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Archive for the ‘Mondopoli (giochiamo a)’ Category

“A volte la cosa più difficile da dire è che ci siamo sbagliati.” Mark Dobson, il consigliere comunale che per primo propose una zona legale “a luci rosse” a Leeds, in Gran Bretagna, dice ora che è stato un errore. Una donna che si prostituisce, di nome Laura, ha detto a The Times che il chiudere un occhio da parte delle autorità ha espanso il mercato, aumentato il numero delle lavoratrici e fatto crollare i prezzi. Laura chiede 20 sterline * per il sesso orale e 40/50 sterline per un rapporto completo: attualmente guadagna 60/70 sterline a notte, di cui 10 sono spese per il cibo e il resto per eroina e crack.” (da “The Times” dell’8 dicembre 2018, via Feminist Current)

Leeds Red Light District

Sono aumentati anche i casi di violenza, è aumentata l’immondizia per strada, sono aumentate le molestie – da cui la costante protesta, a maggioranza femminile, dei residenti, i cui messaggi dichiarano l’indisponibilità ad accettare una società che vende e compra corpi umani.

Ma la cosa più stupefacente è l’enorme senso di “empowerment” che la testimonianza di Laura trasmette. Mostra egregiamente che prostituirsi è solo un lavoro come un altro, normalissimo e ben pagato… che ti permette persino di stordirti a suon di stupefacenti, ogni giorno, per riuscire a continuare a farlo. Cos’avranno mai da protestare, quelle befane con i cartelli?

Maria G. Di Rienzo

* Il cambio sterlina / euro è 1,11, per cui le cifre in euro diventano di poco superiori.

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(“Meet Suhad Babaa, Israel/Palestine”, Nobel Women’s Initiative, 1° dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

suhad

Suhad Babaa è la direttrice esecutiva di “Just Vision” – “Solo Visione”, un’organizzazione che usa il mezzo del documentario per riformare le narrazioni sull’occupazione israeliana della Palestina e sostenere il lavoro della società civile palestinese e israeliana. Recentemente, Suhad è stata la produttrice del film di Just Vision del 2017 “Naila and the Uprising” (“Naila e la Sollevazione”), che segue la vita e il lavoro di Naila Ayesh e altre donne leader della Prima Intifada.

Come hai sviluppato interesse nel costruire pace in Palestina e Israele?

Io dico sempre che la mia storia mi precede: mio padre è palestinese, mia madre è coreana, e entrambi sono cresciuti nel mezzo di guerra, conflitto e dopoguerra. Crescendo in California, in una casa dove convivevano fedi diverse, ho sempre faticato un po’ con le questioni relative all’identità e con l’impatto di guerra e conflitto sulla nostra famiglia, all’interno di uno scenario fatto di razza, etnia e religione.

Dopo l’11 settembre, ho osservato il governo statunitense cominciare a lanciare la sorveglianza sulle comunità musulmane in tutto il paese. E’ stato allora che mi sono posta domande sul modo in cui ciò che stava accadendo nel Medioriente aveva un impatto sulle nostre stesse pratiche e ancor di più sulle storie che stavamo ricevendo e che influenzavano il modo in cui l’opinione pubblica e il governo avrebbero agito.

Ho finito per trasferirmi in Israele e Palestina dopo l’università e ho lavorato sul campo con incredibili attivisti. Ma le loro voci negli Usa non si sentivano, ne’ erano amplificate localmente. Volevo davvero sostenere il loro lavoro, perciò è stato logico che io sia arrivata a Just Vision, ove il nostro mandato è amplificare le voci dei leader della società civile palestinese e israeliana.

Puoi parlarci del movimento per la pace in Palestina e Israele e del ruolo che in esso hanno le donne?

C’è una lunga eredità di resistenza nonviolenta in Palestina, inclusa la mobilitazione di massa della Prima Intifada – la prima sollevazione che accadde alla fine degli anni ’80. Quando abbiamo iniziato le ricerche per il nostro film documentario più recente sull’istanza, “Naila e la Sollevazione”, ci siamo imbattuti in qualcosa di importante.

Mentre andavamo in profondità, abbiamo capito che parte del motivo per cui il movimento aveva avuto tanto successo era che le donne giocavano un ruolo determinante nel processo decisionale. Sapevamo che la Prima Intifada era stata così efficace, in parte, perché era stata in grado di organizzarsi trasversalmente a genere, classe, partiti politici ed età in Israele e in Palestina. Ma non sapevamo che non solo le donne erano le partecipanti: erano in effetti quelle che chiamavano all’azione.

Le donne sono sempre state in prima linea in Palestina, che si trattasse della Prima Intifada o di Budrus, dove c’era una grande rappresentanza di donne. E perciò la questione per noi, come organizzazione, era assicurarci che fossero visibili. Perché noi crediamo che la loro visibilità conduca alla legittimazione il che nel tempo, alla fine, conduce all’aumento dei loro ruoli guida.

Perché è importante per le donne essere narratrici?

Io penso che sia sempre importante che le comunità possano raccontare le proprie storie. Just Vision è una squadra guidata da donne, sia per intenzione sia per caso. Ma mette in moto le nostre capacità di dar copertura a storie come quella che abbiamo narrato nel documentario “Budrus” e di capire il ruolo che le donne hanno svolto nella città di Budrus. Le donne sono spesso al timone dei movimenti storici, pure restano invisibili nei libri di Storia. E questo ha profonde conseguenze su come vediamo e comprendiamo la Storia, il nostro presente, il nostro futuro e chi sono i nostri leader.

In che modo aumentate la copertura giornalistica e il sostegno ai movimenti per la pace della società civile in Palestina e Israele?

C’è un bel po’ di copertura giornalistica su Israele e Palestina, ma sovente queste storie rinforzano una narrativa di violenza o di sforzi falliti dall’alto in basso. Ciò rende invisibili o criminalizza gli attivisti sul campo e la questione sembra quindi intrattabile. Semplicemente, non è vero. Quando esaminiamo la diseguaglianza, alcune delle oppressioni più profondamente radicate, sappiamo che quel che ci vuole è il potere popolare: comunità galvanizzate per far pressione sui loro leader politici che o non hanno agito o hanno fatto sistematicamente le cose sbagliate. Questo è anche il caso di Israele e Palestina.

Il lavoro di Just Vision consiste nell’essere complementare alla copertura dei media mainstream e nello sfidarla, presentando storie che sono poco documentate, critiche e che, allo stesso tempo, hanno il potere di ispirare, mobilitare e motivare le persone.

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L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – più esattamente il suo centro per lo sviluppo che comprende il Social Institutions and Gender Index, in sigla Sigi – ha reso noto ieri, 7 dicembre, il suo rapporto 2018 sulla discriminazione di genere che colpisce donne e bambine in tutto il mondo. L’Indice Sigi ha valutato 180 nazioni (60 non sono state in grado di fornire dati sufficienti e non sono state incluse nella classificazione finale) su quattro dimensioni della vita di una donna: i suoi diritti all’interno della famiglia, la sua integrità fisica (diritti alla salute, sessuali e riproduttivi), il suo accesso a risorse (possesso della terra, diritti sul lavoro) e la sua rappresentazione politica (diritti civili).

Il nocciolo della notizia è che i diritti umani delle donne avanzano con lentezza da lumaca artritica, o non avanzano affatto. Per esempio, il titolo che il Guardian dà al pezzo scritto (molto bene) al proposito da Kate Hodal è: “Non un mondo da lasciare ai nostri figli”. Citazione dall’articolo: “41 paesi riconoscono solo gli uomini come capifamiglia; 27 paesi richiedono ancora, per legge, che le mogli obbediscano ai loro mariti; 24 paesi richiedono alle donne di avere il permesso del marito o di un tutore legale di sesso maschile (tipo fratello o padre) per poter lavorare.”

Il rapporto chiarisce in modo inequivocabile che più deboli sono i diritti garantiti alle donne e alle bambine nelle quattro aree succitate, più esse sono vulnerabili a svariate forme di violenza di genere, ma sottolinea anche che le norme sociali possono notevolmente vanificare le legislazioni al proposito (esse hanno infatti visto globalmente un aumento, ma non sono riuscite a raddrizzare le situazioni in modo soddisfacente).

Sebbene lo Yemen si piazzi per la seconda volta – il rapporto precedente risale al 2014 – al primo posto nella classifica della discriminazione di genere, seguito da Pakistan, Iran, Giordania, Guinea, Libano, Bangladesh, Iraq, Afghanistan e Filippine, la ricercatrice Rachel George del britannico Overseas Development Institute ha giustamente sottolineato come i dati del Sigi aiutino “a chiedere il conto” anche ai paesi occidentali, i quali “non devono credere che la situazione non li riguardi”: “Ogni singolo paese ha qualche forma di discriminazione che va avanti in qualche modo e alcune di esse sono pervasive, perciò tenere tutti sotto esame è estremamente importante.”

Sullo stesso tasto ha premuto Bathylle Missika, capo della divisione di genere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: “Sappiamo che far evolvere le norme sociali è difficoltoso, sono necessarie diverse angolazioni di lavoro su leggi e norme e non è perché hai le prime poi hai anche le altre. Questo è quel che la gente deve capire: non esiste un approccio definitivo quando si tratta dell’implementazione del numero cinque – eguaglianza di genere – degli obiettivi di sviluppo sostenibile. E’ un approccio che investe la società nella sua interezza e gli interventi devono essere diretti all’intero ciclo della vita delle donne.”

La questione è: quanto gliene importa al governo della nazione X che organismi internazionali di alto livello gli dicano “Guarda i dati, stai trattando le donne in maniere che vanno dall’ignobile al terrificante.”? Pochissimo, poiché le ricerche non implicano sanzioni e può comunque rispondere di aver firmato il tal trattato e varato la tal legge, o che cambiare sarebbe “non rispettoso” della “cultura” del suo paese (capite, se da trecento anni impaliamo bambine ciò da orrore si muta in un’onorevole tradizione non discutibile). Ecco dove entra in scena l’attivismo.

Sono i gruppi femministi e quelli della società civile attenti ai diritti umani che devono prendere queste ricerche e dar loro una dimensione fatta di dimostrazioni, petizioni, disobbedienza civile e resistenza. Il cambiamento è sempre e solo nelle nostre mani.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Lucia Perez Montero’s murder inspired Black Wednesday; now her rapists have been let off”, di Raquel Rosario Sanchez per Feminist Current, 5 dicembre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

lucia perez montero

L’8 ottobre 2016, il corpo di Lucia Perez Montero – in immagine – fu trasportato all’ospedale Playa Serena in Argentina. La 16enne era ancora viva, ma non per molto. In precedenza, quel giorno, erano stata riempita di droghe e stuprata violentemente. Dopo l’aggressione, i tre uomini coinvolti nella sua morte lavarono il corpo di Lucia, la vestirono e la portarono a un centro riabilitativo, dove il personale cominciò a trattare il suo caso come overdose di droga, sino a che scoprirono il trauma sessuale. (…)

Il 19 ottobre, più di 100.000 persone scesero nelle strade argentine per protestare contro l’omicidio di Lucia. Le femministe chiamarono l’evento – la prima protesta di massa contro la violenza sulle donne in Argentina – “Mercoledì Nero”.

Matias Farias, Juan Pablo Offidani e Alejandro Maciel erano accusati di “abuso sessuale aggravato dall’uso di narcotici risultante in una morte in probabile contesto di femicidio, occultamento di prove aggravato dalla serietà dell’avvenimento precedente e possesso di narcotici con l’intenzione di venderli”. Ma nonostante la legge argentina abbia incluso il concetto di “femicidio” nel suo Codice Penale sin dal 2012, il 26 novembre scorso, il giorno dopo il Giorno Internazionale per mettere fine alla violenza contro le donne, tre giudici di sesso maschile – Facundo Gomez Urso, Aldo Carnevale e Pablo Viñas – hanno considerato i tre sospetti non colpevoli delle prime due accuse. La famiglia di Lucia aveva chiesto che gli uomini rispondessero di “abuso sessuale seguito da morte”, ma Farias e Offidani sono stati giudicati colpevoli solo di aver fornito droghe a una minorenne in zona scolastica e condannati a otto anni di carcere più una multa. Maciel, che era stato accusato solo dell’occultamento del crimine, è stato assolto.

I giudici sapevano che Lucia incontrò Farias il giorno prima del suo assassinio e che probabilmente comprò uno spinello da lui. La mattina seguente – un sabato – Farias e Offidani andarono a prendere Lucia a casa sua e la portarono alla residenza di Farias, che sarebbe diventata la scena del crimine. L’autopsia rivelò che il corpo di Lucia conteneva così tanta cocaina da stordirla completamente e che la ragazza morì di infarto causato da “eccessivo dolore”. Nonostante ciò, il verdetto dei giudici – che ha discusso ipotizzando in lungo e in largo sulla vita sessuale di Lucia, il suo uso di droghe e la sua promiscuità – dichiara che gli eventi occorsi l’8 ottobre consistevano in “sesso consensuale”.

Guillermo Perez, il padre di Lucia, ha definito la sentenza “una vergogna”. Il giorno dell’udienza finale ha detto: “Sono scioccato, ma perché non dovrei esserlo? Non mi sarei mai aspettato una sentenza del genere, non ha senso. L’autopsia di mia figlia ha rivelato tutto quel che le è stato fatto. Aveva lesioni alla vagina, ogni cosa di questo tipo. E adesso dicono che non possono provarlo? E’ un’assurdità.”

Rispondendo alla stampa sull’assoluzione dei perpetratori dalle accuse di abuso sessuale e femicidio, Marta Montero, la madre di Lucia, ha detto: “Quindi non l’hanno stuprata, non l’hanno uccisa, non l’hanno intossicata? Allora cos’è stata la morte di mia figlia, un regalo? Loro lo faranno di nuovo. Ci sono molte altre ragazze in giro. Il fatto che un tribunale si occupi solo delle sostanze stupefacenti e non dia riconoscimento alla vita di una persona, al femicidio di Lucia, è vergognoso. Il messaggio che stanno mandando alla società è questo: continuate pure (a uccidere ragazze), va tutto bene. Non vi accadrà nulla. E’ come se la morte di Lucia non esistesse neppure.” La famiglia intende ricorrere in appello. (…)

Le femministe locali sono indignate. Diana Maffía, direttrice dell’Osservatorio argentino sul genere, ha scritto su Twitter: “Una delle maniere patriarcali di produrre verdetti è il “leggere” la scena del crimine. Nel femicidio di Lucia Perez, una sedicenne, le sue ferite fisiche sono state giudicate compatibili con una relazione sessuale consensuale. Lei non è viva per testimoniare. Tuttavia, il suo cadavere ha parlato.”

Con le motivazioni espresse nella loro sentenza, questi tre giudici maschi hanno essenzialmente dichiarato che Lucia Perez Montero “non era stuprabile”: “Tutto era normale e naturale, tutto era perfettamente voluto e aveva il consenso di Lucia Perez. In questo caso non c’è stata violenza fisica o psicologica, subordinazione o umiliazione e meno che mai oggettivazione.” Il disumanizzante verdetto ritrarre Lucia Perez Montero come una tossica promiscua e dichiara che la sua “forte personalità” la immunizzava dal poter diventare vittima di un’aggressione sessuale. (…)

Un altro sciopero nazionale è in preparazione per protestare contro la sentenza. Persino l’OAS – Organizzazione degli stati americani ha ripudiato il verdetto, dichiarando che esso mostra pregiudizi nei confronti di Lucia e viola i diritti umani delle donne. Susana Chiarotti, che rappresenta l’Argentina nel Comitato specialisti sul genere dell’OAS, ha dichiarato a “Pagina 12”:

“E’ chiaro che secondo i giudici Lucia non era la vittima perfetta. Come avrebbe dovuto comportarsi? Al minino, la volevano vergine, timida e schiva… e possibilmente proveniente dal 18° secolo. Si è usato un doppio standard per analizzare la vittima rispetto al modo in cui gli accusati sono stati analizzati. I giudici hanno studiato meticolosamente la vittima e la sua intera vita privata è stata sottoposta a giudizio: le testimonianze dei suoi amici e familiari, i suoi gruppi su WhatsApp, i suoi messaggi e le sue chat. Non c’era diritto alla privacy per lei. La sua vita privata, la sua vita sessuale e affettiva sono state esposte senza restrizioni. Tuttavia, quando il pubblico ministero ha tentato di discutere l’uso della pornografia da parte dell’imputato principale, i giudici si sono indignati e hanno richiamato l’art. 19 della Costituzione, intendendo che lui aveva diritto alla sua intimità. A differenza di lei.”

Questo errore giudiziario rivela qualcosa d’altro con cui ci si deve confrontare. Noi non possiamo simultaneamente legittimare la violenza contro le donne come erotica, nel modo in cui lo fanno le argomentazioni liberali in difesa della pornografia, e poi sentirci oltraggiati quando tale messaggio filtra nella “vita reale”. I giudici nel caso di Lucia hanno scelto di credere a un’argomentazione che calza il patriarcato come un guanto: e cioè che nessuna forma di violenza contro le donne è troppo aggressiva o brutale da non poter essere reinterpretata come “sesso consensuale”.

L’assoluzione degli uomini che hanno ucciso Lucia Perez Montero e il misogino verdetto che l’ha vista disumanizzata e ridotta a un oggetto dimostrano che la nozione per cui la violenza contro le donne può essere semplicemente una bizzarra preferenza sessuale danneggia in modo diretto donne e bambine, nel mentre agisce come un disinfettante culturale che legittima il loro abuso.

La morte di Lucia Perez Montero ha generato oltraggio e rabbia in un continente che sta finalmente cominciando a lavorare per affrontare la realtà della violenza maschile contro donne e bambine. Sebbene lo slogan collegato alla lotta per porre termine alla violenza maschile sia diventato “Ni Una Menos” (Non una di meno), il femicidio di Lucia è solo uno degli innumerevoli casi simili. In verità, ciò che stiamo testimoniando è l’opposto: “Otra Mas” (Un’altra).

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(“Yazidi women seek to join case against French company accused of funding Islamic State”, di Lin Taylor per Thomson Reuters Foundation, 30 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Un gruppo di donne Yazidi, rapite e tenute in schiavitù sessuale dallo Stato Islamico in Iraq e Siria, hanno richiesto venerdì di unirsi alla denuncia contro il produttore di cemento francese Lafarge, che è sotto indagine per l’accusa di aver finanziato i militanti.

Lafarge è sotto indagine ufficiale in Francia con il capo d’imputazione di aver pagato l’IS, noto anche come ISIS, per tener aperto uno stabilimento che operava nel nord della Siria dal 2011 al 2014.

Gli avvocati attestano di aver presentato la richiesta delle donne di diventare parte civile nel caso, che dicono segni la prima volta in cui una multinazionale è accusata di complicità nei crimini internazionale dell’IS.

“Fornisce un’opportunità per stabilire che l’ISIS, e tutti coloro che assistono i suoi membri, saranno tenuti responsabili per i loro crimini e che alle vittime sarà garantita una giusta compensazione. – ha detto Amal Clooney in una dichiarazione – E manda un importante messaggio alle corporazioni complici nella commissione di reati internazionali che affronteranno le conseguenze legali delle loro azioni.”, ha aggiunto.

amal clooney e nadia murad

(da sinistra: Amal Clooney e Nadia Murad)

Gli Yazidi, un gruppo religioso la cui fede combina elementi delle antiche religioni mediorientali, sono ritenuti dallo Stato Islamico degli adoratori del demonio.

Circa 7.000 donne e bambine furono catturate nel nordovest dell’Iraq nell’agosto 2014 e tenute prigioniere dallo Stato Islamico a Mosul, dove furono torturate e stuprate. Sebbene i militanti siano stati cacciati un anno fa, molti Yazidi vivono ancora nei campi profughi perché temono il ritorno a casa, dicono i gruppi di aiuto umanitario.

Lafarge, che si è fusa con la ditta svizzera di materiali da costruzione Holcim, ha riconosciuto i propri fallimenti nell’affare siriano.

“LafargeHolcim rimpiange profondamente gli inaccettabili errori commessi in Siria. La compagnia continuerà a cooperare pienamente con le autorità francesi.”, ha detto un portavoce via e-mail a Thomson Reuters Foundation.

Le traversie degli Yazidi hanno attirato attenzione in anni recenti, in special modo da quando l’avvocata di alto profilo Clooney ha cominciato a rappresentare il gruppo di minoranza ed è diventata consigliera legale dell’attivista Nadia Murad, che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2018.

Un gruppo d’indagine delle Nazioni Unite ha cominciato a lavorare in agosto – circa un anno dopo essere stato creato dal Consiglio di Sicurezza – per raccogliere e preservare le prove delle azioni dello Stato Islamico in Iraq che potrebbero essere rubricate come crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio.

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(A Letter To All The “Good Men,” From The “Angry Women”, di Desdemona Dallas per Bust, 27 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Questa è una lettera a tutti i bravi uomini. A tutti gli uomini che non hanno mai assalito una donna. A tutti gli uomini che amano le loro madri, le loro nonne, le loro zie. A tutti gli uomini che non si sono mai ubriacati alle superiori o non hanno mai toccato una ragazza quando lei ha detto di non voler essere toccata. A tutti gli uomini che pensano che amare le donne sia sufficiente a far sì che le donne non siano ferite.

Durante il movimento #MeToo, avete detto di star tentando di capire cosa noi abbiamo passato, quale pericolo si è generato per mano dei vostri colleghi o persino dei vostri amici. Durante il movimento, avete ascoltato radio e podcast, letto le notizie, e lentamente avete cominciato a vedere i vostri più grandi eroi cadere a causa delle donne che hanno aggredito. Forse a questo punto avete deciso che era una lotta da donne. Forse non avete visto un posto vostro nella conversazione.

Mentre guardavate i notiziari e gesticolavate pensando se stare al nostro fianco fosse o no la cosa giusta da fare per voi, noi stavamo di fronte alle giurie nei tribunali, di fronte agli ubriachi, di fronte a voi, chiedendovi di rispettare il nostro corpo, i nostri diritti, la nostra necessità di ascolto.

Mentre guardavate il nostro paese in procinto di essere divorato da un misogino “acchiappa-passere”, noi siamo andate in terapia. Abbiamo smesso con le notizie. Siamo rimaste chiuse nei bagni tremando, aspettando che il discorso di inaugurazione finisse. Noi abbiamo atteso ogni notte che l’incubo finisse, solo per svegliarci e trovare un altro uomo mostruoso sul podio.

Voi volete essere alleati, però ve ne state a bordo campo aspettando che un cambiamento accada. Noi abbiamo bisogno che voi siate schierati dove noi lo siamo. Abbiamo bisogno che siate migliori. Perché noi lo siamo state. Abbiamo parlato apertamente. Abbiamo fatto quel che potevamo. Mentre voi aspettavate negli angoli e ai margini, insicuri su cosa dire per creare un cambiamento durevole.

Ma noi non potevamo aspettare. Non avevamo tempo. Perché mentre voi temporeggiavate sul decidere se manifestarvi o no come alleati per l’eguaglianza e per il rispetto dei nostri corpi, noi eravamo stuprate, assalite, abusate, molestate per strada. Non è sufficiente che voi prendiate i vostri privilegi e vi nascondiate con essi in un angolo. Le donne “arrabbiate” da sole non possono convincere i poteri patriarcali a vederci come eguali.

C’è una parte di noi “donne arrabbiate” che prova sollievo, perché finalmente abbiamo raccontato le nostre storie e di come altre donne attorno a noi abbiamo avuto esperienze simili. Ma più profonda di ciò, della parte di noi che trova conforto, c’è la paura di non star cambiando nulla. Perché le donne sono ancora costrette a ergersi fieramente davanti alla nazioni e parlare dei propri traumi affinché noi si sia prese sul serio.

Tutto quel che stiamo chiedendo, per quel che riguarda l’aggressione sessuale e le molestie, è che voi smettiate di sostenere con il vostro silenzio lo stupro delle donne. Vi stiamo chiedendo di credere a noi donne quando diciamo che qualcuno si è fatto strada a forza dentro di noi. Stiamo chiedendo che quando qualcuno mette il proprio corpo sopra o dentro il nostro senza il nostro permesso voi stiate al nostro fianco, non contro di noi, nell’assicurare che tal persona sia trattata con lo sdegno che merita.

Il tuo silenzio non causa problemi e tu non hai mai fatto male a nessuno con la tua cortesia, tu bravo ragazzo. Ma il tuo silenzio permette agli orrori del mondo di continuare, perché non è più abbastanza che tu te ne stia seduto quietamente ai margini aspettando il cambiamento. Devi alzarti in piedi e chiedere cambiamento al nostro fianco. Cordialmente, le Donne Arrabbiate

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16 days

La violenza contro donne e bambine è una delle più comuni e prevalenti violazioni dei diritti umani al mondo. L’abuso fisico e/o sessuale che una donna su tre subisce durante l’arco della sua esistenza non danneggia solo la sua salute e la sua sicurezza, ne limita la partecipazione sociale e politica, impedisce o restringe la sua presenza sul mercato del lavoro e ha ricadute non solo sulle sue relazioni umane ma proprio sulla democrazia, l’economia, la finanza ecc. del suo paese.

Da domani, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne, partono i consueti “16 giorni di attivismo” che avranno termine il 10 dicembre, Giorno internazionale dei diritti umani. La campagna ebbe inizio nel 1991 grazie al Center for Women’s Global Leadership (Centro per la leadership globale delle donne). Il focus di quest’anno è sulla violenza all’interno del mondo del lavoro.

27 anni di campagne sono tanti. Le attiviste spiegano perché ciò è ancora necessario:

La violenza comincia con la discriminazione – Hela Ouennich, dott. in medicina, Tunisia:

“Molte persone si concentrano sulla punta dell’iceberg. Si mobilitano solo quando la violenza è estrema. La gente non sa che la violenza comincia con la discriminazione. Per me, la discriminazione di genere è una “malattia” che ha origini sociali. La maggioranza degli uomini e delle donne finiscono per esserne “portatori sani”. Se vogliamo combattere la violenza di genere, dobbiamo innanzitutto combattere gli stereotipi discriminatori che hanno le loro radici nella prima infanzia e sono difficili da contrastare.”

La violenza non è solo fisica – Mariam Shaqura, Direttrice per le istanze delle Donne della Mezzaluna Rossa per la Striscia di Gaza, Palestina:

“La gente tende a pensare che la violenza di genere comporti solo abuso fisico. Ma le sopravvissute spesso considerano l’abuso psicologico e le umiliazioni più devastanti dell’aggressione fisica.”

La legge non è sufficiente a fermare la violenza – Elvia Barrios, Giudice di Pace, Perù:

“Un comune fraintendimento sulla violenza è che la legge in se stessa possa risolvere il problema. Se le persone non comprendono in profondità la realtà sociale delle donne, se non visualizziamo le enormi e molteplici forme di violenza che esistono nel nostro ambiente, non otterremo grandi cambiamenti. Tutta la cittadinanza deve essere coinvolta nella lotta contro la violenza sulle donne – dalle case al sistema educativo e alle istituzioni. E’ ora di smantellare gli stereotipi che sostengono la violenza.”

La percezione della violenza deve cambiare – Tran Thi Bich Loan, Vice Direttrice del Dipartimento per l’eguaglianza di genere, Vietnam:

“L’idea che i perpetratori abbiano il diritto di commettere atti violenti ha normalizzato la violenza contro donne e bambine. La violenza non è parte della “natura” di un uomo. E’ qualcosa che è stato nutrito e tollerato. Il rispetto per il diritto di ognuno alla libertà e alla dignità deve cominciare dalle nostre azioni più piccole e semplici.”

La complicità culturale che crea e alimenta violenza deve cessare – Sagina Sheikh, attivista comunitaria (è un’adolescente e oltre a essere un’attivista contro la violenza di genere, sta affrontando ogni disagio dell’ambiente in cui vive, dal riciclo dei rifiuti al bisogno di installare impianti sanitari nelle case), India:

“La cultura popolare gioca un ruolo importante per perpetuare le molestie sessuali. I ragazzi spesso usano canzoni e film che promuovo lo stalking, o fanno riferimento alle ragazze come merci a disposizione, per giustificare il loro comportamento e fare commenti osceni. Si sentono mascolini solo quando tormentano le ragazze, ma sarebbero veramente tali se rispettassero il consenso e capissero che no significa no.”

I miti sulla violenza devono essere cancellati – Sevda Alkan, Forum dell’Università di Sabanci, Turchia:

“La gente pensa che se una donna ha un alto grado di istruzione o indipendenza economica non sarà soggetta ad alcuna forma di violenza. Non è vero. Raccomando a tutti di apprendere i fatti e i dati sulla violenza domestica e di condividerli ovunque.”

e Nadhira Abdulcarim, Ostetrica e ginecologa, Filippine:

“C’è un bel po’ di stigmatizzazione, nella nostra società, sull’abuso sessuale. Molte non denunciano perché è tabù, perché la reputazione tua e della tua famiglia ne soffrirebbe – non solo dei parenti stretti, persino la reputazione della famiglia estesa. Questa è l’istanza di cui mi sto occupando. Promuovere consapevolezza è cruciale.”

Il femminismo non ha mai ucciso nessuno – Paola Mera Zambrano, Consiglio nazionale per l’eguaglianza di genere, Ecuador:

“La violenza di genere contro le donne disabili è prevalente, ma come società non riconosciamo la sua esistenza perché farlo sarebbe riconoscere la crudeltà della società stessa. Ignoranza e pregiudizio sulle disabilità fungono da ostacoli all’azione e rinforzano i ruoli di genere cosiddetti tradizionali, facendo di “femminismo” una parola proibita. Però sino a questo momento il femminismo non ha ucciso nessuno, cosa che invece la mascolinità tossica fa ogni giorno.”

Maria G. Di Rienzo

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