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Nel maggio del 2013 Julian Stevenson, un uomo inglese 48enne che viveva in Francia, sposato e poi divorziato, uccide i suoi due figli durante il primo incontro non “controllato” con loro: usando un coltello da cucina taglia la gola di Matthew, 10 anni, e di Carla, 5 anni. In precedenza li aveva visti in presenza della ex moglie Stéphanie o di un’assistente sociale. Si suiciderà in carcere, ancora in attesa di processo, a fine dicembre dello stesso anno.

Sin dall’annuncio del duplice omicidio, molti media fecero del loro meglio per giustificare e scusare l’assassino. Una delle argomentazioni preferite fu che “il tempo che passava con i bambini era insufficiente per i suoi bisogni”. La preoccupazione principale – spesso espressa in leggi nazionali e protocolli internazionali – per chiunque sia sano di mente dovrebbe riguardare il benessere dei bambini, che sono ovviamente più vulnerabili degli adulti loro genitori: ma articolisti, opinionisti, commentatori ecc. sono in genere assai più angustiati dal fatto che i padri non abbiamo sempre e comunque tutto quel che vogliono. Diventa irrilevante, in tali discorsi, che questi padri esprimano la propria frustrazione con la violenza, perché sotteso a tutte le argomentazioni c’è il convincimento che la violenza sia un ingrediente fondamentale della mascolinità e che gli uomini non possano fare a meno di abusare di donne e bambini.

Così, il 2 aprile u.s., sotto i titoli della stampa nostrana “Tenta di uccidere il figlio e si suicida con il gas”( è accaduto nella zona di Volterra: il bambino, di 9 anni, si è salvato fuggendo dall’auto) e i relativi occhielli “Non accettava che il bambino fosse stato affidato esclusivamente alla madre”, si articola la solita narrazione che piange sui “gridi d’allarme” – leggi le lamentele proprie e le “denunce” farlocche dell’associazione padri separati – espressi dall’uomo via FB, sulla “decisione più terribile: prendersi il suo bimbo e andare via con lui, per sempre” (com’è poetico!), sulle leggi carogne e matriarcali che “non tengono conto delle nuove sensibilità dei padri”. Ma se queste “nuove sensibilità” si concretizzano nello scannare o nel gasare i figli a me sembra che di nuovo non abbiano nulla e che parlare di sensibilità sia fuorviante e persino ridicolo: quel di cui stiamo trattando è possesso e controllo di esseri umani. Sono pratiche legate al dominio e alla relativa legittimazione sociale e infatti molti uomini vivono come affronto, ingiustizia e svirilizzazione qualsiasi restrizione messa al loro spadroneggiamento sui corpi di donne e bambini.

All’uomo che è morto suicida è certamente dovuta pietà umana, ma a questo stesso individuo capace di aprire una bombola di gas nell’automobile in cui sta dormendo un bambino, suo figlio (che lui chiamava il “suo cucciolo”), io non affiderei non solo un cucciolo di cane, ma neppure un cactus. Maria G. Di Rienzo

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Sarah Graley è una giovane fumettista inglese che vive a Birmingham “con quattro gatti e un ragazzo che somiglia a un gatto”, e questo è il suo ultimo lavoro: “Kim Reaper”.

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Il titolo è un gioco di parole che contiene il nome di una delle due protagoniste principali, Kim, e suona un po’ come “Grim Reaper”: il Tristo Mietitore, l’Angelo della Morte, il Messaggero dell’Aldilà ecc. E in effetti, la giovane Kim si sta addestrando proprio per questo mestiere. La sua compagna di scuola Becka, che ha per lei una cotta totale (la definisce con altri un esempio vivente di “belle arti”), lo scopre per caso seguendola e…

Vediamo che ne dice l’Autrice, intervistata da Mey di Autostraddle il 7 febbraio scorso:

“Forse suonerà imbarazzante dirlo ora, ma quando avevo 12-13 anni sognavo di diventare una Trista Mietitrice. Vivevo nei pressi di un cimitero ed ero davvero terrorizzata dagli zombie, avevo un sacco di incubi sugli zombie, perciò quello era il modo in cui maneggiavo la cosa: gli zombie e altre creature del genere non potevano farcela contro la Morte, giusto? Posso confermare oggi, alla tenera età di 25 anni, che non sogno più cose del genere! Ma mi piacevano le idee che quei sogni mi facevano venire e ho pensato che avrebbero potuto costituire un fumetto davvero divertente. (…)

Mi piace anche scrivere storie a tema omosessuale. Sono cresciuta con televisione e libri a cui mancava questa rappresentazione (che un’adolescente come me avrebbe davvero apprezzato) perciò adesso mi scrivo da sola tutte le avventure gay che voglio. La storia in “Kim Reaper” è alimentata dal fatto che Kim si sta preparando alla professione di Trista Mietitrice, ma il focus della storia stessa è la relazione fra Kim e Becka. Sto sperando che chi leggerà “Kim Reaper” passerà gli stessi bei momenti che ho passato io lavorandoci. Quel che accade nel mondo attualmente è molto preoccupante e stressante, perciò io spero che i miei fumetti servano da “pausa dolce” alle lettrici e ai lettori.”

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Il primo numero di questa serie uscirà il 5 aprile 2017. Traduzione in italiano? Speriamo. Maria G. Di Rienzo

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(“Experience: I regret transitioning”, testimonianza raccolta da Moya Sarner per The Guardian, 3 febbraio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’esperienza narrata è giustamente protetta dall’anonimato.)

Quando ero una bambina che viveva nelle Midlands (Ndt: zona centrale della Gran Bretagna) ero solita dire: “Quando cresco voglio diventare un maschio.” Facevo persino la pipì in piedi. Amavo giocare a pallone, ma quando ebbi all’incirca sette anni i miei amici dissero che dovevo smettere, perché ero femmina. Io risposi loro che non vedevo che differenza facesse e uno di essi si tirò giù i pantaloni e me la mostrò.

Un senso di nausea mi avvolse completamente: qualcosa di me, e del mio corpo, era sbagliato. Queste sensazioni divennero più forti mentre crescevo. Quando vidi che il mio petto cambiava ne fui inorridita; sviluppai un disordine alimentare nel tentativo di ritardare la pubertà, mi tagliai corti i capelli e cominciai a fasciarmi il petto. Ero depressa e tentai di uccidermi. A quattordici anni, fui ricoverata in un ospedale psichiatrico per un paio di mesi.

I miei genitori erano scioccati e tentarono di convincermi ad abbracciare la vita come donna. Fecero in modo che qualcuno mi insegnasse a truccarmi, convinti che se avessi imparato a apparire più somigliante alle altre ragazze mi sarai sentita di più uguale a loro.

Fu solo quando ebbi 15 anni che scopri l’esistenza della possibilità di transitare da un sesso all’altro. Tutti i pezzi andarono a posto: ecco chi ero. Capii che potevo avere il corpo che volevo. Quando andai dal mio medico di base, a 17 anni, mi fu detto che ero troppo vecchia per usufruire dei servizi destinati ai bambini e troppo giovane per essere vista come adulta; non riuscii ad avere il mio primo appuntamento che tre mesi dopo il mio 18° compleanno.

Dopo altri mesi di attese e appuntamenti, nessuno dei quali incluse consulenza sulla materia, cominciai finalmente con il gel al testosterone e più tardi passai alle iniezioni. Fu una cosa enorme quando, all’università, la mia voce diventò profonda e la mia figura cominciò a cambiare: le mie anche si fecero più strette, le mie spalle più larghe. Sembrava giusto. Essendo presa per un uomo mi sentivo più sicura negli spazi pubblici, mi si prendeva più sul serio quando parlavo e mi sentivo più fiduciosa in me stessa.

Poi mi sottoposi all’operazione chirurgica per la rimozione dei seni. Fu fatta malissimo e mi lasciò cicatrici terribili. Ero traumatizzata. Per la prima volta mi chiesi “Cosa sto facendo?”. Rimandai i passi successivi, l’isterectomia e l’operazione ai genitali, dopo essermi informata sulla chirurgia plastica per il pene e aver compreso che avrei dovuto sottopormi a un nuovo intervento ogni dieci anni per rimpiazzare il dispositivo erettile.

Le questioni relative alle persone transessuali cominciavano ad apparire sui media e io capii che la gente sarebbe sempre stata in grado di riconoscermi come una persona che aveva effettuato la transizione. Io volevo solo essere maschio, ma sarei sempre stata trans.

Allo stesso tempo, ci fu un cambiamento significativo in come mi sentivo rispetto al mio genere. Riflettendo sul modo differente in cui ero trattata quando mi si vedeva come un uomo, capii che le altre donne sperimentavano a causa di ciò gli stessi impedimenti. Io avevo presunto che il problema stesse nel mio corpo. Ora vedevo che non era l’essere femmina a impedirmi di essere me stessa: era la perpetua oppressione che la società opera sulle donne.

Una volta capito questo, gradualmente sono arrivata alla conclusione che dovevo uscire dalla transizione. Ho smesso il testosterone e, mano a mano che il mio corpo ha ripreso la produzione dei suoi propri ormoni, sono diventata una femmina che sembra un maschio. Avrò sempre la voce profonda e i seni non mi ricresceranno, ma le mie anche e le mie cosce si sono allargate. Essere maschio era più confortevole per me, ma continuare a prendere ormoni significava che io avrei continuato a considerare il mio corpo un problema – e io non credo che il problema stia là. Quel che sembra la via più facile non è sempre la cosa più giusta.

Ho preso la miglior decisione possibile in circostanze avvelenate e se non avessi cominciato i trattamenti quando l’ho fatto potrei non essere viva oggi. Ma mi rattrista molto pensare alla mia fertilità: vorrei essere un genitore, un giorno, ma è probabile che l’assunzione di testosterone lo renda assai difficile. Io adesso ho quasi trent’anni e non lo saprò sino a che non tenterò di avere figli.

Sono felice per quelle persone che sono state aiutate dalla transizione, ma penso ci dovrebbe essere più enfasi sulla consulenza e che la transizione dovrebbe essere vista come ultima risorsa. Fosse questo accaduto a me, potrei non averla intrapresa. Ero così concentrata nel tentativo di cambiare genere che non mi sono mai fermata a pensare a cosa il genere significa.

Alla fine, sento di aver speranza nel futuro. Ho visto di avere un’immensa capacità di cambiare e crescere, anche in circostanze molto difficili. Questo è ciò che io sono.

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(tratto da: “Where are all the women economists?”, di Frances Weetman – in immagine – per New Statesman, 3 febbraio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Il brano originale è un lungo estratto dal suo libro “Whose Model Is It Anyway? Why Economists Need to Face Up to Reality” – ed. Virago. Si tratta del primo testo vincitore di un premio ideato nell’ottobre 2015 dal quotidiano e dalla casa editrice inglesi, il “Women’s Prize for Politics and Economics”, che mira a individuare “nuove scrittrici nei campi che danno forma alle società e sono stati storicamente dominati dagli uomini”. Frances è laureata in scienze politiche ed economia, si dedica alla scrittura e alla produzione cinematografica.)

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L’economia ha un problema con le donne. Lo dico da donna che l’ha studiata, che ci ha lavorato e che ora ne scrive. Sono i dati a mostrarlo. In tutto il Regno Unito, solo un quarto degli studenti universitari in economia sono donne. Questa è circa la stessa proporzione che si trova nella docenza e nella ricerca in economia all’Università di Cambridge: per contrasto, le donne sono il 43% della facoltà di psicologia. Perché l’economia fallisce nell’attrarre le donne al modo in cui le attraggono altre scienze sociali?

Forse sono scoraggiate dall’unirsi al mondo dell’economia poiché quest’ultimo non sembra propenso a ricompensarle con prospettive di carriera. Secondo una ricerca del 2014, compiuta dalle economiste Donna K. Ginther e Shulamit Kahn che hanno lavorato con due psicologi – Stephen J. Ceci e Wendy M. Williams – se controlli la produttività (misurata con il numero di articoli di ricerca pubblicata) gli uomini e le donne hanno gli stessi risultati promozionali nella maggior parte dei campi accademici: ma non in economia. Lo studio descrive l’economia come “un’anomalia, con un persistente divario fra i sessi che non può essere spiegato da differenze produttive”.

Le economiste accademiche sono raramente ricompensate. Nel 2014, The Economist pubblicò una lista di figure influenti nel campo in cui non c’era una singola donna. Dei 76 premiati con il Nobel in economia, solo una è stata una donna: Elinor Ostrom, che ha vinto il premio nel 2009 per il suo lavoro nell’esaminare l’uso della cooperazione, della fiducia e dell’azione collettiva nel maneggio delle risorse e beni comuni. (…)

L’economia ha un problema più significativo del reclutamento. Non solo fatica ad attrarre le donne nei suoi dipartimenti accademici, ma quella del mainstream spesso fa riferimento a modelli che sono sessisti in modo inerente. L’Homo economicus disegna quella si suppone essere l’ideale forma di comportamento – un modello teorico usato per tentare di trovare risposte ai problemi economici. Ci sono molti difetti in tale modello. La gente reale, per esempio, non è esclusivamente devota al proprio interesse finanziario. E c’è una critica ancora più importante: l’Homo economicus è un uomo. (…) Ciò significa, in pratica, che tutta l’analisi economica è basata sulla credenza che uno schema di comportamento maschile sia in qualche modo la norma. Come l’economista di Cambridge Victoria Bateman ha scritto in un articolo pubblicato dal Guardian nel 2015: “Le domande a cui gli economisti cercano di rispondere (principalmente con la matematica, anziché con gli argomenti pratici in uso verso cui, la ricerca suggerisce, le donne sono attratte), le presunzioni standard che applicano lungo il percorso (e cioè che le persone siano prive di emozioni, libere ed egoiste), e le cose che scelgono di misurare riflettono tutte una visione stereotipata e maschile del guardare al mondo.”

L’economia vede il mondo attraverso un prisma maschile: sono analisi fatte da uomini, sugli uomini, per gli uomini. Per dispetto, io qualche volta mi riferisco all’economia come a una donna. Perché? Tutti gli uomini stanno cercando di farsela e per la maggior parte falliscono miseramente.

L’economia è interessata alla disparità di genere: il divario fra i salari di uomini e donne, per esempio. Tuttavia, gli economisti affrontano questa analisi in modo non sessista? L’economia neoclassica, in essenza, dichiara che il sessismo non esiste e non può esistere, almeno non a lungo termine. In parte ciò è dovuto al fatto che non vi sarebbero incentivi alle ditte per la discriminazione di genere, specialmente se le donne migliorano l’efficienza di un’azienda. In ogni caso, la presenza del divario salariale di genere dovrebbe spingere le ditte ad assumere più donne: se sono pagate meno degli uomini, costerà meno impiegarle di quanto costerebbe impiegare uomini. Perciò, dovremmo avere più donne assunte degli uomini. Con questa logica, l’economia neoclassica predice che le disparità di genere infine svaniranno nell’aria. E questo non è identico a dichiarare che qualcosa non esiste semplicemente perché non dovrebbe?

C’è un’amplissima documentazione che mostra come le donne guadagnino meno degli uomini e siano sottorappresentate in numerose industrie. Nel 2016, nel Regno Unito, il divario dei salari era stimato al 13,9%: per ogni sterlina guadagnata da una donna, un uomo ne guadagna 1,14. Però gli economisti neoclassici dicono a noi fragili, isterici tesorucci che dovremmo darci una calmata. State tranquille, tutti questi economisti maschi di successo hanno già risolto la faccenda. (…)

Differenza, sesso e sessualità sono soggetti raramente discussi in economia. Qualora lo siano, o l’analisi è trattata come eterodossa, o si dice che la discussione manca di rigore accademico. L’economia femminista esiste, ma come ricerca di minoranza che non porta premi alle sue accolite. Questo non è sorprendente: gli uomini sono i guardiani dell’economia. Dominano ogni comitato che decide quali siano le teorie da sostenere. L’economia mira a studiare il comportamento umano. E anche se molte donne sono casalinghe, ciò non rende le loro azioni economiche irrilevanti. Secondo un commentario di Forbes del 2015, le donne guidano dal 70 all’80% degli acquisti del consumatore (ciò che gli economisti chiamano “comprare cose reali”). Ciò si applica non solo alle borse e alle scarpe, ma alle industrie che sono pensate come “maschili”. Più della metà dei videogiochi sono venduti a donne maggiori di anni 18. Forbes si spinge a dire: “Se l’economia correlata al consumatore avesse un sesso, sarebbe femminile.”

L’economia ha ignorato le donne a danno di tutti. (…) Gli uomini dominano il settore finanziario quanto dominano l’economia accademica. La ricerca Morningstar del 2015 ha attestato che meno del 10% dei manager addetti al bilancio negli Usa erano donne. Hanno trovato solo il 4% di donne presidente nelle 500 principali compagnie quotate da Standard & Poor’s. Questo dominio degli uomini nel settore finanziario è stato dannoso? Io direi di sì. Uno studio del Peterson Institute ha analizzato nel 2016 22.000 ditte commerciali in 91 diversi paesi e ha concluso: “Il muoversi da nessuna leader donna a una rappresentazione femminile del 30% si traduce in un 15% netto di aumento del margine del fatturato.” E’ in parte per questa ragione che molte banche investitrici gestiscono programmi di accesso per le donne. Non lo fanno per essere carini: ne traggono beneficio economico. Tuttavia, questi programmi sono come l’appiccicare un cerotto su una gamba amputata nel tentativo di farla smettere di sanguinare. Le istituzioni finanziarie hanno difficoltà a mantenere nel settore le donne che vi entrano. Forse non aiuta che fra di loro i finanzieri le definiscano “gonnelle”. (…)

Non solo l’economia fatica ad attrarre le donne, ma scoraggia quelle che si interessano al soggetto. Quale che sia la moda attuale o la teoria in voga, ciò è definito dagli uomini – e quando gli economisti si concentrano esclusivamente sugli uomini trascurano le donne, persino quando le donne sono centrali a quelle parti di vita che stanno tentando di analizzare. Il sessismo deve finire. L’economia ha bisogno di accorgersi che più della metà della popolazione mondiale non è fatta a immagine dell’uomo.

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(“We Remember Your Childhood Well”, di Carol Ann Duffy – in immagine qui sopra – trad. Maria G. Di Rienzo. Carol, nata a Glasgow nel 1955, è poeta, drammaturga e insegna scrittura creativa all’Università di Manchester. Dal 1° maggio 2009 è “Poeta Laureata” del Regno Unito, il che le fa detenere un trio di primati: prima donna, prima scozzese e prima persona apertamente omosessuale a ottenere tale incarico.)

Nessuno ti ha fatto del male. Nessuno ha spento le luci e litigato

con qualcun altro tutta la notte. L’uomo cattivo nella brughiera

era solo un film che hai visto. Nessuno ha chiuso la porta a chiave.

Alle tue domande si è risposto pienamente. No. Non è accaduto.

Non sapevi neppure cantare, a ogni modo, non poteva importartene di meno.

Il momento è una memoria confusa, un Film Buffo (1)

che muore dalle risate in un fuoco di carbone. Così la pensano tutti.

Nessuno ti ha forzata. Tu volevi andare, quel giorno. Hai implorato. Hai scelto

il vestito. Qua ci sono le fotografie, guardati. Guarda tutti noi,

che sorridiamo e salutiamo, più giovani. L’intera cosa è nella tua testa.

childhood

Ciò che ricordi sono impressioni; noi abbiamo i fatti. Noi abbiamo scelto la musica.

La polizia segreta della tua infanzia era più vecchia e più saggia di te, più grande

di te. Richiama il suono delle loro voci. Bum. Bum. Bum.

Nessuno ti ha mandata via. Quella era una vacanza extra, con gente

che sembrava ti piacesse. Erano persone sicure, non c’era nulla da temere.

Non puoi che biasimare te stessa se è finita in lacrime.

Cosa importa ormai? No, no, nessuno ha lasciato i marchi del peccato

sulla tua anima e ti ha distesa e aperta per l’Inferno. Sei stata amata.

Sempre. Abbiamo fatto quel che era meglio. Ci ricordiamo bene della tua infanzia.

(1) Titolo di un albo a fumetti

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(brano tratto da: “Anti-feminism, then and now”, un più lungo articolo di Angela McRobbie – in immagine – per Open Democracy, 28 novembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Angela McRobbie è docente universitaria in Comunicazione all’Università di Londra e scrittrice.)

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Quando Silvio Berlusconi era il Primo Ministro italiano abbiamo avuto un assaggio delle cose che accadranno negli Usa. Magnate dei media, uomo di spettacolo e disponibile a fare il buffone ma veicolando sempre un senso di minaccia, Berlusconi era Tony Soprano nella vita reale (Ndt: boss mafioso italoamericano, personaggio televisivo della serie “I Soprano”), un uomo per cui le donne erano inevitabilmente poco più di un pezzo di culo.

Berlusconi si opponeva, con tutto il suo essere, all’ascesa di donne indipendenti. Era un uomo che voleva mettere indietro l’orologio al tempo in cui le donne sapevano qual era il loro posto ed erano servili come madri, nonne, amanti e intrattenitrici. Per ogni donna della mia generazione c’è qualcosa di familiare in questo tipo di anziano, afflitto dal non poter più pizzicare il didietro a una donna impunemente.

Quando era costretto a interagire con donne di potere sullo scenario mondiale, come la Cancelliera tedesca Angela Merkel, Berlusconi diventava un pagliaccio, facendosene beffe, giocando come uno scolaretto e facendo “facce buffe” alle sue spalle come se lei non fosse nulla più di una “tata”, dicendo con questo a tutti gli effetti: “Non aspettarti che ti prenda sul serio.” (Ndt: l’Autrice non menziona, probabilmente ignorando il particolare, che l’ha anche definita “culona inchiavabile”).

Dovendosi confrontare con la realtà di voci femministe, adottava la posa classica dell’insultare e svilire le femministe come non attraenti, vecchie e disgustose, nel mentre promuoveva a posizioni di potere nel suo governo donne prive di qualifiche e “belle” in modo stereotipato. (…)

Sebbene l’antifemminismo cambi costantemente il suo aspetto, non se ne va mai. Come la scrittrice e attivista Susan Faludi documentò nel suo importante libro “Contrattacco”, un furioso movimento oppositivo di aderenti alla “maggioranza morale” nacque quasi contemporaneamente all’ascesa del femminismo liberale e socialista negli Stati Uniti. Nel mio proprio libro “All’indomani del femminismo” ho tracciato un più tardo sviluppo in complessità del contrattacco: questo movimento successivo implicava una nuova forma di “sostegno” alle donne, in special modo alle giovani, a condizione che abbandonassero il femminismo come un vecchio berretto anacronistico e profondamente repellente – qualcosa di associato a vecchie donne descritte come amareggiate e provenienti da un’era del passato – in favore di un percorso di individualismo femminile, in cui le competitive “Ragazze Alfa” avrebbero facilmente raggiunto i loro obiettivi nella nuova meritocrazia, senza l’aiuto del femminismo.

Durante il periodo dei governi di Tony Blair in Gran Bretagna, questo ideale imperava nella cultura politica e in quella popolare. Il femminismo fu messo in frigorifero mentre ci si aspettava dalle donne che fossero delle sorridenti e compiacenti “Bimbe di Blair”. Io ricordo tale periodo molto bene, quando persino le studenti che erano attivamente interessate alle questioni del lavoro, dell’impiego, del genere e della sessualità ripudiavano il femminismo, pensando che potevano benissimo farcela senza di esso. La moda era una sorta di “femminilità fallica”: agire come un giovanotto, con una bottiglia di liquore nella tasca posteriore e passare il tempo nei club di lap dance. (…)

L’antifemminismo ha ora preso una piega molto più aggressiva. Questa ostilità ha trovato casa su internet e da là si è mossa sulle strade. La lista delle attiviste, politiche e opinioniste che hanno ricevuto minacce di morte e hanno dovuto richiedere la protezione della polizia (Ndt.: in Gran Bretagna) è cresciuta vertiginosamente negli ultimi 12 mesi. Il pericolo e la minaccia della violenza hanno un effetto specifico sulle donne, differente da quello di uomini che si fronteggiano per combattersi. Berlusconi apparteneva al regno dei film sul “Padrino”, in cui le donne erano schiaffeggiate per aver osato contrastare l’uomo di casa. Fra le molte affermazioni fatte di recente, Trump ha detto in tono provocatorio che non c’è bisogno di “spaventarsi”, ma il nuovo contrattacco assume la forma di una sfida aperta alle donne che vogliono prendere una posizione. Il nucleo centrale dei diritti che erano stati conquistati in materia di contraccezione e aborto è ora più che mai minacciato. Sono le donne che saranno costrette a difendere le libertà per cui avevano lottato sin dall’inizio della “seconda ondata” del femminismo.

Non possiamo ancora dire quanto reale questa minaccia sia, ma di fronte all’ultimo contrattacco c’è una necessità urgente per le donne di ogni classe e etnia di prestarvi attenzione, per il bene loro e delle loro figlie così come per il bene dei loro mariti, padri e figli, perché a costoro dev’essere ricordato come il femminismo ha migliorato e continuerà a migliorare le loro vite.

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Il quotidiano britannico “The Independent” riportava il 6 novembre u.s. questa notizia:

Ragazzo stupra ripetutamente la sorella di 9 anni dopo aver visto pornografia hardcore sull’incesto”.

Dall’articolo: “Il ragazzo di 14 anni, non nominato e che era dodicenne quando commise i reati, si è dichiarato colpevole di sei accuse di stupro davanti al Tribunale di Cheltenham. L’esame del suo accesso a internet ha mostrato che inseriva termini di ricerca relativi all’incesto e guardava il materiale. Il pm Ian Fenney ha raccontato che il ragazzo disse alla sorellina, allora di nove anni, che “non sarebbe più stata sua sorella” se lui non avesse potuto avere rapporti sessuali con lei.

Casi come questo appariranno sempre di più nei tribunali”, ha ammonito il sig. Fenney, a causa della facilità d’accesso dei giovanissimi alla pornografia online. (…) Il sig. Fenney ha detto che le offese non erano “occasionali” e che il ragazzo le compiva quando era “sicuro che non sarebbe stato disturbato.” Ma la bimba ha detto alla madre cosa stava accadendo. L’avvocato della difesa Gareth James ha dichiarato che il ragazzo stava sperimentando in modo inappropriato (l’enfasi è mia, ndt.) e che ciò che guardava ha influenzato le sue azioni.”

Per farla breve, la corte ha stabilito per il ragazzo il massimo del cosiddetto “ordine di riferimento”, 12 mesi, un programma di presa in carico e riabilitazione, e cinque anni di “Sexual Harm Prevention Order” (programma per la prevenzione di offese sessuali): il suo comportamento sarà controllato, non potrà avvicinarsi a minori di 16 anni e la sua presenza su internet sarà monitorata dalla polizia.

A parte il fatto che sarei curiosa di sentire dall’avvocato difensore quale tipo di “sperimentazione” sarebbe “appropriata” nell’ambito dello stupro e dell’incesto – che devono essere definitivamente separati dalla naturale curiosità adolescenziale sul sesso – e a parte il fatto che la vita di una bambina è stata danneggiata in modo irreparabile (anche se si riprenderà, anche se andrà oltre e vivrà felice come le auguro di cuore, anche se in qualche misura se lo getterà alle spalle: la memoria di un tradimento così profondo non se andrà), la vicenda mostra una volta di più cosa la pornografia è e cosa la pornografia fa.

Io non ho altro da dire, l’ho già fatto estensivamente: è chi giudica la pornografia divertente e innocua che dovrebbe cominciare a farsi domande. Maria G. Di Rienzo

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