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Archive for the ‘Mondopoli (giochiamo a)’ Category

lupita nyong'o

Lupita Nyong’o (foto di Kevin Mazur/WireImage) è un’attrice nata in Messico nel 1983 da genitori kenioti e successivamente cresciuta in Kenya.

Nello scorso ottobre, raccontando le sue esperienze di molestie all’interno dell’industria cinematografica, ha detto: “Spero che noi si stia sperimentando un momento cruciale, ove una sorellanza – e una fratellanza di alleati – si forma nella nostra industria. Spero che potremo costruire una comunità in cui una donna possa parlare apertamente di abuso e non soffrirne un altro non essendo creduta ed essendo invece ridicolizzata. Questo è il motivo per cui non parliamo, per la paura di soffrire di nuovo e per la paura di essere etichettate e caratterizzate dal momento in cui eravamo impotenti. (…) Parlando apertamente, denunciando e parlando insieme, noi recuperiamo il potere perduto. E ci auguriamo di fare in modo che quel tipo di comportamento predatorio come pratica accettata muoia qui e ora.”

Da ottobre a oggi, Lupita e noi abbiamo avuto molte dimostrazioni che attestano come la sorellanza sia in effetti in formazione, ma potremmo averne una ulteriore – e abbastanza clamorosa – alla cerimonia dei Golden Globe Awards il 7 gennaio 2018. Sembra che un po’ di attrici (ieri il numero stimato era una trentina) intendano parteciparvi vestendo di nero, per protesta contro le molestie e le aggressioni sessuali nel loro ambiente di lavoro. I nomi non sono ancora stati fatti pubblicamente, ma pare includano qualche grande “star”. Non deludetemi, sorelle, sto tifando per una grande serata in nero: da un’oscurità palese che testimonia e prende posizione non può che nascere luce.

Maria G. Di Rienzo

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In novembre, i militari hanno costretto Robert Mugabe a dare le dimissioni da presidente dello Zimbabwe dopo 37 anni di governo in cui a parte usare il pugno di ferro per restare incollato alla poltrona e zittire qualsiasi tipo di opposizione, l’uomo ha fatto ben poco.

Il 4 dicembre scorso il nuovo presidente Emmerson Mnangagwa ha prestato giuramento: su circa 24 posti disponibili nell’esecutivo, solo quattro sono andati a donne (Ambiente, Turismo, Donne e Giovani, Ministero di Stato per Bulawayo – la seconda città più grande del paese). Le attiviste femministe e per il cambiamento sociale non sono troppo speranzose, visto il modo in cui si è effettuata la transizione, ma molte cercheranno di correggere il tiro nel 2018, presentandosi alle elezioni. La giornalista Tendai Marima, per News Deeply, ha parlato con alcune di loro, fra cui la trentacinquenne attivista per i diritti umani Linda Masarira (in immagine).

Linda Masarira

Sotto Mugabe, Linda è stata in galera per quattro mesi. Si candiderà alle elezioni perché ritiene cruciale per le donne guadagnare visibilità politica. E’ critica, ovviamente, rispetto al ruolo dell’esercito nell’ascesa del nuovo presidente e teme che l’euforia per l’uscita di scena di Mugabe eclissi la possibilità di un vero cambiamento qualora le elezioni confermino Mnangagwa.

“Anche dopo Mugabe, – ha dichiarato – la lotta delle donne continua. Non raggiungeremo quel che vogliamo a breve se le donne non prendono posizione e vigilano. Io ho detto a me stessa che non permetterò a quel che la gente pensa delle donne di ostacolarmi. Ci sono un bel mucchio di etichette appiccicate alle donne. A me è stato detto che sono una “prostituta”, mi è stato chiesto perché non sono sposata e sono stata accusata di voler “agire come un uomo”. Ma avevo già capito che la politica non è per le “brave ragazze” e non è per i codardi. Se vuoi essere la tipica brava ragazza non sopravvivi alla politica. Mnangagwa può metterci in piedi uno spettacolo per i prossimi sei o sette mesi e tutti ne saranno felici, ma se lo votano resteremo sotto il controllo dei militari e sotto il dominio di un gruppetto di uomini.”

Maria G. Di Rienzo

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Pavan Amara

Pavan Amara – in immagine – ha 29 anni, è originaria dell’India e vive in Gran Bretagna. E’ la fondatrice di “My Body Back Project”, un’iniziativa che ha creato e sta creando spazi sicuri in cui le donne vittime di violenza sono aiutate a “riconnettersi” con i propri corpi e ad amarli di nuovo: il senso di alienazione, il senso di colpa, la disistima e il disprezzo di se stesse, le difficoltà con il sesso sono tutte esperienze comuni alle sopravvissute. Pavan stessa è una di loro.

“Quando ho deciso due anni fa di dar inizio a un’organizzazione di beneficenza non l’ho fatto per ragioni filantropiche o perché volevo diventare la prossima Madre Teresa. E’ stata in effetti una mossa egoistica: non avevo altre opzioni e l’ho fatto mio per il stesso benessere. Ho lanciato il “My Body Back Project” nell’agosto 2015 – per aprire cliniche specialistiche con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che si occupassero di salute sessuale e maternità, dirette alle donne che avevano sperimentato violenze sessuali – semplicemente perché ne ne avevo bisogno io stessa. – ha scritto Pavan Amara per The Telegraph il 25 novembre scorso – A 26 anni mi sono trovata, dieci anni dopo essere stata stuprata da adolescente, nell’incapacità di accedere alle più basilari cure sanitarie, perché molte di esse sollecitavano ricordi e flashback dello stupro. Mi sentivo insicura nel mio stesso corpo, in ogni modo possibile, persino quando tentavo di andare dal medico per un comune controllo. Non è solo la mia storia. Per quanto ne so ora è la storia di migliaia, se non di milioni, di donne in tutto il mondo. Tuttavia non è necessario che nessuno tiri fuori i violini, cominci a sentirsi gli occhi umidi o si dica “commosso” dalla faccenda: francamente, non sarebbe d’aiuto. Per la maggior parte delle donne, la cosa è andata ben oltre questo.”

La prima clinica, con l’aiuto di un fondo speciale dell’SSN, è stata aperta a Londra: si occupa di infezioni e malattie a trasmissione sessuale, contraccezione e pap test. Nel 2016, è stata ampliata con una struttura dedicata alla maternità.

“In brevissimo tempo siamo state travolte. – ricorda Pavan – Le richieste di appuntamenti arrivavano come in un diluvio da tutto il Regno Unito e un certo numero di esse proveniva dalla Scozia, dove le donne dicevano di aver bisogno di usare i servizi presenti a Londra ma di non poter affrontare le spese di viaggio. Dover respingere continuamente le richieste è straziante. Ora, grazie al governo scozzese e ad alcune eccellenti professioniste, apriremo una clinica in Scozia nel febbraio 2018.

Ma non importa dove si situano nel tuo paese, o nel mondo, le storie delle donne che hanno subito violenza e molestie contengono gli stessi identificabili elementi. Qualche mese fa, sono stata abbastanza fortunata da visitare il Sudafrica, dove ho parlato con donne sopravvissute allo stupro. Una storia mi è rimasta ficcata in testa: quella di una donna di Johannesburg, la quale aveva parlato alla famiglia dei ripetuti abusi sessuali che subiva da un cugino e a cui era stato risposto di stare zitta e di non ripetere quelle parole mai più. Aveva 12 anni e diventò muta per i successivi due. Ora, lei riconosce il fatto come una protesta: se il silenzio era l’unica risorsa a lei disponibile l’avrebbe usata, nel modo più potente possibile. Avrebbe manipolato il silenzio invece di permettergli di distruggerla.

Perché troppo spesso si fanno sentire le donne come se il silenzio fosse la loro unica miserabile risorsa. Che ci si trovi a Londra, o a Johannesburg, o in California o a Cape Town, alle donne si insegna a soffocare il loro dolore o a metterlo da parte. Che si tratti di violenza sessuale, molestia, abuso domestico o mutilazione dei genitali femminili – sta’ quieta o scoprirai di non aver più accesso al lavoro, di essere emarginata dalla tua famiglia, di essere chiamata “bugiarda” e “troia”.

Ecco perché quando di recente le storie su Harvey Weinstein sono venute alla luce, io non ero per nulla sorpresa dal fatto che le donne avessero mantenuto il silenzio così a lungo, costrette a farlo da ciascuno avessero attorno. Poi il silenzio si è spezzato, in un’ondata di marea quasi tangibile, quando le donne non potevano più trattenere la diga. Non mi sorprende che chiunque, dalle attrici di Hollywood alle giudici, abbia una storia da raccontare. Se c’è una cosa che ho imparato dalla vasta gamma di donne che passa dalle porte della nostra clinica è che non importa quanto ricca e famosa sei, o quanto intelligente, o dura, o grande, o piccola. Perché non si tratta delle donne, si tratta degli uomini.

my body back logo

Nelle ultime settimane, migliaia di donne hanno fatto luce sulle molestie e sulle aggressioni sessuali in ogni campo dell’esistenza. E tristemente, il commento più illuminato che ho sentito fare dagli uomini sulla materia è stato: “Be’, io non ho mai assalito nessuna.” Perciò, ovviamente, non ha a che fare con me. La differenza è che le donne – neppure la maggior parte di noi ha mai assalito nessuno – non possono scegliere di sganciarsi dall’argomento, perché la violenza sessuale o la minaccia di essa sono già lì, nelle nostre vite.

Ho notato un tema comune, lavorando a “My Body Back”, ed è che sono le donne a sostenersi l’un l’altra. E’ usuale sentire: “Ho detto a mia sorella cosa stava succedendo” oppure “Ho portato con me mia madre per darmi coraggio”. Non ho mai visto una donna venire con il padre o il fratello. Proprio stamattina stavo scorrendo le liste della raccolta fondi e delle donazioni, e ho notato che fra centinaia di nomi solo due erano maschi. Questo è un mistero: perché quando parlo agli uomini di eliminare la violenza contro le donne loro annuiscono per tutto il tempo, sembrano seri e diventano molto timorati di dio. Certo, prendono la cosa seriamente e certo, molti uomini non aggredirebbero mai qualcuna o qualcuno sessualmente. Ma l’azione dov’è? Sino a che uomini e donne non cominciano a agire, non possiamo eliminare la violenza. Vedete, non sono le donne che si stanno stuprando e picchiando fra di loro, perciò come possiamo essere solo noi quelle che mettono fine alla cosa?” Maria G. Di Rienzo

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protesta ny

L’immagine viene da un video reportage di Sonia Rincon per la CBS, il luogo è il quartiere SoHo di New York e i cartelli dicono:

Pornhub vende lo stupro – Sì all’erotismo, no alla violenza sessuale – Boicotta la violenza sessuale – Non c’è posto per Pornhub a New York – Pornhub vende l’incesto – Pornhub vende il razzismo.

Altri due dichiarano l’appartenenza delle manifestanti: NOW – Organizzazione nazionale delle donne e CATW – Coalizione contro il traffico di donne.

Era l’8 dicembre u.s. e le donne stavano protestando per l’apertura da parte di Pornhub di un “negozio temporaneo” promozionale (chiuderà il prossimo 20 dicembre), dicendo la semplice verità e cioè che il “fulcro della pornografia” – una possibile traduzione di Pornhub – non vende erotismo ma oggettivazione, abuso, traffico, violenza, razzismo e umiliazione, il tutto rivolto alle donne. C’era anche Gloria Steinem (in immagine qui sotto), che assieme a Sonia Ossorio del NOW ha spiegato alla stampa quanto insana è diventata la pornografia:

gloria protesta ny

“Normalizza la violenza e la degradazione di donne e bambine. Pornhub è un fulcro di violenza, un fulcro di pericolo per le donne.”, ha detto Gloria.

“Pornhub vende l’idea dell’abuso sessuale di bambini, vende insulti e stereotipi razzisti.”, ha aggiunto Sonia, che ha anche chiesto all’amministrazione cittadina di proibire l’apertura di simili negozi da parte di Pornhub in futuro.

Maria G. Di Rienzo

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(“You Told Me I Matter”, di Reeti KC per World Pulse, 20 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Reeti – in immagine – è nepalese e sta studiando Media e Arte all’Università di Kathmandu. E’ un’attivista per il cambiamento sociale che ha già lavorato per media femministi. Desidera “scrivere ed essere parte delle vite delle persone anche se solo per i pochi minuti in cui leggono le mie parole”. Ritengo questo suo pezzo, scritto per ringraziare un’altra donna, un vero e proprio inno alla sorellanza.)

reeti

Cara Claire,

le mie dite tremavano mentre componevo il messaggio di testo per te, tre anni fa. La decisione di svelare il mio segreto dopo anni di silenzio era stata terribile. Ma sapevo di doverlo fare, perciò ho cominciato a digitare.

Ehi, Claire! Ci vediamo alle 4 del pomeriggio di fronte ai cancelli dell’ufficio per l’intervista.

Ho smesso di scrivere, valutando l’opzione di scegliere il silenzio al posto della voce. Onestamente, sembrava la scelta migliore. Con il cuore che batteva forte, un lungo respiro, dita tremanti e ben poca determinazione di metter fine al dolore, ho aggiunto: Oh, e devo dirti qualcosa d’importante.

Ho chiuso gli occhi e ho premuto “invia”.

Potevo sentire il mio cuore battere sempre più forte. Poi, cinque minuti dopo, tu hai risposto: “Okay Reeti. Ci vediamo là.”

Ho passato il resto della giornata chiedendomi se raccontarti o no la mia storia. Mi sono insultata perché stavo pensando di condividerla con una persona che avevo incontrato circa una settimana prima. Partecipavo al programma di “Women LEAD 2014” e non sapevo nulla di te, eccettuate le poche informazioni che avevo raccolto facendo ricerca sull’organizzazione mentre mi preparavo a intervistare te, la co-fondatrice dell’organizzazione stessa. Era il mio primo lavoro da giornalista assegnatomi dalla scuola superiore che frequentavo.

Poiché sono un’introversa e ci metto un po’ di tempo a fidarmi delle persone, non so perché ho scelto di dire tutto a te. Tu eri un enigma per me, con i tuoi occhi dell’azzurro dell’oceano e i tuoi ricci capelli biondi.

Alle 15.30 ero pronta per partire, accompagnata da mio padre. Ero terrorizzata dalla conversazione post-intervista e ancora dubitavo della mia decisione. Ci siamo incontrate alle 16.05 e siamo andate in un vicino caffè. Io ho ordinato un cappuccino e tu un tè al latte. L’intervista è cominciata e finita dopo 30 minuti.

Poi tu hai chiesto: “Allora, cos’era la cosa importante di cui volevi discutere?”

Stavo dando di matto. Nella mia mente, stavo urlando più forte che potevo. Il caffè forte mi aveva fatto venire mal di testa. O forse la causa era l’urgenza di parlare che cozzava con la mia paura di farlo.

Ho respirato profondamente e con voce tremante ho cominciato: “Volevo discutere di…”

Ho parlato. Non avevo mai parlato così in precedenza. Ho continuato e continuato. Ti ho raccontato la storia di quel che era successo tre anni prima. La vergogna a scuola, la gente che puntava il dito contro di me e rideva, l’insuccesso in tre materie, la pressione dei miei genitori e della scuola affinché facessi meglio, il lento discendere nella depressione, lo svergognamento e l’insoddisfazione rispetto alle dimensioni del mio corpo, il sentirmi indegna, sottostimata, un fallimento e un fardello.

Ti ho parlato dei “diari tristi” che tenevo: storie e poesie deprimenti scritte durante la notte. Ti ho detto che piangevo ogni singola notte, di fila, da tre anni. Ti ho detto che avevo in mente un solo pensiero, durante tutto quel periodo: “Voglio metter fine a tutto. Voglio morire.”

Ho visto i tuoi occhi azzurri arrossarsi mentre le lacrime scendevano. In quel momento ho capito perché avevo scelto te per confessare la mia storia. I tuoi occhi azzurri rispecchiavano i miei occhi castani, arrossati e pieni di lacrime. Tu mi capivi, capivi il mio dolore e il mio senso di colpa. Perciò ho continuato a parlare nonostante il nodo in gola e le lacrime nei miei occhi lo rendessero molto difficile. Gli altri clienti del caffè ci fissavano. Non aveva importanza, non me ne curavo. Per la prima volta nella mia vita, non mi importava di cosa altra gente pensava di me.

Ricordo vividamente cosa accadde dopo. Dopo avermi ascoltata, tu semplicemente ti alzasti, apristi le tue braccia e io scivolai in esse. Piangemmo mentre ci abbracciavamo. Stavo macchiando con le mie lacrime la tua bella camicia, ma a te non importava. Ho pianto come una bambina. Non avevo mai pianto in quel modo. Poi tu mi hai detto qualcosa che avrei dovuto sentirmi dire anni prima.

Hai detto: “Sono così orgogliosa di te. Sei forte e hai valore. Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, io ci sarò sempre per te, va bene?”

Avevo così bisogno di sentirmelo dire. Sino a quel momento, credevo che non avrei mai reso nessuno orgoglioso di me, per quanto tentassi. Ero una cattiva figlia, era una cattiva studente. Avevo fallito in tre materie. Non ero una buona amica, perché mi sentivo più al sicuro sola nella mia stanza che in mezzo agli altri. Mi odiavo. Non ero importante per nessuno – neppure per me stessa. Avevo due interi diari pieni di macchie di pianto e di frasi in cui sostenevo di odiarmi. Avevo l’impressione che nessuno si curasse di me. Ma tu lo hai fatto. Tu mi hai ascoltata e hai pianto per me!

Quella piccola conversazione ha cambiato la mia vita.

Dopo quel giorno ho bruciato i diari tristi e ho cominciato a diventare la migliore studente del liceo. Sono ancora in cima alla lista nel mio terzo anni di studi universitari.

Claire, grazie a te ho capito che niente è impossibile quando credi in te stessa. Tu mi dicesti: “Se non credi in te stessa, circondati di persone che credono in te.”

Queste parole sembrano inadeguate a esprimere la mia gratitudine. Così tante opportunità mi si sono aperte solo perché tu mi hai insegnato a credere in me stessa. Mi hai aiutata a comporre il mio primo Curriculum Vitae. Ho fatto il mio primo tirocinio in un giornale e poi ho ottenuto il primo lavoro come giornalista per un’agenzia di stampa internazionale. A 18 anni, ho tenuto il mio primo discorso come conferenziera durante il Giorno delle Donne nel 2015. Subito dopo, una ragazzina è venuta da me a dirmi: “Mi hai ispirata così tanto!”. Solo pochi anni prima, quando ne avevo 15, ero scappata durante una gara di linguaggio perché terrorizzata dal palcoscenico.

Mi sono sempre lamentata di non avere una Fata Madrina, come nella storia di Cenerentola. Ma Claire, tu mi hai fatto comprendere che sono io la salvatrice di me stessa. Pure, non ce l’avrei fatta senza una piccola spinta dalla mia forte e ispirante Fata Madrina nella vita reale, una fata che ha occhi azzurri e ricci capelli biondi.

Reeti

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In questo momento c’è una bimba di sei anni ricoverata in ospedale: è stata torturata con coltelli arroventati affinché confessasse di essere una strega. I fatti sono accaduti la settimana scorsa nel villaggio di Sirunki in Papua Nuova Guinea, dove la piccola viveva isolata perché era la figlia di un’altra “strega”: quella Keniari Lepata che fu bruciata viva nel 2013 e che vi ho menzionato qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/10/31/solo-un-pensiero/

“Parte del falso mito della magia nera (o sanguma, com’è chiamata localmente) – ha detto alla stampa uno dei soccorritori, il missionario luterano Anton Lutz – per cui le donne sono streghe, include la credenza che questa cosa possa passare da madre a figlia. Fra tutte le bambine del villaggio lei è stata scelta per chi era la sua genitrice e hanno creduto fosse responsabile di ogni cosa storta che accadeva nel villaggio. Rispetto alle streghe, questa gente crede anche che diranno la verità solo se torturate.” L’Inquisizione era della stessa opinione, per quel che ne so io.

Il Primo Ministro del paese, Peter O’Neill, ha deprecato l’accaduto e dichiarato che: “Al giorno d’oggi la sanguma non è una reale pratica culturale, è una falsa credenza che implica l’abuso violento e la tortura di donne e bambine da parte di individui patetici e perversi.”

Tuttavia, la polizia e le ong presenti nell’area attestato di essere scioccate dal frequente ripetersi di tali situazioni e non riescono a spiegarne l’impennata. Quando la madre della piccola morì, il caso fece abbastanza clamore da indurre il governo a sviluppare un piano d’azione nazionale contro la violenza legata alla stregoneria: sono passati quattro anni e il piano è rimasto sulla carta.

Ruth Kissam, della Fondazione tribale della Papua Nuova Guinea, è una delle attiviste che stanno tentando di mettere fine a questo tipo di femminicidio: “Uno dei più grossi problemi è che dopo le violenze i perpetratori non sono mai arrestati. Il piano è eccellente e potrebbe facilmente essere implementato in ogni provincia, ma resta inerte perché dovrebbe essere finanziato.” Il governo ha promesso di investire fondi nei programmi e nelle campagne relative il prossimo anno…

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da “A Women’s Revolt That Targets Far More Than Sexual Abuse”, di Chris Hedges per Truthdig, 3 dicembre 2017. Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, ex docente universitario e autore di undici libri. L’immagine è un particolare di una fotografia di Agata Chybińska – Agarianna. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

protesta donne polacche foto di agata chybińska

La stampa, strombettando i dettagli raccapriccianti e volgari delle accuse di aggressione sessuale rivolte a uomini potenti, ha mancato la vera storia – l’estesa rivolta popolare guidata da donne, molte delle quali si sono fatte avanti nonostante i violenti attacchi e i termini dettati da accordi di confidenzialità legalmente vincolanti, per denunciare i privilegi delle élite corporative e politiche.

Questa rivolta delle donne non riguarda solo l’abuso sessuale. Concerne la lotta contro la struttura del potere corporativo che istituzionalizza e abilita misogina, razzismo e bigottismo. Concerne il ripudiare la credenza che ricchezza e potere diano alle élite il diritto di dedicarsi al sadismo economico, politico, sociale e sessuale. Sfida l’etica contorta per cui chi è schiacciato e umiliato dal ricco, dal famoso e dal potente non ha diritti e non ha voce.

Le donne stanno scegliendo con attenzione gli uomini che stanno alle vette del potere per parlare di razza e classe e sesso. – mi ha detto la femminista Lee Lakeman, da me raggiunta al telefono a Vancouver – (Queste donne) sanno quel che stanno facendo. Non puoi abbattere qualcuno come Harvey Weinstein senza coinvolgere un’intera industria. Il femminismo non è mai stato solo il proteggere noi stesse come individui. E’ resistenza collettiva. Ha una vitalità che noi dobbiamo usare per aver a che fare con queste gerarchie. Dobbiamo essere alle spalle di queste donne che stanno fronteggiando i potentati. Abbiamo bisogno di attrarre attenzione sulle strutture del potere. Chiaramente, le donne non vogliono solo la fine delle molestie sessuali sul lavoro. Vogliono lavori seri e sicuri. Vogliono rispetto per il loro lavoro. Vogliono essere credute quando parlano. Vogliono sia dato loro credito per le loro idee. (…)”

La patologia degli uomini che forzano le donne a guardarli mentre si masturbano nella doccia o che chiudono le porte dei loro uffici di modo da potersi abbassare i pantaloni o palpare donne terrorizzate e umiliate in cerca di un lavoro, tirocinanti o colleghe è emblematica del narcisismo e della sfrenata auto-adulazione che arriva con l’eccessivo potere. Questi assalti sono l’espressione di una diffusa oggettivazione delle donne la cui linea principale è una cultura pornificata. L’erotismo non è reciproco nella pornografia o nella prostituzione. Gli uomini godono umiliando, degradando, insultando e violando fisicamente le donne. Le attuali rivelazioni non riguardano alle fine, neppure il sesso. Riguardano l’eccitazione solipsistica che l’umiliazione e l’abuso fisico delle donne, prodotti basilari del porno e della prostituzione, hanno condizionato gli uomini a confondere con il sesso.

Coloro che si comportano in tal modo, e Donald Trump è il manifesto vivente di questa malattia culturale, sono così atomizzati e narcisisti da credere che essi soli esistono. Sono incapaci di vere relazioni. Manca loro la capacità per l’empatia o la riflessione su se stessi. Il loro abuso delle donne, tuttavia, è solo un esempio della miriade di abusi che si sentono legittimati a operare nelle loro interazioni professionali e personali. (…)

Gli uomini potenti che fanno i predatori sessuali vivono in un universo rarefatto in cui possiedono chiunque li circondi. Chiedono obbedienza incondizionata. Devono essere al centro dell’attenzione. Solo la loro opinione conta. Solo i loro sentimenti sono importanti. Non distinguono il giusto dallo sbagliato e le menzogne dalla verità. Sono i moderni padroni di schiavi. Chi lavora per loro è costretto a cantare, danzare, fornire piacere fisico o prendersi le frustate. Perché i padroni hanno il potere, garantito loro dalle istituzioni corporative e politiche, di perseguitare e screditare chiunque li sfidi. (…)

Stiamo guardando la fine dell’Impero Romano.”, mi ha detto ancora Lakeman, “Stiamo vedendo gente che si aggrappa al potere in ogni modo disgustoso. Le donne stanno cercando una via d’uscita. Stanno cercando di mettere a posto almeno alcune cose. Ci sono stati negati tutti i modi che erano stati promessi. Questo è il risultato di cinquant’anni di lavoro femminista contro la violenza. Quelli che sono in posizioni di potere nelle corporazioni economiche e in politica sono molto nervosi. Non possono controllare quel che sta accadendo. C’è una vera rivolta e nessuno è in grado di scoprire chi è la leader per sopprimerla.”

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