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Archive for the ‘Mondopoli (giochiamo a)’ Category

Mary Crow Dog

“Credo che siano odiate al massimo le persone che pongono domande legittime. Perché queste vanno al cuore della nostra psiche. Noi sappiamo che dette persone hanno ragione e perciò, se possiamo, dobbiamo distruggerle. Molta gente è davvero spaventata dal fatto che le richieste sono moralmente giuste, perché quando confronti un imperativo morale con uno immorale dalla tua parte, devi odiare le persone che dichiarano quell’imperativo morale. Li odiamo perché le loro affermazioni sono totalmente giustificate – e noi lo sappiamo.”

Mary Crow Dog, scrittrice e attivista Lakota (1954 – 2013) – trad. MG DR

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feminist reading - viktorija

“Una donna che legge in un bar, o seduta su una panchina al parco, o su un mezzo di trasporto pubblico corre sempre il rischio che qualcuno – quasi certamente un uomo – si chini su di lei chiedendo: “Quindi, una lettrice eh?” oppure forse “Hai mai letto qualcosa di mmm… mmm… Patrick O’ Brian?” (1) o, più probabilmente, qualcosa di totalmente estraneo ai romanzi.

E’ come se presumessero che sono annoiata, o triste, o che sto ammazzando il tempo sino a che un uomo non assorba la mia attenzione. Di solito, io sto leggendo per lavoro – difficilissimo spiegare questo al tizio che interrompe senza suscitare ulteriori interruzioni! – e non posso esimermi dal notare che ciò non accade mai quando sto usando il laptop, dove potrei dopotutto star facendo qualcosa di socialmente utile, che magari comporta l’uso di un foglio di calcolo o di una carta di credito. Ma se sto leggendo: chi lo sa?

C’è qualcosa nel topo di biblioteca di sesso femminile, con il volto oscurato dal romanzo, nascosta pur essendo in piena luce, forse ponderante sulle più grandi questioni della vita, forse fantasticante, che può servire da affronto. L’onere di facilitare scorrevoli relazioni umani è da lungo tempo posto sulle donne e leggere da sole è un’occupazione non compatibile con il sé sociale.”

Tratto da “Without women the novel would die: discuss”, di Johanna Thomas-Corr per The Guardian, 7 dicembre 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. L’occhiello recita: “Le donne sono il sistema di sostegno alla vita della narrativa: comprano infatti l’80% dei romanzi”.

(1) scrittore e saggista inglese, 1914-2000.

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calciatrici

Da quando ha accettato di partecipare come partner ai progetti dell’UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione), il Football Club Shakhtar ha messo in moto in Ucraina un circolo virtuoso che promuove l’eguaglianza di genere, la paternità responsabile, il superamento degli stereotipi di genere. Tramite la campagna “Felicità a quattro mani” i giocatori hanno raggiunto l’anno scorso un milione e mezzo di persone con messaggi riguardanti l’importanza di condividere responsabilità e lavoro di cura fra uomini e donne.

Nel frattempo, avevano dato vita a un’altra iniziativa, chiamata “Vieni, giochiamo!”, tesa ad aprire il mondo del calcio anche alle bambine interessate a questo sport. In Ucraina (ma non solo, lo sappiamo) a una ragazzina che dica “Voglio giocare a pallone” si risponde molto spesso che il calcio è roba da maschi e che è meglio per lei fare danza o ginnastica ritmica, ma adesso ci sono allenamenti gratis in 23 città ucraine e 150 bambine fra i 7 e 12 anni che fanno parte di squadre ufficiali.

Per indurre le famiglie ad accettare il progetto, gli organizzatori del Football Club Shakhtar sono andati nelle scuole con manifesti che mostravano bambine sul campo di calcio: “Probabilmente siamo i primi ad aver detto ai genitori: non abbiate timore di iscrivere le vostre ragazze alla scuola di calcio. Se a tua figlia piace questo gioco, perché non dovrebbe giocare?”, dice Oleksandr Ovcharenko, uno dei direttori dei progetti sociali del Club. Lo stratagemma per superare il possibile rigetto dei piccoli giocatori maschi è questo: nei tornei interni, il goal di una bambina vale due punti anziché uno, perciò i ragazzini sono assai interessati ad averle nelle loro squadre.

milena

Una delle star dell’iniziativa è Milena Ivanchenko. Quando il progetto “Vieni, giochiamo!” ebbe inizio, nel 2013, Milena aveva tre anni ed aveva semplicemente seguito il fratellino che voleva partecipare agli allenamenti. Ha osservato a bordo campo e ha deciso che la cosa le piaceva: oggi è in grado di tenere la sfera al piede in palleggio per 67 volte di seguito. E’ riconosciuta come la più promettente giocatrice fra le ragazzine e gli adulti attorno a lei le pronosticano un grande futuro.

Maria G. Di Rienzo

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un 25 nov 2019

* Una donna/ bambina su tre fa esperienza di violenza fisica o sessuale durante il corso della sua vita, per la maggior parte inflitta da un partner con cui è in intimità;

* Solo il 52% delle donne sposate o con un compagno possono liberamente prendere le proprie decisioni su relazioni sessuali, contraccettivi e cura della salute;

* In tutto il mondo, circa 750 milioni di donne e bambine attualmente in vita sono andate spose prima del loro 18° compleanno, nel mentre 200 milioni di donne e bambine sono state sottoposte a mutilazione genitale (MGF);

* Una donna su due in tutto il mondo è stata uccisa dal proprio partner o da un familiare nel 2017, mentre solo un uomo su venti è stato ucciso nelle medesime circostanze;

* Il 71% di tutte le vittime di traffico al mondo sono donne e bambine e tre su quattro di queste donne e bambine sono sfruttate sessualmente;

* La violenza contro le donne è grave quanto il cancro quale causa di morte e incapacità fra le donne in età riproduttiva e maggiormente grave come causa di problemi di salute degli incidenti automobilistici e della malaria messi insieme.

Nazione Unite, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, 25 novembre 2019 (trad. Maria G. Di Rienzo): la ricorrenza è stata istituita dall’Assemblea generale delle NU vent’anni fa.

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“Come può una persona a cui è stato insegnato che le orchidee sono solo bianche compiere una scelta seria fra orchidee bianche e orchidee di altri colori? Come può una persona a cui non è mai stato neppure insegnato che esistono orchidee di altri colori compiere del tutto una scelta per esse?”

Maryam Lee

Così scrive Maryam Lee (in immagine), malese, attivista per i diritti delle donne, nel libro “Unveiling Choice” ove spiega la sua scelta di non indossare l’hijab. Non lo considera un problema in sé, mettendolo in relazione a situazioni e contesti, ma trova assai problematiche “le condizioni sociali che costringono le donne a metterlo o toglierlo”. E’ inoltre convinta che “le donne musulmane, con fazzoletto o senza (…) devono convenire che il loro nemico comune sono uomini ipocriti che continuano a dire alle donne cosa mettersi addosso.”

Maryam in questo momento è indagata dalle autorità religiose (Jabatan Agama Islam Selangor) per possibile violazione dell’articolo di legge che criminalizza “ogni persona la quale tramite parole in grado di essere udite o lette o viste in disegno, tramite segni o altre forme di rappresentazione visibili o in grado di essere viste in ogni altra maniera: (a) insulti o rechi disprezzo alla religione islamica (…)”.

Se l’indagine condurrà a una denuncia e la denuncia a una condanna, la scrittrice può ricevere una multa di 1.080 euro o tre anni di prigione – o entrambi, la cosa sembra dipendere dall’umore dei giudici.

“Unveiling Choice” – “Scelta di svelamento” è stato pubblicato all’inizio di quest’anno e già l’evento pubblico organizzato per il suo lancio fu indagato dal Dipartimento per gli Affari Religiosi. Donne, femministe, gruppi della società civile stanno protestando per l’intimidazione diretta a Maryam Lee, citando nelle loro dichiarazioni numerosi casi simili.

MAJU – Malaysian Action for Justice and Unity, associazione apolitica pro diritti umani, sostiene che siano proprio le autorità religiose a insultare l’Islam, dandone un’immagine fatta di costrizioni e imposizioni: “L’Islam è una religione di discernimento e permette le differenze di opinione (…) Quest’azione (contro la scrittrice) umilia e insulta l’essenza stessa dell’Islam.”

Unveiling Choice cover

Spero ovviamente che le accuse contro Maryam siano lasciate cadere. La sto immaginando fra molti anni, in un’occasione festiva e attorniata da amici e parenti, con una nipotina che le chiede: “Ma per cosa ce l’avevano con il tuo primo libro, nonna?” “Non ci crederai, tesoro, ma ci sono persone che odiano le orchidee e ancora di più le donne che ne parlano.”

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Women leaders driven offline and out of work by social media abuse”, di Annie Banerji e Sarah Shearman per Thomson Reuters Foundation, 14 novembre 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Londra: l’abuso pervasivo delle donne sui social media sta spingendo le leader di sesso femminile fuori da internet e, in alcuni casi, fuori dal lavoro come è stato detto durante una conferenza giovedì.

A due anni dall’inizio del movimento globale #MeToo, con le donne che trovavano forza nel condividere le storie di molestie sessuali, ora il virulento abuso da loro subito online ne sta facendo uscire alcune dalla vita pubblica. Che si tratti di politiche o di attiviste, molte ne hanno avuto abbastanza e biasimano i loro detrattori digitali per la decisione di sottrarsi.

“Perché dovrei andare su una piattaforma dove sono chiamata cagna e puttana?”, ha detto Karuna Nundy, una delle avvocate più note dell’India, durante una pausa della conferenza annuale di Thomson Reuters Foundation a Londra. “Il “trolling” può essere estremamente disturbante. Può infiltrarsi nel tuo telefono, diventare assai personale e sbattuto in faccia.”, ha aggiunto Nundy, che si è aggrappata al proprio lavoro nonostante anni di diffamazioni online.

L’ex candidata alla presidenza degli Usa Hillary Clinton ha detto questa settimana che i social media – da Facebook a Youtube – premiano le pubblicazioni offensive e le teorie della cospirazione, molte delle quali dirette a donne dall’alto profilo. Il suo commento segue la notizia per cui un certo numero di donne politiche hanno dichiarato che non si presenteranno alle elezioni del 12 dicembre in Gran Bretagna, citando gli abusi subiti sulle piattaforme dei social media che includevano minacce di stupro e di morte. La Ministra della Cultura Nicky Morgan ha fatto riferimento agli alti livelli di abuso che le donne politiche “affrontano di routine” nella sua lettera di dimissioni. (…)

Le ditte che hanno la proprietà dei social media sono sotto pressione affinché rimuovano i bulli e Twitter ha promesso regole più dure sulle molestie sessuali online e anche penalità più severe per i trasgressori. Molte donne non possono esprimersi liberamente su Twitter senza timore di violenza, aveva detto Amnesty International l’anno scorso. Twitter non aveva commentato.

L’abuso può spaziare dal “doxing” – il rivelare dati personali come l’indirizzo di casa o il nome di un figlio – al postare immagini di nudo. “Sono le donne, in modo sproporzionato, a fare esperienza dei contenuti più ripugnanti.”, ci ha detto al telefono Julia Gillard, che è stata Primo Ministro dell’Australia. Sostiene che la rapida crescita dei social media ha significato diventare bersagli di aggressioni per un maggior numero di donne con un profilo pubblico.

La tecnologia in se stessa non è da biasimare, ha detto la scrittrice e attivista per i diritti delle persone disabili Sinead Burke (Ndt. – in immagine), invitando gli utenti a pensarci bene prima di pubblicare su piattaforme enormemente popolari come Facebook o Twitter.

sinead

“Sì, possiamo dar la colpa alle piattaforme per i loro algoritmi… ma come ci assicuriamo che le persone capiscano di aver responsabilità per le proprie azioni?”, ha detto Burke, la quale vive con l’acondroplasia, una patologia della crescita ossea che causa il nanismo.

Burke ha ricordato come un ragazzino la saltò alla cavallina mentre il suo amico filmava la scena per avere un video da pubblicare sui social media, “in un tentativo di diventare virali”: “Il problema non è la tecnologia – sono le persone.”

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(brano tratto da: “Waking up to our power: witchcraft gets political”, di Aamna Mohdin per The Guardian, 8 novembre 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. L’immagine di Grace Gottardello è di Christian Sinibaldi. L’evento a cui si fa riferimento nell’articolo, il “Witchfest – Festa della Strega”, tenutosi il 9 novembre nel quartiere di Croydon a Londra, ha offerto una corposa e molto interessante serie di seminari, conferenze, spettacoli, ecc. Il gruppo che lo organizza, Children of Artemis, ritiene si tratti attualmente del più grande festival di questo tipo al mondo.)

grace

L’evento arriva nel mentre le streghe emergono dai ripostigli delle scope in tutto il Regno Unito per occupare l’immaginazione popolare. In aggiunta alla nuova versione di prodotti “cult” televisivi, come “Sabrina, la Strega Adolescente” (rifatto come “Le spaventose avventure di Sabrina” da Netflix) e “Charmed”, ci sono streghe che realizzano podcast e condividono consigli con l’hashtag #witchesofinstagram, che vanta oltre tre milioni di post. E così tanti libri sono stati scritti che Publishers Weekly ha dichiarato una “stagione della strega”. (…)

Christina Oakley Harrington, proprietaria della libreria Treadwell a Londra specializzata in occultismo, dice: “La gente che si interessa di stregoneria non è quella più insicura e ansiosa, il loro desiderio di apprendere la magia è molto legato alla sensazione che il mondo abbia un disperato bisogno di cambiamento.” Per queste attiviste, ha aggiunto Harrington, l’identità di strega è un “mantello che dà potere”, che dà loro energia e forza per prendere posizione. (…)

Grace Gottardello, che si descrive come “strega comunitaria”, dice che per la gente di colore la stregoneria ha avuto il significato di riconnessione alle proprie radici ancestrali e alla costruzione di comunità, così come il significato di reclamare potere.

Gottardello, che si è trasferita nel Regno Unito quando aveva 18 anni, paragona un po’ la sua infanzia nell’Italia del nord a quella di “Sabrina, la Strega Adolescente”. Ha appreso erboristeria, cerimonie per la luna nuova e lettura dei Tarocchi dalle sue zie. Ma mettendo da parte questi rituali familiari, Gottardello descrive il suo crescere in un villaggio da donna nera largamente come un’esperienza di isolamento e sofferenza. La piccola città era incredibilmente razzista, ha detto, e la parola “strega” non doveva neppure essere pronunciata a voce alta.

E’ stato solo quando ha vissuto nel Regno Unito che è stata in grado di costruire una comunità e di ricollegarsi a se stessa. “Stavo recuperando la mia identità, la mia connessione alle tradizioni di mia madre e il mio essere nera. La stregoneria è molto di più che mettersi alla prova con i Tarocchi o i meme astrologici. Non fraintendetemi, i meme mi piacciono, ma la stregoneria è anche un attrezzo comunitario con cui proteggiamo noi stessi.”

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