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Archive for the ‘Mondopoli (giochiamo a)’ Category

unfpa 2018

Il 16 ottobre scorso è uscito il “Rapporto sullo stato della popolazione mondiale 2018”, a cura del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, illustrato sopra.

Per quel che riguarda i diritti riproduttivi e di salute delle donne, il potere decisionale evocato dall’immagine è ancora ristretto e irto di difficoltà. “La vera misura del progresso sono le persone in se stesse: – dice nel Rapporto la dott. Natalia Kanem – in special modo il benessere di donne e bambine, il loro godimento dei loro diritti e di piena eguaglianza, e le scelte di vita che sono libere di compiere.”

Qualche estratto, assemblato:

“Nel 1994, i governi si impegnarono a mettere le persone in grado di fare scelte informate sulla loro salute sessuale e riproduttiva riconoscendola questione di diritti umani fondamentali. 25 anni più tardi, l’universalità di tale condizione non è stata raggiunta.

Donne con necessità non soddisfatte di accesso a contraccezione moderna vanno incontro a più di quattro su cinque gravidanze indesiderate nei paesi in via di sviluppo. Ma le necessità non soddisfatte esistono in pratica ovunque, anche nei paesi a bassa fertilità.

Le donne hanno bisogno di conoscenza per esercitare i loro diritti riproduttivi e decidere se, quando e come restare incinte. Tale conoscenza dovrebbe essere impartita ai giovani prima che essi diventino sessualmente attivi. Ogni piano di studi scolastico dovrebbe comprendere educazione sessuale adeguata all’età ed esauriente su diritti, relazioni e salute sessuale e riproduttiva, con un’enfasi sull’eguaglianza di genere.

I deficit nei diritti delle donne sono strettamente legati a quelli nei diritti riproduttivi. La discriminazione di genere può precludere alle donne l’accesso ai servizi sanitari di cui hanno bisogno per fare le proprie scelte sulla contraccezione. Ove le donne sono subordinate in ambiente domestico o soggette a violenza di genere possono avere ben poco controllo sulla propria fertilità.

L’eguaglianza di genere dovrebbe essere sancita in ogni politica nazionale. Stanziamenti sensibili al genere, che selezionano le politiche per direzionarvi risorse pubbliche sulla base del loro contributo all’eguaglianza di genere, possono essere attrezzi importanti per velocizzare il progresso.

Il lavoro sulle norme sociali è pure essenziale. Sebbene le donne nel mondo siano sempre più consapevoli dei loro diritti, le attitudini che si riscontrano fra gli uomini restano le barriere principali. Le donne ovunque si fanno carico di una quota sproporzionata di lavoro di cura non pagato, il che può scoraggiarne alcune dall’avere quanti figli vogliono. Al contrario, per quelle che hanno più figli di quelli che desiderano, le richieste del lavoro domestico possono diventare un insormontabile ostacolo all’assicurarsi lavoro pagato o al partecipare alla vita comunitaria.”

Maria G. Di Rienzo

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(“Stop Teaching Boys To Be Abusers”, di Tegan Jones, scrittrice e editrice freelance le cui passioni sono “l’eguaglianza di genere, la giustizia ambientale e la Resistenza”, 25 settembre 2018. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

sharpening pencil

Quando ero in prima media, un ragazzo di nome Vince sedeva dietro di me durante le lezioni di educazione civica. La maggior parte delle volte, durante quei giorni, si chinava in avanti e mi toccava il collo o mi strofinava le spalle.

Gli dissi di smettere. Allontanai le sue mani a schiaffi. Poi mi lamentai con l’insegnante, il signor Hardy, che a malincuore sgridò il ragazzo. Ma dopo un po’ di mie lamentele, il sig. Hardy mi disse che avrei dovuto maneggiare la situazione da sola. “Non ti sta facendo male.”, disse.

Dopo diversi mesi di sopportazione delle appiccicose mani di Vince sulla mia pelle, lo minacciai con una matita appuntita. “Toccami ancora e ti infilzo.”, dissi.

Lui rise. Aveva ragione a farlo. Era un ragazzo molto grosso che faceva apparire ogni altro studente in classe un nano. Io ero la ragazza più piccola di tutti. Perciò mi ha toccata di nuovo. E io ho infilato l’appuntito pezzo di grafite nella sua mano.

Naturalmente, mi presi una punizione. Fui sul punto di essere sospesa. Ma Vince non mi toccò più. Io la considerai una vittoria.

Tuttavia, rimasi sempre arrabbiata con il sig. Hardy. Perché aveva rifiutato di aiutarmi? Era troppo pigro? Pensava che io stessi mentendo? Aveva paura della stazza di Vince? (Il sig. Hardy non era molto più alto di me a 11 anni.)

Con il tempo, sono giunta a credere che il sig. Hardy si sentisse dispiaciuto per Vince. Era un emarginato, un ragazzo senza amici. Non aveva imparato a gestire la propria igiene personale e non riusciva a entrare in relazione con gli altri ragazzini. Ai suoi occhi, punire Vince che tentava di interagire con una ragazza sembrava probabilmente una crudeltà non necessaria. Specialmente perché era dell’opinione che la mia sicurezza non fosse in pericolo. “Non ti sta facendo male”, aveva detto.

Ma il tocco più lieve più causare il dolore più grande. Questo è qualcosa che tutte le donne sanno.

La maggior parte degli uomini, d’altra parte, ne sono ignari. Oppure non gliene importa. Invece di proteggere le donne da chi ne abusa, preferiscono difendere gli uomini che sembrano incapaci di tenere le mani in tasca.

Guardate quel giudice in Alaska che di recente ha lasciato andare un rapitore senza condannarlo a un periodo di prigionia, sebbene costui avesse strangolato la sua vittima sino a farle perdere i sensi e poi si fosse masturbato su di lei. Il giudice Michael Corey ha detto al criminale che “per una volta gliela faceva passare”, sebbene originariamente avrebbe potuto essere condannato dai 5 ai 99 anni di galera. “Questo non deve più succedere.”, ha detto il giudice Corey.

Ma che mi dice della donna a cui è GIA’ successo? La vittima, descritta dalla stampa come una donna nativa di 25 anni, dovrà vivere con questo orrore per il resto della vita. E’ stata rapita da una stazione di servizio e quasi uccisa – perciò dubito che tornerà presto a un’esistenza normale.

Ma è viva. Lui non l’ha effettivamente uccisa. Secondo il rapporto dell’investigatore, lui aveva solo “bisogno di credere che stesse per morire per potersi appagare sessualmente.”

Oh, è tutto qui?

Matt Lauer aveva solo bisogno che ragazze ignare guardassero il suo pene. Bill Cosby aveva solo bisogno di palpeggiare donne prive di sensi. Brock Turner aveva solo bisogno di andare a letto con qualcuna. Quando guardi la cosa in questo modo, cominci a capire perché così tanti uomini corrono a difendere questi perpetratori. Come il senatore dello Iowa Steve King ha detto in difesa dell’accusato di abusi e nominato alla Corte Suprema Brett Kavanaugh: “C’è un solo uomo, in questa stanza, che non sia stato soggetto a simili accuse?”

Naturalmente, lui intendeva accuse “false”. Ma si può quasi sentire il sottotesto: c’è un uomo in questa stanza che non si sia mai esposto in modo indecente a una donna o due? Chi non si è mai eccitato un po’ al punto di immobilizzare una donna? E’ solo il modo in cui vanno le cose.

Io non so cosa ci voglia alla nostra società per insegnare agli uomini che ci sono conseguenze se aggrediscono sessualmente una donna. Una cosa la so, però: infilzare funziona.

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(tratto da: “Sexual harassment rife in Europe’s parliaments – report”, di Emma Batha per Thomson Reuters Foundation, 16 ottobre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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I legislatori di sesso femminile in tutta Europa affrontano molestie sessuali, discriminazione e violenza nel loro lavoro, con l’85% che dichiara di aver sofferto minacce di stupro o altri abusi psicologici, dice un rapporto rilasciato martedì scorso.

Una su quattro donne parlamentari e il 40% del personale parlamentare di sesso femminile dichiarano di essere state soggette a molestie o assalti sessuali, in maggioranza da parte di parlamentari maschi.

Circa metà delle 123 donne intervistate ha ricevuto minacce di morte, di stupro o di pestaggio – molte tramite social media da parte di anonimi cittadini – e sette su dieci sono state il bersaglio di commenti sessisti.

Le parlamentari che combattono la diseguaglianza di genere e la violenza contro le donne sono spesso isolate e selezionate per gli attacchi, secondo il rapporto redatto dall’Unione Inter-parlamentare (ndt. forum di 178 parlamenti con status di osservatore permanente alle Nazioni Unite) e dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Ma lo studio sulle donne legislatrici e sul personale parlamentare femminile in 45 paesi europei ha scoperto che poche denunciano la situazione e che a numerosi parlamenti mancano i meccanismi per abilitarle a farlo.

La ricerca arriva subito dopo uno schiacciante rapporto, pubblicato questa settimana, sulle accuse di molestie sessuali e bullismo del personale che si occupa del parlamento britannico. L’indagine indipendente ha ascoltato personale femminile che ha subito ripetute proposte e frequenti toccamenti inappropriati da parte alcuni membri maschi del parlamento. Ciò include “lasciare la mano sulle loro ginocchia per un tempo spiacevolmente lungo, tentare di baciarle, stringere le loro braccia o le loro natiche, o strofinare i loro seni e sederi.”

Alcuni membri maschi del personale sono noti come “predatori seriali”, secondo il rapporto dell’ex giudice alla Corte Suprema Laura Co. Costei ha descritto una “cultura, che va a cascata dai livelli più alti a quelli più bassi, in cui il bullismo, le molestie in genere e le molestie sessuali sono state in grado di prosperare e di essere a lungo tollerate e nascoste.”

Si è abusato delle donne rivolgendo loro termini volgari, le si è rese soggetti di beffe e sono state bersagli del comportamento rozzo di gruppi di parlamentari maschi, i quali hanno fatto commenti osceni e hanno ripetutamente chiesto informazioni sulla loro vita sessuale, dice il rapporto.

Alcuni testimoni hanno descritto “un trattamento orribile delle giovani donne da parte dei parlamentari” e detto che alcune donne sono state trattate come “servitrici personali, con velate minacce di rimozione dal posto se si fossero rifiutate di assecondare le richieste.” Le testimonianze descrivono alcuni episodi dell’abuso e del bullismo generali come “assai disturbanti”.

Cox ha dettagliato una cultura che “ha attivamente operato per insabbiare le condotte offensive e violente” e la mancanza di protezione per le persone che denunciano gli abusi. Ha anche analizzato un nuovo sistema per maneggiare il comportamento scorretto dei parlamentari e richiesto un “ampio cambiamento culturale”.

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Ieri, in occasione dell’International Day of the Girl (Giorno Internazionale della Bambina/Ragazza – Nazioni Unite), Nara è stata simbolicamente “presidente per un giorno” del suo paese, il Paraguay.

Paraguay - president for a day

Nara è una scolara di 11 anni e mira a diventare ingegnera: “Il mio esempio per le altre ragazze, come presidente, deve servire a dire loro di non mollare mai e di avere fiducia in se stesse. Non sono solo i ragazzi a poter ottenere risultati.”

Cos’ha deciso di affrontare durante il suo mandato? Quel che ritiene essere il problema più grave e urgente per donne, ragazze e bambine: contrastare la violenza sessuale e raggiungere l’eguaglianza.

La violenza sessuale è la questione principale che blocca le ragazze, ha detto Nara: diverse sue amiche coetanee sono già state stuprate – l’ultima cinque mesi fa, dal proprietario di un negozio in cui era entrata a far compere.

“Le cose più difficili per le ragazze, qui, sono gli abusi, le molestie, gli stupri. Le ragazze si sentono intrappolate dentro se stesse, a causa delle violenze di cui hanno fatto esperienza.” L’alta percentuale di adolescenti incinte è diretta conseguenza di tali esperienze: una gravidanza su cinque, in Paraguay, concerne una minorenne e la maggioranza di tali casi sono risultati degli stupri subiti.

“Vorrei che le ragazze fossero trattate da eguali. – ha detto ancora Nara – Gli uomini ci lasciano sempre indietro e mettono ostacoli sulla nostra strada.”

Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Thomson Reuters Foundation – a cui appartiene il particolare dell’immagine sopra; Devdiscourse; UN Women.)

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(“Imagine if men were afraid to walk home alone at night”, di Katy Guest per The Guardian, 8 ottobre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

coprifuoco

Cosa vogliono le donne, veramente? E cosa farebbero le pazze femministe se infine riuscissero a derubare gli uomini di tutti i diritti, a chiuderli dentro la notte e a tenere il potere per se stesse?

Be’, le risposte sono appena arrivate, grazie a un esperimento di riflessione, e potrebbero sorprendervi.

“Signore… cosa fareste se per tutti gli uomini scattasse il coprifuoco alle 9 di sera?”, si è chiesta Danielle Muscato in un tweet causale martedì mattina, aggiungendo: “Ragazzi: leggete le risposte e prestate loro attenzione.”

Migliaia di donne hanno risposto e il risultato piuttosto patetico è che se le donne si trovassero responsabili del mondo, loro… andrebbero camminando in determinati luoghi, qualche volta, senza sentirsi spaventate. A casa dalla stazione dopo il lavoro, per dire, o nei boschi da sole di notte. Alcune sfrutterebbero l’occasione per fare la spesa mentre i negozi sono tranquilli. Molte andrebbero a farsi una corsa. Parecchie hanno detto persino che ascolterebbero musica con gli auricolari mentre lo fanno. Radicale!

Gli uomini hanno letto queste risposte e alcuni di loro erano furibondi. Chiedere il coprifuoco alle 9 di sera perché credete che tutti gli uomini siano stupratori è stupido, isterico e di base uguale al razzismo, hanno detto, anche se nessuno ha chiesto di imporre un coprifuoco o ha sostenuto che gli uomini fossero qualsiasi cosa. E, nel mentre è stato triste leggere quanto poco basterebbe a rendere davvero felici un bel po’ di donne, è stato anche deprimente vedere la gente diventare così arrabbiata per un coprifuoco ipotetico, mentre i movimenti delle donne sono limitati nella vita reale per tutto il tempo.

Circa quattro anni fa, un uomo stava assalendo sessualmente donne a Londra e la polizia diede il consiglio a tutte le donne locali di evitare di camminare da sole la sera, fino a che lo avessero catturato. Si era di dicembre, perciò era buio quasi sempre. E l’uomo non è ancora stato arrestato. Questo è un coprifuoco reale per le donne, raccomandato dalle autorità (sebbene ovviamente io lo rompa di continuo per andare al lavoro e tornare, e qualche uomo mi ha detto allegramente che mi merito di essere stuprata se continuo a essere così ostinata al proposito).

Immaginate se la polizia avesse invece chiesto agli uomini di starsene a casa di sera a causa del comportamento di un solo uomo. Orrore! Assieme agli avvisi ufficiali, c’è tutto l’auto-monitoraggio che noi donne facciamo, sacrificando cose che ci piacciono, come il fare esercizio o l’uscire con le amiche o prendere l’autobus notturno per tornare a casa. Ma nessuno sembra essere arrabbiato per questo.

Un buon numero di sentimenti sembrano diretti dalla parte sbagliata. Perché la gente è così seccata se qualche migliaio di donne passano pochi secondi un martedì mattina godendo dell’immaginare ciò che potrebbero fare se non fossero costrette ad avere paura? Dov’è tutta la rabbia verso la porzione di uomini che ci costringono ad avere paura? E com’è possibile leggere migliaia di risposte da parte di donne che hanno ragione di credere di non essere al sicuro uscendo di notte, e concludere che la vera minaccia è per gli uomini?

Ovviamente, alcuni uomini hanno letto le repliche e hanno prestato attenzione e le loro risposte sono state molto espressive. “Wow, mi sento orribilmente adesso. – ha detto uno di loro – Niente di tutto ciò ha mai causato a me alcun problema. Corro, vado dove voglio quando voglio. Com’è che le donne non sono piene di rabbia sfrenata per tutto il tempo?” E’ una domanda davvero buona e sempre di più penso che lui abbia ragione, dovremmo esserlo.

Un altro uomo si è rivolto a me direttamente, sulla questione, chiedendo: “Da quando è diventato socialmente accettabile stroncare gli uomini apertamente?” e: “Be’, esattamente cosa proponi di fare, allora?” Non mi tenti, signore.

Perché quando le pazze femministe conquisteranno infine il mondo, e ti deruberanno dei tuoi diritti e terranno tutto il potere per se stesse, gli individui che fanno domande stupide come queste saranno i primi a essere rinchiusi al calar della notte. E noi andremo a farci una passeggiata. Una passeggiata davvero lunga. Con gli auricolari addosso.

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(tratto da: “Gaza women navigate different forms of siege”, un più ampio servizio della fotografa freelance Asmaa El Khaldi di Gaza, Palestina, per News Magazine TRT World, 3 ottobre 2018. Le immagini sono sue. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Mentre Israele continua a strozzare la città con un assedio militare, alcune donne stanno perseguendo i propri sogni lottando contro varie difficoltà, inclusa l’attitudine bigotta di altri palestinesi. Nella striscia di Gaza le donne si muovono in mezzo a un mucchio di costrizioni – dai reticolati di filo spinato delle forze israeliane ai propri simili palestinesi che dicono loro cosa devono fare e cosa no.

majd - foto di asma el khaldi

L’assedio di Gaza ha prosciugato molti rifornimenti essenziali, incluso il cemento. Un’ingegnera civile di 23 anni, Majd Mashharawi – in immagine sopra – un giorno ha notato un edificio ed esaminandolo ha scoperto che le sue fondamenta erano deboli.

Mashharawi ha deciso di produrre mattoni: molto più durevoli di quelli importati. E si è assicurata che la sua produzione fosse sostenibile a livello ambientale.

Assieme a Rawan Abdulatif ha raccolto tonnellate di cenere di carbone e l’ha trasformata in quelle che loro chiamano “tortine verdi”, un’alternativa al cemento che costa il 25% in meno dei normali blocchi da costruzione. Inizialmente, gli imprenditori edili e i muratori non hanno preso sul serio il lavoro di Mashharawi. Lei se n’è fregata delle prese in giro e del fatto che la chiamassero in modo derisorio “la ragazza dei mattoni”: le lastre di calcestruzzo che lei produce dalla cenere di carbone sono più leggere, assai più forti e più a buon mercato dei mattoni ordinari.

Mashharawi ha vinto diversi premi a livello locale e internazionale, incluso il concorso “Gaza Entrepreneur Challenge”, indetto e sponsorizzato dalle Nazioni Unite in collaborazione con l’iniziativa giapponese Gaza Innovation Challenge (JGIC). La gente sta lentamente dando riconoscimento al suo lavoro. Mashharawi è decisa a realizzare il suo sogno di rendere le “tortine verdi” conosciute in tutto il mondo.

salwa - foto di asma el khadi

Salwa Srour – in immagine sopra – una 52enne palestinese nubile, si è invece assunta il lavoro di guidare per i bambini dell’asilo. Lei e sua sorella Sajeda organizzano un asilo da circa 10 anni. Quattro anni fa, diverse famiglie si lamentarono degli autisti maschi che portavano i loro bambini alla scuola privata. Le due sorelle non volevano perdere i loro scolaretti, perciò Salwa è diventata l’autista dell’autobus scolastico.

Ayisha Hussain è una donna palestinese di 36 anni e ha sette figli. E’ l’unico fabbro di sesso femminile a Gaza. Hussain ha ereditato il lavoro da suo marito vent’anni fa. Quando quest’ultimo si è ammalato, lei è diventata la sola a mantenere economicamente la famiglia.

Lavora sotto una vecchia tenda di tela cerata. Sebbene il lavoro sia duro e le spezzi la schiena, Hussain si sente realizzata. Le sue figlie le danno ogni tanto una mano, sebbene lei non desideri che i suoi bambini facciano la sua stessa vita.

Le piacerebbe avere una vera officina, un giorno. Alcuni dei vicini di casa la sostengono, mentre altri si lamentano dei rumori metallici che vengono dal suo luogo di lavoro. Guadagna dai 4 euro e mezzo ai 10 e mezzo a giornata. Sebbene il danaro non sia sufficiente a coprire le spese primarie di sostentamento, lei è orgogliosa di essere finanziariamente indipendente.

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(“Lesbian ‘witches’ chained and raped by families in Cameroon”, Thomson Reuters Foundation, editing di Katy Migiro, trad. Maria G. Di Rienzo.)

black lesbian pride

Yaounde, 2 ottobre 2018 – Durante un triste servizio domenicale in chiesa, la 14enne Viviane – stanca di lottare contro la sua attrazione per le ragazze – si rassegnò a una conclusione infelice: era stata stregata. A scuola e in chiesa a Yaounde, la capitale del Camerun, le era stato a lungo detto che avere predilezione per il proprio sesso non era solo un peccato, ma anche il segno che un sinistro incantesimo era stato gettato su di te.

“Non vedevo le ragazze come tutti gli altri – ho pensato che uno spirito maligno mi avesse posseduta. – ha detto al telefono a Thomson Reuters Foundation, con una mesta risata, dalla Francia, dove ha chiesto asilo l’anno scorso con l’aiuto della sua fidanzata – Così ho cominciato a pregare per mandarlo via.”

Ma le sue preghiere fallirono. Quattro anno più tardi, Viviane fu incatenata al muro e violentemente stuprata da un uomo che la sua famiglia la forzò a sposare, dopo aver scoperto che era lesbica.

Dal Sudafrica all’India all’Ecuador, persone gay sono sottoposte a “stupro correttivo” dalle loro famiglie, da estranei e da vigilanti che credono l’omosessualità sia una malattia mentale che deve essere “curata”.

A volte, ciò è perpetrato con la copertura delle tenebre o quando il picchiare della pioggia su tetti di latta attutisce le grida, gay del Camerun hanno narrato a Thomson Reuters Foundation. Altre volte è orchestrato da membri della famiglia che regolarmente si fanno “giustizia” da soli, torturando, stuprando e assassinando parenti gay e lesbiche che loro pensano essere streghe o sotto maledizione.

La credenza nella stregoneria è diffusa in Camerun. Anche se è illegale praticare magia nera, le autorità fanno poco per impedire alle famiglie di consultare maghi che compiono sacrifici rituali per “curare” i loro parenti dall’omosessualità.

Le relazioni fra persone dello stesso sesso sono tabù all’interno dell’Africa, che ha alcune delle leggi più proibitive al mondo contro l’omosessualità. Persone gay sono di routine ricattate, assalite e/o stuprate, e subiscono sanzioni penali che vanno dall’imprigionamento alla morte. Un rapporto del 2017 dell’ILGA – International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association, attesta che 33 paesi africani su 54 criminalizzano le relazioni fra persone dello stesso sesso.

Gli atti omosessuali costano cinque anni di prigione in Camerun, dove secondo CAMFAIDS (un gruppo di sostegno LGBT+) almeno 50 persone sono state condannate – fra il 2010 e il 2014 – per crimini che vanno dall’indossare abiti dell’altro sesso a quello dell’uomo che ha inviato un messaggio di testo con scritto “Ti amo” a un altro uomo.

“La violenza anti-LGBT+ sta peggiorando.”, ha detto Michel Engama, direttore di CAMFAIDS, il cui predecessore Eric Ohena Lembembe è stato trovato morto nel 2013 con il collo spezzato e il volto bruciato da un ferro da stiro, come riportato da Human Rights Watch.

Almeno 600 attacchi e reati omofobici sono stati registrati in Camerun lo scorso anno, secondo

Humanity First Cameroon, un’organizzazione che raggruppa associazioni LGBT+, con una lesbica su cinque e un gay su dieci che hanno denunciato di essere stati stuprati. Gli attivisti dicono che la vera dimensione del problema è probabilmente molto peggiore, poiché la maggior parte degli assalti non sono denunciati.

La famiglia di Viviane la picchiò e la frustò dopo aver scoperto i messaggi di testo espliciti che aveva mandato alla sua ragazza. Sua zia e i suoi fratelli la portarono al loro villaggio, dove lo stregone locale la costrinse a bere pozioni a base di sangue di gallina e le inserì peperoncini piccanti nell’ano, giustificando il tutto come un rituale di “purificazione”.

Trovarle un marito che fosse pastore della chiesa era una possibilità di ripulire il nome della famiglia, ha spiegato Viviane. Il fatto che avesse già due mogli e 30 anni più di lei non fu preso in considerazione. “Non ci furono discussioni al proposito. – ha detto, aggiungendo che la famiglia ricevette la “dote” dal pastore ancor prima che lei fosse informata dell’accordo – Per loro, io ero una specie di collana che avevano venduto.”

Sebbene lo stupro sia reato in Camerun, non c’è la possibilità che una simile violazione sia ascritta a un marito, ha detto Viviane: “Un pastore in Camerun è come un dio. Dio non può violentare. E se lo accusi di stupro, il diavolo sei tu.”

Nel mentre Viviane ha ritenuto che la sua miglior opzione fosse fuggire dal paese, Frederique ha parlato pubblicamente dopo aver subito uno stupro di gruppo nel 2016, dopo aver lasciato in taxi un seminario LGBT+ a cui aveva partecipato a Yaounde. Il tassista si fermò per salire un altro uomo e guidò sino a una parte deserta della città, dove entrambi la violentarono mentre la schernivano accusandola di essere una lesbica e una strega.

“Continuavano a urlare che io meritavo quel castigo, che mi stavano correggendo. – ha detto la 33enne, che ha ormai raccontato la sua storia a centinaia di ragazze durante incontri e seminari in Camerun – Se avessi denunciato penalmente, sarei stata vista non come una vittima, ma piuttosto come qualcuna che si era meritata quel che era accaduto.” Frederique crede che la sua decisione di parlare le abbia salvato la vita: “Anche una mia amica è stata stuprata e si è sentita completamente sola, isolata, depressa. Si è quasi uccisa. – dice cercando di trattenere le lacrime – Io avevo pensato di fare lo stesso. Ma ero anche così furibonda. Non volevo che altre ragazze patissero questo, ne fossero vittime come me. Volevo esporre i perpetratori per far finire tutto questo.”

Non è facile, dice anche. Le lesbiche in Camerun vivono ogni giorno in segretezza e prudenza, comunicando con nomi in codice e cambiando di frequente i luoghi pubblici in cui si incontrano. “Continuiamo a lottare, – dichiara – anche se siamo doppiamente discriminate: prima come donne e poi come lesbiche.”

Engama di CAMFAIDS sa che le precauzioni non garantiscono sicurezza e sottolinea come il ventenne Kenfack Tobi Aubin Parfait sia stato picchiato a morte, il mese scorso, da suo fratello maggiore che credeva fosse gay.

“C’è una vera guerra condotta contro di noi. – dice Engama, che riceve regolarmente minacce di morte – Ma continueremo a lottare sino a che si saranno stancati… Nessuno può darci la libertà. Dobbiamo prendercela.”

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