principale, Linda). Sono sei intense puntate da cinquanta minuti l’una che raccontano, attorno alla storia che fa da traino, la vita delle donne in carcere – in special modo le madri – senza alcun romanticismo o abbellimento. Le protagoniste non sono raffigurate in modo da accattivarsi la simpatia degli spettatori e la loro umanità emerge nel corso del vicenda in modo lento ma inesorabile: tutte hanno alle spalle esperienze che possiamo riconoscere, tutte ci assomigliano un poco.

Perché, se avete tempo e voglia, dovreste vederlo? Perché “Fangar” ha alle spalle sette anni di lavoro, numerosi colloqui diretti con le 12 incarcerate nella prigione di Kópavogur (chiusa un paio di anni fa, è stata poi usata come set per i filmati) ed è il frutto della collaborazione di uomini e donne che avevano in mente questo: “Non volevamo fare uno sceneggiato tipico sulla prigione. Abbiamo sviluppato la storia, facendo ricerche su come gli uomini usano il loro potere per ridurre al silenzio le donne e abusare di loro. Ci sono stati vari scandali di questo tipo in Islanda. Abbiamo deciso di raccontare la storia dal punto di vista di una famiglia, tre generazioni di donne all’interno di una famiglia.”

Le generazioni in questione comprendono la 30enne già citata Linda, sua sorella maggiore Valgerdur (Halldóra Geirhardsdóttir) che è una donna politica e una deputata, con una figlia quattordicenne (Katla Njálsdóttir), e la madre delle due, Herdis (Kristbjörg Kjeld), casalinga ingenua che avrà parecchie drammatiche “rivelazioni” nel corso della vicenda.

Linda, dedita agli stupefacenti, finisce in galera per un violento assalto al proprio padre, che lo riduce in coma. Le sue motivazioni non ci appaiono chiare – all’inizio sappiamo solo che cercava soldi nello studio dell’uomo, così come non sembra del tutto comprensibile l’abbandono totale di lei da parte della famiglia. Scopriremo pian piano che questa gente così “per bene” (una volta rimesso, per fare un esempio, il padre di Linda riceve una lettera di congratulazioni persino dal Presidente del paese) protegge accuratamente un segreto: negandolo, non vedendolo, ignorandolo, fingendo – come troppe famiglie fanno ovunque – che sia tutto perfettamente a posto e se la Linda di turno insinua o dice esplicitamente il contrario è perché è drogata e pazza e violenta…

Non vi rovinerò lo sherlockiano piacere di vederlo emergere svelandolo ora, ma sono certissima che gli indizi vi hanno già messo sulla strada giusta. Buona visione. Maria G. Di Rienzo

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