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Posts Tagged ‘giovani’

brunna mancuso 2

Sapete già che non ho la televisione (decisione assai annosa grazie alla quale il mio fegato funziona bene e la mia pressione sanguigna è perfetta) per cui, per capire meglio cosa fosse “Il Collegio” ho dovuto leggere qualche recensione: ne escono frasi chiave quali “lezioni di breakdance e di aerobica” e “docente di innegabile bellezza cosa che non lascia indifferenti i maschi della classe” (così, senza virgola, tanto siamo a scuola). Lo scenario d’insieme mi è quindi chiaro.

Il motivo per cui mi sono informata vi è probabilmente già noto: si tratta della situazione in cui si trova una delle giovanissime attrici, la sedicenne Mariana Aresta, alla quale il padre ha detto di andarsene dall’abitazione familiare dopo che lei aveva messo online una fotografia che la ritrae assieme alla sua ragazza Erica.

“Ci tengo a precisare che mi è venuta contro tutta la famiglia – ha scritto il giorno dopo aver reso pubblico il fatto – eccetto mia madre che riteneva che avrei potuto evitare tutto questo non postando quella foto, ma che è comunque rimasta dalla mia parte, pertanto anche lei è stata “cacciata” di casa.” Il motivo per cui non la vogliono più accanto le è stato spiegato così: “Mi hanno detto che non sono normale”. La ragazza scrive anche che se ne andrà ma che non intende cancellare l’immagine in questione dalla sua pagina Instagram.

Il punto in effetti, come per infinite altre storie simili, non è che Mariana sia lesbica ma che lo abbia tranquillamente reso pubblico. Essere omosessuali, maschi e femmine, è del tutto normale e lo sa persino chi strepita su inesistenti malattie e cure e preghiere e conversioni coatte e complotti “giender”, ma dirlo produce un’incrinatura nella narrazione patriarcale che vuole donne e uomini inscatolati in comportamenti prefissati e prescrittivi: è questo che non va bene, giacché mette in discussione assetti di potere.

Quando una ragazza o una donna affermano apertamente “Sono lesbica” stanno implicitamente dicendo che non hanno bisogno di un uomo nella loro vita, che non è un uomo a definire quel che sono e quel che fanno – e questo per i parecchi maschi che si percepiscono come ombelico dell’universo è davvero incomprensibile e inaccettabile. L’unico spazio che la misoginia del patriarcato riserva alle donne omosessuali è quello della pornografia a uso e consumo maschile: se non ti piace, allora devi tenere la cosa nascosta e privata, non “vantartene”, non “urlarlo dalla finestra” eccetera, perché non desiderare uomini a livello affettivo e sessuale è in tale quadro vergognoso e anormale.

“Possono dei genitori abbandonare un figlio?”, si è chiesta anche la ragazza. No, Mariana, legalmente non è così semplice come la mette tuo padre – non mi piaci, perciò te ne vai da casa mia, perché sei minorenne e secondo il Codice Civile ambo i tuoi genitori hanno responsabilità nei tuoi confronti, da esercitare “di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio”. Ma al di là delle opzioni legali (come l’emancipazione) che puoi discutere con un avvocato o meglio ancora con ArciLesbica (dove troverai giovani e non che hanno percorso la tua stessa strada), pur con la massima comprensione per la sofferenza che patisci di fronte al rigetto dei tuoi familiari e con tutto il rispetto per le tue scelte, vorrei chiederti di riflettere sulle modalità che hai usato per dire al mondo “Non so più cosa fare, aiuto”.

Lo scatto perfetto del tuo volto con gli occhi pieni di lacrime e le ciglia arrotolate dal rimmel che stava sopra questa frase è congruente con la “dittatura dell’immagine” che funge, assieme ad altre cose ma con peso notevole, da palla al piede per la libertà delle donne e che si manifesta anche nello show a cui partecipi. Quando starai un po’ meglio e avrai ritrovato una dimensione più serena e stabile in cui vivere, pensaci su. La cosa più inutile che puoi fare è stringere le catene in cui vogliono metterti con le tue stesse mani.

Maria G. Di Rienzo

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… noi no. “Bastia Umbra: «Il mio compagno mi ha ridotto così divertendosi». Giovane posta su Fb le foto degli abusi”

bastia

“Una storia agghiacciante di violenza sulle donne” è l’incipit preferito degli articoli al proposito. Poi ci dicono che le indagini da parte dei carabinieri sono in corso “per definire meglio i contorni dell’assurda vicenda di violenza su giovane una donna”. Lasciamo da parte i commenti che oscillano fra superficialità e connivenza – ormai le trovo insopportabilmente disgustose entrambe – e concentriamoci sulla supposta “assurdità” dell’accaduto.

Stando al vocabolario, assurdo è qualcosa che se riferito a fatti reali li indica come “quasi incredibili per la loro stranezza o eccezionalità”: basta continuare a scorrere o sfogliare le pagine dei giornali che riportano la notizia il 6 dicembre u.s. per accorgersi che non è così.

Narcotizza la moglie con un potente sonnifero e la violenta

“(…) Ad avviare l’inchiesta la denuncia sporta dalla vittima, che ha raccontato come il marito, fin dall’inizio della loro convivenza, nel 2005, l’avesse sottoposta a maltrattamenti fisici e morali.”, “Nell’ultimo periodo inoltre, l’indagato avrebbe anche minacciato la donna di pubblicare in rete video intimi che la ritraevano.”

Violentata a 11 anni davanti al centro commerciale, la bambina in lacrime: «Mi hanno fatto male»

“(…) costretta con la forza da due adolescenti di 15 e 16 anni a compiere atti sessuali”, “(…) le sarebbe arrivato un messaggio su WhatsApp con l’invito ad andare nella zona dove ci sono le giostre per i bambini. Lucia ci è andata, si è fidata, ma quel giovanotto non era da solo, era con un altro ragazzo. Prima le avance sessuali, alle quali la bambina si sarebbe sottratta, poi la violenza da parte di entrambi.”

Stuprata dal branco a 13 anni e costretta a emigrare al Nord, il papà: «Tutto il paese contro di me»

“(…) abusi ripetuti, andati avanti per due anni”, “I cinque condannati in primo grado (…) andavano a prendere la ragazzina da scuola, si appartavano con lei e la violentavano (…) ora sono in libertà in attesa del processo d’appello”, “Sono andato dal padre di uno di loro, che aveva 17 anni all’epoca: mi ha detto che mia figlia si era fatta una brutta nomea in paese. Altri mi dissero che non dovevo denunciare. Era come se mia figlia si fosse meritata quella violenza.”

Segregata e abusata nel pollaio dal cognato per un mese. Fugge nei boschi e riesce a chiedere aiuto

“Con l’inganno l’aveva fatta entrare in un pollaio dove l’aveva picchiava violentemente, anche utilizzando un tubo di plastica e l’aveva legata ad una branda metallica perché non scappasse. La donna veniva slegata solo un paio di volte al giorno perché si alimentasse, di solito con acqua e biscotti.”

Potrei continuare, ma mi sembra sufficiente: una violenza contro donne e bambine che si ripete quotidianamente, feroce e pervasiva, non può in alcun modo essere classificata come occasionale, strana, eccezionale. L’Italia ha quindi un problema grave ancora non affrontato in maniera corretta e la responsabilità dei media nell’aggravare la questione è assai pesante.

Cosa credete che circondi i pezzi di cui ho riportato sopra titoli e alcuni brani? Cose di questo tipo:

“Scatto hot – Elisabetta Canalis nuda tenta di coprirsi solo con le mani, ma non basta”, oppure “Il sito di incontri preferito dalle donne italiane” (il tutto corredato da immagini di corpi femminili seminudi e sdraiati).

L’oggettivazione è un motore e un alimentatore della violenza. Lo stiamo dicendo da decenni, è un’affermazione comprovata da una tonnellata di studi al proposito e l’Italia ha firmato dozzine di protocolli internazionali in cui si impegna a contrastarla. Un oggetto lo usi, lo compri, lo rompi a tuo piacimento. Suggerire di continuo che le donne sono solo “cose” da usare a scopo sessuale fa sì che picchiarle, stuprarle, sequestrarle, legarle a un letto in un pollaio diventino azioni “normali” nella mente di chi le compie.

Negli stessi giorni in cui la giovane di Bastia Umbra mostra come il suo compagno si “diverte” a massacrarla, abbiamo sulla stampa la descrizione di Nilde Iotti – partigiana, donna politica e prima presidente della Camera di sesso femminile che ha segnato un’epoca nel nostro Paese – come “emiliana simpatica e prosperosa, come solo sanno esserlo le donne emiliane. Grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna” e dell’attrice Anna Foglietta che l’ha interpretata in uno sceneggiato televisivo come “una romana bella e soda, chiamata a interpretare la più soda presidentessa della Camera”. Le vite e le storie di entrambe sono ridotte a zero dal sessismo e dall’oggettivazione. Sode, brave a letto, e poi ti preparano anche lo zabaione: ecco come devono essere le donne per l’autore di questa idiozia e per il suo giornale (“Libero” – da neuroni superflui che indurrebbero la riflessione): strumenti a servizio degli uomini. I quali, ne deriva logicamente, possono quindi farne quel che a loro pare.

E abbiamo anche il cantante Cremonini con il suo ultimo singolo “Giovane Stupida”: i giornalisti ci spiegano che costui “scherza sul rapporto con la sua ragazza, definendola appunto, in maniera affettuosa, “giovane e stupida”. Aggettivi non graditi da alcuni utenti di Twitter, che hanno tacciato di maschilismo anche un altro verso: Complicazioni sentimentali: è più facile guardarti il culo mentre ti allontani“.

La ragazza in questione ha 21 anni, il signore quasi 40 – un’età in cui per gli uomini, soprattutto quelli ricchi, diventa difficile avere relazioni con coetanee: spesso infatti queste ultime “incitano con la parità e fanno andare l’uomo fuori di testa. Si permettono di dire delle cose, volere, pretendere” (https://lunanuvola.wordpress.com/2019/12/01/padroni-e-serve/) e in più i loro culi potrebbero aver perso vigore. Meglio stare con una che potrebbe essere tua figlia, così le natiche che guardi sono fresche (le tue no) e salvaguardi il tuo miserabile senso di superiorità definendola (affettuosamente, scherzando, ci mancherebbe) “giovane e stupida”.

Davvero, com’è che qualcuno accusa e taccia di maschilismo il sublime parto artistico di questo tizio? Meno male, dicono ancora i “giornalisti” che “l’esercito dei suoi fan è pronto a difenderlo”…

La risposta migliore la dà in un tweet Simona Urso (che non conosco e che ringrazio per averla potuta citare): A me piace uno più vecchio di me di 10 anni. Mo’ gli scrivo la canzone “Vecchio rincoglionito”. Chissà se funziona.

Maria G. Di Rienzo

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portrait of a lady on fire

Ancora oggi, per molti critici e opinionisti e sedicenti studiosi è difficile accettare che le persone omosessuali siano sempre esistite. Quando le vicende relative a un personaggio storico rivelano senz’ombra di dubbio una relazione con un individuo del suo stesso sesso, costoro fanno salti mortali per descriverla come “amicizia” con l’aggiunta di precisazioni che dovrebbero escludere vi sia implicato l’amore – riservato alle coppie eterosessuali – per cui saltano fuori descrizioni del tipo amicizia “romantica”, “forte”, “stretta”, “esclusiva” ecc.

Stracciare questo fondale è uno dei motivi che rendono importante il film francese “Portrait de la jeune fille en feu” – “Ritratto della giovane in fiamme”, vincitore della “Palma Queer” a Cannes e che in Italia sarà nelle sale il 19 dicembre 2019.

Diretto da Céline Sciamma, ha come protagoniste Noémie Merlant nel ruolo della pittrice Marianne e Adèle Haenel nel ruolo di Héloïse, la giovane del titolo (in immagine sopra). Siamo in Bretagna, nel 1760, ove Marianne è ingaggiata dalla madre di una giovane nobile appena uscita dal convento affinché dipinga segretamente un ritratto di costei: il quadro sarà poi inviato al suo pretendente a Milano. La realizzazione del dipinto era stata commissionata in precedenza a un altro artista che aveva rinunciato a causa della inflessibile resistenza di Héloïse, che non vuol essere ritratta e soprattutto non vuole sposarsi. Perciò, Marianne le è presentata ufficialmente come dama di compagnia: deve osservarla durante il giorno e dipingerla la notte.

Nel mentre la loro intimità cresce, cresce anche l’attrazione reciproca. Marianne, dapprima mera spettatrice degli slanci della giovane verso la libertà, gradualmente li condivide e ne diventa partecipe e complice. Una volta conosciuta la verità sul lavoro affidato all’artista, Héloïse accetta di posare ma quel quadro è anche una sorta di data di scadenza imposta alla relazione fra le due.

Il fuoco simbolico del titolo si concretizza più volte nella vicenda: per esempio quando la gonna di Héloïse si incendia durante una danza notturna con altre donne attorno a un falò, o quando Marianne brucia la prima versione del dipinto dopo aver ascoltato le critiche di Héloïse, ma è dall’ardore con cui quest’ultima vuol essere padrona della propria vita che scaturisce la decisione dell’artista di nominare il quadro come “Ritratto della giovane in fiamme”.

Maria G. Di Rienzo

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In prossimità della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne – 25 novembre – i quotidiani italiani commentano i dati forniti dalla polizia. I titoli sono più o meno di questo tipo: “Violenza sulle donne, una vittima ogni 15 minuti, 88 al giorno”, gli occhielli spiegano che “Vittime e carnefici sono italiani nell’80 per cento dei casi” (Salvini non ha commentato), negli incipit è assai frequente il termine “dati agghiaccianti” (ma in realtà, come vedremo, non si agghiaccia nessuno) e le illustrazioni sono le solite (schifezze): modella incastrata in un angolo in posizione fetale e in primo piano braccio di un uomo con la mano stretta a pugno; modella che alza un braccio con la mano aperta e distoglie il volto, ecc.

Il rapporto della polizia di stato fotografa una situazione che appare insuscettibile di mutamento: “Senza distinzione di latitudine, l’aumento di vittime di reato di sesso femminile è lo stesso in Piemonte come in Sicilia.”, di queste “Il 36% subisce maltrattamenti, il 27% stalking, il 9% violenza sessuale e il 16% percosse.”, “L′82% delle volte chi fa violenza su una donna non deve introdursi con violenza nell’abitazione, ha le chiavi di casa o lei gli si apre la porta: è infatti quasi sempre il compagno o un conoscente.”, “Il femminicidio è rimasto praticamente stabile ma è un dato che preoccupa a fronte del fatto che, nello stesso periodo, gli omicidi con vittime di sesso maschile sono diminuiti del 50 per cento.”

“Unico dato consolante del report – spiegano gli articoli – è la maggiore coscienza dei delitti subiti, una rinnovata propensione e fiducia nel denunciare: è aumentato, insomma, il numero di vittime che considerano gli atti violenti subiti un reato.” E questi stessi articoli sono circondati, ovviamente e purtroppo, da altri pezzi con titoli del tipo: “Stupra la moglie con gli amici prima della separazione. Arrestato 40enne nel lecchese – L’uomo è accusato anche di lesioni nei confronti del figlio minorenne” o “Torino, perseguita la ex: stalker arrestato due volte in 4 mesi – L’uomo è finito in manette perché, 10 giorni dopo la scarcerazione, è tornato a perseguitare la ex moglie”.

Le vittime hanno più consapevolezza di star subendo un torto, quindi, ma ai perpetratori non è arrivato un milligrammo di coscienza in più: perché a loro la società nel suo complesso non sta inviando messaggi diversi dal solito, solito sintetizzabile in “le donne sono tutte troie, false e vittimiste, provocano la violenza e poi denunciano per incastrare gli uomini e spillare loro soldi”.

In cronaca, attualmente, c’è anche questo:

“La Corte di Isleworth ha deciso: sette anni e mezzo di carcere per Nando Orlando, 25 anni, napoletano, e Lorenzo Costanzo, il suo amico bolognese di 26 anni, accusati di aver abusato di una ragazza australiana, in una stanzetta all’interno di una discoteca londinese, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2017”.

https://lunanuvola.wordpress.com/2019/10/17/cosa-ci-vuole/

La giovane donna in questione, reitero per chi non ha voglia di andare al link, ha dovuto essere operata per le lesioni subite durante… un frizzante rapporto occasionale e del tutto consensuale con due aitanti sconosciuti:

“Nando e Lorenzo non si erano accorti che quella ragazza era ubriaca, li aveva provocati mentre ballava, segnale chiaro – secondo l’avvocato Maurizio Capozzo – che ci stava.”

Non occorre che una donna dica, basta che segnali. Questo è il “consenso secondo Capozzo et al.”: l’interpretazione delle segnalazioni è demandata ai maschi di turno ed è pertanto incontestabile.

Ma non basta. Per Nando Orlando, nella natia Napoli, è subito partita “la mobilitazione tra gli amici” che “hanno organizzato una vera e propria catena di solidarietà” inviando a centinaia di persone messaggi su Whatsapp con la richiesta di inviare mail ai giudici inglesi.

“Sarai sicuramente a conoscenza dell’ingiustizia della quale è rimasto vittima, – scrivono gli amici – di conseguenza ti vorrei chiedere di scrivere una mail per spiegare come lo conosci, che tipo di persona è, e soprattutto che non fa uso di droga o abuso di alcol.” Altri suggerimenti includono il descrivere “il suo comportamento (da gentiluomo) nei locali notturni” e il sottolineare “l’impatto negativo” del carcere sul futuro di questo irreprensibile giovanotto “che ha sempre studiato”.

A me gli amici di Nando “agghiacciano” più delle percentuali del rapporto citato all’inizio. Il pensiero della sofferenza della ragazza non li sfiora neppure. Come la vicenda avrà impatto sul futuro di lei è per loro irrilevante. L’essere stata stuprata diventa un’ingiustizia subita dai suoi stupratori. La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. (1984, George Orwell)

Voi capite, vero, perché a breve quei dati – una vittima ogni 15 minuti, 88 al giorno – non cambieranno?

Maria G. Di Rienzo

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born 1982

“Kim Ji-young, nata nel 1982” è davvero un film da record – e non solo perché nella natia Corea del Sud, il 27 ottobre, ha superato il milione di spettatori cinque giorni dopo la sua uscita nei cinema.

Il romanzo del 2016 di Cho Nam-joo, da cui è tratto, è un best seller in Corea, Giappone e Cina – ne sono state stampate oltre un milione e duecentomila copie – e i diritti per la pubblicazione sono stati venduti ad altri 16 Paesi. Il film ha collezionato però ulteriori primati:

– ha ricevuto migliaia di recensioni negative prima di essere proiettato;

– una petizione è stata inviata al Presidente coreano affinché ne vietasse l’uscita;

– l’attrice che interpreta il personaggio principale, Jung Yu-mi, è stata inondata online di commenti odiosi e insultanti (che in misura minore non hanno risparmiato il resto di cast and crew);

– allo stesso modo sono state assalite attrici e personalità che avevano solo attestato sui propri social media di aver letto il libro.

Vi state chiedendo cosa diamine succede di così terribile e controverso in questa storia e io ve lo dico: niente. O meglio, niente che non vediate all’opera tutti i giorni in termini di sessismo. Kim Ji-young è uno dei nomi più comuni in Corea, da noi potremmo tradurlo come Maria Rossi e gli anglosassoni come Jane Doe o Jane Smith. L’Autrice dà con tale scelta la prima precisa indicazione di quanto la storia sia generalizzabile: la piccola Ji-young nasce e sua madre si scusa per aver messo al mondo una femmina; ad ogni stadio successivo della sua vita – va a scuola, trova un lavoro, si sposa, ha una figlia – subisce discriminazioni di genere più o meno violente.

Come tutte noi cerca dapprima di capire e adattarsi, come a moltissime di noi le è stato detto che ora le donne, se si impegnano abbastanza e studiano e sgobbano, possono fare tutto: ma per esempio sempre guadagnandoci meno, intendiamoci. Le donne coreane soffrono un gap salariale assurdo (63% in meno degli uomini) e la nazione è stimata una delle peggiori al mondo per le lavoratrici.

Nel libro la voce narrante non è quella della trentenne Ji-young, ma quella dello psichiatra maschio da cui è finita in terapia… perché la sua ribellione a una società profondamente patriarcale e quindi profondamente ingiusta ha preso una forma singolare: la giovane donna sembra “posseduta” dagli spiriti della madre scomparsa, della sorella maggiore, di diverse donne con cui è in relazione.

Per sua bocca, intere generazioni chiedono ragione del trattamento subito – e giustizia. E’ questo ad aver mandato fuori di zucca gli odiatori coreani. E’ una cosa – aspettate, tratteniamo il fiato, corazziamoci, teniamoci alle sedie – FEMMINISTA! Aaargh!

Ai loro assalti il protagonista maschile, l’attore Gong Yoo,

(https://lunanuvola.wordpress.com/2017/01/18/goblin)

ha semplicemente risposto di aver accettato il ruolo perché leggendo la sceneggiatura era scoppiato più volte in lacrime: e tale lettura, ha ribadito, ha rinforzato il suo desiderio di essere un figlio migliore per sua madre.

cho nam-joo

Cho Nam-joo (in immagine sopra), grazie e congratulazioni. Hai fatto uno splendido lavoro, maledetta strega femminista, sorella nostra.

Maria G. Di Rienzo

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Cosa ci vuole alla classe politica e alla società civile italiane per riconoscere non solo di avere un problema con la violenza di genere, ma di contribuire alla sua gravità fomentandolo, sminuendolo, ridicolizzandolo, giustificandolo e persino esaltandolo?

Pesco a caso dalla cronaca di ieri 16 ottobre 2019, infarcita come ogni singolo giorno di episodi di violenza contro donne e bambine:

“Londra, due italiani condannati per stupro: in un video gli studenti ridevano dopo la violenza”

Ho visto il video. Lorenzo Costanzo e Ferdinando Orlando – 25 e 26 anni – si scambiano un “high five” e si abbracciano dopo aver lasciato una coetanea priva di sensi in un club di Soho. Lei era ubriaca e lo stupro perpetrato nello sgabuzzino del locale le ha inflitto lesioni tali da dover essere sottoposta a intervento chirurgico. Secondo i giornali i due amici avrebbero anche ripreso le loro gesta con i telefonini. Ai giudici hanno detto la solita solfa: “lei era consenziente” – e, non detto ma evidente, come tutte le donne era una troia masochista a cui dev’essere piaciuto immensamente essere lacerata da italici maschioni: dopotutto la violenza estrema rivolta alle donne è il fulcro principale dell’odierna pornografia, che purtroppo è a sua volta il mezzo principale con cui i giovanissimi e i giovani si fanno un’idea di cosa sia la sessualità.

Alle donne piace, quindi, ma gli uomini patiscono molto (probabilmente a causa della dittatura femminazista che impera sul mondo): “Non mi aspettavo una cosa del genere, provo un’enorme sofferenza – ha dichiarato il padre di uno dei due studenti – Vedo soffrire mio figlio per una vicenda che alla base non ha alcuna prova evidente.” A chiosa, i giornalisti aggiungono che la ragazza era troppo strafatta di alcolici per riconoscere senz’ombra di dubbio gli aggressori. Così, un corpo di donna macellato (ma solo un po’, via), video e dichiarazioni degli imputati al processo non bastano: tutti conosciamo ormai le statistiche diffuse da una serie di istituti che vanno dalle Nazioni Unite all’Istat, sappiamo che la violenza di genere è una pandemia e che nessuna nazione ne è immune, leggiamo ogni giorno di vicende efferate e ancora continuiamo a discutere comportamenti e abitudini e tipologia corporea e grado di appetibilità sessuale delle vittime, mettendo sistematicamente in dubbio le loro testimonianze e la loro credibilità – perché un uomo che violenta in fondo non è colpevole di nulla… lei ci stava, lo provocava, a lei piaceva, lei è stata imprudente, lei è stata sconsiderata, non poteva tirarsi indietro all’ultimo momento e così via.

“Pesaro, palpeggia una ragazzina in piazza Puccini. Arrestato.”

Anche qui sono in due e sono italiani (lo specifico in caso mi leggessero per sbaglio i fan di Salvini). Il primo, quarantenne, aggredisce sessualmente una ragazza di 14 anni – a lui perfetta sconosciuta – e il secondo gli fa da palo e da padrino manzoniano minacciando gli amici / le amiche di lei che protestavano.

Cosa fa credere a questi signori, e agli studenti di cui sopra, di essere autorizzati a servirsi della prima femmina che vedono? In primo luogo, il fatto che la violenza di genere è normalizzata e si riproduce grazie a regole sociali: gli stereotipi, le attitudini e le diseguaglianze che riguardano le donne in generale. La violenza sessuale è un derivato diretto della violenza strutturale che consiste nella subordinazione delle donne nella vita sociale, politica ed economica. Tradotto in pratica, costoro sentono di non star facendo nulla che non sia lecito e persino prescrittivo per i “veri” uomini. In secondo luogo, l’esposizione continua alla violenza e alle sue giustificazioni rende gli individui più propensi ad usarla, ad avere comportamenti cronicamente aggressivi e convincimenti che normalizzano e persino romanticizzano le violenza stessa. E’ quest’ultimo il caso del titolo n. 3:

Adria, interrogato dai giudici il marito strangolatore – Lui è in cura per la tossicodipendenza da eroina, la moglie è ancora gravissima.”

I due hanno una figlioletta di quattro anni, la donna ha alte probabilità di morire a 23: lui la sospettava di infedeltà e inoltre, spiegano i quotidiani, “non ha l’atteggiamento di chi vuol negare l’accaduto: ha di fatto ammesso di aver messo le mani al collo alla moglie in preda ad un raptus di gelosia che però potrebbe costare la vita alla giovane cameriera e madre della loro bambina.” Come possiamo ritenerlo responsabile di un tentato omicidio, andiamo, che sua moglie possa morire sembra un semplice effetto collaterale del romanticismo se continuate a leggere: “Quando si è avvicinato alla moglie per chiederle un ultimo abbraccio le avrebbe detto di essersi reso conto che il loro rapporto era finito ma le ha detto che l’amava ancora, che l’avrebbe amata per sempre. Poi ad un tratto, qualche istante dopo, avrebbe aggiunto che nessuno mai l’avrebbe avuta se non avesse potuto più averla lui. Quindi le ha stretto le mani intorno al collo e l’ha lasciata esanime sul pavimento. (…) Quando la ragazza è stata portata via con l’ambulanza, stando al cognato, il marito si sarebbe messo a piangere.”

Una triste storia d’amore, insomma, basata però solo sulla testimonianza di lui – ed è il fatto che sia un lui a renderla immediatamente verosimile: pensate, aveva quasi tentato il suicidio e poi ha persino pianto. Maledetto raptus, cos’hai fatto a quest’uomo innocente? Qua nessuno scandaglia la sua vita privata con il setaccio per sminuirne la credibilità; negli articoli al riguardo persino il fatto che sia tossicodipendente è usato come una scusante. Se invece è lei a essere intossicata (come nel caso della ragazza londinese) be’, se l’è andata a cercare.

La nostra società non ha solo normalizzato la violenza maschile: l’ha resa romantica, erotica ed eroica. La propone ossessivamente come strategia per risolvere i problemi (non pochi politici italiani hanno pesanti responsabilità in questo), la spande a palate nei prodotti televisivi e cinematografici, la spaccia come ingrediente innato e imprescindibile della mascolinità, e poi casca dalle nuvole quando vengono alla luce le “chat dell’orrore” gestite e usate da minorenni.

The shoah party: scambiavano video a luci rosse, immagini pedopornografiche, scritte inneggianti a Adolf Hitler, Benito Mussolini, all’Isis e postavano frasi choc contro migranti ed ebrei.”

Ragazzi, fra gestori e utenti della chat vanno dai 13 ai 19 anni ma sono in maggioranza minorenni che “normalmente non si conoscevano tra di loro ma che condividevano l’inconfessabile segreto di provar gusto in maniera più o meno consapevole nell’osservare quelle immagini di orribili violenze: una neonata di nemmeno un anno seviziata da un adulto, oppure una bambina dall’apparente età di 11 anni mentre fa sesso con due ragazzini, forse di poco più grandi di lei.”

La Procura parla di: “detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali”. Se la madre di un tredicenne non avesse scoperto la pedopornografia sul cellulare del figlio e non avesse denunciato, le “scene di una brutalità inenarrabile” avrebbero continuato spensieratamente a circolare. “Abissi di degrado”, tuonano i giornalisti. E’ la “non tanto nuova quotidianità”, rispondo io: dalle cosiddette micro-aggressioni (commenti sessisti / sessualizzati, prese in giro sessiste /sessualizzate, interruzioni aggressive, appropriazione di voci e idee) alle palpate sui mezzi di trasporto e nei luoghi pubblici, dagli assalti nei locali e nelle case allo stupro e all’omicidio – dalla culla alla tomba, passando per il pc e il cellulare, bambine ragazze e donne sono i bersagli privilegiati. La violenza circonda e nutre di veleno maschi e femmine, è nel linguaggio che usiamo, negli “scherzi” (ironia, ironia, e fatevela una risata ogni tanto, prima che la violenza distrugga le vostre vite), nei messaggi dei media che oggettivano le donne e nelle norme di genere che imponiamo proprio a maschi e femmine, tanto per rendere infelici le esistenze di tutti.

La frequente esposizione alla violenza produce un adattamento emotivo: diventa qualcosa di abituale, di “normale”, e l’osservarla è lungi dal fornire uno sfogo mediante aggressioni “simboliche” (che però per chi le subisce nei video sono maledettamente reali): tutte le ricerche effettuate finora dicono l’esatto contrario e cioè che l’esposizione ripetuta alla violenza tende a facilitare l’espressione della stessa. Se poi la violenza è socialmente legata ai concetti di mascolinità, forza, vittoria, sesso, ecc. è inevitabile che spunti di continuo in ogni nostra interazione sociale. Questo è il vero abisso di degradazione collettiva che dobbiamo trasformare e superare.

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Nadiya

L’immagine ritrae la 34enne Nadiya Hussain, originaria del Bangladesh, una delle chef più note in Gran Bretagna. Questa settimana esce la sua autobiografia “Finding My Voice”, il decimo libro che ha scritto in soli tre anni. E’ un testo particolare perché dà conto della violenza sessuale che Nadiya subì a cinque anni, da parte di un amico di un familiare, e di cui ha parlato ai suoi parenti solo di recente. L’abuso le ha lasciato uno strascico di problemi di salute mentale che si è trascinato sino ai giorni nostri, nel mentre lottava per trovare la propria voce e il proprio posto partendo da una posizione scomoda per chiunque, in qualsiasi paese e classe sociale: essere nata femmina.

Quando Nadiya venne al mondo, suo padre ne fu così deluso da urlare “bastarda” alla moglie che aveva appena partorito: “Perciò, io spesso pensavo Non piaccio ai miei genitori perché sono una femmina… Nella nostra società, una bambina è un fardello. Io ho deciso di crescere i miei figli, due maschi e una femmina, in modo diverso, trattandoli esattamente alla pari.”

Nel condividere la sua storia di sofferenza e resistenza tramite il libro, Nadiya spera di raggiungere bambine e ragazze che attraversano le stesse traversie e di incoraggiarle a parlarne: “Se non avessi menzionato l’abuso sessuale sarei stata parte del problema, e non parte della soluzione. Accade continuamente e non ne stiamo parlando. Io sono privilegiata perché sono sotto i riflettori, ma a cosa serve questo se non ne faccio niente di utile?”

Così, Nadiya Hussain invia a tutte voi giovani donne là fuori il suo “mantra”, augurandosi che lo seguirete: “Spingerò i gomiti in fuori e mi farò spazio”.

Maria G. Di Rienzo

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