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Archive for the ‘Mondopoli (giochiamo a)’ Category

anti-slavery campaign

“Tre anni fa, ero una madre single con due bambini che viveva con sua madre vedova. La situazione era così difficile che quando un’amica mi ha parlato dell’andare in Germania, gente, sono partita!

Siamo arrivate solo sino in Libia. Sono stata venduta, stuprata e torturata. Ho visto molti nigeriani morire, inclusa la mia amica Iniobong.

Oggi sono una fornaia a Benin e guadagno abbastanza soldi per provvedere alla mia famiglia. I miei ragazzi non cresceranno vergognandosi della loro madre. Il mio nome è Gift Jonathan e non sono in vendita.”

(trad. Maria G. Di Rienzo)

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wanuri

(tratto da: “Meet the director of the Kenyan lesbian romance who sued the government who banned it”, intervista a Wanuri Kahiu – in immagine sopra – di Cath Clarke per The Guardian, 12 aprile 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Il film di cui si discute è uscito nei cinema britannici lo stesso giorno dell’intervista.)

“Sto per mettermi a piangere.”, dice Wanuri Kahiu, agitando le mani e sorridendo. Mi sta raccontando di un filone su Twitter in cui un mucchio di gente ha risposto alla domanda: “Qual è stato il giorno più felice della tua vita?”. Una giovane donna kenyota ha replicato: “Guardare “Rafiki” con mia madre e fare coming out.”

“Rafiki” è il nuovo film di Kahiu – una magnifica storia romantica su due ragazze che si innamorano a Nairobi. E’ un film gentile, con una scena di sesso così blanda da poter essere guardata assieme a un parente anziano. Ma in Kenya, una società conservatrice in cui 534 persone sono state arrestate fra il 2013 e il 2017 perché avevano relazioni con individui dello stesso sesso, “Rafiki” è stato bandito.

Negli ultimi dodici mesi, Kahiu è stata assalita sui social media, minacciata di arresto e ha sofferto innumerevoli commenti offensivi, a volte proveniente da membri della sua stessa famiglia. “Ho visto i commenti più spregevoli venire da persone che amo. – dice – E’ stato incredibilmente arduo.”

Allo stesso tempo, la sua carriera sta prendendo il volo. Qualche giorno prima di essere bandito, “Rafiki” è stato selezionato per Cannes. Ora, Kahiu ha due progetti in corso: una serie di fantascienza per Amazon Prime e la direzione di Millie Bobby di “Stranger Things” in uno sceneggiato per giovani adulti prodotto da Reese Witherspoon, il che la rende la prima donna africana a ottenere un contratto di questo tipo. Un articolo la definisce “la nuova Kathryn Bigelow”.

Ci incontriamo di prima mattina in un albergo di Londra. Kahiu è arrivata in volo ieri da Nairobi, dove vive con il marito cardiologo e i loro due bambini. Dimostra dieci anni in meno della sua età (39 anni), beve tè alla menta e parla con impegno e concentrazione.

I suoi guai iniziarono nell’aprile dello scorso anno, quando la Commissione cinematografica del Kenya le ha chiesto una revisione di “Rafiki” (che significa “amica/o” in Swahili). “Consideravano il film troppo ottimista. Mi dissero che se avessi cambiato il finale, mostrando la protagonista principale Kena che si pente, lo avrebbero classificato come vietato ai minori di 18 anni.”

Kahiu si rifiutò e il bando seguì, con la Commissione che dichiarava come il film cercasse di “promuovere il lesbismo in Kenya, contrariamente alla legge e ai valori dominanti dei kenyoti.”

Da questo pronunciamento in poi, Kahiu si è sentita minacciata. Il presidente della Commissione la ha accusata di aver falsificato la sceneggiatura per ottenere la licenza necessaria a girare il film: “Ha minacciato di farmi arrestare, ma non ha potuto perché noi non abbiamo mai infranto la legge.”

rafiki movie

(Samantha Mugatsia nel ruolo di Kena e Sheila Munyiva nel ruolo di Ziki in “Rafiki”.)

Quale sarebbe stato lo scenario peggiore? “Essere arrestata. Le prigioni in Kenya non sono il massimo del lusso.” La regista ha allestito un rifugio sicuro nel caso le autorità perseguitassero lei stessa o le attrici. Il linguaggio usato dal presidente della Commissione era incendiario: “Il tentativo di normalizzare l’omosessualità è analogo al mettere l’aria condizionata all’inferno.”

Kahiu fece causa con successo affinché “Rafiki” potesse essere mostrato nei cinema per sette giorni, al fine di renderlo idoneo agli Oscar (ma alla fine il Comitato di selezione per gli Oscar del Kenya non lo scelse come candidato per il miglior film straniero). “Tutto quel che ho fatto è un film su una storia immaginaria. Sto letteralmente solo facendo il mio lavoro.” Le cause legali si susseguono. La regista ha denunciato il governo per violazione della libertà di espressione e sarà di nuovo in tribunale in giugno. (…)

Wanuri Kahiu ha realizzato uno sceneggiato sul bombardamento del 1998 dell’ambasciata statunitense a Nairobi, poi un documentario sull’ambientalista vincitrice del Premio Nobel per la Pace Wangari Maathai. Ma il film che mostra al meglio le sue ambizioni è il corto “Pumzi”, venti minuti di afrofuturismo ambientati 35 anni dopo che la terza guerra mondiale ha estinto la vita sulla Terra.

In Africa non ha sperimentato sessismo perché regista donna, dice, in parte per la scarsità di registi di ambo i sessi, in parte perché le donne sono sempre state percepite come narratrici (“Racconti storie ai bambini per tenerli distanti dal fuoco mentre stai cucinando.”)

Ciò che trova deprimente è l’aspettativa per cui, essendo un’africana che crea film, il suo lavoro dovrebbe avere a che fare con la guerra, la povertà e l’Aids. “E’ la gente che pensa all’Africa come a un paese orribile, deprimente, che muore di fame. E perciò il tuo lavoro dovrebbe riflettere questo.” Kahiu rigetta l’idea che tutta l’arte del continente debba riflettere determinate istanze. Ciò di cui c’è bisogno, sostiene, sono nuove visioni dell’Africa: “Se non vediamo noi stessi come persone piene di speranza e di gioia non lavoreremo verso queste ultime due. Io credo davvero che vedere sia credere.” Per questo scopo ha creato Afrobubblegum, un collettivo che sostiene arte africana “divertente, spensierata e fiera”. (…)

Il tè è stato bevuto, le fotografie sono state scattare e Kahiu sta per tornare alla sua stanza, non per dormire ma per lavorare sulla sceneggiatura per Amazon. Durante i giorni festivi, suo marito tenta di lusingarla per staccarla dal portatile. Ma non è così semplice, spiega lei: “Se penso a un giorno perfetto, c’entra il lavoro. L’unico modo in cui posso gestire il patriarcato, la mascolinità tossica, l’unico modo in cui riesco a trovare un senso al fatto che questo film è in tribunale, che delle persone minacciano la mia esistenza e il mio lavoro, è scrivere e creare. E’ il solo modo in cui sento di avere il controllo della situazione.”

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nonna e juliet

Juliet Acom (in immagine a destra, con la nonna), ugandese, è la fondatrice e presidente di R.E.S.T.O.R.E, un centro che risponde alle emergenze create nelle comunità dall’anemia falciforme e fornisce assistenza alle persone che vivono con questa condizione e a chi si prende cura di loro.

Fra le proprie passioni cita i diritti umani, la risoluzione dei conflitti, la sicurezza alimentare, la tutela dell’ambiente, l’istruzione: sono istanze, spiega, di cui discuteva con sua nonna da bambina. L’istruzione informale, sostiene Juliet, è vera e propria ricchezza: “Le lezioni che la mia nonna analfabeta mi ha impartito mi hanno permesso di dar forza alle donne e alle comunità e di contribuire agli obiettivi internazionali di sviluppo.”

Ecco alcuni esempi di “nonnesca” saggezza che anche noi potremmo trovare utili:

– Conservazione dell’ambiente: Quando mangi un frutto da un albero che cresce abbastanza grande da fare ombra, porta il seme con te. Quando giungi in un posto privo di alberi simili, mettilo nella terra così che persone e animali possano avere gli stessi frutti e la stessa ombra. (Ancora oggi Juliet viaggia con le tasche piene di semi.)

– Cibo per tutti: Non andare mai a letto sazia mentre i tuoi vicini di casa stanno morendo di fame. Se sono troppo orgogliosi per accettare la carità, proponi loro di coltivare il tuo giardino in cambio di cibo o denaro. E mentre lavorano la tua terra, unisciti a loro.

– Acqua e igiene: Non scaricare immondizia e non urinare nei pressi di una fonte d’acqua. Se trovi immondizia accanto alla sorgente non vergognarti di raccoglierla e di portarla altrove. E quando vieni a sapere di attività comunitarie per pulire il villaggio, sii la prima ad arrivare al punto di ritrovo.

– Risoluzione dei conflitti: Non prendere mai le parti di qualcuno che è chiaramente in torto – le lacrime degli oppressi sono la ragione per cui molte persone un tempo agiate hanno avuto una fine straziante. (Secondo la nonna, ottimista, i farabutti la pagano sempre: o devono rispondere della loro corruzione o si beccano ogni sorta di terribili disgrazie.)

– Sviluppo comunitario: Non sei stata benedetta con la conoscenza, l’abilità o le risorse per tenere tutto questo in magazzino. L’altruista condivide queste benedizioni con coloro che sono meno fortunati. Se condividi, il tuo cuore sarà sempre disposto alla felicità.

– Potenziamento economico femminile: Buon cibo, begli abiti, gioielli, un marito ricco? Ok, tutto questo può andar bene per una donna, ma per farcela nella vita, una donna deve leggere libri, imparare un mestiere, risparmiare soldi e unirsi a gruppi di risparmiatori e, soprattutto, ascoltare sua nonna!

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Gripping refugee tale wins Waterstones children’s book prize”, un più lungo articolo di Alison Flood per The Guardian, 22 marzo 2019, trad. Maria G. Di Rienzo)

onjali

Onjali Q Raúf (in immagine) ha vinto il Premio Waterstones per la letteratura per l’infanzia con il suo romanzo di debutto, che ha scritto mentre si stava riprendendo dall’intervento chirurgico che le ha salvato la vita.

Raúf è la fondatrice dell’ong umanitaria “Making Herstory” (“Creare la Storia di Lei”) che combatte il traffico e la messa in schiavitù delle donne. Dopo un’operazione raffazzonata per l’endometriosi, che l’ha lasciata in preda al vomito e a dolori paralizzanti, le fu detto che aveva solo tre settimane da vivere. In seguito, un estensivo intervento chirurgico l’ha salvata, ma ha costretto Raúf a passare tre mesi di convalescenza a letto.

Durante quel periodo, tutto quello a cui riusciva a pensare erano le donne che aveva incontrato lavorando nei campi profughi a Calais e Dunkirk, alcune delle quali erano in stato di avanzata gravidanza, o sofferenti, e in particolare a una donna siriana, Zainab, che aveva appena messo al mondo un neonato di nome Raehan.

“Di colpo questo titolo, “The Boy at the Back of the Class” (“Il bambino in fondo alla classe”), mi è saltato in mente. – ha detto Raúf – Non riuscivo a smettere di pensare a Raehan e non appena i medici mi hanno detto che era ok stare di nuovo seduta, tutto è semplicemente straripato fuori. Il libro è stato scritto, letteralmente, in sette o otto settimane.”

Il romanzo racconta la storia di un profugo di nove anni, Ahmet, che è fuggito dalla guerra in Siria. Quando i bambini della sua classe scoprono che è separato dalla sua famiglia, escogitano un piano per dare una mano.

Secondo la responsabile acquisti di Waterstones per la letteratura per l’infanzia, Florentyna Martin, “The Boy at the Back of the Class” è un futuro classico, che mette in mostra il meglio di cosa le storie possono ottenere.

“Raúf ha distillato quel che significa essere una persona aperta e positiva in una storia che scintilla di gentilezza, umorismo e curiosità. – ha detto Martin – I suoi personaggi escono dal libro con un caldo sorriso, completamente formati come esempi e modelli per la vita di tutti i giorni, pronti a portarti in un’ambiziosa avventura che è sia divertente sia eccezionalmente appassionante. I libri per bambini hanno un mucchio di istanze difficili da trasmettere ai giovani lettori, e Raúf abbraccia questo con un approccio che è spassoso, ottimista e dal cuore aperto in modo travolgente.” (…)

Raúf ha dedicato “The Boy at the Back of the Class” a Raehan, “il Bimbo di Calais. E ai milioni di bimbi rifugiati nel mondo che hanno necessità di una casa sicura e amorevole.” Ma non l’ha più visto da allora.

“Sfortunatamente ho perso contatto con loro lo stesso giorno in cui ho incontrato Raehan. – ha detto – Mentre stavamo partendo abbiamo visto la polizia venire a demolire l’accampamento. Avevo il numero di telefono di Zainab e ho tentato di chiamarla il giorno dopo, ma il telefono non riceveva, perciò non so dove siano o se stiano bene. Raehan dovrebbe avere due anni e mezzo, ora.”

Raúf sta in questo momento scrivendo un altro romanzo, “The Star Outside My Window” (“La stella fuori dalla mia finestra”), che affronta il tema della violenza domestica attraverso la storia di una bambina che va a caccia di una stella “per tristi motivi”. Ma i suoi impegni principali sono la sua ong e il campo profughi dove continua a lavorare durante il tempo libero.

“E’ davvero surreale, perché la mia vita normale e la vita del mio libro sono due mondi così differenti. Io sto incontrando persone che sono sconvolte, che sono state trafficate, tento di maneggiare questioni su basi emergenziali, ed ecco che nell’altro mondo ci sono champagne e pasticcini. Vincere questo Premio è stato strabiliante, una vera enorme ciliegia su una torta fantastica.”

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(“Graça Machel: Grassroots Voices Are Key to Fighting Gender Oppression”, Thomson Reuters Foundation, 8 marzo 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Graça Machel, in immagine, è vice presidente de Gli Anziani, fondatrice e presidente della Fondazione per lo sviluppo comunitario, del Centro Zizile per lo sviluppo del bambino e del Fondo che porta il suo nome.)

Graca Machel

Il Giorno Internazionale delle Donne è un importante promemoria per celebrare l’enorme valore e i contributi di donne e ragazze in tutto il mondo. E’ una tempestiva opportunità di sfidare le strutture e le psicologie patriarcali che continuano a trattare le donne da cittadine di seconda classe e negano loro pieni diritti umani. Ed è un momento per sferrare un contrattacco al flagello della violenza di genere che segna rovinosamente le vite di così tanti milioni di donne in ogni angolo del globo.

Le stime riportano che 35% delle donne al mondo – 1,3 miliardi di persone, cifra equivalente alle intere popolazioni dell’America del Nord e dell’Europa messe insieme – hanno fatto esperienza di violenza da parte del partner intimo o di violenza sessuale in qualche momento delle loro vite. Questo è un incubo intollerabile che terrorizza le nostre figlie, sorelle, madri, zie e amiche in ogni parte del globo.

La violenza contro le donne è anche uno strumento di danno economico: prima di tutto per le donne stesse, ma anche per la società nel suo complesso. Il costo finanziario della violenza contro le donne per l’economia è stato calcolato come il 3,7% del PIL in Perù e il 6,5% del PIL in Bolivia. Negli Usa, il costo della violenza da parte del partner intimo supera gli 8,3 miliardi l’anno.

Soprattutto, la violenza contro le donne è un’oscenità morale e una profonda ingiustizia. Perché sia affrontata in modo significativo e sradicata, abbiamo necessità di coltivare una cultura del rispetto ove gli uomini valutino le donne come loro vere eguali, le voci e i corpi delle donne siano tenuti in grande considerazione e legislazioni protettive siano create e applicate nei tribunali e nelle aule di governo.

La violenza contro le donne non è innata in nessuna cultura e in nessun continente. Può essere eliminata se vi è sufficiente volontà politica di istruire le popolazioni, in special modo gli uomini e i ragazzi, e di riformare strutture, istituzioni e pratiche tradizionali.

Sia economicamente, sia politicamente o socialmente, le donne non sono vittime passive dell’abuso, ma agenti del cambiamento il cui potenziamento e la cui liberazione renderanno libere le nostre società dai ceppi dell’oppressione.

Io ho lottato per la liberazione delle donne per la mia intera vita: come combattente per la libertà in Mozambico, come Ministra per l’Istruzione quando il mio Paese ha raggiunto l’indipendenza, come rappresentante delle Nazioni Unite e oggi come membro de Gli Anziani, il gruppo di leader indipendenti che ho co-fondato con il mio scomparso marito Nelson Mandela.

Sebbene vi siano stati parecchi progressi, in particolare negli standard del discorso e nei miglioramenti alla legislazione sull’eguaglianza, mi addolora vedere che così tante donne, specialmente bambine, siano ancora soggette ai cicli della terribile violenza di genere e dell’oppressione.

In anni recenti, c’è stata una reazione crescente contro l’abuso sessuale e la discriminazione negli ambiti dello spettacolo, degli affari, della società civile e della politica tramite i movimenti #MeToo e #TimesUp. Ogni sfida profonda e ad ampio raggio al costrutto della mascolinità e al patriarcato dev’essere uno sforzo collettivo compiuto da uomini e donne insieme, in spirito di solidarietà. Sino a che non affrontiamo le cause alle radici della discriminazione e non portiamo i perpetratori a rispondere alla legge, gli slogan sui social media rischiano di essere suoni vuoti in una cassa di risonanza fatta di persone che la pensano allo stesso modo.

Nel 2015, fu raggiunto l’accordo su una cornice che definiva quale progresso potesse essere implementato e misurato nella forma degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Quest’estate, le nazioni avranno l’opportunità di mostrare come stanno implementando l”Obiettivo n. 16, concentrato su pace, giustizia e istituzioni forti, all’ High Level Political Forum a New York. I governi dovranno dimostrare di essere determinati e di avere la volontà di promulgare leggi e di assicurare sentenze efficaci contro la violenza da parte del partner intimo. Il miglior modo di fare questo per i leader – specialmente per gli uomini – è di ascoltare le donne che stanno in prima linea e imparare da loro.

Gli Anziani hanno lavorato con gruppi della società civile in tutto il mondo per mettere in luce diverse istanze relative ai diritti umani. C’è molto da imparare dai loro sforzi per smantellare pratiche patriarcali dannose. Dal “Centro legale per le Donne” in Moldavia a “Rien Sans Les Femmes” nella Repubblica democratica del Congo, queste coraggiose difensore forniscono lezioni fondamentali su come mettere fine alla violenza di genere.

In questo Giorno Internazionale delle Donne, ergiamoci e facciamo numero in solidarietà con coloro che lavorano per costruire un mondo ove ogni donna sia in grado di dare piena espressione al suo potenziale e alle sue ambizioni senza timore di violenza.

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Forse ricordate il villaggio delle donne in Kenya, Umoja, fondato negli anni ’90 da una quindicina di sopravvissute alla violenza domestica fra cui la straordinaria Rebecca Lolosoli, attuale “presidente” del posto.

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/12/31/e-questo-e-quanto/

Le donne Yazidi sfuggite alla guerra e alla schiavitù (in sintesi all’Isis) hanno fatto la stessa cosa nel nordest della Siria. Il villaggio si chiama Jinwar ed è stato inaugurato ufficialmente il 25 novembre 2018, Giorno internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E’ basato sull’eguaglianza di chi ci vive e il suo scopo è fornire alle donne un posto libero da violenza e oppressione: le abitanti non sono solo Yazidi e curde ma anche arabe, perché il villaggio accoglie qualunque donna in difficoltà e eventualmente i suoi bambini femmine e maschi.

murales a jinwar di bethan mckernan

Quello che segue è un brano dell’articolo “We are now free: Yazidis fleeing Isis start over in female-only commune” di Bethan McKernan per il Guardian, datato 25 febbraio; anche l’immagine del murale di Jinwar è sua.

“Durante il genocidio, gli uomini Yazidi furono radunati, uccisi a fucilate e abbandonati in fosse comuni. Le donne furono prese prigioniere allo scopo di essere vendute nei mercati di schiavi dell’Isis e molte passarono da un combattente all’altro subendo abusi fisici e sessuali.

Jinwar è una comune femminile, organizzata dalle donne della locale amministrazione curda per creare uno spazio in cui le donne potessero vivere “libere dalle costrizioni di strutture di potere oppressive come il patriarcato e il capitalismo”.

Le donne si sono costruite da sole le loro case, si fanno il pane, accudiscono il bestiame e coltivano la terra, cucinano e mangiano insieme. Davanti a pollo e riso, e più tardi a musica e danza, le residenti discutono di come se la stanno cavando i nuovi alberi appena piantati, albicocchi, melograni e ulivi.

“Abbiamo costruito questo posto da noi stesse, mattone dopo mattone. – dice la 35enne Barwa Darwish, che è venuta a Jinwar con i suoi sette figli dopo che il suo villaggio nella provincia di Deir Ezzor è stato liberato dall’Isis e suo marito, che si era unito alla lotta contro il gruppo, è morto in battaglia – Sotto l’Isis eravamo strangolate e ora siamo libere. Ma anche prima di questo, le donne stavano a casa. Non uscivamo e non lavoravamo fuori casa. A Jinwar, ho capito che le donne possono stare in piedi da sole.”

Jinwar è uscita dall’ideologia democratica che ha alimentato la creazione di Rojava, uno staterello curdo nella Siria nord orientale, sin da quando scoppiò la guerra civile nel 2011. L’area se l’è cavata largamente bene nonostante la presenza di nemici da ogni lato: l’Isis, le truppe del presidente siriano Bashar al-Assad e la Turchia, che vede i combattenti curdi come un’organizzazione terroristica.

La rivoluzione delle donne, com’è noto, è una parte significativa della filosofia di Rojava. Indignate dalle atrocità commesse dall’Isis, le donne curde formarono le proprie unità di combattimento. Più tardi, donne arabe e Yazidi si unirono a loro in prima linea per liberare le loro sorelle. Ma a casa, molte parti della società curda sono ancora profondamente conservatrici. Alcune delle donne ora a Jinwar sono fuggite da matrimoni imposti e abusi domestici. Queste dinamiche, così come l’eredità degli otto anni di brutale guerra in Siria, devono essere disimparate a Jinwar.

“Quando le famiglie arrivano, dapprima i bimbi arabi non vogliono giocare con quelli curdi. – dice Nujin, una delle volontarie internazionali che lavorano al villaggio – Ma in neppure due mesi si può già vedere il cambiamento. I bambini sono tutti più felici. Il villaggio è la miglior forma di riabilitazione per tutte le cose che queste famiglie hanno sofferto.”

Jinwar è ancora in costruzione: ci sono giardini da piantare e una biblioteca vuota che aspetta i suoi libri. La comunità sta tuttora vagliando idee. Oltre a quella di un centro di istruzione c’è l’idea di creare una piscina da utilizzare in estate. La maggioranza delle residenti la userebbe per la prima volta, giacché le piscine sono riservate agli uomini in gran parte del Medio oriente. Le donne hanno anche già votato per avere lezioni di guida e per dare inizio a un’attività commerciale di sartoria.”

Maria G. Di Rienzo

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thompson - lasseter

(Emma Thompson / John Lasseter, foto di Jonathan Brady – Associated Press e Valerie Macon – AFP/Getty Images)

La lettera di Emma Thompson (attrice e sceneggiatrice, vincitrice di due Oscar) che state per leggere risale al 23 gennaio scorso, ma è stata resa pubblica in questi giorni.

Tratta della sua uscita dalla lavorazione di un film d’animazione molto atteso, “Luck” della casa di produzione cinematografica Skydance, a causa dell’ingresso nel progetto del sig. Lasseter – a destra nell’immagine.

Qualche mese fa, John Lasseter ha dovuto abbandonare i suoi ruoli in un’altra casa di produzione (Pixar / Disney), ruoli che rivestiva sin dagli anni ’80, perché la gente che lavorava con lui non ne poteva più: soprattutto le donne che Lasseter molestava regolarmente. Diversi uomini giudicavano comunque insopportabile essere trattati come membri di una confraternita sessista di cui lui era il capo indiscusso.

Dopo averne annunciato l’assunzione, l’amministratore delegato di Skydance David Ellison ha inviato una lunga e-mail al personale dell’azienda in cui attesta che Lasseter ha l’obbligo contrattuale di comportarsi professionalmente, ma ha fatto anche di più: ha affittato sale pubbliche in diverse città e indetto in esse riunioni dove il personale ha potuto ascoltare Lasseter che si scusava per il suo comportamento inadeguato e chiedeva gli fosse data una seconda possibilità. Nel frattempo la presidente Mireille Soria della Paramount Pictures Animation, con cui Skydance ha un contratto di distribuzione, ha incontrato le lavoratrici della propria compagnia per assicurare loro che avevano la possibilità di rifiutare di entrare in contatto con Lasseter.

Questo è quel che ne pensa Emma Thompson nella lettera a David Ellison:

“Come sa, sono uscita dalla produzione di “Luck” – che sarà diretto dall’assolutamente splendido Alessandro Carloni. A me appare molto strano che lei e la sua compagnia abbiate considerato l’assunzione di qualcuno come il sig. Lasseter, che ha uno schema ripetuto di cattiva condotta, stante il clima attuale in cui dalle persone con il tipo di potere che voi avete ci si aspetta un’assunzione di responsabilità.

Io capisco che la situazione – coinvolgendo come fa numerosi esseri umani – è complicata. Tuttavia, queste sono le domande che vorrei fare:

Se un uomo ha toccato le donne in modo inappropriato per decenni, perché una donna dovrebbe voler lavorare con lui, quando la sola ragione per cui non la sta toccando in modo inappropriato ora è che nel suo contratto sta scritto che deve comportarsi “professionalmente”?

Se un uomo ha fatto sentire le donne nelle sue aziende svalutate e non rispettate per decenni, perché le donne della sua nuova azienda non dovrebbero pensare che ogni tipo di comportamento rispettoso lui mostra loro non è altro che una sceneggiata, prescritta a lui dal suo consulente, dal suo terapeuta e dal suo contratto d’impiego? Il messaggio sembra essere: “Sto imparando a rispettare le donne, perciò siate pazienti mentre ci lavoro su. Non è facile.”

Molto è stato detto sul dare a John Lasseter una “seconda possibilità”. Ma lui è presumibilmente pagato milioni di dollari per ricevere questa seconda possibilità. Quanti soldi sono pagati a chi lavora a Skydance per dare a lui questa seconda possibilità?

Se John Lasseter avesse messo in piedi una casa di produzione propria, allora ogni impiegato/a avrebbe avuto l’opportunità di scegliere se dargli o no una seconda possibilità. Ma chiunque lavori a Skydance e non voglia dargliela deve restare al proprio posto essendo a disagio o perdere l’impiego. Non dovrebbe essere John Lasseter a perdere il lavoro, se il personale non vuol dargli una seconda possibilità?

Skydance ha rivelato che nessuna donna ha ricevuto compensazioni da Pixar o da Disney per l’essere stata molestata da John Lasseter. Ma stanti tutti gli abusi che sono stati accumulati contro le donne che si sono fatte avanti e hanno accusato uomini di potere, pensiamo sul serio che nessun accordo di compensazione significhi nessuna molestia e nessun ambiente di lavoro ostile? Dovremmo sentirci confortate, se le donne che sentono di aver avuto le carriere distrutte lavorando per Lasseter NON ricevono denaro?

Spero che tali quesiti rendano comprensibile il mio livello di disagio. Mi rincresce aver dovuto abbandonare, perché adoro Alessandro e penso sia un regista incredibilmente creativo. Ma posso fare solo quello che mi sembra giusto, durante questi difficili tempi di transizione e di crescita della consapevolezza collettiva.

Sono del tutto conscia che secoli di legittimazione proprietaria sui corpi delle donne, che a costoro andasse bene o meno, non cambieranno nello spazio di una notte. O di un anno. Ma sono altresì consapevole che se le persone che hanno parlato apertamente – come me – non prendono questo tipo di posizioni allora è improbabile le cose cambino al passo necessario a proteggere la generazione di mia figlia.

Con i più cordiali saluti, Emma Thompson”

Maria G. Di Rienzo

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