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Posts Tagged ‘giovani’

“Diritto e scienza”: le allieve che partecipavano a questo corso tenuto da un giudice del Consiglio di Stato (in tre scuole a Milano, Roma e Bari), dovevano farlo adeguatamente truccate, in minigonna e tacchi a spillo; alcune dovevano mandare autoscatti pornografici all’insegnante e andarci a letto – ma erano consenzienti, si capisce, soprattutto quelle a cui poteva essere revocata la borsa di studio in qualsiasi momento, beneficio peraltro negato a priori alle fidanzate e alle sposate: dal momento che “diritto e scienza” si concretizzavano nella soddisfazione del dominio del docente sulle allieve è ovvio che altri uomini nello scenario sarebbero stati di troppo.

Il giudice Francesco Bellomo sostiene di essere un genio incompreso “come Einstein”, alle cui “idee” si vuole applicare un “giudizio morale”. Umile e discreto com’è neppure voleva diffonderle, queste innovative e vincenti idee (infatti, dicono i giornali, “Otto giovani borsiste milanesi hanno anche parlato di un contratto in cui si garantiva ‘fedeltà assoluta’ alla scuola, evitando di raccontare dettagli privati”) ma gli è capitato…

Gli è capitato che una delle sue vittime ha sporto denuncia per le vessazioni, gli abusi e le minacce. Questa è la testimonianza del padre della giovane: “Mia figlia sta cercando di tornare a una vita normale. Ora sta meglio ma questa odissea le ha distrutto la vita. Ha ripreso a mangiare e a studiare, ma è ancora in cura dagli psicologi. (la figlia) “è stata sotto ricatto per troppo tempo attraverso il contratto che come borsista doveva firmare per mantenere la borsa di studio.”

Il docente-martire, invece di dichiarare indomito “eppur si muove!” indicandosi l’area appropriata, ha cercato ripetutamente la conciliazione: “I carabinieri sono venuti più volte, – racconta ancora il padre della donna – chiedevano a mia figlia di firmare un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale.”

Perché l’oggettivazione sessuale fa sempre bene alle femmine, è una libera scelta e un veicolo per idee davvero geniali – tipo il ridurre le donne a meri strumenti per la soddisfazione maschile – solo che non sono nuove, ma vecchie e stantie come il patriarcato. Il giudizio su questo non è “moralismo”, signor giudice, è etica.

Maria G. Di Rienzo

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Pavan Amara

Pavan Amara – in immagine – ha 29 anni, è originaria dell’India e vive in Gran Bretagna. E’ la fondatrice di “My Body Back Project”, un’iniziativa che ha creato e sta creando spazi sicuri in cui le donne vittime di violenza sono aiutate a “riconnettersi” con i propri corpi e ad amarli di nuovo: il senso di alienazione, il senso di colpa, la disistima e il disprezzo di se stesse, le difficoltà con il sesso sono tutte esperienze comuni alle sopravvissute. Pavan stessa è una di loro.

“Quando ho deciso due anni fa di dar inizio a un’organizzazione di beneficenza non l’ho fatto per ragioni filantropiche o perché volevo diventare la prossima Madre Teresa. E’ stata in effetti una mossa egoistica: non avevo altre opzioni e l’ho fatto mio per il stesso benessere. Ho lanciato il “My Body Back Project” nell’agosto 2015 – per aprire cliniche specialistiche con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che si occupassero di salute sessuale e maternità, dirette alle donne che avevano sperimentato violenze sessuali – semplicemente perché ne ne avevo bisogno io stessa. – ha scritto Pavan Amara per The Telegraph il 25 novembre scorso – A 26 anni mi sono trovata, dieci anni dopo essere stata stuprata da adolescente, nell’incapacità di accedere alle più basilari cure sanitarie, perché molte di esse sollecitavano ricordi e flashback dello stupro. Mi sentivo insicura nel mio stesso corpo, in ogni modo possibile, persino quando tentavo di andare dal medico per un comune controllo. Non è solo la mia storia. Per quanto ne so ora è la storia di migliaia, se non di milioni, di donne in tutto il mondo. Tuttavia non è necessario che nessuno tiri fuori i violini, cominci a sentirsi gli occhi umidi o si dica “commosso” dalla faccenda: francamente, non sarebbe d’aiuto. Per la maggior parte delle donne, la cosa è andata ben oltre questo.”

La prima clinica, con l’aiuto di un fondo speciale dell’SSN, è stata aperta a Londra: si occupa di infezioni e malattie a trasmissione sessuale, contraccezione e pap test. Nel 2016, è stata ampliata con una struttura dedicata alla maternità.

“In brevissimo tempo siamo state travolte. – ricorda Pavan – Le richieste di appuntamenti arrivavano come in un diluvio da tutto il Regno Unito e un certo numero di esse proveniva dalla Scozia, dove le donne dicevano di aver bisogno di usare i servizi presenti a Londra ma di non poter affrontare le spese di viaggio. Dover respingere continuamente le richieste è straziante. Ora, grazie al governo scozzese e ad alcune eccellenti professioniste, apriremo una clinica in Scozia nel febbraio 2018.

Ma non importa dove si situano nel tuo paese, o nel mondo, le storie delle donne che hanno subito violenza e molestie contengono gli stessi identificabili elementi. Qualche mese fa, sono stata abbastanza fortunata da visitare il Sudafrica, dove ho parlato con donne sopravvissute allo stupro. Una storia mi è rimasta ficcata in testa: quella di una donna di Johannesburg, la quale aveva parlato alla famiglia dei ripetuti abusi sessuali che subiva da un cugino e a cui era stato risposto di stare zitta e di non ripetere quelle parole mai più. Aveva 12 anni e diventò muta per i successivi due. Ora, lei riconosce il fatto come una protesta: se il silenzio era l’unica risorsa a lei disponibile l’avrebbe usata, nel modo più potente possibile. Avrebbe manipolato il silenzio invece di permettergli di distruggerla.

Perché troppo spesso si fanno sentire le donne come se il silenzio fosse la loro unica miserabile risorsa. Che ci si trovi a Londra, o a Johannesburg, o in California o a Cape Town, alle donne si insegna a soffocare il loro dolore o a metterlo da parte. Che si tratti di violenza sessuale, molestia, abuso domestico o mutilazione dei genitali femminili – sta’ quieta o scoprirai di non aver più accesso al lavoro, di essere emarginata dalla tua famiglia, di essere chiamata “bugiarda” e “troia”.

Ecco perché quando di recente le storie su Harvey Weinstein sono venute alla luce, io non ero per nulla sorpresa dal fatto che le donne avessero mantenuto il silenzio così a lungo, costrette a farlo da ciascuno avessero attorno. Poi il silenzio si è spezzato, in un’ondata di marea quasi tangibile, quando le donne non potevano più trattenere la diga. Non mi sorprende che chiunque, dalle attrici di Hollywood alle giudici, abbia una storia da raccontare. Se c’è una cosa che ho imparato dalla vasta gamma di donne che passa dalle porte della nostra clinica è che non importa quanto ricca e famosa sei, o quanto intelligente, o dura, o grande, o piccola. Perché non si tratta delle donne, si tratta degli uomini.

my body back logo

Nelle ultime settimane, migliaia di donne hanno fatto luce sulle molestie e sulle aggressioni sessuali in ogni campo dell’esistenza. E tristemente, il commento più illuminato che ho sentito fare dagli uomini sulla materia è stato: “Be’, io non ho mai assalito nessuna.” Perciò, ovviamente, non ha a che fare con me. La differenza è che le donne – neppure la maggior parte di noi ha mai assalito nessuno – non possono scegliere di sganciarsi dall’argomento, perché la violenza sessuale o la minaccia di essa sono già lì, nelle nostre vite.

Ho notato un tema comune, lavorando a “My Body Back”, ed è che sono le donne a sostenersi l’un l’altra. E’ usuale sentire: “Ho detto a mia sorella cosa stava succedendo” oppure “Ho portato con me mia madre per darmi coraggio”. Non ho mai visto una donna venire con il padre o il fratello. Proprio stamattina stavo scorrendo le liste della raccolta fondi e delle donazioni, e ho notato che fra centinaia di nomi solo due erano maschi. Questo è un mistero: perché quando parlo agli uomini di eliminare la violenza contro le donne loro annuiscono per tutto il tempo, sembrano seri e diventano molto timorati di dio. Certo, prendono la cosa seriamente e certo, molti uomini non aggredirebbero mai qualcuna o qualcuno sessualmente. Ma l’azione dov’è? Sino a che uomini e donne non cominciano a agire, non possiamo eliminare la violenza. Vedete, non sono le donne che si stanno stuprando e picchiando fra di loro, perciò come possiamo essere solo noi quelle che mettono fine alla cosa?” Maria G. Di Rienzo

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(“You Told Me I Matter”, di Reeti KC per World Pulse, 20 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Reeti – in immagine – è nepalese e sta studiando Media e Arte all’Università di Kathmandu. E’ un’attivista per il cambiamento sociale che ha già lavorato per media femministi. Desidera “scrivere ed essere parte delle vite delle persone anche se solo per i pochi minuti in cui leggono le mie parole”. Ritengo questo suo pezzo, scritto per ringraziare un’altra donna, un vero e proprio inno alla sorellanza.)

reeti

Cara Claire,

le mie dite tremavano mentre componevo il messaggio di testo per te, tre anni fa. La decisione di svelare il mio segreto dopo anni di silenzio era stata terribile. Ma sapevo di doverlo fare, perciò ho cominciato a digitare.

Ehi, Claire! Ci vediamo alle 4 del pomeriggio di fronte ai cancelli dell’ufficio per l’intervista.

Ho smesso di scrivere, valutando l’opzione di scegliere il silenzio al posto della voce. Onestamente, sembrava la scelta migliore. Con il cuore che batteva forte, un lungo respiro, dita tremanti e ben poca determinazione di metter fine al dolore, ho aggiunto: Oh, e devo dirti qualcosa d’importante.

Ho chiuso gli occhi e ho premuto “invia”.

Potevo sentire il mio cuore battere sempre più forte. Poi, cinque minuti dopo, tu hai risposto: “Okay Reeti. Ci vediamo là.”

Ho passato il resto della giornata chiedendomi se raccontarti o no la mia storia. Mi sono insultata perché stavo pensando di condividerla con una persona che avevo incontrato circa una settimana prima. Partecipavo al programma di “Women LEAD 2014” e non sapevo nulla di te, eccettuate le poche informazioni che avevo raccolto facendo ricerca sull’organizzazione mentre mi preparavo a intervistare te, la co-fondatrice dell’organizzazione stessa. Era il mio primo lavoro da giornalista assegnatomi dalla scuola superiore che frequentavo.

Poiché sono un’introversa e ci metto un po’ di tempo a fidarmi delle persone, non so perché ho scelto di dire tutto a te. Tu eri un enigma per me, con i tuoi occhi dell’azzurro dell’oceano e i tuoi ricci capelli biondi.

Alle 15.30 ero pronta per partire, accompagnata da mio padre. Ero terrorizzata dalla conversazione post-intervista e ancora dubitavo della mia decisione. Ci siamo incontrate alle 16.05 e siamo andate in un vicino caffè. Io ho ordinato un cappuccino e tu un tè al latte. L’intervista è cominciata e finita dopo 30 minuti.

Poi tu hai chiesto: “Allora, cos’era la cosa importante di cui volevi discutere?”

Stavo dando di matto. Nella mia mente, stavo urlando più forte che potevo. Il caffè forte mi aveva fatto venire mal di testa. O forse la causa era l’urgenza di parlare che cozzava con la mia paura di farlo.

Ho respirato profondamente e con voce tremante ho cominciato: “Volevo discutere di…”

Ho parlato. Non avevo mai parlato così in precedenza. Ho continuato e continuato. Ti ho raccontato la storia di quel che era successo tre anni prima. La vergogna a scuola, la gente che puntava il dito contro di me e rideva, l’insuccesso in tre materie, la pressione dei miei genitori e della scuola affinché facessi meglio, il lento discendere nella depressione, lo svergognamento e l’insoddisfazione rispetto alle dimensioni del mio corpo, il sentirmi indegna, sottostimata, un fallimento e un fardello.

Ti ho parlato dei “diari tristi” che tenevo: storie e poesie deprimenti scritte durante la notte. Ti ho detto che piangevo ogni singola notte, di fila, da tre anni. Ti ho detto che avevo in mente un solo pensiero, durante tutto quel periodo: “Voglio metter fine a tutto. Voglio morire.”

Ho visto i tuoi occhi azzurri arrossarsi mentre le lacrime scendevano. In quel momento ho capito perché avevo scelto te per confessare la mia storia. I tuoi occhi azzurri rispecchiavano i miei occhi castani, arrossati e pieni di lacrime. Tu mi capivi, capivi il mio dolore e il mio senso di colpa. Perciò ho continuato a parlare nonostante il nodo in gola e le lacrime nei miei occhi lo rendessero molto difficile. Gli altri clienti del caffè ci fissavano. Non aveva importanza, non me ne curavo. Per la prima volta nella mia vita, non mi importava di cosa altra gente pensava di me.

Ricordo vividamente cosa accadde dopo. Dopo avermi ascoltata, tu semplicemente ti alzasti, apristi le tue braccia e io scivolai in esse. Piangemmo mentre ci abbracciavamo. Stavo macchiando con le mie lacrime la tua bella camicia, ma a te non importava. Ho pianto come una bambina. Non avevo mai pianto in quel modo. Poi tu mi hai detto qualcosa che avrei dovuto sentirmi dire anni prima.

Hai detto: “Sono così orgogliosa di te. Sei forte e hai valore. Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, io ci sarò sempre per te, va bene?”

Avevo così bisogno di sentirmelo dire. Sino a quel momento, credevo che non avrei mai reso nessuno orgoglioso di me, per quanto tentassi. Ero una cattiva figlia, era una cattiva studente. Avevo fallito in tre materie. Non ero una buona amica, perché mi sentivo più al sicuro sola nella mia stanza che in mezzo agli altri. Mi odiavo. Non ero importante per nessuno – neppure per me stessa. Avevo due interi diari pieni di macchie di pianto e di frasi in cui sostenevo di odiarmi. Avevo l’impressione che nessuno si curasse di me. Ma tu lo hai fatto. Tu mi hai ascoltata e hai pianto per me!

Quella piccola conversazione ha cambiato la mia vita.

Dopo quel giorno ho bruciato i diari tristi e ho cominciato a diventare la migliore studente del liceo. Sono ancora in cima alla lista nel mio terzo anni di studi universitari.

Claire, grazie a te ho capito che niente è impossibile quando credi in te stessa. Tu mi dicesti: “Se non credi in te stessa, circondati di persone che credono in te.”

Queste parole sembrano inadeguate a esprimere la mia gratitudine. Così tante opportunità mi si sono aperte solo perché tu mi hai insegnato a credere in me stessa. Mi hai aiutata a comporre il mio primo Curriculum Vitae. Ho fatto il mio primo tirocinio in un giornale e poi ho ottenuto il primo lavoro come giornalista per un’agenzia di stampa internazionale. A 18 anni, ho tenuto il mio primo discorso come conferenziera durante il Giorno delle Donne nel 2015. Subito dopo, una ragazzina è venuta da me a dirmi: “Mi hai ispirata così tanto!”. Solo pochi anni prima, quando ne avevo 15, ero scappata durante una gara di linguaggio perché terrorizzata dal palcoscenico.

Mi sono sempre lamentata di non avere una Fata Madrina, come nella storia di Cenerentola. Ma Claire, tu mi hai fatto comprendere che sono io la salvatrice di me stessa. Pure, non ce l’avrei fatta senza una piccola spinta dalla mia forte e ispirante Fata Madrina nella vita reale, una fata che ha occhi azzurri e ricci capelli biondi.

Reeti

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Oggi ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza di genere. Troverete facilmente al proposito articoli, ricapitolazioni storiche, cifre e percentuali, segnalazioni di iniziative – e di sicuro non avete bisogno di leggermi mentre scrivo le stesse identiche cose che scrivo quasi ogni giorno.

Perciò oggi vi metto qui la faccia di un giudice canadese, il sig. Jean-Paul Braun, che si è reso protagonista di quella violenza quotidiana diretta ai corpi femminili non conformi ai criteri attuali con cui si definisce la “bellezza” (cioè il piacere abbastanza agli uomini da eccitarli sessualmente).

jean-paul braun

Come potete notare è giovane, palestrato e incredibilmente attraente. Forse no, però agli uomini non serve davvero tutto questo: le prescrizioni valgono come imprescindibili solo per le donne.

Il 20 novembre scorso Braun si è ritirato da un processo per aggressione sessuale senza dare spiegazioni; alle spalle aveva solo un’inchiesta sul suo comportamento richiesta dalla Ministra della Giustizia Stephanie Vallee e i rimarchi di Helene David, Ministra per lo Status delle Donne, che alla stampa aveva dichiarato “(i giudici) Hanno bisogno di più addestramento, di più sensibilità? Non lo so. Ma questo problema lo devono risolvere.”

I fatti di cui si discuteva in tribunale sono i seguenti: una ragazza, all’epoca 17enne, decide di prendere un taxi. Alla guida c’è il sig. Carlo Figaro, 49 anni, che comincia subito a molestarla, le chiede il numero di telefono, le si butta addosso e le lecca la faccia, la bacia e la palpeggia prima che la ragazza riesca a fuggire dal veicolo.

Dopo aver ascoltato tutto questo, il giudice Braun si è chiesto a voce alta se il baciare possa essere considerato “sessuale” e se il consenso per baciare qualcuno è davvero necessario. “Baciare qualcuno può essere un gesto accettabile.”, ha detto, aggiungendo che la vittima “probabilmente era lusingata dalle “avance” del tassista, perché forse era la prima volta che qualcuno si interessava a lei.” Perché la vittima doveva essere lusingata da un’aggressione? Be’, spiega sempre il giudice, “E’ un po’ sovrappeso, un po’ grossa, ma ha un bel viso, eh?”

Il tassista, per vostra informazione, è stato comunque condannato e intende ricorrere in appello. Se al prossimo processo trova una giura composta da tipi come Braun – e non è difficile, in nessun paese al mondo – è a posto. Magari faranno il passo ulteriore, daranno alla ragazza della “schifosa cicciona” e le chiederanno di scusarsi per aver causato tanti fastidi a un uomo che dovrebbe solo ringraziare, perché si è interessato a lei.

Che a noi schifose possa non fregare una beata mazza di avere l’approvazione maschile (che, chissà perché, si manifesta con l’assalto sessuale) non è contemplato.

Che i nostri corpi ci appartengano, meritino di essere trattati con dignità e rispetto, non siano proprietà pubblica soggetta al pubblico apprezzamento o ludibrio neppure.

Un uomo può violare una minorenne e stare relativamente tranquillo: la legge l’avranno anche imposta le nazifemministe con qualche colpo di stato ma i suoi pari, che indossino o no la toga, lo apprezzano, lo scusano e forse domani anche loro lo imiteranno. Maria G. Di Rienzo

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Rebeca Lane - foto di Cynthia Vance

Rebeca Eunice Vargas, in arte Rebeca Lane (in immagine), è nata a Città del Guatemala il 6 dicembre 1984, nel pieno della guerra civile che stava devastando il suo paese. Il nome Rebeca le è stato dato in memoria di una zia, rapita da agenti del governo militare nel 1981 per la sua attività politica e conseguentemente “scomparsa”.

Sin da giovanissima, Rebeca è stata un’attivista nelle organizzazioni che investigavano sui loro familiari rapiti o uccisi dall’esercito e nei movimenti per il cambiamento sociale, movimento femminista compreso. Ha deciso che le sue capacità artistiche potevano essere usate per esporre e condannare la violenza e così è diventata una “artivista”: teatro, cabaret, musica, programmi radiofonici, poesia, graffiti, danza… Rebeca partecipa a gruppi o ha fondato gruppi in tutti questi campi, ma è maggiormente nota come artista hip hop.

La settimana scorsa era in tour in Canada. Jackie McVicar, che lavora con i difensori dei diritti umani in Guatemala dal 2004, ha coordinato le date delle performance di Rebeca e in un lungo articolo del 14 novembre u.s. ha descritto il suo lavoro e l’ha intervistata:

“In ognuno dei suoi spettacoli sulla costa orientale del Canada, durante il suo primo tour nel paese, Lane ha dedicato un brano alle 56 ragazze che bruciarono in un incendio mentre erano chiuse a chiave in “rifugio” statale l’8 marzo 2017. Quarantuno di esse morirono immediatamente tra le fiamme per l’inalazione di fumo e le ustioni, le altre morirono nelle ore e nei giorni seguenti. Lane racconta la storia di come i giovani – ragazzi e ragazze – presi in carico dallo stato abbiano denunciato torture, abusi sessuali, prostituzione coatta e violenze subite nei rifugi.

“Nove delle 56 ragazze erano incinte nel momento in cui sono state uccise. – ha detto Lane – E nessuna di esse era arrivata incinta al rifugio.” (…) Erano rinchiuse da 12 ore in una piccola aula con 22 materassi, senza cibo e senza il permesso di andare in bagno quando diedero fuoco a un materasso per attirare l’attenzione della polizia affinché le porte fossero aperte. Ma la polizia non rispose. Invece, secondo i resoconti delle sopravvissute, i poliziotti schernirono le ragazze chiamandole “puttane” e dicendo che se erano state tanto coraggiose da cercare di scappare la notte prima, avrebbero dovuto essere abbastanza coraggiose da sopportare le fiamme. Successivamente, i poliziotti hanno dichiarato di non aver aperto le porte perché non riuscivano a trovare le chiavi. (…)”

Rebeca ha spiegato che ciò ha cambiato completamente il significato dell’8 marzo per il Guatemala. E pur ritenendo lo stato responsabile per il massacro delle ragazze, ci tiene a sottolineare che la maggioranza delle aggressioni le donne le ricevono per mano dei loro fidanzati, compagni, mariti, padri, fratelli: “Ogni mese (in Guatemala) 62 donne muoiono di morte violenta. Ciò significa 15 donne a settimana. L’anno scorso ci sono 739 morti violente. Quest’anno, contando solo sino alla fine di settembre, le donne uccise sono state 588: 373 per colpi d’arma da fuoco, 144 strangolate, 63 uccise a coltellate. Otto donne sono state smembrate e 1.034 ragazzine minori di 14 anni sono state stuprate e lasciate incinte, impossibilitate a ottenere un aborto legale.”

Rebeca Lane è una femminista visibile e molto attiva in un ambiente ostile verso le donne e verso chi difende i diritti umani. Sa che rischia la vita, ma non vede altra opzione se non continuare: “Mi sento in pericolo, certo. Ma in Guatemala è facilissimo essere uccise in qualunque modo. Preferisco almeno testimoniare, piuttosto che non fare niente.” E lo mette in musica con queste parole: “Io voglio vivere, non sopravvivere. Voglio uscire per le strade senza aver la sensazione di dovermi difendere, voglio sentire che le tue parole non possono offendermi e le tue armi non possono attaccarmi. Voglio costruire un paese che mi permetta di ridere, sorridere, sognare, cantare, ballare, vivere.”

Maria G. Di Rienzo

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(“The Girl Who Was Afraid to Be” – “La ragazza che aveva paura di esistere”, di Nikita Gill – in immagine – giovane poeta femminista contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. Nikita è indiana-inglese.)

nikita gill

Lei mi parla con affetto di passioni e talenti,

chitarre e stelle,

poi si trattiene di colpo

e si scusa per aver parlato del tutto.

Questo perché in qualche punto della sua vita,

qualcuno che lei amava le ha spezzato il cuore

ignorando le sue bellissime parole

e dicendole di

chiudere il becco,

di contenersi,

che non importa a nessuno.

Le persone non nascono tristi.

Siamo noi a renderle tali.

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jacinda

Jacinda Ardern, 37 anni – in immagine – è stata eletta capo di governo della Nuova Zelanda il 26 ottobre 2017. Fa parte del Partito Laburista (socialdemocratico) ed è la più giovane fra i Primi Ministri di tutto il mondo.

La scorsa settimana partecipava al summit per l’Asia Orientale in Vietnam. C’era anche il Presidente degli Usa Trump e sebbene i due si fossero già parlati al telefono quella era la prima volta in cui si incontravano. Così Jacinda ha riportato la scena ai giornali:

“Stavo aspettando di uscire per essere presentata al pranzo di gala del summit, dove tutti sfilavamo, e durante l’attesa Trump si è messo a scherzare con la persona che aveva vicino: gli ha battuto sulla spalla, ha puntato il dito verso di me e ha detto: “Questa signora ha causato un bel po’ di scombussolamento nel suo paese.”, riferendosi alle elezioni, e io ho risposto: “Be’, via, magari forse al 40%.” Allora lui ha ripetuto la frase e io ho detto ridendo: “La sa una cosa, nessuno è sceso nelle strade a protestare quando sono stata eletta io.”

Come ricorderete, le donne invece chiamarono alla mobilitazione (Women’s March) non appena Donald Trump fu eletto e non marciarono solo nelle strade statunitensi, perché la protesta si allargò all’intero pianeta. Per inciso, Jacinda Ardern stessa partecipò alla protesta, nella città neozelandese di Auckland.

Maria G. Di Rienzo

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