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Posts Tagged ‘madri’

Amore fatto a mano

(“Handmade Love”, di Julie R. Enszer – in immagine – poeta, scrittrice, editrice contemporanea, femminista e lesbica: “Ho cominciato a scrivere quando sono arrivata a vedere, a capire, la necessità di un cambiamento radicale e trasformativo nel mondo in cui vivo. Sono diventata una poeta perché sono diventata una rivoluzionaria.” Trad. Maria G. Di Rienzo.)

julie

AMORE FATTO A MANO

All’asilo, portavo con me una cartella

che mia madre aveva fatto di stoffa, con scene di fiabe.

Per tre anni, fu la cosa mia che valutavo di più.

Quando ero spaventata, guardavo la mia borsa e mi raccontavo

fiabe. Riccioli d’Oro, Cappuccetto Rosso,

il Cigno Dorato. Quelle ragazze avevano affrontato la paura ed erano sopravvissute.

Nella mia borsa accuratamente abbottonata, portavo libri, sassi, matite

e altri tesori d’infanzia. A sette anni, presa in giro dai bambini

per la mia borsa fatta a mano e il mio vestito della stessa stoffa, chiesi

abiti comprati in negozio e uno zainetto. Ora la mia valigetta

è di pelle e stracolma di documenti, ma bramo la mia borsa d’infanzia

che è ancora nel mio armadio. A volte quando sono sola

la tiro fuori e la porto in giro per casa piena di oggetti diversi:

carte, penne, pietre e libri, oggetti non così diversi

da quando ero piccola. Io dò valore alle cose fatte a mano.

Credo ci siano due tipi di amore in questo mondo:

ereditato e fatto a mano. Sì, noi ereditiamo l’amore

ma la mia gente, la mia gente fa l’amore a mano.

borsetta

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Rachana Sunar

Rachana Sunar, 22enne – in immagine qui sopra – vive in un villaggio del Nepal occidentale. La sua missione è mettere fine ai matrimoni di bambine. Sfuggita per un pelo a un destino simile, priva di risorse che non siano la sua volontà e la sua passione, la giovane donna va di porta in porta a diffondere il suo messaggio, organizza incontri, impedisce i matrimoni intervenendo di persona o chiamando la polizia (i matrimoni di minori sono illegali, nel suo paese, dal 1963). Come potete intuire, Rachana non si è scelta un compito facile: il 37% delle sue simili, in Nepal, sono già mogli prima dei 18 anni e molti uomini sono seccati dal vedersi sottrarre le bambine-spose da sotto il naso, al punto che mentre la CBS stava girando un documentario sulla storia di Rachana una folla di scalmanati si è minacciosamente presentata a casa sua. Ma ciò non ha spostato di una virgola la sua attitudine: “Se una ragazza ascolta la mia storia, di come ho iniziato il mio viaggio, almeno le sto dando speranza. – ha spiegato – Sì, c’è gente a cui non piace il lavoro che faccio, ma anche se muoio per questa ragione, so che la mia morte ispirerebbe le mie sorelle ad andare avanti. Se io mollo, in questo momento, non c’è nessuno che oserebbe affrontare la questione al posto mio. Sono felice di farlo, anche rischiando la mia vita.”

Il documentario si chiama “The Lost Girls” – “Le ragazze perdute” e, tanto per far capire subito come stanno le cose, si apre con un proverbio nepalese: “Crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. E’ stato diffuso per la prima volta in questo mese di maggio e sta girando abbastanza su internet da essere trovato facilmente, ma siete in difficoltà potete provare qui: http://www.girlsnotbrides.org/

nepal documentary

Di recente, Rachana ha fondato un’ong, Sambad (che significa Dialogo) per aiutare bambine e bambini a scoprire il loro valore e a ricevere un’istruzione di base. Per alcuni di questi piccoli, le lezioni della maestra Rachana – che adorano e ricoprono di doni in carta colorata – saranno l’unica occasione loro offerta nella vita di imparare qualcosa, per molte femminucce sono l’unico momento nella loro attuale esistenza in cui si sentono amate e apprezzate.

Il lavoro della giovane attivista ha generato onde che potrebbero rivelarsi decisive: nel suo distretto è nato un movimento che si propone di far cessare i matrimoni precoci entro il 2020 e lei stessa è riuscita a consegnare personalmente una lettera al Primo Ministro del Nepal in cui chiede al governo di farsi carico della questione. “Vi sosterremo.”, le ha assicurato il Primo Ministro.

La straordinaria forza di Rachana si alimenta dal suo sognare in grande. Dopo aver ricordato come la propria madre si sentisse la persona più sfortunata del mondo ad aver avuto solo lei e sua sorella minore, come la nonna paterna avesse suggerito al figlio di avvelenarle tutte e tre e prendersi un’altra moglie, e che il padre era solito battere sua madre ogni singolo giorno, dice con voce piena di emozione e di determinazione: “Voglio rendere le tutte le madri del nostro villaggio orgogliose di avere figlie.” Maria G. Di Rienzo

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Per andare a scuola (secondaria superiore) dal loro villaggio devono camminare tre chilometri. Ma sono tre chilometri di calvario, perché uomini e ragazzi – specialmente in moto, con i caschi che nascondono i loro volti – le molestano e le aggrediscono per tutta la strada. L’anno scorso, nello stesso distretto, una studente fu stuprata mentre si recava a lezione e le sue coetanee di due paesini smisero completamente di andare a scuola.

Anche le ragazze di Gothera Tappa Dahena, il villaggio indiano di cui si tratta hanno smesso di andare a scuola, ma perché stanno protestando. Dopo aver denunciato le loro difficoltà alle autorità scolastiche (sorde) e al consiglio di villaggio (il capo è solidale ma non ha potere / giurisdizione bastanti a intervenire con successo), sono entrate in sciopero della fame da mercoledì 10 maggio.

School Girls

Sono circa 80, quattro si sono sentite male e sono state portate in ospedale il venerdì successivo. A tutt’oggi le altre resistono, anche alle diffamazioni dei funzionari del distretto scolastico che le giudicano povere “bambine messe su” dai genitori e dal capo villaggio. Oltre al rispetto per le loro persone e alla libertà dalla violenza maschile, le studenti stanno chiedendo che il liceo del loro villaggio sia ampliato alle classi superiori, di modo da evitare la passeggiata delle forche caudine verso Kanwali.

In qualche modo stanno rispondendo anche all’orrore di un nuovo femicidio con annesso stupro brutale commesso ai danni di una ventenne della loro zona. La madre disperata di costei ha chiesto alle altre madri indiane, tramite la stampa, di non mettere al mondo figlie perché altrimenti arriveranno molto probabilmente a vivere quel che lei sta vivendo… ma queste ottanta figlie determinate a lottare e vincere, anche a costo di sacrificare la propria salute o persino la propria esistenza, le danno completamente torto: ognuna di loro è una torcia ardente nel buio, un segnale di speranza, una creatura preziosa per unicità e coraggio. Il mondo non può fare a meno di nessuna di loro. Maria G. Di Rienzo

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Lealtà e violenza

(“Loyalty and Violence” di Ruth Daniell – in immagine – poeta, scrittrice, editrice, insegnante canadese contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

ruth

Quando infine ti ho detto che il mio primo ragazzo

mi aveva stuprata, ero preoccupata che ti arrabbiassi

perché non te l’avevo detto prima. Tu e papà credevate in modo così innocente

di potermi proteggere da rendere difficile

il dirvi che avevate fallito. Io volevo proteggere

voi dalla verità e cioè che proteggere qualcuno è impossibile;

ero mezza nauseata dal paradosso per cui amo

gli uomini. Quando hai annuito e hai detto che eri contenta

io avessi atteso per parlartene ero sollevata, e grata.

Hai spiegato: “Penso di essere solo ora abbastanza matura

per non saltare nella mia auto e rintracciare il bastardo

e prenderlo a pugni in faccia.” So che è sbagliato ma

una parte di me arrossisce di piacere – non perché

desidero dolore per il mio primo ragazzo ma perché

mi piace l’idea che valga la pena lottare per me.

E’ un godimento, mi sovviene, assegnato in modo appropriato

a una donna ed è di suo un altro tipo di violenza.

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Il nome di mia madre

kelly

(“My mother’s name”, di Kelly Beecher – in immagine qui sopra – giovane poeta e scrittrice contemporanea, nonché femminista lesbica di colore. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il nome di mia madre

Parla di trionfo

di ponti bruciati e battaglie vinte

di radici di sangue e vene di seta.

Nemico dell’oscurità

Portatore di speranza e resurrezione.

Il nome di mia madre

Parla del tributo

di spirito ferito e malvagità vista.

Evocatore di luce

Campione di lode e perdono.

Il nome di mia madre

canta la capacità di recupero

di campi calpestati e mani lacerate.

Cercatore di verità

Agente di amore e potere.

Il nome di mia madre

è libertà.

love

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Na Hye-seok

Na Hye-seok (나혜석, 1896 – 1948, in immagine) è stata la prima artista femminista coreana: poeta, scrittrice, insegnante, giornalista e pittrice i cui quadri sono oggi valutati a prezzi da capogiro, sebbene l’Autrice sia morta in miseria in un ospedale per vagabondi e non si sappia neppure dov’è sepolta – poiché la famiglia l’aveva rigettata e nessuno si curò del suo funerale, è probabile si trovi in una fossa comune. Stranamente, ma forse non poi tanto, cinema e televisione del suo paese non si sono ancora interessati alla sua storia (esiste un breve documentario in francese di Han Kyung-mi, visibile su: https://vimeo.com/113225651) e il suo nome è stato usato sino a tempi recenti come spauracchio per le donne che avevano ambizioni artistiche: “Vuoi diventare un’altra Na Hye-seok?” ammonivano padri e fratelli. La prima retrospettiva del suo lavoro, al Centro per le Arti di Seul, è del 2000. Il suo racconto più famoso, “Kyonghui”, pubblicato nel 1918, è dal 2009 disponibile in inglese nella raccolta “Questioning Minds: Short Stories by Modern Korean Women Writers”: tratta di una donna che scopre se stessa come irriducibile alla prescritta cornice confuciana di “buona moglie e buona madre” e cerca significato e validazione come “nuova donna”. Per tutta la vita, Hye-seok tenterà di negoziare questo concetto all’interno della società coreana.

Nata in una famiglia benestante durante l’occupazione giapponese della Corea, dimostrò il suo talento artistico sin dall’infanzia e studiò anche in Giappone dove, nel 1915, era la principale organizzatrice dell’associazione delle studenti coreane. Qui visse il suo primo amore con un compatriota studente universitario, scrittore e editore di una rivista letteraria; questa coppia intellettuale e ribelle divenne assai famosa fra i coetanei, ma nel 1916 Choe Sung-gu morì di tubercolosi e Hye-seok ebbe un crollo nervoso che per qualche tempo le impedì di proseguire gli studi. Nel 1919 la giovane partecipò alla sollevazione contro l’occupazione coloniale del 1° marzo (che oggi è il Giorno del Movimento per l’Indipendenza), fu arrestata e imprigionata. L’avvocato assunto dalla sua famiglia per tirarla fuori di galera, Kim Woo-young, sarebbe di lì a poco diventato suo marito. Il loro fu un matrimonio d’amore, il che era raro all’epoca in Corea, e non avrebbe dovuto divenire un impedimento alle ambizioni artistiche della giovane donna, ma se durante il primo anno da sposata Hye-seok fondò con altri un giornale letterario e nell’anno successivo, 1921, tenne la sua prima mostra di quadri – che era la prima mostra in assoluto nel paese per i dipinti di una donna – già nel 1923 aveva scritto “Riflessioni sul diventare madre” dove rimproverava aspramente il marito perché delegava per intero a lei la cura dei figli.

na hye-seok autoritratto

(Na Hye-seok, autoritratto)

Nel 1927, Na Hye-seok e suo marito andarono a stare per tre anni in Europa. Hye-seok si fermò a Parigi per studiare pittura mentre Kim Woo-young, che era diventato un diplomatico per conto giapponese, portava avanti i suoi affari altrove. A Parigi la donna incontrò un altro uomo coreano, Choi Rin, che era il leader della (oggi quasi scomparsa) fede Cheondo-gyo: nata dalle lotte contadine del secolo precedente era inestricabilmente legata all’attivismo politico, poiché dichiarava come suo scopo principale il creare un “paradiso” di armonia sociale sulla Terra. Non è chiaro che tipo di relazione i due abbiano avuto, poiché nel suo diario Hye-seok dà conto del tentativo di restare leale nonostante le frustrazioni e le umiliazioni che riceve dal matrimonio, ma è abbastanza chiacchierata da fornire al marito la scusa per bollarla come adultera e divorziare da lei nel 1931. Lo stesso anno il supposto amante Choi Rin dà alle stampe in Francia un articolo “piccante” (leggi “volgare e osceno”) sulla sua storia con Hye-seok e lei lo denuncia per diffamazione. Nonostante il divorzio le abbia addossato una reputazione da sgualdrina in Corea, dove è tornata, Hye-seok continua a dipingere e vince un premio speciale alla 10^ Mostra dell’Arte di Joseon.

Nel 1934 pubblica sulla rivista Samcheolli il saggio che sarà allo stesso tempo il suo testamento politico, la più chiara esposizione delle indegnità che le donne coreane subiscono fatta sino ad allora, una sfida rovente al sistema patriarcale, e la sua rovina. Si chiama “La mia dichiarazione sul divorzio” e in esso, tra l’altro, Hye-seok critica la repressione della sessualità femminile, attesta che il marito non era in grado di soddisfarla sessualmente e rifiutava di discuterne, propone “matrimoni di prova” ove le coppie vivono insieme prima di sposarsi effettivamente di modo da non cadere in unioni infelici come la sua.

A questo punto non solo la sua famiglia d’origine la abbandona del tutto, ma non riesce più a vendere quadri, racconti o articoli. I critici d’arte hanno finalmente l’occasione di disprezzarne i dipinti come “scimmiottamenti dell’arte occidentale” e dichiarano il suo impegno artistico la squallida facciata con cui una donna dissoluta ha tentato di coprire la propria lussuria. Na Hye-seok vivrà gli ultimi anni grazie alla carità dei monasteri buddisti, ma non abbandonerà uno solo dei suoi convincimenti sui diritti e la libertà delle donne sino alla morte. Maria G. Di Rienzo

P.S. Oggi, 8 aprile, è l’anniversario del giorno in cui la prima persona coreana (non la prima femmina, la prima in assoluto) è andata nello spazio a bordo della Soyuz TMA-12, con due cosmonauti russi. Ascolta, Hye-seok, era il 2008 e questa tua connazionale si chiama Yi So-yeon e ha operato esperimenti scientifici a bordo della navicella. Lo deve anche a te. Non smettere di ispirarci.

Yi So-yeon

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(brano tratto da: “Salvadoran Woman Becomes First Person to Be Granted Asylum Due to Regressive Abortion Laws”, di Kathy Bougher per Rewire, 28 marzo 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

“E’ ora che si sia noi donne a prendere le decisioni sui nostri corpi.” Maria Teresa Rivera (in immagine).

maria teresa

La scorsa settimana, a Maria Teresa Rivera del Salvador è stato garantito asilo politico in Svezia sulla base della sua incarcerazione per accuse relative all’aborto: è la prima persona nella storia a ricevere una protezione di questo tipo. L’Agenzia per la Migrazione della Svezia ha reso nota la sua decisione a Rivera il 20 di marzo. (…)

L’aborto è diventato illegale in Salvador, qualsiasi ne siano le circostanze, dal 1997. Oltre a bandire l’interruzione di gravidanza, la legge è sovente mal applicata a donne che sperimentano problemi ostetrici e cercano servizi medici d’emergenza negli ospedali pubblici. Questo è stato il caso di Rivera. Nel 2011, Rivera abortì spontaneamente nella latrina di casa e il feto morì. Priva di sensi, grondante sangue e a stento viva fu portata in un ospedale pubblico dove fu accusata di essersi procurata l’aborto e mandata in prigione. Nel 2012 fu condannata per omicidio aggravato, anche se le prove mostravano che la morte del feto era un tragico ma naturale incidente e non era dovuto a nessuna azione da lei compiuta. Il giudice la sentenziò a 40 anni di carcere, la condanna più lunga comminata a una donna salvadoregna in base a questa legge.

Durante gli anni che ha passato nell’estremamente sovraffollata prigione femminile di Ilopango, Rivera ha sofferto maltrattamenti da parte delle guardie e a volte dalle altre carcerate, come conseguenza del profondo stigma sociale collegato all’aborto. Come Rivera ha detto in un’intervista a Rewire nel 2016: “Comprendo come molte donne non volessero dire alle altre perché erano là, perché sarebbero state trattate molto male. Ci chiamavano “mangiatrici di bambini” e peggio, ci picchiavano o ci minacciavano. Ma io sapevo di non aver fatto nulla di male, perciò l’ho detto a voce alta. Altre donne allora venivano da me in segreto, perché volevano chiedermi di metterle in contatto con la mia avvocata, di modo da avere aiuto.”

Infine, un tribunale maggiore del Salvador giudicò che il processo che l’aveva portata in prigione era macchiato da errori giudiziari, inclusa la mancanza di prove che Rivera avesse responsabilità nella morte del feto o persino che un qualsiasi crimine fosse stato commesso e ordinò nuovo processo. Dopo anni di ritardi, fu giudicata non colpevole il 20 maggio 2016 e liberata.

Rivera continuò a dover fronteggiare lo stigma nonostante fosse stata dichiarata innocente. Per strada la chiamavano “assassina di bambini”. Inoltre, il pubblico ministero del governo annunciò che avrebbe fatto appello alla sentenza di non colpevolezza e avrebbe tentato di rimandare Rivera in prigione a completare l’originaria sentenza di quarant’anni. Pesando le minacce che continuava a ricevere e la possibilità di tornare in galera, Rivera decise di lasciare il Salvador con il figlio di 11 anni e chiese asilo in Svezia nell’autunno del 2016: “La discriminazione nella società e sul lavoro, assieme alla persecuzione giudiziaria, che dovevo maneggiare quotidianamente mi hanno portata alla decisione di lasciare il mio paese. Non potevo dare un futuro a mio figlio, là. Era esposto a discriminazioni e pericoli.” (…)

Rivera dice che continuerà a essere un’attivista contro le leggi regressive del Salvador: “Sto rompendo il mio silenzio in Svezia per le mie compañeras che sono ancora in prigione in Salvador.” Rivera ha parlato in favore di un progetto di legge introdotto nell’ottobre 2016 che decriminalizzerebbe l’aborto in Salvador in circostanze specifiche: quando la vita e la salute della donna incinta sono a rischio, quando la gravidanza è il risultato di uno stupro e quando il feto presenta condizioni incompatibili con la vita. Invece, racconta, l’attuale legislazione al vaglio intende alzare le penalità previste per l’aborto a 30-50 anni di carcere ed è “una pena di morte per donne povere. Queste leggi si applicano solo alle donne, e solo alle donne povere. Le figlie e le sorelle dei ricchi vanno nelle loro cliniche private, non in galera. O vanno all’estero per abortire. Noi se abbiamo aborti spontanei andiamo in prigione. In ospedale prima mi hanno accusata di essermi procurata l’aborto e poi hanno cambiato l’accusa in omicidio aggravato e mi hanno mandata in galera. Le mie compañeras sono ancora là a pagare il prezzo di questi leggi.”

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