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Archive for the ‘Mondopoli (giochiamo a)’ Category

E’ la versione americana, gonfiata e amplificata e molto più abbiente, di Feltri o di Sgarbi.

Le frasi seguenti vengono da un libro degli anni ’90 composto di sue citazioni:

“Se le donne volessero essere apprezzate per i loro cervelli, andrebbero in biblioteca invece che da Bloomingdale’s.”

“Voglio sesso orale da Jane Fonda. Avete dato un’occhiata a Jane Fonda? Non è male per essere una cinquantenne.”

“So per certo (è fattuale!) che ogni donna che ha del rispetto per se stessa, quando cammina accanto a un cantiere e non riceve un fischio si gira e continua a camminare avanti e indietro fino a che non ne ottiene uno.”

“La famiglia reale (britannica) – che mucchio di disadattati: un gay, un architetto, quella lesbica con la faccia da cavallo e un ragazzo che ha rinunciato a Koo Stark per una manza grassa.”

“Uno sport che non usa palle? Il sesso lesbico.”

“(i computer delle mie aziende) fanno qualsiasi cosa, incluso fornirvi sesso orale. Immagino che questo metta fuori gioco un bel po’ di voi ragazze.”

Il resto qui di seguito è invece cosa assai più recente rilasciata in pubblico:

“Mi piace il teatro, andare a cena e dar la caccia alle donne. Lasciate che vi spieghi: sono un miliardario single ed eterosessuale a Manhattan. Che ne pensate? E’ un sogno bagnato.”

Ne ha anche per “l’enorme massa di maschi neri e latini dell’età, diciamo, fra i 16 e i 25 anni” senza impiego e senza prospettive semplicemente perché non sa “come comportarsi nel posto di lavoro”, pensa che avere una sanità pubblica (“Obamacare”) sia “una disgrazia” e soffre di una sorta di disagio psicologico per cui pensa di essere vittima di razzismo (i tipi come lui dicono cose del genere dopo aver preso una multa per velocità eccessiva): “La polizia ferma sproporzionatamente e troppo i bianchi – e troppo poco le minoranze.”

Il libro è “The Portable Bloomberg: The Wit and Wisdom of Michael Bloomberg” (wit and wisdom, capito, arguzia e saggezza): i curatori hanno assicurato che tutte le citazioni sono proprio del sig. Bloomberg e che nulla è stato abbellito o esagerato e inoltre che alcune frasi sono state lasciate fuori dal testo perché “troppo oltraggiose” (cioè, c’era davvero di peggio?). Bloomberg, da par suo, non ne ha mai smentita nessuna. Ha solo ammesso che sì, forse ha detto delle cose “inappropriate” che potrebbero aver offeso qualcuno e in tal caso, ovviamente, si scusa.

“Le sue parole – hanno aggiunto i suoi sostenitori – non sempre hanno concordato con i valori su cui fonda la sua vita.” Ah be’, questo aggiusta tutto. Sono sicura che se questo pagliaccio ricco sostituisce il pagliaccio ricco attuale (Trump) possiamo aspettarci massimo rispetto e altissima considerazione per le donne – in particolare per le donne lesbiche e per le minoranze di qualsiasi tipo nonché una affettuosa attenzione per chi non può permettersi i costi della sanità privata:

A chi sta morendo perché non può pagare le proprie cure mediche invio un saluto e una preghiera. Mi scuserà se non gli faccio visita, ma dopo il teatro devo andare a cena e a caccia di manze, sa quelle robe senza cervello che passano il tempo nei grandi magazzini e attorno ai cantieri. Pensi che in biblioteca non ne ho mai vista una, anche perché non ci vado mai.”

Repubblicano o democratico – Bloomberg è passato per ambo i partiti – il “sogno americano” sembra essere ridotto a un anziano cafone sessista, razzista, classista e omofobo… va da sé, strafogato di soldi.

Maria G. Di Rienzo

(Le citazioni vengono da: The Week in Patriarchy, “Who said it – Trump or Bloomberg? Take our revealing quiz”, di Arwa Mahdawi per The Guardian, 22 febbraio 2020.)

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Amanirenas (o Amanirena) fu regina – qore e kandake, “re” ed “erede matrilineare” – del Kush dal 40 al 10 BCE.

E’ solo una delle mille e mille figure femminili storiche sepolte da un metodo per cui se non corrispondono a uno stereotipo patriarcale è meglio non parlarne affatto. Questa poi, oltre a essere una guerriera, era pure cieca da un occhio!

Jason Porath – https://www.rejectedprincesses.com/ – racconta di lei così (l’illustrazione sottostante è sua):

“Molto tempo fa, quando Roma aveva messo gli occhi sul sud, una regina con un occhio solo combatté così fieramente che Roma non andò mai più oltre l’Egitto.

Il suo nome era Amanirenas.

Questa è la sua storia, e la storia di una testa famosa decapitata.

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La vicenda inizia con la sconfitta di Cleopatra e Marcantonio per mano di Augusto.

Dopo aver annesso l’Egitto, Augusto e i suoi si ripromisero di spingersi ancora più a sud.

Ciò significa che la prossima nazione era quella di Amanirenas, regina del regno di Kush, in quello che oggi è il Sudan.

Florido quanto l’Egitto, Kush era tuttavia molto più piccolo dell’Impero Romano. Ad ogni modo, mentre Roma era distratta altrove, Kush colpì per primo.

Il marito di Amanirenas morì durante le prime battaglie, lasciando lei e il figlio a continuare la lotta.

Kush conquistò due grandi città romane, prese prigionieri ed espanse i confini del regno.

Come sberleffo finale, i Kushiti decapitarono numerose statue di Augusto.

Augusto non ne fu divertito. Roma reclamò le sue città, invase il Kush, distrusse la sua antica capitale e vendette migliaia di persone come schiave. Sembrava che Kush fosse stato messo in ginocchio. Non era così.

Amanirenas contrattaccò velocemente e ripetutamente, in apparenza usando alcune terrificanti tattiche di guerra.

Un’incisione mostra Amanirenas con due spade, mentre dà da mangiare prigionieri al suo leone domestico. Altre registrazioni descrivono l’uso di elefanti da guerra contro i nemici.

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Dopo non molto, Roma acconsentì a un trattato di pace permanente (Ndt.: senza tributi o altre condizioni). Combinando resistenza ambientale e resistenza armata, Kush si dimostrò troppo difficile perché Roma continuasse a combattere.

Non conosciamo le opinioni di Kush sulla guerra. Sino a oggi, nessuno è riuscito a tradurre i loro geroglifici.

Kush scomparve 400 anni dopo, lasciando rovine che non furono oggetto di studio sino al 1900.

Come un tempio riscavato nel 1914. Gli archeologi furono sconvolti dal ritrovamento della testa di una statua di Augusto, il reperto di quel tipo meglio preservato che fosse sino allora sopravvissuto.

Stava sotto il piede di un governante kushita.”

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(Le dimostranti gettano vernice sulla porta del palazzo presidenziale – Città del Messico, 14 febbraio 2020)

Trasformate le nostre morti in uno spettacolo”: questa frase, detta dalle donne messicane durante la manifestazione illustrata sopra, è la chiave di volta attorno a cui ruota l’intero sistema della rappresentazione femminile nei media.

La vicenda sullo sfondo è quella della 25enne Ingrid Escamilla, uccisa a coltellate dal convivente – Erik Francisco, 46 anni – che immediatamente dopo l’omicidio squarta e spella in parte il cadavere.

Due quotidiani, La Prensa e Pasala, pubblicano foto esplicite del corpo macellato: il primo due volte, anche dopo la prima reazione online delle donne che hanno inondato i social di immagini di Ingrid che inneggiavano alla vita; il secondo con il titolo “E’ stata colpa di Cupido”.

A La Prensa si sono difesi dicendo che loro coprono crimini su cui il governo preferisce tacere (“Oggi comprendiamo che ciò non è stato sufficiente e stiamo entrando in un processo di profonda revisione.”) e dichiarando di essere aperti alla discussione sugli standard di pubblicazione. In altre parole, la manifestazione li ha spaventati, ma non hanno ancora capito dove hanno sbagliato.

Pasala, almeno sino a ieri, non ha risposto alle richieste di commento da parte dei colleghi messicani e stranieri.

Sull’assassinio di Ingrid è intervenuta anche l’Agenzia Donne delle Nazioni Unite: “Chiediamo azioni esaurienti per eliminare la violenza contro donne e bambine. Chiediamo completo accesso alla giustizia e non-rivittimizzazione per tutte. Ingrid non è un caso isolato.” Di media infatti, dicono le statistiche ufficiali, in Messico muoiono di femminicidio 10 donne al giorno. L’anno scorso la cifra ha segnato un nuovo record: 1.006 casi contro i 912 del 2018.

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(Le dimostranti in piedi davanti alla porta del palazzo presidenziale. Si leggono le parole “Ingrid” e “Stato femminicida” – Città del Messico, 14 febbraio 2020)

Le donne in piazza hanno denunciato l’inerzia del governo al proposito ma hanno ripetuto che della situazione “la stampa è complice”. E non è solo complice quando sbatte in prima pagina budella estratte da un cadavere accoppiandoci le alette di Cupido. E’ complice quando si arrampica sugli specchi per giustificare e coccolare gli assassini (stressati, abbandonati, disoccupati, depressi, vittime del raptus, “giganti buoni”), quando scarica la responsabilità sulle vittime (lo aveva lasciato, voleva lasciarlo, non ha denunciato: Ingrid lo aveva fatto, tra l’altro), quando inserisce di forza queste ultime nell’unica cornice in cui le donne possono apparire sui media: la “bellezza”.

Ingrid Escamilla, la bellezza che sopravvive

Ingrid Escamilla aveva 25 anni e grandi occhi neri

Il sorriso perduto di Ingrid

Sono tutti prodotti italiani: sorriso, grandi occhi e bellezza che sopravvive sospesa in aria, sopra un corpo atrocemente mutilato – le nostre preoccupazioni su come affrontare e sconfiggere la violenza scompaiono, Ingrid era bella, sarà bella per sempre, che sollievo!

In Messico, come in Italia, come ovunque, femministe, attiviste, artiste, scrittrici, ecc. regolarmente chiedono conto del modo in cui la violenza di genere è riportata dalla stampa.

In ambito internazionale (Nazioni Unite) da anni si firmano protocolli e si sottoscrivono impegni sulla rappresentazione mediatica delle donne.

Abbiamo tonnellate di studi e ricerche che spiegano perché e come essa giochi un ruolo cruciale nel creare e mantenere la violenza contro le donne.

La signora Nessuno, io, riesce a raggiungere tutte queste informazioni con incredibile facilità e si domanda costantemente perché alle redazioni esse sembrino non arrivare affatto.

Si domanda anche perché per essere viste e ascoltate – spesso solo di striscio e solo per un giorno – sia necessario spalmare vernice rossa su edifici pubblici e venire alle mani con la polizia (o la cosa è eclatante e potenzialmente strumentalizzabile o col piffero che i media si attivano).

Si domanda infine perché, però, alla prima modella / influencer / velina / cantante che frigna sulla cattiveria e sulla frustrazione delle femministe, quegli stessi media diano taglio alto e titoloni senza pensarci un attimo, senza contestualizzare niente, senza essere nemmeno curiosi di quel che il femminismo è e di quel che in tutto il pianeta, quotidianamente, fa: nulla vogliono saperne e nulla vogliono ne sappiano i loro lettori e le loro lettrici.

Se poi si tratta di analizzare la violenza contro le donne, è tutto affare delle donne stesse: denunciate, c’è il Codice Rosso, reagite.

15 febbraio 2020, Sassari – Donna uccisa a coltellate dopo una lite: fermato il compagno.

“Ha ucciso la sua ex compagna, una donna di 41 anni di nazionalità ceca, dopo aver violato la misura restrittiva, un divieto di avvicinamento, che gli impediva di andare a Sorso, il paese in cui viveva la donna, nei confronti della quale aveva già usato violenza. L’uomo è stato fermato dai carabinieri ed ora è sotto interrogatorio.”

Okay: denunciato, ottenuta misura restrittiva, morta. Cosa devo fare adesso?

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Murders of women and girls are soaring – are we dismissing the danger of controlling men?”, di Sarah Green – in immagine – per The New Statesman, 14 febbraio 2020, trad. Maria G. Di Rienzo. Sarah Green è la direttrice della “End Violence Against Women Coalition”. Nel pezzo fa riferimento all’aumento dei femminicidi in Inghilterra e Galles, ma molte delle sue osservazioni sono ampiamente generalizzabili.)

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Perché questi omicidi stanno aumentando?

Le attiviste per i diritti delle donne stabilirono un’agenda decenni or sono nominando la violenza domestica, costruendo i necessari servizi di sostegno per rispondere alle crisi e sfidando perpetratori e autorità nei tribunali.

A seguito di ciò, polizia e Comuni hanno assorbito una certa dose di addestramento e ideato un sistema per calcolare in apparenza il basso, medio o alto livello di rischio in cui una donna a loro nota può trovarsi in un determinato momento.

Tuttavia ci sono serie preoccupazioni sul fatto che il sistema di “valutazione di rischio” possa essere approssimativo e di scarsa utilità nelle mani di operatori che non comprendono i comportamenti di dominazione, bullismo e relativi ai ruoli di genere che stanno al centro della violenza domestica.

I rapporti sugli omicidi in ambito domestico, in seguito a questi femminicidi (ndt. recenti in Inghilterra e Galles) sono stati raccolti e mostrano come le donne assassinate fossero state di frequente giudicate “a basso o medio rischio” e lasciate a un livello di allerta troppo basso per mantenerle al sicuro.

Questa scarsa capacità di giudizio si è basata spesso per percepire la violenza domestica “seria” come singoli episodi di violenza fisica, minimizzando nel contempo i comportamenti gelosi, di dominio e sorveglianza.

I rapporti mostrano anche che non è la polizia quella che ha le migliori opportunità di raggiungere vittime e perpetratori prima che l’abuso si intensifichi sino ad arrivare all’omicidio. Sono i servizi sanitari, in special modo i medici di base. Le donne che sono soggette ad abuso si recano dai medici con ferite, ansia, depressione e problemi relativi all’assunzione di sostanze più facilmente di quanto chiamino la polizia.

Anche i perpetratori tendono ad essere più presenti in scenari sanitari che in quelli della giustizia penale. Ma i medici di base non sono abitualmente formati a riconoscere la violenza domestica e ad indagare al proposito e si è scoperto che hanno “mancanza di curiosità professionale” al riguardo.

Similmente, i servizi sociali per la cura dei bambini sono in contatto con numerose donne ad alto rischio, ma la loro pratica di rendere le donne responsabili per la protezione dei bambini da uomini che loro stesse temono, ha l’effetto di cassare la possibilità che queste donne rivelino le loro paure. (…)

Pure, trattare la violenza domestica solo come una questione di fallimenti delle agenzie statali maschera il comportamento degli uomini che scelgono di abusare delle donne e di ucciderle. Noi dobbiamo chiederci: perché, nel 2020, ci sono ragazzi che crescono sino a diventare uomini che si sentono legittimati a controllare le donne che fanno parte delle loro vite?

Dovremmo anche riconoscere che i veri esperti in questo campo sono i servizi specialistici locali a sostegno delle donne, i quali sono nella migliore posizione per guidare la composizione di un lavoro coordinato sul campo per proteggere le donne. Però i loro fondi sono stati ampiamente decurtati nell’ultimo decennio.

Perciò, noi già conosciamo molto sulle assassinate, su chi sapeva di loro e su come il comportamento di dominio sia l’elemento motore. Sappiamo che la risposta primaria non è la polizia, il che spiega perché questo aumento di omicidi non può essere attribuito in modo semplicistico ai tagli al budget delle forze dell’ordine.

Gli omicidi di donne stanno verosimilmente aumentando perché noi non stiamo davvero tentando di prevenirli.

Dobbiamo smettere di minimizzare i comportamenti tesi al controllo, il che richiede una conversazione sulle norme di genere e la diseguaglianza. E abbiamo bisogno di servizi pubblici che credano alle donne quando esse dicono di sentirsi minacciate o spaventate, e capiscano che ciò non ha lo stesso aspetto per tutte le donne. Dobbiamo ridisegnare la nostra risposta mettendo le donne al centro e rendendo i perpetratori responsabili anziché invisibili. E per tutto questo abbiamo bisogno di leader e sostenitori in ogni settore della vita pubblica.

Senza di ciò, le donne continueranno a essere assassinate in percentuali allarmanti.

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(tratto da: “Yazidi girls sold as sex slaves create choir to find healing”, di Emma Batha per Thomson Reuters Foundation, 4 febbraio 2020, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Quando Rainas Elias aveva 14 anni, i militanti dello stato islamico invasero la sua terra natale yazida nel nord dell’Iraq, la rapirono e la vendettero a un combattente che la stuprò e la torturò ripetutamente prima di venderla a un mostro ancora più brutale.

Due anni dopo la sua fuga, Elias sta visitando la Gran Bretagna questa settimana con un coro creato dalle sopravvissute alle atrocità dell’Isis.

Le ragazze, che hanno dai 15 ai 22 anni, dicono che il coro fornisce loro amicizia, guarigione e una fuga dai ricordi traumatici che le perseguitano.

“Sono molto felice con loro. Questo mi ha aiutata molto psicologicamente.”, dice Elias tramite un’interprete dopo la performance al Conservatorio musicale di Londra.

Il coro ha cantato all’Abbazia di Westminster e si esibirà in parlamento alla presenza del principe Carlo, da lungo tempo patrono di AMAR, un’organizzazione umanitaria che dà assistenza alla riabilitazione delle ragazze in Iraq.

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(il coro durante un’esibizione a Greenwich, immagine di Thomson Reuters Foundation / Morgane Mounier, 3 febbraio 2020)

La comunità yazida in Iraq, stimata in 400.000 persone, è una minoranza curda la cui fede combina elementi del cristianesimo, dello zoroastrismo e dell’islam.

L’Isis, che li considera adoratori del demonio, ha ucciso e rapito migliaia di yazidi dopo aver scatenato un assalto nel 2014 nella loro area del monte Sinjar, in quello che le Nazioni Unite hanno definito genocidio.

Sebbene i militanti siano stati cacciati tre anni fa, gli yazidi per la maggior parte vivono ancora nei campi profughi, troppo spaventati per fare ritorno. (…)

La musica è centrale per la religione e la cultura yazida, ma non è mai stata scritta su spartiti o registrata. Il virtuoso del violino Michael Bochmann ha lavorato con i musicisti yazidi e AMAR per registrate la musica antica. Martedì scorso, Bochmann e il coro hanno consegnato l’archivio alla biblioteca dell’Università di Oxford.

Il progetto mira anche a proteggere la musica yazida insegnandola alle centinaia di giovani nei campi. Sebbene tradizionalmente sia eseguita da uomini, circa metà di coloro che stanno imparando sono ragazze e donne, dal che Bochmann è deliziato. Ha detto che il coro sta avendo un effetto di trasformazione.

“E’ straordinario come la loro fiducia in se stesse sia aumentata. – ha detto Bochmann a Thomson Reuters Foundation – La grande cosa della musica è che ti fa vivere qui ed ora. Più di qualsiasi altra forma d’arte, può renderti felice nel momento presente.” (…)

La maggior parte delle coriste non vuole raccontare la propria storia, ma Elias era disposta a parlare. “Non credo mi riprenderò mai dalle esperienze che ho fatto.”, ha detto la giovane che ha passato tre anni in prigionia.

Elias è stata venduta tre volte a differenti uomini dopo che il suo rapimento l’ha condotta in Siria. Il secondo, di nazionalità saudita, morì mentre lei era incinta. Fu venduta in stato di gravidanza a un marocchino che la stuprava “come un mostro”, fino a sei volte al giorno.

Restò incinta due volte ma ambo le volte perse i bambini e attribuisce in parte il primo aborto spontaneo alle torture. La sua famiglia pagò il suo riscatto di quasi 11.000 euro nel 2017, ma l’Isis non la lasciò andare. Sua sorella e due suoi fratelli sono nella lista degli yazidi di cui ancora non si sa nulla.

Alcune coriste erano ancora più giovani di lei quando furono rapite. Una ragazza fu venduta cinque volte a stupratori dell’Isis dopo essere stata rapita all’età di 11 anni. Un’altra ne aveva nove quando fu costretta a diventare una schiava domestica. La sua forma minuta suggerisce quanto poco le dessero da mangiare.

Elias, che ha ora 19 anni, dice che la comunità internazionale dovrebbe essere d’aiuto nel soccorrere chi è ancora prigioniero ed assicurarsi che gli yazidi non siano di nuovo perseguitati. E’ il messaggio che il coro sta portando a leader politici e religiosi durante il suo viaggio in Gran Bretagna. Sebbene gli uomini dell’Isis siano stati sconfitti, gli yazidi dicono che non se ne sono andati e che potrebbero ripresentarsi.

“Il pericolo è ancora là. L’unica cosa che può salvarci è l’impegno mondiale a proteggerci. – ha detto Elias – Quello che ho sperimentato, la tortura e lo stupro, non lo posso dimenticare. E’ ovvio che ho ancora paura.”

P.S. – Potete ascoltare il canto delle ragazze qui:

https://www.youtube.com/watch?v=OCWheGSp1EQ

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(tratto da: “All it takes for a woman to be reduced to an object is too much eyeliner”, di Arwa Mahdawi per The Guardian, 1° febbraio 2020, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Più trucco hai addosso, meno umana sembri. E’ la piuttosto deprimente conclusione di un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Sex Roles”, che ha indagato su come i cosmetici influenzino il modo in cui percepiamo le donne. I ricercatori hanno chiesto a 1.000 persone (in maggioranza britannici e statunitensi) di valutare le facce delle donne con e senza pesante makeup. Hanno scoperto che i partecipanti, sia maschi sia femmine, hanno classificato le donne con molto trucco meno umane e dotate di meno calore e meno moralità. Non si può non amare questa misoginia interiorizzata!

I risultato dello studio sono persino peggiori per chi preferisce una marcata ombreggiatura all’occhio a uno sgargiante rossetto: “alle facce con gli occhi truccati sono state attribuite le quantità minori di calore e competenza”.

“Può essere che le facce con trucco pesante siano percepite come aventi meno tratti umani perché sono esaminate visivamente in un modo che richiama quello in cui sono esaminati la maggior parte degli oggetti.” ha spiegato Philippe Bernard, il principale autore dello studio. Bernard, ricercatore alla Libera Università di Bruxelles, ha notato inoltre che mentre c’è un crescente corpus di ricerche che dimostrano come le immagini sessualizzate promuovano la disumanizzazione delle donne, meno attenzione è prestata a “come forme più sottili di sessualizzazione, tipo il trucco” influenzino l’oggettivazione. Da quel che ne esce, tutto ciò che ci vuole a una donna per essere ridotta a oggetto è un tocco in più di eyeliner.

Ad ogni modo, non buttate ancora via i vostri cosmetici. Secondo uno studio del 2011, compiuto da ricercatori dell’Università di Boston e della Scuola di Medicina di Harvard, le donne che indossano un ammontare “professionale” di trucco in ufficio sono viste come più competenti, capaci, affidabili e amabili delle donne con la faccia spoglia (val la pena notare che lo studio è stato finanziato da Procter & Gamble, che possiede marchi di prodotti cosmetici come Olay e SK-II: perciò prendetelo con un pizzico di sali da bagno).

Ma se indossare livelli “professionali” di trucco può aiutarvi al lavoro, dovete fare attenzione a non apparire troppo carine. Uno studio del 2019 attesta che “le donne d’affari attraenti sono giudicate come meno sincere di quelle meno attraenti”. E in ogni caso, un altro studio ancora dice che gli individui attraenti guadagnano di più dei loro pari più semplici. (…)

Non abbiamo neppure cominciato sul come il vostro taglio di capelli influenzi ciò che fate nella vita. Ci sono numerose ricerche che suggeriscono come le donne con capelli lunghi siano giudicate “assai ben tenute” e dall’alto “potenziale riproduttivo”. Tuttavia i capelli lunghi possono anche segnalare “potenza in declino” ed essere visti come meno professionali (può essere per questo che Ivanka Trump si è fatta il caschetto di recente). La capigliatura è ancora più complicata per le donne di colore, ovviamente, che sono spesso costrette a conformarsi agli standard di bellezza bianchi per essere percepite come professionali.

Essere una donna significa camminare costantemente su un filo da acrobata teso fra l’essere invisibile e l’essere oggettivata. Devi essere carina, ma non troppo carina! Devi essere attraente, ma non troppo attraente! Devi truccarti, ma non troppo!

Forse è arrivato il momento di spalmarci in faccia i colori di guerra e di stabilire le nostre proprie regole.

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“La soluzione definitiva nella lotta contro la violenza è raggiungere l’eguaglianza.”, Marijana Savic – in immagine – fondatrice e direttrice dell’ong Atina e del Bagel Bejgl Shop.

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L’associazione combatte il traffico di esseri umani e la violenza di genere e dà sostegno alle donne rifugiate, lo “shop” è un’impresa sociale creata come spazio sicuro per le donne sopravvissute alla violenza, in cui le stesse apprendono nuove abilità e acquisiscono opportunità lavorative. Marijana vive in Serbia ed è un’attivista per i diritti umani da vent’anni.

Sulle donne nei flussi migratori ha molte cose interessanti da dire:

“Poiché siamo un’organizzazione femminista abbiamo osservato le donne che stanno facendo questo viaggio e abbiamo visto che nessuno presta loro attenzione e, sia perché questa è la vita nelle società patriarcali, sia perché molte cose non sono loro accessibili, le donne si stanno nascondendo ancora di più: si ritirano dietro persone che possono essere familiari ben intenzionati o no, in maggioranza dietro a uomini che assumono il ruolo dato da un sistema patriarcale – prendono la guida e prendono decisioni. Abbiamo anche visto che non c’è assolutamente alcun meccanismo predisposto per raggiungere queste donne e le loro necessità. Allora, abbiamo deciso di mettere a disposizione parte delle risorse di Atina e di cominciare a costruire capacità in questa direzione, perché neppure noi eravamo preparate ad affrontare la situazione. Ora siamo in tutti i luoghi ove vi sono donne e bambine rifugiate.

Aiutiamo altre organizzazioni a includere questa visione nel loro sostegno ai rifugiati di modo che siano in grado di riconoscere i segnali d’allarme che indicano una persona in difficoltà, le differenti necessità di una donna o il fatto che le donne stiano cercando risposte in modo differente, e che siano sensibilizzate su tutte le cose orribili che accadono lungo la via, non solo i casi di violenza di genere o traffico di esseri umani, perché è difficile rilevarle se non vi è un meccanismo predisposto che permette alle donne di aprirsi e condividere senza paura le proprie esperienze.

Nessuna dirà “Sì, sono una vittima, ho sofferto questa violenza e quest’altra, sono stata stuprata in quel posto, ed eccomi qui ora, vengo a dirti ciò.”: perché questo accada è necessaria un’atmosfera di sostegno. L’atmosfera non dovrebbe essere minacciosa e nel responso ai flussi migratori tutto è non supportivo e minaccioso, a partire dalla maniera in cui sono stabiliti i criteri per dire chi è un rifugiato e chi non lo è, criteri che cambiano continuamente. Questo vale per tutta la popolazione attualmente in viaggio, sia donne sia uomini, ma c’è una differenza nel modo in cui le informazioni al proposito raggiungono le donne e gli uomini.

In maggioranza le donne che arrivano sono meno istruite, non hanno avuto l’opportunità di andare a scuola, hanno vissuto in ambienti in cui non era loro permesso comunicare con estranei in special modo se costoro erano uomini, non conoscono lingue straniere, possono solo affidarsi a chi riveste il ruolo guida e costui può essere un trafficante, una persona benintenzionata o qualcuno che abusa di loro.

Ascoltando queste donne e parlando con loro, capisci che delle semplici cose potrebbero risolvere alcuni problemi, ma sono spaventate, temono per se stesse, per le loro figlie, hanno paura di essere assalite sessualmente o sfruttate, e noi le stiamo mettendo negli stessi posti con gli uomini, a passare giorni e notti sino a che sia presa una decisione politica ad alto livello. Le donne sono affamate di informazioni, delle informazioni più basilari: dove si trovano, quali servizi sono loro disponibili in questo posto, dove andranno e cosa le aspetta, quali sono i loro diritti, quanto qualcosa costa – e nessuna di queste informazioni le raggiunge, perché esse sono condivise con un uomo in grado di parlare la lingua locale. Nessuno chiede loro come stanno.

L’integrazione e la protezione delle persone che rimarranno qui richiederebbe la costruzione di un sistema serio che copra istruzione, salute, procedure amministrative, protezione sociale e lavoro. Almeno queste cinque aree che ho menzionato dovrebbero introdurre dei cambiamenti per accordare le loro regole alle necessità di integrazione delle persone che vogliono rimanere. Attualmente il sistema relativo all’asilo è disegnato attorno al concetto di un uomo politicamente attivo e politicamente perseguitato nel suo paese, ma ci sono persecuzioni e guerre che stanno travolgendo tantissime persone, donne e uomini. La protezione è stata pensata senza includervi la prospettiva di genere e quali sono le esperienze e le sofferenze di donne e uomini al proposito, ne’ la loro specificità nel contesto delle società da cui provengono.

E’ necessario un intero nuovo meccanismo per cui l’integrazione non si riduca alle classi per imparare la lingua, gestite da volontari un’ora alla settimana, ma che faccia di questo il primo passo per entrare in un sistema: i bambini che sono qui dovrebbero essere ammessi a scuola immediatamente e le persone che richiedono protezione qui devono essere informate sul locale ordinamento sociale, legale e politico. Da un lato devono essere informati, dall’altro è necessario che assumano su se stessi gli obblighi relativi e agiscano in accordo ad essi, perché dobbiamo essere consapevoli che molte persone vengono da regioni e paesi in cui a una ragazzina di 12 anni è proibito uscire di casa se non accompagnata da un maschio adulto.

Ci dev’essere un potenziamento economico, dev’essere creato un sistema di protezione sociale, per fornire alloggi adeguati, ma anche una seria valutazione dei bisogni, delle abilità e delle risorse di queste persone affinché possano essere indirizzate verso programmi che diano loro la possibilità di reciprocità nelle relazioni con noi e di essere competitivi sul mercato del lavoro. Questo è vero per donne e uomini e dovrebbe essere un principio guida e un impegno: lo sforzo di operare cambiamenti per essere in grado di includere queste persone in futuro, perché dobbiamo smettere di pensare che siano qui solo di passaggio.”

Maria G. Di Rienzo

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