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Archive for the ‘Mondopoli (giochiamo a)’ Category

“Voglio dire alle ragazze, a cui si insegna la paura: voi siete nate libere e siete nate coraggiose. Voi siete nate libere e libere dovete vivere.” Maria Toorpakai, in immagine.

Maria Smiling

Maria è la protagonista del documentario “Girl Unbound: the war to be her” – “Ragazza Slegata (o Senza Limiti): la guerra per essere lei”, presente la settimana scorsa al festival cinematografico di Human Rights Watch a Londra. Potete vedere il trailer qui:

https://www.youtube.com/watch?v=i_BFUMoDjRM

Maria e la sua famiglia vivono in Pakistan in una regione, il Waziristan, controllata dai talebani. Per poter praticare sport, nello specifico lo squash, che i talebani proibiscono alle donne, Maria si finge un maschio con l’aiuto del padre. La copertura regge sino a che Maria, con i suoi eccezionali risultati, diventa un’atleta professionista: non appena il suo genere viene rivelato lei e la sua famiglia sono soggetti a costanti minacce di morte e la giovane è costretta a fuggire all’estero, dove comunque rappresenta il Pakistan in tornei internazionali. Ma non intende rinunciare alla possibilità di dar forma liberamente alla propria identità e al proprio destino nel paese in cui è nata…

Ania Ostrowska, per “The F Word”, ha intervistato il 13 marzo u.s la regista del documentario Erin Heidenreich: “Si sarebbe potuto fare un film anche su suo padre, che ha un passato davvero interessante, o su sua sorella Ayesha che è un’attivista politica, ma penso sia più facile per il pubblico collegarsi alla storia di Maria, che ha un carattere di universalità. – dice la regista – La cosa mi è diventata chiara la prima volta in cui sono andata in Pakistan a incontrare la sua famiglia. Una famiglia che appare e agisce in modi così diversi dalla mia, o da molte famiglie occidentali, e che ha alcune delle idee più progressiste che ci siano. Perciò ho pensato: con questo si può entrare in relazione ovunque. Era importante, per me, non solo raccontare la storia di Maria ma fare in modo che essa attraversasse i confini, non volevo che il risultato per gli spettatori fosse “guarda quella famiglia che vive in quel paese così distante”. Ho lavorato al documentario per circa tre anni, seguendo Maria a Seul in Corea, Hong Kong e Toronto in Canada, e registrando i progressi del suo viaggio interiore. La cosa che mi ha veramente colpita, lavorando con lei, è il modo in cui ha distrutto coerentemente e costantemente gli stereotipi di genere in ogni momento della sua vita. E lo sta ancora facendo.” Maria G. Di Rienzo

Maria in auto con il padre

(Un’immagine dal documentario)

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(“Why a Feminist Foreign Policy Is Needed More Than Ever”, di Margot Wallström – in immagine – Ministra degli Esteri della Svezia, IPS – 7 marzo 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

margot wallstrom

Ultimamente, il mondo ha la tendenza a presentarsi in sfumature sempre più cupe. In molti luoghi la democrazia è messa in questione, i diritti delle donne sono minacciati e il sistema multilaterale che ci sono voluti decenni a costruire è indebolito.

Nessuna società è immune da contraccolpi, specialmente non in relazione al genere. C’è continuo bisogno di vigilanza e di persistente pressione affinché donne e bambine godano pienamente dei diritti umani.

Questo è il motivo per cui io, quando ho assunto la carica di Ministra degli Esteri oltre due anni fa, ho annunciato che la Svezia avrebbe seguito una politica estera femminista. Oggi, quella politica è più necessaria che mai.

Il mondo è lacerato da conflitti che sono forse i più complessi e difficili da risolvere che mai. Almeno metà dei conflitti si riaccende entro cinque anni. Oltre un miliardo e mezzo di persone vive in stati fragili e zone di conflitto.

Per poter rispondere a queste sfide globali, dobbiamo unire i punti e vedere cosa guida alla pace. Dobbiamo cambiare le nostre politiche da reattive a proattive, concentrandoci sul prevenire anziché sul rispondere. E la prevenzione non può mai avere successo senza il completo quadro di come determinate situazioni hanno impatto diverso su uomini, donne, bambini e bambine.

Applicare l’analisi di genere, rinforzare la raccolta di dati disaggregati per genere, migliorare l’obbligo dell’assunzione di responsabilità e portare le donne alle negoziazioni di pace e nella costruzione di pace sono le chiave per muoversi in avanti.

Gli studi mostrano che quando le analisi del conflitto includono aspetti di genere e le esperienze delle donne sono più efficienti. La crescita della violenza sessuale e di genere può per esempio essere un indicatore precoce del conflitto. Dobbiamo anche tenere presenti gli studi che mostrano una correlazione fra società basate sull’eguaglianza di genere e la pace.

L’eguaglianza di genere è materia fondamentale per i diritti umani, la democrazia e la giustizia sociale. Ma schiacciante evidenza ci mostra che è anche una precondizione per la crescita sostenibile, il benessere, la pace e la sicurezza. Aumentare l’eguaglianza di genere ha effetti positivi sulla sicurezza alimentare, sull’estremismo, sulla salute, sull’istruzione e numerose altre cruciali preoccupazioni globali.

Con la politica degli esteri femminista svedese, noi mettiamo in gioco tutti i nostri attrezzi di politica estera per l’eguaglianza di genere e applichiamo una sistematica prospettiva di genere in tutto quel che facciamo. E’ uno strumento analitico che serve a prendere decisioni informate. La politica estera femminista è un’agenda per il cambiamento che mira a aumentare i diritti, la rappresentanza e le risorse di tutte le donne e le bambine, basandosi sulla realtà in cui costoro vivono.

La rappresentanza sta al cuore della politica, poiché è un veicolo incredibilmente potente sia per il godimento di diritti sia per l’accesso alle risorse. Che si tratti di politica estera o nazionale, che si tratti della Svezia o di qualsiasi altro paese al mondo, noi vediamo che le donne sono ancora poco rappresentate nelle posizioni influenti in tutte le aree della società. Un processo decisionale non equamente rappresentativo ha più probabilità di fornire risultati discriminatori e non ottimali. Mettete le donne al tavolo sin dall’inizio e noterete che più istanze e prospettive vengono alla luce.

Anche quando si affrontano momenti scoraggianti per la politica mondiale, è importante ricordare che il cambiamento è possibile. La politica degli esteri femminista svedese crea una differenza concreta. Ogni giorno ambasciate, agenzie e dipartimenti implementano politiche basate sul contesto e sulla conoscenza in tutto il mondo. E sempre più paesi stanno comprendendo che l’eguaglianza di genere semplicemente ha senso.

Per menzionare alcuni esempi di come lavoriamo, la Svezia ha fornito grande sostegno al coinvolgimento delle donne nel processo di pace colombiano, assicurandosi che prospettive significative fossero presenti nel trattato di pace. Abbiamo anche creato una rete svedese di donne mediatrici per la pace, co-creato una rete equivalente nordica e abbiamo teso la mano verso altre nazioni e regioni per incoraggiarle a formare le loro proprie reti.

Assieme alla Corte penale internazionale e ai paesi partner, contrastiamo l’impunità per la violenza sessuale e di genere nei conflitti. Ci assicuriamo anche che gli attori del settore umanitario ricevano i nostri fondi solo se il loro lavoro è basato su dati disaggregati per genere. Le linee guida del governo sono state fornite all’Agenzia svedese per lo sviluppo e la cooperazione internazionali, contribuendo a rendere l’eguaglianza di genere il principale obiettivo in un crescente numero di suoi settori che si occupano di istanze specifiche. Questi sono solo alcuni esempi di come la nostra politica degli esteri femminista si traduce in pratica, facendo la differenza per donne e bambine in tutto il mondo.

Il femminismo è una componente di una visione moderna della politica globale, non un idealistico ritiro da essa. Concerne politiche intelligenti che includono intere popolazioni, usano tutti i potenziali a disposizione e non lasciano indietro nessuno/a. Il cambiamento è possibile, necessario e dovuto da lungo tempo.

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Il brano che segue proviene da un articolo più lungo e dettagliato di Anna Zobnina: “WOMEN, MIGRATION, AND PROSTITUTION IN EUROPE: NOT A SEX WORK STORY”, pubblicato da Dignity – Vol. 2 – Issue 1 – 2017, che potete leggere integralmente qui:

http://digitalcommons.uri.edu/dignity/vol2/iss1/1/

Anna Zobnina (in immagine) è la presidente della Rete Europea delle Donne Migranti, nonché una delle esperte dell’Istituto Europeo dell’Eguaglianza di Genere. E’ nata a San Pietroburgo in Russia e ha lavorato in precedenza come ricercatrice e analista per l’Istituto Mediterraneo degli Studi di Genere. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Anna Zobnina

Sin dall’inizio della più recente crisi umanitaria, a circa un milione di rifugiati è stato garantito asilo in Europa. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, nel 2016 oltre 360.000 profughi sono arrivati alle spiagge europee cercando rifugio. Di questa cifra, almeno 115.000 sono donne e bambine, incluse minori non accompagnate. Ciò che alcuni descrivono come una “crisi dei rifugiati” è, in molti modi, un fenomeno femminista: donne e le loro famiglie che scelgono la vita, la libertà e il benessere, opponendosi alla morte, all’oppressione e alla distruzione.

Tuttavia, l’Europa non è mai stata un luogo sicuro per le donne, in particolare per quelle che sono sole, povere e senza documenti. I campi profughi dominati dagli uomini, gestiti da personale dell’esercito e non equipaggiati con spazi divisi per sesso o materiale igienico di base per le donne, diventano velocemente ambienti altamente mascolinizzati dove la violenza sessuale e l’intimidazione delle donne proliferano. Di frequente le donne scompaiono dai campi profughi.

Come le appartenenti alla nostra rete riportano – ovvero le donne rifugiate stesse, che forniscono servizi nei campi – le richiedenti asilo hanno legittimamente paura di fare la doccia nelle strutture per ambo i sessi. Temono di essere molestate sessualmente e quando estranei che si fingono volontari dell’aiuto umanitario offrono loro di accedere a bagni in località “sicure” esterne al campo, le donne non tornano più. Sino a che una donna mancante non è stata identificata ufficialmente, è impossibile sapere se è stata trasportata altrove, se è riuscita a fuggire o se è morta. Ciò che noi, la Rete Europea delle Donne Migranti, sappiamo è che le donne della nostra comunità finiscono regolarmente in situazioni di sfruttamento, di cui matrimoni forzati, schiavitù domestica e prostituzione sono le forme più gravi.

Per capire ciò non è necessario consultare la polizia; tutto quel che dovete fare è camminare per le strade di Madrid, Berlino o Bruxelles. Bruxelles, la capitale dell’Europa, ove la Rete Europea delle Donne Migranti ha la propria sede principale, è una delle molte città europee dove la prostituzione è legalizzata. Se partendo dal suo “quartiere europeo”, l’area di lusso che ospita la clientela internazionale delle “escort di alto livello, andate verso Molenbeek – il famigerato “quartiere terrorista” dove vivono i migranti impoveriti e segregati per etnia – passerete per il distretto chiamato Alhambra. Là noterete gli uomini che si affrettano per le strade, tenendo bassi i volti. Evitano il contatto con gli occhi degli altri per non tradire la ragione per cui frequentano Alhambra: l’accesso alle donne che si prostituiscono. Molte di queste donne provengono delle ex colonie europee, da ciò che spesso è chiamato Terzo Mondo, o dalle più povere regioni dell’Europa stessa. Le donne che vengono dalla Russia, come me, sono pure abbondanti. Nel mentre le latino-americane, le africane e le asiatiche del sud-est sono facili da individuare sulle strade, le donne dell’est europeo sono difficili da raggiungere, poiché i loro “manager” le sorvegliano strettamente e le tengono distanti dagli spazi pubblici.

Si suppone che noi chiamiamo queste donne “sex workers”, ma la maggioranza di esse sarebbe sorpresa da tale descrizione occidentale e neoliberista di ciò che fanno. Questo perché la maggioranza delle donne migranti sopravvive alla prostituzione nel modo in cui si sopravvive a una carestia, a un disastro naturale o a una guerra. Non lavorano in situazioni simili. Un gran numero di queste donne possiede diplomi e abilità che vorrebbe usare in quelle che l’Unione Europea chiama “economie competenti”, ma le politiche restrittive delle leggi europee sul lavoro e la discriminazione etnica e sessuale nei confronti delle donne non permettono loro di accedere a questi impieghi. Il commercio di sesso, perciò, non è un luogo inusuale per trovare le donne migranti in Europa. Nel mentre alcune di esse sono identificate come vittime di traffico o di sfruttamento sessuale, la maggior parte no. Sulle strade e fuori dalle strade – nei club di spogliarello, nelle saune, nei locali per massaggi, negli alberghi e in appartamenti privati – ci sono migranti femmine che non soddisfano i criteri ufficialmente accettati e non hanno diritto ad alcun sostegno.

Nel 2015, la Commissione Europea riportò che delle 30.000 vittime registrate del traffico nell’Unione Europea in soli tre anni, dal 2010 al 2012, circa il 70% erano vittime di sfruttamento sessuale, con le donne e le minorenni che componevano il 95% di tale cifra. Oltre il 60% delle vittime erano state trafficate internamente da paesi come Romania, Bulgaria e Polonia. Le vittime dall’esterno dell’Unione Europea venivano per lo più da Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam e Russia.

Questi sono i numeri ufficiali ottenuti tramite istituzioni ufficiali. Le definizioni del traffico di esseri umani sono notoriamente difficili da applicare e coloro che in prima linea forniscono servizi sanno che gli indicatori del traffico a stento riescono a coprire la gamma di casi in cui si imbattono, tanto le pratiche di sfruttamento, prostituzione e traffico sono radicate. Le grandi organizzazioni pro-diritti umani, inclusa Amnesty International, questo lo sanno bene. Pure, nel maggio 2016, Amnesty ha dato inizio alla sua politica internazionale che sostiene la decriminalizzazione della prostituzione. Tale politica patrocina tenutari di bordelli, magnaccia e compratori di sesso affinché diventino liberi attori nel libero mercato chiamato “lavoro sessuale”. Amnesty dichiara di aver basato la politica di decriminalizzazione su una “estesa consultazione in tutto il mondo”, ma non ha consultato i gruppi per i diritti umani quale è il nostro e che si sarebbe opposto. (…)

Secondo Amnesty, quel che proteggerebbe i “diritti lavorativi delle sex workers” è il garantire, per legge, il diritto dei maschi europei ad essere serviti sessualmente su basi commerciali, senza timore di azione giudiziaria. Amnesty precisa che la loro politica si applica solo a “adulti consenzienti”. Amnesty è contraria alla prostituzione di minori, che definisce stupro. Quel che Amnesty omette è che una volta la ragazza rifugiata sia istruita alla prostituzione, è improbabile arrivi ad avere risorse materiali e psicologiche per fuggire e denunciare i suoi sfruttatori. E’ molto più probabile che sarà condizionata ad accettare il “sex work”: e cioè l’etichetta che l’industria del sesso le ha assegnato. Il “lavoro sessuale” diverrà una parte inevitabile della sua sopravvivenza in Europa. In realtà, la linea netta che la politica di Amnesty traccia tra adulti consenzienti e minori sfruttate non esiste. Quel che esiste è la traiettoria di un individuo vulnerabile in cui l’abuso sessuale diventa normalizzato e si consente alla violenza sessuale.

L’invito di Amnesty alle donne più vulnerabili a acconsentire alla violenza e all’abuso della prostituzione è diventato possibile solo perché molti professionisti l’hanno abilitato. E’ diventato un truismo (Ndt: una cosa assolutamente palese e ovvia), ripetuto da accademici e ong, che la prostituzione sia una forma di impiego. Che il commercio di sesso sia chiamato la più antica professione del mondo è ora non solo politicamente corretto, ma la prospettiva obbligatoria da sostenere se ti curi dei diritti umani. Amnesty e i suoi alleati rassicurano anche tutti dicendo che la prostituzione è una scelta. Ammettono che non si tratta della prima scelta per chi ne ha altre, ma per i più marginalizzati e svantaggiati gruppi di donne è proposta come una via accettabile per uscire dalla povertà. In linea con questa posizione Kenneth Roth, il direttore esecutivo di Human Rights Watch ha dichiarato nel 2015: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?”

E’ anche divenuto largamente accettato dal settore dei diritti umani che a danneggiare le donne nella prostituzione è lo stigma. Anche se sappiamo tutti che è il trauma di sospendere la tua autonomia sessuale che occorre in ogni atto di prostituzione a danneggiare e che è il cliente maschio violento a uccidere. Se cercate fra le donne migranti una “sex worker” uccisa dallo stigma non la troverete mai: ciò che troverete è il compratore di sesso che l’ha assassinata, l’industria del sesso che ha creato l’ambiente atto a far accadere questo e i sostenitori dei diritti umani, come Amnesty, che hanno chiuso un occhio.

Le donne arrivano in Europa a causa di disperato bisogno economico e, in numero sempre crescente, temono per le loro vite. Se lasci la scrivania dove fai le ricerche e parli con le donne migranti – le donne arabe, le donne africane, le donne indiane, le donne che vengono da Filippine, Cina e Russia – la possibilità di trovarne una che descriva la prostituzione come “lavoro” è estremamente bassa. Questo perché il concetto di “sex work” non esiste nelle culture da cui noi proveniamo. Proprio come il resto del vocabolario neoliberista, è stato importato nel resto del mondo dalle economie occidentali capitaliste e spesso incanalato tramite l’aiuto umanitario, la riduzione del danno e i programmi di prevenzione per l’AIDS.

Una di queste economie capitaliste in Europa è la Germania, dove la soddisfazione sessuale maschile, proprio come le cure odontoiatriche, può essere apertamente acquistata. Il modello con cui la Germania regola la prostituzione è derivato dalla decriminalizzazione del commercio di sesso nella sua interezza, seguita dall’implementazione di alcune regole. In questo aperto mercato, i compratori di sesso e i magnaccia non sono riconosciuti ne’ come perpetratori ne’ come sfruttatori. Nel periodo fra il 6 e l’11 novembre 2016 quattro prostitute sono state assassinate in Germania. Sono state assassinate in sex club privati, appartamenti-bordello e in ciò che i tedeschi eufemisticamente chiamano “semoventi dell’amore”, cioè roulotte situate in località remote e non protette, gestite da magnaccia e visitate dai compratori di sesso. Almeno tre delle vittime sono state identificate come donne migranti (da Santo Domingo e dall’Ungheria) e per tutte e quattro i sospetti dell’omicidio sono i loro “clienti” maschi.

Stante l’evidenza schiacciante che la completa decriminalizzazione del commercio di sesso non protegge nessuno eccetto i compratori e i magnaccia, si potrebbe concludere che Amnesty, nel prendere la sua posizione, ha trovato l’analisi politica della discriminazione sessista, razzista e di classe che sostiene la prostituzione troppo difficile da affrontare. Ma la domanda che implora una risposta è questa: non sanno nemmeno cosa il sesso è? E’ improbabile che tutti i membri del consiglio direttivo di Amnesty siano casti; di sicuro, almeno alcuni di loro hanno fatto sesso e in tal caso devono sapere che il sesso accade quando ambo le parti coinvolte lo vogliono. Quando una delle due parti non vuole fare sesso, ciò che accade si chiama “esperienza sessuale indesiderata” il che, in termini legali, è molestia sessuale, abuso sessuale e stupro.

Questa violenza sessuale è ciò che la prostituzione è, e non fa alcuna differenza se lei “acconsente”. Il consenso, secondo le leggi europee, dev’essere dato volontariamente come risultato del libero arbitrio di una persona valutato nel contesto delle circostanze in cui si trova (Consiglio d’Europa, 2011). Il consenso non dovrebbe essere il risultato del privilegio sessuale maschile, che è parte delle norme patriarcali. Un atto sessuale non desiderato non diventa un’esperienza accettabile perché l’industria del sesso dice che è così. Non c’è alcun principio morale che lo rende tollerabile per chi è povera, disoccupata, priva di documenti, per chi fugge da una guerra o da un partner violento. (…)

Decriminalizzare la prostituzione normalizza le diseguaglianze di sesso, etnia e classe già incancrenite profondamente nelle società europee e di cui le donne soffrono già in maniera sproporzionata. Aumenta le barriere legali per ottenere impieghi dignitosi che la maggioranza delle donne migranti deve già affrontare, ignorando i loro talenti e derubandole di opportunità economiche. Quel che è peggio, strappa via ciò che persino le più povere e le più svantaggiate donne migranti portano con sé quando si imbarcano in viaggi pericolosi diretti in Europa: il nostro convincimento che una vita libera dalla violenza è possibile e la nostra determinazione a lottare per essa.

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fearless girl

Come probabilmente saprete, la statua della “Fearless Girl” – “Ragazza (bambina) Impavida”, in immagine – è apparsa l’8 marzo scorso a fronteggiare il famoso toro alla carica di Wall Street, in quel di Manhattan, New York.

Chi l’ha installata è una società commerciale che si chiama “State Street Global Advisors” e fornisce servizi finanziari e strategie di investimento alla propria clientela, che va dalle fondazioni non-profit ai governi, passando per corporazioni economiche e organizzazioni religiose. La statua fa parte della nuova campagna di “State Street Global Advisors” tesa a incoraggiare le aziende a mettere più donne nei loro consigli d’amministrazione. La società è un gigante nel mondo finanziario e non l’hanno creata le femministe: il motivo per cui si muove in questa direzione è il fatto, statisticamente provato, che le aziende con consigli d’amministrazione in cui il numero di donne e uomini più o meno si equivale funzionano meglio e guadagnano di più.

Nei pochi giorni trascorsi dalla sua comparsa, tuttavia, la Ragazza Impavida è diventata una delle mete favorite per le donne di qualsiasi età. Si erge in una posa che esprime coraggio, sfida, sicurezza e autostima e, poiché è una ragazzina, suggerisce alle bambine che loro stesse sono legittimate a assumere questi tratti.

Già la sera del 9 marzo, però, tre giovani uomini hanno deciso di mostrare a chi era presente cosa una femmina deve aspettarsi facendolo. Uno di loro ha mimato lo stupro della statua, circondato dalle risate e dagli incitamenti degli altri.

maskio analphabeta

A scattare la fotografia è stata l’architetta Alexis Kaloyanides, 34enne, giunta là assieme a colleghe/i di lavoro durante una passeggiata: “Era una bellissima serata, c’erano circa 15 o 20 persone già sul posto. Abbiamo cominciato a parlare della statua e abbiamo visto una bimba di 5 o 6 anni posare orgogliosamente accanto ad essa, era proprio un momento piacevole. Poi sono arrivati questi tre uomini.” E uno di loro è corso alla statua della Ragazza e ha cominciato a strofinarsi su di essa e a mimare il coito. I presenti gli hanno immediatamente urlato di smetterla, trovando la performance rivoltante, e lui ha riso di nuovo e se n’è andato con i suoi amici.

Kaloyanides ha preso la decisione di condividere l’immagine online perché, dice, il comportamento di quell’uomo non è qualcosa su cui farsi una risata e non dovrebbe essere preso per un semplice scherzo: “Serve solo a perpetuare la mentalità del “gli uomini sono fatti così” e del “è ok, è solo buffo, lascia perdere”. Questo giovane uomo ha una madre, forse una sorella, forse una fidanzata o una moglie – chi lo sa? Io sono stanca di dover inventare scuse e riderci sopra. Io almeno non lo farò mai più. (…) Costui ha finto di fare sesso con l’immagine di una bambina. Stronzi come lui sono la ragione per cui abbiamo bisogno del femminismo.” Maria G. Di Rienzo

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(“Meet Fartuun Adan, Somalia” – Nobel Women’s Initiative, 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

fartuun adan

Fartuun Adan è nata e cresciuta in Somalia e là ha vissuto durante la guerra sino al 1999, quando emigrò in Canada con le sue bambine. Nel 2007 ritornò per onorare la memoria del marito morto aprendo il “Centro Elman per la pace e i diritti umani” e, più tardi, “Sorella Somalia” – il primo centro di assistenza alle vittime di stupro che si trova a Mogadiscio. (http://www.sistersomalia.org/)

Nel 2007 sei tornata in Somalia dopo aver vissuto in Canada. Cosa ti ha fatto tornare?

Ho sempre voluto fare ritorno. Era qualcosa a cui pensavo costantemente, ma all’epoca le mie figlie erano molto giovani e non potevo partire. Nel 2007 erano ormai cresciute e in grado di prendersi cura di se stesse. Volevo tornare per dare riconoscimento al lavoro che mio marito aveva fatto da vivo. Era un attivista molto impegnato in Somalia e un mucchio di gente lo conosceva e lo ricorda ancora oggi.

Che tipo di lavoro hai fatto appena arrivata?

Quando sono tornata ho cominciato a lavorare con i bambini soldati e per i diritti umani. Non era facile, ma sentivo di dovermene occupare. All’epoca c’erano le forze della milizia e quelle del governo somalo in conflitto, e dappertutto vedevi bimbi con fucile a tracolla. Perciò abbiamo aperto il Centro per riabilitare i bambini e difendere i loro diritti.

Nel 2011 hai aperto a Mogadiscio il primo centro antistupro in assoluto, “Sorella Somalia”. Cosa ti ha ispirata a farlo?

Abbiamo iniziato questo lavoro quando visitavamo i campi degli sfollati e incontravamo moltissime donne che erano state violentate e nessuna aveva presentato denuncia. Alcune di queste donne non potevano permettersi neppure i costi delle cure mediche relative all’aggressione subita. Ci prendevamo cura delle donne e chiedevamo aiuto per loro ai governi locali. Le donne potevano venire al nostro Centro e avere cure mediche, potevano restarci e potevano finalmente riposare.

Quali sono gli ostacoli e le sfide che affronti nel dar sostegno a queste donne?

La sfida è che non c’è giustizia. Quando suggeriamo di andare alla polizia, le donne dicono no. Chiedono: “Chi mi proteggerà se lo faccio, dove andrò dopo?”. E’ una grossa sfida perché io non ho risposte per questo. Non posso dire: “Ti proteggerò io.” Parlare apertamente di ciò che hanno subito può arrecare rischi ancora più gravi a queste donne. Cambiare il sistema è difficile. Ma se continuiamo a parlare prima o poi dovranno ascoltarci. Noi non ci arrendiamo mai. Attualmente la portata della questione non è più negata dalle ong, dalle comunità e persino dal governo: tutti sanno che la violenza sessuale sta accadendo. Adesso che siamo d’accordo nel riconoscere che un problema esiste, come lo risolviamo? Cosa possiamo fare? Questo è lo stadio in cui ci troviamo al momento.

Cosa ti dà la forza di continuare a svolgere questo lavoro?

Sono una madre e ho figlie. Quando incontro le ragazze e vedo quanto soffrono mi chiedo “Cosa farei se ciò accadesse a mia figlia?”. Perciò faccio ciò che posso, in qualunque modo. Ogni sera quando torno a casa mi chiedo: “Cos’ho compiuto oggi, a chi ho dato una mano?” e questo mi dà la sensazione di aver raggiunto qualcosa. Quando so di aver contribuito al cambiamento, questo mi motiva al cento per cento.

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miraflores

Sul cartello al centro dell’immagine sta scritto:

“In questo cantiere non fischiamo alle donne e siamo contrari alle molestie sessuali in strada.”

La fotografia è stata scattata a fine febbraio u.s. in quel di Miraflores, un quartiere di Lima in Perù che generalmente ospita la classe media e in cui i cantieri sono numerosi.

Gabriela García Calderón, per Global Voices, ha parlato con l’addetto alla sicurezza del posto Juan Enrique Huamaní che le ha detto:

“Qui al cantiere ci istruiscono su come comportarci. Ciò ci rende consci che tutti abbiamo madri, figlie, sorelle e che nessuno sarebbe felice di sapere che costoro devono sopportare oscenità per il solo fatto di camminare per strada. Questo è il modo in cui vogliamo suscitare la consapevolezza altrui e far sapere a tutti come ci sentiamo e come agiamo.”

L’immagine del cartello è stata pubblicata per la prima volta sulla pagina FB di Ni Una Menos – Perù, suscitando un responso grandemente positivo.

“Questo raggio di luce – commenta infatti Gabriela nel suo articolo del 6 marzo scorso – arriva nel mezzo di un momento difficile per i diritti delle donne in Perù. Uno degli ultimi casi di violenza di genere che ha fatto scalpore si è dato il 27 febbraio 2017, quando un’avvocata 27enne madre di due bambini, Evelyn Corahua Fabian, è stata strangolata a morte nella propria casa dall’ex compagno. Un mese prima lo aveva denunciato perché aveva già tentato di strangolarla, ma le autorità avevano respinto le sue rimostranze. Tristemente, i femicidi sono aumentati del 13% nel 2016 rispetto al 2015, quando 95 donne sono state uccise e 198 hanno riportato ferite.”

Maria G. Di Rienzo

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bangladesh 8 marzo 2017

Sii audace. Abbi il coraggio di mettere in questione tutte le argomentazioni basate su autorità, storia, religione e costume. Non dare nulla per scontato. Assicurati di analizzare quel che viene detto e fai un mucchio di domande. Contesta “l’unica versione”. Sii critica sulla realtà, ma anche con te stessa. Leggi, leggi molto.

filippine 8 marzo 2017

Sii creativa. I problemi potrebbero essere complessi, perciò preparati a pensare fuori dagli schemi! Immagina nuovi modi di trattare le istanze su cui stai lavorando. Inventa nuovi modi di vedere, di avvicinarsi, disegna nuove lenti per guardare la realtà.

italia2 - 8 marzo 2017

Sii persistente. Per favore, non mollare. Abbi cura di te stessa e impara a scegliere le tue battaglie, ma torna sempre più forte e più fiera! Il non agire è comunque una posizione politica che favorisce lo status quo, per cui prendi il controllo e credi nel potenziale di dar forma a soluzioni nuove e migliori.

istanbul 8 marzo 2017

Testo di Lucía Berro Pizzarossa, 30 anni, uruguaiana, attivista per i diritti riproduttivi. (Trad. Maria G. Di Rienzo.) Le immagini, dall’alto in basso, ritraggono lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo 2017 in: Bangladesh, Filippine, Italia, Turchia e Usa.

new york 8 marzo 2017 - foto di kristen blush

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