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UK Supreme Court

Cherrylin Reyes ce l’ha fatta. Il più alto grado di giudizio in Gran Bretagna ha accolto la sua denuncia contro i suoi ex datori di lavoro, finora rigettata per la copertura loro offerta dall’immunità diplomatica: si tratta dell’ex ambasciatore saudita Jarallah Al-Malki e di sua moglie. Al-Malki ha terminato il suo incarico nel 2014 e assieme alla famiglia è tornato al paese d’origine.

Cherrylin Reyes, filippina, ha lavorato per gli Al-Malki dal 18 gennaio al 14 marzo 2011. A sostituirla andò Titin Rohaetin Suryadi, indonesiana, dal 16 marzo al 19 settembre dello stesso anno. Entrambe le donne, trafficate nel Regno Unito, hanno riportato le condizioni disumane in cui erano costrette a vivere. Lavoravano 18 ore al giorno sette giorni su sette e non era loro permesso lasciare la casa, eccetto che per portare fuori l’immondizia. In più, erano costantemente soggette a abusi e insulti relativi alla loro appartenenza etnica. A Cherrylin i padroni sequestrarono il passaporto e le proibirono ogni contatto con la propria famiglia. Lo stipendio di Titin era inviato direttamente ai suoi parenti anziché essere pagato a lei: in ambo i casi, era notevolmente inferiore al minimo stabilito per legge.

Cherrylin fuggì dalla casa dell’ambasciatore il 14 marzo 2011 e andò diretta dalla polizia. Titin scappò il successivo 19 settembre, mentre l’ambasciatore era assente e la moglie dormiva.

Cherrylin Reyes ha continuato ad appellarsi alla legge sino a oggi, con l’aiuto di Kalayaan – un’organizzazione umanitaria fondata nel 1987 dalle lavoratrici domestiche e dai loro sostenitori – e dall’Unità anti traffico e sfruttamento del lavoro, una squadra di avvocati/e che fornisce assistenza legale alle vittime di questi abusi.

Le stime delle organizzazioni che lavorano con i/le migranti dicono che almeno 17.000 collaboratrici domestiche arrivano ogni anno in Gran Bretagna: molte sono trafficate, molte sono sfruttate dai datori di lavoro che si sentono in diritto di imprigionarle, batterle, insultarle, pagarle pochissimo o non pagarle affatto.

La sentenza sulla vicenda di Cherrylin ha stabilito il 18 ottobre 2017 un punto di non ritorno. La Corte Suprema ha giudicato ammissibili anche i reclami di due donne marocchine: Fatima Benkharbouce e Minah Janah, che hanno lavorato rispettivamente per le ambasciate del Sudan e della Libia nelle stesse condizioni ignobili. “Sono felice (per la decisione del tribunale). – ha detto Cherrylin Reyes alla stampa – So che ci sono un mucchio di altre domestiche che hanno sofferto quanto me e sono deliziata all’idea che saranno in grado di usare il mio caso per raddrizzare i torti e che non dovranno aspettare per tutto il tempo che ho aspettato io. Io mi vedo come una lottatrice. Portare il caso in tribunale mi ha resa più forte.” Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Thomson Reuters Foundation, Women in and beyond the global, The Guardian, The Independent)

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(tratto da: “This British Human Trafficking Survivor Was Forced to Have Sex 25 Times a Night — But Now Fights Modern Slavery”, di Imogen Calderwood per Global Citizen, 18 ottobre 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Soho red light district

(Il distretto “a luci rosse” di Soho, Londra. Immagine di Chris Goldberg.)

Sophie aveva appena compiuto 24 anni quando partì da Leeds per l’Italia insieme all’uomo che credeva fosse il suo migliore amico e il suo ragazzo. Pensava che si sarebbe trattato di una settimana di vacanza. Invece, sparì per sei mesi.

Il suo ragazzo l’aveva ingannata e la forzò a cominciare a prostituirsi affinché guadagnasse soldi per lui. La sottopose ad atti di bullismo, la picchiò e la costrinse a fare sesso con estranei. Sophie (uno pseudonimo) divenne ciò che non avrebbe mai immaginato.

Dopo sei mesi, Sophie riuscì a fuggire e ora dirige un programma di sostegno per le sopravvissute, le donne in Inghilterra che sono state identificate come trafficate. Questa è la sua storia:

“Kas disse, c’è qualcosa che puoi fare per me. C’è qualcosa che puoi fare per dimostrare che mi ami. Ho contratto un debito che dev’essere pagato. Tu lo ripagherai per me. Ti troverò un posto in cui lavorerai, per strada. E all’improvviso capii, come se fossi stata colpita fisicamente, che il lavoro nelle strade di cui parlava era la prostituzione.

E’ difficile immaginare di essere totalmente sotto controllo da parte di qualcuno. Io non pensavo neppure di mettere in discussione l’autorità di Kas su di me e gli credevo completamente quando diceva la mia parola è legge, devi fare quel che ti dico. Tutto quello a cui pensavo era il tentare di non fare nulla che potesse irritarlo. Persino il più piccolo, in apparenza il più insignificante degli errori lo rendeva furioso. Ero sempre spaventata.

(Un giorno) senza preavviso, si slanciò attraverso la stanza. Mi afferrò alla gola e prese a sbattere la mia testa sulla parete a piastrelle della doccia. Io cominciai ad annaspare e a tentare di riprendere il respiro. Stavo ancora boccheggiando quando mi afferrò di nuovo alla gola, sbatté di nuovo la mia testa sulla parete e gridò: Tenta di fare una sola fottuta cosa e vedrai cosa farò a te. Se tenti di andare da qualche parte, o di dirlo a qualcuno, ti uccido.

Sopravvivere diventò il separare la mia mente dal mio corpo. Se provavo a pensare ad altro ciò mi sconvolgeva e mi rendeva più difficile scollegarmi da quella che una volta era la mia realtà, ma ora era il mio passato. Quel che volevo, e quel che provavo, non avevano più importanza, perché il mio solo scopo era diventato guadagnare denaro per Kas.

Lavoravo sette notti a settimana, dalle 8 di sera sino alle 5-6 del mattino. Avevo una media di 25 clienti a notte e non ci volle molto perché il mio spirito andasse in pezzi. Ero così stanca che nulla sembrava avere importanza, non mi curavo di essere viva o morta.

Avevo clienti di tutte le età, dagli appena ventenni agli oltre sessantenni o persino più vecchi. E alcuni di loro avevano un bell’aspetto, cosa che non mi ero aspettata. Certamente non avrei immaginato che alcuni di loro fossero tipi normali, con fidanzate, o con mogli e figli.

Non mi sono mai, mai abituata al fatto che la maggioranza degli uomini che mi sceglievano sembravano considerare la cosa normale e chiaramente non provavano alcuna vergogna al riguardo. A volte uno mi chiedeva quanti anni avevo e quando glielo dicevo se ne usciva con ah, hai la stessa età di mia figlia. Il che era raccapricciante per me, ma sembrava non disturbare per niente gli uomini. Era un mondo bizzarro e surreale e sebbene nulla in esso mi fosse familiare, nulla mi sorprendeva davvero.

La mia vita si era ridotta a una manciata di funzioni basilari. Dormivo, mi alzavo, mangiavo, facevo sesso con estranei, tentavo di schivare la polizia o di essere aggredita da qualcuno, tornavo a casa, davo tutti i soldi che avevo guadagnato a Kas.

Un giorno, in uno dei suoi rari momenti di buonumore, mi disse che si era innamorato di me la prima volta in cui mi aveva vista. Come puoi amarmi? Cosa c’è da amare in me? Sono come uno zombie. Non parlo a meno che non mi si rivolga la parola, sorrido solo quando tu mi dici di farlo. Come puoi amare una persona del genere? Ma lui si limitò a ridere e disse: Sei pazza, donna. E’ tutto nella tua testa.

E per un momento, mi sono chiesta se forse mi amava veramente e se io non riuscivo a capirlo perché ero abituata a pensare di non poter essere amata.

E’ facile considerare le ragazze che lavorano sulle strade come lavative o drogate, senza mai pensare al perché si stanno prostituendo. E la verità è molte di loro sono state trafficate e lavorano per lunghe, miserabili ore che distruggono l’anima, a beneficio di uomini crudeli e violenti. Sono costantemente spaventate, non solo per quel che può accadere loro se non fanno quel che gli si dice, ma anche per le minacce assai reali dirette alle loro famiglie e alle persone che amano.

Robin, una poliziotta, mi chiese: Capisci cosa ti è successo? Di essere stata trafficata? Per quanto strano possa sembrare, non avevo mai pensato alla faccenda in quei termini.

Penso ancora a Kas, per qualche ragione, la maggior parte dei giorni. E a volte mi chiedo se sta facendo la stessa cosa ad altre ragazze e prego di no. Se dovessi trovarmelo davanti ora, avrei ancora paura di lui. Ma solo perché sono stata condizionata a temerlo. Sono più forte di prima, e non sono più sola, perciò so che non può ferirmi. E penso che avrei la forza di dirgli di lasciarmi in pace.”

Sophie ha creato nel 2012 la “Sophie Hayes Foundation”, che fornisce servizi di sostegno a donne e bambine che sono state trafficate. La sua testimonianza è tratta dal suo libro “Trafficked: My Story” ed è stata condivisa come parte di un evento organizzato da Equality Now a Soho, il distretto “a luci rosse” di Londra, il 18 ottobre 2017: in Gran Bretagna il 18 ottobre è il Giorno Anti-Schiavitù. Potete ascoltare la voce di Sophie e le voci di altre sopravvissute qui:

https://www.equalitynow.org/stories-of-human-trafficking-survivor-sex-trafficking

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Sue Ferns

“Mentre è certamente vero che le donne sono spinte nella prostituzione da disperazione, assuefazione a stupefacenti e povertà, non ne consegue che dovremmo far campagna per la decriminalizzazione dei magnaccia e dei proprietari dei bordelli che traggono guadagno dalla povertà delle donne.

In quale altro “lavoro” estrema violenza, malattie a trasmissione sessuale, gravidanze indesiderate e stupro sono i comuni rischi del mestiere?”

Sue Ferns, in rappresentanza del Consiglio generale dei Sindacati britannici, settembre 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

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(“Legalise prostitution? We are being asked to accept industrialised sexual exploitation”, di Kat Banyard per The Guardian, 22 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Kat Banyard, nata nel 1982, è una scrittrice e un’attivista femminista, co-fondatrice e direttrice di UK Feminista. Il suo ultimo libro qui citato, “Pimp State: Sex, Money and the Future of Equality” è pubblicato da Faber e acquistabile online.)

pimp state

In questo momento, è in atto una spinta globale diretta ai governi affinché non solo tollerino, ma abilitino attivamente il commercio sessuale. La richiesta è chiara: decriminalizzate i tenutari dei bordelli, i magnaccia e altre “terze arti”, permettendo loro di profittare liberamente – e non smorzare di certo la domanda di commercio. Questa non è una banale indicazione politica. Le poste in gioco sono immense.

Il modo in cui rispondiamo sarà il metro di misura per quanto seriamente prendiamo la violenza contro le donne e la diseguaglianza che la sorregge. Perché ciò che ci è chiesto di fare è accettare e normalizzare lo sfruttamento industriale del sesso.

Nelle maniere in cui è commercializzato, il commercio di sesso si riduce al concetto di un prodotto molto semplice: una persona (di solito un uomo) può pagare per accedere sessualmente al corpo di un’altra (di solito una donna), la quale non vuole liberamente far sesso con lui. Egli sa che è così – altrimenti non dovrebbe pagarla per essere là. Il denaro non è coincidenza, è coercizione. E abbiamo un termine per questo: abuso sessuale. Indurre i governi a facilitare un mercato commerciale nello sfruttamento sessuale richiede perciò mascherarlo con miti quali: la domanda è inevitabile; il pagare per il sesso è una transazione del consumatore, non abuso; la pornografia è una mera “fantasia” e decriminalizzare l’intero commercio, incluso il mantenimento di magnaccia e bordelli, tiene le donne al sicuro.

Nel libro “Pimp State” (ndt. “Stato magnaccia”) mi sono messa in viaggio per scoprire la realtà dietro questi miti. Il viaggio mi ha portato in un bordello a più piani a Stoccarda, dove ho accompagnato Sabine Constabel, una locale assistente sociale del lavoro, mentre andava di stanza in stanza a informare le donne che c’era un medico disponibile a vederle quella sera. Tredici anni prima, il governo tedesco si era piegato alle richieste di decriminalizzare lo sfruttamento dei magnaccia e il possesso dei bordelli, di modo che questi potessero operare in modo aperto e legale, dovendo offrire meno dei requisiti richiesti per l’apertura di un ristorante

Constabel non ha avuto esitazioni quando le ho chiesto chi ha guidato gli sforzi affinché la prostituzione fosse riconosciuta come lavoro: “Sono stati i gestori dei bordelli… volevano queste leggi che permettono loro di guadagnare quanto più denaro possibile.” Queste leggi sono state di certo produttive per alcuni. La Germania è ora la sede di una catena dei cosiddetti “mega-bordelli” con un commercio sessuale del valore stimato di 16 miliardi di euro l’anno.

Le donne che Sabine e io incontrammo quella sera a Stoccarda vivevano e “lavoravano” nella loro stanza singola al bordello. Nessuna parlava tedesco come lingua madre ed erano tutte molto giovani – la maggioranza attorno ai vent’anni. Il proprietario faceva pagare loro la stanza 120 euro al giorno, il che si traduce nel dover compiere atti sessuali con quattro uomini ogni giorno solo per andare in pari.

“Ci sono giovani donne, qui, che dicono “Morirò in questo posto” – mi raccontò Sabine – Posso comprendere bene cosa intendono. Ci credo. Credo a quel che dicono sulla realtà del fatto che i “clienti” possono danneggiare le donne a un punto tale che non è possibile far tornare tutto alla normalità.”

Fare ricerca per “Pimp State” mi ha anche condotto a passare ore discorrendo con i “clienti” – i compratori di sesso – dopo aver messo un annuncio sul mio giornale locale in cui dicevo di cercare uomini disposti a parlare della ragione per cui pagano per il sesso. Basandomi sulla risposta che il mio annuncio ha avuto, non c’è scarsità di compratori di sesso disposti a rimuginare su quel che fanno. In effetti, il numero di uomini che pagano per il sesso nel Regno Unito è raddoppiato durante gli anni ’90 raggiungendo l’uno su dieci, con una ricerca effettuata su 6.000 uomini che ha scoperto come i più disponibili a pagare per il sesso fossero giovani professionisti con un alto numero di partner sessuali (non pagate).

Ho sentito una varietà di giustificazioni uscire dagli uomini con cui ho parlato del perché pagano donne per il sesso: “Non ho altra scelta… Al momento sono single perciò devo comprarlo.”; “E’ solo una cosa da maschi, in cui ne prendi più che puoi.”; “Penso sia solo una questione di fare il proprio dovere.”, per esempio. Quel che univa questi uomini, tuttavia, era un soverchiante senso di aver diritto all’accesso sessuale ai corpi delle donne.

Alcuni elaboravano esplicitamente sulla nozione di essere meri consumatori che si servivano di lavoratrici disponibili. Uno si lamentò delle occasioni in cui aveva ricevuto “poca qualità in cambio del denaro”, che definì come “loro chiaramente non ne godevano”. Un altro uomo descrisse l’aver pagato per il sesso con una donna che ovviamente non desiderava essere là come “un pessimo servizio, veramente pessimo.” Ricordò mentre mi parlava al telefono: “Siamo andati di sopra e come posso dirlo, lei era, tipo, molto distaccata. Molto fredda. E’ stato davvero deludente, nel senso che io stavo pagando… nessun toccamento nei posti che avrei voluto. Persino l’atto sessuale è stata una vera merda. Davvero molto, molto deludente.”

Soprattutto, il viaggio per disfare i miti che circondano il commercio di sesso mi ha portata all’inevitabile conclusione che il cambiamento è possibile, che non dobbiamo vivere all’interno delle storie culturali e legali preparate dai magnaccia e dai pornografi, che c’è un’alternativa. E l’alternativa è costituita dal coraggio e dalla compassione delle molte ispiranti attiviste da me incontrate mentre scrivevo il libro, coraggio e compassione che sono requisiti per giungere allo scopo.

Attiviste come Diane Martin (insignita dall’Ordine dell’Impero Britannico – ndt. nel 2013, per il suo lavoro di attivista contro la prostituzione) che dopo essere stata sfruttata nella prostituzione nella tarda adolescenza, ha passato circa vent’anni ad aiutare altre donne a uscire dal commercio e ora fa campagna per una legge abolizionista nel Regno Unito. Iniziato in modo pionieristico in Svezia, il quadro legale abolizionista lavora per mettere fine alla domanda di commercio sessuale. Criminalizza l’acquisto di sesso e il profitto di parti terze, ma decriminalizza completamente la vendita di sesso e fornisce sostegno e servizi d’uscita alle persone sfruttate tramite prostituzione.

Martin è inequivocabile sul perché un approccio abolizionista è necessario: “E’ la domanda che alimenta quello sfruttamento che è l’industria del sesso. Io voglio rendere in pratica impossibile al crimine organizzato, ai magnaccia e ai puttanieri di operare qui. Voglio essere parte di una società che rigetta l’idea di persone in vendita.”

Un commercio basato su uomini che pagano l’accesso sessuale ai corpi delle donne è fondamentalmente incompatibile con l’eguaglianza fra i sessi. Sta a noi assicurarci che l’eguaglianza vinca.

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Opinioni differenti

(“Differences of Opinion – He tells her”, di Wendy Cope, poeta inglese contemporanea. Wendy – in immagine -, nata il 21 luglio 1945, ha insegnato storia ad Oxford. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Wendy Cope

LUI DICE A LEI

Lui dice a lei che la Terra è piatta –

lui conosce i fatti, e le cose stanno così.

Durante il dibattito accanito e lungo

lei fa del suo meglio per dimostrargli che sbaglia.

Ma lui ha appreso a litigare bene.

Definisce i ragionamenti di lei malfermi

e spesso le chiede di non strillare.

Lei non può vincere. Lui mantiene la sua posizione.

Il pianeta continua ad essere rotondo.

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Three Girls

“Three Girls” (“Tre Ragazze”) è una miniserie televisiva trasmessa dalla BBC per tre sere di seguito, dal 16 al 18 maggio 2017. Io l’ho vista in questo mese di luglio, con i sottotitoli in italiano. Tratta del “circolo” di uomini che abusò sessualmente di un centinaio di ragazze minorenni – 47 furono identificate con certezza – durante diversi anni in quel di Rochdale (Greater Manchester, Inghilterra). Fra il 2008 e il 2010 alcune ragazze tentarono di denunciare gli stupri ma la polizia non prestò loro ascolto: in primo luogo erano “cattive vittime” – ribelli, in conflitto con i genitori, provenienti da famiglie povere / problematiche, molte avevano abbandonato la scuola, alcune vivevano per strada; in secondo luogo, mentre costoro erano in maggioranza bianche, la banda dei violentatori era composta da una maggioranza di cittadini britannici di origine pakistana e le autorità temevano di essere accusate di razzismo.

Nel 2012, dodici degli uomini suddetti furono riconosciuti colpevoli di traffico di minori a scopo sessuale e stupro di minori e nel 2015 la polizia di Greater Manchester si scusò pubblicamente per il suo comportamento. Nel frattempo, le tre ragazze protagoniste dello sceneggiato (i cui nomi sono stati ovviamente cambiati per la loro protezione) avevano subito ogni sorta di umiliazioni, erano rimaste incinte e due di loro avevano portato a termine la gravidanza, mentre la 13enne aveva abortito legalmente: avevano raccontato le loro storie a membri delle forze dell’ordine e avvocati per anni, senza essere credute. Sempre per anni l’assistente sociale Sara Rowbotham, che lavorava nel centro per la salute sessuale giovanile a Rochdale, inviò alla polizia e ai suoi superiori dati e informazioni che confermavano le storie narratele dalle ragazzine, ricevendo sempre la stessa risposta: “Queste non sono prove, Sara.” Quando si arrivò al processo, basato largamente sul materiale che lei aveva raccolto, i suoi superiori del servizio sociale ebbero la faccia tosta di dichiarare alla stampa che “non avevano fatto niente perché niente sapevano” e quando Sara protestò ufficialmente per questo fu prima allontanata dal centro per la salute sessuale, con il divieto di occuparsi di minori, e poi dichiarata “in esubero” e licenziata. La poliziotta che seguì le nuove indagini sino al processo del 2012, Margaret Oliver, diede le dimissioni perché delusa dall’atteggiamento dei suoi capi, che continuavano a bollare alcune vittime come “inattendibili” e perciò costoro non arrivarono mai a testimoniare in tribunale le violenze subite. E proprio come temevano quelli che respinsero le ragazze fra il 2008 e il 2010, la vicenda prese una colorazione “razziale”: la destra inscenava dimostrazioni durante le udienze, gli imputati dicevano di essere vittime di razzismo, le discussioni all’interno della comunità di Rochdale non vertevano sugli abusi ma sulla responsabilità degli stessi – fatta ricadere sulle minorenni “sregolate”, che erano bianche spiegherà uno dei perpetratori alla sbarra perché “la gente bianca addestra le ragazze a bere e a fare sesso in tenera età”; in sostanza, come molti uomini di qualsiasi colore o provenienza, il signore non riusciva a vedere cosa ci fosse di sbagliato nello stuprare una minorenne: non le aveva forse offerto da bere e da mangiare? Come dirà nello sceneggiato alla quattordicenne Holly: “E’ ora che tu mi dia qualcosa in cambio.”

Il pubblico ministero che riaprì il caso era pure di origine pakistana, si chiamava Nafir Afzal e dichiarò alla stampa in modo perentorio che “Non esiste comunità in cui le donne e le ragazze non siano vulnerabili all’aggressione sessuale e questo è un dato di fatto.” Costui, l’ex assistente sociale Sara Rowbotham e l’ex agente di polizia Margaret Oliver hanno collaborato come consulenti alla creazione dello sceneggiato. Nella realtà, le indagini susseguenti a questo caso hanno portato alla luce sino a oggi dozzine di altri simili “circoli” di stupratori in tutta la Gran Bretagna.

Se vi capita di aver spazio per un altro po’ di rabbia per il modo in cui qualsiasi cosa sia usata per gettare biasimo, colpa e vergogna sulle vittime di violenza sessuale, dovreste guardare “Three Girls”. Ma soprattutto, dovrebbero vederlo quelli/e che cinguettano “E’ la loro cultura / la loro religione / dobbiamo rispettare” persino davanti ai cadaveri: l’assetto socio-culturale in cui le donne sono carne inferiore da pornografia e macello è così diffuso e pervasivo in tutto il mondo che quel che stanno “rispettando” è la loro approvazione per esso. Maria G. Di Rienzo

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Quando ricevo richieste di incontri pubblici, il 99% delle volte il tema che mi si chiede di trattare è (ovviamente) la violenza contro le donne: il restante 1% riguarda il concetto di violenza in sé, o storia e pratica della nonviolenza. Dopotutto, sono una trainer alla nonviolenza e anche questo è logico. Ogni volta, che io acconsenta o meno per le più svariate ragioni, mi salta in mente la stessa identica battuta: “Mai nessuno che mi chieda di parlare di Shakespeare!”

will

Sarei in grado di farlo, vi state chiedendo? Direi di sì. Al Bardo io riconosco di dovere molto: la lettura delle sue opere mi ha accompagnata sin da quando ero poco più che decenne – e oggi la mia biblioteca le contiene al completo (molti libri sono di terza mano a dir poco e sono stati acquistati su bancarelle, ma chi se ne frega, le parole ci sono tutte). Lavorando in passato per un paio di riviste sono riuscita a scrivere qualche articolo sul prediletto autore, e in questo blog l’ho nominato/citato abbastanza spesso, ma oggi è una nuova serie tv di produzione statunitense che mi fornisce l’opportunità di farlo: “Will”, la cui prima puntata è stata trasmessa dalla rete TNT il 10 luglio scorso.

A livello di immagine televisiva, William Shakespeare è da quasi quarant’anni – per me – l’attore Tim Curry, ovvero colui che lo impersonò splendidamente nello sceneggiato storico “Vita di Shakespeare” (1978 – l’anno successivo fu trasmesso dalla tv italiana). Perciò, mi sono avvicinata a “Will” in maniera curiosa ma segnata da un certo grado di scetticismo: probabilmente, pensavo, lo avrei giudicato inferiore all’ideale già presente nella mia testa. Sia detto per inciso che le recensioni di matrice britannica da me lette sino a questo momento lo stroncano (c’è un po’ di “veleno” nazionalista che trapela da ciascuna, avviluppato in frasi cesellate tutte traducibili con: Come osano questi americani del menga fare un simile scempio del NOSTRO Shakespeare?), quelle made in Usa sono ambivalenti e caute, “attendiste” nel migliore dei casi.

tim curry as shakespeare

Parte dell’imbarazzo è dovuto al fatto che lo sceneggiato non è una ricostruzione storica e non si preoccupa di essere strettamente fedele ai pochi dati noti sulla vita del drammaturgo, sebbene li usi, è vera e propria “fiction” o meglio: è Shakespeare visto attraverso la prima ondata punk (seconda metà anni settanta, prima metà anni ottanta). Il punk non è stato, e non è, solo musica. Politica, critica sociale, nuove forme in ogni tipo di arte grafica (fumetti, manifesti, volantini, murales), emozioni crudamente autentiche e rivolta contro gli standard “estetici”… quest’ultima espressa sino al punto di cercare di far apparire se stessi rivoltanti agli occhi altrui: poiché sappiamo già di farvi schifo, era uno dei significati, (perché giovani, perché privi di prospettive/aspettative dal vostro punto di vista, perché i nostri sogni vi sembrano patetici, perché siamo situati al fondo della scala gerarchica, perché non ci adattiamo, ecc.) ecco qua, siamo vestiti di stracci e abbiamo i capelli tinti in colori scioccanti e tenuti incollati per aria dal sapone, dozzine di orecchini persino sul naso e portiamo i tampax al collo come pendenti di collane, vi basta? E’ in tutto questo che lo sceneggiato immerge la storia del Bardo.

La scena iniziale vede Will (l’attore Laurie Davidson, nella foto all’inizio di questo articolo) salutare la sua famiglia – che non è proprio concorde e felice riguardo alla sua partenza – e dirigersi a Londra per mettere a frutto le sue capacità di attore e scrittore di teatro; mentre la scena si allarga al paesaggio esplode il giro iniziale di “London Calling” (The Clash): Londra sta chiamando le città più distanti / Ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta arrivando / Londra sta chiamando il mondo sotterraneo / Uscite dagli armadietti, voi ragazzi e ragazze.

Similmente, The Jam (uno dei miei gruppi preferiti) segneranno la panoramica su Londra con “In the City” e l’approccio alla zona dei teatri con “That’s Entertainment”: Un’auto della polizia e una sirena urlante / Un martello pneumatico e cemento che va in pezzi / Un neonato che piange e un cane randagio che ulula / Lo stridore dei freni e la luce di un lampione che va a intermittenza / Questo è intrattenimento, questo è intrattenimento

Aver preso tali canzoni piuttosto che altre non è un caso. Sono specchi per la realtà delle cose e quando qualcuno chiede a Will “cosa fa” (cioè qual è il suo mestiere) lui risponde: Tengo uno specchio davanti alla natura.

Naturalmente siamo e restiamo alla fine del 1500: gli edifici, le piazze, gli attrezzi di scena e i costumi – a parte le tinte clamorose e un paio di braghe in pelle un po’ strano per l’epoca – non dicono niente di diverso, ma per esempio i poster che annunciano le rappresentazioni teatrali hanno lo stesso stile di quelli che annunciavano i concerti punk e il pubblico a teatro indossa simboli e colori che ne fanno l’audience “tipo” dei concerti suddetti. A un certo punto, l’attore-impresario Richard Burbage (Mattias Inwood) si lancia persino su di loro dal palco, come un perfetto punk rocker durante il “pogo”.

Vi dirò: non solo le modalità narrative scelte non mi disturbano per niente, le trovo al contrario intriganti e piacevoli. Recitazione e ritmo sono buoni e in alcune scene volano anche un po’ più in alto, come accade nella taverna in cui il novellino William è sfidato a un “duello di ingegni” dall’acclamato e dotto drammaturgo e scrittore Robert Greene: in pratica una sfida poetica in cui i due si insultano reciprocamente in versi. Nella realtà storica Greene si lamentò per iscritto in un pamphlet (postumo, per cui alcuni dubitano della sua autenticità) del “corvo parvenu che si fa bello con le nostre penne” e “crede di essere l’unico scuotiscena del paese” (gioco di parole fra Shakescene e Shakespeare – “scuotilancia”) rendendolo riconoscibile al lettore pur senza nominarlo direttamente. Nello sceneggiato Greene non è identificato in modo chiaro – e il personaggio storico era di sicuro troppo snob per attaccare qualcuno in una bettola dopo aver alzato il gomito – ma la cascata di rime con cui spara su Shakespeare, che proprio per le rime gli risponde azzittendolo, è composta dalla suddetta invettiva e i due attori rendono la scena assolutamente brillante.

Tuttavia non c’è solo luce all’intorno, nel momento in cui William Shakespeare va a vivere a Londra dalla natia e campagnola Stratford. Scelta rara e inaspettata per una serie televisiva di questo tipo, “Will” ha scelto di mostrare in modo verosimile la portata della persecuzione religiosa nell’Inghilterra elisabettiana. Shakespeare era di famiglia cattolica e l’essere cattolici in quel momento era illegale: il prezzo del reato si concretizzava più spesso che no nell’essere sbudellati vivi in piena piazza, sul palco pubblico delle esecuzioni. Per cui, alla fine della prima puntata abbiamo lasciato il nostro personaggio con una serie di problemi e minacce che gli pendono addosso e vanno dall’infatuazione per la figlia di Burbage (Will è sposato, ha tre figli e non si sente bene all’idea) alla possibilità di essere denunciato per la sua fede.

La cosa migliore di lui fino a questo momento è, come già citato, il modo in cui risponde alle domande: Chi sei? – Nessuno, per ora. Impagabile.

Maria G. Di Rienzo

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