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Posts Tagged ‘gran bretagna’

Thanyia Moore

Thanyia Moore, performer comica e danzatrice, ha appena vinto il Premio Funny Women: in altre parole è stata incoronata come la “regina della commedia” inglese 2017/2018 (nell’immagine regge lo “scettro” consegnatole durante la cerimonia).

Non è il primo riconoscimento che riceve per il suo lavoro. Nel 2013 era stata premiata come “Miglior Nuovo Arrivo” sulla scena comica, dopo che aveva viaggiato con in suoi spettacoli non solo in tutta la Gran Bretagna ma in giro per il mondo (Stati Uniti, Svezia, Olanda, Spagna ecc.).

Thanyia è nata a Londra da genitori giamaicani e uno dei suoi pezzi più riusciti si basa sui ricordi e sugli aneddoti del crescere essendo l’unica ragazza di colore nella sua classe. I bambini le stanno particolarmente a cuore e offre regolarmente i suoi spettacoli a un’organizzazione umanitaria – The Sunshine Foundation Charity – che ha lo scopo di sostenere i piccoli con speciali necessità nel Regno Unito e nei Caraibi.

La sua principale ispirazione è la sua mamma, che descrive come “l’incarnazione di una donna nera forte”, se deve definire il femminismo con una sola parola sceglie “eguaglianza” e dichiara che di quest’ultima, nel suo ambito lavorativo, non c’è traccia… ma dice anche di essere “abbastanza fortunata da essere nata dopo l’inizio del femminismo e da beneficiare del duro lavoro fatto in esso dalle donne venute prima di noi, che hanno lottato per noi”.

Che consigli darebbe a chi ha appena intrapreso la sua stessa carriera?

“Resta con i piedi per terra – Tieni vicino chi ti conosce e ti ama. Non credere alla pubblicità gonfiata e resta umile.

Continua a essere l’autentica te stessa – Non perderti e non perdere te stessa. Cresci, ma non cambiarti.

Divertiti! – Quando sarai anziana, sulla sedia a dondolo, e tutto si starà rilassando… i nipotini ti chiederanno com’è stata la tua vita. Assicurati di essere in grado di dirgli quanto ti sei divertita!”

Maria G. Di Rienzo

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Veramente, mi aspettavo che il reportage di cui sto per tradurvi l’essenziale – Channel 4 News, 19 marzo 2018 – rimbalzasse sui media italiani, ma alle 10.00 del 21 marzo non ho trovato granché. Magari sono io che cerco male, può essere. Magari lo riprenderanno più tardi. Magari questa ditta, Cambridge Analytica, che ufficialmente si occupa di tecnologie informatiche e metodologie di analisi assomiglia troppo a quella di Casaleggio – esteriormente, per carità.

L’indagine sotto copertura di Channel 4 News riguarda i modi in cui Cambridge Analytica interviene nella manipolazione delle elezioni in giro per il mondo, operando anche tramite una rete di società-schermo o subappaltando determinati lavori. La ditta, che ha sede legale negli Stati Uniti ma si trova in Gran Bretagna, si vanta pubblicamente di essere il motore dietro la vittoria di Trump. I suoi capi sono stati filmati mentre parlano di usare tangenti, ex spie, false identità e prostitute a discredito dei concorrenti dei loro clienti.

Alla richiesta di spiegazioni del falso cliente (giornalista della rete televisiva britannica) il principale dirigente della compagnia, Alexander Nix spiega che loro possono per esempio “mandare un po’ di ragazze attorno alla casa del candidato”, aggiungendo che quelle ucraine “sono molto belle e la cosa funziona benissimo”, oppure possono “offrire una grossa somma di denaro al candidato, per finanziare la sua campagna, in cambio di terra magari: registriamo ogni cosa, nascondiamo solo la faccia del tizio e postiamo tutto su internet.” (Le mazzette ai candidati sono reato sia nel Regno Unito – UK Bribery Act, sia negli Usa – US Foreign Corrupt Practices Act.)

Tanto premesso, passo alla traduzione:

“Le ammissioni sono state filmate durante una serie di incontri in alberghi londinesi per quattro mesi, fra novembre 2017 e gennaio 2018. Un giornalista in incognito di Channel 4 News ha finto di essere un mediatore per un cliente facoltoso che voleva far eleggere determinati candidati in Sri Lanka.

Il signor Nix ha detto al nostro reporter: “… siamo soliti operare tramite veicoli diversi, nelle ombre, e non vedo l’ora di costruire con lei una relazione segreta a lungo termine.” Oltre al sig. Nix, gli incontri includevano Mark Turnbull, direttore in capo di CA Political Global, e il direttore del reparto dati della compagnia, dott. Alex Tayler.

Il sig. Turnbull ha descritto come, dopo aver ottenuto materiale che danneggi gli oppositori, Cambridge Analytica può spingerlo senza farsi notare sui social media e internet. Ha detto: “… noi immettiamo solo un’informazione nel flusso di internet e poi, poi la guardiamo crescere, le diamo una piccola spinta qui e là… siamo come un telecomando. La cosa deve accadere senza che nessuno possa pensare questa è propaganda, perché nel momento in cui pensi questa è propaganda la prossima domanda è: chi ha buttato fuori questa cosa?

Il sig. Nix ha anche detto: “Molti dei nostri clienti non vogliono essere visti mentre lavorano con una ditta straniera, perciò spesso facciamo montature, se stiamo lavorando allora possiamo costruire false identità e falsi siti web, possiamo essere studenti che stanno facendo progetti di ricerca in università, possiamo essere turisti, ci sono moltissime opzioni a cui si può guardare. Io ho un sacco di esperienza in ciò.”

Durante gli incontri, i dirigenti si sono vantati del fatto che Cambridge Analytica e la sua azienda madre Strategic Communications Laboratories (SCL) hanno lavorato in più di 200 elezioni in tutto il mondo, inclusi paesi quali la Nigeria, il Kenya, la Repubblica Cecoslovacca, l’India e l’Argentina. La compagnia è attualmente al centro di uno scandalo per aver raccolto più di 50 milioni di profili Facebook. Il dirigente principale sig. Nix è anche accusato di aver ingannato una commissione parlamentare, che gli sta ora chiedendo di fornire ulteriori informazioni. Lui ha negato ogni accusa.”

Direi che per quanto riguarda la strombazzata “democrazia digitale” per oggi è sufficiente. Maria G. Di Rienzo

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L’organizzazione di beneficenza inglese “Presidents Club”, i cui membri sono solo uomini – affaristi miliardari, celebrità di vario tipo e politici – ha annunciato in questi giorni la propria chiusura. I beneficiari delle donazioni stanno tornando loro il danaro ricevuto, perché non vogliono essere associati in alcun modo all’organizzazione stessa. La causa sta nel fatto che il Financial Times ha raccontato cos’è successo all’ultima festa per la raccolta fondi tenuta dai caritatevoli membri del club al Dorchester Hotel di Londra (in immagine), il 18 gennaio scorso:

Dorchester Hotel

1) Hanno assunto 130 hostess per l’evento, scelte in base alle caratteristiche “alte, magre e carine”;

2) Hanno fatto firmare loro un contratto in cui le donne si impegnavano a non riportare notizie sulla serata;

3) Le hanno informate che dovevano indossare biancheria intima nera per fare il paio con le minigonne fornite loro quale uniforme;

4) Hanno sequestrato loro i cellulari, ovvero (pardon!) li hanno “messi sotto lucchetto per sicurezza”;

5) Le hanno costrette a bere vino in gran quantità e se una di loro si rifugiava in bagno per quel che era giudicato dai compassionevoli festaioli “troppo tempo”, era forzata a tornare nel salone;

6) Per tutto il tempo, fra una portata di salmone affumicato e un calice di Dom Pérignon, le hanno molestate, palpate ecc. e uno dei presenti si è spinto sino a mostrare il suo prezioso pene a una delle fortunate hostess: altre prescelte sono state invitate a seguire questo o quel benefattore in una delle camere del Dorchester.

L’asta per raccogliere fondi si è accordata perfettamente allo scenario. I “lotti” andavano da una notte al locale per spogliarelli Windmill di Soho a un bonus per chirurgia plastica accompagnato dallo slogan “Metti un po’ di pepe a tua moglie”. A farsi quattro risate attorno al tavolo, purtroppo, c’era anche il Ministro per l’Istruzione britannico, sig. Nadhim Zahawi. Dev’essere un vero piacere, per le scolare e le studenti del suo paese, sapere chi è il responsabile delle scuole che frequentano. Maria G. Di Rienzo

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rosie mckenna

Questo è il periodo in cui spesso chi si trova lontano dal proprio luogo e dalla propria famiglia di origine viaggia per trascorrere il classico “Natale con i tuoi”. Lo stanno facendo anche le donne irlandesi, molte delle quali con una speciale etichetta attaccata alle valigie – che vedete nelle immagini: ci sta scritto “sanità, non biglietto aereo”. Ci sono anche due hashtag: “abrogate l’ottavo” (emendamento, che impedisce l’interruzione di gravidanza in Irlanda, sarà in discussione in un referendum il prossimo maggio) e “fidatevi delle donne”.

Le foto sono nell’ordine di Rosie McKenna, Jenn Goff e Ruth Patten. Sui social media in cui le pubblicano due su tre ricordano che 11 donne irlandesi al mese devono lasciare il paese per avere accesso a un aborto legale.

jen goff

L’idea dell’etichetta è di Hannah Little, un’organizzatrice della branca londinese dell’ARC – Campagna per il diritto all’aborto. Lo scopo della campagna è: “L’abrogazione dell’8° emendamento dalla Costituzione irlandese, la decriminalizzazione dell’aborto in Irlanda del Nord e l’accesso all’interruzione di gravidanza gratuita, sicura e legale nell’isola di Irlanda.”

Hannah, che va regolarmente da Dublino a Londra in aereo, ha detto alla stampa “Sono sempre consapevole che le persone sul mio stesso volo possono viaggiare per ragioni molto differenti. Ti si spezza il cuore al pensiero che potresti star condividendo il volo con passeggere che soffrono per ragioni legate alla gravidanza e devono andare all’estero per prendere la decisione giusta per se stesse. Tornando a casa dall’aeroporto di Gatwick, l’altro giorno, ho visto due passeggere con le nostre etichette sui bagagli. Anche se non abbiamo parlato, è stato commovente sapere che avevo viaggiato con altre persone impegnate come me a cancellare l’ottavo emendamento.”

ruth patten

Il rapporto presentato da un’assemblea di cittadini, specificatamente creata dal governo irlandese per raccogliere opinioni e raccomandazioni su come la nuova legislazione dovrebbe essere, dice che l’interruzione di gravidanza sino alle 12 settimane dovrebbe essere resa legale in qualsiasi circostanza.

Maria G. Di Rienzo

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Pavan Amara

Pavan Amara – in immagine – ha 29 anni, è originaria dell’India e vive in Gran Bretagna. E’ la fondatrice di “My Body Back Project”, un’iniziativa che ha creato e sta creando spazi sicuri in cui le donne vittime di violenza sono aiutate a “riconnettersi” con i propri corpi e ad amarli di nuovo: il senso di alienazione, il senso di colpa, la disistima e il disprezzo di se stesse, le difficoltà con il sesso sono tutte esperienze comuni alle sopravvissute. Pavan stessa è una di loro.

“Quando ho deciso due anni fa di dar inizio a un’organizzazione di beneficenza non l’ho fatto per ragioni filantropiche o perché volevo diventare la prossima Madre Teresa. E’ stata in effetti una mossa egoistica: non avevo altre opzioni e l’ho fatto mio per il stesso benessere. Ho lanciato il “My Body Back Project” nell’agosto 2015 – per aprire cliniche specialistiche con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che si occupassero di salute sessuale e maternità, dirette alle donne che avevano sperimentato violenze sessuali – semplicemente perché ne ne avevo bisogno io stessa. – ha scritto Pavan Amara per The Telegraph il 25 novembre scorso – A 26 anni mi sono trovata, dieci anni dopo essere stata stuprata da adolescente, nell’incapacità di accedere alle più basilari cure sanitarie, perché molte di esse sollecitavano ricordi e flashback dello stupro. Mi sentivo insicura nel mio stesso corpo, in ogni modo possibile, persino quando tentavo di andare dal medico per un comune controllo. Non è solo la mia storia. Per quanto ne so ora è la storia di migliaia, se non di milioni, di donne in tutto il mondo. Tuttavia non è necessario che nessuno tiri fuori i violini, cominci a sentirsi gli occhi umidi o si dica “commosso” dalla faccenda: francamente, non sarebbe d’aiuto. Per la maggior parte delle donne, la cosa è andata ben oltre questo.”

La prima clinica, con l’aiuto di un fondo speciale dell’SSN, è stata aperta a Londra: si occupa di infezioni e malattie a trasmissione sessuale, contraccezione e pap test. Nel 2016, è stata ampliata con una struttura dedicata alla maternità.

“In brevissimo tempo siamo state travolte. – ricorda Pavan – Le richieste di appuntamenti arrivavano come in un diluvio da tutto il Regno Unito e un certo numero di esse proveniva dalla Scozia, dove le donne dicevano di aver bisogno di usare i servizi presenti a Londra ma di non poter affrontare le spese di viaggio. Dover respingere continuamente le richieste è straziante. Ora, grazie al governo scozzese e ad alcune eccellenti professioniste, apriremo una clinica in Scozia nel febbraio 2018.

Ma non importa dove si situano nel tuo paese, o nel mondo, le storie delle donne che hanno subito violenza e molestie contengono gli stessi identificabili elementi. Qualche mese fa, sono stata abbastanza fortunata da visitare il Sudafrica, dove ho parlato con donne sopravvissute allo stupro. Una storia mi è rimasta ficcata in testa: quella di una donna di Johannesburg, la quale aveva parlato alla famiglia dei ripetuti abusi sessuali che subiva da un cugino e a cui era stato risposto di stare zitta e di non ripetere quelle parole mai più. Aveva 12 anni e diventò muta per i successivi due. Ora, lei riconosce il fatto come una protesta: se il silenzio era l’unica risorsa a lei disponibile l’avrebbe usata, nel modo più potente possibile. Avrebbe manipolato il silenzio invece di permettergli di distruggerla.

Perché troppo spesso si fanno sentire le donne come se il silenzio fosse la loro unica miserabile risorsa. Che ci si trovi a Londra, o a Johannesburg, o in California o a Cape Town, alle donne si insegna a soffocare il loro dolore o a metterlo da parte. Che si tratti di violenza sessuale, molestia, abuso domestico o mutilazione dei genitali femminili – sta’ quieta o scoprirai di non aver più accesso al lavoro, di essere emarginata dalla tua famiglia, di essere chiamata “bugiarda” e “troia”.

Ecco perché quando di recente le storie su Harvey Weinstein sono venute alla luce, io non ero per nulla sorpresa dal fatto che le donne avessero mantenuto il silenzio così a lungo, costrette a farlo da ciascuno avessero attorno. Poi il silenzio si è spezzato, in un’ondata di marea quasi tangibile, quando le donne non potevano più trattenere la diga. Non mi sorprende che chiunque, dalle attrici di Hollywood alle giudici, abbia una storia da raccontare. Se c’è una cosa che ho imparato dalla vasta gamma di donne che passa dalle porte della nostra clinica è che non importa quanto ricca e famosa sei, o quanto intelligente, o dura, o grande, o piccola. Perché non si tratta delle donne, si tratta degli uomini.

my body back logo

Nelle ultime settimane, migliaia di donne hanno fatto luce sulle molestie e sulle aggressioni sessuali in ogni campo dell’esistenza. E tristemente, il commento più illuminato che ho sentito fare dagli uomini sulla materia è stato: “Be’, io non ho mai assalito nessuna.” Perciò, ovviamente, non ha a che fare con me. La differenza è che le donne – neppure la maggior parte di noi ha mai assalito nessuno – non possono scegliere di sganciarsi dall’argomento, perché la violenza sessuale o la minaccia di essa sono già lì, nelle nostre vite.

Ho notato un tema comune, lavorando a “My Body Back”, ed è che sono le donne a sostenersi l’un l’altra. E’ usuale sentire: “Ho detto a mia sorella cosa stava succedendo” oppure “Ho portato con me mia madre per darmi coraggio”. Non ho mai visto una donna venire con il padre o il fratello. Proprio stamattina stavo scorrendo le liste della raccolta fondi e delle donazioni, e ho notato che fra centinaia di nomi solo due erano maschi. Questo è un mistero: perché quando parlo agli uomini di eliminare la violenza contro le donne loro annuiscono per tutto il tempo, sembrano seri e diventano molto timorati di dio. Certo, prendono la cosa seriamente e certo, molti uomini non aggredirebbero mai qualcuna o qualcuno sessualmente. Ma l’azione dov’è? Sino a che uomini e donne non cominciano a agire, non possiamo eliminare la violenza. Vedete, non sono le donne che si stanno stuprando e picchiando fra di loro, perciò come possiamo essere solo noi quelle che mettono fine alla cosa?” Maria G. Di Rienzo

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(“The Girl Who Was Afraid to Be” – “La ragazza che aveva paura di esistere”, di Nikita Gill – in immagine – giovane poeta femminista contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. Nikita è indiana-inglese.)

nikita gill

Lei mi parla con affetto di passioni e talenti,

chitarre e stelle,

poi si trattiene di colpo

e si scusa per aver parlato del tutto.

Questo perché in qualche punto della sua vita,

qualcuno che lei amava le ha spezzato il cuore

ignorando le sue bellissime parole

e dicendole di

chiudere il becco,

di contenersi,

che non importa a nessuno.

Le persone non nascono tristi.

Siamo noi a renderle tali.

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UK Supreme Court

Cherrylin Reyes ce l’ha fatta. Il più alto grado di giudizio in Gran Bretagna ha accolto la sua denuncia contro i suoi ex datori di lavoro, finora rigettata per la copertura loro offerta dall’immunità diplomatica: si tratta dell’ex ambasciatore saudita Jarallah Al-Malki e di sua moglie. Al-Malki ha terminato il suo incarico nel 2014 e assieme alla famiglia è tornato al paese d’origine.

Cherrylin Reyes, filippina, ha lavorato per gli Al-Malki dal 18 gennaio al 14 marzo 2011. A sostituirla andò Titin Rohaetin Suryadi, indonesiana, dal 16 marzo al 19 settembre dello stesso anno. Entrambe le donne, trafficate nel Regno Unito, hanno riportato le condizioni disumane in cui erano costrette a vivere. Lavoravano 18 ore al giorno sette giorni su sette e non era loro permesso lasciare la casa, eccetto che per portare fuori l’immondizia. In più, erano costantemente soggette a abusi e insulti relativi alla loro appartenenza etnica. A Cherrylin i padroni sequestrarono il passaporto e le proibirono ogni contatto con la propria famiglia. Lo stipendio di Titin era inviato direttamente ai suoi parenti anziché essere pagato a lei: in ambo i casi, era notevolmente inferiore al minimo stabilito per legge.

Cherrylin fuggì dalla casa dell’ambasciatore il 14 marzo 2011 e andò diretta dalla polizia. Titin scappò il successivo 19 settembre, mentre l’ambasciatore era assente e la moglie dormiva.

Cherrylin Reyes ha continuato ad appellarsi alla legge sino a oggi, con l’aiuto di Kalayaan – un’organizzazione umanitaria fondata nel 1987 dalle lavoratrici domestiche e dai loro sostenitori – e dall’Unità anti traffico e sfruttamento del lavoro, una squadra di avvocati/e che fornisce assistenza legale alle vittime di questi abusi.

Le stime delle organizzazioni che lavorano con i/le migranti dicono che almeno 17.000 collaboratrici domestiche arrivano ogni anno in Gran Bretagna: molte sono trafficate, molte sono sfruttate dai datori di lavoro che si sentono in diritto di imprigionarle, batterle, insultarle, pagarle pochissimo o non pagarle affatto.

La sentenza sulla vicenda di Cherrylin ha stabilito il 18 ottobre 2017 un punto di non ritorno. La Corte Suprema ha giudicato ammissibili anche i reclami di due donne marocchine: Fatima Benkharbouce e Minah Janah, che hanno lavorato rispettivamente per le ambasciate del Sudan e della Libia nelle stesse condizioni ignobili. “Sono felice (per la decisione del tribunale). – ha detto Cherrylin Reyes alla stampa – So che ci sono un mucchio di altre domestiche che hanno sofferto quanto me e sono deliziata all’idea che saranno in grado di usare il mio caso per raddrizzare i torti e che non dovranno aspettare per tutto il tempo che ho aspettato io. Io mi vedo come una lottatrice. Portare il caso in tribunale mi ha resa più forte.” Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Thomson Reuters Foundation, Women in and beyond the global, The Guardian, The Independent)

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